Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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lunedì 23 settembre 2019

Anche il Parlamento europeo, come Salvini, condanna il derby fra fascisti e comunisti

Luciano Granieri





Dunque anche per il Parlamento europeo comunismo e nazifascismo pari sono. E’ stato deciso con l’approvazione di una mozione che condanna, tanto l’uso   dei simboli del comunismo - chiedendo la rimozioni di monumenti che in molti Paesi  europei celebrano la liberazione avvenuta per opera dell’Armata Rossa –quanto  quelli   del nazifascismo . 

Che noia!  Meno male che Strasburgo di fatto non conta nulla, si diverte a baloccarsi con  questi distinguo storico-culturali che gli danno la sensazione di decidere qualcosa e di non essere completamente inutile, mentre come è noto a decidere è il Consiglio che ha ben altro di cui occuparsi . 
Niente di nuovo dunque, se non l’escamotage di una condanna di facciata a  razzismo  e nazifascismo utile per giustificare  il vero   colpo  mortale da sferrare  contro un’idea di società  fondata sulla giustizia sociale proposta proprio dai principi della 1° Internazionale comunista.  Quella ispirata dalla Comune di Parigi in cui si orientava la classe operaia: “alla liberazione della razza umana (TUTTA nda) dalla schiavitù conseguente  allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo,  alla depredazione economica, fisica e morale”(Marx Manifesto Comunista  1847)

Una prospettiva ben diversa  da ciò che ha animato il fascismo cosi come scritto nel Punto 7 del manifesto della razza II comma  del 1938: “La concezione del razzismo in Italia  (….) vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità”.



In effetti  che per gli Europei  esistano grandi e piccole razze, così come scritto nel documento fascista, è un fatto. Non sarebbe altrimenti possibile che esseri umani,  ricadenti nella categoria delle razze extra europee, vengano lasciate soffrire, e più spesso morire, in mare per non essere accolti dai membri delle grandi razze continentali i quali, ogni volta,  pongono dei distinguo su quante e quali persone possano violare  i sacri confini contaminando  quello “stile di vita europeo”  propugnato dalla  Van Der Layen.  

Ma,  soprattutto, quanto è odiosa  per il perfetto Cittadino  Europeo  la  parte dell’enunciato comunista  che  esorta alla  lotta contro la “DEPREDAZIONE ECONOMICA”. Quel furto ai danni dei lavoratori, perpetrato  del capitale finanziario    che i trattati della UE  mettono alla base delle dinamiche ordoliberiste vere  e proprie linee guida dell’Unione. 

E’ vero che l’idea comunista - oggi forse utopistica - partita dalla Comune di Parigi, evolutasi nella prima Internazionale, è stata sconfitta in primo luogo dal capitalismo di stato staliniano e dalla follia totalitaria stalinista, ma stiamo parlando della degenerazione strumentale di una visione per cui la proprietà collettiva dei mezzi di produzione  è diventava proprietà  unica del despota. 

Quindi  il Parlamento Europeo prima di invitare : “tutti gli Stati membri dell’UE a formulare una valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista” (testuale) dovrebbe adoperarsi esso stesso a formulare una “Valutazione Chiara”.  Perché "comunismo" è diverso da "stalinismo", mentre nazifascismo e razzismo sono sempre la stessa immondizia. 

A dire il vero  in diversi punti del testo votato dal Parlamento europeo  la definizione “regime fascista” è   associata “ regime  stalinista” ma il collegamento  sembra messo lì quasi per caso. Andrebbe spiegato ai sedicenti paladini della libertà del parlamento di Strasburgo che,  mentre la croce uncinata, il fascio littorio, evocano solo immagini di violenza e prevaricazione, la falce e martello è il vessillo che sventolava sulla Comune di Parigi è il simbolo   dell’unità fra i contadini e gli operai, cioè dell’unione delle forze  di tutti i  lavoratori per lottare contro” la schiavitù conseguente allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e contro la depredazione economica” . Donne e uomini,  in nome di   quel simbolo, hanno  combattuto con coraggio per  liberarci  dal nazifascismo, hanno scritto la Costituzione italiana, hanno contribuito ad un avanzamento sociale senza precedenti. 

Certo dietro la falce e martello è  anche esplosa  virulenta la dittatura stalinista con i gulag, la persecuzione e l’eliminazione degli avversari politici, a cominciare dai comunisti  Lenin e Trotsky. Ma ciò, per quanto crudele e terribile, non può criminalizzare il simbolo dell’unità dei lavoratori. Ragionando  per assurdo  anche  nel segno  della croce cristiana si sono perpetrate le peggiori nefandezze: l’inquisizione, le  guerre sante, massacri sanguinosi, tutto in nome di Cristo . Quindi bandiamo i crocifissi dagli Stati dell’Unione?  

Insomma ci troviamo di fronte all’ennesimo becero tentativo di usare un grossolano revisionismo storico per giustificare un’operazione politica che è tutta rivolta all’oggi.  Orientata, da un lato a sradicare definitivamente dall’impalcatura liberista, su cui si basa la UE, una prospettiva anticapitalista, e dall’altro a  concedere un effimero contentino alle forze sovraniste, che vuoi o non vuoi, qualche voto lo hanno preso. 

Per quanto riguarda coloro che hanno votato la mozione non mi scandalizzerei più di tanto nel leggere i nomi dei parlamentari del Pd  vicino a quelli della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia. E’ da decenni che in nome di un riformismo costruito al solo scopo di favorire i grandi capitali, e anestetizzare i conflitti sociali,  quelli che sarebbero dovuti  venire da lontano hanno rinunciato ad andare lontano. E’ da quando l’ex comunista Luciano Violante nel suo discorso d’insediamento come Presidente della Camera nel primo governo Prodi, equiparò le scelte dei giovani repubblichini di Salò  ai ragazzi partigiani, invocando comprensione per entrambi. Guai ai vinti? No guai ai vincitori.

domenica 7 aprile 2019

E' possibile un'altra Europa senza il rifiuto dei trattati?



Quando il coordinamento nazionale di Potere al Popolo, su mandato degli iscritti, avviò consultazioni con altre forze  per costruire una  coalizione in vista della  partecipazione alle elezioni europee, il pregiudizio  principale ed insuperabile per un accordo fu  la possibilità di avviare un processo di democratizzazione e uguaglianza sociale   della Ue puntando solo alla modifica dei trattati, senza prevederne l’abolizione. La posizione di Potere al Popolo fu chiara fin dall’inizio: non è pensabile alcuna evoluzione in tema di diritti se non al di fuori degli attuali trattati, i quali, scritti per creare e regolare un grande mercato sovranazionale, non ammettono alcuna opzione sociale. L’esito delle consultazioni come è noto fallì. Ci tacciarono di essere sovranisti di sinistra e antieuropeisti, per cui non si raggiunse alcun accordo. Personalmente, e credo che la mia posizione possa essere condivisa da molti altri compagni, sono più che europeista.  Sono internazionalista prefigurando una comunità  internazionale in cui ad essere globalizzati  siano i diritti umani, sociali e civili,  il cui controllo sia a  carico della collettività attraverso processi di partecipazione  attiva e organizzata. Dunque né sovranisti, né di sinistra - se per sinistra s’intende la galassia dei partiti riformisti europei  strenui difensori  di questa Ue, e di tutte le politiche di austerity che la contraddistinguono, oppure i vari satelliti più o meno radicalmente distinti che, proprio per non escludere un aggancio alla galassia riformista,  non osano prendere una decisa posizione contro i trattati - . La tesi secondo la quale un’altra organizzazione sociale non è   possibile se non si rifiutano totalmente i trattati e l’attuale conformazione  politica della Ue, è supportata anche da autorevoli studiosi come Claudio De Fiores (Professore Ordinario di Diritto Costituzionale componente del collegio del dottorato in “Internazionalizzazione dei sistemi giuridici e diritti fondamentali) e Franco Russo (ex parlamentare, esperto di problemi istituzionali alla luce dei trattati comunitari, esponente di Eurostop). Riporto di seguito il loro contributo. Spero possa essere utile a creare  consapevolezza sulla reale natura della “questione” europea. Spero cioè si capisca  come la Ue non sia altro che un coacervo di trattati concepiti  esclusivamente per salvaguardare i diritti dei grandi potentati finanziari e che tutto ciò non c’entra nulla  con l’Europa che prefigurava Spinelli.

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone

 Il Contributo di
Claudio De Fiores e Franco Russo




Un’Assemblea costituente per una democrazia costituzionale europea

E’possibile riformare i Trattati e avviare un processo di democratizzazione delle istituzioni dell’UE, per giungere a una vera democrazia parlamentare,  nel quadro della normativa UE vigente? Il  processo dovrebbe avvenire nel quadro dell’articolo 48 del TUE, che disciplina i processi di revisione dei Trattati. Senza qui stare a esaminare la procedura ordinaria e semplificata, basta richiamare che in ogni caso sono gli Stati membri che devono approvare le modifiche, rimanendo essi i ‘signori dei Trattati’. Dunque progettare un percorso di democratizzazione, nell’ambito delle attuali istituzioni significa affidarlo agli Stati, che, per definizione, come dimostra la storia dell’integrazione europea, si riservano, e non vogliono perdere, il monopolio della decisione politica, concentrata nel Consiglio europeo, nella Commissione e nelle diverse formazioni del Consiglio, oltre che nella tecnocrazia che trova la sua massima espressione nella BCE. Il ‘potere legislativo’ è di competenza del Consiglio condivisa con il Parlamento europeo, a voler tacere che le materie della politica estera, finanziaria, monetaria sono di esclusivo appannaggio o del Consiglio europeo, o del Consiglio dell’UE (ECOFIN),  o della BCE. Giova ricordare che il Consiglio europeo e il Consiglio dell’UE, nelle sue formazioni, sono composte dai capi di governo e di Stato e da ministri. Nell’UE i governi hanno competenza legislativa ‒ ahi  povero Montesquieu, e addio all’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789!  ‒, deliberano le norme la cui esecuzione è affidata alla Commissione, nominata anch’essa dai governi (con l’assenso del PE). Questi sono fatti noti, che vengono richiamati per porre alcune questioni di fondo, a cui il documento dell’esecutivo sfugge: è possibile un processo di democratizzazione nell’ambito dei Trattati (TUE e TFUE)? È compatibile un processo di democratizzazione con le disposizioni dei Trattati? E a monte di tale questione se ne pone un’altra: è possibile una democrazia senza Costituzione? È immaginabile, cioè, una democrazia fondata sui Trattati, i cui ‘signori’ sono gli Stati, più precisamente i loro governi? Sono compatibili Trattati e Costituzione democratica? A nostro parere no, e di seguito proviamo ad argomentare la nostra posizione.

1. La costruzione europea è guidata dal metodo del funzionalismo con lo scopo di realizzare e ‘governare’ un mercato sovranazionale.
È sufficiente leggere gli scritti di Jean Monnet, o i vecchi quanto lucidi saggi di David Mitrany o direttamente le norme fondamentali dei Trattati come interpretate dalla Corte di Giustizia nelle sue più famose sentenze, per avere chiaro che il fine della costruzione europea è un mercato sovranazionale, da attuare attraverso ‘realizzazioni concrete’, come disse Schuman.
Fu Davide Mitrany a teorizzare l’evoluzione spontanea delle istituzioni comunitarie branch by branch, perché ogni funzione avrebbe generato le altre gradualmente, ed è la stessa idea di Monnet quando elaborò il piano della CECA, che avrebbe dovuto condurre alla federazione politica attraverso l’integrazione successiva dei diversi settori economici. Questo metodo funzionalistico, che implicava successive attribuzioni di competenze per realizzare obiettivi in campi delimitati, ha guidato la costruzione della Comunità europea, e poi dell’Unione economica e monetaria.
Fin dall’inizio fu presente la consapevolezza che questo progetto di unione economica, fondata sul mercato sovranazionale, avrebbe richiesto istituzioni diverse da quelle della democrazia rappresentativa. Fu sempre Mitrany a teorizzare la contrapposizione tra una voting democracy e una working democracy, sostenendo che l’autorità nell’epoca contemporanea si legittima attraverso i risultati che consegue; è questa un’output democracy in quanto dipendente dall’efficienza del funzionamento delle istituzioni, in primo luogo del mercato dove quotidianamente il consumatore ‘vota’ con i piedi scegliendo la merce che soddisfa a più basso prezzo la sua domanda. L’output democracy è una versione aggiornata del ‘dittatore benevolo’, del ‘despota illuminato’.
Le istituzioni comunitarie non hanno mai trovato il fondamento della loro legittimazione nella democrazia rappresentativa, bensì nell’efficienza di un mercato inizialmente parziale con la CECA nel 1951, comune con la CEE nel 1957, ed unico nel 1986  che è sfociato nell’Unione economica e monetaria avviata con il Trattato di Maastricht del 1992. Per realizzare questi fini sono stati attribuiti sempre nuovi poteri alle istituzioni comunitarie (ora UE), le cui norme godono del primato su quelle nazionali e dell’applicabilità diretta (per quanto riguarda i ‘regolamenti’ e le ‘decisioni’). Le quattro libertà di circolazione – beni, servizi, capitali, lavoratori – sono stati i principi-guida delle normative e delle politiche comunitarie, e il rispetto della concorrenza è stato sempre sancito in tutti i Trattati e affidato alla competenza esclusiva della Commissione.
Le vicende pluridecennali dell’unificazione europea hanno mostrato che non si è formata una società dotata di una Costituzione democratica, al contrario si è creata una società di mercato con una costituzione economica che ha ribaltato i principi delle Carte costituzionali del Novecento. La costruzione delle Comunità e ora dell’Unione europea ha istituito il primato del mercato, divenuto l’ordinatore delle relazioni economiche, sociali e istituzionali. Il dominio dell’economia sulla società trova una sua strumentazione specifica negli articoli 101-109 del TFUE, da attuare secondo i principi di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza (articolo 120 TFUE), e nei Protocolli n. 12 e 13 del Trattato di Lisbona, che prescrivono la stabilità dei prezzi, il contenimento della spesa pubblica e le politiche di convergenza.

C’è un tratto originale dell’UE, quello di essere un ordine giuridico del mercato al di là degli Stati nazionali.
Per decenni la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è stata il motore del processo d’integrazione, vigilando sull’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie al fine di costruire il mercato comune sulla base del Trattato di Roma, e in seguito il mercato unico e l’euro (sulla base dell’Atto unico europeo e del Trattato di Maastricht). Grazie alla giurisprudenza della Corte, la CEE si caratterizzò come ‘Comunità di diritto’, e i Trattati vennero posti a suo fondamento ‘costituzionale’.
La Corte di Giustizia è divenuta nel tempo il tribunale supremo per l’interpretazione e l’applicazione del diritto comunitario
La Corte di Giustizia non ha usurpato la fama di forza motrice dell’integrazione economica europea, avendo essa stabilito il primato del diritto comunitario e l’effetto diretto delle sue norme, che essa ha consolidato attraverso una lunga sequenza di conflitti con altre istituzioni – soprattutto con le Corti costituzionali nazionali e in particolare con quella tedesca e italiana – per affermare la sua competenza a essere interprete del diritto comunitario così da garantirne l’effettività e l’uniforme applicazione.
Questo ruolo di promozione, e di garanzia del funzionamento, del mercato unico è stato svolto dalla Corte di Giustizia anche durante la Grande Recessione, quando è avvenuta una ‘mutazione istituzionale’ (ripetutamente legittimata dagli stessi giudici). La BCE, soprattutto sotto la presidenza di Mario Draghi, ha assunto il ruolo di guida, attraverso le misure monetarie ‘convenzionali e non convenzionali’, che sono andate in parallelo con le politiche di austerità messe in atto dall’ECOFIN e dalla Commissione grazie ai meccanismi del Semestre europeo. La Corte di Giustizia ha avallato questo primato della Banca centrale con la sentenza sul caso Pringle e con l’Opinione dell’avvocato generale Villalón sul programma OMT.
Con la sentenza sul caso Pringle (27 novembre 2012), relativa al Trattato istitutivo dell’ESM, la Corte ha giustificato il ricorso degli Stati membri a patti internazionali, estranei quindi alla normativa UE, per istituire meccanismi di stabilità, ciò che comunque ha richiesto la revisione in via semplificata dell’articolo 136 TFUE. Ha confermato, inoltre, che l’assistenza finanziaria debba essere soggetta a ‘stretta condizionalità’, mediante memorandum e controlli esterni così da consentire il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri (punto 69). Per quel che concerne la BCE, la sentenza ha ribadito che essa ha il potere esclusivo di regolare l’offerta di moneta in condizioni di indipendenza e autonomia.
Con la sentenza Pringle è avvenuta la ‘costituzionalizzazione’ delle politiche di austerità, della stabilità finanziaria,  e della ‘stretta condizionalità’ relativa ai piani di assistenza finanziaria. È stata in questo modo ridefinita la ‘costituzione economica’ e con essa si è consolidato il ruolo degli ‘esperti’ cioè della tecnocrazia.

2.La gestione della Grande Recessione ha richiesto una mutazione istituzionale, cioè una trasformazione complessiva dell’UE per salvaguardare il mercato unico, e il suo funzionamento.
Si può anche individuare il punto di svolta di questa mutazione istituzionale – volta all’accentramento delle politiche economiche, fiscali e finanziarie, oltre che di quelle monetarie – nel Consiglio ECOFIN del 7 settembre 2010,  che ha modificato il Codice di condotta per l’attuazione del Patto di stabilità e crescita mediante le procedure del Semestre europeo, avviato nel gennaio 2011. Il Semestre europeo richiede che la discussione e la formulazione dei bilanci degli Stati membri avvenga in sede UE – ECOFIN e Commissione, specificatamente – prima che i Parlamenti li deliberino.
Le nuove procedure di bilancio sono state affinate e rese più stringenti con l’ emanazione del Six Pack, completato con il Two Pack, il tutto accompagnato da due Trattati internazionali: il Fiscal Compact e l’ESM. Questa ristrutturazione dei poteri decisionali, a partire da quelli economico-finanziari, in parallelo alle misure ‘non convenzionali’ della BCE, ha consentito all’UE di gestire la crisi dei mercati finanziari, dei debiti pubblici e dell’euro, e di riorganizzare l’intero tessuto istituzionale.

Il momento costituente, per usare una formula di Bruce Ackerman, si è  presentato negli anni 2004-2005 quando il no al Trattato costituzionale, espresso dai referendum popolari in Francia e in Olanda, aveva aperto la possibilità di contrapporre ai Trattati dei governi un processo costituente dal basso per giungere a varo di una Costituzione attraverso un processo democratico. Quell’occasione, prodotta anche dai movimenti europei del Social Forum, è stata dispersa, e, nelle spire della Grande Recessione, si è invece consolidata l’oligarchia europea.
Allora ben si colse che il Trattato ‘costituzionale’ operava un’irriducibile commistione dei due sostantivi (costituzione e trattato) racchiudendola in un sotterfugio lessicale: la costituzione europea non era una vera costituzione, bensì un Trattato posto in essere dagli Stati e, in quanto tale, soggetto esclusivamente alla loro volontà. Infatti, una cosa è procedere alla stesura di una Costituzione al fine di (ri)fondare l’unità politica di un popolo, o di popoli diversi; altra cosa è, invece, addivenire nelle forme ordinarie a un Trattato, a un’intesa fra più Stati, ciascuno dei quali espressione di una già sottostante unità politica.
L’UE è l’espressione di una ‘Costituzione senza popolo’: una mera astrazione dietro la quale si è tenacemente trincerato il neofunzionalismo europeo, particolarmente attento (per sua stessa natura) a evitare ogni sorta di contatto fra istanze democratiche e processo di integrazione. Costruire, però, un processo costituente al riparo dai popoli non è possibile. Fare una costituzione significa farsi carico delle grandi sfide della storia, rappresentare le aspirazioni di un’epoca, le passioni di un popolo (o di popoli che vogliono federarsi), produrre un testo coeso nei suoi principi e fondamentale in tutte le sue disposizioni. Solo una Costituzione, con la statuizione dei diritti fondamentali, è in grado di fondare una cittadinanza comune, un’appartenenza comune, un idem sentire dei/delle cittadini/e.
Ciò che il Documento dell’esecutivo del CDC non coglie è la netta contrapposizione fra Costituzione e Trattato, che era invece ben presente ad un europeista quale Altiero Spinelli.
Spinelli era ben consapevole della ‘lezione’ di Carl Friedrich, della necessità cioè di dar vita ad un’Assemblea costituente per  giungere a una «costituzione adottata liberamente dal popolo europeo in un referendum su una proposta preparata da un’assemblea costituzionale rappresentativa eletta liberamente dal popolo …» (C. Friedrich). Spinelli, nel 1956, sostenne che «il popolo europeo deve ottenere dagli Stati nazionali che essi convochino un’Assemblea Costituente direttamente eletta da tutti gli Europei e che le riconoscono il compito di redigere la legge fondamentale degli Stati Uniti d’Europa … La costituzione che l’assemblea costituente avrà votato, sarà ugualmente ratificata, non dai parlamenti che sono gli organi di selezione delle volontà politiche nazionali, ma da referendum popolari medianti i quali ciascuna nazione dovrà dire sì o no alla costituzione che sarà preparata dai deputati europei».
Spinelli riteneva che gli Stati avrebbero dovuto convocare un’Assemblea costituente, poi, convintosi che questi non l’avrebbero promossa, divenuto parlamentare europeo, presentò e fece approvare dal PE nel 1984 un progetto di costituzione; oggi, dopo altri decenni in cui gli Stati hanno proseguito nel processo di espropriazione dei poteri dei parlamenti e della loro concentrazione nelle proprie mani attraverso le istituzioni UE, si pone il compito di uscire dal solco dei Trattati e battersi per la convocazione di un’Assemblea costituente.
Perché la mobilitazione per la Costituzione europea non sia solo oggetto di proclami essa va accompagnata con lotte che puntino all’affermazione di taluni fondamentali diritti, che si vogliono stabilire in Costituzione. E la lotta per i diritti può aprire la via per istituire l’assemblea costituente europea. Di queste lotte dovranno essere parte integrante:

·         il principio della pace, contro la NATO e per la soluzione pacifica dei conflitti;
·         il principio di laicità;
·         il  diritto alle differenze;
·         il  diritto del lavoro  contro il suo sovvertimento realizzato con le politiche di workfare;
·         la cittadinanza di residenza, introducendo lo jus soli;
·         uno Statuto dei beni comuni a fondamento di una società ecologicamente sostenibile;
·         il principio della produzione e gestione pubbliche dei servizi a garanzia dei diritti sociali universali.

Sono possibili lotte intorno a principi e diritti capaci di provocare la rottura dei Trattati e di aprire al contempo una prospettiva sovranazionale. È il progetto di Silvio Trentin: ‘liberare e federare’ dal basso i luoghi della produzione e le istituzioni della partecipazione, per una democrazia sovranazionale.

Claudio De Fiores – Franco Russo



venerdì 24 marzo 2017

Sabato scegli l’Europa delle lotte e dei lavoratori contro quella del capitale e delle guerre. Con intervista a Vladimiro Giacchè

 Militant blog collettivo politico comunista.


Domani scenderà in piazza la vera “altra Europa”: quella delle lotte sociali, del conflitto, del lavoro, dei poveri, dei migranti e dei precari. E’ l’Europa popolare e subalterna contrapposta all’Europa delle banche, della finanza, delle guerre, del liberismo, delle nuove schiavitù, dei razzismi. Sembra stanca retorica, eppure mai come domani, in questo ventennio di accelerazione europeista, la contrapposizione assumerà caratteri così spiccatamente simbolici. Nelle sedi istituzionali della città vetrina verrà celebrata la razionalità neoliberale del progetto europeista: capi di Stato e di governo bivaccheranno in un centro anestetizzato della sua popolazione; da Porta San Paolo – origine della Resistenza romana – prenderà forma il rifiuto dell’Unione europea e delle sue intrinseche politiche liberiste. Una manifestazione che segna una rottura anche nella sinistra. La forza materiale dei processi storici impone oggi una critica all’Unione europea. Una critica che, ovviamente, non esaurisce lo spettro delle proposte politiche, ma che al tempo stesso diviene elemento necessario al proprio posizionamento: o con questa Unione europea o contro di essa. Sarà sempre più questo il terreno di scontro dei prossimi anni, e non perché lo decidiamo noi, ma perché questo è imposto alla popolazione europea nel suo insieme: o lo affrontiamo, o i “populismi” saranno destinati a egemonizzare il campo del dissenso politico verso le élite dominanti. Peraltro, il vertice sarà tutto fuorché rituale o meramente celebrativo: verranno invece poste le fondamenta per un salto qualitativo del processo europeista in grado di rispondere alla crisi economica, politica e di consensi di cui è vittima la Ue come istituzione e come narrazione politica. Di seguito, una breve intervista a Vladimiro Giacchè, che aiuta alla comprensione del vertice stesso e di cosa si nasconde dietro le proposte di “difesa comune” e di “doppia velocità” di cui si è tanto parlato in questi mesi. Ci vediamo domani, ore 14.30, da Porta San Paolo: contro Unione europea e liberismo.

D. Le celebrazioni per il 60° anniversario del trattato di Roma, atto costitutivo dell’architettura economica e politica della Ue, sembrano ai più, ormai, non soltanto una stanca e vuota cerimonia ma un momento politico in cui andranno a maturare alcuni passaggi politici significativi. Concordi su questo scenario o lo ritieni un evento solo formale?
R. L’evento in sé potrà senz’altro essere “solo formale”. In fondo oggi qualunque celebrazione dei Trattati di Roma che ambisse ad essere qualcosa di diverso farebbe emergere di necessità le fratture profonde che attraversano l’Unione Europea, la diversità delle diverse agende nazionali e l’insussistenza di quel “sentire comune europeo” che ormai esiste soltanto nella retorica ufficiale. Questo però non toglie che la “Deep Union” continui a procedere, nonostante e contro le opinioni pubbliche dei diversi paesi, in una direzione fortemente voluta dalle tecnocrazie europee e dall’establishment: quella di un’integrazione sempre più inestricabile, e al tempo stesso sempre più antidemocratica. Per avere un’idea di come l’agenda di queste élites sia distante da un orizzonte democratico basterà citare due casi recenti: quello del polacco Tusk (presidente del Consiglio Europeo) e quello di Djisselbloem (presidente dell’Eurogruppo). Nel primo caso il governo polacco ha fatto sapere di essere contrario alla riconferma, ma la riconferma è avvenuta lo stesso; nel secondo caso il partito laburista guidato da Djisselbloem ha perso i tre quarti dei voti alle ultime elezioni olandesi – e ciò nonostante sembra ci sia l’intenzione di riconfermare questo signore (peraltro recentemente autore di frasi razziste all’indirizzo dei paesi del Sud Europa) alla guida dell’Eurogruppo. Non si tratta di episodi di poco conto: in entrambi i casi emerge la totale autoreferenzialità dei politici “prestati all’Europa” nei confronti del proprio elettorato – che poi dovrebbe essere la loro fonte (diretta o meno) di legittimazione. Ma tutto questo avviene nella noncuranza generale, come se fosse la cosa più normale del mondo. Questa è l’Europa che si ha l’impudenza di proporre quale orizzonte di democrazia al resto del mondo (ultimamente anche agli stessi Stati Uniti – impossessandosi parodisticamente dello strumento propagandistico dagli stessi Stati Uniti forgiato e utilizzato durante la Guerra Fredda in funzione antisovietica).
D. Nell’agenda politica della Ue ci sono alcune questioni decisive da sciogliere, dopo le dure batoste subite nell’ultimo anno con la Brexit e la sconfitta referendaria del 4 dicembre scorso in Italia e la caduta di Renzi. Forze centrifughe stanno mettendo a rischio l’assetto interno del comando Ue. Sui banco di prova dei prossimi mesi ci sono due questioni: la prima è la crescente divaricazione tra il gruppo ristretto di paesi del nord Europa, che vede saldamente al comando la Germania, e i paesi del sud la cui condizione è di totale subalternità alle politiche di Francoforte e Bruxelles; dall’altra il tentativo contraddittorio di accelerazione del processo di integrazione militare europea. Quale scenario tendenziale ritieni più probabile al momento su questi due punti dirimenti?
R. I due aspetti sono connessi. Non è infatti un caso che, proprio in un contesto che vede lo spostamento sempre più netto dei rapporti di forza intraeuropei a vantaggio dei paesi del nord e a svantaggio di quelli del sud, si cominci a parlare di un’integrazione maggiore sul piano militare. Non mi sembra difficile vedere nell’accelerazione verso l’esercito europeo anche uno strumento per blindare un’unità europea sempre più lontana nei fondamentali economici e sempre più asimmetrica e squilibrata, oltreché socialmente ingiusta (tra paesi e all’interno dei singoli paesi). Credo che si sbagli nel considerare i tentativi di riarmo integrato europeo esclusivamente nel contesto della accentuata dialettica verso gli Stati Uniti di Trump. Il dato principale è il tentativo di costruire un ulteriore collante di un’Unione sempre più in crisi di identità e sempre più drammaticamente divaricata. Si è detto spesso che l’euro è una moneta senza esercito. Ora si vuole creare un esercito per l’euro. Si tratta di un ulteriore tassello di una politica di integrazione che ormai è ben oltre lo stesso funzionalismo di Robert Schumann: l’integrazione procede attraverso la politica dei fatti compiuti, una politica che tende a mettere in piedi processi irreversibili, tali da resistere contro la stessa volontà dei popoli europei. Questa almeno è l’intenzione: ma al tempo stesso queste operazioni aumentano la rigidità del sistema e quindi lo rendono più esposto al rischio di un crack. Si tratta di un rischio sempre più concreto. La storia è piena di oligarchie che contro la realtà hanno finito per rompersi la testa – e in qualche caso per perderla in senso non solo metaforico.

giovedì 5 novembre 2015

PERCHÉ NON SI PUÒ ESSERE DI SINISTRA SOSTENENDO UE ED EURO

Renato Caputo

L’Ue e l’euro sono funzionali al mantenimento dello status quo, ossia di una società e di un modo di produzione sempre meno in grado di gestire le proprie contraddizioni interne. In questa tragica situazione, in cui tornano a riproporsi soluzioni barbare fondate su fondamentalismo e xenofobia, diviene essenziale per ogni progressista abbandonare l’eurocentrismo. Vediamo perché.



L’attuale epoca di restaurazione – anche se, oggi come allora, segnali importanti in controtendenza vengono dall’America Latina – dipende indubbiamente dal parziale fallimento degli obiettivi di quella che Gramsci ha definito “La Rivoluzione contro il Capitale”, ossia della Rivoluzione di Ottobre. Come è noto, essa mirava a rompere l’anello più debole della catena imperialista per favorire la rottura rivoluzionaria degli anelli più forti, i soli in cui vi erano le condizioni oggettive per la transizione al socialismo. Le divisioni interne al movimento dei lavoratori salariati nei Paesi a capitalismo avanzato, per cui una componente maggioritaria è rimasta sotto l’egemonia di dirigenti revisionisti, ha impedito la rottura degli anelli più forti.
In tale situazione, i tentativi di transizione al socialismo, pur ottenendo eccezionali risultati (quali la sconfitta del nazi-fascismo, la liberazione dal colonialismo e dalla miseria di milioni di umiliati e offesi), non hanno raggiunto l’obiettivo fondamentale, ossia offrire un’alternativa credibile a livello internazionale al modo di produzione capitalista. Dovendosi sviluppare in situazioni prive delle condizioni oggettive per la transizione al socialismo, tutte le “rivoluzioni contro il Capitale” hanno finito per alternare forzature soggettiviste, che hanno reso credibile lo spettro del totalitarismo, ad attitudini realiste che hanno portato a ridimensionarne drasticamente gli obiettivi, realizzando nei fatti un capitalismo di Stato.
Il principale teorico e artefice della “rivoluzione contro il Capitale” ha individuato la causa principale – che ha impedito la diffusione della rottura rivoluzionaria dagli anelli più deboli ai più forti – nella formazione dell’aristocrazia operaia, resa possibile dalla politica imperialista. In altri termini, i sovraprofitti resi possibili dalla politica imperialista all’estero hanno permesso alle classi dominanti dei Paesi a capitalismo avanzato di corrompere sistematicamente lo strato dirigente del movimento dei lavoratori salariati. Ora, se da questa analisi si è sviluppato il decisivo sostegno dei Paesi in cui la “Rivoluzione contro il Capitale” si è realizzata ai movimenti di lotta anticoloniale e antimperialista, d’altra parte il problema reale non è stato risolto. Basti considerare il panorama sconfortante offerto dai dirigenti dei sindacati e dei partiti di sinistra del nostro Paese, negli ultimi decenni, per rendercene conto.
Dunque, per chi non volesse continuare a illudersi che lo sviluppo in senso imperialista dei Paesi a capitalismo avanzato non sia “necessario” all’interno di questo modo di produzione, che sia possibile, al contrario, realizzare un capitalismo dal volto umano semplicemente ponendo al governo di tale sistema forze progressiste, è necessario fare i conti con tale problematica. Allo stesso modo, soltanto un idealista potrebbe illudersi che sia sufficiente denunciare l’evidente corruzione dell’aristocrazia operaia, ossia degli attuali dirigenti sindacali e politici della “sinistra”, per far prendere coscienza alle masse della necessità di una linea radicalmente differente. Sono le condizioni reali stesse a riprodurre costantemente tale aristocrazia, è questo sistema a generare necessariamente tale situazione e, proprio perciò, non è sufficiente sostituire un politico o un sindacalista onesto agli attuali corrotti, ma è indispensabile rivoluzionare l’intero modo di produzione.
Per non finire in un circolo vizioso, ciò comporta eliminare la causa che produce l’effetto dell’aristocrazia operaia che impedisce la realizzazione di una politica realmente alternativa all’esistente, ossia combattere fino in fondo l’imperialismo, visto che non è possibile realizzare un capitalismo avanzato dal volto umano - come il fallimento di tutti i progetti socialdemocratici ha ampiamente dimostrato. A questo scopo è evidente che, come osservava a ragione ancora Lenin, non è possibile limitarsi a denunciare e contrastare l’imperialismo concorrente con quello del proprio Paese, visto che, in tal modo, si riprodurrebbe la sciagurata scelta dei dirigenti della Seconda Internazionale che hanno votato i crediti di guerra pur di combattere il nemico principale, che guarda caso è sempre l’imperialismo in concorrenza con il proprio.
Non resta quindi – a chi vuole uscire dalla impossibile alternativa fra crescente crisi del capitalismo e ricaduta della civiltà in una nuova epoca di barbarie, con la progressiva affermazione delle forze fondamentaliste e xenofobe – che farsi carico del durissimo compito di contrastare in primo luogo il proprio imperialismo. È altrettanto necessario, nell’epoca di sviluppo in senso transnazionale dell’imperialismo, non dover fare i conti soltanto con l’imperialismo del proprio Paese, ma con l’unione imperialista di Paesi di cui la propria nazione è parte integrante.
Ora, è evidente a chi consideri in modo non ideologico i trattati su cui si fonda l’UE che si tratta di una unificazione in senso liberale e liberista. Ciò comporta necessariamente un decisivo mutamento dei rapporti di forza fra chi intende rivedere drasticamente in senso liberale le legislazioni e le costituzioni tendenzialmente democratiche, affermatesi dopo la sconfitta del tentativo di restaurazione nazi-fascista, e chi intende svilupparle in direzione del socialismo. Dal punto di vista economico, i trattati su cui si fonda l’UE favoriscono le forze che intendono portare avanti una restaurazione in senso liberista dal punto di vista economico e sociale, spazzando via il precedente compromesso fondato su Welfare State e politiche keynesiane.
Del resto, è evidente che l’applicazione di tali politiche liberali e liberiste ha comportato un restringimento delle conquiste democratiche sul piano istituzionale e una costante riduzione della quantità di ricchezze che vanno ai lavoratori salariati rispetto a quelle che si intascano capitalisti e rentiers. Anche in questo caso non esiste neppure una sola eccezione che confermi la regola, ossia in tutti i paesi dell’Unione Europea l’applicazione dei trattati restringe gli spazi democratici e favorisce chi vive del lavoro altrui.
Allo stesso modo, è un dato oggettivamente difficile da confutare che le politiche liberiste e la moneta unica favoriscono gli apparati produttivi dei Paesi più avanzati (in primo luogo la Germania) rispetto ai Paesi meno avanzati. Tanto che, anche in questo caso, la polarizzazione fra Paesi più ricchi e meno ricchi è sotto gli occhi di tutti. Non fosse altro perchè la moneta unica comporta, di fatto, una vendita sotto costo delle merci prodotte nei Paesi più avanzati e una vendita sopra costo dei prodotti delle aree meno avanzate. In tal modo è necessario logicamente e dimostrato nei fatti che le nazioni più avanzate stanno progressivamente conquistando fette di mercato ai danni delle più deboli.
A questo punto, qualsiasi persona dotata di sano buon senso umano e non accecata dagli interessi personali o dall’ideologia dovrebbe interrogarsi sul cui prodest il mantenimento dell’UE e dell’Euro. Altrettanto necessaria dovrebbe essere la risposta alla domanda, ossia in primo luogo ai capitalisti dei Paesi più avanzati, che ne sono i massimi sostenitori, in secondo luogo, anche se in misura minore, ai capitalisti dei Paesi più deboli che, se perdono dal punto di vista economico, conquistano dal punto di vista sociale e politico un maggiore dominio sui ceti subalterni. A perderci, in termini strutturali e sovrastrutturali, sono i ceti subalterni di tutti i Paesi e in modo particolare i ceti subalterni dei Paesi meno avanzati.
Si dirà: ma oggi sono proprio le forze reazionarie di tutti i Paesi a battersi contro l’euro e l’UE. La risposta a tale obiezione è altrettanto banale: è evidente che i reazionari si battono contro lo sviluppo del capitalismo ma propongono delle soluzioni regressive, fondamentaliste e xenofobe, e non progressive. Quindi, l’unica avvertenza è non aumentare la confusione, favorevole ai populisti in quanto tali di destra, e tenere ben distinta l’opposizione di sinistra all’attuale stato delle cose, dall’opposizione di destra.
Più interessante è domandarsi come mai le posizioni filo UE e filo euro siano ancora abbastanza diffuse fra le masse popolari e le forze di sinistra, persino nei Paesi meno avanzati. Escludiamo subito le risposte più semplici e scontate. In effetti è evidente che le aristocrazie operaie, che dirigono la maggioranza dei partiti di sinistra e dei sindacati dell’UE, siano favorevoli alla conservazione dello status quo per preservare i propri privilegi. Allo stesso modo, è evidente che una parte delle masse popolari, soprattutto il sottoproletariato, non ha ancora abbandonato la prospettiva dello schiavo, per cui il servo fedele alla fine non avrà che da guadagnare dal successo del proprio padrone. A costoro appare sempre più comodo e sicuro continuare a cibarsi degli avanzi dei propri padroni, piuttosto che rischiare una ribellione, sul cui successo, considerati gli attuali rapporti di forza, è comprensibile dubitare.
Meno facile è comprendere il motivo per cui ampi strati non corrotti e di sinistra delle masse popolari non siano ancora in grado di comprendere la necessità di opporsi al proprio imperialismo. Per comprendere ciò bisogna necessariamente ritornare a ciò che è noto, e proprio perciò non realmente conosciuto, ossia al fatto che l’ideologia dominante è sempre l’ideologia delle classi sociali dominanti.
Cosa significa ciò nel nostro caso specifico? Significa che gli apparati egemonici ampiamente controllati dalla classe sociale dominante non fanno che trasmettere una visione del mondo eurocentrica, per cui cultura e civiltà sarebbero un prodotto essenzialmente europeo e, dunque, solo da qui potrebbe sorgere un ulteriore progresso del genere umano. Così, al mito reazionario degli “italiani brava gente”, si aggiunge una visione altrettanto mitica della storia della civiltà in una prospettiva eurocentrica o, al massimo, intesa come prodotta da europei anche emigrati in altri continenti, nonchè il mito altrettanto reazionario che il processo che ha portato alla costituzione dell’UE abbia garantito la pace.
Per smentire il primo mito, basterebbe ricordare che il fascismo, da cui è sorto lo stesso nazismo, è un prodotto autenticamente made in Italy. Per quanto concerne il secondo, sarebbe utile considerare che non solo il fascismo e il nazismo, ma il colonialismo, il capitalismo e l’imperialismo siano prodotti essenzialmente made in Europe. Infine, i ripetitori del terzo mito dimenticano che l’attuale UE è sorta da quei Paesi che hanno, insieme agli Stati Uniti, scatenato e portato avanti la Guerra Fredda e che praticamente tutti i Paesi dell’attuale UE hanno partecipato, in un modo o nell’altro, a tutte le guerre imperialiste di aggressione condotte in modo diretto o indiretto verso tutti quei Paesi, nel bene e nel male, non disponibili a sottostare al dominio imperialista.
In conclusione occorre anche ricordare che UE ed euro sono funzionali al mantenimento di un modo di produzione la cui crisi strutturale sta contribuendo a fare precipitare il mondo in una nuova epoca di barbarie che potrebbe durare, come la storia insegna, anche secoli. È, dunque, evidente che qualsiasi persona progressista, dotata di sano buon senso e in buona fede non possa che battersi per un’alternativa di sinistra a tutto ciò.

venerdì 3 luglio 2015

Le menzogne di Tsipras e le verità di Renzi - Merkel

Andrea Cristofaro

Dire menzogne non significa per forza essere dalla parte del torto, come dire cose vere non significa per forza avere ragione. Vediamo perché.
E’ evidente che stare in una comunità significa anche accettarne le regole. L’Ue è una comunità, una comunità di nazioni, e ha le sue regole. Ogni nazione vi è entrata di propria volontà, senza forzature, o almeno senza forzature palesi, dichiarate. Nel corso degli anni la comunità ha cambiato nome, ha accolto altre nazioni, si è posta nuove regole aggiunte alle precedenti: ma ciò che è chiaro è che questa è un’unione economica, che si è data delle regole riguardanti soprattutto le produzioni e il commercio. Un ulteriore elemento, forse il più importante, è il fatto che questa comunità si è data anche un’unione monetaria. Non era obbligatorio aderire a quest’ultima unione, ad es. l’Inghilterra (mica fessi gli inglesi) non ha aderito e ha conservato la sterlina. Allo stesso modo l’Italia avrebbe potuto conservare la lira e la Grecia ad es. poteva conservare la dracma.
E arriviamo a noi: ormai gli effetti devastanti di queste operazioni sono evidenti a tutti, perché tutti li vivono sulla propria pelle, e nessuno può dire che rispetto ad alcuni anni fa la qualità di vita nei vari stati europei sia migliorata, perché è decisamente peggiorata. Gli stati europei ormai, mia opinione, si possono equiparare a tanti allevamenti intensivi di polli, i popoli sono rappresentati da polli-persone all’ingrasso (non nel senso che mangiano tanto, anzi), che devono consumare ciò che producono altri. Le persone hanno perso tutti i diritti che avevano conquistato nel periodo in cui nel mondo esistevano due blocchi contrapposti e il capitalismo doveva far vedere il suo lato buono per evitare che la gente si convertisse al comunismo, ma questo è un altro discorso.
Ora torniamo a Tsipras e a Merkel: rappresentano due posizioni opposte e in conflitto fra loro, una delle quali basata sulle menzogne (Tsipras) e l’altra corretta e basata su dati di fatto (Merkel). La cosa si complica ulteriormente perché le menzogne di Tsipras prendono fondamento su delle autentiche verità, e cioè che le politiche dell’Ue sono deleterie per i popoli europei, mentre le verità sacrosante di Merkel sono fondate su menzogne pure, e cioè che le politiche dell’Ue porteranno prosperità ai popoli europei. Ma quali sono le verità di Merkel e quali sono le menzogne di Tsipras? La verità di Merkel è che gli stati europei per stare in Europa devono seguirne le regole, regole che tutti hanno approvato e accettato, punto e basta, e qui non ci piove. Le menzogne di Tsipras invece sono che uno stato può stare in Europa senza seguirne le regole: l’Ue e l’unione monetaria hanno delle regole che non si possono superare, non si possono emendare, non si possono aggirare, e invece Tsipras afferma mentendo sfacciatamente che è possibile farlo. In Europa o ci stai o non ci stai, nell’euro o ci stai o non ci stai. Avere la pretesa di starci non standoci è un’assurdità, e se questo lo dice un politico che chiede i voti ai propri concittadini è una menzogna, una presa in giro imperdonabile. Per questo dopo tante riflessioni, io, comunista, no global, antifascista, e quindi antirenziano ma ancor prima che antirenziano anti Pd, affermo con tutta la sicurezza del mondo che Renzi, come Merkel, ha ragione da vendere e Tsipras mente sapendo di mentire. Se si vuole evitare di governare secondo le politiche liberticide della BCE e del FMI (mi sta davvero sullo stomaco il termine “austerity”), se si vuole evitare al proprio popolo di pagare un debito ingiustamente addossatogli, se si vuole evitare di finire nel capestro del FMI, non si può pretendere di trattare e di cercare accordi al ribasso, si deve semplicemente dire basta, si deve prendere atto che le regole dell’Ue sono fatte per affamare i popoli e quindi rigettarle e abbandonare l’Ue e l’euro. Se il referendum greco verrà effettuato, nella lontana ipotesi che vinca il no, Tsipras potrebbe prendere la palla al balzo e decidere di togliere il cappio al popolo che rappresenta, e chissà che non lo faccia, però dovrebbe in tal caso rimangiarsi tutte le menzogne che ha detto finora: speriamo abbia il coraggio e la dignità di farlo, a meno che il referendum non rappresenti solo un clamoroso tentativo di bluffare per ottenere un ulteriore prestito dallo strozzino FMI: e quando uno strozzino ti fa ulteriori prestiti è noto la fine che farai. E già, perché il popolo greco si era già espresso pochi mesi fa quando ha votato Syriza; ha votato Syriza perche questa prendesse delle decisioni: perché ora Syriza non decide e chiede che sia il popolo ad esprimersi? A che serve andare al governo se poi non si decide?

venerdì 26 giugno 2015

Con l'Europa il Lazio diventa più forte? E i cittadini del Lazio diventano più forti?

Luciano Granieri



“Con il Lazio l’Europa diventa più forte” era il titolo dell’evento organizzato dalla Regione Lazio e tenutosi a Roma il 24 giugno scorso presso l’auditorium parco della musica di Roma.  Un’intera giornata di lavori, in cui i dirigenti della Regione, dei dipartimenti nazionali,   e membri delle commissione Europea, hanno  presentato la programmazione unitaria dei fondi europei 2014-2020.   

Il programma prevedeva una seduta plenaria nella mattinata, a partire dalle 10,00 nel corso della quale si sarebbero succeduti interventi di responsabili regionali della gestione dei fondi, fra i quali:  Alessandra Sartore, assessore della programmazione economica, nonché coordinatrice della cabina di regia  unitaria per lo sviluppo,  il presidente Nicola Zingaretti.  Membri della Commissione Europea: Zoltàn Kazatsay della direzione generale occupazione e inclusione sociale,  Charlina Vitcheva,  direttore del dipartimento per la crescita intelligente e sostenibile per l’Europa del sud.  Membri  delle istituzioni governative quali: Vincenzo Donato, capo dipartimento per le politiche di coesione (presidenza del consiglio dei ministri), Maria Ludovica Agrò , direttore agenzia coesione territoriale del Dipartimento  per lo sviluppo e la coesione economica, Salvatore Pirrone, Direttore generale Politiche attive e passive del lavoro presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuseppe Blasi Capo dipartimento Sviluppo rurale  presso il Ministero delle politiche agricole , alimentari e forestali. 

Nel pomeriggio avrebbero avuto luogo i tavoli tecnici relativi alla natura dei fondi: I POR FESR, destinati a progetti inerenti lo sviluppo economico e alle attività produttive, i POR FSE destinati a pianificazione di ordine sociale e sviluppo culturale, i PSR FEASR, destinati alle politiche agricole.  

La programmazione dei fondi europei, in realtà è già partita da un anno con l’apertura di tavoli di partenariato a cui avrebbero dovuto sedere, imprese, enti pubblici, organi intermedi, associazioni e singoli cittadini secondo una selezione, così come determinata dalla Commissione europea,  il più possibile condivisa e partecipata. Il tutto per evitare che ad usufruire della torta, che sul Lazio incide  per circa 4 miliardi, fossero i soliti noti, fenomeno  già avvenuto per il settennato appena concluso.

  Possiamo testimoniare che su questo fronte nulla è cambiato. Infatti, come Osservatorio Peppino Impastato, abbiamo inoltrato regolare domanda di partecipazione al partenariato, possedendone i requisiti,  richiesta puntualmente rigettata. Ad occupare le poltrone, anche questa volta,  proprio di soliti noti a cominciare delle più eminenti associazioni cattoliche.  

Eppure i dettami della Commissione sono altri.  I dirigenti della comunità europea, nel loro intervento sono stati categorici, in particolar modo  Charlina Vitcheva, sulla qualità della progettazione, sulla sua replicabilità  per tutto il territorio  Europeo. Come già affermato in altre occasioni, non è più il tempo di finanziare sagre della porchetta. Per il pressapochismo delle progettazione e del controllo sulla realizzazione dei progetti, nel settennato scorso l’Italia ha dovuto restituire diversi miliardi di euro, tutto ciò a causa di partner poco attenti a questi aspetti,  e molto più concentrati  solo sulla riscossione dei soldi.

 Attraverso l’Osservatorio Peppino Impastato abbiamo intenzione, assieme ad altre associazioni, di proporre progetti, nell’ambito dei  bandi   inseriti nelle  45 linee guida di prossima promulgazione,  che gravitano nel campo dell’inclusione sociale  della diffusione della legalità. Sarà difficile perché non abbiamo santi in Paradiso, ma tentar non nuoce. Confidiamo nella rinnovata rigidezza della commissione nel valutare progetti di qualità.  

Molto è stato svelato delle criticità sui fondi del precedente settennato e della programmazione a venire, in un intervento di protesta  del sindacato di base USB,  riammesso ai tavoli di partenariato dopo vibranti proteste per un iniziale ingiusta inclusione, e il movimento “Carovana delle  periferie”.  All’inizio dell’assise, Guido Lutrario, rappresentate dell’Usb, sI è impossessato del microfono, grazie anche alla forzata disponibilità del presidente Zingaretti, e ha esposto un riassunto del contenuto di 13 domande che le due associazioni avrebbero voluto porre allo stesso Zingaretti e al vice presidente Smeriglio. Nel post che segue pubblichiamo il documento dell’Usb e della Carovana delle periferie e un video  girato, al volo col cellulare, dalla mia amica Anita Mancini, che documenta  lo svolgersi della protesta.

Tredici domande sui fondi europei















































































































































lunedì 4 maggio 2015

9 maggio festa dell'Europa, festa di legalità

Luciano Granieri

Art.4  Tutti i lavoratori hanno diritto ad un’equa retribuzione che assicuri a loro e alle loro famiglie  un livello di vita soddisfacente.

Art.7  I bambini e gli adolescenti  hanno diritto ad una speciale tutela contro i pericoli fisici e morali cui sono esposti.

Art.11 Ogni persona ha diritto di usufruire di tutte le misure che le consentano di godere del migliore  stato di salute ottenibile

Art. 12 Tutti i lavoratori e i loro aventi diritto hanno diritto alla sicurezza sociale.

Art.13 Ogni persona sprovvista di risorse sufficienti  ha diritto all’assistenza sociale e medica

Art. 23 Ogni persona anziana ha diritto ad una protezione sociale

Art.24 Tutti i lavoratori hanno diritto ad una tutela in caso di licenziamento.

Art.30 Ogni persona ha diritto alla protezione dalla povertà  e dall’emarginazione sociale.


Gli articoli sopra citati, sembrano una  boutade, od  utopie di una mente malata di antiliberismo, ma sono , invece, legalmente sanciti nella Carta Sociale Europea (versione riveduta nel 1996). Questo trattato, come anche il Trattato Fondativo dell’Unione Europea ,ed altri  che ribadiscono gli stessi dritti,  sono stati   firmati delle istituzioni europee  ed internazionali (Commissione europea e Fmi).  I tagli alla sanità, alle pensioni, agli stipendi, l’annullamento dei diritti del lavoro, dell’istruzione  e dei servizi pubblici, imposti da Commissione Europea , Fmi e Bce a Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia, infliggono  privazioni a milioni di persone. Violano, quindi, palesemente  i  trattati  sopra richiamati.  Il   nove maggio  ricorrerà  la festa dell’Europa. Quale migliore occasione per provare a  ristabilire un principio di legalità.   Denunciamo   Commissione Europea,  Bce, Fmi,  innanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea o alla Corte Penale Internazionale per violazione dei diritti umani?  Già che ci siamo potremmo denunciare anche qualche governo che con alcuni provvedimenti,  leggi jobs act, sta  violando gli stessi trattati.  Siamo o non siamo cittadini europei?  La televisione ce lo ricorda ad ogni spot.  Dunque come cittadini europei gradiremmo vedere riconosciuti i nostri diritti, quelli  sanciti nei trattati.  E se questi  vengono considerati carta straccia dall’èlite internazionale che pure li ha firmati, allora non è affatto delittuoso definire l’Unione Europea, con tutti i suoi orpelli finanziario-monetari  un solenne imbroglio. Sarebbe bene quindi  evitare di continuare ad essere imbrogliati. 

martedì 7 ottobre 2014

11 OTTOBRE: STOP TTIP DIFENDIAMO DIRITTI E BENI COMUNI

Stop TTIP Italia

Società civile, sindacati, contadini associazioni e gruppi di attivisti di base di tutta Europa lanciano insieme un appello per fare dell’11 Ottobre una giornata di azione per fermare i negoziati TTIP, CETA, TISA e tutti gli altri negoziati di liberalizzazione commerciale in corso e per promuovere politiche commerciali alternative, che mettano i diritti, il governo dei popoli e l’ambiente al primo posto.
 Il TTIP (Partenariato Transatlantico sugli scambi e sugli investimenti tra Usa e Ue) e il CETA (Accordo commerciale comprensivo tra Canada e UE) sono gli esempi più significativi di come le politiche commerciali e di investimento si stanno negoziando in modo antidemocratico e nel solo interesse delle grandi imprese. I negoziati in corso sono segreti, con poche informazioni disponibili per un controllo pubblico del loro andamento, consentendo così alle lobby corporative una sempre maggiore influenza su di essi.
 Qualora tali accordi vadano avanti, le multinazionali avranno il diritto esclusivo di citare in giudizio i governi di fronte ad arbitrati commerciali internazionali indipendenti dai sistemi giuridici nazionali ed europei. Essi ridurranno gli standard di salute e di sicurezza nel tentativo di “armonizzare” le regole al di qua e al di là dell’Atlantico e minando la capacità di governi nazionali e autorità locali di impedire le pratiche commerciali (ma non solo) pericolose come il fracking o l’uso di OGM. Questi trattati inducono la svendita dei servizi pubblici essenziali e forzano i diritti sociali e quelli dei lavoratori ad una corsa al ribasso.
 L’Unione europea è il laboratorio in cui le lobby corporative sperimentano la possibilità di sottrarre ai popoli ed ai cittadini ogni facoltà decisionale, trasferendola ad organismi sovranazionali oligarchici a quelle lobby asserviti. Queste politiche sono strettamente legate al progressivo smantellamento degli standard sociali e spingono verso la privatizzazione dei servizi pubblici, in nome di slogan quali “austerità”, “crisi politica” e aumentare la “competitività”.
 La giornata di azione renderà il nostro dissenso pubblicamente visibile per le strade d’Europa. Porteremo il dibattito su queste politiche nell’arena pubblica, da cui la Commissione europea e i governi europei cercano di tenerlo lontano. Promuoveremo le nostre alternative per politiche economiche diverse.
 Siamo solidali con i cittadini e gruppi di tutto il mondo che condividono le nostre preoccupazioni per l’ambiente, i diritti sociali, la democrazia. TTIP / CETA / TISA e altri analoghi accordi commerciali saranno fermati dall’energia con la quale noi cittadini d’Europa, Canada e Stati Uniti riusciremo a far sentire la nostra voce.
Invitiamo le organizzazioni, gli individui e le alleanze a partecipare alla giornata organizzando azioni autonome decentrate in tutta Europa. Accogliamo con favore la diversità delle tattiche e le azioni di solidarietà da tutto il mondo che ci aiuteranno a informare, coinvolgere e mobilitare il maggior numero di persone possibile a livello locale.
 Possiamo vincere questa battaglia. Insieme, sconfiggiamo il potere delle corporations!