"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Nella notte fra domenica e lunedì scorso si è spento il
trombonista Dino Piana, una colonna del jazz italiano. Per ricordarlo, pubblichiamo
un’intervista che gli fece Enrico Rava in occasione dell’uscita del disco, che
li vedeva protagonista insieme “Al gir del bughi”. L’articolo a cura di Roberto
Peciola uscì nell’aprile del 2021 su “Alias”
l’inserto culturale de’” il manifesto”
INCONTRI/UNA CONVERSAZIONE TRA IL TROMBONISTA PIEMONTESE E
ENRICO RAVA.
«Al gir dal bughi» è un nuovo disco e l’inizio di una lunga
storia. Ripensando a Mingus
Dino Piana, novantuno anni portati alla grande, con una
voglia infinita di fare quello che sa fare, suonare quel trombone che lo
accompagna fin dalla adolescenza. Una passione che lo ha portato a registrare
ancora un disco, Al gir dal bughi, un lavoro fortemente voluto e spinto
dall’amico di sempre, Enrico Rava, di «appena» dieci anni più giovane, e dal
figlio Franco. Per farci raccontare l’album, ma soprattutto una vita «in jazz»,
ci siamo affidati a una conversazione – rigorosamente «a distanza» – proprio
tra i due grandi «vecchi» del jazz nostrano, eccone un resoconto.
Enrico Rava: Cominciamo a parlare del titolo del
disco, la gente si chiede cosa cavolo voglia dire Al gir dal bughi.
Dino Piana: È una storia che conosci bene, parliamo
di 62 anni fa. Mi trovavo a Torino e mio fratello mi disse che aveva sentito
che da qualche parte stavano suonando jazz, e che sarei dovuto andare a farmi
sentire. Gli risposi che non se ne parlava, figurati, non avevo neanche la
custodia per il trombone, che faccio, me lo metto sotto il braccio? Alla fine
mi convinse e una domenica mattina andammo, mi tremavano le gambe. Quando siamo
entrati tu mi sei venuto incontro dicendomi, «Ah, un trombone a pistone, come
Bob Brookmeier!». Capirai, io non sapevo neanche chi fosse Brookmeier e sono
andato in palla, poi quando mi proponesti di suonare un blues avrei voluto
morire, non conoscevo nulla, non lo avevo mai suonato e ti chiesi cosa fosse il
blues. Tu ti girasti verso il pianista, Maurizio Lama, con uno sguardo come a
dire «eccolo qua, abbiamo il pollo!». Lama mi fece sentire qualcosa e io dissi:
«Ah, ma è al gir del bughi», è il giro del boogie-boogie! Iniziammo a suonare e
io feci un solo, poi due, poi tre e quando finii mi avete abbracciato. Da
allora tutte le domeniche mattina venivi a prendermi a casa e conoscesti Franco
che allora aveva un anno o due, ricordi che sulla culla c’era una trombetta?
E.R.: Mi fa sorridere il fatto che dopo sessant’anni
lo chiami ancora boogie boogie, è boogie-woogie!
D.P.: Sì, ma noi lo chiamavamo booggie boogie…
E.R.: Sai perché ti abbracciammo? Perché noi eravamo
dei maldestri dilettanti, io avevo vent’anni e avevo comprato una tromba da un
paio d’anni, Maurizio suonava «abbastanza» bene il piano e tu sei arrivato
senza sapere nulla, non avevi mai suonato il jazz ma facesti un solo
incredibile. A farti conoscere il jazz però ci pensò Luisa, tua moglie, con la
quale hai passato tutta la vita…
D.P.: Sì, allora pensavo di suonare jazz, ma era solo
musica da ballo. Un giorno Luisa mi disse che se fossi andato da lei, una sera
mi avrebbe fatto ascoltare una radio tedesca che trasmetteva musica per le
truppe Usa in Germania. Andai, quella sera c’erano Dizzy Gillespie e Charlie
Parker, era una cosa da matti… «Ma cos’è ’sta roba?», le dissi, e lei: «Questo
è il jazz». Ogni volta che trasmettevano andavo da lei e così cominciai a
provare quelle cose, suonavo free per conto mio. Questo fu il mio primo
incontro con il vero jazz.
E.R.: Poco tempo dopo quel nostro incontro
partecipasti con un gruppo che credo si chiamasse Quintetto o Sestetto di
Torino, alla Coppa del Jazz, un concorso che faceva la Rai in quegli anni, e
vincesti come rivelazione. Subito dopo ti volevano tutti i grandi musicisti
europei…
D.P.: Non so nemmeno io come andò. Dopo la Coppa del
Jazz venni contattato da Romano Mussolini che mi offriva di entrare nel gruppo
che avrebbe dovuto accompagnare Chet Baker alla Bussola. Anche lì pensai di non
andare, Baker era troppo per me, ma Luisa mi convinse dicendomi che era
un’occasione unica, a cui non potevo rinunciare. Accettai e mi ritrovai al
fianco di quello che consideravo un dio, lo amavo e lo amo tutt’ora perché…
beh, lo sai perché. Feci tutta la stagione con lui e imparai moltissimo, ma
all’inizio fu dura. Quando ci siamo trovati al pomeriggio per stilare una
scaletta, per conoscerci, ci accordammo per partire con un blues, poi la sera,
locale pieno, lui arrivò in ritardo, trafelato, prese la tromba, si girò verso
di noi e disse: «Tune up». Rimasi come uno stoccafisso, non conoscevo quel
brano, non lo avevo mai sentito, e decisi di non suonare… avrà fatto sei chorus
uno più bello dell’altro e poi mi fa: «You don’t play?», e io «No, I don’t
know!» Quella sera, fu tremenda, ma poi le cose si sono aggiustate e siamo
diventati «quasi» amici, perché era amico di tutti e di nessuno, fu una grande
esperienza. Da lì in poi ho suonato con moltissimi musicisti americani e non
solo, Mingus, Gerry Mulligan, Thad Jones, Paco De Lucia, Maynard Ferguson, Lee
Konitz, troppi per citarli tutti… Ultimamente ho fatto delle bellissime cose
con Carla Bley e Kenny Wheeler, roba d’avanguardia con cui non mi ero mai confrontato.
E.R.: Ma la storia del tuo ingresso nella orchestra
della Rai? Come hai fatto, senza neanche saper leggere la musica?
D.P.: Fu una cosa particolare. Gorni Kramer venne a
sentire Chet al Bussolotto, alla fine del concerto mi si avvicinò e mi disse:
«Bravo, suoni bene, mi piace. Io a novembre o dicembre dovrei fare una
trasmissione in Rai e mi serve un trombone come te, che improvvisi. Ho un
trombone bravissimo in orchestra, Mario Pezzotta, però uno come te mi
piacerebbe”. Io avevo bisogno di un lavoro fisso, diventai rosso e gli dissi,
con fatica: «Maestro, ma io non leggo la musica, come faccio a suonare in
un’orchestra?». «Ma come non leggi la musica… Ma gli accordi che suonavi?»,
«Non lo so cosa suono», «Guarda, non mi importa, parlo io con Pezzotta e vedrai
che ti aiuterà». Pensavo di non accettare ma anche quella volta a spronarmi fu
Luisa, e così mi ritrovai a studiare con il maestro Pezzotta che all’inizio era
un po’ perplesso ma pensava di riuscire a farmi suonare «a prima vista» se gli
fossi stato vicino, ma non è mai successo!
Interviene Franco Piana: Ma poi con Mingus…
D.P.: Con Mingus è un’altra storia, Enrico, vuoi che
te la racconti?
E.R.: E certo, siamo qua per questo!
D.P.: Ricordo che ricevetti una telefonata in cui mi
dissero che c’era da fare una cosa con il più grande contrabbassista del mondo.
Io per scherzo dissi, «Chi, Charlie Mingus?» «Sì, proprio lui!» «Ah, ok, non
vengo!», figurati sapevo che era uno molto esigente e con un carattere
particolare, e se un musicista non gli andava a genio lo mandava a quel paese.
E lì di nuovo subentrò Luisa a spingermi ad andare, e io non volevo, conoscevo
i dischi di Mingus e sapevo che il suo trombonista era fenomenale, e io cosa
potevo andare a fare con il mio strumento a pistone, e invece… Arrivò con un
cappello nero e il sigaro, metteva soggezione. Cominciamo a registrare e
durante il brano mi fa cenno di andare, presi la plancia al volo e mi lasciò
spazio; alla fine mi fece i complimenti, fu un’altra grande soddisfazione.
E.R.: Poiché siamo partiti da Al gir dal bughi, che è
l’inizio della tua storia, dimmi qualcosa di questo disco, sei contento?
D.P.: Molto, perché non credevo di fare ancora un
disco così, col mio nome, voi mi avete spinto a farlo e sono molto contento
perché non è un disco combinato, Ci siamo ritrovati a registrare senza aver
preparato nulla, siamo andati a ruota libera, col cuore. Ecco, è un disco fatto
col cuore, un disco di jazz, se vuoi tradizionale, ma con tanta anima. Grazie a
te Enrico e a Franco che mi tiene sempre sulla corda. Io suono tutti i giorni,
se non suono sto male, è importante per me.
E.R.: Anch’io! Suono tutti i giorni, sono felice se
sento che il labbro va, scontento se non va, mi sento in colpa se sto un giorno
senza suonare, e non ci crede nessuno. Ma come? Mi dicono, tu alla tua età… Sì,
lo faccio perché è quello che mi tiene in vita…
D.P.: Esatto, lo facciamo per noi stessi. Mica penso
di mettermi a fare concerti a 91 anni – «li faremo», interviene Rava -, vabbè,
speriamo. Io ho bisogno di farlo, di sentire il mio suono, perché viene da
dentro, dall’anima. A volte suono anche brani vecchi, cose che mi ricordano
Luisa, vado col pensiero e torno in quella sala da ballo, per esempio.
E.R.: Dino, è stato un piacere, spero che tu abbia
detto tutto ciò che volevi, ma se vuoi dire qualcos’altro…
D.P.: No, voglio ringraziarti, è stata una bella
cosa, grazie.
E.R.: Sono io che ringrazio te, ma tanto ci sentiamo
presto.
Chi è stato veramente Charlie “Bird” Parker? L’inventore del
Be Bop? Un grande musicista? Colui che ha salvato il jazz da una
morte sicura? Uno drogato? Uno psicopatico? Come al solito quando
appare sulla scena un movimento rivoluzionario musicale, che diventa
cultuale e sociale, il suo principale interprete si identifica in un
personaggio destabilizzante, in particolare se è aduso agli eccessi
ed è un nero, come Charlie Parker. La sua figura diventerà mitica , non solo, purtroppo, per le capacità artistiche. Non
credo ci possano essere dubbi sulla svolta che il Be Bop impresse al
jazz e alla cultura afroamericana in generale. Ma come sempre accade,
quando ci si allontana così tanto dalla linea mainstream
moral-borghese, si ha tutti contro. Come accadde quando il Be Bop di
Gillespie, Parker, Monk e Parker, solo per citarne alcuni, provò
uscire dai sotterranei del Minton’s. Le principali riviste
specializzate dell’epoca parlarono, di impostori pieni di se, la
cui espressione autoreferenziale, che non era musicale, ma
confusionaria, serviva solo ad alimentare la propria prosopopea e il
proprio vuoto elitarismo. Il seguito della storia, poi, dirà
tutt’altro e, finalmente, verrà riconosciuto a Bird e gli altri,
il merito di aver iniziato una pagina nuova nella storia del jazz e
di tutta la musica. E’ indubbio, però, che nel raccontare
Chiarlie Parker, detto Bird, si tenda a sottolineare i suoi eccessi,
la sua tossicodipendenza. Storie che non possono evitare di
riportare quegli eccessi realmente condizionanti, artefici della
sua autodistruzione, ma che attraendo la vulgata "popular", vendono meglio di
una compiuta descrizione della sua grande tecnica e innovazione
musicale. Storie che, da una lato, portano alla fallace conclusione
per cui sia la droga a farti suonare meglio, dall’altro, a
seppellire la straordinaria valenza artistica sotto l’estemporaneità
della follia derivante dalla tossicodipendenza. La leggendaria,
quanto drammatica, registrazione di "Loverman" da parte di Parker a
Los Angeles, dove, dopo la sua notevole esibizione, crollò
stroncato da droga ed alcool, e quindi fu ricoverato all’ospedale
statale Camarillo, è stata spesso oggetto di racconti e leggende. Ma
fu lo stesso Parker a smentire, in seguito, che quel “Loverman”
fosse così efficace perché suonato sotto l’effetto di
stupefacenti. Anzi ribadì che se fosse stato lucido avrebbe suonato
molto meglio. A quella seduta di registrazione era presente il
giornalista e scrittore Elliot Grennard, il quale, da quell’evento umanamente drammatico, ne trasse un racconto breve pubblicato su
Harper’s Magazine. Ho trovato quel racconto sulla
pagina Fb Bop Review. Non riuscendo a reperire versioni in italiano,
ho provato a tradurlo. Lo propongo a chi vorrà leggerlo. Al di là
dell’immagine che l’autore fa emergere di Sparrow - il protagonista del racconto, chiaro riferimento a Charlie Parker, fra mito, leggenda, tossicodipendenza, per la quale non
mi sento di esprimere un giudizio, che lascio ai lettori - la storia di Grennard descrive efficacemente le condizioni, politiche sociali,
culturali ed economiche, in cui il Be Bop provò a nascere. Per cui
mi è sembrata una buona idea tradurlo e diffonderlo.
Un’avvertenza
però: Elliot Grennard era bianco, e dunque il suo racconto va letto,
secondo me, tenendo conto di come un bianco americano, anche se
liberal e attento ai diritti civili, possa scrivere dei neri.
Luciano Granieri.
Quello che segue è il famoso racconto breve di Elliot Grennard che
era presente alla sfortunata sessione di registrazione di Loverman
del 29 luglio 1946, nel corso della quale, Chiarlie Parker fu
ricoverato all’ospedale statale Camarillo. Tale storia si rifà
direttamente a quella sessione. Quando fu pubblicata su Haper’s
Magazine, nell’edizione del maggio 1947, vinse un premio per
racconti brevi (non chidete che tipo di premio) Ross Russell, della "Dial records" pubblicò Loverman e le altre registrazioni di questa
sessione per sfruttare il successo di “Sparrow”. Charlie Parker, che non suonò mai più Loverman in pubblico negli Stati Uniti
(tranne una volta con la big band di Gillespie, non lo ha mai
perdonato per questo.
Be Bop Review
HARPER’S MAGAZINE
SPARROW’S
LAST JUMP (1)
Una
storia di
di
Elliott Grennard
traduzione di Luciano Granieri
Dopo aver assistito
al balletto “Specter of The Rose” i nostri discorsi si
concentrarono su Nijinsky (2).
Qualcuno disse “Immagina se avessero avuto una telecamera
in funzione, nel momento in cui perse completamente
la ragione. ” Dissi di aver registrato un disco di Sparrow
Jones la notte in cui andò fuori di testa. Mi chiesero quel disco. Non capivano la differenza fra un musicista jazz e
Nijinsky. Avrebbero desiderato possedere quel vinile come una
rarità da collezione, questo mi stavano chiedendo. Sapete
spiegarmi perchè.? Nell’ultima edizione di “jazz year book” le
splendide gesta del grande Sparrow erano descritte chiaramente. E’
normale quindi che quell’ultima incisione fosse molto desiderata.
Probabilmente avrei potuto venderne 20.000 copie in un mese, 50.000,
una volta sparsa la voce nel mondo. Ma non credo che tale operazione
potesse procurarmi un grande affare . L’Hot jazz non si vende come
vendono Freddy Martin o Sammy Kaye. Se riesci a piazzare 10.000
copie è già un gran colpo. Anche a me è passato per la testa di
vendere il disco e devolvere i proventi per il pagamento del sanatorio
di Sparrow. Ma quando una dramma del genere accade proprio sotto i
tuoi occhi, non vuoi che quell’immagine si ripresenti ogni volta
che ascolti quella registrazione.
CON IL BE BOP NON
SI FANNO AFFARI.
Ero appena tornato
da New York quella mattina, e avviandomi verso casa, pensai di
fermarmi al negozio di dischi di Jackson per vedere come stavano
andando i prodotti della mia piccola casa discografica. Pubblico
solo tre dischi ogni due mesi. E quando sei ancora acerbo, in questo
genere di affari, è intelligente andare a visitare personalmente i
tuoi clienti . Questo avrei dovuto fare per sei settimane. Passare
dai rivenditori di dischi fra Los Angeles e New York e venerarli
con entusiasmo .
Jackson è il mio
miglior cliente a Hollywood. Non può sostenere, e non lo potrebbe
fare , anche volendolo, il mio catalogo. Ha il franchsing di
Victor, Columbia, e Decca, quindi , spinge per vendere dischi di
queste case. Non disdegna comunque le etichette indipendenti, Non
un grande affare, ma neanche cattivo, se si calcola che esistono 81
piccole case discografiche sul mercato e la maggior parte di esse
pubblica solo jazz hot.
Lo salutai
“Salve Jackson
dai un occhiata veloce alle pareti per vedere se ci sono attaccati
gli stickers dei mie dischi”.
“Stai
scherzando Mc Neil?” disse.
Quindi mi chiese
cosa avessi sentito in giro. Gli ho riportato la grande notizia
della rivoluzione Bo Bop nell’est.
“Stavo pensando
di occuparmi di Sparrow Jones, e registrare un po’ di questo Be Bop”.
Jackson mostrò i
suoi denti in un ghigno.
“Mi stai
prendendo in giro? Nella sala di
ascoltoc’è un clienteche
sta facendo girare il tuo album Basin Street e che ti caccerà dalla
città se gli dico che stai facendo il filo al Be Bop”.
Jackson stava
chiaramente scherzando, ma non troppo
“I
collezionisti del New Orleans sono assassini. Giurano che il jazz è
morto nel 1924, oggi per spingere la culla del jazz il beat
in 2/4 è desueto, serve il beat 4/4. E’
estremamente commerciale(3)”.
Disse.
Benny Goodman? Un
clarinettista da camera da letto, che non sarebbe neanche in grado di
lustrare le scarpe di Jimmy Noone. Io non discuto. Ho pubblicato i
miei dischi per il Southside di New Orleans e per gli Hep, in questo modo nessuno si arrabbia con
nessuno. Mi sto interessando a questo personaggio, Sparrow, non
solo perché lo ritengo un buon affare. La verità è che a me piace
ogni tipo di jazz – Louis, Duke, Goodman- anche quando non è
quello che preferisco, o non lo capisco – come il Be Bop- Rispetto
ciò che questi giovani stanno sperimentando.
Che diavolo!
Quanti ragazzi hanno
collezionato Duke prima della metà degli anni trenta? Quando apro la
porta della sala di ascolto del negozio di dischi sento una
tromba frenetica - che potrebbe solo essere quella di Dizzy Gillespie - all’inizio mi chiedo se sto sentendo della musica o cos’altro,
poi capisco che non c’è nessuno in grado di suonare un disco di
Gillespie.
HUGHIE HADLIFFE
E’ un grande
Hughie Hadliffe. Hughie è una delle persone che preferisco, non lo
vedevo da quando sono tornato dall’est sei settimane fa. Ho gridato
“Hughie!” e gli ho dato una pacca sulla spalla.
Hughie ti saluta
sempre con una solida stretta di mano, perché è solidamente serio.
Dietro ai suoi occhiali sembra un medico internista, è ciò che
avrebbe voluto diventare se non avesse capito, dopo tre anni di
college, che essere un medico nero è un’impresa piuttosto
difficile. Quindi, invece che rompersi la schiena, Hughie si è dedicò
alla tromba, strumento che aveva suonato sin dai tempi della
scuola.
Ma nonostante tutto..... sembrava un medico. Niente baffetti da capretta, e neanche occhiali
scuri(4), ciò rendeva
inverosimile il fatto che si fosse dato al Be Bop e che avesse
rifiutato una buona scrittura da Count Basie per una serie di
registrazioni mensili. Questo era il guaio del Be Bop. Una volta che
si iniziano a sentire quegli accordi avvitati nelle orecchie e ad
apprezzare quei momenti speciali hai trovato la tua strada, non
puoi suonare in nessun altro modo. La vecchia via è troppo
monotona.
“Come sta il
mio ragazzo?” Gli domandai.
Hughie scosse la
testa
“Non se
la passa bene.”
“Eh?”
bofonchiai sorpreso
Poi realizzai che
credeva gli stessi chiedendo di Sparrow. I musicisti di jazz hanno
una mente rivolta solo alla musica. Mangiano bevono e dormono per
la musica. Se scoprono un artista che propone qualcosa di nuovo, lo
venerano come un Dio. Così erano Hughie e Sparrow. Una sera Hughie
aveva ascoltato Sparrow, e quando questi gli chiese se gli sarebbe
piaciuto suonare con lui, Hughie mollò tutto quanto. Sparrow era il
suo idolo ed il modo in cui lo guardava faceva capire che per lui
ci poteva essere solo un musicista.
“Non gli piace
il club?” Chiesi
“A lui piace
molto... credo”,
ho capito che non
aveva voglia di parlarne . Ma insistei.
“Qual’è il
problema?”
Hughie scrollò le
spalle, non per indifferenza, ma come se non sapesse cosa dire.
I musicisti jazz
sono molto reticenti se gli chiedi della musica. Non trovano la
parole per descrivere esattamente cosa sentono, non mostrano
entusiasmo. Se a loro non piace qualcosa e gli chiedi come possono
girarne a largo , dicono : “beh lo sai” Se a loro piace
qualcosa sorridono e dicono; “ E’ tutto a posto”. Quando
perdono la testa per qualcuno esclamano: “ehi man suona bene”.
Quindi quella
reticenza di Hughie , mi fece sospettare che l’affare da fare con
Sparrow era qualcosa di grosso. Ciò cambiò i miei piani.
“Vorrei che tu
Sparrow e la band incidesse per me”. Dissi.
Hughie raddrizzò
la testa
“Caspita sarebbe
fantastico Harry, non scherziamo….. grande…….perché non lo
facciamo? Abbiamo dei bei pezzi, veramente belli”.
Riflettei
“che è
successo?”.
Non è l’Hughie depresso di prima. Da, che deriva
tutto questo improvviso entusiasmo?
“Calma” esclamai “mi hai appena fatto un quadro diverso”
Hughie abbassò le
spalle. Immaginai che la sua gioia fosse spontanea ma inadeguata.
“Sparrow è
malato”, disse con calma “Non so fino a quando potrà
reggersi in piedi. Quindi ho pensato che sarebbe stato
bello potesse registrare dei dischi
finché fosse stato in grado d farlo”.
E’ come se avessi
preso una pugnalate nel vedere Hughie in quello stato, ma non volevo
mollare.
“Non preoccuparti” dissi,“passerò
al club una di queste sere, concorderemo le date con Sparrow”.
Hughie prese
un’aria solenne
“ Se hai
intenzione di registrare con Sparrow, è meglio che lo
fai presto”. Allora capii che stava veramente male .
Jackson spuntò da
dietro il bancone proprio mentre stavo passando facendomi sobbalzare
.
“Ho dimenticato
di parlarti di Sparrow” disse “Il fisico non lo
regge più , sembra che stia veramente perdendo la testa”
Probabilmente ho
capito male
“ L’ho
sentito suonare bene”
”Quando riesce
a tenere in mano il suo strumento” aggiunse Jackson
“Ha un tic che
lo fa sembrare come una holy roller (5)
pietrificata” Cominciai ad avere dei dubbi. Forse, la
mia scelta rischiava di essere azzardata.
SPARROW SI
PREPARA PER IL CONCERTO
Non riuscivo a
togliermi Sparrow dalla testa, aveva ottenuto la sua scrittura
circa quattro settimane fa e questo avrebbe dovuto farlo sentire
bene. Era in cassa integrazione da quasi otto mesi, ed è un tempo
lungo per un ragazzo che ha lavorato costantemente da quando aveva
quattordici anni. Decisi di andarlo a trovare quella sera stessa.
Il locale era un
osteria fra il centro e la trentottesima. Non il meglio per un
ragazzo abituato ai posti migliori della città, ma il Be Bop era
troppo nuovo per avere seguaci, e nessun gestore di locali notturni
dalle grandi aspirazioni a Los Angeles era disposto a correre il
rischio di scritturare una band Be Bop. Soprattutto se si trattava di
night club per bianchi. Conoscevo questi locali, non aprivano mai
prima dell’una. Quindi arrivai li poco dopo le due. Presi un tavolo
vicino al palco. La band era impegnata nel sound check . I ragazzi
stavano provando mentre stappavo la mia bottiglia. Iniziai ad ambientarmi. Quando Sparrow prese posto sulla sua sedia e si voltò verso di me,
quasi svenni. Non era lo stesso Sparrow che avevo conosciuti. Era difficile credere che
quell’uomo di mezza età avesse solo ventidue anni. La sua pelle
scura era sempre stata tesa e lucida. Ora ripendeva sulle sue ossa
come un mastice nero. I suoi occhi erano rotondi, grandi, ma vuoti.
L’espressione del suo viso era quanto di più triste avessi mai
potuto vedere. Dava l’impressione di voler piangere dentro solo
che non ne poteva più di piangere ancora. Mi ricordo quando il suo
fisico compatto era una macchina di precisione. Mentre si
preparava a suonare i suoi occhi puntavano dritti verso il basso e
il suo corpo era come una molla pronta a scattare. Poi sparì.
Nessuno, fra colore che lo aveva ascoltato in quei tre anni con gli Hot Five di
Joe Pepper, avrebbe potuto immaginare fin dove Sparrow sarebbe
potuto arrivare. Crebbe così in fretta e andò così lontano che l’ultimo
anno in cui rimase con loro, Joe e gli altri non riuscivano a tenere
il suo passo. Quando iniziarono a chiamarlo “Sparrow” suonava
in modo incredibilmente frenetico. Sparrow non avrebbe mai potuto
integrarsi con una big band , la sua tonalità era troppo
personale, la sua intonazione troppo piena e sofisticata per
connettersi con gli altri sassofoni. Questa era la ragione per cui la
band di Joe Pepper era il meglio per lui. Suonavano blues e Sparrow li
trascinava con se. Poi la band decise di mettere in repertorio pezzi
da ballo a tempo medio e Sparrow cominciò a....... sballare. Iniziarono i
guai fra lui e Joe. Joe voleva prendere un ritmo delicato e
rilassato, ma Sparrow rimaneva fisso nella sua frenesia
incontenibile . Spingeva il ritmo più forte....... e ancora più
forte, lo trascinava avanti . Non è che il beat fosse diventato più
veloce, semplicemente non era rilassato. Sparrow cominciò a suonare
note che mettevano Joe a disagio. Quando lasciò la band,
scoprì di non avere alcun posto dove andare. Suonava in un altro
mondo. Solo dopo che Hughie si unì a lui ed ingaggiarono Jimmy Brash
al piano, Joe Miggs alla batteria e Fat Stuff al contrabbasso
Sparrow trovò una nuova dimensione in cui esprimersi. Si librava in
alto fino a quando Hughie non lo raggiungeva quindi iniziavano a
suonare insieme. Gli altri tre si aggrappavano a loro senza problemi.
Questo è lo scenario in cui avevo immaginato di registrare. Ma
guardando Sparrow seduto li non credevo ci fosse alcuna possibilità.
Cercavo di evitare di guardarlo, ma non potevo distogliere lo
sguardo da lui. Si contorceva e sussultava come una macchina
impazzita. Era la peggiore immagine che avessi mai potuto vedere. All’inizio
il suo corpo scattava a destra, poi a sinistra e poi ancora, forse per quattro volte, a destra. Intanto le sue gambe scalciavano come angeli
cocainomani e una spalla sobbalzava. Alcune volte si muoveva solo
una parte del suo corpo, altre volte due o tre nello stesso tempo.
Ma non si poteva prevedere nulla di tutto ciò. Non aveva nessuna
preordinazione, nessun ritmo. E per tutto il tempo la sua faccia
mostrava di non sapere cosa il suo corpo stesse facendo. Sembrava
solo triste.
La band era a nome
di Sparrow ma in realtà era Hughie ad occuparsi di tutto. Stabiliva i brani da suonare, chi, e quando, avrebbe dovuto
prendere un assolo. I ragazzi erano pronti. Cercavo di capire quale
fosse il loro atteggiamento nei riguardi di Sparrow, si comportavano
come se lui non ci fosse. Eccetto quando vedevo le loro espressioni
cambiare nel momento in cui posavano gli occhi su di lui. Sapevo che
pensavano molto a lui, al suo stato. Era un cosa talmente grande che
non esistevano parole o espressioni per descriverla. Hughie battè
il tempo
“Okay , muoviti
bopper” .
Sparrow smise di
contorcersi, la testa si scosse verso destra per una ventina di
volte, al tempo della musica. Improvvisamente smise di agitarsi, il
corpo si irrigidì, le sue gambe si mossero come se stessero danzando
in un incubo. Quando Sparrow venne fuori da quella inquietante danza
scattò facendo volare via la sua sedia , mentre il sassofono
straripava dalle sue labbra. Soffiò nel suo strumento attaccando
il primo beat del secondo chorus proprio al momento giusto. La sua
sedia era rivolta verso la parte posteriore del palco e Sparrow stava
soffiando verso un muro vuoto. Nell’ultimo beat della frase si
volse suonando verso la sala. Voglio dire suonando veramente. Era sempre il
vecchio Sparrow e la band lo sapeva. Non lo guardavano, ne
sorridevano, ma erano consapevoli di trovarsi di fronte ad un genio
ed il modo come stava suonando lo provava.
Devo aver trattenuto
il fiato per trenta secondi. Poi mi sono lasciato andare sullo
schienale della poltrona il mio corpo soffriva come se stesse in un
trita ghiaccio. Mi versai un bicchiere di vino dopo l’altro per
rilassarmi.
UN GENIO NERO IN
MEZZO AI BIANCHI
Sapete a cosa somiglia
il Be Bop? Non intendo in termini musicali . I ragazzi che lo
suonano, neanche provano a spiegarlo. Nemmeno lo chiamano Be Bop.
Dicono solo che è frenetico (frentic) e questo è forse il modo
migliore per descriverlo, se si considera che nel dizionario il
termine frenetico (frentic) è descritto come: violentemente
folle, oltraggioso, trasportato dalla passione. Personalmente non
mi allontano da questa definizione. Penso al Be Bop come una
tensione, un’agitazione, una controllata isteria. Hughie e Sparrow
avevano elaborato alcuni chorus all’unisono che un orecchio non
allenato non avrebbe potuto seguire, e quando finirono il set gli
altri tre ragazzi stavano sorridendo compiaciuti. Ho potuto solo
sentire che dicevano “Man è straordinario, veramente
straordinario”.
Finito la prova ,
Hughie mi invitò a bere con lui un drink, Sparrow rimase seduto
sulla sua sedia. Insensibile ad ogni cosa gli si muovesse intorno,
stava buttato li come un idiota addormentato con gli occhi aperti. Io
e Hughie bevemmo senza parlare. I nostri sguardi non si distaccarono
mai da Sparrow.
“Come va?”
chiesi alla fine.
Hughie scrollò le
spalle
“Ha bevuto
troppo?” esitai e titubante aggiunsi, “…..o preso
qualcosa?”
Hughie si decise a
dirmi: “Ultimamente è sotto morfina”.
“Oh”
esclamai
Hughie non voleva
lasciar cadere il discorso
“Sparrow adesso beve
tanto quanto gli altri, ma lo scorso anno con Joe Pepper ha iniziato
a suonare forsennatamente giorno e notte, in modofrenetico, e aveva paura di non riuscire a
tenere quel ritmo. Ha cominciato a bere pesantemente e
a farsi di droga. Quando, qui a Los Angeles, non
è riuscito più a trovare ciò che cercava e rimediava a New
York, ha iniziato con la morfina.”
Hughie scosse
tristemente la testa.
“Ho cercato di
convincerlo che la roba non ha mai aiutato la musica di nessuno”.
Era una vecchia
storia. Sapevo come la maggior parte dei vecchi jazzisti
raccontava certe cose. Suonavano in qualche caffè da quattro soldi
fino a sfinirsi e poi dovevano registrare in studio alle nove del
mattino successivo, fumavano erba per sostenersi convinti che questo
li facesse suonare meglio. Si sono poi resi conto che le cose
stavano diversamente, ma i giovani che li hanno seguiti hanno dovuto
impararlo da soli, nel modo più difficile. La cosa mi faceva star
male
“Quanto pensa
di poter diventare bravo? Per l’amor di Dio ha
soli 22 anni. Non c’è nessuno che possa eguagliarlo
oggi sul suo strumento”
“Sparrow è
così si agita sempre per migliorare la sua tecnica, per trovare
idee originali e nuovi modi di suonare il suo sax.”
Hughie mi guardò
sincerandosi che avessi capito e continuò
“Sparrow è
ansioso, incontra strane persone che lo venerano come un genio e si
sente uno sciocco nel non riuscire a stare insieme a loro a
dialogare con loro . Non ha superato la terza media e quante chance
può avere un negro come lui? ”
Hughie aggiunse
“Quante
possibilità ha avuto Sparrow di integrarsi e conoscere le cose? Ha
il dono del feeling. Tutto ciò che sa è come suonare bene. Ecco
perché lavora duramente per farlo sempre meglio. E’ tutto ciò che
può dare.”
Ho riflettuto e ho
avuto un moto di ribellione. Mi sono chiesto: com’è la vita di un
ragazzo nero in un mondo di bianchi, anche per un tipo con il
talento di Sparrow? Incontra i musicisti ed è tutto ok, per loro
conta solamente come lui suona . Ma con gli altri? Quelli che
scoprono il jazz e collezionano i dischi pensando che ciò sia
sufficiente per scoprire la musica dei neri come se fosse una caccia
al tesoro? O i giornalisti dei magazine, in cerca di storie da
vendere, che parlano in modo apparentemente amichevole
intervistando il fenomeno nero, facendolo sentire come
se fosse un fenomeno . O gli ubriachi nei bar che pensano che sia
okay abbracciare un musicista di colore dicendo: “Perchè io te
non usciamo stanotte per procurarci qualche bella
ragazza ?”
Sparrow era
schiacciato da questa pressione dover assolutamente giustificare
l’interesse cresciuto attorno a lui . Per questo suonava con il
cuore in mano.
CAPPY
Stavo pensando a
qualcosa da dire per avvicinarlo quando notai uno sconosciuto
sedersi alla batteria. Stava facendo strisciare le spazzole sul
rullante fingendo di non occuparsi di Sparrow ma ebbi la sensazione
che lo stesse osservando per tutto il tempo.
“Chi è
quello?” chiesi a Hughie, indicandolo con un cenno del viso.
“Quello è
Cappy un ragazzo dello staff di di
Sparrow”
“ Dimostra 35
anni un po’ vecchio per essere un ragazzo dello staff”
ho sorriso.
“Questo lavoro
deve pagare meglio di quanto pensassi” aggiunsi
“Cappy non ha
preso e non prende soldi da Sparrow”
disse Hughie, “vuole solo stargli attorno.
So come i fan del
jazz adorano i musicisti.
“Sparrow è il
suo idolo?” Hughie sorrise,
“Quello
è il suo ragazzo preferito, il suo maestro”.
Osservammo Cappy
per un po’ . Aveva un bel sorriso. Teneva un ritmo soft con le
spazzole come se stesse accarezzando la schiena di Sparrow. Sembrava
volesse mantenerlo calmo.
Ero sempre più
convinto che Sparrow avrebbe potuto incidere alcuni dischi e più ci
pensavo, più mi sentivo come Hughie.
“Vogliamo
parlare delle date per le registrazioni” Dissi dopo qualche
minuto,
“Pensi che
Sparrow sia in grado di incidere?”
Hughie era diventato
di nuovo ansioso. In questa prova è stato ottimo. Che diavolo! Pensai,
“ Ma domani?”.
“Prenoterò il
Sunset studio per le sette così avremmo il tempo di cenare prima.
Per
domani andrebbe
bene?”
“Vuoi che parli
con Sparrow?”
“Glielo dirò
io” disse Hughie.
Si alzò in piedi e
gli altri ragazzi fecero lo stesso. Cappy non smetteva di strisciare
quelle spazzole fino a quando Joe Miggs riprese possesso della
batteria. Quando Cappy passò vicino a Sparrow si premurò di far
scorrere accidentalmente la mano sulla sua spalla. Attese accanto a
lui fino a quando i ragazzi della band attaccarono il primo pezzo.
Quindi fece un passo indietro.
Mi sorrise
scusandosi quando si accorse di aver quasi urtato il mio tavolo.
Restituii il sorriso.
“Vuoi un
drink?” chiesi.
Rispose
affermativamente e tirò fuori la sedia dal tavolo rivolgendola verso
il palco. Distolse lo sguardo da Sparrow solo quando io presi la mia
bottiglia.
“Vorrei
bere una coca” disse in un modo simpatico e spontaneo.
Domandai: “sei
sicuro?” E feci cenno al cameriere:
“Suoni la
batteria?” chiesi dopo che entrambi avevamo bevuto.
”Uh uh di
solito suono il tenore”
“Non lo suoni
più?”
“ Sono quattro
anni che non tocco il sax ” disse in quel suo
modo disincantato. Lo guardai meravigliato.
“Forse ti
ricordi di me” disse
“Cappy
Gaystone?”. Alla fine mi ricordai di lui. “Sicuro eri
nella band di Ben Webster e prima nei Rhythm Riders”.
Cappy sorrise “Te
lo ricordi? È favoloso”.
Stavo per chiedere
perchè avesse smesso di suonare, ma cambiai idea, Cappy lo capì e
sembrò che la cosa non gli dispiacesse.
“Stavo
male” disse “come Sparrow”.
Cercai di tenermi
lontano da questo discorso.
“Di sicura
suona magnificamente il sui sassofono” dissi.
“Nessuno lo
suona come Sparrow” aggiunse Cappy, quindi sorrise
timidamente,
“non
scherziamo” ribadii in modo risoluto.
Cappy si sciolse e
iniziò a raccontare “Si ha iniziato con me, gli ho
insegnato il suo primo pezzo. Tredici
anni fa. Aveva nove anni e io avevo ottenuto il mio primo ingaggio
importante al vecchio "Paradise Ballroom”.
SWEET SUE
La band aveva finito
il brano introduttivo e iniziò il successivo.
Cappy spalancò gli
occhi.
“Eccolo questo
è il pezzo di cui ti parlavo”.
Ascoltai
l’introduzione di Jimmy Brush al piano e rimasi sorpreso dalla
lentezza dell’esecuzione. Difficilmente le band Be Bop suonavano
qualcosa lentamente . Poi riconobbi il brano era “Sweet Sue” e ci
fu un’ulteriore sorpresa. Perchè raramente le band Be-Bop
suonavano degli standard. Sparrow entrò nel brano con un beat in
levare, e il sorriso di Cappy si estese da un orecchio all’altro.
“Si può
battere un uomo così?”Disse.
Stava suonando quel
pezzo per Cappy e lo sapeva che ciò avrebbe reso orgoglioso il suo
maestro.
Cominciai a scrutare
Sparrow e la sua espressione era catatonica. Non si curava del fatto
che eravamo li, a parlare di lui, solo quando cominciavo a
convincermi che fosse completamente assente , il viso di Sparrow si
contorse come se stesse ammiccando e suonò cinque note della melodia
rivolto verso Cappy.
Cappy impazzì.
“ Li sento
i vostri discorsi” gridò Sparrow di rimando “Sto suonando questo
pezzo per Cappy, ragazzo, lo sto suonando per Cappy” .
Sparrow fece delle
cose su Sue assolutamente impossibili. Il tavolino
non potè più contenere Cappy, doveva avvicinarsi per toccare il suo
ragazzo triste con il sassofono.
Il pezzo successivo
fu un brano molto veloce. Nel corso dell’esecuzione il sassofono di
Sparrow si sollevò oltre la sua testa come se qualcuno lo avesse
tirato con una corda. Pensai che fosse un atteggiamenti gigionesco
dedicato a Cappy, ma cambiai opinione immediatamente. Sparrow non
riusciva a tenere basso il suo strumento. Prese a suonarlo in quella
posizione, fino a che Hughie non interruppe bruscamente l’esecuzione.
I ragazzi sul lanciarono un’occhiata veloce a Hughie e lui disse
che per loro era abbastanza . Scesero dal palco. Cappy strappò lo
strumento dalle mani di Sparrow. Fu troppo per me.
Gettai alcune
banconote sul tavolo ed uscii.
IN SALA DI
REGISTRAZIONE
Erano le sei, stavo privando a mantenermi sveglio. Chiamai Hughie pesando che a quell’ora
sarebbe dovuto essere tornato a casa. Rispose lui stesso al telefono.
“Come sta?”
Chiesi
“Cappy lo ha
accompagnato a casa dopo che te ne sei andato.
“Gesù, così
si è comportato?”
“La notte
scorsa è stata la peggiore”.
“Guarda” gli
dissi, “ Che ne pensi? Dovremmo confermare la data
di registrazione, metterlo sotto contratto per un esiguo numero di
incisioni?”
”Sarà l’ultima
volta prima di una lunga pausa” disse
Hughie .
Imprecai: “Posso
andare a prenderlo stasera?” chiesi.
“Lo
accompagnerà Cappy”
Dissi “ok”
e sbattei violentemente la cornetta sul telefono.
Ero sorpreso di
quanto fossi stato poco scaltro lasciandomi andare a questo progetto.
Fra la band, lo studio, i tecnici, la mia sessione di registrazione
veniva a costare un migliaio di dollari a pezzo. Un sacco di soldi.
In linea di principio speravo che le incisioni vendessero
abbastanza da coprire i costi. A meno che uno dei quattro set non
si rivelasse un vero e proprio campione d’incassi. Ero depresso.
Non puoi stare in affari solo per recuperare i costi. Se Sparrow si
fosse presentato nelle condizioni dell’ultima volta, sarebbe
andata bene se fossi riuscito a recuperare i soldi per un pacchetto
di sigarette.
Comprai una
bottiglia lungo la strada per lo studio , e quando i ragazzi
arrivarono era un po’ meno che piena. Vidi Sparrow e smisi di
preoccuparmi, sembrava stare molto meglio. Aveva ancora quell’aspetto
catatonico ma privo di convulsioni. Lo salutai, ma non credo che mi
stesse ascoltando. Non sapevo cos’altro dire, quindi gli porsi la
bottiglia. La tenne per un po’ senza guardarla, fece un sorso.
Storse la bocca come se stesse bevendo del veleno. Non sembrava ne
volesse ancora, per cui ripersi la bottiglia e la feci girare fra gli
altri. Tutti, tranne Cappy, tirarono un bel sorso. Hughie era
impegnato nella stesura degli arrangiamenti. Sparrow sedette con
calma nel posto che Cappy gli aveva assegnato fumando una sigaretta
che lo stesso Cappy gli aveva infilato fra le labbra. Stavo
cominciando a pensare che sarebbe andato tutto per il meglio ma ero
nervoso. Feci un giro nel grande studio evitando di disturbare il
gruppo avvicinandomi al piano o alla batteria. Mi concentrai su
Sparrow e notai che i suoi occhi non erano più vuoti. Mostravano la
stessa triste espressione che ricordavo avergli visto la sera prima.
Cominciavo ad appassionarmi.
Dissi a Hughie:
“Taglieremo
tutto ciò che non andrà bene” ed entrai dentro la
cabina del mixer.
Li osservavo attraverso il vetro. Cappy porse a Sparrow il suo strumento
aspettando che si sistemasse. Mentre Sparrow non mostrava alcuna
emozione, guardai Hughie, ma lui non incrociò il mio sgurdo.
“Cominciamo”
dissi dalla cabina mixer,
“Inizia la
registrazione”
Il tecnico del mixer
mi guardò come se fossi impazzito.
“Non avrebbero
dovuto prima scaldarsi?”
Non risposi, così
comunicò all’ingegnere del suono che stava iniziando la
registrazione. Entrò nello studio e disse ai ragazzi di seguire le luci.
Si accendeva prima
la luce bianca, poi la rossa. La rossa indicava l’inizio
dell’esecuzione. Da quel momento sarebbe partito il cronometro che
avrebbe scandito i tre minuti del pezzo. Hughie dette un colpo di
gomito a Sparrow e gli indicò la luce della lampadina sopra il vetro
dietro il quale ero seduto io . Sparrow prese il sassofono tra le
labbra, si alzò posizionandosi vicino al microfono. La luce
bianca si spense, ciò significava che sarebbero passati altri dieci
secondi, sembravano lunghi come un anno. Finalmente si accese la luce
rossa. Hughie fece un cenno con la testa e il gruppo scivolò dentro
“Wing Ding”. Non fu una buona scelta .
Wing Ding ha
un’apertura complessa in cui il sax e la tromba suonano l’uno in
opposizione all’altro accentando battute diverse. Deve essere
eseguito alla perfezione, altrimenti suona come delle grida di
gitanti in un pic nic.
Sparrow entrò in
ritardo sbagliando l’attacco.
Il tecnico del
suono, entrò nello studio chiedendo di provare ancora, poi tornò
dentro la sala mixer, dicendo di prepararsi per un’altra
registrazione. La luce bianca si accese di nuovo e quindi divenne
rossa. Questa volta Sparrow entrò troppo presto. Nel terzo tentativo
era ancora in ritardo. Abbiamo provato altre due volte ma fu inutile.
Sparrow non era concentrato. I ragazzi della band mostravano
imbarazzo. Cappy si avvicinò alla cabina del mixer e urlò
attraverso il vetro, lo avremmo sentito comunque, il microfono era
acceso,
“Sono quelle
luci”supplicò “Lo
condizionano, suona bene solo quando è
rilassato, sono quelle luci.”
Spinsi il tasto di
comunicazione con la sala e disse ad Hughie che avremmo provato
un’altra volta senza luci.
“Quando siete
pronti avvisatemi.”
Cappy riaccompagnò
Sparrow sulla sedia e gli accese un’altra sigaretta. Gli altri si
aggiravano li intorno senza fare nulla, quindi Jimmy Brash iniziò a
suonare qualcosa al piano, una cosa qualsiasi, il basso e la batteria
gli andarono dietro e Hughie si unì a loro. Dopo un minuto Sparrow
li raggiunse riprendendo la sua posizione sul palco in modo semplice
e sereno. Quindi iniziò a suonare duro, e la musica decollò.
Inanellò diversi chorus uno di seguito all’altro, per cinque
minuti, prima che Hughie indirizzasse il brano verso la chiusura.
Guardò Sparrow.
“Che ne dite
di “The Sparrow Jumps?”
Chiese
Non attese una
risposta.
“Nessuna luce
questa volta Sparrow, attacca e noi ti verremo dietro…….
facciamolo Sparrow, okay?”
Sparrow spalancò
gli occhi in un modo che mi sorprese, non lo aveva mai visto con lo sguardo così vigili per tutto il tempo. Si alzò in piedi scansando
la sedia, si avvicinò al microfono. Il suo corpo era teso come lo
era abitualmente anni fa, quando, in perfetta forma, suonava da
Dio. Nessuno si mosse. Poi feci un cenno all’operatore del mixer e
lui gridò al tecnico
”Pronti per
registrare!”.
“The Sparrow
Jumps” è un pezzo funambolico, spettacolare, nessun
arrangiamento, niente di niente, solo assoli di Sparrow con Hughie e
il piano che sullo sfondo eseguono figure di accompagnamento.
Sparrow forzò
l’apertura con una cadenza e un tempo che fecero sobbalzare i
ragazzi. Erano abituati a suonare the Jump a ritmo sostenuto.
Quanto stavo ascoltando era ciò che intendevo per veloce e non
potevo sapere cosa sarebbe accaduto dopo. Incrociai le dita e poi
le disincrociai. La band stava suonando come mai prima aveva fatto e
Sparrow schizzava veloce come un pipistrello fuori dall’inferno.
Ma era più di così, aveva un’eccitazione che mi fece venire la
pelle d’oca, l’eccitazione tipica di tutte le vere grandi
incisioni, che si ascoltano talmente tanto a lungo da consumare
il vinile del disco, e ciò che ascolti è solo un’idea di come
fosse veramente grande quella musica.
Pensai: “man
oh man” al diavolo se non ho le mie quattro facciate, già
questa è abbastanza, è unica. Sarà da manuale della musica quando
arriverà nei negozi di dischi.
L’esecuzione
sembrava diventare più veloce, iniziai a guardare cosa diavolo Joe
Miggs stesse facendo sulla sua batteria. Il tempo è sempre uguale
nel jazz. Se inizi lentamente continui lentamente, se cominci veloce,
continui veloce, non vai ancora più veloce. Ma questo era quello
che stava accadendo. Guardai la faccia di Jimmy Brush aveva
un’espressione divertita, le sue dita stavano volando sulla
tastiera ma ciò non sembrava preoccuparlo. Poi le mie orecchie
capirono. I suoi accordi non erano in sintonia con quello che
Sparrow stava suonando. Sparrow cambiava le chiavi armoniche
continuamente, qualche volta addirittura nel bel mezzo della frase.
Il bassista aveva lo stesso mio sguardo preoccupato. Ormai era da
tempo che suonavano con Sparrow e dovevano essere in grado di seguire
ogni sui cambiamento nell’esecuzione. Ma lui si stava allontanando
da loro, solo Hugie gli teneva dietro, cercava di resistere, e
come ci riuscisse non l’ho ma capito. Credo che solo un ragazzo che
provava per Sparrow ciò che Hughie provava per lui avrebbe potuto
riuscirci. Fu la più frenetica, eccitante, meravigliosa musica che
avessi mai ascoltato.
IN PREDA ALLE
CONVULSIONI
Le convulsioni di
Sparrow ricomparvero, ma non lo capii subito. Avevo visto molti
jazzisti scrollare le spalle e scuotere le ginocchia mentre
suonavano. Ad un certo punto non riuscivo più a seguirlo e dovetti
arrendermi al fatto che le convulsioni si stavano impossessando di
nuovo di lui. La testa scattava da un lato, e si muoveva
come seguisse le note della frase musicale. Lo stesso accadeva per le
contorsioni del suo corpo e lo scalciare delle sue gambe.
Era come se le
convulsioni proseguissero le suggestioni musicali dal punto in cui
queste si interrompevano . Sembrava che gli spasmi e gli scatti
corporei, accompagnassero, in qualche modo, le pulsioni ritmiche, come
se Sparrow dovesse completare con quelle convulsioni un fluido
musicale incompleto . Questa era ciò che faceva le differenza
rispetto alla sera prima, perché i movimenti repentini, gli scatti,
si verificavano secondo una precisa rappresentazione visiva della
musica. Non si capiva, quindi, se il pezzo lo stessi ascoltando o
vedendo. Dunque non si poteva alcuna delle sue mossa. Il suo corpo
cominciò a contorcersi in modo pazzesco seguendo ancora più
follemente la ritmica del brano. Ed in una attimo gli scatti e
le contrazioni presero a scombussolare il suo corpo
allontanandosi completamente da ciò che sembrava una
rappresentazione gestuale delle pulsioni ritmiche . I ragazzi
continuavano a suonare ma cominciarono a guardarlo in modo
preoccupato così come stavo facendo io. Pensai che stessi andando
fuori di testa. Non so quanto tempo è passato prima che riuscissi a
controllarmi.
Ho premuto il
pulsante del microfono di collegamento con la sala urlando:
“Fermatelo, Fermatelo, Fermatelo”
I ragazzi cessarono
di suonare gradatamente, come un ruscello che piano piano si
prosciuga e scompare, i loro occhi erano puntati su Sparrow. Lui
continuava a suonare le sue frasi contorte e il corpo martoriato,
si scioglieva in un unica lunga e devastante convulsione. Mi
precipitai fuori dalla cabina e lo afferrai, lo strinsi forte fino a
farlo smettere di suonare. Il suo tremore entrò fin dentro i miei
polpastrelli. Lo feci sedere su una sedia tenendolo ancora per mano.
I ragazzi della band mi guardavano aspettandosi che facessi
qualcosa. Io non sapevo cosa fare. Sapevo solo che non potevamo
lasciarlo in quel mondo di follia che in quel momento lui stava
abitando. Mi venne in mente di provare a stimolarlo con qualcosa
di familiare, che so’? ricordi del suo passato, forse questo
avrebbe potuto ricondurlo alla realtà .
Guardai Cappy, stava
proprio dietro di me, dalla sua espressioni capii che condivideva
l’idea.
“Jimmy! “Sweet
Sue!!!” dissi al pianista schioccando le dita
“Suonala, per amor di Dio”
Jimmy iniziò a
suonare con lentezza e scandendo le note. Trattenni Sparrow per le
spalle in modo che non riuscisse a muoversi e gli parlai
direttamente in faccia:
” Voglio che la
suoni per Cappy, mi hai sentito?”
Dovevo riuscire a
comunicare direttamente con lui
“Sparrow
suonala per Cappy, per Cappy”.
Sparrow rabbrividì. Quindi sollevò lo sguardo lentamente e vidi i suoi occhi vuoti
rianimarsi, la bocca si aprì - si chiuse - e si aprì nuovamente, sospirando
“Cappy…..”
Dentro di me avrei
voluto gridare ma cercai di parlare nel modo più tranquillo
possibile.
“Si Sparrow...... Cappy”, gli ho sussurrato avvicinandomi.
“Vuole sentirti
suonare. Vorresti suonare per lui Sparrow? Per Cappy?”
Vedevo che stava
lottando con se stesso, ma annuì solennemente, alla stregua di un
ragazzino ubbidiente, dicendo:
“Si signore”.
Si inumidì le
labbra, strinse la bocca sull’ancia e con il piede battè il tempo.
Sparrow suonò “Sweet Sue” per Cappy.
Avete presente il
modo cigolante ed incerto con cui suona il figlio del vicino quando
si esercita per la sua nuova lezione? In modo stonato e stridente,
ma infantile , così dannatamente infantile. Biascicando le note, con
vari cigolii che uscivano dal sax, Sparrow prese a suonare “Sweet
Sue”. Esattamente come deve averla suonata tredici anni prima, quando non conosceva nulla di quel brano che Cappy gli stava
insegnando. Abbandonai Cappy disperato piangere come un ragazzino e
mi diressi verso il bar più vicino.
Yeah l’ultima
incisione di Sparrow sarebbe diventata sicuramente una rarità per
collezionisti.
Un dollaro più le
tasse è abbastanza economico per un disco inciso da un ragazzo
che stava impazzendo.
NOTE:
1.
Sparrow significa “passero” è evidente il riferimento al “bird”
di Charlie Parker
2.
Vaslav Nijinski, coreografo, ballerino, interprete di punta della
“Compagnia dei Balletti Russi” capitanata da Sergei Djagilev agli
inizi del ‘900. In questo contesto Nijinski sconvolse le platee di
tutta Europa per le sue capacità di danzatore mai viste prima. Un
artista dall’incredibile espressività ed intensità, ma
personaggio fragile, sensibile, sempre alla ricerca di nuove
emozioni. Un esistenza tribolata accompagnata da una follia precoce,
che nel 1919 lo fece impazzire del tutto rendendolo incapace di
proseguire la sua carriera a soli trent’anni.
(3)
Il beat in 2/4 era tipico dello stile New Orleans, mentre il ritorno
ad una scansione omogenea in 4/4 contraddistingueva lo stile swing.
(4)
Gli occhiali scuri e i baffetti da capretta sotto il labbro
inferiore, era il look che contraddistingueva Bopper.
(5)
membro di un gruppo pentecostale, così chiamato, per la frenetica
attività danzante durante le funzioni religiose.
Sapete ultimamente è frustrante riflettere e confrontarsi. Le tifoserie incattivite, vocianti prima di Covid, e poi di guerra, fiaccano il pensiero. Poi la nostra inutile ricerca di un'etica politica negli schieramenti per le elezioni amministrative di Frosinone mi ha definitivamente messo al tappeto. E allora, al diavolo tutto e torniamo a parlare di cose belle. Se la gente potesse abituarsi al bello, così come diceva Peppino Impastato, forse ci sarebbero meno guerre. Torniamo ad apprezzare la bella musica, riprendiamo la vecchia abitudine a trattare di jazz.
Di seguito le mie riflessioni sull'ultimo album di Jazzmeia Horn "Dear Love"
Dear Love è
l’ultimo disco di Jazzmeia Horn and
Her Noble Force, un
ensamble nella quale spiccano musicisti come Bruce
Williamson:
sax
alto;
Jason
Marshall:Sax
Baritono; Freddie
Hendrix:
tromba;Sullivan
Fortner:
organo;
Keith
Brown:
piano; Eric
Wheeler:
basso;
Anwar
Marshall:
batteria.
L’Album è uscito
nel 2021 per la Empress Legacy Record,
etichetta indipendente fondata dalla stessa trentunenne cantante
texana .
E’
il terzo lavoro di Jazzmeia che, in questo
frangente, è
accompagnata da un’intera orchestra, la Noble Force appunto,
e segue il suo Cd d’esordio “A
social Call”, registrato nel 2017 per
la Prestige,
a cui si aggiunse
nel 2019 “Love and Liberation”
per la Concord Jazz.
Come si vede la fiamma creativa è talmente esuberante che ha
partorito tre
album nell’arco di soli quattro anni. Ciò potrebbe sembrare
eccessivo, con il sospetto del ricorso ad una sorta di processi
compositivi codificati. Niente di più sbagliato, “Dear Love”, è
totalmente diverso da “Love and Liberation”
che ugualmente differisce notevolmente da “A Social Call”.
Una
cosa accomuna i tre lavori: l’esaltazione
dei valori di amore e libertà, tracce
indelebili presenti
in ogni disco ed in ogni singolo brano.
Amore a tutto tondo, dalla sfera privata a quella più prettamente
sociale, fino
alla visione di un amore universale. E non c’è amore senza libertà. Chi ama
il proprio prossimo, il proprio popolo, ed i popoli del mondo intero
non può che desiderare per se e per gli altri il diritto di essere
liberi. Tanto più per chi, come Jazzmeia, afroamericana, nera e
donna, di limitazioni alla propria libertà ne ha subite e ne
subisce ogni giorno ed in ogni momento della propria vita. Perchè
il nostro è un mondo patriarcale, razzista. E nessun tipo di
rivendicazione,o
lotta anche
drammatica e cruenta per l’ottenimento dei diritti civili ed umani
è riuscita a scalfire questo ancestrale
status reazionario.
Ecco
quindi che donne consapevoli e socialmente impegnate, come Jazzmeia,
fanno di ogni loro manifestazione creativa, in questo caso musicale,
un manifesto di lotta politica. “A Social Call” con la stupenda
versione di “Moanin”
preceduta da “Lift every voice and
sing” l’inno di liberazione della
gente di colore - che Jazzmeia esegue dal vivo con il pugno alzato -
pur nell’utilizzo di standard jazzistici è un inno alla dura
rivendicazione dei propri diritti di cittadina
afroamericana,
“Love an Liberation” è invece un inno alla liberazione. La stessa
jazzista di Dallas, autrice dei pezzi compresi nell’album spiega
il senso di “Love
and Liberation”
affermando
che:”Un
atto d’amore è un atto di liberazione e scegliere di liberare –
se stessi o altri- è un atto d’amore”
. Una
visione molto gramsciana della questione, una frase che sembra detta
da un partigiano.
“Dear
Love” che la cantante condivide con la sua Noble Force,
un’orchestra di quindici elementi che include anche una sezione di violini, è un ulteriore e potente
messaggio politico. In una recente intervista rilasciata a Fiona
Ross
della rivista on line “Jazz
in Europe”
Jazzmeia ha affermato: ”Non
ho realizzato questo lavoro solo per me, ma
per tutte le donne a cui un uomo ha detto di no. Per le singole madri
che pensano di non poter avere mai una carriera, per le donne
imprenditrici, per le donne nere che portano con loro l’essenza e
l’anima della cultura nera, per un mondo da vivere senza chiedere
nulla in cambio.”
Dear
Love demolisce
stereotipi consolidati per
cui
una jazzista, donna, e nera non
può
scrivere
ed arrangiare un album per big band edautoprodurlo
per una propria
etichetta indipendente. “Dear
Love” ,già solo per come è nato, è liberazione conseguente a
ribellione, alla ribellione, per l’appunto a quegli uomini che
dicono no ad una donna mortificandone creatività e talento.
Ma
“Dear Love” è soprattutto una concentrato di musica potente,
evocativa di uno status che parte dal più profondo dell’Africa,
per arrivare alle radici del blues, all’ ispirazione
delle grandi cantanti come Sarah
Vaughan
e Carmen
McRae,
fino ad abbracciare la sperimentazione con l’utilizzo di
sovraincisioni, tipo le diavolerie di Lennie
Tristano,
e l’azzardo di arrangiamenti complessi, frutto di lavoro, studio e
affascinante interazione fra un orchestra composta da artisti
emergenti, e la voce incredibile di Jazzmeia.
In
queste tracce c’è tutto il percorso di
vita e artistico
della cantante di Dallas. Ad
esempio il primo brano “Feel
You Near”
richiama un retaggio africano autentico e l’incedere iniziale
scandito dal baritono di Jason Marshall evoca atmosfere da Art
Ensemble of Chicago,
quando a condurre il gioco era Roscoe
Mitchell al
Sax Baritono. “Be
Perfect”, “Back To Me”
e “Strive
Vocal Interlude”,
sono piccoli brani introduttivi di pezzi più lunghi realizzati con
sovraincisioni vocali e ritmiche scandite con lo schicco delle dita.
Delle
piccole prelibatezze di sonorità particolari.
“Let
Us Take (Our Time)”
è una
suggestiva ballad resa in modo molto sensuale da canto di Jazzmeia, He
Could Be Perfect,
“He’s
My Guys”,
e “Lover
Came Back to Me”
ci regalano prestazioni sontuose fatte di sfavillanti arrangiamenti,
vocalizzi mozzafiato, vedi lo scat che Jazzmeia ci regala in Lover
Come Back To me, e prestazioni solistiche di assoluto rilievo come il
solo di Bruce Williamson al sax.
“Money
Cant’t Buy My Love”
,una suggestiva rivisitazione del brano dei Beatles, e “Nia”
sono delle vere e proprie esercitazioni di arrangiamento e
stravolgimento delle fasi armoniche, che in Nia si avventurano nel
campo modale. Il
fulcro e la summa del percorso di sperimentazione, sia
nell’arrangiamento che nelle sonorità, è il brano Strive
(To Be). Un
pezzo di vera avanguardia musicale la cui potenza si apprezza meglio
ascoltandolo più volte.
Non
potevano mancare riferimenti alle profonde radici cristiane, che
sono alla base
dell’educazione anche artistica di Jazzmeia Horn. “Where
We Are”,
dove spicca un prezioso arrangiamento con l’inserimento della sezione di violini, è una dichiarazione di amore universale in senso
cristiano, mentre “Judah
Rise”
è la proposizione di un drammatico sermone di un pastore della
Georgia, il reverendo EJ
Robinson,
posto come elemento trainante di un arrangiamento solenne dove spicca
ancora una volta il trascinante Baritono di Jason Marshall. Una drammaticità che si scioglie e
sfocia nel gioioso Where
Is Freedom,
uno sfarzoso rhythm’n’ blues, con tanto di organo suonato da
Sullivan Fortner e Jazzmeia Horn sugli scudi con la sua incomparabile
voce, in questo caso potente e coinvoglente, tanto da invogliare a
scendere in strada a ballare.
In
conclusione Dear Love è un album di rivincita per tutti coloro, in
particolare donne, che hanno dovuto superare quegli
ostacoli posti sulla loro strada da stupidi pregiudizi, retaggi
razziali e di genere. “ E’
per
voi sorelle, è un invito ad essere voi stesse ovunque e comunque”
così direbbe Jazzmeia.