Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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mercoledì 28 ottobre 2020

LOCKDOWN NOTTURNO e SENZA FISSA DIMORA

 

COMUNICATO STAMPA di BAOBAB EXPERIENCE



Da venerdì scorso, 150 migranti di Piazzale Spadolini stanno violando il lockdown notturno; stanno venendo meno alle regole di pubblica sicurezza, contro la propria volontà e intenzione dal momento che, chiaramente, dovrebbero e vorrebbero trovare l'accoglienza a cui hanno diritto.

Durante un'assemblea al presidio informale di Piazzale Spadolini, volontar* e migrant* di Baobab Experience hanno compilato i moduli di autocertificazione, in una azione che per i senza fissa dimora non può che avere un valore eminentemente dimostrativo: l'obbligo di attestare le ragioni della presenza in strada, di chi alla strada è costretto, dovrebbe competere alle amministrazioni responsabili di questo abbandono.

In un esposto,  consultabile qui, il terzo dall'inizio dell'emergenza sanitaria, l'Associazione ha oggi, nuovamente, richiamato l'attenzione delle Autorità competenti sulla condizione drammatica in cui versa il sistema di accoglienza della Capitale, chiedendo la predisposizione di alloggi che garantiscano il rispetto dei diritti e consentano il contenimento del contagio.

Dall'inizio dell'emergenza sanitaria, sono state più di 100 le domande di accoglienza presentate al Comune di Roma, all'Ufficio Immigrazione e al Servizio Centrale, dal team legale di Baobab Experience.

Neppure un terzo delle persone indicate ha ottenuto un posto dove dormire.

Gli altri ancora attendono e ad aspettare ci sono molti dei migranti che durante l'operazione del 15 ottobre, sarebbero stati - come riportato dal Sindaco di Roma, Virginia Raggi, sulla sua pagina Facebook - "presi in carico in modo da essere avviati verso adeguati percorsi di inclusione". Diversamente da quanto dichiarato, questi giovani uomini, dopo essere stati portati via a fini identificativi, nonostante in possesso della documentazione cartacea rilasciata dalla Questura di Roma a comprovare il regolare soggiorno, sono stati riabbandonati in strada, dove hanno ricominciato ad aspettare.

Assieme a loro, attendono, tra gli altri, una famiglia di sei persone di cui tre con gravi problemi di salute, una persona ipovedente e ipoudente, un uomo che è stato sottoposto a molteplici interventi chirurgici e che soffre tuttora di problemi di deambulazione, una ragazza con una importante malattia autoimmune, un ragazzo che viene rifiutato dal circuito istituzionale dell'accoglienza perché nella sua drammatica storia ha tentato di togliersi la vita...Sono tutti rifugiati le cui domande di accoglienza rimangono pendenti, nonostante le quotidiane sollecitazioni.

L'accoglienza a Roma è letteralmente interrotta e il sistema non è in grado di assorbire neppure i casi più vulnerabili. Con la scusa del Covid, che al contrario avrebbe dovuto costituire una spinta ulteriore alla messa in sicurezza dei senza fissa dimora, il Comune ha abbandonato in strada persino le fragilità.

Risulta che nella Capitale siano disponibili, per i senzatetto, meno di 800 posti, da poco ulteriormente ridotti per le chiusure dei piani emergenziali.

I senza fissa dimora nella città di Roma sono pero' oltre 8.000.

La Sala Operativa Sociale del Comune di Roma è ormai una entità fumosa, frustrante persino per gli operatori che vi lavorano. La risposta a ogni segnalazione è standard: "non ci sono posti".

La situazione è così grave e preoccupante che Baobab Experience si è sentita investita della responsabilità di affiancare all'azione di segnalazione dei casi e pressione per l'accoglienza, l'identificazione e il pagamento di alloggi per le persone che versano in condizioni di maggiore difficoltà, attivando percorsi di tutela e inclusione.

 Infine, due domande:

1) se una realtà come Baobab Experience, una associazione di semplici volontarie e volontari, che vive di donazioni e solidarietà, riesce a restituire dignità e a garantire un tetto a queste persone, perché non puo' farlo un'amministrazione dotata di dipartimenti, uffici, personale e risorse economiche appositamente dedicati all'accoglienza e all'inclusione sociale?

2) se il sistema è saturo e imbrigliato in questo modo in condizioni di relativa ordinarietà, se già ora non è in grado di accogliere neppure quegli individui che in strada sono a rischio vita, come si pensa di gestire l'emergenza covid che si profila sempre più drammatica?

#iovorreirestareacasa

* il virgolettato fa riferimento al post pubblicato da Virginia Raggi sulla sua pagina Facebook, il giorno 15 ottobre 2020, a cui è seguita replica di Baobab Experience

giovedì 24 settembre 2020

25 settembre: giornata di scioperi e mobilitazione

 di Daniele Cofani (operaio Alitalia)

e Matteo Bavassano (lavoratore Airport handling)


Senza ombra di dubbio quella che stiamo vivendo è una della più grandi crisi sanitarie della nostra epoca, precedentemente solo l’influenza spagnola fu così letale con milioni di vittime in tutto il mondo. Già prima della sua esplosione i vari governi di qualsivoglia schieramento politico - tutti al servizio della grande borghesia - hanno tentato di sminuire la sua pericolosità al solo fine di garantire la prosecuzione della produzione e della compravendita. Mentre scriviamo ci troviamo a contare più di 30 milioni di infettati in tutto il mondo e siamo alla soglia di un milione di morti dichiarati (ma si calcola che siano almeno il quadruplo quelli reali), tuciò in meno di 10 mesi dallo scoppio della pandemia.
Di pari passo, con la stessa imponenza, avanza una grave crisi economica in cui la recessione, che era alle porte ancor prima del Covid-19, si potrebbe trasformare in una depressione tanto e quanto più violenta di quella del 1929. A lavoratori, studenti e disoccupati questo sistema barbaro offre un unico cocktail infernale: virus e povertà! Non ci rimane che lottare per ribaltare questa società senza esitazione.

Governo, burocrazie e padroni, dove eravamo rimasti…
Fase 1, fase2, fase 3 si potrebbero facilmente riassumere in fabbriche aperte, fine del lockdown, convivenza con il virus: in tutte e tre le fasi l’apparato statale si è adoperato con tutte le sue forze per non fermare l’economia e con essa il profitto dei padroni, mettendo in ultimo piano la salute e la vita del proletariato nel suo insieme.
Tra febbraio e marzo ci ricordiamo bene dei vari Salvini, Zingaretti, Sala ecc. che, con le varie campagne contro le chiusure, hanno portato al massacro centinaia di migliaia di persone ignare del rischio mortale del coronavirus. Come ci ricordiamo bene i primi Dpcm di Conte con cui chiudeva le saracinesche ai commercianti mentre teneva aperte tutte le fabbriche e i trasporti.
Ma in questo contesto quello che è rimasto ancor di più nella nostra memoria sono gli scioperi spontanei degli operai di metà marzo, con cui è stata bloccata la produzione anche nelle più grandi fabbriche come Ilva, Fca, Sevel, ecc. Avanguardie operaie, a difesa della propria vita e di quella altrui, hanno rivendicato la chiusura dei servizi non essenziali con salario garantito per i lavoratori. Una grandissima risposta alle sporche manovre di Conte, Confindustria e delle maggiori burocrazie sindacali complici, Landini in testa: tutti sono stati costretti ad arretrare di fronte alla forza della mobilitazione, che ha neutralizzato il criminale tentativo di mantenere aperte tutte le attività produttive.
Quelle giornate furono da esempio e vennero imitate da molti operai in tutto il mondo e rimarranno nella storia e pensiamo inoltre che, il fuoco di rivalsa che le ha caratterizzate, arda ancora come brace nel camino e basti veramente poco perché possa divampare di nuovo.
Altra questione che ha visto il governo impegnato a obbedire ai desiderata dei grandi capitalisti nostrani è la distribuzione di ingenti somme di denaro pubblico utile alla ripresa dell’economia.
In precedenti articoli abbiamo illustrato come il governo abbia in teoria ripartito 500 miliardi tra i grandi industriali, i piccoli commercianti, i lavoratori, i disoccupati e gli studenti: utilizzando la falsa ideologia del “stiamo tutti sulla stessa barca”, ci siamo ritrovati in realtà con una valanga di miliardi elargiti ai grandi capitalisti, mentre alla piccola borghesia venivano concesse le briciole e al proletario una vera e propria elemosina.
A fine estate ci siamo anche dovuti subire l’ignobile teatrino degli "stati generali", con cui Conte ha chiamato l’opposizione e le cosiddette parti sociali a un amichevole banchetto. Volevano far credere alle masse popolari che ci sarebbe stata un’equa distribuzione dei fondi pubblici, questo anche grazie alla complicità delle grandi e piccole burocrazie sindacali sedute a quel tavolo. Oggi ci troviamo a contare migliaia di piccole attività commerciali chiuse per fallimento, centinaia di migliaia di precari senza più un contratto di lavoro (licenziati) e altrettanti lavoratori ancora in attesa del pagamento degli ammortizzatori sociali.

Scuola, trasporti, ambiente: si sciopera!
Nei mesi estivi ha continuato ad avanzare senza sosta la crisi sanitaria ed economica da Covid-19, ed è ormai evidente che chi ha subito maggiormente le cause devastanti della pandemia in termini di decessi, disoccupazione e perdita di salari, sono state le classi subalterne composte principalmente da lavoratori, pensionati, studenti, precari, e disoccupati di cui i più colpiti sono stati gli strati più oppressi come gli immigrati, donne e lgbt.
In questa fase pensiamo che debbano essere proprio loro a farsi trovare pronti in quello che si preannuncia un caldo autunno di lotta: solo attraverso il loro protagonismo si potranno respingere gli attacchi di Confindustria e del governo. In questo contesto, il 25 settembre si colloca, con evidente importanza, una giornata di sciopero e mobilitazione in cui si prospetta un interessante avvio di lotte: si intrecceranno tra di loro mobilitazioni e scioperi di ambiti e settori differenti.
Saranno due scioperi di valenza nazionale a dare il via alla stagione delle lotte, uno nel settore aereo e uno nella scuola, ma ci saranno anche scioperi locali del trasporto pubblico, nonché la mobilitazione degli studenti. Di fatto ad aprire le danze saranno le lavoratrici e i lavoratori della scuola, alle prese con l’inizio delle lezioni presenziali, con la farsa pericolosa della riapertura in sicurezza (1)
Lo sciopero nazionale della scuola è stato indetto dal sindacalismo di base - coprirà due giorni, il 24 e 25 settembre - e si connette con l’astensione dal lavoro delle operatrici e gli operatori sociali (Aec/Oepa) di Roma, che si battono da tempo per la reinternalizzazione del servizio finora svolto da cooperative esterne; sciopereranno anche a tutela della propria salute dal contagio e diffusione del Covid-19, nonché per un reddito garantito visto che la loro condizione contrattuale li ha lasciati da marzo senza salario e senza nessun ammortizzatore sociale a sostegno.
Il 25 settembre vi è anche un importante sciopero dei lavoratori del trasporto pubblico romano e laziale in Atac e Cotral, iniziativa collegata a doppia mandata con la riapertura della scuole: gli autoferrotranvieri incroceranno le braccia 24 ore contro le nuove misure di in-sicurezza previste per il trasporto passeggeri su bus, tram e metro, dato che il riempimento dei mezzi di trasporto, per facilitare gli spostamenti degli studenti, potrà raggiungere fino all’80% della capienza massima compresi i passeggeri in piedi (!).
Prosegue la lotta dei lavoratori del settore aereo (2), tra i più colpiti dalla crisi che vede coinvolti in particolare i lavoratori di Airport handling dell’aeroporto di Milano Linate, che stanno rischiando il licenziamento a causa di una scellerata riorganizzazione del lavoro da parte di Alitalia. La compagnia di bandiera in amministrazione straordinaria, sostenuta con soldi pubblici, in piena pandemia sta utilizzando la momentanea crisi del settore per abbattere i costi, aumentando la produttività dei propri dipendenti e sostituendo i lavoratori di Ah con lavoratori precari.
Insieme a loro sono pronti alla mobilitazione gli stessi lavoratori di Alitalia alle prese con la promessa "nazionalizzazione" che fa temere però migliaia di licenziamenti e un pericoloso smembramento, con la scorporo di Alitalia in diverse società e con il paventato rischio che le attività di terra (manutenzione e handling) vengano quanto prima vendute al miglior offerente; per le attività di volo il rischio è che la cloche passi nelle mani di diretti concorrenti come Lufthansa o Delta.
Il 25 settembre, compatibilmente con le misure di sicurezza per contrastare la pandemia di Covid-19, si svolgerà il "Global day of climate action" ossia la "giornata di azione globale per il clima" organizzata dagli studenti del Friday for future mediante iniziative e manifestazioni in tutto il mondo; sarà invece il 9 ottobre la data prescelta per il prossimo "Global climate strike". La tematica ambientale e la lotta per la difesa del pianeta è sempre più attuale viste anche le grandi responsabilità del capitalismo nella sua distruzione, come anche nel continuo insorgere di pandemie sempre più devastanti.
Oltre ad essere presenti in prima linea in tutte queste iniziative di lotta, crediamo che queste giornate siano fondamentali per la costruzione di un reale fronte unico di lotta, che deve nascere all’interno di lotte concrete costruite dalla base dei lavoratori come degli studenti. Solo partendo dalle loro istanze democratiche si potrà avanzare nella lotta e nella lotta elevare la coscienza di ampi strati del proletariato, indicando rivendicazioni transitorie che possano portare alla comprensione che la sola lotta risolutiva, che ci possa liberare dalle catene delle oppressioni e dello sfruttamento, è quella contro questo sistema barbaro, il capitalismo, che va abbattuto per costruire una società socialista.



venerdì 29 maggio 2020

Lift Evrey Voice and....shout. Contro l'ennesimo assassinio di un uomo afroamericano in America.

Luciano Granieri






Fred Gray  25 anni deceduto a seguito delle terribili percosse subite mentre era in custodia presso un centro di polizia dopo essere stato arrestato a Baltimora.

 Laquan Mc Donald 17 anni ferito a morte da un poliziotto a Chicago.

Mike Brown 17 anni  assassinato a Fergusson da un poliziotto.

James Crawfords 22 anni  ucciso dalla Polizia in Ohio.

Eric Garner,43 anni  ucciso per soffocamento dagli agenti, mentre con la faccia pressata a terra gridava di non riuscire a respirare.

Brandon  Webber 21 anni crivellato di colpi dagli agenti  a Memphis.

Come la maggior parte di   musicisti e  artisti afroamericani, dai jazzisti Ambrouse Akinmusire, o Jazzmeia  Horn, a star del Pop come Byonce, Pharrell Williams, o rapper come  Kendrick Lamar, voglio iniziare l’articolo elencando solo l’inizio di una   lista  di afroamericani uccisi dalla ferocia della polizia. Quelli che ho citato non sono che una piccola parte, l’appello che i musicisti sopra citati declamano  prima di ogni loro esibizione è molto più lungo, una triste e dolorosa litania di vite spezzate.

Ad essa si è  aggiunto George Floyd 46 anni ammazzato il 25 maggio scorso  con le stesse modalità di Eric Garner:  soffocato con la gola compressa dal ginocchio del poliziotto bianco Derek Chauvi. Anche in questo,  caso come per Garner,  il lamento strozzato in gola “I can’t  breath, non posso respirare,  è stata l’ultima espressione di George Floyd prima di morire.

I can’t breath  è diventata lo slogan gridato dai manifestanti,  esasperati dall’ennesima uccisione di un innocente,  davanti al commissariato di polizia  di Minneapolis dato alle fiamme. Manifestazione che ha visto un’altra  vittima. I can’t breath  è diventato l’ennesimo grido di battaglia che sta coinvolgendo, dal Minnesota, tutta l’America, tanto che Trump, dopo aver condannato l’assassinio di Floyd, ha twiittato minaccioso che “dove c’è saccheggio si spara” intendendo per saccheggio l’incendio della stazione di Polizia dove operavano gli assassini di Geroge. Così  rivelando, dopo una flebile indignazioni  per il sopruso degli agenti, le reali intenzioni di continuare l’azione repressiva senza  fare prigionieri. 

La lista di morte ha dunque aggiunto un’altra vittima   e, disgraziatamente ne aggiungerà delle altre.   La repressione della polizia bianca è una costante che si abbatte su i neri, ovviamente poveri. Già  perché non bisogna dimenticare che la crudeltà WASP (White Anglo-Saxon Protestant)  investe tutti coloro ritenuti, non in grado di vincere la lotta per l’affermazione individualista tesa alla massimizzazione del profitto,  ma anzi ne sono un inutile e lamentoso ostacolo.  

Non è solo discriminazione razziale, ma anche sociale. E’ la discriminazione che passa per la ghettizzazione nei sobborghi dormitorio, dove chi vi abita,  per sopravvivere , deve accettare una condizione di schiavitù  legalizzata oppure galleggiare in uno stato sospeso fra la negazione della vita e la precarietà . Una condizione  a  cui non è consentito ribellarsi pena la morte.    

Una società in cui lo schiavismo non è stato mai abolito, anzi è stato pericolosamente esportato in forme più  subdole  anche nella civilissima Europa attraverso il working-poor , i “lavoretti”, il capitale “disumano”. 

  Il fatto che la lotta per i diritti civili e sociali, trovi in America,  un supporto da parte degli artisti e degli sportivi di colore, può quantomeno lasciare accesa la speranza che non tutto possa essere perduto. 

Jazzmeia Horn, che intona “Lift Every Voice ad Sing”, (ovvero il “Black National Anthem”  scritto dal leader del NAACP  James  Weldon  Johnson)  per poi   confluire    nel brano “Moanin” reso celebre da Art Blakey -dove Moanin sta per lamento, ma un lamento che evoca rivendicazione -.  Ambrouse Akinmusire che incide un intero album di protesta contro le violenze della polizia bianca  ai danni gli afroamericani, o il rapper Kendrick  Lamar, con la sua invocazione di un angelo nero non violento che difende i diritti del suo popolo , sono segnali di una grande consapevolezza sulla necessità di una rivoluzione culturale oltre che sociale. 

Sono manifestazioni da sempre patrimonio del popolo nero, a cui tutti dovremmo guardare nella convinzione che la lotta al razzismo è una parte, di un più grande ed aspro conflitto per i diritti inviolabili e incomprimibile della persona umana. Valori universali  che oggi  sono traditi e svenduti alle ragioni dell’accumulazione capitalista .  

E’ possibile evitare che mai più un afroamericano perda la vita soffocato da un poliziotto? O che un immigrato affoghi  nel mediterraneo, che l’infanzia venga violata, che un Italiano non abbia i soldi per curarsi? E’ possibile. Ma serve unire tutte le lotte,  da quelle dei neri d’America a quelle dei precari e disoccupati Italiani e degli esclusi di tutto il mondo, in un'unica rivendicazione: quella per l’ottenimento dei diritti inviolabili, quali quelli necessari ad una vita dignitosa. 

Diritti che vengono definiti "inviolabili" proprio  perché sono dovuti ad ognuno di noi dal momento che veniamo al mondo.  Dunque nessun altro valore, men  che meno monetario, potrà  venire prima.

Di seguito tre contributi in video di Jazzmeia Horn, Kendrick Lamar e Ambrouse Akinmusire.


  

lunedì 9 marzo 2020

8 marzo ai tempi del colera



Oggi (ieri ndr) se vorremo ricordare il sacrificio delle operaie della Cottons bruciate vive e la Giornata Internazionale della Donna, dovremo farlo da sole, a casa nostra. Perché il Covid-19, il corona virus, ha fatto una grande vittima: il pensiero e l’azione collettivi. 
Dovunque risuona l’appello alla paura: non avvicinatevi, non toccatevi, statevene lontani gli uni dagli altri. Sospesi, in nome della salute pubblica, persino i diritti costituzionali come la libertà di riunione e di manifestazione. Il tutto senza che nessuno alzi la voce o esprima, perlomeno, un dubbio.

Per restare in argomento, una conquista fondamentale del femminismo di classe degli anni ’70 fu proprio questo: il riconoscimento dell’importanza del pensiero, dell’analisi e della lotta collettiva, in prima persona,  per i propri diritti e contro lo stesso nemico della parte maschile del proletariato, contro il capitale. Parallelamente si sviluppava in quegli anni lo stesso fenomeno nei riguardi della salute in fabbrica:  insieme a Giulio Maccaccaro e ad altri medici e tecnici, gli operai della Montedison di Castellanza e della Franco Tosi, della Breda di Sesto San Giovanni, imparavano a fare l’inchiesta sulle loro condizioni di lavoro e di salute, imparavano a definire il loro diritto alla salute senza delegarlo ad altri ma ragionando, appunto, collettivamente.
Da questo sforzo collettivo nacquero i movimenti  e le lotte per i diritti delle donne e per la  salute in fabbrica e sul territorio.

Ed è questa capacità di pensare e agire collettivamente che oggi viene cancellata, con la scusa del corona virus.
Sì, scusa, e lo dicono i numeri. A ieri 7 marzo 233 morti per il corona virus.
Nel 2019 (secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente) l’Italia, primo paese per morti premature da biossido di azoto, ha avuto 14.600 decessi; 3.000 morti da ozono; 58.600 per particolato fine.
I morti da amianto sono – ormai da decenni e purtroppo anche per gli anni futuri - più di 4.000 all’anno.

La scrittrice statunitense Naomi Klein scrisse alcuni anni fa un libro interessante, “Shock Economy”, in cui mostrava come l’uso della paura può essere utilizzato per distruggere persone, organizzazioni e società, per riscrivere nuove regole più favorevoli ai potenti. Ed è ciò che sta accadendo oggi, quando lo Stato prova a riscrivere le regole per un prossimo futuro, militarizzato e ordinato in base agli interessi del capitale, con il consenso di tutti i partiti e di una parte della popolazione, accuratamente terrorizzata dai mezzi di disinformazione.

Bene, allora oggi pensiamo, ad esempio,  a tutte quelle lavoratrici (e lavoratori, naturalmente) che sono precarie, che lavorano in nero,  che non hanno un contratto di lavoro regolare, che non hanno diritto né alla cassa integrazione né alla malattia: chi le pagherà per la sospensione forzata del lavoro? Chi pagherà i costi di questa “crisi”?

Una cosa è certa: la necessità sempre più pressante di difendere la possibilità di pensare e agire collettivamente, il che significa un’organizzazione politica che sappia dare voce agli interessi degli sfruttati, perché non siamo tutti, neppure riguardo al corona virus, sulla stessa barca.

E vogliamo rivolgere un saluto a tutte le donne che nel mondo oggi fanno dell’8 marzo una giornata di lotta e, in particolare, nella vecchia Europa, alle lavoratrici francesi che, con i loro gilet gialli, hanno sfidato e sfidano i decreti di Macron, tolti direttamente dal codice di guerra, e rappresentano così un esempio da seguire.

Daniela Trollio
Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”
Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni

giovedì 21 novembre 2019

Verso il 25 novembre: Contro la violenza maschilista

In piazza con le masse del mondo in lotta!



Dichiarazione della Lit - Quarta Internazionale

Quasi 60 anni fa, il 25 novembre, le sorelle Mirabal sono state uccise per aver affrontato la dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana. In base ai documenti ufficiali, l’Onu ha decretato questa data come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ma noi la consideriamo un giorno di lotta, un giorno per denunciare la violenza che viene esercitata su noi donne tutta la vita e che uccide decine di migliaia di donne ogni anno.
Oggi milioni di donne nel mondo stanno combattendo contro dittature e governi «democratici», affermando che tutto deve essere cambiato perché in questo modo non è possibile continuare. Il modo migliore per combattere la violenza maschilista è che continuiamo ad essere in prima linea in queste lotte per le strade di tutto il mondo.
 
La situazione nel mondo
Le organizzazioni internazionali provano a presentare programmi e discussioni con cui dimostrare che stiamo meglio, ma anche le loro statistiche indicano il contrario. Secondo l’Onu e l’Oms, 120 milioni di donne sono state vittime di abusi sessuali in un qualche momento della loro vita, 60 milioni muoiono ogni anno per mano dei femminicidi, tra i quali quasi la metà sono loro parenti o membri maschi della famiglia.
È scioccante sapere che 1 donna su 3 nel mondo ha subito violenza fisica e/o sessuale, e che queste statistiche sono valide sia nei Paesi poveri che in quelli ricchi. Statistiche incomplete perché non registrano i transfemicidi, e perché molti casi non vengono denunciati in quanto perpetrati principalmente all’interno della famiglia.
In tutto il mondo vengono eseguiti ogni anno 22 milioni di aborti non sicuri, soprattutto nei Paesi poveri, che portano molte donne alla morte o alla mutilazione. Per non parlare della violenza istituzionale subita nei Paesi dove l’aborto è totalmente proibito, come per esempio El Salvador, dove all’estremo vengono imprigionate le donne che hanno subito aborti spontanei.
L'America latina è una delle aree più violente per le donne, ospita 14 dei 25 Paesi con i più alti tassi di femminicidio al mondo, secondo l’Onu in questa area, includendo i Caraibi, 12 tra donne e ragazze vengono uccise ogni giorno. Nell'Unione europea, il 50% delle donne a partire dai 15 anni ha subito qualche tipo di molestia sessuale; 1 europeo su 3 giustifica l'abuso sessuale in  alcuni casi. Nell'Africa centrale e meridionale, il 40% delle giovani donne si sposa prima dei 18 anni e il 14% è costretto a farlo prima dei 15 anni.
Sebbene ci siano donne negli uffici pubblici o discorsi che «ci includono», la violenza maschilista continua ad essere un'epidemia globale che deve essere combattuta.
 
Anche noi diciamo Basta!
La violenza che subiamo è parte della violenza generale che questo sistema capitalista esercita sui poveri, sui lavoratori e sugli oppressi. La crisi economica, la fame e la disuguaglianza hanno colpito duramente le donne.
Ci violano con salari da fame, con tagli alla salute e all’istruzione, nostra e dei nostri figli, non ci permettono nemmeno di andare in pensione con dignità. Siamo discriminate quando migriamo dalla nostra terra in cerca di un pezzo di pane, siamo l'oggetto sessuale delle grandi società per vendere i loro prodotti e poi condannate quando decidiamo liberamente della nostra sessualità.
Le giovani donne soffrono la mancanza di lavoro, così come la brutale precarietà, che è spesso accompagnata da molestie sessuali sul lavoro. Insieme alle bambine siamo vittime permanenti delle reti della tratta e camminiamo con paura per le strade.
Ma la discriminazione sul lavoro e la violenza aumentano per quelle di noi che sono nere, indigene o migranti, le nostre morti passano senza alcuna commozione nei media e fanno parte di vuote statistiche.
Travestiti e trans difficilmente hanno accesso al lavoro, vengono gettati nel flagello della prostituzione, motivo per cui la polizia li perseguita, li picchia e li stupra senza possibilità di difesa. Per non parlare del diritto all'identità di genere o all'orientamento sessuale che nella maggior parte dei Paesi non è ammesso.
Ma la gente dice basta e anche noi. Le masse in Ecuador, Haiti, Hong Kong, Iraq, Cile o Bolivia sono scese in piazza. Lì si vedono le donne in prima linea nella lotta, abbattendo tutti i pregiudizi e combattendo i loro governi per una vita più dignitosa. Le donne boliviane, con i loro figli al seguito, affrontano il colpo di Stato razzista di destra nel loro Paese e dimostrano di essere parte della lotta. Le giovani donne cilene sono state il calcio iniziale di una rivoluzione in atto, occupando la metro, mobilitandosi per le strade, affrontando la repressione di Piñera e organizzandosi in assemblee popolari, sconfiggendo così il mito che il nostro posto è a casa. Le pensionate marciano per i loro diritti nello Stato spagnolo e le giovani donne catalane sono in prima linea nella lotta per l’indipendenza.
 
La violenza maschilista come repressioneIn Cile, le forze militari e di polizia stanno rispondendo con brutale repressione alle masse popolari che si sono mobilitate, si contano già 22 morti, oltre 2000 feriti, di cui 200 che hanno perso un occhio e migliaia di detenuti e detenute.
I governi tremano quando le masse scendono in piazza, ma se le donne abbandonano la paura e vi si uniscono, allora sono terrorizzati. Ecco perché nel Paese delle Ande usano un metodo più brutale di repressione su di loro: l’aggressione maschilista. Ci sono almeno 50 denunce di abusi sessuali contro donne e giovani Lgbti, più di 30 svestizioni e omicidi di donne durante le manifestazioni. Questo modus operandi non solo riflette il maschilismo recalcitrante dei militari, ma è un metodo di intimidazione per il resto delle donne.
Le masse popolari cilene e la classe lavoratrice mondiale devono ripudiare questa situazione con enfasi, denunciarla e invitare le donne ad unirsi con più forza alla lotta, organizzando con loro l'autodifesa per sconfiggere la repressione. Non si tratta più di un'espressione repressiva, è una violenza specifica su metà della popolazione che deve essere ripudiata con enfasi.
 
Basta alla violenza contro le donne, basta allo sfruttamento!
La nostra lotta per la fine della violenza maschilista è e dovrebbe essere parte della lotta della classe lavoratrice e delle masse popolari. Noi donne siamo in cima alle barricate a richiedere anche i nostri diritti.
L'oppressione che subiamo è uno strumento per sfruttarci maggiormente, per trarre benefici dalla nostra sofferenza a favore dei grandi capitalisti. I diritti della parità di genere devono far parte delle richieste di tutti e non solo di noi donne. Non c'è possibilità di cambiare le cose in Cile, se non si combatte anche per le donne. Sconfiggere il colpo di Stato in Bolivia significa lottare anche per le donne, le indigene, povere e lavoratrici.
La disuguaglianza è fondamentale per il sistema capitalista e il maschilismo è una forma di controllo su di noi. Per darci i lavori peggiori, perché la cura della famiglia sia il nostro compito senza alcuna remunerazione, in modo che la classe lavoratrice sia divisa e non combatta per interessi comuni.
Porre fine alla violenza maschilista implica porre fine a questo sistema che perpetua la nostra oppressione a beneficio dei capitalisti. Non diciamo che la rivoluzione risolverà immediatamente tutti i nostri problemi, ma siamo convinte che senza di essa non ci sarà via d'uscita.
Per noi cambiare questa società è questione di vita o di morte, come Lit-Quarta Internazionale continueremo ad essere in piazza con le donne che lottano insieme alle masse popolari e usciremo questo 25 novembre per gridare ad alta voce:
• Basta con la violenza maschilista!
• Basta con l'oppressione e lo sfruttamento!
• Lunga vita alla lotta delle masse nelle strade!
• Abbasso i governi affamatori e repressivi!

martedì 15 ottobre 2019

A sostegno del popolo kurdo, contro la guerra di aggressione


L’ANPI della provincia di Frosinone, unendosi agli appelli ed alle mobilitazioni in atto in tutta Italia e nel mondo intero a sostegno del popolo kurdo e del suo diritto all’autodeterminazione ed alla tutela della libertà, ha indetto due manifestazioni pubbliche chiamando i cittadini, le forze politiche e sindacali e le organizzazioni associative democratiche ed antifasciste ad impegnarsi per contribuire a far cessare lo sterminio che si profila. La prima si terrà Venerdì 18 dalle ore 17:00 a Frosinone, in Piazza Gramsci davanti alla Sede istituzionale più alta della Provincia. La seconda si svolgerà a Sora domenica 20, anche questa davanti alla massima Istituzione locale, il Municipio. Hanno già aderito molte realtà (partiti, sindacati, associazioni, gruppi) e singoli cittadini, altri stanno aderendo. 

La netta opposizione a qualsiasi guerra di conquista e di sopraffazione che da sempre ci caratterizza si congiunge oggi, davanti all’aggressione di Erdoğan ai Kurdi ed alla sua invasione del territorio dello Stato sovrano di Siria già martoriato, ad ulteriori considerazioni particolari e specifiche, che riguardano sia il recente passato sia la prospettiva.

La prima considerazione, di ordine politico, sta nel nostro dovere di gratitudine verso il sacrificio affrontato dai Kurdi nella lotta contro i criminali dell’ISIS, che altri hanno invece finanziato e allevato con grande impegno. I Kurdi hanno combattuto a casa loro contribuendo in modo decisivo a fermare e sconfiggere le milizie del Califfato, determinando così la fine della minaccia che esso rappresentava soprattutto per noi Europei. Mentre noi tremavamo e restringevamo progressivamente le nostre stesse libertà, i Kurdi combattevano sul terreno, subendo perdite umane e sofferenze indicibili con la sola speranza di sopravvivere e di ottenere finalmente un territorio. Questa speranza si è rivelata, ancora una volta, una illusione, per il tradimento di Trump ai loro danni che ha permesso al dittatore sanguinario Erdoğan di attuare il suo piano criminale di annientamento del popolo kurdo. 

La Turchia non è nuova a queste imprese, anche se non vuole sentirne parlare (Armeni, Cipro, ecc.)
La seconda, di ordine più pratico, riguarda la prospettiva: le decine di migliaia di terroristi dell’ISIS che stanno fuggendo dalle carceri e dai campi di detenzione controllati finora dai Kurdi riprendono fiato, si riversano nuovamente nel mondo con intenzioni facilmente immaginabili, e tornano ad essere una minaccia terrificante per noi e per tutto il mondo. Temiamo fortemente che si ripeteranno fatti criminali come il Bataclan o il mercatino di Berlino o Nizza o Charlie Hébdo, e allora sarà inutile e grottesco piangere e far sfilare i capi di Stato e di governo democratici fingendo unità e determinazione.

L’unità e la determinazione, vere, servono adesso! Occorre fermare sul serio i giochi di morte del Sultano turco, non bastano né le timide dichiarazioni senza seguito dei nostri responsabili diplomatici né la sospensione dei contratti futuri (!) per le forniture di armi.

Serve passare ai fatti, congelando i capitali turchi in Europa, bloccando le forniture militari in partenza anche per contratti già in essere, pretendere dalla NATO di intervenire politicamente sul governo turco, che di essa fa parte, attivare il Consilgio di Sicurezza dell’ONU chiedendo senza tanti infingimenti l’invio di truppe di interposizione a tutela della sicurezza dei Kurdi e dei confini attuali dei quattro Stati coinvolti, per poi discutere seriamente provvedimenti a favore dell’autonomia del popolo kurdo in termini territoriali, militari, diplomatici.

Sappiamo che le resistenze sono molte, in primis da parte del cosiddetto “mercato”, vista l’enorme esposizione delle banche di affari europee e americane negli investimenti in Turchia, e che l’interscambio di merci e prodotti critici (componentistica, abbigliamento, agroalimentare, ecc.) è assai elevato. Ma se baratteremo ancora una volta il sangue di un intero popolo con i nostri consumi materiali ci caricheremo di una responsabilità che ci avvicinerà di molto a coloro che strinsero le spalle di fronte allo sterminio nazista degli anni ’40 del secolo scorso. Saremo l’umanità che sapeva, che ha visto, e non ha impedito rendendosi complice.


A.N.P.I. 
Comitato provinciale di Frosinone 
Il Presidente 
(Giovanni Morsillo)


sabato 17 agosto 2019

Comunicato di Comunità Solidali sulle parole anti immigrati predicate dal parroco Don Donato di Sora




Comunità Solidali condanna  fermamente le parole del parroco di SORA. Un parroco  a cui piace vincere facile per guadagnarsi un po' di notorietà e che per preferisce seguire la scia del momento fatta di divisione e rancore.

Proprio nei giorni in cui la Chiesa ricorda uno dei suoi santi più venerati, San Rocco, come simbolo di carità ed esempio di solidarietà umana, e nel momento in cui Papa Francesco richiama la comunità cattolica all'accoglienza perché agli occhi di Dio nessuno è straniero, udiamo da un pulpito parole per noi inascoltabili.

È molto singolare che da quel pulpito siano venute parole di divisione, di contrasto. Quasi di odio.

In una comunità dove già l'arrivo di cinque migranti ha scatenato la raccolta di 300 firme, usare parole così divisive da parte di un rappresentante della Chiesa significa soffiare sul fuoco dell'intolleranza, ed in qualche modo legittimarla, trovando giustificazioni al razzismo e alla xenofobia.

Comunità solidali ricorda invece il grande impegno della Chiesa cattolica verso l'accoglienza e l'integrazione dei migranti, attraverso la Caritas, ma anche attraverso molte altre associazioni e parrocchie, impegno che non distoglie di certo  l'attenzione dalle "nostre" povertà.

Può un Parroco usare parole come quelle pronunciate ? Può un Parroco non assumersi la  responsabilità dei messaggi xenofobi che a centinaia stanno facendo da eco a quell'omelia?

Lo chiederemo anche a Papa Francesco.

Intanto chiediamo alla Chiesa di Sora e della nostra provincia, per il tramite dei suoi Vescovi di non essere indifferente a quanto accaduto ma di condannare fermamente le parole di odio utilizzate a Sora per fomentare l'intolleranza nei confronti del diverso.
E alla stessa Chiesa chiediamo se si riconosce in quella di Don Donato o in quella di Matteo,35  "Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato"

Comunità Solidali

giovedì 11 luglio 2019

I decreti Salvini antocostituzionali

Paolo Maddalena



È arrivato il momento che gli italiani ben pensanti alzino la voce nei riguardi dei concittadini vittime della stolta propaganda del ministro Salvini, il quale, anziché occuparsi dei suoi doveri d’ufficio per mantenere l’ordine pubblico, esercita una continua propaganda dell’odio, strumentalizzando l’impreparazione e i bassi istinti degli italiani più deboli.
L’obbligo del salvataggio in mare è sancito dalle norme internazionali che l’Italia è obbligata a seguire ai sensi del comma 1 dell’articolo 117 della Costituzione, secondo il quale “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
Il decreto sicurezza e il decreto sicurezza bis sono stati emessi in diretta violazione di questi obblighi e precisamente in violazione dell’obbligo del salvataggio in mare sancito dalle leggi del mare stesso. Per cui dovranno presto essere annullate dalla Corte Costituzionale.
Il comportamento di Salvini è altresì contrario all’articolo 54 della Costituzione, secondo il quale “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.
Impedendo il salvataggio e l’accoglienza dei naufraghi nei porti italiani, il Ministro dell’Interno ha certamente agito indisciplinatamente nei confronti delle norme giuridiche imperative imposte dalla Costituzione e dalle leggi di ratifica dei trattati, disonorando, di conseguenza, l’intero popolo italiano.
Nei giorni scorso sono stati salvati da un veliero italiano 54 profughi che stavano annegando e si trovavano in pessime condizione di salute oltre ad essere già semi ustionati dal sole.
Il comandante di questa imbarcazione ha chiesto alle autorità italiane come doveva agire  e la risposta è stata la seguente “avete effettuato un soccorso in acque che non sono di nostra competenza quindi adesso sono affari vostri”. Pessima risposta, perché il Mediterraneo è diviso in zone d’influenza degli Stati e le vigenti norme internazionali prevedono che questi ultimi devono offrire la loro massima collaborazione per facilitare il salvataggio dei naufraghi al fine di portarli in “porti sicuri”.
Poiché è certo, come provato da filmati e dal recente bombardamento del centro di reclusione degli immigrati a Tripoli che in Libia non ci sono porti sicuri, le autorità italiana, con Salvini in testa, avrebbero dovuto agire con “dignità e onore”facilitando l’approdo in un porto del nostro paese. Ma questi sono stati chiusi per un atto illegittimo dello stesso Ministro Salvini.
La veridicità di quanto detto ha una chiara conferma da parte della portavoce dell’Onu Babar Baloch, la quale ha precedentemente affermato che“l’Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone” e “nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra”.
Ulteriore conferma è la decisione del Gip di Agrigento Alessandra Vella la quale ha precisato, molto puntualmente e magistralmente, che la comandante della Sea_Watch 3 non ha violato nessuna norma di legge, anzi si è attenuta alle norme vigenti.
Insomma Salvini deve mettersi in mente che i suoi due decreti sicurezza sono fuori legge perché non sono in grado di abrogare leggi di grado superiore che hanno una maggiore forza di quelle settoriali e disumane da lui volute.
Professor Paolo Maddalena.
Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

sabato 22 giugno 2019

Lazio Pride di Frosinone e si torna a respirare

Luciano Granieri




“Ahh fate pippa eh?” Così diceva Vichi de Casapau (alias Caterina Guzzanti) nella gag dove metteva in ridicolo i fascisti del terzo millennio. Ebbene dopo il Lazio Pride di Frosinone a fare pippa sono un po’ di persone. Il  sindaco Ottaviani, il quale per la prima volta da quando è il proprietario e padrone assoluto della città ha dovuto abbozzare che qualcuno,  LGBT, antirazzisti, antifascisti, profanasse la sua proprietà che, purtroppo per lui,  non è privata ma  di tutti i cittadini che si riconoscono nella Costituzione italiana. 

Ha fatto pippa il presidente del consiglio provinciale Daniele Maura, se fosse venuto al Pride avrebbe saputo quale è il nome giusto delle persone  transgender, avrebbe constatato   che  scene  incresciose di scabrosa promiscuità , non ci sono state. Genitori con bambini al seguito  hanno salutato contenti , forse per la prima volta da decenni, una folla di gente che reclamava libertà. 

Ciò che avrebbe fatto male ai bambini, invece, sarebbe stato  assistere al pestaggio di   quattro scagnozzi vili e fascisti contro ragazzi che avevano il solo torto di indossare la maglietta del Cinema America.  Canti, balli , baci, abbracci, scambio di effusioni sono manifestazioni di amore che non suscitano vergogna. Vergognoso e disumano è tenere 42 migranti in ostaggio su una nave per acquisire consenso . 

Ha fatto pippa la Lega di Salvini. Il camion della manifestazione si è fermato proprio sotto le finestre della sezione di Frosinone. Dalla strada si alzavano canti e gioia  mentre la finestra dei leghisti rimaneva ingloriosamente abbassata. 

Ha fatto pippa la triste ed incattivita galassia neofascista, la quale aveva promesso di contrapporre al Pride una  contro manifestazione patriottica sfilando bandiere in pugno per riaffermare il motto “Dio Patria e Famiglia”……non li abbiamo visti.  

Hanno fatto pippa gli ipocriti del “non ho niente contro i gay, basta che non sia mio figlio” oppure del “non sono razzista ma sti negri ci stanno invadendo”. 

Hanno fatto pippa i fautori dell’archetipo WAFM (White All Frusino Male) ,solo  maschio bianco frusinate, i quali hanno dovuto constatare che la varietà umana è molto più ampia, colorata, composita e il  WAFM non è che sparuta minoranza. 

Vogliamo ringraziare tutti gli organizzatori, gli animatori,  i partecipanti  e i Comuni che hanno concesso il patrocinio al Pride. Non solo LGBT, ma  tante associazioni,  fra cui l’ANPI, partiti (Democrazia Atea, Possibile, Potere al Popolo, Pcl, Sinistra Italiana, PD), gente comune,  tutti insieme in un’azione di obbedienza civile. 

Infatti sollecitare il rispetto dell’art.3 della Costituzione, in cui si sancisce che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali  davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” è un atto di pura e semplice obbedienza civile, non è nulla di sovversivo. 

Dopo il Pride di ieri forse i cittadini di Frosinone non saranno più gli stessi, forse avranno capito  che non si può vivere sempre e comunque gli uni contro gli altri, non si può passare la giornata ad inveire contro chi la pensa diversamente, ha un colore della pelle diverso,  ha orientamenti sessuali diversi. Non si può sempre e solo fare il tifo per il più forte e il più prepotente. 

Riprendersi Frosinone è possibile, basta iniziare a pensare come una comunità, una collettività. E’ cio che ha insegnato la giornata di ieri, speriamo di farne tesoro fino in fondo e di cambiare il verso ad una deriva di barbarie e cinismo.

lunedì 17 giugno 2019

La risata del "Pride" seppellirà gli odiatori

Luciano Granieri




Astio, rancore, livore, queste le pulsioni in gran parte comuni a quel 34% che alle elezioni europee ha votato Salvini e a quell’altro 6% indirizzato verso la Meloni. 

Aggressioni verso chi indossa una maglietta inneggiante ad una cultura  inclusiva, pregnante e collettiva come quella che si  sta vivendo dentro il cinema America , violenza e dileggio  verso chi esibisce massaggi di pace: “ama il prossimo tuo”, crudeltà verso ogni tipo di sensibilità e manifestazione non conforme all’archetipo Dio, Patria Famiglia. Mari, piazze, strade, campagne…..tutto blindato, chiuso  in  nome di una sicurezza la cui mancanza si evidenzia in ben altri contesti, quello del lavoro ad esempio. 

Una domanda:  ma le persone che hanno votato come sopra descritto vivono bene? Che vita è riversare fiumi di odio sugli immigrati, sugli antifascisti, su gay, omosessuali, trans e anche su chi si schiera con loro nel rivendicare il diritto sacrosanto a vivere secondo le proprie aspirazioni? Che soddisfazione c’è a  prendersela con chi rivendica una società dove ognuno sia libero di vivere secondo la propria indole cercando di realizzare i propri sogni?  Perché anziché limitare i sogni degli altri costoro non provano a costruirsi sogni propri cercando di realizzarli anche attraverso il sorriso?

Sapete in realtà mi fanno un po’ pena questi che hanno votato Salvini e Meloni, che poi sono gli stessi di Casapound, Forzanuova, i  quali non hanno avuto il coraggio di spendere il proprio consenso per fascistoidi patacche insignificanti  e patetiche come i gruppuscoli a cui dicono di appartenere.

Mi fa pena il loro dannarsi nel provare a reprimere i diritti, le aspirazioni e i sogni degli altri.  Come vivono male! Vivono male, frustrati  e senza futuro. 

Perché quand’anche gli immigrati non sbarcheranno più, quando i Rom saranno cacciati dai loro quartieri, o quando gli LGBT verranno perseguiti e incarcerati,  la vita grama degli odiatori  rimarrà tale.  La loro fatica ad arrivare a fine mese potrebbe persino diventare più dura, le loro possibilità di curarsi qualora stessero male saranno sempre più ridotte. E allora che senso ha odiare tanto, quando poi forse non avranno più nessuno da odiare?  

Esiste invece una comunità di persone bistrattate, dileggiate, violentate, depredate del  loro diritto di esprimere la propria indole  e  personalità ,  proprio dagli odiatori di cui sopra -innescati dalla disumanità fascio leghista -  che si difende mostrando la gioia di continuare a sognare una  vita di amore di apertura verso gli altri, indipendentemente dal colore della pelle, dal genere, dalla grandezza del portafogli. 

Una comunità gaia, allegra, nonostante le angherie che deve subire. E’ la comunità del Pride, che nelle ultime settimane è scesa nelle strade e nelle piazze colorando ogni cosa esibendo la loro, la nostra, “conforme diversità”. Già perché ognuno di noi è diverso dall’altro e meno male! Ma questa diversità deve essere rispettata e coltivata come una ricchezza, non repressa da un pensiero unico, da  un modello unico razzista e fascista. 

Il 22 giugno prossimo alle  ore 15,30 da Piazza Salvo D’Acquisto a Frosinone  partirà il Frosinone Pride, la carovana gioiosa e colorata si snoderà per via Aldo Moro fino a raggiungere la Villa Comunale. Insieme agli LGBT sfileranno tutti coloro i quali difendono la prerogativa per cui i diritti civili, ma anche e soprattutto sociali, siano assicurati in modo da "rimuovere gli ostacoli al  pieno sviluppo della dignità umana”. La festa proseguirà al Parco Matusa. 

Invitiamo caldamente gli odiatori, siano essi membri del popolo o delle istituzioni, a partecipare. Chissà forse scopriranno che una vita senza odio è più lieve e sana. Una volta si diceva una risata vi seppellirà. Ebbene io aggiungo che non solo una risata vi seppellirà, ma il livore vi affogherà nella bile.

P.S. Oggi  è iniziata la settimana che porterà al Pride di Sabato prossimo. Giorni  in cui si susseguiranno incontri ed appuntamenti legati all’evento  Di seguito il programma:


domenica 17 marzo 2019

Ai giuristi democratici un invito


"FATEVI SENTIRE". UN APPELLO AI GIURISTI DEMOCRATICI



Illustri giuristi,
voi sapete, come tutti sanno, che il 20 marzo il Senato dovra' decidere se autorizzare la magistratura a procedere nei confronti del Ministro dell'Interno per il reato di "sequestro di persona aggravato".
Voi sapete, come tutti sanno, che quel reato e' stato effettivamente commesso.
Voi sapete, come tutti sanno, che le forze politiche che esprimono la maggioranza dei senatori hanno gia' dichiarato la volonta' di garantire impunita' al Ministro e di continuare ad appoggiare i crimini razzisti del Governo.
*
Ma voi sapete anche che "tutti i cittadini hanno pari dignita' sociale e sono eguali davanti alla legge" (art. 3 Cost.).
E sapete anche che "il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale" (art. 96 Cost.).
E sapete anche che il Senato puo' "negare l'autorizzazione a procedere ove reputi, con valutazione insindacabile, che l'inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo" (art. 9, n. 3, della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1).
*
La domanda dunque e': il Ministro dell'Interno nel commettere il reato di sequestro di persona aggravato - reato che effettivamente ha commesso e di cui da mesi e mesi protervamente mena vanto - ha agito "per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo"?
Evidentemente no.
Il Ministro ha agito con finalita' di persecuzione razzista, finalita' delittuose, incostituzionali, e di reale nocumento per lo Stato.
Il Ministro ha agito perseguendo non l'interesse pubblico, ma il vantaggio della sua organizzazione politica che fin dalla sua nascita ha nel razzismo il suo principale elemento programmatico e il cuore della sua propaganda.
Il Ministro - e con lui l'intero Governo - ha agito realizzando una politica razzista in quanto tale esplicitamente ed inequivocabilmente criminale.
*
E valga il vero.
I. Il governo italiano da mesi e tuttora commette l'abominevole delitto di omissione di soccorso nei confronti di naufraghi in pericolo di morte, e di sabotaggio dei soccorritori volontari che salvano vite umane nel Mediterraneo, negando loro approdo in porti sicuri in Italia.
II. Addirittura nelle circostanze in cui il soccorso sia agevolmente effettuabile ed effettuato, il governo italiano giunge all'orrore di esprimersi e di operare affinche' i superstiti siano respinti in Libia, dove essi tornerebbero con tutta probabilita' ad essere vittime di segregazione in lager, schiavitu', torture e costante pericolo di morte; e non e' chi non veda come con tale agire il governo italiano si renda e si riveli pertanto effettuale complice delle mafie schiaviste dei trafficanti di esseri umani, effettuale complice della riduzione in schiavitu' delle loro vittime, effettuale complice delle violenze e torture loro inflitte.
III. Come anche i Sindaci di importanti Comuni italiani e i Presidenti di importanti Regioni italiane hanno evidenziato, il cosiddetto "decreto sicurezza" imposto dal governo italiano reca misure di persecuzione razzista nei confronti di persone del tutto innocenti, misure palesemente in contrasto sia con la Costituzione della Repubblica Italiana, sia con il diritto internazionale, sia con la Dichiarazione universale dei diritti umani; tale decreto e' stato autorevolmente definito "disumano, criminale e criminogeno" e tale da configurare elementi di "apartheid".
IV. L'effettivo "dominus" del governo italiano ed i suoi caudatari persistono in una delirante e scellerata propaganda che costituisce flagrante istigazione all'odio razzista e apologia del delitto di omissione di soccorso.
V. Nel commettere e per commettere i crimini razzisti il governo non solo viola convenzioni internazionali dall'Italia sottoscritte, non solo viola leggi ordinarie dello Stato, ma viola la stessa Costituzione della Repubblica Italiana cui tutti i ministri hanno giurato fedelta' all'atto di assumere il loro incarico.
*
Illustri giuristi,
Vorremmo pregarvi di far sentire la vostra voce prima che il Senato si pronunci.
Vorremmo pregarvi di far sentire la vostra voce per invitare il Senato ad esprimersi contro l'impunita' di un crimine razzista.
Vorremmo pregarvi di far sentire la vostra voce per invitare il Senato ad esprimersi in applicazione della legalita' costituzionale.
Vorremmo pregarvi di far sentire la vostra voce per invitare il Senato ad esprimersi in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani.
Vorremmo pregarvi di far sentire la vostra voce per invitare il Senato ad autorizzare la magistratura a compiere il suo dovere.
*
Ringraziandovi per l'attenzione e confidando in un vostro tempestivo ed autorevole intervento, vogliate gradire distinti saluti


Il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo
Viterbo, 17 marzo 2019
Mittente: "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt@gmail.com


giovedì 7 marzo 2019

Contro i tagli allo Stato Sociale vera arma di ricatto contro le donne.

Potere al Popolo Frosinone



In occasione dello sciopero globale trans femminista dell’8 marzo, lanciato in Italia dal movimento “Non una di meno”, l’assemblea territoriale di Potere al Popolo di Frosinone ha aderito all’appello diffuso dall’Usb della Provincia di Frosinone per unire le lotte contro gli attacchi alla libertà e all’autodeterminazione delle donne, portati da una società patriarcale e padronale. Inoltre parteciperà alla manifestazione che si terrà proprio l’8 marzo a partire delle ore 10,00 in Piazza VI dicembre, davanti al Comune di Frosinone. Una delle molteplici cause dello sfruttamento della donna risiede nei tagli sempre più sostanziosi della spesa pubblica destinata allo stato sociale. Ciò comporta il depauperamento, se non la chiusura, di molti settori strettamente legati al lavoro di cura, dai servizi pubblici per l’infanzia ai servizi di assistenza domiciliare. Un fenomeno che va a penalizzare proprio le donne, sia perché maggiormente impegnate nel lavoro di cura e assistenza, il quale diventa maggiormente gravoso in assenza di servizi sociali, sia perché molte di esse lavorando in tali enti destinati alla chiusura , rimarranno disoccupate. Su questo fronte l’amministrazione comunale di Frosinone si appresta a tagliare di un ulteriore 20% ciò che è rimasto dei servizi sociali assicurati dal Comune, aggravando in modo pesante la condizione delle donne costrette ad occuparsi di mansioni di cura e assistenza sempre più pesanti, oltre al lavoro normale e, soprattutto, privando del lavoro quelle donne impegnate nei servizi pubblici che verranno chiusi. Per scongiurare tutto questo saremo in P.zza Venerdì 8 marzo davanti al Comune di Frosinone, invitando militanti, simpatizzanti e persone comuni a partecipare.




domenica 24 febbraio 2019

Organizziamo in tutto il mondo un grande sciopero generale per i diritti delle donne

                          Verso l'8 marzo

Lit-Quarta Internazionale


 
Quest'anno, l’8 marzo rappresenterà ancora di più l’occasione di una lotta di massa per i diritti delle lavoratrici, delle giovani e delle bambine.
Come Lit-Quarta Internazionale ci adopereremo per costruire lo sciopero per quella giornata e promuoveremo ogni iniziativa affinché riesca in ognuno dei Paesi in cui siamo presenti.
Al di là di quello che raccontano l’Onu e i capitalisti, che vogliono vendere rose e cioccolatini, l'8 marzo trae origine dalla lotta rivoluzionaria delle lavoratrici. Questa data, dichiarata Giornata Internazionale della Donna Lavoratrice, nasce in primo luogo come movimento di base delle donne immigrate che lavoravano nelle fabbriche tessili di New York, che organizzavano scioperi e azioni di massa per migliorare le loro condizioni di lavoro e ottenere il diritto alla rappresentanza sindacale.
Nel 1910 la Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste, propose la data dell’8 marzo come giornata mondiale di lotta di tutta la classe operaia per i propri diritti e allo stesso modo per la liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento delle donne lavoratrici. In ogni caso questa data non divenne realmente internazionale fino a che le operaie tessili di San Pietroburgo diedero inizio, con il proprio sciopero, alla rivoluzione operaia del 1917, che dalla Russia impatterà su tutto il pianeta.
Il metodo dello sciopero dell'8 marzo, come strumento per la lotta della classe operaia, è qualcosa che abbiamo conquistato ed è essenziale rafforzarlo. Non vogliamo che quel giorno i governi concedano un giorno di riposo nella pubblica amministrazione, né vogliamo solo una paralisi al femminile. Al contrario, vogliamo andare in tutti i nostri posti di lavoro, sindacati e quartieri in modo che l'intera classe lavoratrice sostenga le necessarie rivendicazioni delle donne.
Noi saremo alla testa della lotta, con i nostri slogan, le nostre rivendicazioni più urgenti e decideremo come riempire le piazze quel giorno. Però non vogliamo che le fabbriche, le scuole, i negozi e ogni attività, producano senza di noi. Noi chiediamo che tutto venga paralizzato!
Chiediamo che i sindacati e le centrali operaie dirette dalle diverse burocrazie, smettano di metterci da parte e riprendano questa lotta, chiedendo scioperi generali l'8 marzo per i diritti delle donne. Vogliamo collegare ognuna delle lotte quotidiane a questa lotta, per iniziare a unificare le nostre rivendicazioni con quelle dell'intera classe lavoratrice.
La nostra lotta non deve limitarsi a fronteggiare un presunto «fascismo emergente», ma deve contrastare tutte le politiche di fame e sottomissione applicate dai diversi governi imperialisti e non, siano essi di destra, di estrema destra, o quelli che si definiscono «di sinistra».
Il nostro grido e la nostra lotta è perché tutti i governi la smettano di favorire le grandi multinazionali e per liberarci dalla sottomissione che ci impongono costringendoci a lavorare fino alla morte come dimostrano, ad esempio, con le contro-riforme della sicurezza sociale che promuovono in tutto il mondo o con la disumanità a cui costringono i migranti nel Mediterraneo o negli Stati Uniti. Affronteremo quei governi che reprimono e perseguitano chi lotta per esigere la libertà immediata dei detenuti e delle detenute politiche.
Alla richiesta di parità di retribuzione, prolungamento del congedo di maternità, asili nido presso i luoghi di lavoro, orari flessibili per le madri, autodifesa operaia contro le molestie, lavoro legale e non schiavistico per quelli di colore, migranti e indigeni, si aggiungerà la rivendicazione della quota trans-lavoro e dei servizi pubblici di qualità.
Rivendichiamo il nostro diritto alla vita richiedendo politiche di prevenzione contro la violenza sessista, chiedendo la punizione per gli stupratori, i molestatori e gli autori di femminicidi. Pretendiamo la fine dei crimini d'odio contro omosessuali, lesbiche, transgender e travestiti.
Ci alziamo in piedi per chiedere il nostro diritto a decidere il momento della maternità e non essere madri se non lo vogliamo, aggiungendo alla richiesta di aborto legale, sicuro e libero, la necessità di avere politiche e investimenti che proteggano la maternità e l’infanzia, per garantire il diritto alla semplice adozione alle donne non fertili.
Vogliamo che le giovani siano libere di camminare per le strade, che non vengano più sequestrate, violentate e precarizzate con lavoro da schiave. Rivendichiamo il diritto all'istruzione e chiediamo che tutte le chiese siano separate dagli Stati.
Riempiremo le strade quel giorno e insieme combatteremo per un mondo senza sfruttamento o oppressione. La lotta per la nostra emancipazione sarà completamente terminata solo quando elimineremo lo sfruttamento, ecco perché la nostra lotta fa parte della lotta della classe operaia nel suo insieme. Dobbiamo combattere il maschilismo all’interno della nostra classe e incorporare le donne in tutte le battaglie dei lavoratori.
La Lit-Quarta Internazionale sarà in prima linea in questa lotta e faremo ogni sforzo per la sua preparazione, perché oltre ad essere un diritto umano di prim’ordine, la lotta per la liberazione delle donne è parte della nostra lotta quotidiana per la costruzione di un mondo socialista dove, come diceva Rosa Luxemburg, «saremo socialmente uguali, umanamente diversi e totalmente liberi».