Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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mercoledì 20 ottobre 2021

Storia non conforme con morale

 Luciano Granieri


Maria Lucia ed io non possiamo negarlo, Siamo affascinati dal Parco Nazionale d’Abruzzo. Ci piace addentrarci in boschi da favola i cui colori, soprattutto d’autunno, diventano surreali e fanno volare la fantasia verso lidi fantastici, inimmaginabili. Ci piace anche camminare per le vie di Pescasseroli, un paese dove caratteristici vicoli tipici di un borgo, si connettono con un tessuto urbano discreto ma razionale. 

LA RICERCA

Proprio all’ultima nostra visita nella capitale storica del Parco Nazionale d’Abruzzo si riferisce la storia che voglio raccontare. Dopo una mattinata passata fra i boschi di Forca d’Acero e della Val Fondillo decidiamo di mangiare un boccone proprio a Pescasseroli e aspettare la sera passeggiando per quei vicoli così belli e ordinati. Eravamo anche alla ricerca di un negozietto di saponi e creme cosmetiche, realizzati con latte di capra, che avevamo scoperto nella nostra ultima visita fatta nel borgo. Non ricordavamo dove fosse, e dopo aver piacevolmente cercato, girovagando in un atmosfera surreale fra silenzi d’altri tempi, balconi agghindati con i fiori, intravedendo tende intessute a tombolo far capolino dalle finestre, decidiamo che forse è meglio chiedere indicazioni circa la posizione del negozietto di saponi. 

LA NOSTRA GUIDA PERSONALE

In un fresco e assolato primo pomeriggio d’autunno di un giorno feriale trovare qualcuno a cui chiedere non sembrava impresa semplice. In un vicolo ci appare una signora intenta a spazzare meticolosamente l’ingresso della stradina. Chiediamo con una certa timidezza, temendo di disturbare, se conoscesse l'ubicazione  del negozio. La signora, riponendo la scopa, non mostrando alcun fastidio, con molta cortesia e giovialità ci indica la strada. A quel punto chiediamo anche se, per caso, conoscesse anche l’orario di apertura. La risposta è stata veramente inaspettata. Non lo sa esattamente, ma si offre di accompagnarci presso l’abitazione della padrona del negozio, che è li vicino, in modo da ottenere una giusta informazione. Sopraffatti da tanta gentilezza Maria Lucia ed io la seguiamo. Giunta sull’uscio la gentile signora prima suona il campanello, poi non ricevendo risposta, bussa in modo energico sul legno del portone.

CONSULTAZIONE DI QUARTIERE

 Si avvicina un anziano, molto cortese, da cui apprendiamo che la padrona del negozio è fuori. Non c’è problema, la nostra gentile guida suona il campanello della  porta accanto chiedendo alla vicina se ha il numero di cellulare  della persona che stiamo cercando. La vicina, non solo ha il numero, ma si offre di chiamare lei stessa. Dall’altra parte del telefono  la gestrice del negozio risponde confermando che aprirà di lì ad un’oretta. Io e Maria Lucia ci guardiamo stupiti perché non eravamo più abituati a vedere delle persone, mai conosciute, adoperarsi in modo così cortese e solerte con noi che, fra l’altro venivamo da fuori. Roba di altri tempi e di altri luoghi. Ringraziamo tutti per la loro cortesia e decidiamo di avviarci verso il negozio, che è anche il laboratorio dove vengono prodotti i saponi, per verificare esattamente dove sia, in modo di tornarci, all’ora indicata dopo aver passeggiato ancora un po’. 

LA SIGNORA DEI SAPONI AL LATTE DI CAPRA

Arrivati davanti al laboratorio, la porta è aperta e la signora dei saponi era già li ad attenderci. Dopo averci illustrato le proprietà dei suoi prodotti ed averci consegnato ciò che avevamo chiesto, ci invita a rimanere ancora un po’ .”Tanto è presto” dice. Ci racconta quasi tutta la sua vita. Ci dice dei figli, del marito, di come è nata l’idea di produrre saponi e creme con il latte di capra. Rimaniamo a conversare amabilmente e piacevolmente di tanti argomenti almeno per un’altra oretta fino a quando fa capolino una cliente. A questo punto ci sembra corretto non rubare altro tempo alla gentile signora dei saponi. Lasciamo il negozio, diciamolo pure, contenti, sollevati di sapere che una diversa convivenza sociale è possibile. 

MORALE

Spesso discettiamo sulla rovina a cui sta portando un’ acredine diffusa che rende le persone particolarmente astiose, diffidenti verso gli altri, quando non ostili. Assistiamo impotenti all’estremizzazione di un individualismo imposto dal vecchio adagio “divide et impera” , che obbliga ad una vita precaria, schiava di un tempo contratto e di un ansia per la difesa di non si sa bene cosa (forse un diritto scambiato per privilegio) e non si sa bene da chi, (l’immigrato, il vicino, chiunque sia “altro” da noi). Ebbene il prodigarsi senza scopi reconditi, l’attenzione regalata a persone sconosciute, che semplicemente necessitano di un’informazione, mostrate da quelle cittadine di Pescasseroli, ci restituisce la speranza che non tutto è perduto e che quando parliamo di condivisione sociale, abbiamo ancora qualche punto di riferimento preciso. Sta a noi non far deflagrare tutto, tenendo ben presente certi esempi virtuosi e porli alle fondamenta di una società fondata su condivisione e solidarietà sempre auspicata ma mai praticata.

venerdì 26 dicembre 2014

L'Aperossa che garba

a cura di Luciano Granieri


L’individualismo sfrenato, la mancanza totale di condivisione dei luoghi  pubblici, l’assenza di solidarietà sociale. Questi sono gli elementi che concorrono a costruire una società di  solitudine diffusa . Una moltitudine parcellizzata, confinata nel proprio piccolo mondo in cui l’autostima si misura su ciò che si possiede piuttosto che sul come si è. Una moltitudine in cui la relazione con gli altri per lo più si esplica in modo asettico attraverso i social network. Siamo ancora in grado di partecipare ad una rete di rapporti basata sul contatto personale?  Siamo ancora capaci di identificare il luogo pubblico, la piazza, il bar del quartiere come scenario indispensabile per una efficace e duratura crescita qualitativa della condivisione sociale?  Francamente, nonostante la devastazione prodotta dalla concezione neo liberista della società, in cui l’elemento principe delle regole di socializzazione è la competitività in luogo della solidarietà, sono fiducioso sul fatto che una rete di rapporti sociali sani, solidi e inclusivi sia ancora realizzabile. Ma è necessario ripartire dai luoghi delle proprie origini, conoscerne la storia e soprattutto è essenziale coinvolgere i giovani. L’esperimento a cui si stanno applicando i ragazzi del Liceo Socrate di Roma, consistente nel raccontare il loro quartiere “La Garbatella” attraverso modalità condivise e partecipate, può costituire un primo passo fondamentale per tornare ad appropriarsi di quegli spazi comuni vitali per lo sviluppo di una società sana, ricca nel benessere e non nel possesso. Il video che segue a cura dell'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio  è una testimonianza esemplare di quanto i giovani possano essere straordinari attori di un processo di riappropriazione di un modello di organizzazione sociale ormai in via di estinzione.

Luciano Granieri


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Prima fase del laboratorio che coinvolgerà i ragazzi del Liceo Socrate di Roma nel racconto loro quartiere: la Garbatella.
Progetto realizzato con il contributo dell'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e del Comune di Roma - Municipio VIII.

Regia: Emanuele Redondi


sabato 23 agosto 2014

Organizzazione del potere da parte dei bambini

 Luciano Granieri.

Mentre ci si accapiglia per agguantare l'ultimo dividendo azionario.  Mentre si è indaffarati a trovare l'investimento giusto.  Mentre si cerca di diversificare il portafoglio selezionando i diversi fondi d'investimento nel salotto buono delle banche d'affari. Mentre ci  si industria  a trasferire i capitali nei paradisi fiscali per non pagare le tasse.  Mentre si esortano i paesi del sud Europa ad abolire le Costituzioni antifasciste elaborate dopo la II guerra mondiale, perchè pericolosamente socialiste. Mentre ci si affanna a inviare armi in zone dove la guerra è senza controllo. Mentre si permette ad una nazione di compiere una strage continuata su prigionieri di un penitenziario a cielo aperto,  succede che Save the Children ci rammenta quanto segue: Cinque milioni e mezzo di bambini sono vittime di lavoro forzato e di sfruttamento sessuale. In Italia nel 2014 si segnalano ben 28.000 i minori tra i 14 e i 15 anni (sia italiani che stranieri) coinvolti in attivita' definibili a rischio di sfruttamento, svolte in contesti familiari (43%) o, se esterni, principalmente nei settori della ristorazione (43%), dell'artigianato (20%) e del lavoro in campagna (20%).9.300 minori stranieri non accompagnati arrivati tra il primo gennaio e il 19 agosto nel nostro Paese via mare sono a rischio  serio di sfruttamento. L'aggressione israeliana in Palestina oltre che a provocare la  morte di un bimbo israeliano, ha ucciso altri 503 bambini palestinesi, ne ha  feriti 3.000 di cui mille con disabilità gravi. Altri 1.500 bambini sono rimasti orfani e 3730 hanno necessità immediata di supporto psicologico. E' civile un mondo che provoca  tutto questo? Che ideologia è quella che determina lo sfruttamento e l'annientamento dei bambini? E se proprio i bambini si ribellassero. Come sarebbe il mondo con i bambini al potere? Sicuramente molto più umano e meno violento. Ma qualcuno ha già immaginato lo scenario dei bambini al potere e l' ha tradotto in musica. Con la speranza che almeno si rifletta seriamente su una società che sottomette perfino i bambini agli interessi finanziari, auguro buon ascolto.

martedì 19 agosto 2014

Le donne e i centri sociali

Comité du Cinema Invisible




Un grazie speciale va ai compagni di
Infoaut, Global, Askatasuna, Pedro, Rivolta, Morion, Teatro Valle Occupato, Exploit, Newroz, ai CUA tra Torino e Palermo, Zero 81, Zam, Esc, Point Break, ex Rebeldia o Municipio dei Beni Comuni, Aut Aut, Tpo, Insurgenzia Napoli, Reality Schock, per le preziose esperienze di vita e per tanto altro.


venerdì 8 agosto 2014

Amebe

Simonetta Zandiri


Bravi, giocate, continuate così. SubdolaMente. Tirate a lucido le vostre maschere, tanto prima o poi cadranno, una alla volta cadranno tutte. E allora sarà uno shock anche per voi guardare chi e cosa siete veramente. 

Fate schifo, fate veramente schifo.

Inganni, sotterfugi, teatrini, messinscene, tutte le accuse che riservate al nemico (e che condivido) si svuotano nella misura in cui usate gli stessi metodi, la stessa bassezza, lo stesso squallore, forse persino con meno raffinatezza, forse l'unica differenza è che lo fate per una cifra inferiore, o per paura, o per bisogno di un "ruolo". 
Avete tirato troppo la corda, secondo me non avete fatto bene i vostri calcoli, non avete misurato le forze in campo. Perché non potete calcolare l'imprevedibile.
La creatività è imprevedibile.
Anche la bellezza lo è.
E voi non avete niente di tutto questo.
Amebe. 
Cadranno le vostre maschere, e voi con loro.


Foto clip  a cura di Luciano Granieri 
Brano: Summertime
Paolo Fresu: Tromba, multi effetti, percussioni
Dahfer Youssef: Voce
Nguyen Le: Chitarra elettrica
Antonello Salis: Pianoforte

venerdì 25 luglio 2014

Roma Trastevere e il Cinema America occupato

Nel tessuto urbano di centri  grandi e piccole, ma sopratutto nelle città d'arte, molti quartieri dei centri storici, hanno registrato lo svuotamento della popolazione locale a vantaggio dell'insediamento di ricchi speculatori. Il flagello della globalizzazione si abbatte finanche sulla cultura e sulla tradizioni che nascono dai quartieri e che costituiscono fondamento di un'identità culturale e sociale specifica di una città. Una identità formatasi nel tempo attraverso storie collettive, processi di integrazione e solidarietà. Nell'alveo di questa specificità sociale si inserivano forme di economia particolare, basata sull'artigianato e sulle produzioni tipiche. Il processo di evoluzione culturale passava attraverso luoghi simbolo, mitici: cinema, teatri, ma anche piazze o altri luoghi cardine dell'aggregazione popolare. Oggi tutta questa specificità culturale sedimentata in secoli, passata attraverso tragedie, come i vari conflitti succedutisi nel corso della storia,  viene distrutta, asfaltata da una logica speculative e privatistica che, prima ha cacciato pezzi di popolo con il loro patrimonio culturale, e poi si è insediata con l'unico scopo di realizzare profitto da ambienti urbani  unici. Ciò che è stato ricostruito sul deserto creato dalla devastazione speculativa, è un coacervo di centri di profitto. Attività commerciali, spesso appartenenti a grandi multinazionali,  quando non alla criminalità organizzata che ormai è a buon titolo inserita nel catalogo speculativo neoliberista,  tutte uguali, tutte orientate allo sfruttamento di luoghi e persone.Ciò è quanto accaduto a Trastevere. Ma come spesso succede  anche quando la sconfitta globale per il popolo sembra inesorabile c'è qualcuno che resiste. Sono resistenti deboli, spesso disorganizzati, ma che comunque costituiscono una speranza  per  la  riconquista di spazi culturale e sociali indebitamente espropriati alla collettività.  Il video che segue realizzato per l'archivio audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, è una testimonianza di questi focolai di resistenza.

Buona Visione.
Luciano Granieri.





Realizzato da Emanuele Redondi e Paolo Palermo
Musiche: David Redondi
Produzione: Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
Si ringraziano per la gentile partecipazione: Basilio Pennetta, Massimiliano Iachini, Francesco Lomonaco e Samuele Marcucci (Cinema America Occupato)

mercoledì 28 maggio 2014

Il doposcuola deformante

Aida Clandestina


Non scoraggiamoci, però riflettiamo un po' di più. La mia generazione è sicuramente colpevole di questo disastro ma ne è in parte vittima, quanto i più giovani. Vittime, si. Formati tutti nella stessa scuola, obbligatoria come opportuntà di crescita ma non per questo in grado di creare menti libere e alimentare lo spirito critico. Al contrario, anzi, la competizione è iniziata tra quei banchi, dove spesso è morta la co-operazione. Essere migliori, non di sé stessi ma all'interno di un contesto, quindi prevalere e magari prevaricare, o sfruttare quelle fortune come vantaggio personale anziché riconoscerle come privilegi. Plasmati, più che formati, rinchiusi, più che liberati. Moralizzati nell'apparenza in quelle Chiese dove i genitori ti mandavano ma si guardavano bene dall'accompagnarti. nell'apparenza, perché nella sostanza era una questione di fortuna trovare "una guida spirituale", mentre il più delle volte se eri bambina trovavi quella mano morta che dalla tonaca si infilava sotto il tuo gonnellino... 

La prima delega da distruggere è quella nell'educazione, e invece negli anni è cresciuta, non mi pare di aver visto genitori sbraitarsi per la qualità dei programmi ma spesso si litiga per i menu' della mensa o perché non tutte le scuole fanno "il continuato" e come fanno i genitori che lavorano a lavorare?
Siamo tutti talmente omologati che se ci mettiamo a giocare a "trova la differenza" in meno di due secondi abbiamo un'etichetta per tutti. Siamo tutti talmente simili che persino scorrere i profili su FB è ormai monotono, copia e incolla o link senza alcun commento condivisi cosi', senza capire se quello che condividi ti piace, ti fa cagare, o ti ha solo incuriosito.
Facciamo una proposta rivoluzionaria: creiamo un #doposcuola deformante. Che prenda tutte le certezze consolidate dalla scuola ed insegni a queste piccole creature a ribaltarle. Un doposcuola autogestito. Creativo. Ribelle. Irriverente. Libero. 
Eh, ma avercelo il tempo, siamo già pronti a rispondere. Dobbiamo lavorare, qui, senno' non si campa. Certo. E anche questo è ormai assodato. Intere famiglie sotto pressione con genitori che stanno fuori casa 12 ore al giorno, che vivono in case dormitorio dove tra vicini ci si scanna solo alle riunioni condominiali perché c'è tizio che ha il cane che abbaia e piscia per le scale, e non c'è nessuna "comunità" a poter supportare questi progetti, non c'è da oltre quarant'anni, ormai. Non c'è e ci siamo rassegnati, adattati. Camminiamo in mezzo alla gente spesso digitando su quei display, senza neanche uno sguardo o un saluto per chi ci passa accanto. I nostri corpi non comunicano più senza un intermediario, che sia da borsetta o da scrivania non ha importanza, purché sia un filtro tra noi e gli altri.
E poi la scusa pronta ce l'abbiamo: è la TV che ha rovinato tutto. Certo. La cultura di massa. L'informazione di massa.
Statene certi, è andata cosi'.
Parola di chi dalla massa si protegge. Isolandosi. Come il resto della massa.

domenica 22 dicembre 2013

Parte la scuola di formazione Don Gallo, a cura dell'Osservatorio Peppino Impastato

Osservatorio Peppino Impastato Frosinone

Siamo in una fase politica e sociale in cui i cittadini, vuoi per scelta, vuoi per rassegnazione, si trovano a subire passivamente decisioni imposte dalle èlite che giorno per giorno ne impoveriscono le condizioni di vita e ne determinano l’impossibilità di pensare minimamente ad un futuro possibile.  Questo processo parte dalle burocrazie finanziarie e a cascata si ripercuote sulle realtà nazionali fino ad arrivare ai contesti amministrativi delle singole città. Un sistema che incide profondamente la carne viva di donne e uomini assopiti in un limbo culturale. Uno stato di deprimente solitudine che spinge il singolo individuo ad aggrapparsi a qualsiasi elemento che possa sembrare utile a rimanere a galla. In particolare l’esasperazione favorisce le pulsioni  egoistiche  per cui si tende a  individuare come causa della propria precarietà  colui che  patisce le stesse sofferenze.  Impera uno stordimento generale,  in cui una nebulosa di false informazioni e narrazioni di impossibili successi,  contribuisce a  definire una costruzione del reale,  del assolutamente  tutto distorta.  Tutto ciò ha favorito la regressione delle comunità ad una fase pre politica, in cui si sono perse le prerogative di partecipazione alle decisioni della cosa pubblica, perché non si ha più la forza di rendersi consapevoli  delle dinamiche sociali e storiche,  dei risvolti amministrativi che determinano la nostra condizione.  Questo tipo di formazione nel secolo scorso era svolta dai partiti di massa. Nelle sezioni di partito,  ma anche nelle piazze attraverso, incontri pubblici, i cittadini venivano informati  su quale erano  gli scenari socio-politici in cui la comunità era immersa, sul come muoversi all’interno di  essi per difendere i diritti acquisiti e provare a conquistarne altri. L’Osservatorio Peppino Impastato, lungi da essere un partito politico, ma ponendosi l’obbiettivo di  promuovere e perseguire forme sempre più estese e diffuse di partecipazione e cittadinanza attiva per  conferire  ai cittadini una capacità di controllo e di  rafforzamento delle istituzioni democratiche repubblicane, propone un programma di formazione che inizierà a partire dalla seconda settimana di gennaio. Si tratta di incontri tenuti da   cittadini che, per attitudine,  esperienze di studio  , per professione, hanno acquisito delle competenze da condividere con altri cittadini.  Non  a caso in ogni incontro è previsto un dibattito sui temi proposti. Si ritiene così   di dare vita a momenti di confronto e condivisione dei problemi, atti a    rompere quella gabbia di individualismo e solitudine che attanaglia il vivere quotidiano e di fornire degli strumenti per tornare con consapevolezza ad occuparsi del funzionamento delle istituzioni. I temi che tratteremo riguarderanno: l’incidenza che ha avuto e che ancora ha  il fenomeno mafioso   e criminogeno sul tessuto economico e sociale del  Paese,  la  possibilità di progettare un nuovo sistema di welfare atto a smorzare il letale combinato disposto fra la crisi del lavoro e l’inadeguatezza delle attuali protezioni sociali, le modalità di lettura ed interpretazione dei bilanci comunali e delle istituzioni locali in genere ed infine la descrizione dei diritti di partecipazione e di rappresentanza che costituzionalmente appartengono al cittadino. Di seguito il programma degli incontri. Sono ancora da definire con precisione le date, ma non mancheremo di informare nel merito    non appena sarà deciso il calendario degli incontri.


lunedì 16 settembre 2013

Active City, il movimento è protagonista .

Pasquale Coccia, da Alias del 14 settembre

Intervista a Antonio Borgogni, docente all’Università di Cassino e promotore di un modello già in atto in molti paesi d’Europa. “Centrale è la riqualificazione partecipata dello spazio pubblico per aumentarne accessibilità e fruibilità.

Dal 16 al 22 settembre l’Ue promuove la settimana della mobilità sostenibile, proponendo ai cittadini di rendersi protagonisti attraverso il movimento. Si possono percorrere a piedi alcuni tratti casa-lavoro, muoversi in bici e integrare il percorso con i mezzi pubblici, fare esercizi agli attrezzi posti davanti alla fermata dell’autobus. E’ un modello che in altri paesi europei è già stato realizzato e si chiama Active City. Antonio Borgogni, docente all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, su questi temi ha sviluppato ricerche comparate tra Finlandia, Francia, Spagna e Italia. Dal 2010 promuove Active City . www.activecity.it, che propone l’idea del corpo come analizzatore della qualità della vita in città in relazione agli approcci delle Città Sane e Smart. Ha pubblicato il libro Body Town Planning and Partecipation- The Roles of Young people and Sports.
Che cosa è una città attiva?
E’ la città in cui le infrastrutture,i servizi di mobilità sportivi, ricreativi e l’ambiente sociale facilitano l’uso del corpo nella vita quotidiana contribuendo a rendere la città più sana , intelligente vivibile e sicura. Centrale è la riqualificazione partecipata dello spazio pubblico  per  aumentare l’accessibilità, la fruibilità,  la sicurezza, l’estetica.
Quali caratteristiche deve avere una città attiva ?
La comunità scientifica è concorde sul fatto che lo stato di salute positiva si ottenga grazie all’attività motoria quotidiana e non solo alla pratica sportiva. Una città attiva deve essere dotata di percorsi pedonali, ciclabili, spazi verdi, impianti sportivi accessibili sia dal punto di vista infrastrutturale che economico, servizi di trasporto efficienti con fermate entro 300 metri dall’abitazione. Ricerche svolte in vari paesi dimostrano che la prossimità degli spazi verdi, di impianti, di percorsi ciclabili o pedonali incrementa i livelli di attività motoria   dei cittadini.        
Quali sono i vantaggi sulla salute dei cittadini e della città?
I benefici principali, secondo la guida dell’Oma Europa Una città sana è una città attiva, risiedono nel miglioramento della salute dei cittadini attraverso una diminuzione della sedentarietà e delle malattie che ne derivano con conseguente risparmio della spesa sanitaria e dei trasporti. Pur essendo questi  gli obbiettivi principali delle istituzioni, la città attiva favorisce altri aspetti importanti, quali l’allargamento delle reti sociali, il miglioramento della qualità ambientale, una maggiore produttività dei cittadini e dei lavoratori, la creazione di ambienti più vivibili e attraenti per residenti, turisti e per chi intende cambiare città, il miglioramento  della qualità del’aria e dell’inquinamento acustico,una maggiore accessibilità alle aeree verdi, la riqualificazione partecipata del quartiere e l’incremento della coesione sociale  e dell’identità comunitaria.
Quando  e dove nascono i primi modelli di città attiva?
La sensibilità ambientale nata nei paesi centro e nord europei negli anni Settanta può essere considerata l’origine moderna di un’idea di città come reazione al traffico automobilistico. I woonerf (strade condivise) olandesi nascono in quegli anni. Oggi diverse città europee si muovono in questa direzione con progettazioni integrate: Copenaghen, può essere considerata esempio di promozione della mobilità ciclabile; Barcellona con la capillare diffusione di spazi ricreativi e sportivi, formali e informali, le tante esperienze di cittadine europee che adottano il sistema degli Shared Space, diverse città italiane che fanno parte della rete “Città Attive” nata nel 2012.
Che cosa dovrebbero fare gli amministratori di una città per avviare politiche di città attiva?
Partire dalla ricognizione dell’esistente, vi sono molti spazi urbani nelle nostre città che con interventi limitati possono essere valorizzati. Inoltre, avviare un tavolo intersettoriale interno all’amministrazione aperto ai contributi di esperti e delle realtà associative e private del territorio. Ad esempio, con la regia dell’ente locale e di esperti, i volontari di un’associazione possono dare un grande contributo all’avvio di un’esperienza di percorsi sicuri casa-scuola (piedi bus) mentre l’associazione degli albergatori può essere interessata a promuovere la città come attiva. Come avviene in varie realtà sono i siti degli alberghi stessi che propongono l’hotel rimarcando come nella vicinanze ci sia il percorso ciclabile o per fare jogging. Ogi progetto e piano d’azione va realizzato in base al contesto specifico. Il ruolo principale degli esperti è questo.
E’ possibile rendere attive città come Roma, Milano, Napoli, Torino?
La situazione delle grandi città italiane è complessa. Una scellerata politica della mobilità fin dal dopoguerra ha portato ad avere il più alto indice di auto per abitante in Europa (l’indice di motorizzazione di Roma è tre volte quello di Parigi). Tuttavia si registrano alcuni segnali. Torino, che fa parte delle città attive, ha attivato un protocollo come città camminabile. E’ una direzione obbligata visto ciò che sta accadendo in Europa.
In quali centri sono state realizzate politiche di città attive?
Con progettazioni ancora integrate possiamo citare le città che hanno partecipato al primo seminario Active City: costruiamo il modello italiano svoltosi a Ferrara  nell’ottobre del 2012: Udine, città che è stata per vari anni capofila della rete italiana “Città Sane”, Torino, Bari, Casalecchio di Reno e varie altre realtà tra cui le interessanti azioni di promozione dell’attività motoria della Regione e del Servizio Sanitario dell’Emilia Romagna; citotra tutte la capillare campagna per la promozione dell’uso delle scale.
Quali modelli hanno realizzato nelle grandi città europee?
Copenaghen ha puntato sulla ciclabilità con l’obbiettivo di divenire “car free”e “carbon neutral” city entro il 225, a dimostrazione della necessità di politiche integrate. Turku,in Finlandia, promuove da vent’anni le politiche più innovative attraverso sistemi infrastrutturali di accesso gli impianti, di promozione dell’attività motoria a partire dal cammino, basati sui dati scientifici che le università finlandesi hanno evidenziato.
Quali paesi dell’Ue sono avanti nelle politiche delle città attive?
La Finlandia dal punto di vista dei cittadino fisicamente attivi, è tra i primi in classifica in Europa. I paesi in cui il tasso di sedentarietà è più basso sono quelli in cui queste politiche sono più avanzate, come in Scandinavia, Olanda, Svizzera e in parte Gran Bretagna.
Nelle grandi città dei paesi extraeuropei sono state realizzate politiche di città attive?
In Europa, Nord America e alcune nazioni asiatiche la linea di tendenza  della riqualificazione urbana si concentra sulla vivibilità dello spazio pubblico, compresi gli spazi pedonali e ciclabili, in Italia c’è scetticismo sulla possibilità di sviluppare politiche del genere, si dice che è facile parlare dei paesi del Nord Europa, ma dopo Amsterdam la seconda città mondiale ad avere aumentato gli spostamenti  ciclabili negli ultimi venti anni è Bogotà! Se è possibile a Bogotà, una città di 9 milioni di abitanti posta a 2600 metri di altitudine con 350 km di piste ciclabili, perchè non da noi?
A quali “comodità” devono rinunciare gli abitanti di una città attiva?

E’ una domanda molto interessante, cruciale per predire il successo di una proposta. Verrebbe da dire a nessuna, perché una città attiva consente spostamenti più veloci rispetto a una città ordinaria. Il punto di svolta sta nell’agire in modo integrato (con politiche educative, della mobilità, sociali, urbanistiche) in modo tale che la percezione dei cittadini si modifichi. Il successo del Vèlib a Parigi risiede nella percezione del vantaggio (risparmio di tempo, salute, stare all’aria aperta anziché nel metrò) che i cittadini hanno nell’usare il sistema di biciclette pubbliche.  E’ anche un buon esempio di contatto tra città attiva e città smart viste le varie modalità tecnologiche con cui funziona. La vera rinuncia è alla pigrizia e alla conseguente sedentarietà

martedì 30 aprile 2013

FARE ASSIEME ACONCAGUA

Associazione Aconcagua


CARI AMICI,
L'Associazione ACONCAGUA - Fare Assieme per il Bene Comune
VI INVITA AI GIOVEDI DEL CAFFE' SOLIDALE CHE AVRANNO INIZIO IL 2 MAGGIO ALLE 18,30
PRESSO LA LIBRERIA CAFFE' ITHACA, IN VIA GARIBALDI 62 A FROSINONE
CON LA PROIEZIONE DEL FILM:
ALTA TENSIONE
PS:CHI DOPO IL FILM VORRA' FERMARSI POTRA' CENARE CON UN MENU' FISSO A 10 EURO


venerdì 5 aprile 2013

Coscienza della disperazione

Luciano Granieri


"Fin tanto che i proletari potranno essere distratti dalla loro disperazione  dagli pseudo eventi creati da media i super ricchi non avranno nulla da  temere" .

La frase del filosofo americano in poche parole coglie magnificamente il nocciolo delle ragioni della grande devastazione sociale che sta flagellando le nostre comunità. Illustra  il motivo principale per cui oggi diventa arduo, se non impossibile,  ricostruire una vera coscienza di classe. E’ crudo ammetterlo, ma finchè non si coglierà la gravità della nostra disperazione, oggi ancora si arriva a negarla, il famoso 99%  di coloro che possiedono  il 20% delle risorse mondiali, rispetto a quell’1% che invece dispone del restante 80%, sarà destinato ad impoverirsi sempre più. Dunque in primis     sarebbe  saggio eliminare le distrazioni.
 Ma  in che cosa consistono queste distrazioni? Fondamentalmente possono essere divise in due categorie. Quelle create dai super ricchi e quelle messe in campo dagli stessi poveri o da chi pretenderebbe di rappresentarli. Nell’analisi del primo gruppo il discorso è complesso e parte da lontano. 

Alla fine degli anni ’70 il mondo occidentale usciva da due decenni di profonde lotte sociali. Conflitti in cui il consolidamento di una classe  proletaria   in senso lato, comprendente  lavoratori dipendenti,  studenti, ma anche pezzi di società discriminata come gli afroamericani dei ghetti statunitensi e  gli immigrati , era riuscita a strappare diritti civili importanti. Si stava realizzando un primo scacco al capitalismo post bellico, impegnato  ad imporre la propria egemonia. Tutto ciò mise in moto processi  controrivoluzionari i quali furono  caratterizzati, oltre che da fenomeni violenti  come la repressione e il terrorismo di stato, anche da strategie più subdole e tremendamente efficaci la cui accelerazione si ebbe nel corso delle  presidenza Reagan , negli Stati Uniti e della Thatcher in Inghilterra.

L’obbiettivo  non era soffocare il conflitto con la repressione, ma rimuoverne le ragioni, cercando di convincere il proletariato allargato  sulla possibilità  fallace di diventare ricco e acquisire gli stessi privilegi degli esponenti di quella classe che stava così strenuamente combattendo. L’operazione era complessa perché doveva rivolgersi ad ogni singolo individuo  rivoluzionandone i processi di determinazione della  propria autostima. Si  dovevano cambiare i valori in base ai quali una persona poteva sentirsi  soddisfatta.  L’ essere considerato per le proprie capacità di stabilire rapporti di amicizia, per la propria sensibilità e umanità, per la propensione di stare in mezzo agli altri, oltre che per le proprie disponibilità economiche, erano  valori da  rimuovere . La percezione del successo doveva unicamente derivare dalla capacità di soddisfare il proprio desiderio di possedere cose e oggetti.

Il concetto era il seguente:  Più un individuo ha la possibilità  di acquistare cose, di sostituirle con altre più recenti ed aggiornate,  più è considerata persona di successo. Per dirla  con  BAUMAN è l’oggetto che determina la felicità, attraverso il suo possesso e la frequenza della sua sostituzione e non un altro soggetto che apprezza e promuove i suoi simili  sulla base di comportamenti e azioni .  E’ più facile auto -misurare il proprio grado di successo attraverso la frequenza con cui si cambia il cellulare o si acquista la smart tv più performante sul mercato , piuttosto che accettare che siano gli altri soggetti a giudicare,  con il rischio che il giudizio possa risultare  negativo.  Una volta riuscito questo sovvertimento valoriale, i super ricchi non sono più considerati responsabili della condizione precaria della moltitudine  perchè usurpatori di diritti e ladri di risorse della comunità , ma vengono addirittura presi a modello. La povertà è causata da una propria inadeguatezza e incapacità , elementi che vanno a tutti i costi migliorati.

Un’ altra conseguenza  è che si innesca una gara fra poveri a chi riesce maggiormente ad avvicinarsi allo status di ricco, una condizione evidentemente irraggiungibile . “L’altro” non è un soggetto con cui condividere i propri problemi, ma è un competitore che rallenta il proprio processo di avvicinamento al benessere.  La capacità delle televisioni dei nuovi media di creare con la pubblicità  effimeri modelli di successo cui mirare  ha reso possibile la realizzazione di questo piano devastante.  Ad Harlem, nei quartieri neri più poveri, abbondano i cartelloni pubblicitari con le gigantografie di giocatori di basket che promuovono la scarpe Nike.  Potrebbe apparire  un contro senso promuovere scarpe che costano diverse centinaia di dollari in quartieri così poveri. Ma non lo è. Infatti è proprio la voglia repressa di riscatto che porta ragazzi e giovani non abbienti a desiderare quell’oggetto  che sfoggia chi ce l’ha fatta a diventare ricco ma solo per doti atletiche naturali.  Procurarsi i dollari necessari ad acquistare quell’icona di successo diventa fondamentale  e non importa se ciò avviene con atti violenti (rapine e aggressioni). In questa ottica si inquadra la sempre maggiore frequenza di ricorso al credito al consumo da parte delle persone meno abbienti e la conseguente crisi debitoria delle famiglie.

In Italia la storia è nota. Non è un caso che ci ha governato per vent’anni e ancora continua a condizionare la politica del Paese è un signore che possiede tre televisioni, diversi giornali  e gode del consenso costante di almeno dieci milioni di italiani, nonostante sia un delinquente conclamato.  Ma oggi con l’avanzare della crisi, inevitabile a fronte di un sistema che rende i ricchi sempre più ricchi, concentrati in una cerchia che tende a restringersi,  e i poveri sempre più poveri e numerosi,  che un tale oliato sistema presenti qualche cedimento. Infatti tornano a materializzarsi venti di lotta.  Ma qui entra in gioco la seconda categoria delle distrazioni, quelle determinate, consapevolmente o inconsapevolmente,  dalla stessa classe meno abbiente o da chi pretende di rappresentarla.

Lo scopo è quello di indirizzare la protesta verso altri obbiettivi che non siano finalizzati al sovvertimento del sistema. La denuncia delle corruzione dei politici con l’utilizzo di linguaggi violenti ed eclatanti, il rifiuto dell’euro e delle politiche dell’Unione Europea,  sono in parte condivisibili  e sono reali. Ma corruzione, Unione Europea, oltre che al Fondo Monetario internazionale e la Bce non sono altro  che  l’apparato esecutivo  della trappola ordita dai super ricchi  attraverso la lauta remunerazione dei propri  solerti burocrati. Nella schiera di tale burocrazia inserisco a pieno titolo alcune forze  sindacali e riformiste la cui funzione è quella di addormentare la protesta, deviarla su binari morti. Combattere queste forme può essere utile ma è insufficiente e addirittura fuorviante nell’identificazione del vero  nemico. L’unica processo vero per tornare a sperare in una possibilità di riscatto è quindi, RIMUOVERE LE DISTRAZIONI, concentrarsi sulla propria disperazione che inevitabilmente ci restituirà la lucidità per capire che  l’arricchimento smodato non è il risultato di particolari abilità, ma è il frutto dell’appropriazione indebita di risorse destinate a tutta la comunità.

I ricchi non sono i  più illuminati  per cui è necessario seguirne le gesta, sono semplicemente più ladri e usurpatori e vanno combattuti senza pietà. Questa presa di coscienza però necessita del profondo  ripensamento dei rapporti sociali così  come si sono determinati fino ad oggi. E’ un processo lungo e forse irrealizzabile, ma l’acuirsi di una crisi che genera terribili privazioni e disperazione può forse provocare quello shock necessario a riacquistare la propria coscienza di classe. Sarebbero necessari però aggregazioni di cittadini, movimenti che si incarichino di indirizzare le conseguenze dello shock verso gli obbiettivi giusti. Il movimento alter mondista, i social forum erano sulla buona strada , fino a che una parte di essi si è rivelata permeabile alle infiltrazioni del capitalismo finanziario. Forse bisognerebbe ripartire da lì. Ma una cosa è certa “URGE RIMUOVERE LE DISTRAZIONI”.

sabato 26 gennaio 2013

SINDROME DELLO SCHIAVO

Informare per resistere


1) Definizione


In un individuo, la sindrome dello schiavo è un comportamento patologico che lo porta a difendere sistematicamente le classi più privilegiate a discapito di quelle da cui proviene egli stesso. Questa sindrome diminuisce le capacità d'analisi dello schiavo e si traduce in un bloccaggio psicologico che lo incita ad agire di preferenza contro i suoi propri interessi al profitto di quelli che lo sfruttano.



2) Analisi dei sintomi




L'amore smisurato che prova lo schiavo nei confronti del padrone, degli azionisti o dei miliardari, è l'atto di fede che contraddistingue il suo discorso. Lo schiavo agisce senza riuscire a distinguere ciò che per lui è un bene, egli intellettualizza il dibattito per tentare di convincerci che attingere dai potenti è sempre la cosa peggiore, quando egli stesso ne è uno dei beneficiari. Gli argomenti economici che invoca senza tregua sono stati utilizzati per forgiare la sua convinzione, la sindrome dello schiavo è purtroppo una vocazione che nasce in giovane età e contro la quale non esiste alcun rimedio. Lo schiavo non ha scelto di amare i potenti, egli ama i potenti semplicemente perché è uno schiavo. Tendenzialmente liberale lo schiavo è colui che esalta la macelleria sociale quando egli stesso non paga le tasse. Lo schiavo vorrebbe sopprimere la tassa sul patrimonio anche se egli non sarà mai toccato dalla questione. Un malato da sindrome dello schiavo non ha coscienza politica, egli vota istintivamente nell'interesse di coloro che lo sfruttano per attirarsi i suoi favori. Lo schiavo stima che il denaro è molto più utile nella cassaforte di un ricco perché sarà in grado di reinvestirlo molto meglio di come lui lo avrebbe speso. Lo schiavo approva tutti i sacrifici ed i piani di austerità, come la riduzione degli stipendi, o l'aumento dell'età pensionabile anche se il suo lavoro non gli piace e i suoi capi non gli offrono alcuna prospettiva di migliorare la sua condizione.



3) Ipotesi sull'origine della sindrome



Due teorie principali si contrappongono per spiegare l'origine della sindrome: la tesi genetica e la patologia mentale.
Dopo secoli di schiavitù e di feudalesimo, lo schiavo potrebbe essere il prodotto di una selezione artificiale di sottomessi dai padroni. La trasmissione genetica dei caratteri avrebbe favorito la selezione di un ceppo di anziani lacchè domestici in favore di una nuova specie di primati: l'homo schiavus.
Secondo questa ipotesi il meccanismo in opera sarebbe simile a la selezione dei cani e dei cavalli ma direttamente applicato all'uomo.
Per i sostenitori della malattia mentale, il carattere ereditario non è ritenuto plausibile, si tratterebbe piuttosto di un disturbo sviluppatosi durante l'infanzia. Il processo si aggraverebbe durante l'età adulta fino al momento in cui il soggetto prende coscienza della mediocrità della sua condizione, lo schiavo svilupperebbe strategie inconsce volte a ripristinare l'equilibrio cognitivo per giustificare l'accettazione alla subordinazione. Lo schiavo finisce inoltre per identificarsi nei suoi padroni immaginari pensando di appartenere alla classe sociale che lo sfrutta.



4) Qualche esempio



Lo schiavo reagisce in maniera veemente a tutte le discussioni che osano rimettere in causa i privilegi dei più fortunati, incapace di argomentare, i suoi messaggi evidenziano la paura e l'intimidazione di cui egli è oggetto. Come reazione principale lo schiavo utilizza istintivamente una serie di termini caratteristici che prova a inserire nei suoi discorsi come per esempio: comunismo, fascismo, antisemitismo, dittatura socialista, evasione fiscale, associazioni umanitarie, rivoluzioni colarate...
I seguenti messaggi spesso contraddistinguono in maniera inequivocabile uno schiavo degno del suo nome:



- Se qualcuno ti presta dei soldi è giusto pagarci un interesse
- È giusto che le banche siano un organismo privato e indipendente
- Il debito ci ha permesso di aumentare il nostro status sociale
- Crimini di guerra? Bhe cosa vi aspettavate la guerra è guerra
- Se difendi i diritti del popolo palestinase sei antisemita
- Io mi fido solo dell'informazione ufficiale
- Leggo Repubblica, il Giornale, Il Foglio e il Corriere
- La tua è demagogia che sfocia in populismo