Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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lunedì 10 maggio 2021

L'armata Rossa, per ricordare un altro 9 maggio

 Pietro Morace




Ieri era il 76° anniversario del 9 maggio 1945 con la resa incondizionata della Germania nazista e della vittoria del popolo sovietico e della sua Armata Rossa nell'assoluto silenzio dei media, dei partiti e del governo.

La Grande Guerra Patriottica del popolo sovietico con più di 25 milioni di morti (17 milioni di civili) non si limitò a scacciare i nazisti dal proprio paese, ma liberò definitivamente l'Europa dal mostro nazista e nei nostri cimiteri riposano anche i soldati sovietici che combatterono al fianco dei nostri partigiani.

Invece, in ossequio alla falsa retorica degli Stati Uniti liberatori che anche allora sono entrati in guerra ammantati di democrazia ma con il solo obiettivo di ridurre e sostituirsi all'egemonia sovietica, imperversa la propaganda antirussa e il selettivo uso militare dei diritti civili.  Ed il nostro paese, colonizzato da più di 100 basi militari USA, in spregio all'art 11 della Costituzione - L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali - impegna i nostri militari nel provocatorio schieramento NATO ai confini russi.
Pietro Morace

"Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all'Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita"
Ernest Hemingway

 

martedì 26 gennaio 2021

Alla Bolognina si è chiusa la Repubblica

 Michele Prospero fonte "Profondo Rosso" supplemento del quotidiano "il manifesto"

La generazione dei quadri post ’68 non ha assorbito il nucleo del togliattismo, ha tenuto il realismo politico e ha rinunciato alla strategia di cambiamento. La svolta ha alzato un’onda che alla lunga ha lesionato le stesse istituzioni.



Prima ancora che i pezzi di muro lo graffiassero, il Pci aveva già subito una mutazione. L’inizio anagrafico del partito risale al gennaio del ’21. E al mito dell’ottobre è connessa la formazione del suo primo gruppo dirigente, per tanti versi eroico. Ma la nascita, per così dire, logica del soggetto politico è databile solo 1944. Il congresso di Lione e altre fantasiose ricostruzioni di oggi, suggerite pigramente dal Gramsci, c’entrano ben poco. Un partito clandestino in dottrina non è infatti considerato un vero partito, o lo è in un senso molto sui generis. Un organismo deve partecipare al voto competitivo, svolgere attività pubblica per essere una forma-partito.

È quindi il ’44, ovvero la lotta armata contro il nazifascismo e la ricostruzione dello Stato in virtù del moderno Principe, che segna la genesi reale del Pci da avanguardia combattente a partito con vocazione maggioritaria. Le categorie politiche del nuovo partito sono quelle messe a punto da Togliatti: rinnovato mito sovietico, che si proietta dalla epica trincea di Stalingrado all’armata rossa liberatrice che alza la bandiera con la falce e martello sopra Berlino, partito di massa, democrazia rappresentativa, elementi di socialismo graduali. Il realismo politico e il radicamento nella società, l’insediamento nella cultura alta e in quella di massa: questi sono gli ingredienti della giraffa. Capace di pubblicare Rinascita e Vie nuove, Società e il Calendario del popolo, il Pci sapeva come calibrare alto e basso, élite e massa, propaganda e pensiero.

Questo modello di partito, ideato nel ’44 per saldare classe dirigente e popolo, ha retto per quarant’anni e ha espresso un ceto politico di prim’ordine. La assorbente sintesi togliattiana, entro cui si distinguevano sensibilità plurali con differenziazioni anche accentuate come quelle sorte tra Ingrao e Amendola, che si affrontavano sul piano dell’analisi e però lo facevano nella condivisione dei pilastri di una stessa enciclopedia teorica, esplode negli anni Ottanta. Più che con la morte di Berlinguer è con l’elezione di Occhetto alla segreteria che il Pci subisce una irreversibile alterazione del marchio identitario delle origini.

Di recente Occhetto ha dichiarato che egli apparteneva, per cultura politica, a un filone molto eccentrico, eterodosso rispetto al ceppo togliattiano. E, in effetti, come leader ha rivoltato per intero il paradigma togliattiano, cercandone un altro. Da Togliatti a Flores, dal partito di integrazione alla cosa-carovana, dalle sezioni ai club, dalla democrazia che si organizza alla società civile che invia fax: ha tentato, da leader della discontinuità, una metamorfosi che va oltre la riarticolazione degli scopi, evoca una sostituzione dei fini, un altro sistema di credenze.

Quando Veltroni ha asserito che non è mai stato comunista in effetti, sia pure con il ricorso all’assurdo sotto il profilo della certificazione dell’itinerario biografico, diceva a suo modo una verità. Toccava anche a lui celebrare i sessant’anni dell’Ottobre al teatro Adriano o mostrare quanto meno di condividere gli altri riti dell’ortodossia rossa che andavano rappresentati in pubblico. Ma la generazione politica dei quadri del dopo ’68 non ha mai compreso o assorbito il nucleo del togliattismo, che poi è l’anima autentica del Pci. Il canone del realismo politico, secondo una retorica della svolta di Salerno concepita sempre più come un accomodamento furbesco, è stato recepito ma esso, depurato dalla strategia togliattiana di un cambiamento radicale della società, si riduce a semplice ambizione di carriera, a gioco tattico per alimentare incentivi di status.

Con la conquista del comando a Botteghe Oscure, questo nuovo gruppo dirigente non ha cambiato soltanto simbolo, nome, organizzazione. Ha destrutturato anche le «cose» che il Pci ha edificato lungo la storia repubblicana. Quando Occhetto ha inaugurato la «fuoriuscita dal sistema politico» ha intrecciato la rinuncia all’orizzonte del comunismo con la critica alla democrazia «consociativa» togliattiana in una miscela di elementi rivelatasi da subito, con il trionfo annunciato di Berlusconi, micidiale.

La Bolognina non ha soltanto spezzato il mito salvifico del grande salto, per cui ai militanti spaesati, e senza più la meta ultima promessa a chi viene da lontano e va lontano, tocca percepire che sanza speme vivemo in disio. La svolta ha avviato un’onda lunga che ha lesionato le strutture dell’organizzazione statale. A compimento della sua impresa Occhetto non a caso invocò la necessaria «rivolta profonda contro la società politica». Con la sua candidatura a dirigere «una alternativa al regime, non solo alla Dc» aveva appiccato la miccia per far deflagrare ogni cosa.

Lo scioglimento del Pci, unito alla decapitazione giudiziaria e referendaria dei partiti storici, è stato l’elemento più traumatico dell’Italia repubblicana che ha finito per travolgere l’ordinamento, le culture, la società civile. Senza Partito, è ovvio, niente democrazia dei partiti, puro conteggio delle schede. E quindi, a conclusione della nefasta parabola discendente, da un sistema di partito in cui nei tempi migliori la sinistra alle elezioni aveva il volto di Berlinguer, De Martino, Magri e il centro moderato contava su Zaccagnini, La Malfa, Saragat, Zanone, oggi tocca scegliere tra Conte, Renzi, Salvini, Meloni. Una tragedia che affonda le radici anche nel sacrificio del Pci ordinato in nome della rimozione della democrazia bloccata.

Più che la nostalgia di ciò che è venuto a mancare, il sentimento di oggi dovrebbe essere ispirato a un senso di vergogna, nella accezione marxiana del concetto. «La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. Chi si vergogna realmente è come il leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso». Per ricominciare un giorno a spiccare il balzo serve ritrarsi in un principio di vergogna per ciò che la chiusura del Pci ha provocato in una repubblica senza più una striscia di rosso e perciò sfregiata e irriconoscibile.


mercoledì 11 novembre 2020

Trotsky e il Fronte unico operaio

 di Ariel González




Nel 1933 Trotsky giunse alla conclusione che la Terza internazionale, che aveva fondato con Lenin nel 1919, era morta come internazionale rivoluzionaria. Perché era arrivato a questa conclusione? A causa della politica di Stalin e della Terza internazionale di fronte alla nascita e all'ascesa di Hitler in Germania, ma soprattutto per la mancanza di reazione dei partiti della Terza Internazionale di fronte a questa catastrofe.
Trotsky aveva combattuto una dura battaglia contro questa politica, proponendo il Fronte unico dei lavoratori tra il Partito comunista e il Partito socialdemocratico tedesco per sconfiggere l'avanzata dei nazisti. Ma Stalin sviluppò la politica opposta, dicendo che socialdemocratici e nazisti erano la stessa cosa. Così il proletariato tedesco fu schiacciato senza offrire resistenza, ingannato e smobilitato dai suoi dirigenti. I nazisti riuscirono a prendere il potere quasi senza combattere. La Terza internazionale era morta come internazionale rivoluzionaria. Da quel momento Trotsky dedicherà la sua vita alla costruzione della Quarta internazionale.

Cos’era il Fronte unico proposto da Trotsky in Germania?
La tattica del fronte unico operaio fu sviluppata tra il terzo e il quarto Congresso della III Internazionale (1921-1922), e rispondeva ad una doppia esigenza difensiva del proletariato di fronte alle «controriforme» del capitalismo imperialista: 1) l'urgente unità della lotta dei lavoratori, che si avverte e si comprende soprattutto nelle crisi, al fine di sconfiggere gli attacchi economici e politici alle loro condizioni di vita. 2) La necessità di scavalcare le direzioni riformiste traditrici, che contrabbandano l'ideologia dei padroni della conciliazione di classe. Dirigenze sindacali e politiche che, a quel tempo, erano con la Seconda internazionale socialdemocratica, e che erano passate alla difesa degli interessi imperialisti nella Prima guerra mondiale, tradendo l'internazionalismo proletario.
Trotsky, per quel che riguarda la Germania, affermò che:
«Invece di lanciare un ultimatum unilaterale che irrita e offende gli operai (si riferiva al «fronte rosso unico»), va proposto un preciso programma di azioni comuni: questa è la via più sicura per conquistare la direzione effettiva. (...) Senza nascondere o moderare in alcun modo la nostra opinione sui dirigenti socialdemocratici, possiamo e dobbiamo dire ai lavoratori socialdemocratici: '(...) costringetele (le direzioni socialdemocratiche, ndt) a intraprendere una lotta comune con noi per questo o quell’altro compito concreto, con questo o quel mezzo; noi comunisti, da parte nostra, siamo pronti». Cosa potrebbe esserci di più semplice, più chiaro e più convincente di così? (…) Chi non comprende questo compito è perché considera il partito come un'associazione propagandista, e non come un'organizzazione dell’azione di massa». (Trotsky, «E ora? Problemi vitali del proletariato tedesco», 1932).
Questa tattica, che ha lo scopo di mobilitare, non di propagandare, va proposta a quelle direzioni traditrici che hanno influenza (sulla classe operaia, ndt), fintanto che non sono nel governo borghese. Se accettata, l'azione unitaria in un fronte unico può consentire al proletariato di adottare misure di lotta offensive e rivoluzionarie. Se respinta, i traditori che rifiutano l'unità nella lotta possono essere smascherati. Per conquistare la direzione (del movimento operaio, ndt), non si tratta di accontentarsi di criticarli, ma di fare anche tutto il necessario affinché il proletariato si difenda lottando per i suoi interessi immediati, avvisandolo che i riformisti non vogliono combattere nemmeno per le rivendicazioni più immediate. Pertanto, è un appello a combattere ora, per i punti comuni più urgenti. Non per parole d’ordine «radicali» o «massime», poiché farlo significherebbe attribuire una certa fiducia rivoluzionaria in coloro che vogliamo distruggere. Ma per qualche slogan di lotta come «l’aumento dei salari» che questi burocrati, agenti del capitale, per riaccomodarsi con le loro basi, sono costretti ad utilizzare. Per questo motivo, se fanno parte del governo borghese che applica politiche antioperaie, è impossibile fare un fronte unico con questi traditori.
Un esempio di questa tattica è l'iniziativa e l'appello della CSP Conlutas in Brasile, centrale sindacale di minoranza, per costruire uno sciopero generale contro il governo in difesa dei diritti dei lavoratori, diretto a loro e alle loro organizzazioni sindacali e popolari.

Insieme ma non mescolati
Questi accordi tattici provvisori, quindi, devono combinare l'unità con il confronto con quelle direzioni, mantenendo l'indipendenza politica. Nessuna bandiera comune: costruire il partito separatamente e colpire insieme. Nessun programma politico volto a creare un'organizzazione comune. Nel momento in cui questa contraddizione viene sollevata apertamente, dobbiamo continuare a denunciarli anche a costo di interrompere l'accordo. Per smascherarli.
«La regola più importante, la migliore e inalterabile, da applicare in qualsiasi manovra, è la seguente: non rischiare mai di fondere, mescolare o cambiare l'organizzazione del proprio partito con quella di un altro, per quanto «amichevole» possa sembrare oggi. Non intraprendere mai passi che conducano direttamente o indirettamente, apertamente o di nascosto alla subordinazione del tuo partito ad altri partiti, o ad organizzazioni di altre classi, o limitare la libertà di agitazione del tuo stesso partito, o renderti responsabile, anche se solo parzialmente, della linea politica di altri partiti. Non mischiare mai le bandiere, e ancor meno inginocchiarti davanti a un'altra bandiera». (Trotsky, «L'unico modo», 1932).
Supportiamo solo le lotte, non importa chi le guida. Non si tratta di cercare qualche dirigente “progressista” come «alleato» per unirsi e da lì chiamare all'unità. L'obiettivo è sviluppare azioni concrete di massa, perché solo in questo modo una nuova direzione (del movimento operaio, ndt), che contendiamo (alle organizzazioni con cui partecipiamo al fronte unico, ndt), può crearsi.
Questo è ciò che Trotsky proponeva ai comunisti per affrontare e sconfiggere i nazisti in Germania.

Il Fronte Unico dei Lavoratori in Argentina
Crediamo che la tattica del Fronte unico sia di piena attualità ed essenziale oggi in tutto il mondo per affrontare gli attacchi dei governi e sconfiggere i partiti e i leader sindacali che tradiscono le lotte della classe operaia.
Ma ci sono partiti che stravolgono la tattica del fronte unico operaio. Come abbiamo visto, questa tattica è l'opposto della politica del Po di un «fronte unico combattivo di classe», cioè «rosso». Ma anche della politica del Po, del Pts, ecc. di «unità delle sinistre» permanente nelle elezioni, che Trotsky non ha sollevato neanche durante la nascita del nazismo in Germania:
«L'idea di presentare alle elezioni presidenziali un candidato del fronte unico dei lavoratori è un'idea fondamentalmente errata. Il partito non ha il diritto di rinunciare a mobilitare i suoi sostenitori e a contare le sue forze nelle elezioni. Una candidatura del partito che si oppone a tutte le altre candidature non può costituire, in ogni caso, un ostacolo ad un accordo con altre organizzazioni per gli obiettivi immediati della lotta». («E ora? Problemi vitali del proletariato tedesco», 1932).

[traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore de Lorenzo]

7 novembre 1917 - 7 novembre 2020 Il futuro appartiene al bolscevismo

 Ricordiamo anche quest'anno, il 7 novembre, l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre.

Lo facciamo proponendo ai nostri lettori due articoli, tradotti dal sito della Lit-Quarta Internazionale, sul ruolo di Lev Trotsky, con Lenin il principale dirigente di quella rivoluzione che, noi pensiamo, continua a essere un modello per le rivoluzioni future.
Come scrisse Rosa Luxemburg: "il futuro appartiene ovunque al bolscevismo".




Trotsky, il capo dell’Armata rossa
 

di Américo Gomes

Clausewitz ha affermato che la guida di un esercito è sempre politica e che nei momenti di azione e conflitto si sostituisce «la penna con la spada». Deutscher ha affermato che come comandante dell'Armata Rossa, per vincere la guerra civile, Trotsky usò «la spada e la penna».
Usò la «spada» quando attraversò personalmente l'intera Repubblica sovietica per organizzare l'esercito, i suoi rifornimenti e approvvigionamenti, per infondergli morale e vigore, andando direttamente sul campo di battaglia e in prima linea per due anni e mezzo. Usò la «penna» quando era in prima linea nei dibattiti teorici e politici sulle questioni militari che si svolgevano nell'esercito, nel Soviet e nel Partito. E che erano fondamentali per costruire quell'esercito e vincere la guerra.
Leon Davidovich Bronstein, Trotsky, fu nominato presidente del Consiglio supremo di guerra il 4 marzo 1918, il giorno dopo la firma dell'accordo di Brest-Litovsk, e in aprile divenne Commissario del popolo per la guerra. Il suo motto fu: «Lavoro ostinato e disciplina rivoluzionaria» [1].

Pace e guerra civile
Trotsky fece parte della delegazione dei negoziati nell'accordo di Brest-Litovsk, fatto dal governo sovietico il 3 marzo 1918. Una «pace vergognosa», definita così dallo stesso Lenin, che fu colui che la guidò, contro la posizione di alcuni dirigenti del partito bolscevico, che si definivano «comunisti di sinistra», organizzati attorno a Bukharin e Piatakov, che difendevano la continuazione della guerra sotto il nome di «guerra rivoluzionaria», e anche contro la posizione di Trotsky, che difendeva una posizione intermedia.
La pace fu realizzata con gli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Impero ottomano), sotto condizioni molto dure. Assolutamente necessaria, sia per ricostruire l'economia sia perché il popolo voleva la pace, una grande promessa della rivoluzione.
La Russia dovette rinunciare ad importanti regioni, alcune delle quali stavano vivendo processi rivoluzionari, come la Finlandia, gli Stati baltici e l'Ucraina, che furono occupate dall'esercito tedesco. Dovette rinunciare anche a una parte del Caucaso.
Significava la consegna di un terzo della popolazione, il 50% dell'industria, il 90% della produzione di carburante, il 55% del grano e la maggior parte dei cereali, nelle mani dell'impero tedesco [2].
Ma quando la Rivoluzione tedesca fece crollare l'Impero, e con essa tutti i suoi accordi, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, divennero Stati indipendenti; la Bielorussia e l'Ucraina furono integrate nell'Unione Sovietica e tutti gli altri territori furono recuperati.
Poche settimane dopo la firma di Brest-Litovsk, i paesi imperialisti della Triplice Intesa, con i loro alleati interni, attaccarono la nascente nazione sovietica su più fronti, dando inizio a una guerra civile il cui obiettivo principale era sedare la rivoluzione e rovesciare il governo.
Il 3 aprile, le truppe giapponesi sbarcarono a Vladivostok e occuparono la Siberia orientale. Il giorno successivo, i turchi presero Batumi, in Georgia, nel Mar Nero, ed entrarono nel Caucaso. I rumeni presero la Bessarabia. La temibile Legione Cecoslovacca, patrocinata dalla Francia, si ribellò e si alleò con l'Armata Bianca nella Siberia occidentale. Le truppe francesi conquistarono l'Ucraina meridionale e la Crimea; e gli inglesi presero Arcangelo a est del fiume Don, mentre le loro unità persiane occuparono il centro petrolifero di Baku. L'Armata Bianca era comandata dagli ex generali zaristi: Nicolai Yudenich, Lavr Kornilov, Alexander Kolchak e Anton Denikin.
Alla fine del 1918 la Repubblica federale socialista sovietica russa aveva praticamente le dimensioni della Moscovia medievale prima delle conquiste di Ivan il Terribile. Nelle parole di Lenin, «un'isola in un oceano in tempesta, piena di banditi imperialisti» [3].

Sul fronte della battaglia
All'inizio del conflitto, nel maggio 1918, l'Armata Rossa fuggì spaventata da Kazan, affrontando gli attacchi della Legione cecoslovacca alleata dell'Armata Bianca, che aveva già preso Samara e Saratov. Trotsky andò su questo fronte, punì i comunisti codardi e carrieristi, così come i funzionari burocratici inefficienti. I commissari locali gli consigliarono di andare in un posto più sicuro, ma egli rimase sul fronte. Agì assieme ai comandanti più capaci: Frunze, Vatzetis, Tukhachevski, Raskolnikov, Mezhlauk, Larissa Reissner e Ivan Smirnov. Uomini e donne che in seguito formarono quello che sarebbe stato il comando dell'esercito.
Si rivolse ai soldati che erano in preda al panico, riversando su di loro «torrenti di ottimismo e carattere rivoluzionario», con il suo discorso: «I soldati dell'Armata Rossa non sono codardi o mascalzoni. Vogliono lottare per la libertà della classe operaia. Se si tirano indietro e combattono duramente, i comandanti e i commissari saranno incolpati. (…) Se qualche distaccamento si ritira senza ordine, il primo ad essere fucilato sarà il commissario, poi il comandante. Codardi, mascalzoni e traditori non sfuggiranno al proiettile» [4]. Istituì un tribunale militare rivoluzionario e stabilì uno stato d'assedio in tutta la regione. Mandò alla corte marziale comandanti e commissari che avevano ritirato i loro uomini dalla prima linea.
Trotsky si difese anche dall’accusa di essere benevolo nei confronti del nemico che riconosceva i suoi crimini ed era disposto a deporre le armi e a servire onestamente lo Stato operaio: «Morte ai traditori! Ma pietà del nemico che si è convertito e chiede clemenza!».
Dopo le vittorie sul Volga, Trotsky si trasferì in Ucraina per rimettere in piedi l'esercito, che era in condizioni terribili, essendo stato sconfitto da Denikin. Condusse questo lavoro, con l'aiuto di Tukhachevski e Antonov-Ovseenko, e sconfisse di nuovo i «bianchi». Da questo conflitto, Trotsky concluse che per ottenere la vittoria nella «guerra moderna» era essenziale combinare l'abilità dei combattenti, e il loro ben sviluppato addestramento, con una sofisticata capacità della produzione industriale militare [5].
Quando dalla Finlandia le truppe controrivoluzionarie, comandate da Yudenich, attaccarono Pietrogrado nell'ottobre 1919, alcuni membri del comitato centrale bolscevico erano pronti a desistere dalla città e fuggire verso l'interno del paese. Trotsky era contrario ad accettare la perdita della città e organizzò la sua difesa. La strategia era la «difesa urbana», annunciando che ci «si sarebbe difesi sul proprio terreno», prevedendo che il nemico si sarebbe perso in un labirinto di strade fortificate e lì avrebbe «trovato la sua tomba». Battaglioni regolari dell'Armata Rossa combattevano «spalla a spalla» con distaccamenti di donne e della Guardia Rossa. Le fabbriche produssero armi sotto una pioggia di proiettili, e le inviarono immediatamente nella battaglia. Tutti vennero coinvolti in quella che è stata classificata come una «follia eroica» [6].
I bianchi furono sconfitti in quindici giorni. Per questo combattimento, Trotsky fu salutato come il «Padre della Vittoria» e ricevette l'«Ordine della Bandiera Rossa».

L'Armata Rossa di operai e soldati
Con la presa del potere da parte dei bolscevichi, l'esercito zarista era a brandelli. Il proletariato contava per la difesa del suo Stato sulle Guardie rosse e su parte delle truppe e delle divisioni del vecchio esercito.
La Guardia rossa era stata costruita in funzione della politica del partito bolscevico basata sull’armamento del proletariato e la materializzazione della presa del potere. Composta dagli operai che si armavano e si addestravano nelle fabbriche e nei quartieri della periferia e con i soldati che rompevano con le truppe regolari. Il tentativo di colpo di stato di Kornilov fu usato dai rivoluzionari per espanderla, come forza di resistenza ai golpisti, legalizzarla di fronte al Soviet e al governo provvisorio, armarla e addestrarla. A Pietrogrado c'erano 4.000 combattenti, comandati da Antonov-Ovseenko, e a Mosca 3.000, guidati da Gregory Frunze [7], coordinati da Aleksandr Gavrilovici Schliapnikov [8].
«L'Armata Rossa poteva nascere solo su una nuova base sociale e psicologica. La passività, lo spirito gregario e la sottomissione si trasformarono, nelle nuove generazioni, in audacia e culto della tecnica» [10].
La conferenza del partito bolscevico del 19 dicembre 1917 votò per la fondazione dell'Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini. Successivamente, il Consiglio dei commissari sovietici approvò questa risoluzione. Il 18 gennaio 1918 e il 22 febbraio la Pravda pubblicò un proclama dal titolo «La patria socialista è in pericolo», punto di partenza per la campagna di reclutamento [10].

Un esercito senza ranghi
«L'Armata Rossa è stata costruita dall'alto, secondo i principi della dittatura della classe operaia. L'organo di comando fu selezionato e verificato dagli organi del potere sovietico e del Partito comunista» [11].
L'Armata Rossa non aveva una gerarchia di ufficiali o posizioni come luogotenenti o marescialli; Lenin e Trotsky credevano che il comando sarebbe stato consolidato, soprattutto, dalla fiducia dei soldati nei loro comandanti e sarebbe stato garantito dalla conoscenza, dal talento, dal carattere e dall'esperienza. Per Trotsky, le «stelle» non conferivano né talento né autorità ai leader. «La nomina di comandanti per le loro virtù personali è possibile solo se la critica e l'iniziativa si manifestano liberamente in un esercito posto sotto il controllo dell'opinione pubblica. Una disciplina rigorosa può benissimo accogliere una democrazia ampia e trovare supporto in essa» [12].

Controversie teoriche e politiche per la costruzione del nuovo esercito
Poiché non poteva smettere di essere un problema controverso, e la discussione non era ciò che mancava alla costruzione di questo esercito rivoluzionario, in tutti i suoi aspetti, il potere sovietico affrontò la questione militare attraverso grandi dibattiti. «Il problema dell'organizzazione dell'Armata Rossa era un problema del tutto nuovo, non era mai stato sollevato prima, nemmeno a livello teorico» [13].
Trotsky sostenne un esercito centralizzato, la coscrizione obbligatoria, l'uso di ufficiali zaristi e la formazione del commissariato politico. Per ristabilire la disciplina militare, represse severamente la diserzione e il tradimento. Spiegò che le forze armate non potevano essere centralizzate e dirette con comitati eletti dai soldati nel bel mezzo di una guerra civile imperialista, e pose fine alla guerriglia come strategia militare, pur continuando a usarla come tattica.
«La capacità bellica di un esercito richiede soprattutto l'esistenza di un apparato di gestione regolare e centralizzato» [14]. Diversamente da come credeva che dovesse avvenire nell'insurrezione, dove il decentramento delle azioni era fondamentale [15].
Contro le sue posizioni si formò l'«opposizione militare», che difese il principio elettorale del comando; contro l'incorporazione di specialisti zaristi; contro l'introduzione della disciplina ferrea e la centralizzazione dell'esercito. Questa «opposizione» era composta da Bukharin, Pyatakov e Bubnov, con importanti alleati come I.N. Smirnov. Bukharin pubblicò le sue polemiche contro Trotsky nella Pravda, anche durante la guerra civile.
Un'altra fonte di divergenza con le posizioni e gli orientamenti di Trotsky era il comando della X Armata, comandata da Vorosilov, che aveva il sostegno esplicito di Stalin, che si rifiutava di seguire gli orientamenti del comando centrale. Trotsky propose la rimozione di Stalin e mandò Vorosilov di fronte a un tribunale rivoluzionario. Sverdlov fece da mediatore nella crisi che si verificò nella leadership bolscevica e Vorosilov fu trasferito in Ucraina e Stalin al Consiglio di guerra della Repubblica. Trotsky: «Ritengo che il trattamento favorevole che Stalin dà a queste persone sia un tumore pericoloso, peggiore di qualsiasi tradimento di specialisti militari ...» [16].
La creazione di un esercito centralizzato costituì oggetto di grandi polemiche; la tradizione rivoluzionaria, fin dalla Prima Internazionale, era la difesa della sostituzione degli eserciti permanenti con l'armamento generale del popolo e l'elezione dei loro comandanti. L’'«opposizione militare» considerava l'esercito centralizzato come la configurazione di un esercito di tipo imperialista e difendeva la strategia della guerra di movimento, con piccole unità indipendenti che attaccavano liberamente le retrovie nemiche.
Trotsky spiegò: «Se i pericoli che ci minacciano fossero limitati al pericolo della controrivoluzione interna, in genere non avremmo bisogno di un esercito. Gli operai delle fabbriche di Pietrogrado e di Mosca potrebbero creare in qualsiasi momento distaccamenti di combattimento sufficienti per schiacciare, prima della loro nascita, qualsiasi tentativo di insurrezione armata che avesse lo scopo di ridare potere alla borghesia. I nostri nemici interni sono troppo insignificanti e pietosi perché sia necessario creare un apparato militare perfetto, su basi scientifiche, nella lotta contro di loro e mobilitare l'intera forza armata del popolo. Se ora abbiamo bisogno di questa forza, è proprio perché il regime e il Paese sovietico sono seriamente minacciati dall'esterno (...) Non c'è altro modo per proteggere e difendere il regime sovietico che la resistenza diretta ed energica contro il capitale straniero, che si impegna, contro il nostro Paese, esclusivamente perché è governato da operai e contadini» [17].
«L'URSS paga a caro prezzo la sua difesa perché è troppo povera per avere un esercito territoriale che risulterebbe troppo scadente» [18].
La necessità di questa centralizzazione fu dimostrata quando la Repubblica Sovietica dovette affrontare un assedio lungo un fronte di ottomila chilometri. Nemmeno un potente esercito potrebbe combattere su tutti i fronti. Mobilitare l'Armata Rossa, sulla linea interna, passando da un fronte all'altro, fu la strategia migliore. Per questo, le operazioni dovevano essere pianificate e le risorse controllate. Il principale organizzatore di questa operazione militare fu E.M. Sklianki, definito da Trotsky «il Carnot della rivoluzione russa» [19].
Ma senza dubbio la questione più controversa fu il lavoro con gli ufficiali militari specializzati e gli ex zaristi. Per Trotsky, nonostante fosse una questione pratica, non una questione di principio, era essenziale. Lo stesso Lenin inizialmente aveva dei dubbi su questa proposta, ma in seguito vi aderì pienamente, affermando che Trotsky costruì il comunismo «con i resti dell'edificio distrutto del vecchio ordine borghese» [20].
A coloro che continuarono ad opporsi a questa politica, Trotsky rispose: «Così come l'industria richiede ingegneri, come l'agricoltura richiede agronomi qualificati, anche gli specialisti militari sono indispensabili per la difesa» [21].
Siccome c'era davvero il rischio di tradimenti e diserzioni, insieme a ciascuno di questi ufficiali fu nominato un «Commissario politico», che confermava agli operai, ai contadini e ai soldati gli ordini da eseguire e non le macchinazioni controrivoluzionarie. Trotsky ordinò anche che i parenti di questi ufficiali fossero tenuti in ostaggio, poiché in caso di tradimento l'intera famiglia sarebbe stata punita; alcuni effettivamente tradirono e furono fucilati.

Le purghe staliniste
L'Armata Rossa fu costituita sulla base della democrazia operaia della Dittatura del proletariato; per questo le polemiche militari continuarono anche dopo la vittoria nella guerra civile. Frunze e, più tardi, Tukhachevski, i più importanti comandanti dell'Armata Rossa, elaborarono la «dottrina militare proletaria», difendendo la «guerra offensiva e altamente mobile», sulla base della teoria che la «rivoluzione viene dall'esterno». Tukhachevski era considerato il più grande stratega di carri armati del suo tempo, il «meccanico dell'Armata Rossa». Per Trotsky, era in grado di valutare «una situazione militare da tutti i punti di vista» (...) «sebbene [fosse] un po' avventuriero».
Trotsky si oppose a questa teoria: «La guerra si basa su molte scienze, ma non costituisce una scienza in sé, è un'arte pratica, un mestiere (...) un'arte selvaggia e sanguinaria» (...) «Solo il traditore rinuncia all'attacco, (e) solo un idiota riduce qualsiasi strategia all’attacco» [22]. Egli aveva assimilato i vantaggi tattici della difesa uniti alla necessità di ardite azioni offensive.
Con il dominio dello Stato sovietico da parte della burocrazia stalinista, l'esercito rivoluzionario finì. Stalin, come fece con il partito, decapitò il comando dell'esercito di alcuni dei suoi più competenti comandanti, sacrificando gli interessi della difesa sovietica sull'altare dell'autodifesa della burocrazia dominante. Più di 30.000 ufficiali furono licenziati, imprigionati, inviati nei gulag e fucilati. Questo costò ai sovietici più di 13 milioni di morti nella Seconda guerra mondiale.
Frunze, che nel gennaio 1925 sostituì Trotsky nel Commissariato del popolo per la guerra, morì in ottobre, all'età di 40 anni, in modo sospetto, durante un intervento chirurgico.
Tukhachevski, che sarebbe stato il naturale sostituto di Frunze, fu falsamente denunciato da Radek come spia tedesca, processato nelle epurazioni del 1937 e fucilato. Budyonny e Vorosilov [23] sfuggirono alle «purghe» e si unirono a Stalin. Fallirono in modo clamoroso durante la seconda guerra: il primo in Ucraina, si arrese a Kiev dove più di 65.000 soldati finirono in prigione, il secondo fu sconfitto nel Caucaso.
Lo stalinismo ristabilì i ranghi, compreso quello del maresciallo nel 1935. «Il ristabilimento della casta degli ufficiali, diciotto anni dopo la sua soppressione rivoluzionaria, certifica con uguale forza il divario che si è aperto tra i dirigenti e la base, e che l'esercito ha perso le qualità essenziali che gli hanno permesso di essere chiamato l'Armata rossa» [24].
Innegabilmente, Trotsky fu il costruttore dell'Armata rossa che garantì l’esistenza del governo sovietico. I suoi insegnamenti nell'arte dell'insurrezione e della guerra sono inestimabili e validi per essere studiati da tutti coloro che vedono ancora la necessità della presa del potere da parte della classe operaia e dell'istituzione di uno Stato guidato dai lavoratori attraverso i loro consigli.

Note
[1] SERGE, Victor. El Año I de la Revolución Rusa. La Revolución Rusa, Editora Boitempo, p. 265.
[2] Ídem, p. 252.
[3] CARR. E. H. Historia de la Rusia Soviética. La Revolución Bolchevique, vol. 3, p. 95.
[4] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado. Civilização Brasiliense, p. 447.
[5] NELSON, Harold Walter. León Trotsky y el arte de la insurrección, 1905-1917.
[6] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado. Civilização Brasiliense, p. 473.
[7] Ídem, p. 432.
[8] NELSON, Harold Walter, op.cit.
[9] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 191.
[10] CARR, E. H. Historia de la Rusia Soviética. La Revolución Bolchevique, vol. 3, p. 76
[11] TROTSKY, León. Cómo se armó la revolución. El camino del Ejército Rojo. 
https://www.marxists.org/espanol/trotsky/em/rev-arm/volumen1-1918.pdf
[12] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 149.
[13] Informe del CC al VIII Congreso del Partido Bolchevique, marzo de 1919.
[14] TROTSKY, León. Comunismo y Terrorismo.
[15] TROTSKY, León. Los problemas de la guerra civil.
[16] TROTSKY, León. Mi Vida, Ed. Pluma, p. 346.
[17] TROTSKY, León. Cómo se armó la revolución. El Ejército Rojo, 
https://www.marxists.org/espanol/trotsky/em/rev-arm/volumen1-1918.pdf
[18] TROTSKY, León. La revolución traicionada. Ed. Sundermann, p. 201.
[19] Giacobino, uno degli organizzatori della difesa della Francia contro l’alleanza degli Stati europei.
[20] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado, p. 457.
[21] Ídem, p. 434.
[22] Ídem, p. 515.
[23] Totalmente sottomesso a Stalin nonostante il suo coraggio personale, con "una totale mancanza di talento militare e amministrativo e una visione completamente ristretta e provinciale".
[24] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 149.

[traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore de Lorenzo]

mercoledì 24 aprile 2019

Festa d'Aprile, festa di liberazione e impegno di lotta per renderci completamente liberi.

Luciano Granieri




25 aprile  festa di liberazione. Liberazione dal nazifascismo, liberazione dal giogo tedesco. Dopo una lotta crudele e cruenta che ha coinvolto  presone normali, quelle che mai avrebbero immaginato di impugnare un fucile, si è  arrivati a quel giorno di primavera del 1945. Da li è partito il lungo percorso che, attraverso la Costituzione ci ha donato la consapevolezza di essere cittadini,  ispirati dai principi di solidarietà  iscritte nella stessa Carta. 

Ma ad oggi possiamo definirci completamente liberi, pienamente in grado di disporre  della nostra dignità umana?  Evidentemente no perché quelle lotte  ci hanno liberato solo in parte dal complesso coercitivo che il nazifascismo portava con se.  Nelle analisi e negli scritti dei maggiori esponenti del partito comunista italiano  del tempo, dal 1929 in poi,  emerge come  il fascismo fosse  considerato la “serra artificiale del capitalismo”. Con la lotta di liberazione ci siamo disfatti della serra, ma il suo contenuto è ancora pienamente in vita, è diventato  sempre più coercitivo costituendo a sua volta una dittatura globale spesso più crudele di quella da cui ci siamo liberati. 

Se la lotta al nazifascismo ha avuto un esito vittorioso, quella al capitalismo è naufragata .  Questa parte di conflitto  proprio dalla resistenza aveva tratto nuova linfa, fluido vitale, ma  con il passare del tempo, anche con  il concorso di forze cosiddette democratiche nate dopo la liberazione, si è essiccato.

 La voracità predatoria capitalistica  era ben viva nel ventennio.   Il 4 novembre del 1931  il regime fascista salvò, con denaro pubblico,   la Banca Commerciale italiana dal fallimento  assorbendone i debiti attraverso   Banca d’Italia e Cassa depositi e prestiti. La Banca Commerciale Italiana deteneva  quote azionarie della più grandi imprese italiane dell’epoca, dall’industria chimica, a quella idroelettrica, tanto da concentrare nel suo capitale la proprietà di tutto il panorama industriale che, ovviamente, veniva gestito in regime di monopolio. La crisi della Comit  fu determinata  dalla mancata affluenza di capitali americani (7 miliardi) prosciugati dalla grande crisi del ’29. Dopo poco meno di un secolo le dinamiche non sono cambiate.  Come non trovare analogie con i recenti salvataggi delle banche in dissesto costati 20 miliardi di euro. Allora come oggi il drenaggio di denaro pubblico verso le banche costò molto caro alla popolazione e ai lavoratori in particolare. 

La stessa finanzianziarizzazione da parte della Banca Commerciale di tutte le più importanti imprese fu ordita in combutta con il regime fascista attraverso la rivalutazione della lire messa in atto da Mussolini. La maggior parte delle attività produttive  basate sull’esportazione rischiarono il tracollo se la Banca Commerciale Italiana non ne avesse acquisito le azioni di fatto assumendone il controllo . Così come per mantenere la competitività delle imprese, a fronte di una lira più forte, furono compressi pesantemente i salari elargendo agli operai stipendi da fame. Non si rileva qualche affinità a quanto capita  oggi ai lavoratori italiani dopo l’adozione dell’euro?  

Ma veniamo ai  grandi trusts  che oggi definiremmo multi nazionali .  La  più importante, senza ombra di dubbio,  fu  la Montecatini. Durante il ventennio ha controllato la quasi totalità della produzione   siderurgica, estrattiva, energetica, chimica e  bellica . La battaglia del grano voluta da Mussolini nel 1925 fu una manna per la Montecatini, unica produttrice di concimi chimici necessari ad implementare i raccolti di cerali . Ma il boom avvenne con l’avvio delle politiche di guerra e dell’autarchia. Lo  studio per la produzione di “ersatz”(carburanti, gomme, e altri elementi da ottenersi, in mancanza di materia prima,  con sostitutivi chimici), la produzione di zinco e coke metallurgico   sancirono il decollo finanziario dell’impresa  . Nel 1938 la Montecatini chiuse il bilancio con un ricavo netto di 180 milioni di lire, in tre anni assicurò 260 milioni di dividendi agli  azionisti i quali si arricchirono a dismisura proprio  grazie a Mussolini con l’autarchia e le  politiche di guerra che nel contempo, per i prezzi elevati di beni e merci, stavano  affamando la popolazione. 

Come non trovare analogie con gli  attuali player privati  dell’energia e dell’erogazione idrica che, grazie allo shock dell’economia a debito, piegano i governi ai loro desiderata favorendo leggi e provvedimenti  utili ad assicurare  dividendi milionari ai propri azionisti, espropriando i cittadini  dei beni fondamentali alla vita come l’acqua.  Anch’essi realizzano  profitti tali da impoverire gran parte della popolazione. 

In un comunicato del maggio 1941, scritto  della federazione giovanile  comunista d’Italia si legge: “Il fascismo aveva promesso di liberare il popolo dalla schiavitù del regime capitalistico; ma oggi tutte le ricchezze del paese sono nelle mani dei grandi capitalisti, sono monopolizzate dai trusts e dai consorzi. Alcune centinaia di pescecani, affaristi e di speculatori le amministrano nel loro interesse esclusivo, schiacciando i produttori piccoli e medi”

Oggi come allora dunque il mondo finanziario-speculativo guida  i governi totalitari e non. Oggi come allora  la ricchezza smisurata di pochi  è la causa dell’estrema precarietà di molti . La classe subalterna durante il ventennio  vedeva nella propaganda fascista un’effimera promessa di riscatto, lasciando guidare  la propria  rabbia dal regime verso l’intolleranza razziale, verso la discriminazione spinta nei confronti di chi non corrispondesse all’archetipo del  maschio italico   e della donna incubatrice di prole.  

Anche oggi la frustrazione di che si sente solo, titolare del proprio  misero “capitale umano”  la     rabbia sorda, guidata dalla propaganda populista,  si scaglia contro gli altri ultimi, i migranti, i discriminati di ogni genere. Oggi come allora non ci siamo liberati dalla dittatura del capitale, reso ancora più vorace dall’ideologia liberista. Un regime liquido, etereo che  opprime e umilia, disseminando la vita di quegli ostacoli che la Repubblica dovrebbe rimuovere per consentire il pieno sviluppo della persona umana. 

Ma fra le tante cose importanti che la resistenza ha insegnato c’è  la necessità di unire  forze, pur culturalmente diverse  fra loro,  contro l’oppressore. Facendo tesoro di questo insegnamento, gli oppressi delle periferie, gli esclusi dal triturante ciclo economico, i precari della vita dovrebbero unirsi a chi soffre come loro ma arriva dall’altra parte del mediterraneo. Dovrebbero considerare queste persone non come usurpatori di miseria ma come compagni di lotta. Buon  25 aprile  a tutti.

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Informazioni  tratte da: 

"Il dissesto della Commerciale" articolo comparso nella pubblicazione bimestrale  "Lo stato Operaio"(ottobre-novembre 1931)

"I grandi lineamenti dell'economia italiana visti attraverso la Montecatini" articolo di Paolo Tedeschi, pseudonimo di Velio Spano, pubblicato il 7 maggio 1938 su "La Corrispondence internationale"





martedì 12 febbraio 2019

Predrag Matvejević: le foibe e i crimini che le hanno precedute


Il noto scrittore di Mostar, docente all'Università La Sapienza di Roma, interviene sulla questione delle foibe e del giorno del ricordo con un articolo pubblicato sul quotidiano fiumano Novi List. La condanna di tutti i crimini e il rischio delle strumentalizzazioni. Ringraziamo Matvejević per averci reso disponibile il suo testo


Di Predrag MatvejevićNovi List, 12 febbraio 2005 (titolo originale "Foibe" su fašistički izum
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Luka Zanoni
Queste righe sono state scritte nel Giorno del ricordo in Italia, 10 febbraio 2005 - quel dispiacere lo condivido con molti cittadini di questo Paese. I crimini delle fosse e quelli che in esse vi sono finiti, ciò che le ha precedute e che le ha seguite, l'ho condannato da tempo - mentre vivevo in Jugoslavia, quando di ciò in Italia si parlava raramente e non abbastanza. Ho scritto pure sui crimini di Goli Otok, di cui sono state vittime molti comunisti, Jugoslavi e Italiani che erano più vicini a Stalin e Togliatti che al "revisionismo" di Tito. Ho parlato anche della sofferenza degli esiliati italiani dall'Istria e dalla Dalmazia, dopo la Seconda Guerra mondiale - l'ho fatto in Jugoslavia, dove probabilmente era più difficile che in Italia. Non so di preciso quanti scrittori italiani ho presentato, che allora erano costretti ad andare via e quelli che sono rimasti: Marisa Madieri, Anna Maria Mori, Nelida Dilani, Diego Zandel, Claudio Ugussi, Giacomo Scotti, ecc. Non ricordo quanti articoli ho pubblicato sulla stampa delle minoranza italiana, poco conosciuta in Italia, così da poterla appoggiare, desiderando che fosse meno sola e meno esposta - e anche loro mi hanno appoggiato quando decisi di andarmene.
Le fosse, o le foibe come le chiamano gli Italiani, sono un crimine grave, e coloro che lo hanno commesso si meritano la più dura condanna. Ma bisogna dire sin da ora che a quel crimine ne sono preceduti degli altri, forse non minori. Se di ciò si tace, esiste il pericolo che si strumentalizzino e "il crimine e la condanna" e che vengano manipolati l'uno o l'altro. Ovviamente, nessun crimine può essere ridotto o giustificato con un altro. La terribile verità sulle foibe, su cui il poeta croato Ivan Goran Kovačić ha scritto uno dei poemi più commoventi del movimento antifascista europeo, ha la sua contestualità storica, che non dobbiamo trascurare se davvero desideriamo parlare della verità e se cerchiamo che quella verità confermi e nobiliti i nostri dispiaceri. Perché le falsificazioni e le omissioni umiliano e offendono.
La storia ingloriosa iniziò molto prima, non lontano dai luoghi in cui furono commessi i crimini. Prenderò qualcosa dai documenti che abbiamo a disposizione: il 20 settembre 1920 Mussolini tiene un discorso a Pola (non scelse a caso quella città). Annuncia: "Per la creazione del nostro sogno mediterraneo, è necessario che l'Adriatico (si intende tutto l'Adriatico, ndr.), che è il nostro golfo, sia in mano nostra; di fronte alla inferiorità della razza barbarica quale è quella slava". Il razzismo così entra in scena, seguendo la "pulizia etnica" e il "trasferimento degli abitanti". Le statistiche che abbiamo a disposizione fanno riferimento alla cifra approssimativa di 80.000 esuli Croati e Sloveni durante gli anni venti e trenta. Non sono riuscito a confermare quanti poveri siano stati portati dalla Calabria, e non so da dove altro, per poterli sostituire. Gli Slavi perdono il diritto, che avevano prima in Austria, di potersi avvalere della propria lingua sulla stampa e a scuola, il diritto al predicare in chiesa, e persino l'iscrizione sulla tomba. Le città e i villaggi cambiano nome. I cittadini e le famiglie pure. Lo Stato italiano estesosi dopo il 1918 non tenne in considerazione le minoranze e i loro diritti, cercò o di denazionalizzarli totalmente o di cacciarli. Proprio in questo contesto per la prima volta si sente la minaccia delle foibe. Il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si attribuì l'appellativo vittorioso di "Giulio Italico", scrive nel 1927: "La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell'Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell'Istria" ("Gerarchia", IX, 1927). Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto: "A Pola xe arena, Foiba xe a Pizin" ("A Pola c'è l'arena, a Pazina le foibe"). Mutuo questo detto da Giacomo Scotti, scrittore italiano di Rijeka.
Le "foibe" sono, quindi, un'invenzione fascista. Dalla teoria si è passati velocemente alla prassi. Il quotidiano triestino "Il Piccolo" (5.XI.2001) riporta la testimonianza dell'ebreo Raffaello Camerini che era ai lavori forzati in Istria, alla vigilia della capitolazione dell'Italia, nel luglio 1943: la cosa peggiore che gli successe fu prendere gli antifascisti uccisi e buttarli nelle fosse istriane, per poi cospargere i loro corpi con la calce viva. La storia avrebbe poi aggiunto a ciò ulteriori dati. Uno dei peggiori criminali dei Balcani fu di sicuro il duce ustascia Ante Pavelić. Jasenovac fu un Auschwitz in piccolo, con la differenza che in esso si facevano lavori perlopiù "manualmente", ciò che i nazisti fecero "industrialmente". E le fosse, ovviamente, furono una parte di tale "strategia". 
Mussolini e Pavelic
Mi chiedo se anche uno degli scolari italiani in uno dei suoi sussidiari poteva leggere che quello stesso Pavelić con le squadre dei suoi seguaci più criminali per anni godette dell'ospitalità di Mussolini a Lipari, dove ricevette aiuto e istruzioni dai già allenati "squadristi" fascisti. Quelli che oggi parlano dei programmi scolastici in Italia e sul luogo delle foibe, non dovrebbero trascurare di includere anche questi dati. E anche altro vale la pena di ricordare: il governo di Mussolini aveva annesso la maggior parte della Slovenia insieme con Lubiana, la Dalmazia, il Montenegro, una parte della Bosnia Erzegovina, l'intera Bocca di Cattaro. A quel tempo, tra il 1941 e il 1943, di nuovo, furono cacciati dall'Istria circa 30.000 Slavi - Croati e Sloveni - e fu occupata la regione. Le "camicie nere" fasciste portarono a termine fucilazioni individuali e di massa. Fu falciata un'intera gioventù. I dati che provengono da fonti jugoslave fanno riferimento a circa 200.000 uccisi, particolarmente sulle coste e sulle isole. La cifra mi sembra che sia però ingrandita - ma anche se solo un quarto rispecchiasse la realtà, sarebbe già molto. In Dalmazia gli occupanti italiani catturarono e fucilarono Rade Končar, uno dei capi del movimento, il più stretto collaboratore di Tito. In determinate circostanze hanno pure aiutato il capo dei cetnici serbi in Dalmazia, il pope Ðuijić, che incendiò i villaggi croati e sgozzò gli abitanti, vendicandosi con gli ustascia per i massacri che avevano commesso contro i Serbi. Così da fuori prese impulso pure la guerra civile interna. A ciò occorre aggiungere l'intera catena dei campi di concentramento italiani, i più piccoli e i più grandi, dall'isoletta di Mamula nel profondo sud, davanti a Lopud nelle Elafiti, fino a Pago e Rab nel golfo del Quarnaro. Erano spesso stazioni di transito per la mortale risiera di San Sabba di Trieste, e in alcuni casi anche per Auschwitz o Dachau. I partigiani non furono protetti dalla Convenzione di Ginevra (in nessun luogo al mondo) così che i prigionieri furono subito fucilati come cani. Molti terminarono la guerra con gravi ferite, corporali e morali. Tali erano quelli in grado di commettere crimini come le foibe.
Non c'è nessun dato in nessun archivio, militare o civile, sulla direttiva che sarebbe giunta dall'Alto comando partigiano o da Tito: le unità di cui facevano parte molti di quelli che avevano perso i familiari, i fratelli, gli amici, commisero dei crimini "di propria mano". Purtroppo, il fascismo ha lasciato dietro di sé talmente tanto male che le vendette furono drastiche non solo nei Balcani. Ricordiamoci del Friuli, nella parte confinante con l'Italia, dove non c'erano scontri tra nazionalità: i dati parlano di diecimila uccisi senza tribunale, alla fine della guerra. In Francia ce ne furono oltre 50.000. In Grecia non so quanti.
In Istria e a Kras dalle foibe sono stati esumati fino ad ora 570 corpi (lo storico triestino Galliano Fogar ne riporta persino un numero minore, notando che nelle fosse furono gettati anche alcuni soldati uccisi sui campi di battaglia, non solo Italiani). Oggi possiamo sentire la propaganda che su svariati media italiani fa riferimento a "decine di migliaia di infoibati". Secondo lo storico italiano Diego de Castro nella regione furono uccisi circa 6.000 Italiani. Non serve aumentare o licitare quel tragico numero, come in questo momento sembrano fare i giornali italiani, con 30.000 o 50.000 uccisi. Bisogna rispettare le vittime, non gettare sulle loro ossa altri morti, come hanno fatto gli "infoibatori".
Per ciò che riguarda invece i luoghi che tutti questi dati occupano nell'immaginario, non mi sembra che sia benvenuta la propaganda che come tale è diffusa dal film "Il cuore nel pozzo", che in questi giorni è stato visto in televisione da circa 10 milioni di Italiani, pubblicizzato in un modo incredibilmente aggressivo. Nessuna testimonianza storica parla di una madre che i partigiani portano via dal figlio e poi la buttano nelle foibe! Questa è un'invenzione tendenziosa dello sceneggiatore. Il cinema italiano ha una eccellente tradizione nel neorealismo, una delle più significative di tutta la moderna cinematografia - non gli servono dei modelli simili al "realismo sociale", dei film sovietici girati negli anni sessanta del secolo scorso. E nei preparativi, che in questi giorni sono stati organizzati, o nelle trasmissioni tv più guardate, sarebbe stato meglio se ci fosse stato qualche ministro che avesse, rispetto al fascismo, un diverso passato piuttosto che quelli che abbiamo visto in scena. Ciò sarebbe servito da modello e autenticità alle testimonianze.
La Jugoslavia non esiste più. Croati, serbi, sloveni e gli altri nazionalisti si compiacciono quando la destra italiana gli offre nuovi argomenti per accusare lo Stato che essi stessi hanno lacerato. (Ricordiamoci che il film è stato girato in Montenegro, nella Bocca di Cattaro, con un attore serbo che interpreta il ruolo del partigiano sloveno...) Così di nuovo si feriscono i popoli le cui cicatrici ancora non sono state medicate. È questo il modo migliore - in particolare se se allo stesso tempo si nasconde tanto quanto non corrisponde a verità? Perché, non c'è una qualche via migliore? Il dispiacere che condividiamo può essere reso in un modo più degno e nobile, la storia in modo meno mutilato e difettoso? Non è fino a ieri che vicino a Trieste passava la più aperta frontiera tra l'Oriente e l'Occidente, al tempo della guerra fredda e della grande prosperità della città di San Giusto? Gli Italiani e i Croati in Istria, in questi ultimi anni, non hanno forse trovato un linguaggio comune per opporsi al nazionalismo tudjmaniano molto più di quanto non sia stato fatto altrove in Croazia? E alla fine a chi serve questa strumentalizzazione di cui siamo testimoni?
Non siamo ingenui. Si tratta di una mobilitazione eccezionalmente riuscita del berlusconismo nello scontro con l'opposizione, con la sinistra e le sue relazioni col comunismo che, secondo le parole di Berlusconi, ha sempre e solo portato "miseria, morte e terrore", e persino anche quando sacrificò 18 milioni di vittime di Russi nella lotta per la liberazione dell'Europa dal fascismo. Questa campagna meditata è iniziata 5-6 anni fa, al tempo in cui fu pubblicato "Il libro nero sul comunismo", distribuito pubblicamente dal premier ai suoi accoliti. Essa è condotta, pubblicamente e dietro le quinte, abilmente e sistematicamente. Il suo vero scopo non è nemmeno quello di accusare e umiliare gli Slavi, ma danneggiare i propri rivali e diminuire le loro possibilità elettorali. Ma gli Slavi - in questo caso perlopiù Croati e Sloveni - ne stanno pagando il conto.
Esiste una sorta di "anticomunismo viscerale" che secondo le parole di un mio amico, il geniale dissidente polacco Adam Michnik, è peggio del peggiore comunismo. Il sottoscritto forse ne sa qualcosa di più: ha perso quasi l'intera famiglia paterna nel gulag di Stalin. Ma per questo non disprezza di meno i fascisti.

venerdì 12 ottobre 2018

Tre Due Uno Zero

A cura di Felice  C. Besostri

Non più nemici, non più frontiere:
Sono i confini rosse bandiere.
O comunisti, alla riscossa,
Bandiera rossa trionferà.

Bandiera rossa la trionferà
Bandiera rossa la trionferà
Bandiera rossa la trionferà
Evviva Lenin, la pace e la libertà!


Questa strofa di "Bandiera Rossa" non la canta più nessuno.



Per una riflessione transnazionale in un momento di eclisse dell'internazionalismo invitiamo a leggere l'articolo che segue, tratto da "L'Avvenire dei lavoratori di Zurigo"la più antica testata del movimento operaio e socialista  fondato nel 1894. L'editoriale di Andrea Ermanno è dell' 11 ottobre .

Buona lettura


Partiamo dall’Isonzo, celebrato dalla retorica nazionalista come “Fiume sacro alla Patria”. In tempi più prossimi è stato giustamente ribattezzato “Fiume sacro ai popoli d’Europa”. Ma c’è chi vorrebbe riportare indietro le lancette della storia, e allora non nuoce ricordare il monito pronunciato dal presidente socialista francese François Mitterrand il 17 gennaio 1995 di fronte al Parlamento Europeo: «Il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro».

    Trecentomila. Erano giovani e forti, e sono morti. Trecentomila ragazzi, italiani e non italiani, hanno lasciato la vita lungo le sponde dell’Isonzo agli ordini di Cadorna e von Below: Che Diaz li abbia in gloria!, diceva il poeta Leonardo Zanier. Tra meno di un mese assisteremo alla celebrazione della “vittoria”. Il 4 novembre 1918, un giorno dopo l'armistizio di Villa Giusti, gli italiani entrarono a Trento e Trieste. Fu quella la guerra “che pone fine a tutte le guerre”? No. Il mega-suicidio collettivo europeo, dal nazionalismo al nazi-fascismo, continuò imperterrito verso la più grande catastrofe che la storia ricordi.

    La globalizzazione è divenuta irreversibile anche proprio a causa delle guerre mondiali. Di lì in poi la politica si vede indotta a produrre grandi “narrazioni”. E ripercorrere le grandi “narrazioni” della politica (seguendo con qualche sostanziale libertà la periodizzazione di Yuval Harari) ci può qui aiutare a focalizzare meglio lo stato di cose presenti.

MENO TRE. Nell’anno 1943 – un quarto di secolo dopo la fine della Grande Guerra e dopo la caduta di quattro imperi, lo zarista, il prussiano, l’austro-ungarico e l’ottomano (detto "Stato Eterno") – le grandi “narrazioni” politiche globali sono tre.

    C’è la “narrazione” nazi-fascista, che progetta un mondo determinato secondo rigidi principi d’ordine, di obbedienza incondizionata verso il capo e di superiorità razziale del proprio popolo. L’asse Berlino-Roma-Tokyo dispone di una quindicina di alleati mentre una ventina sono i paesi sottoposti al controllo delle sue truppe d’occupazione, nell’Europa continentale, nell’Estremo oriente e in certa parte dell’Africa. I nazi-fascisti esercitano un notevole controllo anche sull’Atlantico e sul Pacifico, oltre che su ampie zone del Mediterraneo. Ma dopo le sconfitte di Midway, El Alamein e Stalingrado inizia la loro lugubre catastrofe.

    È il comunismo sovietico la “narrazione” politica in procinto di assumere il ruolo predominante su scala mondiale. Stalin si accinge ad esercitare la propria influenza, diretta o indiretta, su tutta l’Europa orientale, sulla Cina e su vaste porzioni dell’estremo oriente. In seguito l’egemonia sovietica si estenderà notevolmente anche in Medioriente, Africa e America Latina.

    Nel 1943 la liberal-democrazia europea è sopravvissuta grazie alla resistenza delle isole britanniche. Winston Churchill ha posto la Gran Bretagna sotto l’egida degli USA. Di fatto l’americanismo assume l’egemonia culturale dell’Occidente, che esce dal conflitto in una condizione di relativa minorità rispetto al mondo comunista.

MENO DUE. Passano altri venticinque anni e la generazione dei baby boomers si ribella entrando prepotentemente in scena "contro il sistema". Il fascismo soccombe definitivamente sotto l’onda d’urto dell’antiautoritarismo giovanile. Due sono le “narrazioni” sopravvissute: la liberal-democrazia d’impianto statunitense e il comunismo sovietico. Il Sessantotto inizia la sua “lunga marcia dentro le istituzioni”, denunciando per un verso l’assurdità della guerra in Vietnam e per l’altro verso marcando però il trionfo edonista dell’americanismo rispetto alla imbalsamazione ideologica moscovita. Il mondo sembra caduto ostaggio per sempre della Guerra Fredda.

MENO UNO. Venticinque anni dopo: Good Bye, Lenin! Siamo giunti all’anno 1993 e una sola grande “narrazione” rimane in piedi. Francis Fukuyama lancia la “fine della storia”, tesi secondo cui l'umanità avrebbe ormai raggiunto il suo culmine con le democrazie liberali. Ma i dispositivi di allocazione delle risorse e i criteri di redistribuzione della ricchezza escono dall’ambito della politica per entrare nella sfera d’influenza del potere mediatico-finanziario. Si sviluppa una diffusa ostilità verso il Welfare, verso le organizzazioni sindacali, verso i partiti socialdemocratici e verso le intermediazioni di qualunque tipo, dalla sezione di partito, alla parrocchia di quartiere, alla bocciofila. Persino le Costituzioni, l’Unione Europea e l’ONU vengono descritte come catafalchi che impediscono il libero dispiegamento del mercato globale.

ZERO. Passano altri venticinque anni e, nel dicembre scorso, si apprende di una sfida scacchistica tra due programmi informatici. “AlphaZero”, algoritmo sviluppato da Google per l’autoapprendimento automatico, gioca contro “Stockfish”, il più forte motore scacchistico open source del mondo. In un match di cento partite “AlphaZero” consegue ventotto vittorie e settantadue pareggi. Non perde mai. Ma nessuno gli ha insegnato il gioco degli scacchi. “AlphaZero” lo ha appreso disputando partite su partite contro se stesso in una sorta di training autogeno molto speciale. Tempo di auto-addestramento: circa quattro ore.      Questo algoritmo, capace di conseguire una bravura sovrumana e di battere programmi già campioni del mondo, dimostra che la Artificial intelligence ci sta superando in molti ambiti apicali della competenza umana: le transazioni finanziarie, i controlli di sicurezza, le diagnosi medico-specialistiche, le consulenze giuridiche, la progettazione, eccetera eccetera eccetera.

    A fronte di tutto ciò non si ravvisa alcuna “narrazione” politica plausibile. Ed è financo ovvio, o quasi, che nel vuoto delle idee i demagoghi abbiano gioco facile nell’aizzare le folle contro… i messicani, gli eritrei e i migranti in generale. Sicché, un passo dopo l’altro, si licenziano leggi, si emettono decreti, si erigono muri e barriere di filo spinato, si chiudono porti e aeroporti. Si provocano ecatombi in mare.    Se parliamo di “narrazioni” politiche plausibili, quella sovranista non lo è. Ma, per la verità, l’idea stessa di “politica” sembra oggi smarrita. Forse un grande sforzo collettivo di molti popoli solidali tra loro potrà metterci in grado di ritrovarla, un’idea di politica, che è come dire: la nostra residua possibilità di co-decidere del destino di tutti noi.

    L’impennata del surriscaldamento globale ci pone dinanzi a un appuntamento di solidarietà e di politica al quale ci presentiamo chiaramente sparpagliati, impreparati e in ritardo. Ma non è detta l’ultima parola. Potremmo ancora farcela, sostiene lo storico Harari, se solo osassimo tenere un po’ più sotto controllo le nostre paure e cercassimo di essere un po’ meno arroganti.

martedì 4 settembre 2018

Ottanta anni fa nasceva la Quarta Internazionale

Francesco Ricci



Nel Diario d'esilio (1), in data 25 marzo 1935, Trotsky scrive: "(...) penso che l'opera nella quale sono impegnato, malgrado il suo carattere insufficiente e frammentario, sia la più importante di tutta la mia vita, più importante che il 1917, più importante che lo stesso periodo della guerra civile o qualunque altro."
L'"opera" a cui fa riferimento Trotsky è la costruzione della Quarta Internazionale che, formalmente "fondata" (ma il termine non piaceva a Trotsky) nel 1938, aveva iniziato il suo percorso già negli anni precedenti, a partire dalla Opposizione di Sinistra Internazionale che raggruppava le organizzazioni comuniste in lotta contro la degenerazione stalinista del Comintern.
Per i dieci anni dal 1923 al 1933 Trotsky cercò di riformare la Terza Internazionale che aveva fondato con Lenin. Quando lo stalinismo aprì la porta all'ascesa al potere di Hitler in Germania (1933) e questo ennesimo tradimento non suscitò alcuna opposizione nelle sezioni del Comintern, fu la prova della definitiva degenerazione e capitolazione, che indicava la necessità di una nuova Internazionale, la Quarta. (2)
Nel luglio 1936 si tenne in Norvegia una Conferenza che fondò il Movimento per la Quarta Internazionale. Lì si decise che entro breve tempo si sarebbe svolto un primo congresso della Quarta Internazionale con l'adozione di un programma fondativo. Il "per" serviva per convincere definitivamente alcuni settori di provenienza centrista recalcitranti. Completato questo lavoro, nel 1938 arrivò infine il momento di formalizzare quella che era già una realtà operante, con un congresso che facesse assumere al movimento trotskista il nome di Quarta Internazionale.
Già all'epoca questa decisione si scontrava oltre che con la repressione armata stalinista, anche con l'opposizione politica di vari gruppi centristi. Le obiezioni sono varie ma ruotano attorno a un punto fisso: non si può costruire un'internazionale se prima non si dispone di partiti nazionali con forte radicamento. Trotsky fa presente che l'argomento è non solo anti-dialettico dal punto di vista teorico (la costruzione del partito nazionale e di quello internazionale non sono processi a fasi separate ma due momenti che si alimentano a vicenda) ma pure in contrasto con l'esperienza viva del movimento comunista. Impiegando il criterio delle due fasi (prima i partiti di massa, poi l'Internazionale) Marx ed Engels non avrebbero dovuto costruire la Prima Internazionale, che nacque anzi prima sul terreno internazionale e solo in seguito formò organizzazioni nazionali; non si sarebbe dovuta costruire la Seconda Internazionale, che pur disponendo di qualche organizzazione di massa rimase a lungo una federazione di partiti più che un partito internazionale; Lenin e Trotsky non avrebbero dovuto costruire la Terza Internazionale che, ufficializzata nel 1919, prese il via già dal 1914 (il giorno dopo il voto dei crediti di guerra da parte della socialdemocrazia), quando non solo non c'erano partiti di massa ma l'intero movimento operaio veniva distrutto e i militanti socialdemocratici si scannavano tra loro nelle trincee in difesa delle rispettive "patrie".
Ma c'è un argomento che dovrebbe da solo dimostrare, almeno oggi, l'infondatezza degli argomenti avversi alla nascita della Quarta Internazionale: tutte le organizzazioni esterne allo stalinismo (da quelle raggruppate nel cosiddetto Bureau di Londra ai vari gruppi ultrasinistri, come il bordighismo italiano) o furono riassorbite da una delle due altre Internazionali (la Seconda socialdemocratica e la Terza stalinizzata) o sopravvissero solo come sette nazionali, in un crescente distacco sia dalle lotte di massa sia dai fondamenti del marxismo (se inteso come il programma con cui armare le masse alla conquista del potere). Se certi argomenti contro la cosiddetta nascita "prematura" della Quarta Internazionale sono stati ripetuti anche nei decenni successivi (e ancora oggi, come noiose litanie) ciò si deve in primo luogo al mancato sviluppo della Quarta Internazionale che, pur essendo originato soprattutto dall'opera di contrasto mortale sviluppata contemporaneamente da tutti i governi del mondo (dei Paesi capitalisti come di quelli operai), continua da alcuni ad essere indicato come la prova che l'Internazionale non andava fondata: senza che ci sia spiegato quale altra via avrebbe dato frutti migliori o avrebbe anche soltanto salvaguardato e sviluppato il marxismo facendogli superare il macello della seconda guerra mondiale, altri decenni di stalinismo e infine il crollo, con lo stalinismo, degli stessi Stati operai e la conseguente restaurazione del capitalismo.
Dal punto di vista letterario, un contributo significativo al diffondersi di queste critiche inconsistenti lo ha dato Isaac Deutscher con la sua monumentale trilogia su Trotsky (3). Questa biografia è stata per anni l'unico testo disponibile su Trotsky non impregnato di falsificazioni staliniste. Purtroppo, il merito di aver ricostruito almeno in parte la verità dei fatti si è combinato (in forma poco scientifica anche dal punto di vista storiografico) con i pregiudizi e le concezioni fondamentalmente anti-trotskiste di Deutscher (che pure era stato in gioventù militante del movimento trotskista).Tutto il terzo volume (Il Profeta in esilio) è dedicato a dimostrare la presunta inconsistenza del movimento trotskista, facendo una caricatura dei dibattiti e delle polemiche interne ad esso, banalizzando discussioni teoriche di cui, con tutta evidenza, a Deutscher sfuggiva l'importanza. Le pagine riservate alla conferenza fondativa del 1938 sono un tripudio di "piccola riunione", "poco più di una illusione", ecc. A un certo punto, l'autore stesso mette in contraddizione la sua tesi preconcetta con la realtà e si chiede come sia possibile che Stalin abbia dedicato le sue principali energie a cercare di distruggere il movimento trotskista, visto che si trattava (secondo Deutscher, ma evidentemente non secondo Stalin) di piccoli gruppi privi di importanza raccolti attorno a un patetico vecchietto esiliato in Messico.
In realtà gli studi successivi di storici seri e competenti hanno dimostrato che la ricostruzione di Deutscher del ruolo e delle potenzialità del movimento trotskista era priva di fondamento. Nel 1980 si sono aperti per la prima volta gli Archivi di Harward dove era custodita una gran parte dei fondi di Trotsky: sia gli originali di molti testi sia una buona parte della corrispondenza. Uno degli studiosi che ha iniziato il lavoro di sistemazione di questo gigantesco repertorio - un lavoro coordinato dallo storico marxista Pierre Broué, autore della più ampia e documentata biografia di Trotsky (4) - ha così riferito già poche settimane dopo l'apertura degli Archivi dei primi risultati: "La lotta per la Quarta Internazionale rappresenta l'asse centrale dell'attività di Trotsky per tutti gli anni Trenta - e per coloro che dovessero ancora dubitarne, basti vedere la quantità di lettere che Trotsky dedica a questa questione: l'apertura degli archivi di Trotsky ad Harvard non lascia nessun dubbio al riguardo."(5)
Gli storici hanno dimostrato non solo quello che era il giudizio soggettivo di Trotsky (che avevamo già indicato nel brano riportato dal suo Diario): riportando alla luce la corrispondenza e i testi a cui lavorava negli ultimi anni Trotsky in Messico hanno dimostrato in maniera definitiva che quella del "vecchietto isolato" è una fantasia di Deutscher (6). Dal Messico questo "vecchietto isolato" corrispondeva con militanti rivoluzionari sparsi in una quarantina di Paesi; dettava decine di saggi, articoli, migliaia di lettere a un ritmo incessante in cui commentava, suggeriva, analizzava, indirizzava la politica rivoluzionaria di mezzo mondo.
(...) Stalin insomma è stato uno dei peggiori avversari del comunismo ma non era un folle, incarnava interessi materiali - quelli della burocrazia - con grande lucidità. Se sferrò contro i trotskisti un attacco senza precedenti, che non fermò neppure dopo essere riuscito ad assassinare il principale dirigente, proseguendo implacabilmente contro altre centinaia di militanti, è perché sapeva che la Quarta Internazionale - e solo la Quarta Internazionale - avrebbe potuto rovesciare la casta burocratica e guidare nuove rivoluzioni all'assalto dell'imperialismo con cui invece Stalin, alla fine della Seconda guerra mondiale, si spartì il mondo (prima che l'imperialismo, con la collaborazione degli eredi di Stalin, si riprendesse anche gli Stati operai burocratizzati, restaurandovi il capitalismo).
Certo la responsabilità del mancato sviluppo della Quarta Internazionale non sono imputabili solo alla repressione congiunta di stalinismo, fascismo e borghesia. Una parte importante l'hanno avuta i processi involutivi interni, derive opportuniste o settarie della sua direzione maggioritaria: ma l'origine di questi stessi processi (di cui non saremo certo noi a discolpare i dirigenti centristi: i Pablo, Mandel, Livio Maitan, ecc.) è, in ultima analisi, anch'essa il derivato delle sconfitte rivoluzionarie dalla fine degli anni Quaranta in poi, prodotto cosciente delle criminali direzioni staliniste e socialdemocratiche. Una ricostruzione dei processi di deriva centrista di ampi settori della Quarta Internazionale richiederebbe però molto altro spazio, in realtà un altro libro. Nahuel Moreno, dirigente trotskista (e fondatore della Lit-Quarta Internazionale, di cui il Pdac è sezione italiana) che ha contrastato fin dagli anni Cinquanta questa deriva ha scritto testi preziosi di analisi alla cui lettura rinviamo il lettore.
 
3 settembre 1938: una Conferenza accerchiata
Rudolf Klement, segretario organizzativo del movimento, poco prima di essere ammazzato scrisse, a nome del Segretariato, la circolare di convocazione della conferenza internazionale (1 aprile 1938): "Sarà nei fatti probabilmente la nostra ultima conferenza internazionale prima dello scoppio della guerra mondiale e degli avvenimenti rivoluzionari cui essa darà inevitabilmente luogo. Abbiamo bisogno di fare un bilancio della nostra esperienza, verificare, confermare, precisare il nostro programma e la nostra politica, consolidare le basi ideologiche e organizzative della Quarta Internazionale per poter effettivamente adempiere al ruolo che la Storia ci ha assegnato. Si tratterà di porre la questione della 'fondazione' della Quarta Internazionale? Questo è un modo sbagliato di porre la questione. Il processo di formazione della Quarta Internazionale è iniziato da tempo e non si concluderà nel breve periodo. E' necessario, tuttavia, che coloro che, nel mondo intero, combattono per il programma bolscevico della Quarta Internazionale costruiscano, consolidino, estendano la loro organizzazione internazionale, applicando su scala nazionale e internazionale il centralismo democratico. Possa la seconda conferenza costituire un nuovo passo in questa direzione!" (7)
(...)
La Conferenza si celebra il 3 settembre 1938 a Perigny, alla periferia di Parigi, nella casa messa a disposizione di Alfred Rosmer. (...)
Dai verbali (8) sappiamo alcuni dati interessanti (...).
Partecipano i delegati di una dozzina di sezioni: Urss, Gran Bretagna, Francia, Germania, Polonia, Italia, Grecia, Olanda, Belgio, Stati Uniti e un delegato brasiliano in rappresentanza dell'America Latina. Vengono attribuite ad alcuni delegati anche le deleghe per: Spagna, Messico, Canada e Cecoslovacchia. Risultano affiliate al momento del congresso anche sezioni in: Svizzera, Norvegia, Romania, Austria, Messico, Cuba, Repubblica Dominicana, Argentina, Cile, Bolivia, Uruguay, Cina, Indocina, Australia, Sudafrica, Danimarca. Diverse sezioni non possono essere presenti per problemi di sicurezza o organizzativi. L'assenza più importante è quella - obbligata - di Trotsky.
Tra i delegati vi sono: James Cannon, Max Shachtman, Nathan Gould, Emanuel Geltman (Usa); Pierre Naville, Yvan Craipeau, Jean Rous, Marcel Hic, David Rousset, Joannès Bardin (Francia); Mario Pedrosa (Brasile); Michel Raptis, Giorgios Vitsoris (Grecia); Leon Lesoil, Walter Dauge (Belgio); C.L.R. James, Denzil Harber, Hilary Sumner Boyd (Gran Bretagna); Josef Weber, Otto Schussler (Germania); Pietro Tresso (Italia); Herschl Sztockfisz, Stefan Lames (Polonia); Mordka Zborowski (Russia); G. De Wilde (Olanda).
I numeri ufficiali delle sezioni in diversi casi sono approssimativi, in quanto alcune sezioni lavorano in condizioni di clandestinità (in primis quella russa, di cui centinaia di militanti sono nei gulag) o non sono riuscite a far pervenire cifre definitive mentre alcuni documenti e verbali sono andati persi con il rapimento di Klement.
 
Il trotskismo, unica alternativa
Pochi giorni prima della Conferenza c'è il rapimento e l'assassinio di Rudolf Klement, giovane e coraggioso dirigente che era stato incaricato dell'organizzazione della Conferenza: il suo corpo decapitato verrà ripescato nella Senna il 26 agosto 1938, la settimana prima della fondamentale assise (9)
E non è finita. Gli agenti di Stalin si infiltrarono in tutte le organizzazioni trotskiste, per meglio distruggerle. Fino ad arrivare (come si è scoperto con certezza solo nel 1955) ai massimi livelli: il delegato russo alla conferenza fondativa, Mordka Zborowski, detto Etienne, era un agente della Gpu. Fu lui a organizzare l'omicidio di Lev Sedov (di cui era uno stretto collaboratore). E ancora, alla Conferenza del 1938 partecipava la militante statunitense Sylvia Ageloff, il cui fidanzato (a sua insaputa) era un altro agente di Stalin, quel Ramon Mercader che riuscirà, dopo due anni di frequentazione della Ageloff e dei trotskisti, ad accedere alla casa di Trotsky in Messico, dove infine, con un colpo di picozza alla testa, fermerà quel cervello che tanto impensieriva la burocrazia. (10)
Tutti coloro che, ieri e oggi, si ostinano a indicare in Trotsky un sognatore isolato, dovrebbero spiegare i motivi di queste persecuzioni da parte della burocrazia di Mosca. E avrebbero da spiegare anche perché a questa colossale caccia al trotskista parteciparono tutte le direzioni insediate dallo stalinismo alla testa dei diversi partiti comunisti: a cominciare da quella del Pci di Togliatti (il più zelante persecutore dei comunisti anti-stalinisti), il quale, anche dopo la morte di Stalin (1953) e l'avvio della cosiddetta "destalinizzazione" kruscioviana (in realtà un tentativo della burocrazia di addebitare a un uomo solo, Stalin, le colpe di una intera casta), ancora continuava a giustificare con dovizia di argomenti i Processi di Mosca. (11)
Il massacro di comunisti fu gigantesco: perirono sotto i colpi di Stalin non solo tutti i principali dirigenti bolscevichi russi ma anche militanti e dirigenti comunisti di mezzo mondo: per l'Italia vogliamo ricordare qui almeno Pietro Tresso, che fu segretario organizzativo del Pcd'I negli anni Venti, assassinato dagli stalinisti francesi nel 1944. (12)
L'altra metà del lavoro, per così dire, la fecero i fascisti, ammazzando, tra gli altri: nel 1944, ad Auschwitz, Abraham Leon; Pautelis Pooliopulos (dirigente comunista, curatore dell'edizione in greco del Capitale di Marx), fucilato dai militari fascisti italiani (che arringò fino a pochi minuti prima di essere ucciso insieme a tutto il gruppo dirigente trotskista greco); Leon Lesoil (fondatore del Pc belga e poi segretario delle locale sezione trotskista, leader delle lotte dei minatori); Marcel Widelin (organizzatore delle cellule comuniste clandestine nella Wermacht); Marcel Hic (dirigente della sezione francese in clandestinità sotto l'occupazione nazista, arrestato e torturato dalla Gestapo, morirà in un campo di concentramento); Franz Kascha e Joseph Jakobovic (dirigenti trotskisti austriaci, attivi in clandestinità sotto il nazismo, condannati a morte per "propaganda disgregatrice nelle forze armate e alto tradimento"). E tanti altri: l'elenco, purtroppo, sarebbe assai più lungo.
Coloro che negli anni, per dimostrare la presunta "inutilità" della Quarta Internazionale, si sono interrogati con atteggiamento amletico sulle  sue "insufficienze" e sulle ragioni del suo mancato sviluppo, potrebbero forse chiedersi, più utilmente, se il massacro di migliaia di militanti non abbia in qualche modo contribuito a questo mancato sviluppo. O anche se un qualche ruolo non lo abbia avuto la catena lunghissima di sconfitte a cui lo stalinismo costrinse il movimento operaio per decenni. Peraltro sarebbe interessante chiedere a questi scettici di indicarci un'altra corrente del movimento operaio che sia stata in grado di sopravvivere allo stalinismo senza trasformarsi in una setta sterile o senza confluire in una delle infinite varianti del riformismo, tutte subalterne, in una forma o nell'altra, alla borghesia e ai suoi governi anti-operai, all'imperialismo e alle sue guerre. Noi non ne conosciamo nessuna fuori dal trotskismo.
 
Note
(1) L. Trotsky: Diario d'esilio (ed. Il Saggiatore, 1969, cit. p. 72).
(2) I passaggi esatti attraverso cui si passò dalla posizione di riforma del Comintern a quella di costruzione di una nuova internazionale sono questi: Marzo 1933. Dopo l'incendio del Reichstag e la sconfitta della Kpd, LT ritiene necessario costruire un nuovo partito in Germania di fronte all'evidente incapacità del più grande partito comunista d'Occidente, in mano agli stalinisti, di reagire ai colpi della repressione che avanza. Giugno 1933. LT prende atto che l'IC e tutte le sue sezioni non hanno nessuna reazione positiva di fronte al disastro tedesco. E' la dimostrazione che l'IC è morta per la rivoluzione. E il suo "4 agosto". Ottobre 1933. LT spiega che bisogna abbandonare quindi la politica di riforma sia per l'IC che per il PC sovietico e ciò comporta che l'obiettivo in Russia non è più quello di una riforma antiburocratica ma la rivoluzione politica che preservi le basi sociali della rivoluzione scalzando la casta. A questi passaggi corrispondono i vari nomi del movimento trotskista: nella fase della "riforma" IC si chiama Opposizione di Sinistra Internazionale (Osi); dall'autunno 1933 in nome diventa Lega Comunista Internazionalista (b-l).
(3) Si tratta dei tre libri di Isaac Deutscher: Il Profeta armatoIl Profeta disarmatoIl Profeta in esilio (pubblicati tra il 1954 e il 1963) (editi in Italia da Longanesi).
(4) Pierre Broué: La rivoluzione perduta. Vita di Trockij 1879 - 1940 (Bollati Boringhieri, 1991). Di là da alcune conclusioni che non condividiamo, questa è innegabilmente l'opera più completa, seria e rigorosa pubblicata finora, basata su decenni di studi e ricerche e supportata da un apparato critico affidabilissimo.
(5) Si veda l'intervento di Michel Dreyfus al convegno di Follonica: "Socialistes de gauche et trotskystes en Europe, 1933-1938" (Pensiero e azione politica di Lev Trockij Atti del Convegno Internazionale, Follonica 1980, Olschki Editore, 1982; per questo riferimento specifico v. pag. 558 del volume II). La traduzione dall'originale francese è nostra.
(6) Per una descrizione degli Archivi di Harward si veda: "Les Archives de Trockij" alle pagg. 631 e sgg. del volume II degli Atti del Convegno di Follonica.
(7) Il brano citato è una nostra traduzione dalla convocazione scritta da Klement e pubblicata nel n. 1 dei Cahiers Leon Trotsky (in cui sono raccolti i principali Atti della Conferenza del 1938.
(8) I verbali sono stati pubblicati nei Cahiers Leon Trotsky, n. 1 (v. nota 7).
(9) Si veda la testimonianza di Pierre Naville: "Sur l'assassinat de Rudolph Klement (1938)", pubblicata nel n. 2 (1979) dei Cahiers Leon Trotsky.
(10) Mercader, uscito di galera nel 1960, si recherà a Mosca dove verrà insignito (nella Russia kruscioviana) del titolo di "Eroe dell'Unione Sovietica" e riceverà, fino alla morte, una pensione da generale. Sull'assassinio di Trotsky rimandiamo in particolare a: "L'assassinat de Trotsky" in Atti del Convegno di Follonica e al libro di Pierre Broué: L'assassinat de Trotsky (ed. Complexe, 1980).
(11) Si veda, a conferma di ciò, la celebre intervista di Maurizio e Marcella Ferrara: Conversando con Togliatti (ed. di Cultura Sociale, 1953).
(12) Sulla bella figura di Pietro Tresso si possono leggere: Paolo Casciola e Guido Sermasi: Vita di Blasco. Pietro Tresso dirigente del movimento operaio internazionale (Odeon Libri - Ismos, 1985); e Pierre Broué, Raymond Vacheron: Assassinii nel Maquis. La tragica morte di Pietro Tresso (Prospettiva Edizioni, 1995).