Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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venerdì 10 aprile 2015

Bella Ciao, la nostra odissea a viale Mazzini

La mattanza del Luglio 2001 a Genova , rimane come un fantasma malefico che ogni tanto riemerge dal passato a disturbare i manovratori di turno. Se fosse per loro( i manovratori)  quei fatti potrebbero cadere nell'oblio. La rassegna dell' "a volte ritornano" ha aggiunto al suo attivo una nuova puntata, questa volta messa in onda dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, che accogliendo il ricorso di Andrea Cestaro, vittima e testimone dei pestaggi alla Diaz ha decretato che la legislazione italiana è" inadeguata rispetto agli atti di tortura ". Cioè le forze dell'ordine all'interno della scuola Diaz, per le normative in vigore negli altri Stati Europei commisero atti di tortura  , ma il reato in Italia non esiste. E rischia tutt'ora, anche in applicazione della legge approvata nottetempo alla Camera, di non esistere. Infatti nel testo arraffazzonato che dovrà  passare all'esame del   Senato, per essere considerate tortura le violenze devono essere provocate a persone private dalla libertà personale e sotto custodia delle forze dell'ordine. Le  vittime delle torture della Diaz non erano private della libertà personale e non erano sotto custodia delle forze dell'ordine. Una deliberazione ben lontana da quanto ci chiede Strasburgo. In realtà l'introduzione del reato di tortura è una brutta tegola per il governo in periodo in cui, le ultime leggi approvate in materia economica  e la dittatura del capitale finanziario imperante in Italia come nel mondo globalizzato, tendono a fomentare le rivolte sociali che vanno in ogni modo represse. La vocazione negazionista  che ha investito i drammatici fatti del G8 a Genova è testimoniata anche dall'ostracismo che il documentario redatto per la Rai da Giusti, Freccero e Torelli, dal titolo "Bella Ciao" ha avuto per essere trasmesso. Di seguito riportiamo la storia i questa documentazione negata tratta da un articolo pubblicato su "il manifesto" da Marco Giusti, e postiamo l'intero documentario "Bella Ciao" ovviamente diviso per puntate, format imposto dal nostro account  Youtube.

Luciano Granieri


Giusti, Freccero e Torelli sono gli unici in Rai ad aver girato in tempo reale un documentario completo sulle giornate, gli scontri e le torture del G8 di Genova nel 2001. Da quell'iniziativa nacque un film, proiettato solo a Cannes nel 2001 e a Fuori Orario nel 2006. La Rai, che l'ha realizzato e prodotto, non l'ha mai voluto trasmettere in un canale generalista. Troppo forti quelle immagini. Immagini vere.
. La penso come Carlo Frec­cero. Sarebbe giu­sto che Rai Uno tra­smet­tesse in prima serata Bella Ciao, il docu­men­ta­rio sul G8 di Genova che rea­liz­zammo io, Roberto Torelli e Carlo Frec­cero, allora diret­tore di Rai Due, e che da allora non è mai stato tra­smesso da una rete gene­ra­li­sta. Né, mal­grado le tante richie­ste, dopo la pro­ie­zione a Can­nes nel 2002 nel più totale disin­te­resse aziendale ma nella luce fin troppo cla­mo­rosa dei media inter­na­zio­nali, venne mai mostrato a altri festi­val, ras­se­gne, né ebbe dif­fu­sione come film.
Sarebbe giu­sto sia per cosa rac­conta, sia per come lo rac­conta, rap­pre­sen­tando anche i sen­ti­menti che pro­va­vamo quin­dici anni fa, sia per una sorta di risar­ci­mento morale per i tanti che ci lavorarono, mera­vi­gliosi ope­ra­tori e tec­nici della Rai che ci det­tero le imma­gini da loro riprese che nes­suno prima di noi aveva voluto tra­smet­tere, e i tanti video maker indi­pen­denti che ci pas­sa­rono le loro riprese per rico­struire una sto­ria ter­ri­bile di vio­lenza e repres­sione che ha segnato per sem­pre gli anni che seguirono.
Bella Ciao fu il primo film a raccontare senza censure i fatti di Genova
Bella Ciao fu il primo film a rac­con­tare senza cen­sure i fatti di Genova e ne rap­pre­senta ancora, assieme a Diaz di Daniele Vicari, la docu­men­ta­zione sto­rica più completa.
E’ una sto­ria com­plessa. Nell’estate del 2001, con il ritorno di Ber­lu­sconi, ma in una Rai ancora in mano al cen­tro­si­ni­stra, Zac­ca­ria pre­si­dente e Cap­pon diret­tore gene­rale, sotto la dire­zione di Carlo Frec­cero a Rai Due, stavo rea­liz­zando la seconda serie di “Stra­cult”. Uno dei regi­sti del pro­gramma, Roberto Torelli, mi aveva chie­sto di seguire il Social Forum che si sarebbe svolto a Genova nei giorni del G8, visto che ave­vamo deciso di dedi­care una pun­tata al movi­mento no-global. Roberto avrebbe seguito anche le tre gior­nate del G8, pronto a ripren­dere quello che poteva ser­vire non solo alla nostra tra­smis­sione. Ave­vamo pen­sato, con Frec­cero, che era meglio avere una tele­ca­mera in più. Ma certo non dove­vamo essere noi a fare informazione.
Non si sa per­ché nes­suno del gruppo di San­toro, allora a Rai Due, ma in quei giorni in vacanza, e nes­sun altro da Rai Uno o Rai Tre, tiggì esclusi, avesse voluto seguire il G8 e il Social Forum, mal­grado i ripe­tuti avver­ti­menti di un pos­si­bile scop­pio di vio­lenza e la vici­nanza con i fatti di Napoli.
Così, a due giorni dalla fine del G8, nello stu­pore gene­rale, men­tre San­toro tra­smet­teva uno spe­ciale sul sushi, era­vamo i soli a poter andare in onda, come “Stra­cult”, delle riprese asso­lu­ta­mente ine­dite su Genova, che mostra­vano quello che era acca­duto fuori dalla Diaz e gran parte degli scon­tri. Facendo capire, magari, che ave­vamo qual­cosa in più di quel che real­mente avevamo.
Il pro­gramma, inti­to­lato Bella Ciao, doveva andare in onda mer­co­ledì 25 luglio, ma venne immedia­ta­mente sospeso.
Il motivo uffi­ciale, allora, era la man­canza di equi­li­brio poli­tico. Man­cava la con­tro­parte. Una cosa buona, però, quel 25 luglio era acca­duta. IlTg1, col ritorno dalle vacanze di Albino Lon­ghi, aveva deciso infatti di man­dare in onda nell’edizione delle 20 riprese mai viste degli scon­tri a Corso Europa rela­tive a sabato 21. Imma­gini senza com­mento, for­tis­sime, di una vio­lenza che nes­suno sospet­tava si fosse sca­te­nata da parte della poli­zia e della guar­dia di finanza. Imma­gini che arrivavano però con 5 giorni di ritardo, girate dagli ope­ra­tori della Rai per i Tg. E arri­va­vano lo stesso giorno (un caso?) della nostra “sospensione”.
Perché non le avevano mandate in onda prima?
Intanto, Bella Ciao, non era stato can­cel­lato. Così deci­demmo di andare avanti con il pro­gramma. La vera rivo­lu­zione a Genova era stata media­tica, decine e decine di tele­ca­mere, di ope­ra­tori esperti e di ragazzi alle prime armi. Era pos­si­bile rico­struire ogni scon­tro, ogni azione. Il mate­riale più forte, però, veniva pro­prio dagli ope­ra­tori della sede Rai di Genova, e ce lo det­tero subito.
Molti pen­sa­vano che la Rai avesse in qual­che modo bucato Genova, ma non era vero. Ma c’era anche mol­tis­simo mate­riale, ine­dito, che ini­ziava a uscire dalle pic­cole società indi­pen­denti pre­senti a Genova, Charta, Indy­me­dia, Radio Sher­wood. Roberto Torelli aveva lavo­rato tutta l’estate a que­sta rico­stru­zione. Io avevo cer­cato di dare al tutto una forma, un mon­tag­gio, diciamo qual­cosa di cine­ma­to­gra­fico. Carlo Frec­cero ci aveva dato l’idea buona per ini­ziare: l’attacco alla Diaz, da lì sarebbe par­tito il rac­conto delle gior­nate come un lungo fla­sh­back. E ci aveva illu­mi­nato sul commento sonoro. Nes­suna voce off, nes­suna inter­vi­sta, solo le voci e i rumori veri della strada e una colonna sonora di can­zoni rock scelte da una ragaz­zina, mia figlia Elena, che aveva allora quat­tor­dici anni e aveva appena finito la quarta gin­na­sio (oggi ne ha ven­totto e inse­gna Latino a Cam­bridge). I Blonde Red­head, gli Inter­na­tio­nal Noise Con­spi­racy, i Kent, i Tool, i Blur. Quello che sen­ti­vano i ragazzi. La musica fun­zio­nava per rico­struire l’energia gio­va­nile che si deve essere sen­tita a Genova.
Così, alla fine di ago­sto, era­vamo pronti alla messa in onda, o a pre­sen­tarlo a un festi­val impor­tante come Vene­zia. Chia­mai l’allora diret­tore della Mostra, Alberto Bar­bera, un mio caro amico. Senza nean­che vederlo, mi disse che lui e l’allora pre­si­dente Baratta (gli stessi che ci sono oggi), per motivi diversi ave­vano deciso di non pre­sen­tare nes­suna imma­gine di Genova a Vene­zia, né nostra né della pat­tu­glia dei cinea­sti ita­liani capi­ta­nata da Citto Maselli, che fece poi un film delu­dente sul G8 e sul Social Forum, esclu­dendo quasi del tutto gli scontri.
Per­ché? Paura, pres­sioni, una distanza un po’ moret­ti­stica dai tele­vi­sivi, un ten­ta­tivo di non accet­tare pro­vo­ca­zioni di alcun tipo? Boh!
Intanto cer­chiamo di man­dare in onda “Bella ciao” a metà set­tem­bre, quando i ragazzi sono tor­nati a scuola. Ma dopo l’11 set­tem­bre i fatti di Genova erano diven­tati impre­sen­ta­bili in tv. O, forse, la nuova situa­zione poli­tica non per­met­teva que­sta messa in onda.
A novem­bre, gra­zie a Steve Della Casa, allora diret­tore del Festi­val di Torino, si mostrò per la prima volta Bella Ciao in una ver­sione lunga in video, alla pre­senza di Heidi e Giu­liano Giu­liani. Due pro­ie­zioni stra­piene, di grande inten­sità emotiva.
Intanto, con il cam­bio di dire­zione alla Rai, Saccà al posto di Cap­pon, ogni spe­ranza di man­dare in onda Bella ciao era andato per­duto, e Frec­cero era sicuro di andar­sene da Rai 2 entro la primavera.
L’ultima possibilità era Cannes.
Con l’aiuto di Ita­lia Cinema, man­diamo un video ai sele­zio­na­tori. A Can­nes non accet­ta­vano video, pro­grammi tv, ma se Bella ciao fosse stato tra­sfor­mato un film in 35 mm, la cosa sarebbe stata possi­bile. Dob­biamo però saperlo in tempo per orga­niz­zare la stampa, che ha un costo. E dob­biamo farlo stam­pare prima che Carlo Frec­cero lasci la rete. Claire Clou­zot, allora respon­sa­bile de “La Semaine de la Cri­ti­que” a Can­nes ci chiama e ci dice che il film aprirà la sua sezione. Gra­zie al suo fax, con l’aiuto di Fre­de­rick Fasano, rie­sco a far stam­pare una copia del film e la vedo il giorno prima dell’addio di Carlo alla dire­zione di Rai Due.
E’ uno stra­zio, ma il film è pronto. Tutto rego­lare, azien­dal­mente. Bella Ciao può andare a Can­nes, uffi­cial­mente distri­buito da Rai Trade e pro­dotto da Rai Due. Se Rai Cinema, ovvio, non si offre di distri­buirlo in sala, lo fa Dome­nico Pro­cacci della Fan­dango. Non ce la farà, per­ché trova in Rai un muro di cavilli che ne impe­di­scono la dif­fu­sione e la ven­dita, ma almeno lo pre­sen­terà in ante­prima al Poli­tec­nico. E da quel suo impe­gno, magari, nascerà poi il pro­getto di Diaz.
Il film viene pre­sen­tato a Can­nes nell’edizione del 2002 con grande rumore. Prime pagine sui gior­nali (ricordo l’Aspesi su Repub­blica), fischi a Sgarbi, pre­sente in sala, che rim­pro­vera al film di essere di parte (“non si sen­tono i geno­vesi…”). L’intero staff di Rai Cinema, che pre­sen­tava lìL’ora di reli­gione di Bel­loc­chio, ci evita accu­ra­ta­mente. E un po’ anche il cinema ita­liano impe­gnato che, Pro­cacci a parte, non vede di buon occhio il fatto che dei tele­vi­sivi fac­ciano un film e lo por­tino a Cannes.
Guai a far della poli­tica, per carità. Inol­tre, allora, un docu­men­ta­rio non aveva ancora il diritto di essere visto in un festi­val. Ci chie­dono in tanti di distri­buire il film all’estero, di pre­sen­tarlo in altri festi­val. Ma il per­messo ci viene sem­pre negato.
Dopo la Fan­dango anche la Teo­dora vuole distri­buire il film. Ma la rispo­sta è sem­pre no.
Bella Ciao è un film sco­modo su una sto­ria ancora più sco­moda, con imma­gini che non devono essere viste, ma che in mille modi si vedranno e cir­co­le­ranno in rete o in mille altre proiezioni.
Ma le tre reti gene­ra­li­ste della Rai non lo man­de­ranno mai in onda come doveva andare.
Finirà alle tre e mezza di notte su Rai 3 il 29 luglio del 2006 con una pre­sen­ta­zione poco sim­pa­tica di Ghezzi. Poi San­toro, ritor­nato in Rai, deci­derà di usarlo a pezzi den­tro una pun­tata di “Anno Zero” dedi­cata a Genova.
Infine Carlo Frec­cero, diven­tato pre­si­dente di Rai Sat lo man­derà in onda su Rai Sat Movie nel luglio del 2008.
Non era quello che volevamo.
Bella Ciao avrebbe dovuto essere un motivo d’orgoglio per la Rai, un pro­gramma ideato e con­ce­pito da uomini dell’azienda, con ope­ra­tori interni, tal­mente forte che diventa un film e viene pre­sen­tato a un festi­val come Can­nes e viene richie­sto in tutto il mondo.
Non del mate­riale da rimon­tare a pia­ci­mento den­tro altri pro­grammi. Ma un caso unico nel pano­rama tele­vi­sivo e cine­ma­to­gra­fico ita­liano. E tale è rima­sto. Nel bene e nel male.









mercoledì 27 luglio 2011

Genova chiama: No Tav Risponde

Nicoletta Dosio (Movimento No Tav)

A Genova, il 21 luglio 2001, ci andammo anche noi, quasi un migliaio di persone, dalla Valle di Susa. Era il giorno dopo l’assassinio di Carlo. La nostra opposizione al TAV durava già da oltre dieci anni. Andammo a Genova contro i potenti della Terra, contro quei grandi interessi che, in nome del profitto, volevano trasformare i luoghi della nostra esistenza in corridoi di traffico per le merci e i viaggiatori del mercato globale, desolati inferni di ferro e cemento, dove tutto passa e nulla rimane, negati agli esseri viventi, alla socialità, al lavoro buono e liberato.
Ci andammo anche contro la repressione, le cui immagini ci venivano rimbalzate dai telegiornali. La notizia del giovane ammazzato dalle “forze dell’ordine” aggiunse dolore, indignazione e partecipanti al nostro viaggio .
Tra di noi non c’erano solo militanti, ma anche e soprattutto persone comuni, quelli che, attraverso la lotta contro il TAV, avevano acquisito forza , consapevolezza e generosità.
I robot in assetto antisommossa che battevano a file serrate le strade di Genova li conoscevamo già: li avevamo sperimentati mesi prima, il 29 gennaio, a Torino. Era il giorno in cui i Governi Italiano e Francese si sarebbero incontrati, a Palazzo Reale di Torino, per siglare il trattato sulla linea TAV Torino-Lione. Contro quel trattato eravamo scesi in seimila dalla Valle, con treni e pullman: un’ eterogenea, colorata moltitudine: donne e uomini di tutte le età, compresi i bambini, sindaci in fascia tricolore, striscioni, palloncini, personaggi in costume. Le truppe in assetto antisommossa ci piombarono addosso come un nuvolone, blindandoci lungo via Roma e distribuendo manganellate alla prima fila che premeva contro le transenne. Ai palazzi del potere non giunse neppure l’eco delle nostre voci .
Di quel giorno a Genova nulla abbiamo dimenticato: i blindati ad aspettarci all’arrivo, il popolo di volti e voci che scendeva verso il mare, il solleone e il refrigerio dell’acqua spruzzata dai balconi, il corteo interrotto da un esercito di celerini; poi le manganellate, le grida, la nebbia dei lacrimogeni. Ci trovammo in fondo al corteo, a procedere alla cieca, la gola e gli occhi in fiamme, le gambe sempre più pesanti, e loro dietro, mascherati dalla nube tossica, e il rimbombo cadenzato dei loro passi, il battito funebre dei manganelli sugli scudi. Sopra di noi il rombo dell’elicottero, a tener d’occhio le nostre bandiere NO TAV nuove di zecca, inaugurate a Genova.
Tornati a casa, sentimmo della scuola Diaz, di Bolzaneto, della repressione battente e incontrollata; e tutto questo a protezione di un potere subdolo e violento che fa delle istituzioni il ricettacolo e lo strumento dei propri affari e le usa contro il popolo e il futuro di tutti.
Da allora la nostra lotta continua, si è rafforzata , diventando un segno di speranza che va ben oltre la Valle e parla di liberazione dell’uomo e della natura; la sua forza sta nella concretezza, nella volontà di non delegare la difesa dei beni comuni e del futuro di tutti, nella consapevolezza che non esistono mediazioni possibili tra sfruttatori e sfruttati, sui territori come nei posti di lavoro.
Ora stiamo cercando di riprenderci quella che per quarantacinque giorni è stata la libera repubblica della Maddalena, nel territorio di Chiomonte, e che è diventata il fortino di chi difende l’ordine del capitale: la Valle di Susa torna qd essere, come nel 2005 a Mompantero, zona di occupazione militare: cancelli, filo spinato, truppe in assetto antisommossa impediscono l’accesso alle case, alle vigne, ai prati di lavanda, alla cantina sociale, ai luoghi di un lavoro sicuro ed appagante, su cui vivono decine di famiglie. Il museo archeologico, che ospita reperti di seimila anni fa, ritrovati in loco, è diventato una caserma. Le tombe del sepolcreto neolitico sono sprofondate sotto i cingoli dei mezzi militari. La vita animale e vegetale sta morendo per effetto dei lacrimogeni lanciati a migliaia, ad altezza d’uomo, contro la popolazione che il 27 giugno, dalle barricate, cercò di fermare le truppe di occupazione e, il 3 luglio diede inizio all’assedio del fortino.
In quei momenti di grande resistenza popolare, avvelenati dai lacrimogeni urticanti (vere e proprie armi chimiche, vietate dalle convenzioni internazionali, ma usate contro le popolazioni), sotto i colpi delle ruspe che abbattevano le difese su cui erano abbarbicati donne e uomini di ogni età, assordati dal frastuono degli elicotteri, abbiamo ripensato a Genova. E abbiamo capito che le istanze di allora per un mondo diverso possibile continuavano concretamente con la nostra resistenza.
Abbiamo sentito Carlo con noi e abbiamo gridato anche il suo nome, insieme ai nomi e alle canzoni partigiane, in faccia ai robot che ci assalivano.
Al nostro fianco c’erano ragazzi generosi, venuti da altri luoghi per la resistenza collettiva; alcuni di loro sono stati feriti e incarcerati. Li consideriamo tutti figli nostri, perché con noi hanno condiviso l’esperienza di una società e di un’umanità diversa, con noi l’hanno difesa.
I media di regime, come sempre forti con i deboli e deboli con i forti, hanno tentato le consuete criminalizzazioni, dividendo tra “buoni “ e “cattivi”, “nonviolenti” e “violenti”. Rifiutiamo tali divisioni.
La violenza c’era, pesante, praticata da coloro che ci tagliavano sotto i piedi le barricate, ci inseguivano nei boschi a suon di manganelli e lacrimogeni, usavano botte e paura contro i feriti e i fermati; era prima di tutto nei loro mandanti, gli uomini delle istituzioni, perfettamente trasversali, proprio come il partito degli affari.
Violenza sulle persone e violenza sulle cose: le tende, gli zaini, i libri, gli indumenti di chi per più di un mese aveva difeso quei luoghi sono stati stracciati, lordati di feci e di urina.
Contro tale violenza rivendichiamo il diritto all’autodifesa, popolare, determinata, serena, perché ha la forza della ragione, del cuore, del futuro.





martedì 19 luglio 2011

19/21 LUGLIO 2001: DAL CORTEO DEI MIGRANTI AL BLITZ ALLA DIAZ

Come Annunciato nel post  della settimana scorsa "10 ANNI DA GENOVA"proponiamo OGGI a dieci anni dai fatti il film “Bella Ciao” di Acoiris TV i cui primi tre video sono stati pubblicati nell’intervento già citrato. A commento di questi video, pubblichiamo alcuni scritti e testimonianze tratte da:  GENOVA.2001-2011 (altraeconomia)







A Genova fra il 16 e il 22 luglio 2001 è in programma una vasta gamma di iniziative
e manifestazioni di contestazione al vertice G8, che riunisce i capi di Stato e di governo
degli otto Paesi più industrializzati del mondo. Le iniziative sono organizzate dal Genoa social forum, una rete internazionale che comprende centinaia di gruppi e associazioni.

La prima, importante manifestazione di piazza è il corteo dei migranti, che si tiene
giovedì 19 luglio. È una rivendicazione della libertà di movimento e si svolge senza alcun
incidente.

 Venerdì 20 luglio è in programma il corteo organizzato dai “Disobbedienti”, capeggiato dai centri sociali. Il corteo è autorizzato dalla questura per un percorso che dallo stadio Carlini conduce nei pressi della “zona rossa”, l’area del centro storico resa inaccessibile per proteggere il vertice in corso a Palazzo Ducale. Il corteo, nel primo pomeriggio, viene improvvisamente caricato all’altezza di via Tolemaide da un contingente dei carabinieri; la reazione dei manifestanti dà il via a incidenti di piazza che sfociano, intorno alle 17,25 in piazza Alimonda, nell’omicidio di Carlo Giuliani, un ragazzo di 23 anni, raggiunto alla testa da un colpo di pistola sparato da un carabiniere.

Sabato 21 luglio è il giorno del grande corteo conclusivo, organizzato dal Gsf. Sul lungomare la polizia carica i manifestanti e spezza il corteo. Vi sono pestaggi, numerosi fermi, episodi di autentica caccia all’uomo.
La sera verso mezzanotte un contingente della polizia fa irruzione alla scuola Diaz- Pertini, sede di un dormitorio allestito dal Gsf, proprio di fronte al centro stampa
utilizzato dai portavoce del movimento. È un blitz sanguinoso: delle 93 persone arrestate con l’accusa di associazione a delinquere, resistenza a pubblico ufficiale e porto d’armi, più di 60 sono condotte in ospedale. Gli arrestati -tranne chi è trattenuto in ospedale per ordine dei medici- sono condotti nella caserma di polizia di Bolzaneto, utilizzata come ufficio matricola dei fermati. Molti degli arrestati passati per Bolzaneto denunceranno soprusi e maltrattamenti.





La prova generale della nuova piazza

Una gestione del tutto inadeguata di una
manifestazione inedita, spiega livio pepino

“Possiamo guardare a Genova da due punti di vista. Esaminare i fatti in sé -la cronaca, ciò che è accaduto- oppure possiamo dire che le giornate del luglio 2001 sono state quelle che io definisco ‘una prova generale’”. Livio Pepino, 66 anni, è stato presidente
 di Magistratura Democratica  (una delle componenti della Associazione nazionale magistrati), consigliere della Corte di Cassazione e membro del Consiglio superiore della
magistratura. Attualmente dirige la rivista Questione giustizia e le Edizioni Gruppo Abele.
Partiamo dai fatti.
“Il fatto in sé è una vicenda di una gravità con pochi precedenti nella storia del nostro Paese. Una manifestazione con 300mila partecipanti, alla fine della quale 560 persone vengono medicate o ricoverate. Se a queste aggiungiamo quelle che non sono andate in ospedale, per paura o altri motivi, ecco la misura di un’espressione di violenza fuori dall’ordinario. Non solo: nei soli tre giorni di iniziative, fino al pomeriggio del 22 luglio 2001, contiamo 253 arrestati in ‘flagranza’ di reato. Alla fine saranno emesse solo 49 misure cautelari. Si tratta quindi della maggiore smentita dell’operato della polizia nella storia della Repubblica. Il ‘blitz’ alla scuola Diaz ha portato poi a 93 arresti per associazione a delinquere. A questi è seguita una sola misura cautelare, peraltro non detentiva: per il resto scarcerazione totale. Ripeto: non esiste nella storia della Repubblica un caso analogo di smentita così significativa dell’operato delle forze di polizia. Questo insieme di fatti e questi numeri ci danno il segnale, anche a distanza di dieci anni, di un evento rilevante sotto almeno due profili. Il primo: c’è una manifestazione nell’ambito della quale ci sono momenti di violenza da parte di alcuni manifestanti. Una violenza che tuttavia -questo è stato raramente sottolineato non è stata maggiore che in altre manifestazioni che la nostra storia ha conosciuto. E va tenuto presente che a Genova essa è stata diretta esclusivamente nei confronti delle cose, mentre ad esempio negli anni 70 era spesso rivolta contro le persone. Non intendo con questo minimizzare l’accaduto, ma credo che in ogni analisi si debba partire dai fatti reali e non dalle suggestioni. Il secondo dato è che -lo dice la sentenza della Corte d’Appello nel troncone dei processi verso i manifestanti, che si è concluso con 24 condanne- una parte delle violenze di piazza è stata conseguenza di una gestione assolutamente inadeguata dell’ordine pubblico. Pensiamo al corteo delle ‘tute bianche’, assaltato dalle forze dell’ordine: gli imputati sono stati assolti perché è stata riconosciuta la legittima difesa. Ecco, si è trattato di un mix tra pezzi di manifestazione con
espressione di violenza e una gestione dell’ordine pubblico che definirei piuttosto
 impropria”. 






Ecco quindi Genova come “prova generale”.

“Dopo molti anni, il 20 luglio 2001 in ‘piazza’ c’è un morto, Carlo Giuliani. Non succedeva dal 12 maggio 1977, quando Giorgiana Masi venne uccisa a Roma, sul Ponte Garibaldi.
Dal dopoguerra al 1977, le manifestazioni in piazza avevano portato -sul versante dei manifestanti- 141 morti, cui bisogna aggiungere 14 morti tra le forze di polizia. Fino agli anni 70 dunque la gestione dell’ordine pubblico prevedeva lo scontro all’ordine del giorno, e diffuso. Poi si vive quasi un quarto di secolo in cui -con tutte le difficoltàl ’ordine pubblico è stato gestito in un modo che definirei più civile. Chi l’ha studiato parla di ‘gestione concordata della piazza’, ovvero della ricerca da entrambe le parti di una gestione che consentisse libertà per i manifestanti, senza che trasmodasse in forme di violenza. Una gestione faticosa, ma che ha funzionato, salvo alcuni casi sporadici -come a Torino il 4 aprile 1998-. Con Genova il meccanismo è saltato. Ecco perché lo considero una prova generale: si è aperto un capitolo nuovo. Gli atti lo dicono, i protagonisti lo confermano.
Si comincia con un tentativo di gestione concordata, che però nasce male: ci sono forzature eccessive, il clima è compromesso. Poi tutto salta: ci sono le cariche in via
Tolemaide, prevale lo scontro. A questo concorre certamente una frangia del movimento.
Uso il termine frangia perché è pacificamente una minoranza estrema, che però c’è. Poi però arriva la reazione inadeguata e sproporzionata della polizia. Inadeguata perché  anziché cercare di neutralizzare le frange più violente- si rivolge contro l’intero movimento,
l’intero corteo. Questo è stato il mix che ha determinato la situazione. Che poi è esplosa.
Ma non è stato un imprevisto o un ‘imprevedibile’. Se un evento viene preparato in termini così potenzialmente conflittuali -la zona rossa, le stazioni chiuse-, tutte le parti arrivano con una forte carica di tensione, e quindi l’esplosione non può non essere messa in conto. La piazza a quel punto è solo il momento finale di un processo. Tutto questo, se lo si accompagna a fatti sintomatici -la presenza in loco di alcuni politici di primo piano e dei vertici della Polizia rende difficile dire che è stato il nervosismo di qualcuno a generare tutta la situazione. Perché se spiegassimo l’accaduto dicendo che la situazione è semplicemente ‘scappata di mano’, allora ci troveremmo di fronte a un problema di incapacità totale. Le vicende della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, poi, si spiegano come un maldestro e irresponsabile tentativo da parte della polizia di recuperare credibilità in una situazione in cui hanno fatto una brutta figura a livello internazionale. Si voleva dimostrare che almeno una parte dei responsabili delle violenze di piazza erano stati arrestati e isolati e si voleva dar loro una ‘lezione’. Una sorta di rivincita insomma. La realtà è che si è trattato di violenze inaudite, soprattutto a Bolzaneto, addirittura a freddo”.




A Genova si stava aprendo una nuova fase?
“All’inizio del millennio si inizia a cogliere che le cose sono cambiate. Gli interlocutori della polizia erano sempre state le grandi organizzazioni -i sindacati, i partiti, le associazioni studentesche-, a Genova invece si percepisce l’eterogeneità dei manifestanti, il che rende la manifestazione molto meno controllabile. A questa ‘prova generale’ seguono due dati. Il primo, positivo, è che per una maturità del movimento da un lato, per il controllo che è venuto fuori a livello internazionale dall’altro, salvo momenti isolati la strategia genovese è stata, almeno momentaneamente, battuta. Penso ad esempio a Firenze (il Social Forum europeo de novembre 2002, ndr), dove non c’è stato nessuno scontro. Un’evoluzione da cui non si è tornati indietro. Il secondo, negativo, è che la catena di comando preposta a Genova è rimasta totalmente al suo posto, addirittura con la promozione di molti dei suoi
responsabili. Non c’è stata alcuna presa di distanza della politica dalla strategia adottata
a Genova in quei giorni. Il capo della polizia è rimasto al suo posto, poi è diventato dirigente di primo piano dei servizi, addirittura dopo essere stato condannato in appello per falsa testimonianza in relazione a quei fatti. Vuol dire che attorno a lui maggioranza e opposizione hanno fatto quadrato. Non è sempre stato così: per esempio, in una situazione diversa ma drammatica, nell’agosto 1985, a Palermo Salvatore Marino muore in questura. Immediatamente il ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro si reca in Sicilia e ‘decapita’ i vertici della questura; un mese dopo salterà anche il questore. Non fu un giudizio di colpevolezza penale, ma un giudizio di responsabilità politica. Se in piazza succedono cose che non devono accadere, ci sono dei responsabili precisi, che devono risponderne politicamente prima ancora che penalmente. L’accertamento giudiziario poi, ancorché non definitivo, è un macigno”.

Ma quel movimento aveva ragione

A rileggere i testi degli interventi al Public Forum che accompagnò le proteste di Genova contro il vertice degli “Otto grandi” nel 2001, si resta sorpresi per la perspicacia di alcunevalutazioni e previsioni. Walden Bello, sociologo filippino, fondatore del Focus  on the Global South, sotto il tendone allestito a Punta Vagno, sul lungomare della città, annunciò l’inevitabile crak della finanza mondiale: “Il sistema produttivo –disse Bello nel luglio 2001- non produce più ricchezza. Entriamo in una fase di grave recessione economica. È una crisi di sovrapproduzione: gran parte dei profitti e dei capitali si è mossa dal settore reale a quello finanziario. In poche settimane, a Wall Street, oltre 4,6 trilioni di dollari sono stati bruciati. Il settore finanziario non è in grado di stabilizzare il capitalismo”. Sono passati dieci anni e l’illusione che il “libero mercato” e i movimenti di capitale possano condurre a un’estensione planetaria della società dei consumi è svanita con l’esplosione dei titoli “tossici” e la recessione globale, proprio come diceva Bello. A Genova nel 2001 si parlava di Tobin Tax, di cancellazione del debito contratto dai Paesi del Sud del mondo coi dominatori del pianeta, dell’impoverimento causato dalle politiche di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fondo monetario internazionale, del diritto alla salute confiscato dalla logica del profitto transnazionale, dei cambiamenti climatici incombenti, dell’obiettivo della sovranità alimentare da contrapporre alla micidiale miscela di ultraliberismo (nei Paesi poveri) e protezionismo (in quelli dominanti) imposta dall’agroindustria. A Genova si parlava anche di acqua, anticipando battaglie politiche dei giorni nostri. “Nel mondo un miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile -disse Riccardo Petrella durante un seminario-. Il dominio sull’acqua rischia di provocare innumerevoli
conflitti territoriali, rovinose battaglie economiche e industriali. Bisogna impedire la petrolizzazione dell’acqua. Non è giustificabile considerare l’acqua come fonte di profitto”.
Queste parole, come altri interventi di quei giorni, hanno spinto a denominare “Cassandra” -come la figura mitologica che aveva il dono della profezia e la condanna d’essere invisa ai più e quindi incapace di cambiare il corso degli eventi- la mostra che sarà allestita a Genova durante le manifestazioni per il decennale di quelle formidabili e insieme terribili giornate. Nel decennio che abbiamo alle spalle, mentre la storia dava ragione al movimento-Cassandra, l’ubriacatura liberista è arrivata al suo culmine.


martedì 12 luglio 2011

Dieci anni da Genova

Luciano Granieri


Dieci anni fa,  come oggi, mancava   una settimana al G8 di Genova. In quei straordinari e maledetti giorni  emerse  la voglia da parte di singole presone di mettere in comune le proprie aspirazioni e desideri sepolti  da decenni di melassa mediatica  e nichilismo indotto . Emerse la condivisione e l’organizzazione di una lotta finalizzata ad ottenere il diritto di  decidere autonomamente come vivere, sottraendosi  ai diktat  con cui le regole della finanza  internazionale e del mercato  condizionavano le scelte di Nazioni, non più sovrane,   e ne affamavano le popolazioni . Quelle regole che favorivano e purtroppo ancora oggi favoriscono i profitti, il fare soldi con i soldi, deprimono lo stato sociale e la dignità della gente comune, e sono condivise dalle caste politiche  che hanno il compito di implacabili mastini impegnati  nel difendere con la violenza e la sopraffazione  il privilegio globale di pochi contro la sacrosanta dignità di molti. Prima di Genova questo grande processo di unione e solidarietà fra classi  riuscì  per un certo periodo a sopraffare con le rivolte operaie e studentesche degli anni ’70 le prerogative egoistiche di una èlite capitalistica imprenditorial- finanziaria  vorace e accattona. La contro rivoluzione, mascherata da lotta al terrorismo,  con le forze dell’ordine e i barbari neo fascisti  in prima linea non si fece attendere reprimendo nel sangue  i  tentativi di rivolta .   Dopo un trentennio di assopimento delle coscienze  ottenuto  attraverso gli story telling Reganiani e Tatcheriani,  di cui Berlusconi è stato grande continuatore e  maestro, qualcuno ha scoperto il gioco. I  movimenti si sono riorganizzati, partendo dalle rivendicazione degli anni settanta  hanno allargato il campo del conflitto . Da lotta nazionale di liberazione si passò a lotta globale di liberazione  uno  tsunami che da Porto Alegre a Seattle a Genova investì le coscienze e costruì una dinamica di lotta molto più ampia contro la potenza globale delle multinazionali . Anche questo nuovo risorgimento presto dovette trasformarsi  in resistenza  subendo  l’aggressione violenta  e bestiale delle forze dell’ordine e dei fascisti che questa volta occupavano i posti di comando all’interno della prefettura .  In quei giorni a Genova si consumò una mattanza feroce , si uccise deliberatamente si picchiò fino alla sfinimento  si costruirono prove false . In quei giorni a Genova  non  esistevano più diritti umani e civili.  Dopo dieci anni da quel macello, la speranza  e la condivisione   di un nuovo   progetto di comunità basato sulla difesa dei beni comuni e contro lo sfruttamento del capitalismo riemerge con forza attraverso il risultato dei  referendum,  delle lotte contro la TAV  e contro altre aggressioni locali al territorio  e ai beni comuni (vedi aeroporto di Frosinone-Ferentino) anche questo tentativo di riorganizzazione è contrastato con la violenza e la diffamazione, vedi la manifestazione No Tav.  Continua dunque la lotta.  Per rivivere quei drammatici eventi a 10 anni di distanza proponiamo in post  diversi il film (BELLA CIAO)  realizzato dal ACOIRIS TV. Sono nove video che invitiamo a vedere perchè il passato possa servire da lezione per il futuro.

Oltre ai video pubblichiamo testimonianze e racconti di chi c’era e di chi commentava .






Segue con altri due post