Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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lunedì 13 dicembre 2021

Sciopero generale: sì, ma come?

 Dichiarazione del Comitato centrale del Pdac



La principale confederazione sindacale italiana, la Cgil (5 milioni di iscritti) e la Uil (2 milioni di iscritti) pochi giorni fa hanno deciso di proclamare lo sciopero generale per giovedì 16 dicembre. È stato, quindi, annullato lo sciopero dei metalmeccanici della Fiom del 10 dicembre che convergerà sulla giornata del 16. La Cisl, il secondo sindacato per numero di iscritti, ha invece deciso di sfilarsi: il segretario generale Sbarra ha definito la proclamazione dello sciopero una scelta «sbagliata, esasperata e distorta» (sic!): parole che si commentano da sole.

Una proclamazione non scontata
Quello del 16 dicembre è uno sciopero proclamato in pochi giorni, senza l’adeguata preparazione che sarebbe necessaria e che, soprattutto, vedrà esclusi molti settori lavorativi: oltre alla scuola (che ha mantenuto lo sciopero il 10 dicembre) e alla sanità, probabilmente – su richiesta della Commissione di garanzia degli scioperi – saranno esclusi anche i trasporti, le poste, le pulizie, alcuni comparti del pubblico impiego. Per ora, il sindacalismo di base non si è pronunciato rispetto allo sciopero: è probabile che solo alcuni settori decideranno di proclamare sciopero lo stesso giorno, mentre altri opteranno per una scelta settaria.
Iniziamo col sottolineare gli aspetti positivi di questa proclamazione. Anzitutto, non era affatto scontata. Sempre che le direzioni di Cgil e Uil non decidano di ritirarlo in cambio di qualche vuoto contentino da parte del governo – ipotesi da non escludersi – va evidenziato che hanno fatto di tutto per evitarne la proclamazione. Da mesi è in corso una campagna, animata dalle realtà più combattive del Paese, per chiedere a gran voce la proclamazione dello «sciopero generale e generalizzato» per contrastare gli attacchi del governo Draghi e dei padroni. Per mesi gli appelli sono rimasti inascoltati, anche se, soprattutto nella base della Cgil, la pressione per lo sciopero ha iniziato a crescere e diffondersi, a partire dai metalmeccanici: la Fiom aveva infatti già deciso di proclamare una giornata di sciopero nazionale il 10 dicembre con manifestazioni regionali (sciopero poi ritirato per convergere sul 16 dicembre).
Se fino ad oggi Landini ha evitato accuratamente di porre all’ordine del giorno lo sciopero generale il motivo è presto detto: la burocrazia Cgil, per i suoi legami con settori del Pd e della sinistra (Leu) che sostengono il governo, non aveva alcune intenzione di alzare lo scontro con il «governo amico». Poco importa che questo governo stia, da mesi, sferrando attacchi pesantissimi ai lavoratori e ai proletari: dallo sblocco dei licenziamenti (non a caso sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil) all’allentamento delle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro (col pretesto del green pass).
Il livello dello scontro lo ha, in realtà, alzato lo stesso Draghi che, annunciando un’ulteriore stretta sulle pensioni, ha deciso di abbandonare il tavolo con i sindacati confederali (tra l’altro più che accondiscendenti a una revisione di quota 100). Ecco, allora, che la necessità di battere un colpo è diventata obbligata. Ma come si proclama uno sciopero generale degno di questo nome?

Azione incisiva o arma spuntata?
Ciò che è avvenuto in altri Paesi negli ultimi anni – dalla Francia alla Catalogna al Brasile – ci dimostra che, per costruire un’azione di lotta incisiva contro gli attacchi dei governi, è necessario costruire lo sciopero generale con un’adeguata preparazione. Lo sciopero generale, in Italia, andava messo all’ordine del giorno mesi fa, preparato nei luoghi di lavoro con assemblee, riunioni, appelli all’unità e alla mobilitazione. Non basta segnare sul calendario una data all’ultimo minuto e, voilà, lo sciopero generale è fatto. I lavoratori, in Italia, hanno subito per anni umiliazioni e attacchi violenti. Le loro direzioni – sindacali e politiche – anziché chiamarli alla lotta li hanno, spesso, convinti della necessità di rassegnarsi: gli interessi burocratici e il sostegno ai governi Conte e Draghi sono sempre stati più importanti degli interessi dei proletari (persino della loro necessità di sopravvivere, si pensi ai protocolli sicurezza, una farsa pericolosa).
Dopo che gli apparati sindacali hanno spiegato per mesi che «scioperare non serve», disabituando i lavoratori alla lotta, ora li chiamano a mobilitarsi… con una settimana di anticipo! Chiamare allo sciopero generale in questo modo, tra l’altro alla vigilia delle feste, rischia di essere un’arma spuntata. E, probabilmente, è proprio questo l’obiettivo delle burocrazie sindacali di Cgil e Uil: trasformare il 16 dicembre in un’innocua passeggiata romana, magari tra i fiocchi di neve, per giustificare, ancora una volta, l’ennesima capitolazione al governo borghese. È anche improbabile che i segretari di Cgil e Uil non sapessero che le leggi antisciopero – da loro stessi rivendicate – avrebbero impedito a molti settori cosiddetti «essenziali» di scioperare: l’intento delle burocrazie è quello di depotenziare al massimo la giornata del 16 dicembre. Le dichiarazioni dello stesso Landini, del resto, sembrano proprio andare in questo senso: «per quello che ci riguarda il dialogo non è interrotto, si può riprendere a dialogare in ogni momento». Un po’ come prepararsi a una battaglia rassicurando il nemico sul fatto che non si intende procurargli alcun danno. Altrettanto paradossale è il tentativo, da parte del segretario generale della Cgil, di presentare Draghi come un premier «sensibile alle richieste sindacali» ma ostaggio della propria maggioranza che lo costringerebbe a innalzare lo scontro «contro la sua volontà».
È inoltre vergognosa la capitolazione delle direzioni di Cgil e Uil ai diktat della Commissione di garanzia degli scioperi: se volessero, Cgil e Uil (che raggruppano milioni di lavoratori e hanno bilanci milionari) avrebbero la forza per ignorare questi diktat e proclamare sciopero anche nei settori sottoposti alle leggi antisciopero (coprendo economicamente eventuali multe che dovessero arrivare ai lavoratori). Va aggiunto che la stessa esclusione consapevole della sanità dallo sciopero – il settore più in sofferenza e che più di tutti avrebbe bisogno di scioperare per contrastare il disastro in corso – rende l’idea di come le direzioni sindacali vogliano dare al governo garanzie di «responsabilità».

Un possibile punto di partenza?
Se lo sciopero generale a metà dovesse essere mantenuto, sono due i possibili scenari che si aprono. Il peggiore è che questa giornata si trasformi in un’azione meramente dimostrativa, totalmente controllata dalle direzioni sindacali che mirano a traghettarla verso un nuovo accordo col governo padronale. Ma c’è anche la possibilità che questo sciopero si trasformi nell’inizio di un’azione prolungata di lotta. Tutto dipenderà dalla capacità che avranno le realtà operaie nelle fabbriche più combattive di andare oltre le intenzioni delle loro direzioni sindacali. Gli scioperi operai del marzo 2020 ? così come le più importanti pagine della storia del movimento operaio in Italia ? ci dimostrano che questo è possibile. A tal fine, sarebbe importante che, nonostante tutti i limiti burocratici dello sciopero, anche i sindacati di base e conflittuali, anziché limitarsi a criticare (giustamente) le modalità di proclamazione, decidessero di incrociare le braccia lo stesso giorno con una piattaforma alternativa, provando a dare a questa giornata un significato diverso, cioè conflittuale e di lotta. È quello che fanno i sindacati di base di altri Paesi – da Solidaires in Francia alla Csp-Conlutas in Brasile – che, pur attaccando le direzioni sindacali concertative, non disertano le piazze e gli scioperi proclamati dai sindacati burocratici per costruire un’azione unitaria con la base di tutti i sindacati e innalzare il livello dello scontro di classe.  
Alternativa comunista non fa sconti alle burocrazie della Cgil e della Uil (né tantomeno a quelle della Cisl): li riteniamo complici del massacro in corso e invitiamo i lavoratori e le lavoratrici a non riporre in loro nessuna fiducia. La stessa piattaforma dello sciopero, assolutamente inadeguata, conferma il ruolo nefasto svolto da questi apparati. Ma il 16 dicembre saremo in sciopero e in piazza al fianco dei lavoratori che incroceranno le braccia: ci batteremo perché lo sciopero diventi l’inizio di un’azione prolungata che arrivi a cacciare il governo Draghi e per porre all’ordine del giorno la costruzione di un governo dei lavoratori che espropri le fabbriche che chiudono e licenziano, aumenti l’assegno pensionistico abbassando l’età pensionabile, dia finalmente dignità e sicurezza al lavoro.

 

martedì 4 maggio 2021

Omicidi sul lavoro

 Umberto Franchi



HANNO UCCISO LUANA ,IN UNA AZIENDA TESSILE A PRATO

- Luana aveva 23 anni, era madre di un bimbo di 5 anni, lavorava in una azienda tessile a Montemurlo Prato, alle 10 del mattino le sue vesti sono state risucchiate da un rullo e lei è stata massacrata ;

- è stata uccisa perché significa che quel rullo non aveva strumenti di protezione , altrimenti non poteva essere risucchiata nel macchinario;

- è  stata uccisa perché le aziende per produrre con ritmi più veloci spesso tolgono le protezioni esistenti;

- è  stata uccisa perché le aziende per risparmiare sui costi del lavoro , non fanno investimenti alla fonte sui macchinari, non fanno formazione, informazione, addestramento dei lavoratori;

- è stata uccisa perché le aziende non applicano la legge su il "testo unico sulla sicurezza" , sapendo che la legge fu depenalizzata dall'ultimo governo Berlusconi (e gli altri governi l'hanno lasciata depenalizzata) e non rischiano di andare in galera ma al massimo una multa;

- è  stata uccisa perche' in Italia esistono 46 forme di lavoro precario derivanti dalla legge n. 30 detta "legge Biagi" , aggravata dal Jobs Act voluto da Renzi, togliendo l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e i datori di lavoro possono dire: " lavora come ti comando o li c'è  il cancello", ti licenzio !

- E' STATA UCCISA PERCHE ' IL SINDACATO E' DEBOLE E NON RIESCE A CONTRATTARE PER CAMBIARE L'ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO E FAR RISPETTARE LE LEGGI !;

- E' STATA UCCISA PERCHE' VIVIAMO IN UN SISTEMA CAPITALISTA BARBARO E PERVERSO DOVE ANCHE DURANTE LA PANDEMIA DA COVIDE CON IL LOCKDOWN, GLI OMICIDI BIANCHI SUL LAVORO AUMENTANO IN CONTINUAZIONE !

MA FINO A QUANDO I LAVORATORI SOPPORTERANNO ?

martedì 24 marzo 2020

La salute vale più dei profitti: sciopero subito!

fonteConiarerivolta



Era il 5 marzo quando il presidente Conte, per fronteggiare la diffusione del coronavirus, annunciava la chiusura di tutte le scuole sul territorio nazionale. Dopo giorni di sottovalutazione del problema e rassicurazioni su rassicurazioni promanate dal mondo imprenditoriale e dai suoi organi di stampa, impauriti dal rischio di una chiusura integrale delle attività economiche, iniziava la serie di decreti restrittivi sulla libertà di movimento delle persone. Solo quattro giorni dopo, il 9 marzo, veniva approvato il decreto che di fatto imponeva a tutti gli italiani, a partire dall’indomani, un isolamento quasi totale, consentendo gli spostamenti e le uscite di casa solo in caso di comprovata necessità e incentivando il lavoro agile per tutte le attività che lo permettevano.
Da allora sono trascorsi più di dieci giorni e l’epidemia corre veloce, con il suo pesante strascico di vittime. Il distanziamento sociale coatto ha determinato drastiche conseguenze sulle nostre abitudini e sulla nostra quotidianità, ma ha comportato soprattutto effetti economici drammatici per numerose categorie di lavoratori, rimasti senza occupazione e con ammortizzatori sociali limitati, se non del tutto assenti: partite iva; lavoratori precari a tempo determinato, cui non è stato offerto il rinnovo; lavoratori in nero. Uno stillicidio economico-sociale dalle conseguenze ancora incalcolabili.
La richiesta di isolamento nel proprio domicilio di giorno in giorno si fa più pressante, fino al punto di scatenare nella psicologia collettiva vere e proprie “cacce all’uomo”, contro il corridore di quartiere o la famiglia che fa uso, per qualche minuto, di un giardino condominiale per prendere una boccata d’aria. Ebbene, proprio in questo clima di forte tensione, costantemente alimentato dai media, succede che le imprese italiane, anche nelle zone dove i contagi sono molto concentrati, continuino a produrre indisturbate in tutti i settori produttivi, costringendo i lavoratori a viaggiare sui mezzi pubblici e a praticare attività che li vedono inevitabilmente a contatto e a rischio di contagio, in barba a qualunque norma di sicurezza dettata dai decreti sinora approvati. Come ammesso dell’assessora milanese Cristina Tajani, i dati mostrano che il 40% dei lombardi si sposta da casa per ragioni di lavoro e non per qualche pisciatina di troppo di cani incontinenti o per qualche giro di troppo per buttare la spazzatura.
L’Italia si ferma, ma i profitti delle imprese evidentemente non possono fermarsi, a costo di contribuire alla diffusione a catena dei contagi, che sta flagellando in particolare alcune province lombarde, non a caso ad altissima densità di attività produttive. È in queste condizioni che si arriva al nuovo annuncio, nella notte di sabato 21 marzo. A fronte del precipitare della situazione sanitaria e al crescente stato di agitazione dei lavoratori di molte aree del nord, timidamente assecondati dai sindacati confederali, questo nuovo decreto sembrava – sembrava! – finalmente stabilire la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali a decorrere da lunedì 23 marzo.
Il ritardo con cui questo decreto è stato introdotto rivela le responsabilità e gli interessi sociali che il Governo preferisce tutelare: varando la chiusura delle attività non essenziali, l’esecutivo ha esplicitamente ammesso che la misura è quantomai necessaria per combattere l’epidemia e che la sua applicazione tardiva è esclusivamente riconducibile ai diktat di Confindustria. I profitti di pochi sopra la salute di tutti. Come se non bastasse, la pressione di Confindustria si è immediatamente scatenata sul Governo al punto da indurre un drastico cambiamento nei tempi ma soprattutto nei contenuti del decreto. Non solo l’efficacia del decreto decorrerà da mercoledì 25, ma le attività essenziali – qualificate inizialmente come quelle che soddisfano i bisogni primari irrinunciabili e incomprimibili (settore energetico, alimentare, farmaceutico-sanitario e altri) – sono diventate un elenco interminabile di ben 80 settori nella lista definitiva, dichiarati indirettamente legati alle attività essenziali: dall’edilizia agli studi professionali, dal commercio all’ingrosso, al tessile e alla meccanica, dai call center alla attività di pulizia. C’è proprio di tutto.
Per di più, la possibilità di proseguire l’attività è consentita anche ad altre aziende, grazie ad una comunicazione da parte dei proprietari ai prefetti, che dichiari che queste siano funzionali alla fornitura di beni e servizi ai settori essenziali dell’elenco citato. I prefetti delle diverse aree territoriali devono poi vagliare la comunicazione, secondo una logica del silenzio-assenso. In altre parole, finché il prefetto non obietta l’attività prosegue indisturbata.
Le pressioni del mondo imprenditoriale evidentemente hanno ottenuto il risultato sperato. Peccato che in questo modo l’efficacia del decreto potrebbe rivelarsi molto contenuta e corriamo il rischio di perdere tempo prezioso nella nostra battaglia di contenimento del contagio e a sostegno del funzionamento del Sistema Sanitario Nazionale.
Sul fronte opposto, i sindacati confederali non hanno nascosto un forte malumore per un decreto che calpesta i principi guida frutto di un accordo lungamente contrattato tra governo e parti sociali. Protestano, a piena ragione, battono i pugni sul tavolo, ma lanciano il sasso e nascondono la mano.
Di fronte alla gravità del momento e all’arroganza di una classe padronale che non ammette eccezioni alla propria sete di profitti, anziché convocare uno sciopero generale di tutte le attività non essenziali, i confederali delegano di fatto alle rappresentanze sindacali locali l’iniziativa di sciopero, affermando di dare a posteriori il pieno appoggio: una strategia pavida e pericolosa, che lascia campo libero al ricatto dei datori di lavoro nelle singole realtà locali, depotenziando così l’efficacia di una battaglia sacrosanta in difesa non solo del lavoro e dei lavoratori, ma di un’intera nazione alle prese con un’emergenza sanitaria di proporzioni inedite.
Oggi, più di sempre, quello che serve è l’unità dei lavoratori e di tutti i cittadini per la difesa dell’interesse collettivo, contro gli interessi particolari di chi rapacemente vorrebbe continuare a lucrare sulla pelle di tutti. L’unica arma che abbiamo contro il vergognoso atteggiamento di Confindustria è lo sciopero, a difesa della salute pubblica e di ogni lavoratore, perché il contagio si ferma solo con la chiusura, vera, delle fabbriche non essenziali.
Per questa ragione Coniare Rivolta appoggia lo sciopero generale di 24 ore indetto dall’USB per il 25 marzo e aperto alla partecipazione dei lavoratori di tutte le siglecosì come lo sciopero continuo di 48 ore indetto nei soli settori non essenziali per lunedì e martedì, per costringere anche CGIL, CISL e UIL fuori dall’atteggiamento prudente e irresponsabile dei loro segretari. Non siamo in tempi in cui la moderazione paga.
All'appello di Coniare Rivolta si associa Aut-Frosinone

Sciopero subito!

lunedì 23 marzo 2020

Conte chiude ma non chiude

Francesco Ricci

                                                   Nessuna fiducia nel governo!

Dopo aver negato per settimana la chiusura delle fabbriche, sprecando un tempo prezioso che è costato migliaia di vittime, dopo l'accordo "L'Italia non si ferma", scandalosamente sostenuto dalle burocrazie sindacali in nome della "concordia generale", ieri notte, il governo Conte ha annunciato la chiusura "totale".

Gli operai avevano già indicato da giorni, con scioperi che hanno scavalcato le burocrazie, quale era la via da prendere, l'unica realmente efficace per impedire il diffondersi del contagio: fermare le fabbriche e il trasporto delle merci non di prima necessità. Il contagio ha continuato infatti a diffondersi perché le fabbriche rimanevano aperte per ingrassare qualche decina di industriali miliardari. 

Non è un caso se le regioni dove il virus si sta diffondendo più rapidamente sono quelle con la maggior presenza di industrie.

La borghesia e il suo governo, con la complicità criminale di Landini e degli altri dirigenti dei grandi sindacati, ha fatto orecchie da mercante fino a ieri. Adesso, sotto la pressione degli scioperi, per paura che la protesta dilaghi (Landini: "dobbiamo impedire che la paura si trasformi in rabbia"), comprendendo in parte che la mancata chiusura rischia di compromettere maggiormente gli stessi profitti padronali, il "comitato d'affari della borghesia", cioè il governo Conte, ha tardivamente deciso per la chiusura, come gli operai invocavano da tempo.

Ma la borghesia e i suoi politici non sono in grado di vedere oltre il proprio naso e per questo la chiusura, presentata come "totale", lascia ancora aperte produzioni non indispensabili e, con espressioni ambigue, riserva un alto grado di discrezionalità ai padroni. 

La lista delle attività esentate dalla chiusura è molto ampia. Non solo: come previsto dal protocollo coi sindacati, dove si chiude lo si fa utilizzando ferie e permessi dei lavoratori o si scaricano i mancati guadagni padronali sulle casse pubbliche, usando la cassa integrazione (che in molti casi preannuncia i licenziamenti).

E' necessario allora che i lavoratori continuino a tenere la barra: valutando in ogni fabbrica se, a prescindere dalle indicazioni del governo, si tratta realmente di una produzione vitale per la sopravvivenza e scioperando in tutte le fabbriche di merci che non sono di prima necessità.

Le vicende di questi giorni chiariscono una volta di più la irrazionalità del sistema capitalistico, fondato sulla divisione in classi e la schiavitù salariale, basato sulla criminalità della classe borghese e delle sue istituzioni, sulla complicità delle burocrazie sindacali. La tragedia del coronavirus è una grande scuola di massa in cui milioni di proletari apprendono rapidamente cosa è il capitalismo.

E' un sistema barbaro che va rovesciato da cima a fondo e sostituito con un sistema opposto, che abolisca le classi e il lavoro salariato, serve un sistema che produca per le reali esigenze delle masse e non per i profitti di un pugno di miliardari. 

Serve il socialismo! Questo è l'orizzonte per cui lottare. Ma per poter continuare la lotta bisogna per prima cosa ora salvare le vite dei proletari, quelle vite che per la borghesia valgono meno dei suoi profitti.

Per questo è necessario che gli operai, che per primi hanno indicato la via, non si fermino davanti alle mezze misure di Conte, non ripongano nessuna fiducia nel governo e nei burocrati sindacali. Per questo è necessario che siano gli operai a chiudere tutte le produzioni non essenziali che Conte non vuole chiudere.

lunedì 3 febbraio 2020

Tasse e pensioni: come Landini sostiene il governo Conte

di Massimiliano Dancelli (metalmeccanico)



Lo scorso 20 gennaio il segretario generale della Cgil, Landini, rilasciava un’intervista a La Stampa in cui indicava la linea strategica del proprio sindacato in relazione a temi importanti quali la riduzione delle tasse, la legge Fornero, la lotta all’evasione fiscale, l’ambiente e l’occupazione. Ma analizziamo con ordine i temi trattati, e le parole del segretario perché rendono bene l’idea della strada che si ha intenzione di perseguire.

La riduzione delle tasse
«Dopo anni di lotte, otteniamo un primo taglio delle imposte […] Mi sento di dire che la lotta paga e, sopratutto paga quando è unitaria». Effettivamente ci saranno da luglio, tramite il taglio dell’Irpef (il declamato «cuneo fiscale») aumenti in busta paga: 240 euro l’anno per i redditi da 24.000 a 28.000 euro, da unirsi agli 860 del «bonus Renzi»; 1100 euro annui da 28.000 a 35.000 euro. Ovviamente, quando si concedono soldi in più, anche se pochi a nostro avviso, ai lavoratori, ne siamo felici, ma non è sempre tutto oro quello che luccica.
Prima cosa, non ci sembra corretto parlare di diminuzione delle tasse ai lavoratori, quando le risorse recuperate per il taglio del cuneo fiscale arrivano ancora una volta da tagli a scuola, sanità e servizi essenziali, i cui costi aumentati e la qualità peggiorata, ricadranno ancora una volta sulle tasche e sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici. Inoltre dalla riforma sono esclusi i redditi sotto gli 8.000 euro e i pensionati. In secondo luogo, non accettiamo che Landini, il segretario della Cgil, affermi che questi aumenti siano il frutto della mobilitazione messa in piedi dal suo sindacato, che avrebbe organizzato la lotta assieme a Cisl e Uil, lotta a cui fa spesso riferimento nell’intervista con richiami all’unità sindacale. Se la memoria non ci inganna, se escludiamo lo sciopero di giugno dello scorso anno e i più recenti “presidi” dei funzionari davanti ai palazzi romani di dicembre, non ci sembra che negli ultimi anni la Cgil abbia messo in piedi reali mobilitazioni. Tanto per fare un esempio, si è lasciata passare la legge Fornero, la più brutale legge sulle pensioni dal dopoguerra, con soltanto tre ore di sciopero. E la stessa cosa quando Renzi abolì l’art. 18 varando il Job Act.
In realtà, questa concessione fatta ai lavoratori da un governo, che a differenza di Landini («Al governo Conte va riconosciuto di aver riaperto un confronto e una trattativa vera con le organizzazioni sindacali») non riteniamo diverso dai precedenti, appare più come lo zuccherino per indorare la pillola (disoccupazione, crisi aziendali e tagli a welfare pubblico e ai diritti) che i lavoratori fanno sempre più fatica a digerire. Una manovra anche dal sapore elettorale, nel tentativo di recuperare consenso da parte di Pd e M5s nei confronti della Lega.

Le pensioni
Torniamo alle parole di Landini: «Una vera riforma delle pensioni, perché è evidente a tutti che la legge Fornero ha creato disuguaglianze e non ha risolto i problemi […] ricostruire un sistema pensionistico pubblico […] separazione tra spesa previdenziale e assistenziale […] pensione di garanzia per i giovani […] riconoscere il lavoro di cura delle donne […] proposte praticabili e le risorse si possono trovare […] la piattaforma di Cgil-Cisl-Uil, che rivendica un’uscita flessibile a partire da 62 anni».
È vero, la riforma Fornero va abolita, i temi trattati dal segretario sono importanti e le rivendicazioni condivisibili. Va sicuramente ricostruito un sistema pensionistico totalmente pubblico recuperando risorse che tutti sappiamo benissimo esserci. Ma bisogna avere il coraggio di dire dove stanno queste risorse, cioè nelle tasche dei padroni e degli speculatori finanziari, non possiamo pensare di recuperare solo dalla rimodulazione dell’Iva, aumentarla per i beni di lusso e ridurla per i beni di consumo, come propone Landini in un passo della sua intervista, o dalla lotta all’evasione fiscale, dato che sappiamo che chi ha i soldi ha anche il potere e dunque sa proteggere i propri beni.
Intanto l’Iva sui beni di consumo andrebbe abolita, perché il lavoratore non deve pagare tre tasse quando fa un acquisto: paga le tasse sullo stipendio percepito per produrre un tal bene, paga le tasse quando lo acquista e paga le tasse quando il bene in questione diventa un rifiuto. La soluzione al problema di rimpinguare le asettiche casse dell’Inps, non è nemmeno la divisione tra spesa previdenziale e assistenziale, il problema sono tutti i soldi prelevati per far fronte alle crisi aziendali tramite gli ammortizzatori sociali, cassa integrazione su tutti, di cui il sindacato tra l’altro è uno dei principali sponsor. Le crisi aziendali, molte volte indotte dal padrone che chiude per delocalizzare verso mercati del lavoro più convenienti o per speculazioni edilizie, devono essere pagate da questi ultimi. La richiesta di uscita a 62 anni, seppur migliorativa rispetto alla Fornero che la pone a 67, va ancora nella direzione di voler far quadrare i conti di un istituto che non è stato certamente prosciugato dalle misere pensioni versate a chi ha già fatto una vita di sacrifici e ora non sa come arrivare alla fine del mese.
I padroni devono restituire il maltolto e tutti i lavoratori e le lavoratrici devono poter andare in pensione dopo massimo 35 anni di lavoro, chi fa lavori usuranti anche prima, e con un assegno pensionistico che consenta loro di vivere dignitosamente.

Solo la lotta paga
Landini in questa intervista traccia una direzione chiara per la politica del suo sindacato. Da quando Salvini ha abbandonato il governo, la prima preoccupazione di Landini è stata quella di sostenere subito la costituzione di un nuovo governo, elogiando il premier Conte per essere stato l’unico a convocare il sindacato al tavolo di discussione col governo. La linea del segretario della Cgil è quella di fare da costola del governo ormai su ogni tema, dalle pensioni alle tasse: non passa settimana che non si convochi un tavolo a cui partecipano i sindacati confederali. Secondo noi il governo, quale organo politico degli interessi del padronato, deve essere una delle controparti a cui le organizzazioni dei lavoratori si rivolgono quando vogliono vedere accettate le loro richieste, ma questo deve avvenire sulla base di rapporti di forza favorevoli, costruiti con lotte vere, con scioperi prolungati e manifestazioni di massa nelle strade. Le uniche azioni di lotta portate avanti dalla Cgil in questi ultimi anni, sono qualche ricorso in tribunale e qualche raccolta firme per i referendum o per la presentazione di leggi di iniziativa popolare come la «Carta dei diritti» (che, come scrivemmo in un vecchio articolo sul tema, noi riteniamo anche essere peggiorativa rispetto allo Statuto dei lavoratori). Queste iniziative, tra l’altro non sono nemmeno riuscite ad andare in porto, proprio per non aver costruito i rapporti di forza tramite la chiamata alla lotta delle masse lavoratrici, che al contrario sono state ingannate nuovamente e stanno vedendo retrocedere la loro qualità di vita a causa dell’arretramento sul piano dei diritti. Landini ha invece il coraggio di dire che grazie a tutte queste iniziative si è riusciti a costringere il governo ad ascoltare la voce del sindacato, che sedendo al tavolo con i rappresentanti del padronato si riesce finalmente ad ottenere quello che si rivendica.
Caro signor Landini, quello che per te è una grande vittoria, per noi ha solo un nome: collaborazione di classe. Il vero esempio da seguire resta quello del mese consecutivo di sciopero dei lavoratori dei trasporti francesi contro la riforma delle pensioni, e quello del popolo cileno in rivolta contro il governo Piñera. Solo con una lotta dura e condotta nel segno dell’indipendenza di classe, solo facendo saltare il tavolo del governo e non sedendoci accanto, potremo ottenere delle prime vittorie, premessa di una vittoria definitiva che si potrà ottenere solo quando le masse saranno in grado di rovesciare questo sistema per sostituirlo con una società non più basata sul profitto e sulla divisione in classi.

lunedì 9 dicembre 2019

Campania: la classe operaia c’è ed è combattiva: chi la frena?

Mario Avossa



C’è un luogo comune, quello che al Sud della Penisola non vi sia classe operaia e che i suoi (presunti) reliquati siano svogliati e assenti. Il che spiegherebbe capitolazioni e licenziamenti. Nulla di più falso. Il luogo comune è alimentato da fonti che hanno tutto l’interesse a disegnare uno scenario deprimente e grigio delle condizioni soggettive delle classi subalterne: borghesia, riformisti e alti funzionari dei sindacati maggiori. La prima perché tiene a demoralizzare la classe operaia: alcuni sostengono nientemeno che sia scomparsa, con vari artifici di vocabolario e storpie perifrasi. I secondi perché hanno bisogno di dissimulare le politiche opportuniste e compiacenti nei confronti della borghesia capitalista di cui si sono fatti promotori in questi anni. I terzi perché devono occultare le responsabilità delle loro direzioni nelle sconfitte a raffica subite dai lavoratori dagli anni Otanta ad oggi. E invece negli ultimi mesi si assiste a un incremento della combattività operaia nelle regioni meridionali della Penisola.
 
2019. Un nuovo autunno caldo agita la classe operaia in Campania. Portuali, Napoli
Msc e armatori danno il via a un attacco contro i portuali e contro i loro marittimi. Pretendono che la movimentazione dei carichi sia affibbiata ai marittimi imbarcati, cui non compete, e sottratta alle cooperative dei portuali, con conseguenze sui livelli occupazionali e sulla sicurezza del lavoro. Gli armatori la chiamano autoproduzione. È un ulteriore sfruttamento di lavoratori a mare e a terra, già sottopagati e ricattabili.
La lotta parte il 2 maggio da Napoli, dove i lavoratori fanno riferimento al SiCobas, con blocchi della produzione e assemblee nei piazzali. I lavoratori a Napoli sono intimiditi già dal 2015 con licenziamenti ritorsivi. Il responsabile dell’Autorità Portuale si astiene dall’intervenire nel confronto, in modo compiacente alla Msc. La lotta monta, i confederali sono costretti a inseguire, i portuali di Genova si associano, mentre la controparte si rifiuta di trattare per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, perché le compagnie sono riuscite a imporre contratti a tempo determinato, apprendistato, agenzie interinali e a loro vanno bene così. Si proclama lo sciopero nazionale di categoria di ventiquattro ore il 23 maggio.
L’appello dei portuali di Genova a quelli di Napoli riporta: «Rialziamo la testa! Solo uniti si vince!». Ma, mentre i lavoratori colgono lucidamente il ruolo delle controparti armatoriali e portuali, i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil distolgono l’attenzione da queste e piagnucolano come la situazione sia «ignorata dal governo che elude ogni richiesta di confronto». Pur registrando una buona riuscita dello sciopero del 23 maggio, le compagnie e le autorità portuali fanno orecchie da mercante, per cui si proclama un nuovo sciopero generale il 24 luglio. I confederali dirigono le lotte distogliendo ulteriormente gli operai dalle controparti reali e invocano l’intervento del Mise per «richiamare il governo alle sue responsabilità rispetto al settore». L'Esecutivo nicchia.
Paradigmatica la tattica delle massime dirigenze Cgil Cisl Uil: al malcontento operaio che si rende concreto attraverso sigle sindacali combattive, segue la presa in carico delle lotte, la proclamazione di uno o più scioperi di sfogo e il deragliamento delle lotte operaie verso sponde istituzionali, anziché chiamare ad azioni di sciopero prolungato. Le istituzioni, a loro dire, sarebbero terze rispetto ai contendenti di classe: fingendo di ignorare che i governi borghesi rappresentano «il comitato d’affari della borghesia» in ogni luogo e in ogni tempo. Su questa falsificazione poggiano tutta la trattativa a perdere.
 
Whirlpool, Napoli
Il gruppo Whirlpool possiede marchi di prestigio (Indesit, Hotpoint, Bauknecht, KitchenAid) e ha sedi multiple (Pero, Cassinetta, Siena, Melano, Fabriano, Comunanza, Carinaro, Napoli) con 5.565 lavoratori impiegati. Il mercato va a gonfie vele. Il gruppo ha goduto di generose elargizioni pubbliche: accordi di programma con le Regioni e ammortizzatori sociali (2019/2020) in cambio della concessione che nessun licenziamento collettivo sarebbe stato previsto fino al 31 dicembre 2020. Ma il 31 maggio 2019 la multinazionale comunica ai sindacati la volontà di disimpegnarsi dal sito di Napoli perché comporterebbe una perdita di 20 milioni di euro l’anno. E annuncia 420 licenziamenti in tronco.
I funzionari Cgil Cisl Uil velocemente trasferiscono la vertenza al ministero. In sede ministeriale la Whirlpool ventila la cessione di ramo d’azienda a una società fantasma con sede in Svizzera; in cambio della rinuncia a tale opzione, chiede altri soldi pubblici (da intascare per poi fuggire col malloppo). Scavalcato il ministro Patuanelli, si arriva a Conte, ma senza risultati apprezzabili. I lavoratori scendono in lotta con cortei e manifestazioni combattive e partecipate. Si proclamano scioperi a ripetizione, che coinvolgono tutti i siti nazionali. A Napoli gli operai occupano e bloccano in massa l’autostrada. Di fronte alla pressione operaia, Whirlpool è costretta a recedere dalla minaccia di cessione di ramo d’azienda (un gioco al rialzo, e De Luca -presidente della Regione Campania- appare in scena con 20 mln di euro). Il 30 ottobre scorso la segretaria generale Fiom Francesca Re David sbandiera come una vittoria la revoca della cessione di ramo d’azienda, ma il macigno dei licenziamenti resta. A novembre riparte la lotta con lo sciopero generale dei metalmeccanici, in cui ancora una volta si fa notare la straordinaria combattività della base operaia, con manifestazioni nutrite, cortei e assemblee. Appare fra gli operai la parola d’ordine della nazionalizzazione.
La multinazionale riteneva di assestare un colpo facile alla classe operaia partendo dal Sud, eppure gli operai hanno reagito con vigore, ostacolando le intenzioni dei padroni. Anche in questo caso gli alti funzionari Cgil Cisl e Uil non hanno neanche fatto cenno all’eventuale occupazione della fabbrica né alla sua nazionalizzazione, pilotando immediatamente in sede istituzionale la vertenza, di fatto ignorando la controparte industriale e affidando al comitato d’affari della borghesia la contesa fra operai e padroni.
 
Jabil, Marcianise (Ce)
La Jabil Circuits Italia (ex Ericsson) lo scorso 24 giugno ha annunciato 350 licenziamenti per lo stabilimento di Marcianise (Caserta), che ne conta 706. Mandare a casa la metà dei dipendenti significa chiudere la fabbrica, che da tanti anni è in attivo e produce utili ingenti.
Molto reattivi, gli operai proclamano scioperi subentranti e assemblee di lotta. Tutti i 706 dipendenti chiedono il ritiro della procedura di licenziamento. I lavoratori scioperano fino al 18 luglio, data in cui i sindacati maggioritari hanno un incontro con la direzione Jabil alla sede di Confindustria Caserta. A giugno l’assessore regionale al lavoro della Campania Sonia Palmieri incontra i lavoratori rivendicando l’esodo facilitato di 150 licenziamenti nel 2018 ma restando nel vago in merito alla raffica di licenziamenti annunciati. Il 9 luglio i lavoratori scendono in piazza animando un combattivo corteo. S’insedia un presidio fisso dinanzi ai cancelli della fabbrica mentre la Cgil (Guglielmi) dichiara che «Da soli rappresentiamo una forza relativa, abbiamo bisogno delle istituzioni politiche a tutti i livelli. Urge gestire in modo serio ed efficace l’intera questione degli ammortizzatori sociali». Deludenti dichiarazioni accolte con dissimulata soddisfazione dalla Jabil.
Il 7 ottobre Cgil Cisl Uil emettono un comunicato in cui annunciano «un percorso condiviso anche con le istituzioni» e supplicano per un improbabile «piano di reimpiego con aziende in grado di garantire prospettive industriali». Altre buone notizie per la Jabil. Il 17 ottobre la Jabil concede alla Regione e ai sindacati un altro incontro, che si conclude con un nulla di fatto.
È notizia del 18 novembre il fallimento della trattativa con una sconfitta per la classe operaia, con i licenziamenti e la cassa integrazione. Anche in questo caso, alta combattività della classe operaia, lotte e scioperi egemonizzati dai funzionari Cgil Cisl Uil, deragliamento istituzionale, nessun disturbo alla multinazionale e 350 licenziamenti.
 
Treofan, Battipaglia (Sa)
La Treofan di Battipaglia produce da anni le migliori pellicole da imballaggi industriali sul mercato europeo (polipropilene bi-orientato), oberata di commesse cui fa fronte ricorrendo a straordinari ed extra. Il 24 ottobre 2018 la proprietà è ceduta al gruppo multinazionale Jindal: questa ne fa manifestamente un acquisto ostile, poiché ha già interessi analoghi in Germania e a Terni. I lavoratori comprendono immediatamente il pericolo e, infatti, la Jindal annuncia senza indugi il licenziamento in tronco di tutti gli operai e la chiusura della fabbrica. Le maestranze scendono in lotta con scioperi subentranti e un presidio fisso davanti ai cancelli (ma senza occupare la fabbrica); si susseguono battagliere manifestazioni, cortei e presidi di lotta, durante i quali i lavoratori indossano giubbotti gialli, e chiedono la nazionalizzazione.
Queste lotte, manco a dirlo, sono presto egemonizzate dagli alti papaveri di Cgil Cisl e Uil che le deviano nel binario morto istituzionale, in Regione Campania e a Roma, al Mise. Nel dicembre scorso si muove perfino Gigino Di Maio (allora vicepremier), che si reca al presidio davanti ai cancelli (la tornata elettorale è vicina), dove annuncia strabilianti future iniziative a favore degli operai di Battipaglia. Il risultato attuale è il sollievo della Jindal, che ha già intascato 12 mln euro. Il consorzio Asi revoca la concessione dei terreni Treofan alla Jindal, ma pende ancora lo spettro della chiusura della fabbrica e del licenziamento in tronco di tutti i 78 restanti operai.
 
Alla crisi del capitalismo i lavoratori reagiscono con la lotta
Di fronte alla crisi di sovrapproduzione e alla recessione internazionale, le grandi multinazionali non si fanno scrupolo di rovesciare sulla classe operaia le conseguenze della crisi da loro stesse creata. L’ossessiva ricerca di profitto dei capitalisti li induce ad assottigliare sempre di più i ranghi dei lavoratori da loro impiegati nei siti produttivi, aumentandone lo sfruttamento; e, ricorrendo alla ripartizione internazionale del lavoro, moltiplicano il tasso di sfruttamento perché la delocalizzazione sposta gli impianti produttivi laddove la classe operaia è più debole, povera e priva di diritti.
La capacità reattiva della classe è evidente: nonostante il timore di ritorsioni, i lavoratori scendono in lotta, danno vita a manifestazioni, cortei, presidi. Si stringono insieme in insediamenti di fortuna dinanzi alle fabbriche, affrontano disagi insieme, si rinforzano legami di solidarietà operaia, invocano la collaborazione degli altri operai e dei cittadini, scrivono appelli a chiunque, persino al Papa e al Presidente, popolano i social.
 
L’arte della trattativa è l’arte della lotta
Ma accadono fatti strani. A fronte delle capacità combattive operaie, non si è vinta una sola lotta.
I responsabili locali di Cgil Cisl Uil impongono i temi di trattativa, pilotano le assemblee con i loro oratori e, di fatto, avocano quelle lotte all’apparato, ai dirigenti e ai funzionari centrali. Questi, anziché rilanciare la lotta, stornano le trattative dallo scontro con i capitalisti e le indirizzano invariabilmente sul binario morto dei tavoli di lavoro nelle sedi istituzionali. Gli interlocutori sono: pubblica amministrazione locale, Regione Campania, presso assessorato al lavoro, Mise; raramente più in alto. A tutti i livelli, i tavoli si ripropongono con sfiancanti lungaggini che dilatano i tempi di vertenza di mesi e mesi, intercalati da comunicati ufficiali.
Abbiamo imparato a memoria le dichiarazioni rituali e la fraseologia di circostanza adoperate dai funzionari sindacali e dai rappresentanti istituzionali ai tavoli. Questo dà agio ai capitalisti di organizzare i loro piani concreti in tutta tranquillità. Spesso i padroni ottengono nuovi incentivi economici a fondo perduto: li intascheranno a danno degli operai, differiranno di alcuni mesi i loro piani e poi licenzieranno egualmente. Si perviene alla capitolazione operaia con prepensionamenti, cassa integrazione, incentivi all’esodo (licenziati cui è corrisposto un premio in denaro), tutto finanziato con fondi pubblici.
Non abbiamo visto nessuna occupazione di fabbrica né di sito produttivo, non abbiamo visto nessun piantonamento dei magazzini né degli impianti; alle pressanti richieste di unità di classe, di chiamare alla lotta le fabbriche sorelle, di proclamare scioperi generali di durata seria, i funzionari sindacali centrali sono rimasti sordi e ciechi. I portuali di Genova e gli operai Treofan-Jindal di Terni hanno cercato di costruire da soli questa solidarietà. Le direzioni sindacali delle rispettive realtà produttive hanno fatto piccole concessioni formali alla platea operaia per non restare scavalcati e hanno consentito qualche sciopericchio di solidarietà puramente dimostrativo.
Non siamo con quegli ultrasinistri che demonizzano l’interlocuzione istituzionale. L’attività sindacale necessariamente attraversa anche momenti di confronto e scontro con le istituzioni, così come può associarsi a vertenze in tribunale, ma è un percorso che va sostenuto con le lotte e con l’unità di classe, non lasciato a sé stesso. Gli incontri istituzionali non vanno intesi come unica e sola strada di soluzione del confitto operaio. Occorre tenere ben presente che l’elemento più importante di ogni lotta non è tanto la vittoria, ancorché parziale, che (forse) si riuscirà a ottenere; questa vittoria operaia corrisponde a concessioni strappate alla resistenza dei padroni, i quali se le riprenderanno alla prima occasione utile; piuttosto, come diceva Lenin, la lotta operaia è una scuola di guerra: i lavoratori imparano a lottare contro il nemico di classe e così iniziano a comprendere la vera natura del sistema capitalistico che li sfrutta e opprime.
Le strutture sindacali appartengono ai lavoratori, non ai funzionari. Devono essere i lavoratori, rappresentati dai comitati di fabbrica, a produrre i temi di lotta nelle assemblee. Devono poter decidere le azioni di lotta più efficaci e chiamare alla lotta e all’unità di classe. Quest’ultima e la democrazia interna nei sindacati sono indispensabili ma non si ottengono per semplice domanda; i lavoratori hanno bisogno di strutture unitarie che possano raccoglierli intorno a un fronte comune di classe, indipendentemente se siano sindacalizzati o meno e indipendentemente dalla sigla sindacale cui sono iscritti. Questo pone nelle mani dei lavoratori il contrappeso più efficace alle pretese del padronato e le lotte possono assumere un andamento diverso. Uno strumento già esiste, è il Fronte di Lotta No Austerity, che si rivolge a tutti i lavoratori, iscritti o meno ai sindacati, di qualunque sindacato, perché i focolai di lotta operaia facciano rete e rendano la classe operaia, che è combattiva, protagonista e non spettatrice delle sue lotte.
 

martedì 5 novembre 2019

Nazionalizziamo l'Ilva per la tutela del lavoro, della salute e dell'ambiente

Paolo Maddalena



Il caso Ilva, che si aggiunge a quello di Whirlpool e di Alitalia, dimostra che ormai il nostro paese è nelle mani avide e ciniche delle multinazionali.
ArcelorMittal, chiedendo l’immunità penale e la riapertura dell’altoforno 2, per continuare nell’affitto e poi nel conseguente acquisto dell’Ilva, dimostra per tabulas che essa non vuole assolutamente seguire le prescrizioni del piano ambientale e non ha nessuno scrupolo di lucrare sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto.
È evidente che per l’Ilva economia e salute sono entità inconciliabili. E che per Lei ha valore solo il suo personale guadagno. Essa specula sull’eroismo dei lavoratori che, pur di portare a casa un misero salario, non esitano a rischiare la propria salute e la propria vita.
L’errore sta a monte. Il nostro governo e il nostro Parlamento non avrebbero mai dovuto privatizzare le fonti di produzione di ricchezza nazionale e, in particolare, le acciaierie di Taranto, Piombino e Genova, eliminando così la possibilità, nei casi di cicli economici sfavorevoli, di trasferire in parte gli operai da una fabbrica all’altra e, se del caso, anche dal settore siderurgico ad altri settori produttivi.
Ingannevole e deplorevole è stato l’atteggiamento della televisione, della stampa e di buona parte dei politici, i quali, assecondando le intenzioni di ArcelorMittal, hanno fatto apparire come una “mazzata” la minaccia della chiusura della fabbrica, addossandone la colpa alla forza politica che aveva tolto, con legge, l’immunità penale. Quasi che la vita dei lavoratori e dei tarantini non avesse nessun valore nei confronti dell’attività della fabbrica stessa.
A questo punto l’Italia è davvero a un bivio: o si capisce che dobbiamo sottrarci al potere cinico e intransigente delle multinazionali, o non abbiamo più alcuna possibilità di salvare, non solo l’ambiente, ma addirittura la salute e la vita dei nostri concittadini.
È arrivato il momento che gli italiani si sveglino e escano dal loro torpore, evitando di farsi ingannare dalle menzogne di tutti quei politici, nel caso di specie Salvini e Renzi in testa, che ancora vedono nella nostra subordinazione alle multinazionali l’unica via d’uscita.
Senza pensare che questa via d’uscita conduce direttamente alla povertà, alla schiavitù e alla morte.
È assurdo che si faccia di tutto per pregare, senza un minimo di dignità, le multinazionali straniere a restare in Italia, donando loro i profitti che spetterebbero agli italiani.
Il territorio, dove ha sede questa industria, è italiano, e in virtù dell’articolo 42, comma 2, della Costituzione, l’abbandono di questo sito da parte della multinazionale in questione comporta il venir meno di qualsiasi diritto da parte di essa, nonché il ritorno della fabbrica nella piena disponibilità dello Stato italiano, il quale non deve pagare assolutamente nulla alla società che specula in modo tanto palese sui nostri beni e sulla salute dei nostri cittadini e deve anzi chiedere il risarcimento dei danni conseguenti al chiusura dell’azienda.
Il problema è stabilire quanta produzione di acciaio occorre nel momento attuale, e ridimensionare l’azienda nei limiti del dovuto. Tutto il resto, come avvenuto nella Rhur deve essere riconvertito in altre attività che producono egualmente reddito senza danneggiare l’ambiente e la salute, occupando nel contempo tutti i lavoratori.
Occorrono oggi decisioni coraggiose e limpide. E soprattutto è necessario uscire dalla china pericolosa nella quale si è ficcato il governo, mostrando la sua debolezza nei confronti delle prepotenze delle multinazionali straniere.
La soluzione è soltanto una: nazionalizzare le imprese per tutelare la salute, il lavoro e l’ambiente.
Le risorse economiche finora sono state impiegate per finalità inutili e soltanto per rendersi graditi alla pancia degli elettori.
Adesso le risorse vanno trovate, anche mediante una richiesta di un prestito nazionale, per riportare in campo lavorativo l’utilità sociale, la libertà, la sicurezza e la dignità umana. Lo impongono gli articoli 41 e 42 della Costituzione Italiana Repubblicana e Democratica.

lunedì 7 ottobre 2019

Rinnovo metalmeccanici: perché va respinta la piattaforma

di Massimiliano Dancelli
e Alberto Madoglio (*)


Si è aperta la contrattazione per il rinnovo del contratto collettivo di lavoro dei metalmeccanici, ma a differenza del passato temiamo che in concomitanza non arriverà nessun «autunno caldo». Anni fa, quando si preannunciava la scadenza del contratto della più importante categoria manifatturiera italiana, fin da subito si sapeva che si sarebbero susseguiti scioperi e manifestazioni che finivano col coinvolgere anche le altre categorie, animando la stagione da ottobre a dicembre. Ormai da parecchi anni, a partire dai due rinnovi separati tra Fim-Uilm e padroni che escludevano la Fiom e l’ultimo contratto in cui è rientrata anche la stessa Fiom, di caldo è rimasta solo la stagione, ormai con temperature sempre più miti a causa dei cambiamenti climatici causati dal capitalismo.
 
Un contratto «a perdere»
La piattaforma, calata dall’alto dalla burocrazia dei tre sindacati confederali Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil, stilata senza nessun coinvolgimento dei lavoratori cui verrà chiesto solo un voto formale nelle assemblee in fabbrica, ricalca negli assi principali il precedente contratto. Un contratto che abbiamo duramente criticato a suo tempo in quanto era un contratto «a perdere» per i lavoratori: si introducevano maggiore flessibilità dell’orario di lavoro, smantellamento del welfare pubblico tramite l’introduzione massiccia di quello aziendale e minore democrazia nei luoghi di lavoro, recependo gli assi principali dell’«accordo vergogna» sulla rappresentanza. Tutto questo in cambio di risibili aumenti salariali (poco meno di 2 euro), avendo legato il calcolo dell’inflazione all’indice Ipca, che esclude i costi dell’energia.
La piattaforma che viene presentata in questi giorni ai lavoratori ripresenta tutti gli aspetti normativi del contratto siglato tre anni fa: viene consolidato il truffaldino welfare privato con un potenziamento del premio da corrispondere attraverso i flexible benefits (buoni carburante, buoni spesa ecc.) e un aumento della quota che l’azienda versa al fondo Metasalute per le prestazioni sanitarie (da effettuare per lo più in strutture private convenzionate, in perfetta sintonia con lo smantellamento del sistema sanitario pubblico). A livello salariale la richiesta di aumento a Federmeccanica è dell'8% dell’attuale stipendio, questo per recuperare la differenza tra l’inflazione reale e quella conteggiata con l’indice Ipca.
 
Piattaforma da respingere
Ovviamente, non rappresentando essenziali modifiche rispetto al contratto appena scaduto, ribadiamo anche per questa piattaforma le stesse critiche e chiediamo a tutti i lavoratori di rispedirla al mittente, votando NO a questa ipotesi di rinnovo.
Prima di tutto, perché vengono proseguiti lo smantellamento dello stato sociale e del servizio sanitario pubblico, a favore di un sistema privato che ha il solo scopo di ingrassare le tasche degli imprenditori del settore e quelle dei burocrati sindacali che partecipano tramite gli enti bilaterali a cui viene assegnata la gestione dei fondi; questo contribuisce inoltre a dividere ancora più la classe tra i lavoratori della grande industria con i pensionati e i tanti disoccupati che invece vedono le risorse destinate a loro ridursi sempre di più e un servizio sanitario nazionale sempre più scadente. (1) In secondo luogo, perché per i lavoratori non ci sarà nessun miglioramento reale, sia in termini di orario che in termini di sicurezza e salute sul lavoro, dal momento che la piattaforma introduce qualche obbligo per i padroni riguardo la sicurezza, ma sappiamo bene che se non vengono ridotti i ritmi di lavoro, specialmente nelle catene di montaggio, gli infortuni resteranno quotidiani.
 
Serve una mobilitazione
Lo specchietto per le allodole che le dirigenze dei tre sindacati proponenti stanno utilizzando per far digerire ai lavoratori anche questo contratto sta nella proposta di aumento salariale dell’8%, che per un quinto livello significano circa 150 euro lordi (comunque pochi di fronte al continuo aumento del costo della vita). Tra l'altro, senza mettere in campo una mobilitazione, sappiamo bene che i padroni non concederanno nessun reale aumento salariale. Infatti, la prima risposta di Federmeccanica è stata quella che sulla base dell’inflazione gli aumenti salariali sarebbero pari a 0 euro e che sarebbe disposta ad un sacrificio solo sulla base dell’aumento della produttività. In poche parole, se vuoi guadagnare di più devi lavorare di più, con tutto quello che comporta in termini di salute, sicurezza e qualità della vita. Del resto, questo è lo scenario a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, da quando è scoppiata la crisi, per tutti i rinnovi contrattuali di tutte le categorie. Rinunciando alla lotta sulla base di una presunta «mancanza di propensione alla mobilitazione» da parte dei lavoratori, le burocrazie sindacali non riescono più a strappare nemmeno le briciole ai padroni, che, utilizzando il ricatto della delocalizzazione o della chiusura definitiva, si riprendono quanto sono stati costretti a concedere nei decenni passati.
 
L’area di opposizione in Cgil che dice?
In realtà sappiamo che se il lavoratore viene chiamato dai dirigenti a una lotta organizzata, sulla base di una piattaforma realmente progressiva, è disponibile a mobilitarsi e affrontare una battaglia anche dura. Il problema è che i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil da anni ormai fanno di tutto per scoraggiare i lavoratori alla lotta, demoralizzandoli fino alla paralisi.
Di fronte a questo quadro poco edificante, i responsabili in Fiom dell’area di opposizione interna alla Cgil, «Riconquistiamo tutto», invece di respingere con forza una piattaforma che ricalca il contratto precedente (anche da loro osteggiato nel 2016), si sono accodati alla falsa  promessa degli aumenti salariali e, al momento di votare nel direttivo nazionale della Fiom per il varo della piattaforma, hanno scelto di astenersi o addirittura di offrire il loro «sostegno critico» (sic).
Eliana Como, membro del direttivo nazionale della Fiom e portavoce dell'area di opposizione interna, ha dichiarato: «Ci asterremo, sapendo anche che, dopo il voto dei metalmeccanici, questa sarà la piattaforma per il rinnovo del nostro Ccnl e che, soprattutto per la richiesta salariale sui minimi, avrà bisogno del sostegno di mobilitazioni e lotte radicali e determinate, che, da subito, ci prepariamo a fare» (2).
Ancora peggiore, se possibile, la posizione dei rappresentanti del gruppo Sinistra Classe Rivoluzione (ex Falcemartello) che hanno così giustificato il loro voto a favore della piattaforma, con queste parole di Paolo Brini, loro rappresentante nel Comitato centrale Fiom: «Qualsiasi lavoratore capisce che questa piattaforma è in netto contrasto con l’ultimo e fallimentare contratto del 2016, è per questo che abbiamo dato un sostegno critico votando a favore nonostante diversi punti negativi che non sottovalutiamo» (3).
Forse sarà chiaro a «qualsiasi lavoratore» ma a noi proprio no. Se si vuole essere sinceri, bisogna riconoscere
che questa piattaforma è una presa in giro degli operai a tutto vantaggio dei padroni.
Tutto ciò dimostra ancora una volta come non basti proclamarsi rivoluzionari, come fanno i compagni di Scr: è necessario essere conseguenti nell'azione pratica. I rivoluzionari non capitolano di fronte alle proposte delle burocrazie che, per difendere i loro interessi di apparato, mirano solo a demoralizzare la classe lavoratrice. Non è forse dovere minimo di ogni rivoluzionario essere in prima linea per contrastare attivamente queste manovre e rilanciare il conflitto di classe?
Pensiamo che l'area di opposizione interna «Riconquistiamo tutto» abbia commesso un gravissimo errore e perso un'occasione importante per rilanciare la lotta operaia. Non ci si può accodare all'inganno perpretato dalle burocrazie (in accordo coi padroni) che cercano di far credere agli operai che qualcosa di buono potrà uscire da un rinnovo contrattuale che non cancella gli accordi a perdere del passato e che, soprattutto, avviene senza rilanciare gli scioperi e i blocchi della produzione. L'area «Riconquistiamo tutto» avrebbe dovuto organizzare una campagna per il NO, chiamando tutti gli operai nelle fabbriche e nelle assemblee a respingere questo rinnovo contrattuale truffaldino, creando così le basi per un rilancio della lotta dei metalmeccanici. Sappiamo che nella storia del nostro Paese le lotte dei metalmeccanici hanno spesso dato il via alle lotte di tutti gli altri settori lavorativi: questa poteva essere l'occasione giusta per cercare di unire le lotte dei lavoratori alle grandi mobilitazioni studentesche di questi giorni.
Noi ci impegneremo comunque in questo senso, convinti che questa sia l'unica via per al contempo garantire contratti migliori e una prospettiva di un futuro diverso per tutta la classe lavoratrice.
 
(*) attivisti dell'area  Cgil "Riconquistiamo tutto"
 
Note
1. Per approfondire il tema, rimandiamo alla lettura dell'articolo “Welfare aziendale: una truffa da respingere al mittente”: https://www.alternativacomunista.it/internazionale/welfare-aziendale-una-truffa-da-respingere-al-mittente .
2. Qui la dichiarazione di Eliana Como, portavoce dell'area “Riconquistiamo tutto”:
https://sindacatounaltracosa.org/2019/09/05/piattaforma-metalmeccanici-perche-non-abbiamo-votato-a-favore/ . Anche se il titolo è (volutamente?) ambiguo, come si può leggere nel testo è una dichiarazione di astensione.
3. Questa una nota di Paolo Brini, membro del Comitato centrale della Fiom-Cgil e rappresentante di Scr, in cui esplicita il suo voto a favore: 
https://www.rivoluzione.red/i-metalmeccanici-vogliono-soldi-veri/
 
 

domenica 5 maggio 2019

UNA DOMANDA A LANDINI: QUALE UNITA' SINDACALE DAL BASSO?

Umberto Franchi



Conosco Landini dalla fine degli anni 90 quando lui era segretario della FIOM di Reggio Emilia ed io segretario della FIOM di Lucca e entrambi facevamo parte del comitato Centrale della FIOM Nazionale di cui era segretario Claudio Sabbatini. 

 Maurizio Landini sa benissimo come l'unità dal basso la FIOM l'abbia sempre ricercata...e che già dall'inizio degli anni 2000, c'e' stata una deriva della FIM CISL, UILM UIL, ed anche dei sindacati Confederali CISL e UIL , sul merito dei contenuti rivendicativi contrattuali e della democrazia rappresentativa sindacale.

 Landini ricorderà come già nel 2002, fu firmato da FIM e UILM un contratto che all'epoca consideravamo "bidone" sia per le concessioni che venivano fatte alle imprese in materia di flessibilità, straordinari, precariato... che in termini di contenuti inconsistenti sul piano salariale e normativo , ma che la Fim e Uilm fecero applicare senza fare votare tutti i lavoratori se accettare "il bidone" o respingerlo.

Una situazione che come FIOM affrontammo continuando la lotta azienda per azienda sui "precontratti" fino ad ottenere il recepimento in ogni azienda ( almeno nella provincia di Lucca ) della piattaforma rivendicativa contrattuale Nazionale predisposta dalla Fiom.


la situazione di allora, anche oggi non e' molto cambiata... Salvo la parentesi dell'ultimo contratto fatto con ancora Landini segretario nazionale Fiom , che non brilla per i suoi contenuti,  persistono tutte le divisioni di allora . Divisioni che hanno avuto uno sbocco deleterio nel contratto di Pomigliano, imposto da Marchionne ma sempre condiviso dalla FIM e UILM e che continua ad essere applicato alla FCA senza alcuna parvenza di democrazia. 

Quindi cosa significa puntiamo ad una NUOVA unità dal basso quando i gruppi Dirigenti, sia di categoria che confederali della CISL e UIL , sono contrari a fare decidere liberamente a tutti i lavoratori sia nella predisposizione delle piattaforme rivendicative , che l' obbligo di firmare il CCNL solo dopo l'approvazione di tutti i lavoratori ? 

 Come non capire che oggi il vero problema sono : la democrazia sindacale e la rappresentanza reale che i sindacati hanno in base alla certificazione degli iscritti? e come non capire che su questo tema non c'e' solo un problema di mancanza di una legge adeguata , ma anche una reale divisione tra Cgil, Cisl, Uil su quale legge fare ? 

Allora come non capire che se non si risolve il problema della democrazia e della rappresentanza non ci può essere nessuna unità dal basso ma solo mediazione tra i vertici che sicuramente sarebbe deleteria perché di basso contenuto ? 


Credo che la speranza di una nuova unità che parta dal basso possa esserci solo se nelle fabbriche, nei territori e a livello generale si sviluppa un movimento di lotta sui contenuti rivendicativi economici  , normativi,  sulla riduzione e governo degli orari, sulla prevenzione e sicurezza e sui diritti del lavoro prima fra tutti il diritto alla democrazia sindacale. !  

Umberto Franchi


giovedì 2 maggio 2019

Primo maggio, una routine senza memoria.

Luciano Granieri

Ceccano  1 maggio 2019. Deposizione di Rose per commemorare i morti sul lavoro.



Dopo il 25 aprile viene il primo maggio. 

Coraggio eroi penta leghisti siamo al “due”  la vostra sofferenza è finta.  Voi che non avete nè storia (se non una  revisionista e fascista riscrittura né di destra, né di sinistra, come voi amate dire)  né memoria,  soffrite maledettamente quando la storia, quella vera,  fa riemergere certe conquiste  sociali e civili    ottenute  grazie a lotte  dure, cruente  ma condivise. Mi riferisco alla  liberazione del 1945 e la manifestazione di Chicago del 1 maggio 1867 in cui si festeggiava l’ottenimento delle otto ore lavorative giornaliere. Chi  condivide solo i ricordi su  Facebook cosa volete ne sappia della memoria storica? 

A dire il vero la ricorrenza del primo maggio comincia ad essere una sofferenza anche per chi come me contrappone i valori socialisti e comunisti  alla criminalità fascista e liberista .  Una sofferenza causata dal fatto che  questa data, con il procedere degli anni,  si è ridotta    più a  commemorare  caduti su  cantieri  e  fabbriche,  anziché festeggiare il lavoro come promozione della dignità umana.  Non è un caso che nella mattinata del  primo maggio scorso eravamo a Ceccano  con l’ANPI a deporre  rose sulla stele che ricorda i morti ceccanesi  sul lavoro .  Nel pomeriggio doverosa è stata  la partecipazione   ad Isola del Liri   alla presentazione del libro di  Paolo Ceccano “Il 1° Maggio a sinistra del fiume Liri , storie del corteo di Isola Liri”. Un prezioso  volume di  testimonianze fotografiche e di storie dei cortei del 1 maggio tenuti nel passato  in quella che veniva definita la Manchester d’ Italia. 

Commemorazione delle vittime  e memoria del bel tempo che fu, a  questo è ridotto il primo maggio? 

 Neanche il concertone di Piazza San Giovanni è più lo stesso.  A farla da padrone il rap, stile musicale di lotta per autonomasia è vero, ma oggi  reso innocuo dal   business. Però in fondo è meglio così. Anche questa ipocrisia è giusto che finisca. La kermesse organizzata dal CGIL, CISL e UIL, inizia nel 1990. 

Già 6 anni prima il protocollo Scotti aveva introdotto i contratti a termine. Iniziava l’era della riduzione del costo e   della dignità del lavoro. Il clamore del primo concertone organizzato dalla "triplice"  non scongiurò la legge del giugno ’90 sulla limitazione del diritto di sciopero. Nel 1996 i Modena City Ramblers, che dal palco cantavano Contessa, non impedirono a CGIL CISL e UIL di sponsorizzare l’accordo per il lavoro redatto il 24 settembre dello stesso anno. Il viatico definitivo all’approvazione del pacchetto  Treu del giugno  1997  in cui la dignità dei lavoratori, attraverso  l’introduzione del lavoro interinale, l’estensione dei contratti a termine e di formazione lavoro, venne  completamente svenduta ai padroni. A questa seguì  la privatizzazione del collocamento e il predominio della chiamata individuale su quella numerica. 

Dopo  la mega manifestazione contro l’abolizione dell’articolo 18 indetta da Cofferati nel marzo del 2002,  gli stessi sindacati si fecero turlupinare dal governo Berlusconi con la legge Biagi in cui, grazie alla modifica che rendeva legale e libero il trasferimento del ramo d’azienda e l’ammissibilità della somministrazione della mano d’opera,  le grandi aziende poterono eludere le tutele dell’art.18 formando tante piccole attività con meno di 15 dipendenti  cui l’obbilgo di reintegro per licenziamento ingiusto non era applicabile. 

Nel 2011 mentre Neri Marcorè  guidava dal palco di San Giovanni la pattuglia dei cantanti resistenti, CGIL, CISL e UIL nulla avevano da obiettare  al  decreto Sacconi che sanciva, di fatto, la fine del contratto collettivo dei lavoratori. Nella normativa  era prevista    la possibilità per le aziende di stipulare accordi  in deroga avendo mano libera su temi come licenziamento,  modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro  -con  ampia libertà di ricorrere  alle collaborazioni coordinate  continuative  e a progetto- 

 Nel  2012   irrompe la legge Fornero che elimina la causale obbligatoria per le aziende che intendono ricorrere ai  contratti a tempo determinato per la  durata di un anno.  Normativa resa ancora più penalizzante  dal ministro renziano  Poletti e , ad oggi, leggermente mitigata da Di Maio con  il decreto dignità  che reinserisce la causala solo dopo il primo anno di precariato . Per non parlare del jobs act.   La resa definitiva dei lavoratori alle imprese  decretata dal governo Renzi.

L’abolizione totale delle tutele dell’art.18, per altro bollata come incostituzionali dalla Consulta, non ha smosso minimamente Cisl e Uil, mentre la Cgil ha rinunciato alla protesta di piazza  imbarcandosi nella vicenda del referendum abrogativo del jobs act. Un quesito referendario  scritto talmente male da essere rigettato dalla Corte Costituzionale lasciando i lavoratori senza lotta né giustizia sociale . 

Questi signori, i riformisti e il corporativismo sindacale loro sodale, ancora al 1 maggio 2019 continuano a lamentare la perdita di dignità del lavoro , le inesistenti tutele per la sopravvivenza  dei lavoratori. Se la prendono con  il governo giallo-verde fautore delle peggiori politiche antisociali. 

Forse sarebbe bene che anche i sedicenti riformisti facessero esercizio di memoria.  Si renderebbero conto che se oggi siamo tornato allo schiavismo e al lavoro a cottimo la responsabilità più grave è la loro . Non c’è futuro senza memoria? Appunto. Affidarsi ancora a gente smemorata non è umano ma diabolico. E non c’è da stupirsi se oggi siamo alla mercè dei penta- fascio-leghisti. 

Dal palco di Bologna Landini invocava, per l’ennesima volta,  l’unità sindacale. E’ sacrosanto.  Mai come in questi tempi servirebbe un movimento sindacale forte e unito a difesa dei lavoratori. Ma senza la  memoria di come si è arrivati a questa deriva schiavista, senza fare i conti con il passato ed operare una decisa inversione di tendenza su come si è operato negli ultimi quarant’anni, il prossimo primo maggio sarà l’ennesimo rituale fondato sull’amarcord e la commemorazione delle vittime sul lavoro.