Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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lunedì 30 settembre 2019

Dalla marcia per i diritti del rifugiato arriva un solo messaggio: Siamo tutti sulla stessa barca.

Luciano Granieri Cittadinanzattiva Tribunale per i diritti del Malato





Si tendono  ad attribuire  le crescenti derive razziste alla grande quantità di odio inoculato nella società civile dalla comunicazione propagandistica fascio leghista . E’ indubbio che questa abbia avuto un enorme incidenza sul deterioramento dei rapporti sociali nei 14 mesi di governo giallo-nero-verde, ma è altrettanto vero che la narrazione del “prima gli italiani” ha trovato terreno fertile in una popolazione resa incattivita e rancorosa da una grave aumento  della povertà e delle diseguaglianze

Fenomeno ancora più rilevante nell’accesso alle cure sanitarie. Da decenni ormai assistiamo al progressivo smantellamento della sanità pubblica a favore della sanità privata. Un fenomeno che aumenta sensibilmente la spesa viva a carico dei cittadini bisognosi di prestazioni terapeutiche e diagnostiche.  Nell’ultimo rapporto Censis Rbm risulta che la popolazione ha  speso, nel 2017, 37,3 miliardi di euro per curarsi nelle strutture private. 

Purtroppo la scelta di ricorrere alle prestazioni del privato è  spesso obbligata dalla lunghezza delle liste d’attesa,   dalla  carenza organizzativa degli ospedali e da innumerevoli altre situazioni che rendono le prestazioni sanitarie pubbliche sempre più difficili da ottenere, si calcola che nel 2019 un paziente su tre non avrà garantiti i livelli essenziali d’assistenza . Resta forte il dubbio che il depotenziamento della sanità pubblica sia una strategia precisa per indurre i pazienti a rivolgersi al privato.   

Devono comunque per forza  ricorrere alle cure private anche le persone più povere,  una parte delle quali (7 milioni circa) rinuncia a curarsi. Risulta evidente che più il reddito è basso, più la spesa sanitaria diventa gravosa, quasi insostenibile. Nel 2017 le famiglie con redditi fino a 15.000 euro annui hanno dovuto rinunciare ad altri beni di prima necessità, oppure hanno dovuto indebitarsi, altri  hanno dovuto cedere anche la propria abitazione per pagarsi le cure . E’  facile da capire, quindi, come la difficoltà ad  accedere ad un diritto  sacrosanto come quello sancito dall’art.32 della Costituzione determini  forti  impulsi  d’odio e rancore

Rancore  che, disgraziatamente, si rivolge verso chi subisce le stesse angherie, cioè gli immigrati, ma   che la campagna d’odio imperante addita come nemici usurpatori di  pezzi di Stato Sociale. In realtà  questi  hanno le stesse difficoltà degli italiani   a pagarsi le cure. E’ inutile dirlo ma molti immigrati versano in una drammatica precarietà economica, soprattutto gli irregolari o i regolari insidiatisi da poco nel nostro territorio. Inoltre l’estrema povertà e l’emarginazione sociale fa crescere la domanda di assistenza sanitaria  per problemi di salute legati a stili di vita e alimentazione insalubri o a retaggi  di un percorso migratorio logorante da un punto di vista fisico e psicologico.  

Dunque il problema non è un’offerta sanitaria pubblica limitata da scarsi finanziamenti -   giustificati da pretestuose ragioni di bilancio - per cui  l’immigrato viene a contendere  quel poco che rimane di  un diritto importante come la  tutela  della salute ai pazienti italiani, ma il fatto che la sanità   stia diventando sempre più  un affare di profitti  privati  da realizzarsi sulla pelle delle persone. E allora non è l’immigrato il nemico, bensì quei potentati finanziari che intendono arricchirsi a dismisura  sulla disperazione della gente  che sta male la quale , nera, piuttosto che gialla,  rossa, o bianca, è  costrette a sacrificare tutto pur di accedere alle cure.  

A questo proposito  anche l’Oms  nel nuovo rapporto di monitoraggio  sulla copertura sanitaria universale,  rileva come rispetto a 15 anni fa l’impoverimento generale, dovuto all’aumento delle spese sanitarie presso i privati, sia notevolmente aumentato in tutto il mondo. Circa 925 milioni di esseri umani spendono oltre il 10%  del loro reddito familiare per spese sanitarie, mentre altri 200 milioni vedono decurtato il proprio reddito del 25% per  curarsi dalle malattie. La stessa  Oms esorta i Paesi ad investire molto di più in sanità pubblica, altrimenti, nel 2030, 5 miliardi di persone, indipendentemente dal colore della propria pelle, non potranno più curarsi

In questo caso, più che in altri,   non esiste diversità, di colore della pelle o di genere.  Mai come nel settore sanitario  siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo tutti insieme remare verso l’ottenimento di un diritto universale come quello della tutela della salute. 

Da questa stessa barca rivolgo un appello alle forze politiche che guidano l’attuale governo. Per restituire un minimo di umanità alla nostra comunità, per dare un segno tangibile sulla determinazione di estirpare la barbarie, è necessario e ineludibile abrogare totalmente e subito i decreti sicurezza. Non ci si può limitare a recepire i rilievi del Capo dello Stato.  Sarebbe  anche un segnale di sensibilità costituzionale forte  ottenere il risultato abrogativo prima della Corte Costituzionale che comunque li eliminerà in risposta all’eccezione d’incostituzionalità già sollevata dai tribunali di Milano e Ancona.





sabato 28 settembre 2019

Corte antirazzista a Sora piena adesione del Tribunale per i diritti del malato.

Luciano Granieri Cittadinanzattiva Tribunale per i diritti del malato



Domenica 29 settembre, in occasione della giornata mondiale del rifugiato, si svolgerà un corteo antirazzista per una comunità solidale e nuove politiche d’inclusione. La marcia,  organizzata dal movimento Aspagorà, con la partecipazione di associazioni, enti locali, partiti, sindacati e realtà religiose, dopo il concentramento davanti alla stazione di Sora , previsto per le 15,00, partirà alle 16,00 alla volta di  Piazza Mayer Ross.

 Il fenomeno dell’immigrazione, al contrario di quanto le sirene propagandistiche della peggiore destra fascista voglio dare ad intendere, non è recente, né tanto meno ha assunto dimensioni emergenziali. Si basa semplicemente sul diritto di ogni persona a  spostarsi per trovare ambienti di vita più favorevoli. 

In particolare, a seguito delle politiche post coloniali delle potenze occidentali, responsabili della devastazione economica, sociale ed ambientale di vaste aree dell’Africa ma anche di porzioni di altri Continenti, il flusso di persone in fuga dai  territori depredati verso i territori abitati dai propri  predatori, è diventato costante. In particolare è aumentato negli ultimi decenni  ma non in una misura tale   da costituire un’emergenza. 

Questo fenomeno, pur di complessa gestione, non è arginabile, proprio perché derivato da aspirazioni connaturate nel genere umano.  Ma il degrado culturale generale -determinato da una rivoluzione valoriale consumistica che esalta l’individualismo spinto e l’egoismo,  dalle aumentate condizioni di povertà ed ingiustizia sociale che hanno coinvolto una numero sempre maggiore di persone -  lo ha  trasformato in una disumana lotta all’immigrato. Si è  pervaso la società civile di un terribile odio   dei penultimi verso gli ultimi ormai quasi inemendabile. 

Alla  devastazione mediatica e culturale in azione almeno dalla metà degli anni ’90, che ha prodotto e continua a produrre la barbarie, è necessario rispondere in primo luogo con la diffusione decisa e ferma  di un processo culturale del tutto  opposto. Ma proprio la difficoltà di rimuovere disvalori incrostati in anni di propaganda deve coinvolgere  nell’operazione il maggior numero possibile di  istituzioni locali, associazioni, movimenti laici e religiosi, partiti,  singoli cittadini, tutti insieme per ribadire che il restare umani è un dovere e un diritto. 

Al movimento Aspagorà va il merito di aver richiamato una variegata  pluralità di soggetti ad attivarsi  per diffondere il messaggio che esiste una sola razza, quella degli esseri umani, e che ad essa vanno  assicurati quei diritti universali sanciti  dai trattati internazionali e dalla nostra Costituzione. 

Per questo Cittadinanzattiva Tribunale per i diritti del malato, parteciperà alla marcia. Infatti  la tutela della  salute fa parte a pieno titolo dei diritti universali e deve essere garantita  a tutti, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ci vediamo domenica  a Sora.

venerdì 31 agosto 2018

PER USCIRE DALLA SOCIETA' DEL RANCORE, PER RIAPRIRE L'ORIZZONTE DELLE POSSIBILITA'


il contributo di Attac Italia verso una manifestazione nazionale e oltre


La crisi della democrazia, in Europa e nel nostro Paese, sta subendo un ulteriore avvitamento. A fronte di un' Unione Europea totalmente avvinghiata al dogma delle politiche liberiste e di austerità, la frustrazione sociale per il drammatico peggioramento delle condizioni di vita diviene sempre più terreno di coltura -e, spesso, approdo di governo- di formazioni politiche che fanno del sovranismo identitario e del nazionalismo razzista l'orizzonte della propria azione.

Assistiamo così ad un tragico teatro, all'interno del quale viene messa in scena una singolar tenzone fra avversari che sembrano combattersi con asprezza, ma dentro un copione prestabilito di rafforzamento del dominio delle elite economico-finanziarie, che reclamano rassegnazione alle politiche di espropriazione di diritti, beni comuni e democrazia.

Il governo Lega-5Stelle, insediatosi dopo le elezioni del 4 marzo scorso, è da questo punto di vista un esempio evidente: nato dalla socializzazione del rancore -sia esso prodotto dal cittadinismo meritocratico' dei 5Stelle, sia esso prodotto dall''individualismo proprietario' della Lega- dopo aver riempito i mass media di roboanti dichiarazioni contro le politiche di austerità, ha di fatto canalizzato la frustrazione sociale verso il razzismo e la guerra contro i poveri.

Lega e 5Stelle non sono ovviamente arrivati all'improvviso; hanno occupato uno spazio, lasciato vuoto per decenni, da una sinistra variamente articolata che, grazie all'interiorizzazione totale della dottrina liberista e alle conseguenti politiche portate avanti, ha minato alle fondamenta il proprio blocco sociale, fino a determinare la propria scomparsa dalle istituzioni e la propria ininfluenza nella società.

Ciò a cui stiamo assistendo è, a nostro avviso, un'ulteriore tappa della trappola del debito, che, dopo aver contributo, grazie alle politiche liberiste e di austerità, all'enorme spostamento di ricchezza collettiva nelle mani delle lobby finanziarie e dei ceti alti della società, oggi interviene come arma di disciplinamento sociale.

E che necessita di autoritarismo per imporre la rassegnazione sociale all'inevitabilità delle politiche d'austerità (“c'è il debito, non ci sono i soldi”) e che necessita del razzismo per canalizzare la frustrazione sociale per l'”impossibile” cambiamento (“se i soldi non ci sono, prima gli italiani”).

Sembra un terreno abbondantemente arato che, giorno dopo giorno, ci fa assistere attoniti al peggioramento delle relazioni sociali, al superamento della soglia di dignità, all'emergere di un fascismo sempre meno strisciante.

Tuttavia, la società italiana è attraversata da un altro paradosso. Il numero di donne e uomini che, dentro la loro quotidianità sociale, mettono in campo lotte, pratiche ed esperienze che suggeriscono un altro orizzonte e un altro modello, non è mai stato così ampio come in questi ultimi anni; contemporaneamente, questo insieme di donne e di uomini non ha mai inciso così poco sull'agenda politica come in questi medesimi anni.

E' come se la rassegnazione all'inevitabilità della trappola del debito avesse ridimensionato anche il loro orizzonte e l'azione compiuta da ciascuno di essi, pur essendo anche molto radicale dentro l'esperienza specifica, avesse smesso di essere considerata parte di un sogno collettivo per una società diversa.

E' a questo variegato mondo di esperienze, dalle lotte per i diritti sociali a quelle di sostegno ai migranti, dalle battaglie contro la precarietà alle esperienze di mutualismo conflittuale, dalle lotte contro le grandi opere a quelle per la riappropriazione sociale dei beni comuni, dalle esperienze di una diversa agricoltura e produzione alle realtà di autogoverno urbano e sociale, che vorremmo rivolgerci per porre le medesime domande che attraversano anche noi:

E' questa la società che vogliamo?

Possiamo assistere al drastico peggioramento delle condizioni di vita e delle relazioni sociali senza provare a mettere in campo un nuovo protagonismo collettivo?

Possiamo sottrarci alla finta contrapposizione fra establishment e sovranismo reazionario non con l'esilio, ma con uno scarto di lato e un salto in avanti?

Noi pensiamo di si e per questo rispondiamo positivamente alla proposta lanciata da Il Manifesto  per una manifestazione nazionale a settembre contro il razzismo.

Perchè tuttavia non rimanga un evento tanto fondamentale quanto episodico, crediamo sia utile porre a tutti noi un ulteriore domanda:

Perchè non provare a costruire luoghi di confronto e di convergenza delle lotte, delle vertenze, delle esperienze e delle pratiche alternative, che si prefiggano, nelle forme, nei tempi e nei modi che da questi usciranno, un appuntamento nazionale di incontro, per dire tutte e tutti assieme:
“Fuori dalla trappola del debito, dal razzismo e dalla precarietà,
diritti, beni comuni e democrazia per tutti”?

Non sappiamo se sarà possibile, né quale potrà essere l'approdo.
Ma abbiamo deciso di riprendere a camminare e vorremmo farlo tutte e tutti assieme.
Con la consapevolezza di non voler mai rinunciare a cambiare lo stato di cose presenti e di voler riaprire l'orizzonte delle possibilità.
D'altronde, anche il loro potere, che pur appare feroce, è profondamente fragile. Perchè dura solo finchè dura la nostra rassegnazione.


ATTAC ITALIA

a tutte le realtà interessate ad approfondire queste riflessioni e proposte, chiediamo di segnalarsi scrivendo a segreteria@attac.org



lunedì 13 agosto 2018

Si sta perpetrando ancora una volta il reato di omossione di soccorso in mare, Mattarella intervenga

Appello al Presidente Mattarella


Egregio Presidente della Repubblica,

e' necessario un suo autorevole immediato intervento per impedire che i ministri del governo in carica commettano nuovamente un disumano crimine.

Due di essi hanno infatti annunciato che ancora una volta il governo neghera' l'approdo nei porti italiani ai naufraghi salvati da una nave di soccorritori volontari.

Negare l'approdo in un porto sicuro ai naufraghi configura l'abominevole e infame reato di omissione di soccorso.

Dalla notte dei tempi salvare la vita ai naufraghi ed accoglierli in salvo in un porto sicuro e' un dovere condiviso dall'umanita' intera.

Il governo italiano sta commettendo un crimine contro l'umanita'.
Intervenga lei affinche' questo orrore, questa barbarie, questa orgia di disumanita' cessi.
Intervenga lei affinche' sia ripristinata la vigenza del diritto.
Intervenga  lei affinche' l'Italia torni nel consesso dei paesi civili in cui vale il principio che salvare le vite umane e' il primo dovere.

Ed intervengano le competenti magistrature affinche' i ministri macchiatisi di una condotta delittuosa cosi' mostruosa siano processati e condannati ai sensi di legge.

Confidando in un suo tempestivo intervento ed augurandole ogni bene,

Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo

Viterbo, 13 agosto 2018

Perchè la Monsanto si e Josepha no?

Luciano Granieri



Ve lo ricordate il TTIP il trattato transatlantico  di liberalizzazione commerciale? Quell’accordo che il governo degli  Stati Uniti (a guida Obama) e la  commissione UE stavano concordando  in gran segreto per favorire la fluidità del commercio fra le due aree? Il patto   modificava  i regolamenti standard delle transazioni commerciali e finanziarie , diminuendo   i controlli che ogni singolo  Stato poteva effettuare   sulla nocività delle produzioni  a tutela della salute dei cittadini. Oppure imponendo la modifica di  leggi sul lavoro troppo orientate alla tutela del lavoratore  a scapito dei costi di produzione.

Fra i punti programmatici  inseriti nel TTIP spiccava il “Meccanismo di Protezione degli Investimenti”. Un sistema  che consentiva alle multinazionali di citare i governi   che introducevano   leggi a tutela dei propri cittadini, ma lesive dell’interesse  della multinazionale stessa. Non solo, ma la vertenza fra singolo Stato  e compagnia privata sarebbe stata risolta   non da tribunali ordinari, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali i quali avrebbero dovuto basarsi ,nell’emettere il giudizio, esclusivamente sul dispositivo normativo  del  trattato .Cosi un Paese  che aveva introdotto una norma a favore dei cittadini, ma contro il profitto dell’impresa, subiva la  condanna  al  risarcimento dei  danni materiali ed era costretto a modificare la legge .

Fortunatamente l’unico  effetto collaterale positivo della devastante presidenza Trump è stato quello di non procedere oltre  nelle trattative con la commissione Europa per l’approvazione del TTIP. In compenso la stessa commissione  e  il Canada hanno ratificato un accordo molto simile  nel 2017 che dovrà essere convalidato  dai  parlamenti dei singoli Stati.

E’ naturale che le controversie legali  in un trattato  stipulato ad uso e consumo di soggetti “MULTINAZIONALI PRIVATI”  vengano dipanate da istituzioni giuridiche, extranazionali  private fuori dal controllo di ogni singolo Stato. Ma se ciò è corretto, bisogna estendere tale prassi  ad altri soggetti che per loro natura non hanno più una nazionalità . Mi riferisco ai migranti.

Queste persone   non appartengono più  al loro Paese  di origine, che sono stati costretti a lasciare  perché flagellato  da guerre civili, o povertà dilagante, o avversità climatiche drammatiche (tutti regali avvelenati elargiti dalle società capitaliste),  non appartengono ad un Paese di transito, in cui  spesso vengono torturati , men che meno appartengono ad un Paese di approdo, visto che nessuno li vuole accogliere .

Dunque come per le MULTINAZIONALI  si stava  predisponendo una giurisdizione al di fuori degli Stati, così anche per chi, di fatto, non ha più una nazionalità e  scappa da fame e guerre  sarebbe necessario attivare un sistema simile al di fuori della giurisdizione dei singoli governi , e che anzi punisca  i Paesi che non ne garantiscano  la tutela e l'accoglienza.

Mentre all’interno del TTIP (e di altri accordi simili) il diritto al profitto non è basato su alcuna forma giuridica, la  protezione ultranazionale dei migranti è sancita dall’art.6 della Dichiarazione Universale dei Diritti umani del 1948 in cui si sancisce che: “Ogni individuo ha diritto in ogni luogo al riconoscimento della sua personalità giuridica…..  la soggettività giuridica è distinta dalla cittadinanza”. Ciò significa che ognuno deve veder riconosciuta la sua personalità giuridica non solo nel proprio Paese d'origine , ma anche negli uffici d’immigrazione, durante un controllo alla frontiera, nei lager libici,  sui barconi, sulle navi della guardia costiera o delle ONG negli hot spot.

Il riconoscimento della personalità giuridica esula dalle leggi degli Stati che, ad esempio, si prodigano per stilare odiose e illegali  distinzioni fra migranti economici  e richiedenti asilo e in base alla quale i primi si espellono, gli altri vengono  rinchiusi in centri di detenzione.

Come, in base al TTIP, nessuna multinazionale può subire un calo di profitto a seguito di una legislazione  di tutela della sicurezza sul lavoro adottata da un singolo  Stato , così nessun migrante, in base alla dichiarazione universale dei diritti umani , può essere respinto  da una frontiera o da una costa,  nemmeno se le modalità di respingimento ed espulsione sono parte della legislazione nazionale . Se nel rispetto di accordi tipo il Ceta, una multinazionale agroalimentare  può adottare metodi di coltivazioni nocivi per la salute,  nonostante ciò sia vietato dal Paese dove opera , uno Stato non può rifiutare di accogliere persone in base ad una surrettizia lista nera di Paesi di provenienza definiti pericolosi , nessuno Stato può  negoziare con paesi terzi, definiti  “sicuri” accordi di baratto in cui si sancisce la detenzione e  ritenzione forzata del migrante  in cambio di denaro così come avviene fra UE e guarda costiera libica.

 Ma soprattutto la violazione dell’art.6 della Dicharazione della Carta dei Diritti umani deve essere valutata da un organismo giuridico terzo, sovranazionale  che può imporre sanzioni anche gravi ai governi che non la rispettano, imponendo risarcimenti pecuniari anche ingenti a favore di  coloro i quali hanno subito la violazione del riconoscimento della “personalità giuridica” .  Perché per veder riconosciuto il diritto al profitto si possono pianificare sistemi  giuridici extra territoriali  e per veder rispettata lo status di persona umana ciò non può essere parimenti realizzato?

Perché la Monsanto si e Josepha no?  E’ una provocazione? Si è una provocazione, ma che non è giuridicamente così campata in aria, ovviamente se a leggerla è uno che sa leggere e scrivere, quindi Salvini è escluso.

giovedì 9 agosto 2018

Chiediamo la verità sui respingimenti in Libia

Comitato Democrazia Costituzionale


Un gruppo di personalità, attive nella vita culturale, civile e politica: Massimo Villone, Mauro Volpi, Luigi Ferrajoli, Alfiero Grandi, Domenico Gallo, Silvia Manderino, Mauro Beschi, Guido Calvi, Felice Besostri, Livio Pepino, Antonio Esposito, Raniero La Valle, Vincenzo Vita, Luigi De Magistris, Moni Ovadia, Sergio Caserta, Alfonso Gianni, Antonio Pileggi, Giulia Venia, Francesco Baicchi, Elena Coccia, Roberto Lamacchia, Fabio Marcelli, Paolo Solimeno, Leonardo Arnau, Paola Altrui, Elisena Iannuzzelli, Margherita D'Andrea, Tommaso Sodano, Costanza Boccardi, Massimo Angrisano, Antonio Garro tramite l’avv. Danilo Risi hanno presentato un esposto al Procuratore della Repubblica di Napoli intorno alla vicenda della nave “Asso 28”.

Secondo informazioni di stampa il 30 luglio la nave “Asso 28”, società Augusta Offshore di Napoli, operante in appoggio a una piattaforma petrolifera dell’ENI al largo di Sabratha (Libia), ha effettuato il recupero in mare in acque internazionali di 101 profughi in fuga dalla Libia (fra cui 5 donne e 5 bambini) e in seguito si è diretta al porto di Tripoli dove sono stati sbarcati senza alcuna possibilità di chiedere di asilo o protezione internazionale.

I sottoscrittori chiedono al Procuratore della Repubblica di Napoli di accertare se in questa occasione siano stati commessi reati e in questa eventualità da parte di chi, tenendo conto che una nave battente bandiera italiana è a tutti gli effetti parte del territorio nazionale, e se possa configurarsi una forma di respingimento collettivo.
Sulla vicenda della nave Asso 28 sono state fornite diverse versioni dell'accaduto, tra queste quella che alla richiesta di coordinamento dei soccorsi all’MRRC (Maritime Rescue Coordination Center) di Roma non sia venuta risposta o che la risposta abbia rinviato la responsabilità alla guardia costiera libica.

Se confermato sarebbe la prima volta una nave italiana avrebbe sbarcato in Libia dei naufraghi raccolti in acque internazionali dopo la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che nel 2012 ha duramente condannato l’Italia per i respingimenti in Libia, effettuati da navi militari italiane nel 2009, su disposizione del Ministro dell’interno dell’epoca.

E’ noto che la Grande Chambre della Corte di Strasburgo con la sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 23 febbraio 2012 ha statuito che:
Le azioni di Stati contraenti compiute a bordo di navi battenti la bandiera dello Stato, anche fuori del territorio nazionale, rientrano nella giurisdizione della Corte EDU ai sensi dell’art. 1 CEDU.
L’esecuzione di un ordine di respingimento di stranieri costituisce violazione dell’art. 3 CEDU, relativo al divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti, quando vi sono motivi seri ed accertati che depongono per un rischio reale che lo straniero subisca nel Paese di destinazione trattamenti contrari all’art. 3 della Convenzione (con riferimento alla Libia)
L’allontanamento di un gruppo di stranieri effettuato fuori del territorio nazionale, in presenza di giurisdizione dello Stato, senza che venga esaminata la situazione personale di ciascun componente del gruppo e senza che ciascuno possa presentare argomenti contro l’allontanamento, integra una violazione del divieto di espulsioni collettive di cui all’art. 4 Protocollo n. 4 CEDU la cui portata deve considerarsi anche extraterritoriale.

A norma del codice penale (art. 4) le navi italiane sono considerate “territorio dello Stato” agli effetti della legge penale.
I presentatori chiedono alla magistratura che siano accertate le condotte di tutti coloro che hanno concorso nell’evento in quanto sussiste pienamente la giurisdizione italiana sui fatti accaduti.

La richiesta è che l'Autorità giudiziaria verifichi se vi sia stato un respingimento collettivo di migranti, vietato dall’art. 4 del quarto Protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea per i Diritti Umani (CEDU) e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, in quanto è stato impedito ai migranti l’accesso alla protezione internazionale poiché forzosamente ricondotti in Libia, Paese dichiarato posto non sicuro dall'UE e dall'UNHCR nel quale i migranti sono notoriamente sottoposti a torture, trattamenti disumani e degradanti in violazione dell’art. 3 della CEDU e dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, a cui la Libia non ha mai aderito.

Ad avviso dei firmatari, stanti le diverse e contraddittorie versioni fornite dalla stampa, va chiarito anche il ruolo svolto dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC), contattato dalla nave “Asso 28”, che ha l’obbligo di coordinare i soccorsi adottando tutte le misure necessarie affinché le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro. L’autorità giudiziaria italiana ha avuto modo in più occasioni di escludere che la Libia possa essere considerata un luogo sicuro, ai sensi delle convenzioni internazionali.

In particolare il Gup del tribunale di Ragusa, con il provvedimento che ha disposto il dissequestro della motonave Open Arms (dep. in data 16 aprile 2018), ha osservato che “le operazioni SAR di soccorso non si esauriscono nel mero recupero in mare dei migranti, ma devono completarsi e concludersi con lo sbarco in un luogo sicuro (POS, Place of safety), come previsto dalla Convenzione SAR siglata ad Amburgo nel 1979 .. Non può essere considerato sicuro un luogo dove vi sia serio rischio che la persona possa essere soggetta alla pena di morte, a tortura, persecuzioni od a sanzioni o trattamenti inumani e degradanti, o dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o orientamento politico. Il tema è evidentemente connesso con il principio di non respingimento collettivo, con il diritto internazionale dei rifugiati, e più in generale con i diritti fondamentali dell’uomo.”

I sottoscrittori dell'esposto confidano che l’Autorità Giudiziaria, accerti l’esatto svolgimento dei fatti, verificando se vi siano responsabilità individuali private o pubbliche e ribadiscono di essere mossi dalla preoccupazione che vi sia stata violazione dell’obbligo di soccorso in mare e della libertà personale delle persone ricondotte contro la loro volontà in Libia, salvo diversi e più gravi reati, sottolineano, inoltre, che sarebbe necessario individuare queste persone e ripristinare il loro diritto individuale di chiedere asilo.

Per firmare accedere al seguente link:
 https://www.change.org/p/procura-della-repubblica-di-napoli-chiediamo-verita-e-giustizia-sui-respingimenti-in-libia?recruiter=56550748&utm_source=share_petition&ut

lunedì 30 luglio 2018

Friuli PRC: “Prove di regime. Assessore fascioleghista minaccia taglio fondi associazioni antirazziste”

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

Peter Behrens, segretario provinciale del partito della Rifondazione comunista





“Le dichiarazioni, pubblicate  sul quotidiano Il Piccolo di Trieste, dell'assessore regionale leghista Roberti sono gravissime. L'esponente della giunta Fedriga minaccia le 40 associazioni che hanno firmato un appello sui temi dell'immigrazione critico verso alcune posizioni della Regione. L'assessore minaccia di tagliare i fondi e annuncia un monitoraggio per individuare quelle che hanno ricevuto contributi per le proprie attività. Secondo l'assessore se dissenti dalla giunta non hai diritto all'accesso ai contributi pubblici. Siamo di fronte a una palese intimidazione che conferma che facciamo bene a definire fascioleghisti gli esponenti del partito di Salvini. I fondi pubblici dovrebbero essere erogati garantendo l'imparzialità e non sulla base di discriminazioni politiche o del consenso verso chi governa. Ora siamo in attesa di sapere, come sotto Mussolini, da una "Nuova agenzia Stefani" quali saranno le posizioni che dovranno essere assunte pubblicamente per non vedersi tagliare i finanziamenti. 
Quando cultura, associazionismo e volontariato devono adeguarsi ai voleri dei potenti grandi guai si preparano per tutti i cittadini”.


L'articolo con le dichiarazioni:

sabato 19 maggio 2018

Lo straniero non va a tempo

Paolo Apolito 

Dialoghi sull'uomo. C'è una dimensione ritmica negli esseri umani: «Rompere il ritmo. Condivisione e inclusione» 


Quando nasce, il bambino ignora tutto dell’angolo di mondo dove è finito. E deve apprendere tutto, il più in fretta possibile. Possiede una formidabile risorsa in proposito, la mimesi. Che immediatamente  mette in opera per entrare in relazione con la madre o chi si prende cura di lui. Relazione ritmica. Per la sopravvivenza del neonato, entrare in ritmo con la madre è altrettanto importante che prendere il latte che lo nutre. Il piccolo animale umano deve necessariamente apprendere i ritmi materni, e poi dell’ambiente in cui vive e vivrà, poiché solo in tal modo sarà riconosciuto come uno del «Noi» e non un estraneo.


Gli esseri umani sono animali ritmici e i ritmi sono culturali, segnano i perimetri delle comunità, dividono insiders e outsiders. La base ritmica è il corpo umano, ritmici i suoi processi, ritmico il suo movimento secondo l’«incorporazione» infantile. Ma la posta in gioco per gli esseri umani non è semplicemente seguire i propri ritmi, bensì andare a tempo con gli altri. Cioè sincronizzarsi. E trascinarsi reciprocamente alla sincronia. Andare a tempo nelle relazioni con gli altri è condividere un «beat» nelle azioni comuni o in compresenza. È svolgere un lavoro poliritmico, in cui i movimenti e le azioni assomigliano a sequenze musicali, intrecciate o a contrasto, polifoniche o all’unisono, corali o in contrappunto. 

Innanzitutto è la comunicazione umana ad essere «musicale». Per la specie umana essa è la proto-musica fondamentale. I cui punti di connessione e comune fonte con la «musica» letteralmente intesa sono affascinante oggetto di studi. Dialogo verbale, per esempio: giochi ritmico-sonori di scambi semantici. Ma non solo il dialogo verbale, ogni azione umana condotta insieme ad altri ha tratti di «musicalità». Sguardi, gesti, movimenti, espressioni emotive, dai sorrisi al pianto. Soprattutto tra persone che hanno o stabiliscono relazioni emotivamente positive. Quella tra madre e bambino è prototipica, ma poi quelle tra innamorati, tra amici, tra colleghi che si scelgono tra gli altri. E tra membri di associazioni, di comunità, di villaggio. L’«intimità» culturale si esprime in tratti ritmico-musicali.

Per converso, lo straniero è un estraneo ritmico-musicale. Uno che non va a tempo. E che non conosce le «melodie», cioè i flussi di azione noti, performati e riconosciuti. O gli «accordi» ritmici e melodici. L’estraneità ideologica, simbolica, culturale si esprime nell’estraneità «musicale». Ed è quest’ultima che colpisce a caldo nelle relazioni, più di tutto il resto.
Un bel problema, costitutivo dell’intera storia della specie umana. 

Animali affascinati dall’intimità musicale e al tempo stesso animali spinti a incontrare gli altri. Per curiosità. Ma anche per definire i confini del Noi rispetto ai non-Noi. E dunque millenni di scontri, ma anche di incroci. Di quelli che possiamo chiamare meticciamenti. In giro per il mondo, e non da oggi: non esiste «cultura» autentica, siamo tutti meticci. Incrociati. Ibridati. In gradi diversi, ma tutti. E lo siamo in forme ritmiche. Non facili, non neutrali. Rotture, rifiuti, estraniazioni, dissonanze. Ambiguità tra attrazione e rifiuto. E linee di potere (perché l’attrazione mimetica tra gruppi diversi e reciprocamente alieni non è mai stata neutrale, ha sempre segnato le linee di asimmetria di potere). 

Ma poi ricomposizioni creative in nuovi alfabeti ritmici e melodici. Viene innanzitutto da pensare agli incroci musicali. Il jazz per esempio. La cui storia di formazione è un complicatissimo incontro di tradizioni musicali diverse e lontane. Africa sì, ma Nuovo Mondo, neri sì, ma bianchi, «alieno» sì, ma «nostro». Ma non solo jazz, e non solo musica. Quando il tè è arrivato in Europa non ha semplicemente aggiunto il suo gusto a quelli preesistenti, ma ha modificato i ritmi di vita sociale. E non è forse un caso che il tè abbia attecchito soprattutto dove non c’era il vino. Altra struttura ritmica, risultata impermeabile alla nuova del tè. 

La grande storia degli incroci ritmici è ancora tutta da scrivere. E non è solo storia. C’è una contemporaneità di meticciamento ritmico che è sotto i nostri occhi e che sfugge, poiché le narrazioni prevalenti sono degli scontri. La globalizzazione non è omologazione, ma meticciamento. Ritmico. Ancora una volta la musica. Il rock dei grandi concerti nelle capitali del mondo, ibridato in forme locali da indagare etnograficamente. E ancora una volta non solo musica. Quale formidabile fucina sotterranea di ibridazioni ritmiche, per esempio, è stato ed è l’Erasmus degli studenti universitari europei?

fonte: alias 19 maggio.

venerdì 21 luglio 2017

APPELLO AI GIORNALISTI/E ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA

Alex Zanotelli


Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),
ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. 
E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!)
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.
Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.
Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.


mercoledì 12 luglio 2017

Salvare le vite prima di tutto

Salvare le vite prima di tutto


«L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo». Scriveva già decenni fa Alex Langer. Con questa stessa frase nel 2015 si chiamarono a raccolta le forze sane di questo paese per fermare la strage di migranti in mare. Ma le stragi sono continuate, anche nell’indifferenza. Un naufragare continuo arginato in parte dall’intervento della Marina, della Guardia Costiera e, soprattutto delle Ong. Gli arrivi di questi ultimi giorni, in assenza di un sostegno reale anche nell’accoglienza da parte dell’UE, sono divenuti un alibi per il governo italiano che ha comunicato alla Commissione Europea l’intenzione di chiudere i propri porti alle navi delle organizzazioni umanitarie. Un simile atto di barbarie non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche o ideologiche. Si condannerebbero con cinismo immorale a morte migliaia di persone sospese fra le persecuzioni subite nei paesi di origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza. Occorre che l’UE si assuma responsabilità e che prenda decisioni coraggiose ma in linea con i principi morali che ispirano le loro costituzioni e le stesse fondamenta su cui poggia ciò che resta del sogno europeo. Ma occorre anche che, nel frattempo, non si neghi a donne, bambini e uomini di trovare riparo nei nostri porti, in nome di calcoli elettorali o degli allarmi esasperati degli imprenditori della paura.
Ed è in nome di questo necessario sentimento di umanità che ci appelliamo a tutte e a tutti. Troviamo insieme forme e modi per far sentire nelle nostre città, davanti alle prefetture, ai porti, la voce troppo spesso rimasta isolata di chi non vuole essere ancora complice di ulteriori misfatti. Verrà presto il tempo delle decisioni politiche, nazionali e dell’unione, verrà la necessità di uscire da un approccio emergenziale e proibizionista che porta soltanto a riempire ogni giorno sempre di più quella fossa comune che è oggi il Mediterraneo Centrale. Ma oggi, qui e ora, dobbiamo decidere, anche individualmente, da che parte stare. Verrà il giorno che di questo immenso crimine si dovrà rendere conto e nessuno di noi potrà dire “io non sapevo”. Sappiamo e dobbiamo avere la dignità di decidere se restare umani o scivolare nella normalità della barbarie, quella che non fa più notizia e non smuove più alcuna coscienza.

Stefano Galieni
Maurizio Acerbo
Gianluca Nigro


                      glnigro@gmail.com



giovedì 6 luglio 2017

Immigrazione, la nuova frontiera della bad company

Luciano Granieri



 La questione dell’immigrazione  è vergognosa,  disumana, degradante per l’intera umanità. Il flusso dei migranti in arrivo dal Nord Africa, ma anche da altre parte martoriate del mondo è diventato un fenomeno strutturale.  Fermarlo è impossibile, perché sarebbe come voler bloccare lo scorrere del Gange. 

L’Unione Europea,   tutto l’occidente globalizzato e  I paesi a capitalismo emergente, hanno alimentato, sulla pelle delle popolazioni africane e medio orientali, il profitto della loro good company. Si sono impossessati delle ricchezze naturali di quel mondo, pompando nei serbatoi delle multinazionali    petrolio, gas  ,depredando   il  sottosuolo di materiali come il coltan,  indispensabile per il progresso, ma di chi?    Il coltan è una  ricchezza   soprattutto  se alla sua estrazione sono  destinate le popolazioni schiavizzate,   con una percentuale di sfruttamento di bambini vergognosa .   

La good company ha  sovvenzionato i conflitti  tribali, facendo affari con la vendita di armi. Una dinamica fondamentale.  Da un lato, per il business degli ordigni bellici in se, dall’altro per mantenere la destabilizzazione delle aree di maggiore interesse economico. Un caos ideale per alimentare indisturbati i propri affari, sovvenzionando e corrompendo il dittatorello di turno. E quando la situazione lo ha richiesto non  si è esitato  a incancrenire gli scenari con le famose guerre umanitarie, o acuire  devastanti guerre civili. Per questo non ha senso distinguere fra rifugiati ed immigrati economici. Sono tutti vittime della stessa logica predatoria. 

Nonostante questo la ricetta  proposta  dalla Merkel e da tutto il G20 per il risolvere il problema dell’immigrazione è destinata a incrementare ancora di più gli affari della good company e ad aggravare lo stato di una nuova  bad company, quella del traffico di persone e dei morti in mare. “Compact with Africa”, questo è il nome del piano. “Non un banale aiuto economico ai paesi in via di sviluppo,-sostiene la Merkel- ma un programma che mira ad una globalizzazione più inclusiva” 

Che vuol dire globalizzazione inclusiva?  Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale,e Banca Africana di Sviluppo provvederanno a negoziare con i paesi africani  punti di azione specifici per ogni Stato. Azione, in questo caso, significa favorire ancora gli affari delle multinazionali, le quali, in cambio del loro impegno  economico, potranno usufruire di un “miglioramento del clima per gli investimenti” così è scritto. 

Lo sappiamo cosa significa migliorare il clima per gli investitori: ridimensionare la sovranità degli Stati, presentare un conto elevatissimo alle popolazioni in termini di ulteriore deterioramento dei servizi,  e della definitiva dismissione del ogni minimo diritto sul lavoro. In pratica nel prossimo G20 di Amburgo si proporranno  le stesse ricette avanzate sin dagli  anni ‘80  dimostratesi inefficaci e disumane. Solo che nell’epopea dello storytelling reaganiano e thatcheriano  non c’erano   i kamikaze che terrorizzavano l’occidente, e in fondo al  Mediterraneo nuotavano solo i pesci. 

Lo  sfruttamento dell’Africa non aveva ancora generato la paura che oggi  viene vissuta  al di qua del Mare Nostrum. C’era solo   la good company. Oggi invece lo sfruttamento continuato e reiterato ha rafforzato la bad company. Quella delle immigrazioni di massa.  Questa bad company non la vuole gestire nessuno, e si provvede all’erezione di muri, militarizzazione di confini, chiusure di porti, vergognose querelle sulle meritorie azioni salvifiche in mare  delle organizzazioni non governative, respingimenti, in una parola “rifiuto”. 

Rifiuto di un effetto collaterale causato dalla voracità della good company. Si  è concepita  una nuova e più sofisticata dinamica di profitto che utilizza il dramma degli immigrati per mettere in atto  l’ennesima operazione di devastazione dell’Africa, mascherata da aiuto umanitario, dal cosiddetto “aiutiamoli a casa loro”. 

E’ questa la globalizzazione che creerà inclusione? Sicuramente aumenterà la globalizzazione della disperazione, la quale, includerà un numero sempre maggiore di poveri, di rifiutati, non solo  dai confini  militarizzati ma anche da un sistema economico disumano. 

Globalizzazione dei diritti ed inclusione sociale al di là di ogni confine. Questa dovrebbe essere la ricetta, ma per fare ciò bisognerebbe collettivizzare  la good company, con obbligo di indennizzo alle vittime della bad company.

MIGRANTI: NEL VERTICE DI TALLINN , I 26 MINISTRI DEGLI INTERNI DELL'UNIONE EUROPEA HANNO FATTO UN MURO CONTRO L'ITALIA !

Umberto Franchi


MA QUALI SONO I VERI MOTIVI DELLE ONDATE MIGRATORIE ?

Nell'anno 2007 sono sbarcati nelle nostre coste 24.000 persone provenienti dall'Africa e Asia. Esse sono cresciute progressivamente e 10 anni dopo, nel 2016, sono sbarcati nelle nostre coste 183.000 persone ( in media 500 in ogni giorno dell'anno) .
E' stato stimato che quelli che scappano dalle guerre sono solo il 20% mentre veri motivi dell'ondata migratoria che riguarda il restante 80% sono di natura economica, vengono in Italia ed in Europa per cercare un lavoro dignitoso, "fortuna".

COSA SIGNIFICA? 
Per capirlo occorre andare a vedere cosa succede nei Paesi di provenienza e ci accorgiamo che esiste un nesso stretto tra le migrazioni e la distruzione delle loro terre... degli ecosistemi che finisce per rendere le loro prospettive di vita impossibili perchè nei loro Paesi oggi, ai giovani, viene negato il diritto alla terra, in quanto i capitalisti dell'occidente ma anche di Russia, Cina, India... riescono ad accaparrarsi sempre più terre acquistate per pochi denari, dai governanti locali venduti e corrotti.

I nuovi colonizzatori imperialisti, non si accontentano più del legname con le deforestazioni, dello sfruttamento delle risorse minerarie e diamantifere... ma comprano anche milioni e milioni di ettari di terreni per produrvi cibo o biocarburanti che non vanno certo agli Africani, ma rivenduti nei Paesi più ricchi... inoltre questo prosperare dei colonizzatori di terre assieme alle crescenti siccità dovute alle sempre più scalze piogge causate dall'effetto serra, provoca la desertificazione di intere aree e anche la perdita di biodiversità e fertilità delle poche terre rimaste coltivabili.

Insomma i colonizzatori dell'800 andavano a prelevare gli schiavi in africa per farli lavorare gratuitamente nei loro Paesi, oggi gli stessi colonizzatori non si accontentano più di sfruttare la mano-d'opera locale, ma "fregano" per pochi soldi anche le loro terre ! 

E' tutto questo che provoca le migrazioni "bibliche" di massa... perché la masse diseredate non possono più vivere in quelle terre.
Ora i governi dell'occidente a partire dai 26 Paesi "dell'Europa Unita" che si sono ritrovati a Tallinn in Estonia, hanno detto che nessun sbarco di immigrati sarà permesso nei loro porti anche se sono in pericolo di vita!

Sono paesi di tradizione cattolica come la Spagna o civile come la Germania, la Francia, l'Olanda, il Belgio, ecc... che sono solidali solo se la solidarietà non devono farla loro...
 Ma anche da altri Paesi della comunità internazionale , a partire dall'Inghilterra,  dagli  USA  di Trump , non solo sono del tutto insensibili a queste problematiche , ma ad esempio TRUMP in Usa, incentiva le imprese a sfruttare ulteriormente le risorse di quei popoli firmando anche una legge dove riduce le tasse dal 35% al 15%. alle imprese che dimostrano di saper colonizzare i Paesi dell'Asia ed Africa !

Allora se la ragione principale del grande esodo migratorio è di carattere economico è la cause sono quelle sopra illustrate, generate da un sistema capitalista , liberista, colonialista barbaro e perverso , sono le politiche che vanno profondamente mutate !
Ma, se qualcuno pensa che prima o poi la situazione cambierà perchè si realizzerà una presa di coscienza diversa dei colonizzatori si sbaglia... essi sono predatori e non muteranno i loro egoistici interessi ... 

Ad esempio la Francia del democratico Macron 
che è la nazione con la massima responsabilità per i bombardamenti effettuati in Asia e Africa della miseria creata con la colonalizzazione , non solo  prenderà nemmeno un immigrato economico ma ha rispedito in Italia 240 migranti che avevano attraversato la frontiera Ventimiglia e già che c'èra ne ha aggiunto altri 400 che si trovavano in Francia da tempo non graditi...,
La Francia di Macron ha dato il via al blocco dei Porti e delle frontiere anche alla Spagna, Austria, Svizzera, seguita da tutti gli altri 26 Paesi dell' UE, dimostrando di essere peggiore di Le Pen ..

Certo a questo punto l'Italia sarà costretta a  valutare la possibilità di bloccare anche i propri porti alle navi straniere , ma credo che la situazione potrà  cambiare solo se mutano i governanti, e se le "masse" lavoratrici nel Mondo obbligano con la lotta, i detentori della ricchezza e del potere economico , politico, giuridico, informativo, formativo, culturale a cambiare nel profondo il sistema capitalista  !

martedì 16 agosto 2016

Capalbio e la fiera del luogo comune

Militant Blog   Collettivo Politico Comunista Sezione della Rete Nazionale "Noi saremo tutto"



Da qualche giorno impazza nella rete e sui giornali la vicenda del Comune di Capalbio, che si sarebbe ribellato alla decisione della Prefettura di Grosseto di collocare nel comune maremmano cinquanta rifugiati in attesa di permesso di soggiorno. In poche ore ha preso piede il festival del cliché: da una parte il Pd locale, che si lamentava della decisione che potrebbe incidere sull’immagine turistica cittadina, provocando a suo dire un potenziale fuggi fuggi del turismo benestante del luogo; dall’altra tutte le altre forze politiche che subito hanno gridato al “radical-chichismo” della sinistra romano-capalbiese. Eppure, in questo caso, la vicenda non ha nulla a che fare con quella gauche caviar brava a predicare nei salotti ma allergica alla vita reale. Infatti, la questione riguarda la presa di posizione del Pd cittadino, e affiancare al Pd la parola o il concetto di “radical” è come minimo una provocazione. Il Pd non sta tradendo alcuna posizione politica in questa polemica, è perfettamente lineare con la sua impostazione programmatica e sociale. Quella “sinistra” romana di stanza a Capalbio nei mesi estivi è scomparsa da tempo immemore. Sono rimasti una serie di pensionati d’oro dal nome altisonante e dal ricco conto in banca, ma dall’inutile incidenza nelle sorti politiche della “sinistra” italiana. Il più “nobile” è Alberto Asor Rosa, quello che si augurava un golpe militare contro i governi Berlusconi, per dire. Stiamo parlando del niente, di tromboni ottuagenari o di piccoli cacicchi politici neo-democristiani. E’ perfettamente normale che il Pd proponga di spedire quei rifugiati nelle periferie urbane, fuori dai circuiti del turismo, soprattutto se benestante, e che immagini “zone speciali” da destinare ai flussi turistici internazionali disinfettandole dalla popolazione povera autoctona. E’ la sua natura di classe, non le sue posizioni politiche, a spingerlo verso quell’inevitabile direzione. A destra, invece, la polemica è servita per dimostrare quanto l’accoglienza dei migranti sia una forzatura politica distante dai veri umori della popolazione: anche quella stessa “sinistra” che fa dell’accoglienza un merito, di fronte al migrante in carne e ossa rifiuta il contatto e mette veti a ogni possibile promiscuità. Dal proprio punto di vista ha ragione. E’ chiaro che per il Pd i migranti vanno accolti solo se detenuti nelle periferie metropolitane, come carne da lavoro sottopagata e senza diritti, ma esclusi da qualsiasi processo di inclusione effettiva nella comunità nazionale. Ma, a ben vedere, è ciò che in realtà vuole anche la destra! Qui il radical chic non c’entra nulla: è una dialettica tra due tipi di destra, una istituzionale ed europeista e l’altra nazionalista e xenofoba. Che perseguono, in realtà, un unico obiettivo, quello di disumanizzare il migrante impedendone ogni possibile integrazione sociale.