sabato 31 dicembre 2016

Per il 2017 tanti auguri e una proposta. Cambiamo l'art.41 della Costituzione

Luciano Granieri


Con una sentenza del 29 maggio 2015 la corte d’appello di Firenze accertava l’illegittimità di un licenziamento ai danni di un dipendente e condannava  il datore di lavoro, a corrispondere all’addetto licenziato 15 mensilità a partire dall’ultima retribuzione effettivamente erogata.  La motivazione della sentenza  si basava sul fatto che la Società ha proceduto al licenziamento, pur non ricorrendo  sfavorevoli e contingenti situazioni incidenti in modo straordinario sulla tenuta economica della Compagnia . In pratica quell’addetto non doveva essere licenziato perché  la sua retribuzione non metteva a rischio la tenuta economica dell’azienda. Le motivazioni citate dalla società, a giustificazione dell’interruzione del rapporto,  riguardavano  semplicemente la necessità di una riduzione dei costi per assicurarsi un mero incremento di profitto. 

Il 7 dicembre del 2016, la Corte suprema di Cassazione, sezione lavoro, ribaltava completamente la sentenza di II grado annullando le sanzioni a carico del datore di lavoro il quale si vedeva riconosciuto il suo diritto al licenziamento per incrementare i profitti. Le basi di questa III ed ultimativo pronunciamento  venivano incardinate  sull’art. 41 della Costituzione, in cui si sancisce, nel 1° capoverso,  che l’iniziativa economica è  privata e libera. In base a ciò la Corte  riconosceva  all’imprenditore la libertà di scegliere le migliori combinazioni dei fattori  produttivi finalizzati all’incremento della produttività, compreso il licenziamento.  A sostegno di tali motivazioni, i giudici citano  inoltre, due sentenze risalenti al 2007 e la legge 604 del 1966 secondo la quale il licenziamento può derivare anche da “riorganizzazioni comprese quelle dirette al risparmio dei costi o all’incremento dei profitti”.   

Ciò che si capisce da questa sentenza, è che i giudici applicano principi sanciti da un patto in cui il capitale ha di gran lunga prevalso sul lavoro. Al di la delle leggi ordinarie che hanno ispirato il giudizio , resta l’articolo 41 della Costituzione, pure richiamato nel dispositivo stesso a tutela della libertà d’impresa. In realtà questo andrebbe letto per intero, in fatti a seguire l’incipit “L’iniziativa economica è privata e libera” si legge. (Essa) “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

  Se la guardiamo dalla parte dell’addetto licenziato, è fuori di dubbio che questi abbia subito (in nome del profitto)  danno alla propria sicurezza, libertà e dignità umana.  Né si può affermare che le leggi vigenti siano efficaci nell’ indirizzare l’attività economica a fini sociali. Allargando il contesto, in base al  pronunciamento  del 7 dicembre, Almaviva sarebbe ampiamente legittimata, in nome del profitto,  a licenziare 1666 addetti per de localizzare in Romania. 

Tutto ciò sollecita , soprattutto chi come noi si è battuto per la difesa, dei diritti sanciti nella Carta Costituzionale, ad attivarci massicciamente per rendere reale tale difesa. Veniamo dalla strepitosa vittoria  contro la controriforma Renzi-Boschi. Ciò dovrebbe darci forza per proseguire la lotta verso due obbiettivi minimi. Il primo, far rispettare la Costituzione, il secondo Cambiare la stessa Carta, in quelle parti in cui il pieno sviluppo della persona umana viene impedito. 

Lo spirito  dell’art. 41 dovrebbe essere chiaro in merito al rispetto da parte dell’impresa privata delle prerogative sociali, ma siccome la sua formulazione pare aver creato dubbi, cambiamolo. Personalmente avrei preferito l’abolizione della proprietà privata, ma dal momento che , la Costituzione è il mirabile frutto della mediazione fra le forze politiche  costituenti ciò sarebbe andato in contrasto con i principi liberali borghesi, avanzati da quei movimenti non propriamente comunisti o socialisti. 

Però se l’iniziativa economica privata deve essere ammessa che  siano più stringenti gli obblighi tesi alla salvaguardia  sociale . A tal proposito l’art. 41 potrebbe essere modificato sostituendo la parola libera con subordinata. Cioè “  L’iniziativa economica è privata e subordinata  all’utilità sociale ,non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana….”  Semplice no!” D’accordo il compromesso e il rispetto delle sensibilità di tutti, ma mi sembra che il mondo del lavoro, abbia ampiamente dato in termini di  cessioni di diritti.. Questa è la riflessione che vi lascio alle fine del 2016, augurando a tutti cose belle per il 2017.

venerdì 30 dicembre 2016

La "Bella Ciao" de Ipanema

Rosa-X




Su “Bella Ciao” molte ne sono state  dette e forse di più ne sono state scritte.  Alcuni  sostengono con non sia il vero inno partigiano, ma una rivisitazione del canto di protesta delle mondine adattato alla bisogna . “Fischia il vento”,pare fosse la vera canzone resistente ma,  in epoca di guerra fredda incipiente, citare il “sol dell’avvenire” non sarebbe stato molto produttivo.
Sia come sia, “Bella Ciao” è divenuto un vero e proprio canto di libertà, che  ha travalicato  le vicende storiche a cui era legato .  Le sue note sono risuonate nei contesti più disparati, eventi  il cui comune denominatore era la messa in pericolo della libertà. Recentemente, ad esempio,  “Bella Ciao” ha invaso    Piazza Syntagma ad Atene, cantata da quel popolo greco che invocava la liberazione dalla dittatura della Troika.
Se poi andiamo a considerare le diverse versioni  musicali con  cui l’inno partigiano è stato eseguito, si apre un mondo. Dalla declinazione combat folk, con le  sonorità irlandesi dei Modena City Ramblers, alle suggestioni slave di Goran Bregovic, dalle  molteplici declinazioni rock, fino all’esperimento   free eseguito dal pianista jazz Gaetano Liguori, la melodia di “Bella Ciao” è stata rivisitata, riarrangiata,  smembrata, smontata e rimontata. Ma, fra  le centinaia di  versioni eseguite,  non avevamo  mai ascoltato una “Bella Ciao” in bossa nova.
Mancanza prontamente rimossa  da Rosa-X . Il 27 dicembre scorso  Rosa-X ha organizzato una festa di condivisione, con amici e compagni, delle proprie peculiarità politiche, sociali, musicali, culinarie. Fra abbondanti, prelibate, ma proletarie, libagioni, non poteva mancare la musica. Qui Rosa-X ha fatto le cose in grande.  Altro che  chitarra, da strimpellare con spiaggesche reminiscenze, o  cantanti improvvisati e stonati,    ad accompagnare la nostra voglia di fare musica  c’erano  un contrabbasso, un sax tenore, due chitarre, magari scordate,  una voce scat con i fiocchi, un flauto e una mercanzia di percussioni e tamburelli da fare invidia a Tony Esposito.
Con  Francesco Cavalieri al contrabbasso, Alberto Bonanni al sax tenore, Paola Min Yi  Wu,   voce e flauto, tutta la compagnia di Rosa-X ai cori e alla percussioni,  ci siamo deliziati con un repertorio sconfinato, da ‘Round Midnight , a Je  so’ pazzo di Pino Daniele, passando per il country di Neil Young, fino al rock made in Siena di Gianna Nannini,  sconfinando nella musica popolare romanesca  (canzone delle osterie compresa) .
Poi finalmente il pezzo forte,  abbiamo attaccato “Bella Ciao”.  Un esecuzione nata in sordina, poi cresciuta in intensità e volume. Sempre più forte fino a quando è scappato uno scampolo di percussione a  bossa nova, prontamente colto da Francesco al contrabbasso e seguito poi da tutta la composita formazione vocale guidata da Paola.
Ne è scaturita una   versione dell’inno partigiano  che sembrava arrivasse dritta dalla spiaggia di Ipanema incluso il sax di Alberto che pareva quello di  Stan Getz. Ecco servita la versione di Bella Ciao in salsa brasiliana. Mancava certo, ma a Rosa-X nulla è precluso, forse neanche la rivoluzione.
Evviva l’utopia, sperando possa realizzarsi,  come  la “Bella Ciao” de Ipanema. Noi di Rosa-X ci crediamo.


post disponibile anche su nonsoloirosso

Il nero e il bianco, il buono e il cattivo… tutto in un anno.

Marina Navarra

fonte nonsolodirosso





Questo è tempo di bilanci, c’è un anno intero da raccontare…da scindere, da spezzettare e catalogare; un anno strano, segnato soprattutto da un evento positivo e cioè la certezza della mia vittoria su un ceppo bastardo di virus di epatite c che per 25 anni ha preso di mira il mio fegato attaccandolo senza pietà fino a renderlo cirrotico e malfunzionante. Grazie a uno progetto sperimentale, riesco ad entrare a far parte di uno studio per il nuovo farmaco che in pochi giorni uccide definitivamente il virus riaccendendo in me la speranza di una vita normale…. vedere i valori delle transaminasi in due cifre invece che a tre è una sensazione inspiegabile!!! Dovrebbe forse bastare questo a fare del 2016 un anno buono…. e invece no,  non basta…. il mio stato di salute nulla può contro le ingiustizie, i soprusi,  gli abusi. Nulla può per quei lavoratori che un lavoro non lo hanno più….per quegli occhi tristi su pelle nera, nostri fratelli sbattuti dentro alberghi da tempo deserti e presi a pugni e a sputi… nulla può contro la malvagità di quell’amore che violenta, maltratta e uccide... nulla può contro la violenza di andare a comprare un lavoratore in tabaccheria… il cosiddetto  voucher!
Il mio malessere dunque è stato sempre costante, ho solo potuto alleviarlo… come?  Gridando la mia rabbia, lottando e parlando alla gente, essere sempre instancabile e combattiva, urlando l’importanza della parola accoglienza, ricordando prepotentemente la dignità perduta di chi non ha un lavoro…. questa è stata e continuerà ad essere la mia terapia più efficace.
Dicevo di un anno strano….diciamo che ho fatto mia la frase del film “la grande bellezza” e cioè ” alla mia età non posso più perdere tempo a fare quello che non mi va di fare “.  Ho  analizzato a fondo alcune persone e ho deciso che sfancularle sarebbe stata cosa buona e giusta…. amici opportunisti, falsi, pronti a fotterti non appena volti l’angolo, sempre pronti a prendere ma molto poco propensi a dare…. a senso unico insomma, dove a dare ero sempre e solo io… non ci sto più, fanculo anche a questo mio lato sentimentale e compassionevole … tolleranza zero quest’anno, nonostante poi ci sia anche stata male per questo….mi innamoro sempre troppo facilmente accidenti!!!!
Ma per ogni tramonto che muore c’è sempre un’alba che nasce… altri legami  a riempirmi il cuore e a darmi nuova linfa, i soliti vecchi amici sempre presenti, i miei figli, la mia famiglia perno importantissimo e fermo, dove non di rado mi aggrappo e trovo sostegno…  e facilmente, senza indugi, si fa strada la consapevolezza di essere molto amata … e mi sembra già abbastanza.
L’asticella delle cose negative si è alzata notevolmente con i rapporti sindacali, tanta delusione e amarezza e non solo dal basso…. situazioni che mi hanno costretta a profonde analisi e riflessioni e spero che tutto questo lavoro fatto su me stessa, sfoci in qualcosa di positivo per l’anno a venire, lo devo a me e a tutti quei colleghi che mi hanno dimostrato affetto e vicinanza in un momento particolarmente complicato.
Qualche si e qualche no, un po’ di nero e un po’ di bianco, qualcosa salviamo e qualcosa gettiamo…l’importante è non aver cancellato o sbiadito il colore della vita, il rosso delle nostre passioni, è stato importante piangere, è stato bello emozionarsi, è stato giusto dire anche cose che hanno ferito, è stato giusto poi pentirsene, è stato giusto prendere simbolici ceffoni per poi rialzarsi e darne altrettanti…. è stato giusto dire quel NO… è stato giusto alzare il bicchiere e parlare di rivoluzione, è stato giusto ubriacarsi di libri, di carezze, di arte, di blues, di jazz, di rock… è stato giusto perché abbiamo vissuto e lo abbiamo fatto come ci piace, ci siamo schierati, abbiamo parteggiato, abbiamo detto  le nostre verità… abbiamo scelto e spesso è stato molto difficile… ma sono queste scelte poi, a rendere la vita una cosa meravigliosa!!!!!!!!

giovedì 29 dicembre 2016

Colleferro, la Magistratura apre un nuovo processo sulla gestione dei rifiuti

Retuvasa, Comitato Residenti Colleferro, Raggio Verde



Nel difficile rapporto tra economia, ambiente e salute in materia di gestione dei rifiuti le associazioni locali e i comitati cittadini svolgono un continuo monitoraggio e controllo del territorio per verificare che lo smaltimento avvenga nel rispetto della normativa ambientale e della legalità, soprattutto in questo settore, dove gli illeciti amministrativi e penali intorno al traffico dei rifiuti hanno conseguenze dirette sulla salute di tutti.

Gli enti preposti alla vigilanza, nonostante un preciso e chiaro sistema di regole, non riescono a garantire, con la necessaria assiduità, i controlli ordinari, che andrebbero urgentemente potenziati per limitare le tante e diffuse forme di illegalità, di crimini e delitti ambientali.

L’incertezza della punibilità per le fattispecie di reati ambientali nella nostra regione trova conferma nelle parole del Direttore Generale di Arpa Lazio, Marco Lupo, pronunciate nelle audizioni del 13 ottobre 2016 in Commissione bicamerale sul traffico illecito di Rifiuti e il 15 novembre 2016 in Commissione Ambiente della Regione Lazio: “Mi sembra importante evidenziare un dato che può essere per voi anche oggetto di riflessione: su circa 330 controlli il 50 per cento circa (155 controlli) è a supporto dell'autorità giudiziaria o delle forze di polizia.

Proprio la carenza di controlli ispettivi da parte delle Autorità competenti ed il mancato rispetto del sistema delle regole porta, nel dicembre 2014, al sequestro preventivo del centro di trasferenza allestito abusivamente presso la discarica di colle Fagiolara, Colleferro (Rm).

A gennaio 2015  l’allora legale rappresentante della Società “Lazio Ambiente SPA” e il Presidente del Consiglio di Amministrazione nonché rappresentante della società di autotrasporti “Autotrasporti Pigliacelli SPA” con sede a Veroli (Fr), vengono raggiunti da due avvisi di garanzia.

I fatti contestati risalgono a febbraio 2014 e sono legati alla stazione di trasferenza allestita nel sito di discarica di colle Fagiolara a Colleferro e autorizzata dalla Regione Lazio per sopperire all’impossibilità di continuare a conferire il cosiddetto rifiuto tal quale dopo l’opposizione al Tar del Lazio di Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro all’ordinanza contingibile e urgente del Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che ne permetteva il prosieguo per altri 6 mesi contravvenendo alla Circolare Ministeriale.

Lo stesso Presidente Zingaretti a maggio 2015 era stato ascoltato, come persona informata dei fatti, dal dottor Alberto Galanti, Pubblico Ministero, sostituto procuratore della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma.

Contestualmente ai soggetti raggiunti da avvisi di garanzia vengono inviati a processo anche i rappresentanti legali al tempo dei fatti di altre due società di autotrasporti, la “M.ECO.RI.S. SRL” con sede a Frosinone e la “ISOTRAS SRL” con sede a Fiumicino (Rm).
Parti offese sono il Ministero dell’Ambiente, il Comune di Colleferro, la Provincia di Roma, la Regione Lazio, le Associazione Rete per la Tutela della Valle del Sacco Raggio Verde e il Comitato Residenti Colleferro.

I capi di imputazione per i quali viene richiesto il rinvio a giudizio sono relativi all’art. 110 c.p., per l’art. 260 del Dlgs 152/2006 (attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti) per tutti e quattro i soggetti, mentre per il solo ex rappresentante legale di Lazio Ambiente SpA si aggiunge il reato di cui all’art. 256 comma 1 lettera a) del Dlgs 152/2006 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), reati contestati nel periodo dal 10 settembre 2014 al 18 dicembre 2014.

Sono chiamati a rispondere del fatto che venivano effettuate abusivamente operazioni di trasferenza rifiuti all’interno della discarica di Colle Fagiolara, con attività continuative organizzate, i cui ingenti quantitativi, circa 20.000 tonnellate, non risultavano tracciati sul registro di carico e scarico del gestore, prima dell’invio al trattamento presso gli impianti di Rida Ambiente in Aprilia. Dopo il trattamento i rifiuti tornavano nuovamente in discarica a Colleferro, con aggravio dei costi per i Comuni e la Regione Lazio, che si assumeva l’onere economico della differenza.

Il processo è nella fase preliminare di accertamento dei reati contestati, ma qualora venissero confermati, l’intera vicenda mette nuovamente in luce non solo l’insufficienza dei controlli da parte delle Autorità preposte, quanto il fatto che l’Amministrazione comunale allora in carica non era a conoscenza di quanto accadeva a differenza di associazioni e comitati!

Senza voler poi insistere sulla circostanza che a Colleferro come in tante altre parti d’Italia si azzardano operazioni poco trasparenti e pretestuose con il movente della “necessità emergenziale”, spesso indotta, che sfociano in illeciti non sempre perseguiti.

Oggi, con l’approvazione della legge n. 68 del 2015  sui reati ambientali seppur criticata e accolta senza troppi trionfalismi, la disciplina è stata modificata e sono stati introdotti nuovi delitti a salvaguardia dell'ambiente. Nel codice penale sono state previste pene più gravi rispetto all'attuale sistema sanzionatorio, che puniva tali illeciti prevalentemente attraverso contravvenzioni e sanzioni amministrative previste dal Codice dell'ambiente. Soprattutto sono state introdotte nuove fattispecie di reato oggi perseguibili, come il disastro ambientale, il traffico e l’abbandono di materiale radioattivo, l’impedimento di controllo e l’omessa bonifica.

Quello che accade a Colleferro e nel resto dell’Italia mina nelle fondamenta la nostra fiducia nell’operato di quelle Istituzioni che non tutelano la vita e la salute dei cittadini, che è il fine costante della nostra azione.

"VICENDA ALBANETA: MISTERO SUL PROGETTO DI RESTAURO"

Alessandro Barbieri   Salvatore Avella


Questa mattina le associazioni ambientaliste e animaliste "Fare Verde Onlus" e "Consulta dell'Ambiente di Piedimonte San Germano" hanno presentato in Procura e all'A.N.A.C. (Autorità Nazionale Anticorruzione), e per conoscenza al Ministero dell'Ambiente, al MIBACT, al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, alla Regione Lazio, alla Provincia di Frosinone e alla Commissione per l'Accesso agli Atti c/o Presidenza del Consiglio dei Ministri, l'esposto/denuncia per omissioni o diniego d'atti d'ufficio, riguardante il presunto progetto di restauro del sito archeologico di S. Maria dell'Albaneta a Montecassino. «Abbiamo atteso prima i trenta giorni per legge, poi diffidato gli Enti e infine ci siamo rivolti alla Procura per esercitare il diritto all'accesso agli atti - esordiscono gli ambientalisti. Silenzio totale dal Comune di Cassino e dal Corpo Forestale dello Stato di Frosinone, mentre la Soprintendenza dei Beni Culturali di Roma, chiedendo preventivamente un parere sulla legittimità della richiesta, ha poi negato gli atti. Ma esisterà questo progetto che tanto è stato pubblicizzato nei mesi scorsi su social network e sulla carta stampata? Perchè ci negano un atto pubblico se è tutto in regola? Approfittiamo coll'informare che il 25 maggio 2016 è stato approvato in via definitiva il "Freedom of Information Act", meglio noto come Foia (D.Lgs. 25 maggio 2016 n.° 97, G.U. 08/06/2016), allineando così l'Italia agli altri paesi europei (e non) in termini di trasparenza e diritto di accesso agli atti della Pubblica Amministrazione, garantendo a tutti i cittadini il diritto di accesso ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, senza necessità di spiegarne la motivazione, fatte salve alcune limitate eccezioni (segreto di stato, sicurezza nazionale, ecc.). Ricordiamo che in corso ci sono altri due esposti per reati ambientali, paesaggistici e archeologici - concludono Avella e Barbieri - e che ad oggi dall'imprenditore locatario dei beni di proprietà dell'Abbazia di Montecassino si aspetta ancora la conferenza stampa del progetto Albaneta-Farm.»   

mercoledì 28 dicembre 2016

Il lavoro

 Il Segretario Prc-Se Paolo Ceccano



Quella del lavoro oggi è la questione epocale di cui bisogna avere l’adeguata consapevolezza.

Per rendersene conto basta tenere presente che, come giustamente e per fortuna, l’articolo uno della nostra Costituzione recita, sul lavoro si fonda la ragion d’essere della Repubblica Italiana. Vale a dire: il lavoro costituisce il collante dell’aggregato sociale che ciascuno di noi vuole civile, equo e avanzato verso una modernità definita in maniera precisa.

Il dramma che stiamo attraversando è quello di una economia che non produce più lavoro. Si badi bene: le relazioni economiche oggi esistono in forme diverse dal passato, non esiste più il Fordismo e il taylorismo di cui i grandi aggregati manifatturieri erano l‘espressione con il lavoro umano che ne costituiva il motore. Ma queste relazioni economiche oggi producono accumulazione di ricchezza, di entità vieppiù maggiori, generando forti disparità sociali e non generano lavoro.

La nostra preoccupazione è che la disgregazione sociale diventa sempre più spinta in presenza di questa economia per pochi e quindi malata.

La forte opposizione alle politiche governative che noi esprimiamo discende proprio da questa preoccupazione. Il Jobs Act è deleterio proprio perché tende a gestire e a incentivare la marginalità del lavoro. Quindi foriero di disgregazione sociale e suggella in maniera definitiva la presa d’atto della presenza imperante dell’economia malata. Quella che crea solo profitto e nello stesso tempo disparità e disgregazione sociale.

Per noi il concetto di tutela del lavoro, non è una pretesa incompatibile con lo sviluppo dell’economia. No, ne costituisce invece la premessa allorquando noi rivendichiamo la funzione sociale dell’economia. La difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si inquadra in questa esigenza. Guai a considerarla una difesa di un privilegio. Non può essere l’economia una questione privata di chi detiene il potere finanziario, come purtroppo oggi è! A forza di considerarla una questione privata, l’Italia con la delocalizzazione delle produzioni e con l’intervento della finanza straniera ha perso grandi capacità industriali, importanti knowhow e specificità produttive. Al punto che oggi, in molte realtà importanti estere, ritroviamo queste capacità che una volta erano italiane e traferite in loco in ragione dei tristemente famosi “salvataggi stranieri”.

 Ecco che ritorna la funzione sociale dell’economia. Si deve produrre beni e servizi e quindi creare ricchezza da cui far discendere un assetto della società equa e giusta eche tuteli il lavoro per tutelare anche una idea di società che non sia avversa alle speranze di sviluppo di ogni giovane e più sicura per tutti. L’obiettivo del Jobs Act, della cancellazione dell’articolo 18, della precarietà consacrata dai voucher è l’antitesi di questo bisogno.


Il gigante farmaceutico Teva dovrà pagare oltre 520 milioni di dollari per il reato di corruzione.

R.T. News


Il gigante farmaceutico Teva dovrà pagare  oltre 520 milioni di dollari  per il reato   di corruzione accertato  dal dipartimento americano di giustizia. La compagnia ha violato il Foreign  Corrupt  Pracitise Act (Fcpa) (Atto   sulle  pratiche di corruzione estera )  corrompendo funzionari  in Russia Ucraina e Messico. Teva è la più grande azienda  al mondo per la produzione di farmaci generici. Secondo il dipartimento di giustizia, la Teva LCC (Teva russia) azienda completamente controllata  dalla casa madre, ha corrotto il più alto funzionario  russo per favorire   l’acquisto  del Copaxone, farmaco  utile alla della   sclerosi multipla, nella gara d’appalto per l’acquisizione  dei farmaci indetta dal Ministero per la Salute russo.

Fra il 2010 e la fine del 2012, Teva ha ottenuto guadagni extra dalla vendita del Copaxone  per una cifra pari a 200 milioni di dollari. Il funzionario avrebbe ricevuto 65 miloni di dollari grazie ai  margini di profitto gonfiati.

Complessivamente Teva pagherà 520 milioni  comprendenti le sanzioni penali e regolamentari comminate dagli Stati Uniti per la sua attività illegale in Russia, Ucraina e Messico.

In Ucraina  ha assunto un alto funzionario governativo nel Ministero della Salute come consulente di registrazione . Tra il 2010 e il 2011, la Compagnia Israeliana gli ha corrisposto  uno stipendio mensile e un rimborso spese pari a 200mila dollari. In Messico Teva ha corrotto  medici affinchè prescrivessero il Copaxone almeno dal 2005.

“Teva e le sue controllate hanno pagato milioni di dollari in mazzette a funzionari governativi di vari Paesi  e hanno  intenzionalmente omesso di attuare protocolli interni per impedire atti di corruzione” Ha dichiarato l’assistente del procuratore generale Caldwell.

Le compagnie che competono onestamente,    in modo, equo etico, devono  usufruire   di parità di condizioni. Continueremo a perseguire coloro che minano questo concetto” Ha aggiunto Caldwell.


Come dimostrato da questo caso Il Foreign  Corrupt  Pracitise Act  è fondamentale per il scongiurare certi abusi.  Il pretenzioso tentativo ordito da  Teva per  arricchirsi  illegalmente è fallito. E l’azienda dovrà ora pagare una dura sanzione”  ha dichiarato l’assistente William J. Maddalena.

traduzione di Luciano Granieri.

martedì 27 dicembre 2016

Pentole e cassette di sapone, tutto è buono per fare jazz .

Luciano Granieri



Il brano che abbiamo appena ascoltato è Processione sul mare, tratto dall’omonimo Lp di Tony Esposito registrato nel 1976. Questa splendida esecuzione introduce al tema di come sia possibile fare musica usando per strumenti oggetti di uso quotidiano. Nel caso del percussionista napoletano ,l’utilizzo di pentole e padelle è un esperimento  molto particolare, suggestivo, finalizzato ad inventare  nuove sonorità. Ma c’è stato  chi, ben prima di Tony Esposito,  ha usato le più disparate cianfrusaglie per fare musica. In questo caso però la stramberia non era funzionale ad esperimenti particolari, ma a sbarcare il lunario. 

Ci riferiamo agli straordinari protagonisti di una storia che  comincia a New Orleans, agli inizi del secolo scorso. In quel periodo la città del Delta era  un grande porto internazionale. Qui  attraccavano  grandi navi pronte a  caricare  tutte le merci provenienti, oltre che dall’interno, anche dal traffico fluviale del Mississippi. Una prosperità che attrasse molti immigrati  dal vecchio continente, italiani, tedeschi, anglosassoni, irlandesi, ma, soprattutto  neri, provenienti dal Senegal dal Niger e dal Congo. Intorno ai commerci procurati dall’attività portuale girava un mondo fantasmagorico fatto di avventurieri, commercianti , ladri, preti, artigiani, assassini, suore, ruffiani, prostitute di ogni razza. 

A  New Orleans c’era sempre musica. In ogni quartiere i suoni delle bands squillavano  con alla guida i leaders naturali, i cornettisti (progenitori dei solisti di tromba che per decenni  - e in ultima analisi ancora oggi- furono e sono i veri condottieri dal jazz) . Nei funerali, o nelle occasioni festose, le bands suonavano soprattutto blues. 

Ma il jazz ebbe ampia diffusione anche in ben altri contesti presenti nella città: le case di  piacere. Qui la nuova musica   si suonava in un ambiente lussuoso dove donne giovani , a volte giovanissime, si offrivano a ricchi borghesi (bianchi per lo più, ma anche creoli e neri). Uno dei musicisti, consacrato   alla storia come inventore del  jazz, impegnato  ad allietare i clienti di “Lulu White”, fu Jelly Roll Morton. La prima volta  che Morton    riuscì a sedersi davanti  ad una tastiera di pianoforte in Rampert  Street, si ritrovò in tasca, a fine serata ,  più di venti dollari. Tanto era l’ammontare  delle mance raccolte. La   paga settimanale al porto, dove il pianista  creolo si spezzava la schiena nel riempire e spostare i barili sui moli,  era di soli  15 dollari. Ciò da la dimensione di come la professione del musicista nelle Case a luci rosse  di Storyville rendesse bene. 

Ma c’erano altri personaggi che campavano con la musica. Erano i venditori ambulanti. Essi  affollavano i  moli del porto. Per allettare i passanti,  e convincerli all’acquisto della loro mercanzia,, suonavano blues in modo molto elementare. Ecco cosa ricorda il pianista Jelly Roll Morton:”… imboccavano delle trombette da quattro soldi, quelle che regaliamo ai nostri bambini come giocattolo, sfilavano il bocchino, e modulavano (il suono) senza avere a disposizione pistoni, usando cioè solo le labbra….ma con questo arnese suonavano più blues di quanto io ne abbia sentito suonare da tanti professionisti. E si facevano sentire a più di tre quattro isolati di distanza”.  Una musica semplice come semplici erano gli uomini che la suonavano. Suonavano  per campare cercando di procurarsi i mezzi necessari a  sopravvivere. I loro nomi? Morton ne ricorda alcuni : Jasky Adams, Buddy Canter, Sam Henry, Garne Kid, Frank Richards.  Poche storie ce li hanno tramandati, ma soprattutto la loro musica  non venne mai registrata su disco.  

C’erano poi le spams band  gruppi di ragazzi di dieci, dodici, quattordici anni  che vagavano sui marciapiedi, suonando strumenti costruiti con gli oggetti più disparati,  così come Tony Esposito suonava le pentole. Il loro scopo era quello di racimolare qualche dollaro in modo da assicurarsi il pane e, a volte, il companatico. Scatole di sigari   diventavano  violini, canne da zucchero erano la base per  contrabbassi, assi per il bucato –i futuri washboard- si trasformavano in  percussioni. 

Alcuni di questi ragazzi   furono  i componenti della band di Stealbread Charlie (Charlie Paneduro come si evince dal nome). Stealbread si chiamava in realtà Emile Auguste Lacoume, era creolo suonava la chitarra (le storie però non ci dicono che chitarra). Con lui c’erano: Cajun (alias  Willie Bussey) all’armonica a bocca, Whisky (cioè Emil Bernod) che suonava un contrabbasso fatto con una mezza cassa di birra, dei fili di ferro e un ramo di cipresso come archetto, Warm Gravy (cioè Cleve Glaven ) che strimpellava un banjo costruito con una scatola di formaggio e Slew-Foot Pete (ovvero Albert Montzulin) il quale suonava, si fa per dire,  una chitarra fatta con una cassetta di sapone. 

In realtà anche questi ragazzi, pur essendone assolutamente ignari, stavano sperimentando come Tony Esposito.   Dalle loro  esibizioni, da  quelle delle  bands di quasi professionisti pronti a proporre la loro musica in ogni occasione,  dagli  entertainer dei locali a luci rosse,   si costruì una tradizione composita  che del jazz, in sostanza, già aveva le caratteristiche fondamentali. Non lo sapeva ancora  Slew-Foot Pete, ma dalla sua chitarra fatta con una cassetta di sapone stava nascendo il jazz.



lunedì 26 dicembre 2016

Perché la risoluzione dell’ONU contro gli insediamenti illegali israeliani non è stata sufficiente

Juan Cole  

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) ha approvato venerdì una risoluzione con 14 stati membri a favore e un astenuto (gli Stati Uniti) di condanna del sostegno del governo israeliano agli occupanti illegali israeliani che rubano terre palestinesi e vi si insediano nella West Bank palestinese.
Poiché Israele è in grave violazione di un gran numero di trattati e di strumenti della legge internazionale sul trattamento delle persone in territori occupati da parte dell’Occupante, avrebbe potuto essere sanzionato per questo comportamento vergognoso.
Si noti che Netanyahu si è candidato su una piattaforma che negava uno stato palestinese. E il governo israeliano ha annunciato migliaia di nuovi insediamenti di appartamenti in terra palestinese solo negli ultimi pochi anni. Tel Aviv è chiaramente intenta ad annettere tutto il territorio palestinese nella West Bank e a cacciare i palestinesi. L’UNSC vuole preservare la possibilità di una soluzione a due stati, ma quella via è già stata bloccata dal furto israeliano di terre su scala cosmica.
Ma la risoluzione, anche se ha condannato l’annessione israeliana di terre palestinesi e l’occupazione israeliana di esse, non ha specificato alcuna particolare punizione contro Israele, che è il governo condannato.
Per contro, l’UNSC ha reso miserabili, mediante sanzioni, le vite di iraniani, iracheni e nordcoreani.
I crimini di Israele contro i palestinesi non sono paragonabili ai crimini commessi da nessun altro governo contemporaneo contro popoli che occupa e sono unici nel loro orrore. E’ vero che il Marocco ha annesso il Sahara occidentale dopo che quest’ultimo è stato abbandonato dalla Spagna come progetto coloniale. Ma il Marocco ha almeno conferito la cittadinanza ai sahariani occidentali e non li ha lasciati senza patria.
E’ in questo che il progetto israeliano si differenzia da altre occupazioni contemporanee. Ha mantenuto i palestinesi apolidi e senza i diritti che derivano dall’avere una cittadinanza in uno stato autonomo. Milioni di palestinesi sono apolidi a causa della politica israeliana. Gli apolidi non hanno proprietà stabili perché esse possono essere tolte loro in qualsiasi momento senza ripercussioni. Gli apolidi possono anche essere maltrattati impunemente, in modo tale che paesi (come Israele) possono concludere un trattato con loro (come quello di Oslo degli anni ’90) e poi rinnegarlo completamente.
Gli Stati Uniti non hanno posto il veto contro la risoluzione, come fanno normalmente per proteggere i governi israeliani da qualsiasi conseguenza dei loro crimini. Questa volta Barack Obama ha ordinato all’ambasciatrice all’ONU Samantha Power di astenersi. Ma avrebbe dovuto chiederle di votare a favore della risoluzione. E la risoluzione stessa avrebbe dovuto avere un qualche mordente.
Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu ha immediatamente promesso di ignorare la risoluzione. Ha anche complottato con Donald Trump perché l’Egitto (autore della risoluzione originale) ritirasse la sua bozza. E’ stato per minare il presidente Obama. Trump avrebbe telefonato all’egiziano Abdel Fattah al-Sisi e avrebbe esercitato pressioni su di lui perché ritirasse la bozza egiziana. Ma Senegal e Malesia, tra altri, hanno proposto la risoluzione senza l’Egitto (che comunque l’ha votata). E’ passata comodamente.
Eccovi un’anticipazione dell’ondata di propaganda del Partito Likud che sta per essere scatenata: ad esempio accuse che quelli che si preoccupano per i milioni di palestinesi privi di patria sotto governo militare da parte di una potenza straniera lo fanno perché sono razzisticamente settari nei confronti degli ebrei. Al contrario, esentare gli israeliani dal comportarsi in conformità con lo stesso regime di legge internazionale che pretendiamo dagli altri sarebbe isolarli per un trattamento speciale su basi razziali, l’essenza stessa del razzismo.
Anche se gli statunitensi di destra normalmente non amano le Nazioni Unite (e la folla col paraocchi promuove ogni sorta di teorie cospirative e di false notizie sull’organizzazione) a volte è effettivamente un organismo potente. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha decretato che le navi nordcoreane possono essere arrembate impunemente da marine di stati membri dell’ONU, il che in altre circostanze costituirebbe una violazione del diritto del mare.
Le Nazioni Unite hanno contribuito a uccidere 500.000 bambini iracheni mediante gravi sanzioni contro l’Iraq negli anni ’90 dopo la Guerra del Golfo. Le sanzioni comprendevano l’interdizione del cloro, che può essere utilizzato per fabbricare bombe ma che è anche essenziale per depurare l’acqua. Emerge che se non si purifica l’acqua da bere i bambini e i neonati muoiono come mosche.
I neoconservatori dell’era Bush affermavano che l’Iraq violava le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla distruzione delle sue armi biologiche, chimiche e nucleari e sui laboratori di sperimentazione di armamenti. Affermavano, in effetti, che gli Stati Uniti dovevano entrare in guerra con l’Iraq come modo per far valere tali risoluzioni dell’ONU!
Dunque Washington ignora o fustiga l’ONU salvo quando esso fa qualcosa che gli Stati Uniti possono rivolgere a proprio vantaggio.
Ma consentitemi di ripeterlo. Il pretesto della guerra illegale di Bush contro l’Iraq è stato che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva condannato ripetutamente Baghdad.
L’ONU ha imposto pesanti sanzioni all’Iran perché non era trasparente riguardo ai suoi piani di arricchire l’uranio e perché non aveva interrotto il ciclo del combustibile. Nel periodo dopo il 2012 alcuni iraniani in effetti non hanno potuto ricevere i medicinali di cui avevano bisogno poiché le sanzioni contro l’Iran avevano colpito l’economia in modo tale da impedire a una famiglia di classe media di permettersi tali medicine.
Dopo aver rovinato l’Iraq e danneggiato pesantemente l’Iran (che neppure aveva un programma di armamento nucleare, mentre Israele ha tra le 200 e le 400 testate nucleari) il minimo che l’UNSC poteva fare riguardo alla concertata colonizzazione e politica di apartheid israeliana in Palestina era dare carta bianca alle nazioni e ai popoli del mondo per punire Israele per la sua sfacciata sfida alla legge internazionale.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

domenica 25 dicembre 2016

Vita da "hobos" in Ciociaria

Luciano Granieri


Le polverose ferrovie e le strade che collegavano,  agli inizi del secolo scorso, gli Stati  americani del Sud , dall’Alabama al Mississipi, dalla Louisiana al Texas, fino al distretto del Kansas, costituirono una delle principali vie del blues e della musica country. 

Lungo gli sfibranti cantieri, sorti per costruire nuove strade ferrate,  i barrell-house,  i saloon ospitavano musicisti precari che, con chitarre improvvisate, o quando c’erano, pianoforti scordati, allietavano le serate degli operai sfiancati dalla lunga giornata passata sotto il sole cocente a piantare traversine. Molti manovali neri   erano loro stessi strumentisti che avevano respirato a pieni polmoni, oltre alla polvere, quelle strane costruzioni armoniche, atavico patrimonio dei padri africani. Questi usavano la loro musica per condividere con gli altri la propria condizione oppressa figlia di una vita povera e precaria. 

Su quelle  ferrovie viaggiavano treni merci  nei cui vagoni, clandestinamente, saliva un popolo di disoccupati, neri per lo più, che si spostavano da uno Stato all’altro alla ricerca disperata di un lavoro, anche infimo. Erano  chiamati  hobos. In quell’inizio ‘900  per un nero rimanere senza lavoro poteva significare, rischiare la pelle. Essere scambiato per vagabondo, trucidato da bande razziste,  impiccato agli alberi nelle campagne e nelle piantagioni. Strange Fruit, l’agghiacciante blues, reso famoso dalla straordinaria Billie Holiday, descrive fin troppo bene questo scenario. 

 Fra gli  hobos ,  i viaggiatori  clandestini  dei   vagoni merci,  c’era qualcuno che aveva con sé una chitarra, o una vecchia armonica e cantava la sua condizione precaria, magari facendo scalo e suonando in qualche bettola lungo la ferrovia. Un variegato mondo di sottoproletariato  sferzato da un’odiosa discriminazione razziale e sociale, animava  quelle strade ferrate e comunicava tutta la sua rabbia, e la voglia di rimanere attaccati alla vita, con il blues. 

Blind Lemon Jefferson, Leadbelly, Big Bill Broonzy, Chiarlie Patton,  il suonatore di armonica  Howlin’ Wolf ,accompagnatore di Sonny Boy Williamson, furono alcuni fra i tanti  musicisti che da quella ferrovia seppero trarre ispirazione per le loro straordinarie esecuzioni. Anche Woody Guthrie  frequentò  quel mondo. Il suo country, seppur molto diverso dal blues, prese a piene mani dai travellin’ man neri. 

Ci sono ancora gli hobos? Certamente. Esiste nella nostra Provincia, un affollato mondo di hobos,  esponenti di un sottoproletariato vittima di una profonda discriminazione sociale. Sono hobos molto diversi, da quelli descritti nei  blues di Big Bill Broonzy, ma ugualmente precari. Sono i traditi dalla globalizzazione.  Una macchina infernale  che ha distrutto un intero tessuto produttivo,  trasformandolo prima  da agricolo in industriale,  desertificandolo, poi, in nome di una devastante delocalizzazione.  Grandi aziende e multinazionali  si sono insediate nel territorio  grazie  a laute prebende pubbliche , poi, per accrescere i dividendi dei propri azionisti, hanno lasciato sul terreno centinaia di migliaia di hobos, preferendo trasferirsi in Paesi dove le condizioni di lavoro sono da schiavisti, o speculando in borsa. 

Anche nella  nostra Provincia una ferrovia può costituire il simbolo   di un'area  dove gli hobos ciociari hanno, per lo più,  subito il loro destino.  E’ la  tratta Cassino-Roma il cui percorso si snoda, in gran parte, lungo la Valle del Sacco. Un pezzo di Ciociaria, detto anche "la Seveso del Sud",  dove in giugno un  covone di grano può  rende gradevole l’immagine di una ciminiera che sputa in aria  fumo malsano. Percorrendo la ferrovia si srotola una pellicola  fatta di ecomostri abbandonati a se stessi orrende vestigia di uno scempio economico e sociale. 

Oltre  150mila sono gli hobos ciociari. Non so quanti di loro sappiano suonare uno strumento, e siano in grado di testimoniare con la musica il loro stato. Certo è che l’incancrenita discriminazione sociale, lascia  muti dalla vergogna.   L’umiliazione di non poter assicurare ai propri figli un reddito, una prospettiva, rende afoni. 

Ma forse una lezione si può trarre da Blind Lemon Jefferson,  Big Bill Broonzy e tutti gli altri . Loro non si vergognavano di cantare uno stato precario, anzi attraverso la loro musica arrivava tutta la rabbia e la voglia di lottare per una condizione migliore.  Bisognerebbe partire da quella rabbia per superare ogni remora ed urlare che la Costituzione italiana all’art. 4 recita quanto segue “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettive questo diritto”.  Sarebbe necessario gridarlo in faccia a chi governa il nostro territorio,  e la Nazione intera. Sarebbe ora di urlare nelle orecchie di lor signori che la Costituzione sancisce il predominio della condizione sociale su quella economica e non viceversa. 

Cominciamo ad urlare invece di abboccare a infidi,   strumentali, quanto inutili,   tavoli di trattativa con le  varie dirigenze politiche  (nazionali regionali o provinciali). Insomma prendiamo costoro a blues in faccia anche se  non sappiamo suonare il blues. Facciamolo e  forse qualcosa inizierà a cambiare.  

La ferrovia degli hobos ciociari

venerdì 23 dicembre 2016

Gli auguri ai Comitati per il No dei presidenti ​​Pace e Villone.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​




Roma, 21 dicembre 2016


Cari Amici, l’anno che si chiude è stato faticoso ma esaltante, pieno di protagonismo civile e ricco di iniziative, alla fine coronato da un fondamentale risultato: la vittoria del NO al Referendum.
Abbiamo già avuto modo di esprimere il nostro ringraziamento per il vostro lavoro e la vostra passione e, oggi, vogliamo inviarvi i più calorosi e forti auguri di buone feste e di un 2017 felice e pieno di risultati.

Nel darvi appuntamento all’Assemblea di Comitati del 21 gennaio prossimo, vi porgiamo i nostri più cari saluti


           Alessandro Pace – Massimo Villone