Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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mercoledì 3 giugno 2020

Ministra Azzolina? Bocciata!!

di Ines Abdelhamid
(studentessa liceale)



A inizio di questa emergenza sanitaria, uno dei primi provvedimenti presi è stata la chiusura delle scuole.
Molto spesso la scuola viene presentata come istituzione che riesce ad abbattere le diseguaglianze socio-economiche e le barriere sociali. Niente di più falso. La pandemia ha fatto emergere ancora di più le differenze di classe sociale esistenti nella scuola, con la comparsa di studenti di serie A e di serie B.
Il governo, dall'inizio di questa pandemia, ha inscenato una vera e propria pantomima. Ma facciamo un passo indietro e partiamo dall'inizio.
A inizio marzo il governo chiude le scuole: inizia così la didattica a distanza, ma nelle prime settimane il governo non prende nessun provvedimento affinché tutti gli studenti possano partecipare alle video-lezioni. Ma i dati parlano chiaro: solo per il 22% delle famiglie ogni componente dispone di un pc o tablet, e nel mezzogiorno la percentuale scende al 14%. Inoltre – secondo dati Istat 2018 – il 26% delle famiglie non ha accesso alla banda larga da casa. Difatti uno studente su cinque non riusciva a svolgere le video-lezioni.
Solo dopo qualche settimana, il governo decide di investire 70 milioni di euro per permettere agli studenti meno abbienti gli strumenti necessari per la didattica a distanza. E' una somma insufficiente poiché equivarrebbe a poco più di 40 euro agli studenti meno abbienti. La ministra Azzolina, non curante di queste problematiche, rende obbligatoria la didattica a distanza. Ciò trova il disappunto di chi può accedervi ma la ministra ci rassicura, affermando che non si potrà bocciare. Peccato che, a meno di un mese dalla fine della scuola, la ministra si rimangi le sue parole, affermando che si potrà bocciare in caso uno studente non abbia partecipato alle video-lezioni, salvo chi aveva problemi tecnologici. La domanda che sorge spontanea è se le scuole si metteranno a verificare, casa per casa, la presenza di computer o tablet e il funzionamento della banda larga da casa: sicuramente no!

Il frutto di anni decenni di tagli imposti dal sistema capitalista
Ma perché il governo si è dimostrato così incapace di gestire il problema della scuola? In questo caso per rispondere servono due passi indietro.
La scuola pubblica ha subito vistosi e importanti tagli da parte di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni. Difatti, nel 2017, l'Italia è stata considerata uno dei Paesi con la spesa per l’istruzione pubblica più bassa. Dato ancora più sconcertante: solo il 26% delle scuole vengono ritenute agibili e rispettose delle norme di sicurezza. I programmi sono stati impoveriti a causa del processo di aziendalizzazione che sta subendo la scuola, culminato con la riforma della «Buona scuola» di Renzi.
Una scuola così fragile non poteva certo reagire ad una situazione di pandemia.
La scuola pubblica è stata lasciata indietro e con essa gli studenti proletari. Infatti sono stati stanziati ben 150 milioni di euro per le scuole paritarie, che vengono frequentate solo da 866 mila studenti, mentre per la scuola pubblica, che include ben 7,6 milioni di studenti, hanno stanziato solo 1,5 miliardi di euro. Questa somma non è sufficiente poiché non copre neppure i tagli che ha subito la scuola in tutti questi anni; solo quest'anno sono stati tagliati 1,8 miliardi di euro.
Il problema non è solo italiano. Lo stesso Economist afferma che la chiusura delle scuole amplificherà le diseguaglianze sociali. Nel Regno unito - secondo i dati della ong Sutton Trust - le scuole di élite vantano una frequenza vicina al 100% contro il 20% delle scuole pubbliche.
Ma il divario digitale non è l'unico problema. Gli studenti di estrazione proletaria hanno meno probabilità di avere genitori istruiti che li spingano a seguire le lezioni a distanza e che li aiutino con i compiti. D'altra parte, le famiglie più ricche hanno assunto insegnanti privati a tempo pieno.
Tutto il lavoro domestico ricade sulle famiglie e alcuni studenti dovranno trovarsi un lavoro per aiutare i genitori che lo hanno perso. Altri devono occuparsi dei fratelli più piccoli.

La scuola: specchio della demagogia del capitalismo e della «Fase 2»
Anche sugli esami di Stato, noi studenti non stiamo ricevendo risposte chiare e precise. L’esame di maturità si svolgerà in presenza, una follia. Tutto questo per cosa? Per fingere che con la «Fase 2» tutto sia tornato alla normalità, affinché Confindustria rimetta in moto la macchina del profitto.
La pulizia sarà affidata ai bidelli, che dunque saranno più esposti al contagio. Non verrà nemmeno misurata la temperatura corporea, ma si dovrà rilasciare una semplice auto-certificazione, e le mascherine bisognerà portarsele da casa. Una presa in giro!
Per mantenere la sicurezza bisognerebbe garantire come minimo che tutti gli studenti possiedano mascherine e guanti, ma questi dispositivi non vengono assicurati nemmeno per il personale sanitario. Non bisogna dimenticare che l'esame verrà svolto in ambienti stretti, e che non prevede semplicemente una discussione orale, ma anche compilazioni verbali, le discussioni tra i professori ecc., e questo significa che il virus avrà molte più probabilità di diffondersi.
Infine, gli studenti che vengono dalle periferie e dalle province dovranno prendere i mezzi di trasporto, spesso stracolmi; questo non permetterà il metro di distanza.
Questa è la scuola pubblica oggi nel capitalismo!
Noi studenti vogliamo una scuola realmente pubblica, gratuita, laica e universale.
Il sistema capitalistico entra in contraddizione con le necessità degli studenti. Un sistema basato sulla ricerca del profitto non potrà mai assicurare il diritto allo studio.

Il capitalismo ci sta privando di tutto: del diritto allo studio e della sicurezza e ci offre solo precarietà!

sabato 11 maggio 2019

Regionalizzazione dell’istruzione e altre nefandezze

Fabiana Stefanoni

Con Bussetti la “Buona scuola” rimane… e peggiora!



Fabiana Stefanoni
 
Nella notte tra il 23 e il 24 aprile le burocrazie di Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda hanno deciso di revocare lo sciopero della scuola del 17 maggio dopo aver firmato un accordo con il governo Conte: una decisione vergognosa, tanto più che l’accordo prevede solo vaghi e generici impegni del governo ad aumentare gli stipendi degli insegnanti (per ora non sono previste coperture economiche) e a “salvaguardare l’unità e l’identità culturale del sistema nazionale d’istruzione”. Il principale tema all’ordine del giorno dello sciopero era – e resta, visto che lo sciopero è ancora in campo per decisione dei sindacati di base - l’opposizione ai piani di regionalizzazione dell’istruzione di cui si sta discutendo in Parlamento. Il nuovo governo “giallo-verde”, esattamente come quelli che lo hanno preceduto, sta accelerando sul terreno della privatizzazione dell’istruzione pubblica: la regionalizzazione rientra in questo processo.
 
Promesse elettorali tradite
Ci sono due nomi che restano ben stampati nella memoria delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola (e degli studenti): “riforma” Gelmini (governo Berlusconi) e “Buona scuola” (governo Renzi). La Gelmini, ministro dell’Istruzione del quarto governo Berlusconi (2008-2011), ha dato il nome a uno dei più pesanti attacchi all’istruzione pubblica degli ultimi decenni: 8 miliardi di tagli, con ridimensionamento degli insegnamenti (dalla primaria alle scuole superiori) e conseguenti licenziamenti di massa di personale precario. La “Buona scuola” (Legge 107 del 2015) porta invece il nome della ministra dell’Istruzione Giannini, ma è stata soprattutto uno dei cavalli di battaglia dell’allora premier Matteo Renzi: è una “riforma”, se così si può chiamare, che ha drasticamente accelerato i processi di aziendalizzazione della scuola pubblica, con ricadute pesanti sulla didattica e sulle condizioni di lavoro del personale docente e non docente (l’alternanza scuola-lavoro, tanto voluta da Confindustria, ne è l’emblema).
Ora, un altro nome rischia di imprimersi per sempre nei ricordi degli insegnanti e degli studenti: quello del ministro leghista Bussetti. Dopo aver cavalcato il malcontento dei lavoratori della scuola in campagna elettorale, Lega e M5S hanno fatto tutto il contrario di quello che avevano promesso. Avevano espresso appoggio alla lotta delle maestre diplomate contro il licenziamento di massa (150 mila posti a rischio) garantendo che avrebbero salvato i loro posti di lavoro. Una volta al governo, hanno sancito la trasformazione dei contratti a tempo indeterminato in contratti a tempo determinato, organizzando un concorso-truffa che, nella migliore delle ipotesi, stravolgerà le vite di decine di migliaia di maestre: un concorso su base regionale col quale verranno stilate nuove graduatorie di precari. Solo una piccola parte di chi partecipa al concorso potrà sperare di essere, un giorno, assunto in ruolo: sono in ballo 12 mila posti, ma gli aspiranti sono cinque volte tanto. Tra l’altro, anche “i fortunati” che riusciranno ad avere un posto, saranno probabilmente costretti ad accettare un lavoro a centinaia di km da casa senza nessuna possibilità di trasferirsi per tre anni (ricordiamo che la maggioranza di queste maestre ha una media di 40 anni, tante di loro sono madri con bimbi piccoli: alla faccia della retorica sulla “famiglia” di cui si sciacqua la bocca il ministro Bussetti!). (1)
In secondo luogo, in campagna elettorale avevano promesso l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, che tanto ha pesato, in questi anni, sulle vite di centinaia di migliaia di studenti (costretti a lavorare gratuitamente in azienda, con rischi per la sicurezza personale), degli insegnanti (che hanno visto un aumento del carico di lavoro a parità di stipendio), oltre che sulla qualità della didattica (chi riesce più a portare a compimento i programmi di storia o di matematica con tutte quelle ore di alternanza?). Anche questa promessa è stata disattesa: l’alternanza scuola-lavoro non è stata abolita ma solo, parzialmente, ridimensionata, con la possibilità per le scuole di continuare a svolgerla esattamente come prima. Gli industriali chiedono ai dirigenti scolastici di mantenere lo stesso monte ore: Federmeccanica, come strombazza sulle prime pagine il Sole24ore, ha lanciato una petizione a sostegno dell’alternanza scuola-lavoro (“Più alternanza. Più formazione” il titolo della petizione). C’è da immaginarsi che questo appello non resterà inascoltato: saranno molti i dirigenti che cercheranno di mantenere invariato (o comunque di ridurre solo in minima parte) il numero delle ore di alternanza. Le recenti modifiche alla normativa scolastica lo consentono. Come garantiva il ministro Bussetti in un’intervista a Il Giornodel 24/11/2018, “nessun passo indietro e nessuna intenzione di abolirla (…) puntiamo a rilanciarla”: l’alternanza resta, cambia solo nome (“Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”) e sarà articolata diversamente scuola per scuola (sappiamo bene, per esperienza, che tutto, alla fine, dipenderà dalle pressioni delle aziende e delle industrie locali).
Infine, se in campagna elettorale avevano promesso il tempo pieno e tuonato contro la “Buona scuola”, una cosa finora è certa: il tempo pieno non è stato potenziato e l’impianto della “Buona scuola” resta e, per certi versi, si aggrava: nessuna messa in discussione dei super-poteri dei dirigenti scolastici (che hanno, anzi, ricevuto un cospicuo aumento stipendiale di più di 500 euro al mese!) né dell’organizzazione del personale secondo modalità aziendali (staff, pochi premi per pochi “meritevoli”, ecc).
 
Regionalizzazione: la ciliegina sulla torta
Oggi è in corso un nuovo, pesante attacco alla scuola pubblica. Su pressione delle Regioni più ricche del Nord – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – governo e Parlamento stanno procedendo spediti con l’accelerazione dell’autonomia regionale in materia di istruzione (“Autonomia differenziata”). Lo scopo è quello di rendere possibili percorsi educativi, modalità di reclutamento del personale, sistemi di valutazione e retribuzione del personale differenti da regione a regione. E’ chiaro che si viene incontro, ancora una volta, all’esigenza di azionisti e industriali: quanta più autonomia avrà l’istruzione a livello territoriale, tanto maggiori saranno le opportunità per i capitalisti di condizionarla a loro piacimento. Se in una regione si avrà interesse a potenziare le ore di alternanza per venire incontro alle richieste dell’industria meccanica, non si dovrà aspettare una legislazione nazionale: basterà imporre a livello regionale un aumento delle ore di alternanza (comunque esse si chiamino), magari a scapito degli “inutili” programmi delle singole materie. Gli insegnanti potranno avere carichi di lavoro e trattamenti economici differenti da regione a regione e si potrà persino valutare di finanziare ulteriormente le scuole private (come se non godessero già di abbondanti risorse pubbliche!). Le più penalizzate saranno le scuole del sud: la regionalizzazione diventerà il pretesto per ridurre ulteriormente i finanziamenti statali e a rimetterci saranno anzitutto gli istituti delle zone più povere e meno industrializzate del Paese.
Nell’intesa firmata dai sindacati col governo non esiste nessuna messa in discussione né ritiro dei progetti di “Autonomia differenziata”, né è previsto il ritiro dei progetti presentati da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna: ci si limita a dire che il contratto nazionale non verrà (per ora) smantellato (grazie tante…) e che il sistema di reclutamento sarà “uniforme” sul territorio nazionale (uniforme è diverso da unico).
Non ci stupisce che le direzioni di Cgil, Cisl, Uil e compagnia abbiano alla fine deciso di rinunciare persino alla battaglia contro il progetto di regionalizzazione. E’ bene ricordare, infatti, che tale progetto non nasce, originariamente, da un’idea dei “sovranisti” ora al governo. E’ stato per la prima volta presentato nel 2017 e ha avuto ufficialmente il via nel febbraio 2018 con la firma di accordi preliminari tra le Regioni e il governo allora in carica (Gentiloni). Nelle stesse settimane, mentre cresceva nelle scuole la mobilitazione delle maestre diplomate e si discuteva del rinnovo contrattuale, le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil (poi seguite da Snals e Gilda) hanno firmato un vergognoso rinnovo contrattuale (senza nemmeno un’ora di sciopero!) accettando tutto l’impianto della “Buona scuola” con anche qualche aspetto peggiorativo (blocchi dei trasferimenti, inasprimento del codice disciplinare, ecc), in cambio di un risibile aumento stipendiale di meno di 40 euro al mese.
Gli effetti di quella decisione nefasta sono oggi sotto gli occhi di tutti nella scuola: la lotta delle maestre non ha potuto saldarsi con quella degli altri lavoratori della scuola per il rinnovo contrattuale ed è rimasta isolata e debole; il personale della scuola continua a ricevere stipendi molto bassi (tra i più bassi d’Europa); i processi di regionalizzazione sono proseguiti indisturbati, prima all’ombra del governo Gentiloni e ora del governo Conte.
La giornata del 17 maggio deve restare una giornata di sciopero e mobilitazione del mondo della scuola: le sigle del sindacalismo di base hanno deciso di mantenere lo sciopero; settori di base della Cgil, insieme con diverse associazioni di lavoratori della scuola, hanno fatto appello ai sindacati ad annullare l’intesa col governo e a confermare lo sciopero.
La scuola pubblica si difende solo costruendo un ampio movimento di lotta, che veda uniti lavoratori della scuola, degli altri settori del pubblico impiego e dei servizi, operai, studenti. Abbiamo tutti un nemico comune: il governo e i padroni che vogliono smantellare l’istruzione statale per finanziare i privati e le banche. Le burocrazie hanno già dato prova di stare dall’altra parte della barricata: tutto sta, ora, nella nostra capacità di costruire una mobilitazione al di fuori del loro controllo.
 


(1) Ricordiamo che il ministro dell’Istruzione Bussetti ha partecipato al Congresso mondiale della famiglia di Verona insieme con l’ultra-destra reazionaria e bigotta.

martedì 8 gennaio 2019

No alla regionalizzazione del sistema scolastico



A tutti gli insegnanti, i dirigenti scolastici, il personale ATA
A tutte le associazioni in difesa della scuola pubblica statale
A tutte le persone legate ai valori dell’unità della scuola e della Repubblica 

Proposta di costruire insieme una 
Conferenza Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione del sistema scolastico

Il 15 ottobre scorso, durante il convegno che si è tenuto a Torino in occasione delle giornate nazionali di mobilitazione attorno all’ “Appello per la scuola pubblica”, un tema ha fatto irruzione nel dibattito: il pericolo imminente della regionalizzazione del sistema scolastico in Veneto, con la Lombardia e l’Emilia Romagna che si preparerebbero a seguire la stessa strada. Il  21 dicembre, il Consiglio dei Ministri ha presentato il progetto di “autonomia differenziata”, compiendo così il primo passo allarmante in questa direzione.
Tutti possono comprendere la gravità di questo nuovo attacco alla scuola pubblica statale, un attacco che riguarda più in generale l’unità del nostro Paese, delle conquiste e dei diritti.
Certo, regionalizzare la scuola vorrebbe dire portare un nuovo colpo micidiale al diritto all’istruzione uguale per tutti, ai titoli di studio, ai contratti degli insegnanti e del personale. Ma la scuola della Repubblica, con la sua unità, con il suo territorio culturale omogeneo dal nord al sud del Paese, rappresenta qualcosa di ancora più importante: un collante contro le spinte alla divisione che emergono con sempre maggior forza negli ultimi decenni.
Di fronte a questo pericolo il convegno del 15 ottobre ha lanciato un primo appello.
Ora pensiamo che non ci sia un minuto da perdere e che sia necessario rilanciare con un’iniziativa che unisca il mondo della scuola e tutta la società per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione dell’istruzione. 
Tutti sanno che cosa abbia significato la regionalizzazione della formazione professionale e, guardando oltre la scuola, della Sanità. D’altra parte, proprio nella conferenza di Torino abbiamo avuto modo di conoscere i danni che la regionalizzazione dell’istruzione in Trentino-Adige sta procurando.
E’ per queste ragioni che proponiamo a tutti gli insegnanti, i dirigenti, il personale della scuola, le associazioni, ma più in generale a tutti i cittadini legati all’unità della Repubblica e alla difesa della scuola pubblica statale di costruire insieme una Conferenza Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione del sistema scolastico, più o meno marcato, in Veneto come altrove.
In un momento così grave e importante, nulla può impedire di unirci su questo tema, per discutere, smascherare l’operazione e prendere iniziative concrete.
Noi siamo certi che la coscienza dell’importanza dell’unità della scuola della Repubblica sia viva in tutta la popolazione, in tutte le città e i comuni, fino ai più piccoli paesi o villaggi.
Certi dunque che si possa costruire insieme, possibilmente nel Veneto dove il pericolo è più imminente, un evento che sappia incidere sulla situazione, restiamo in attesa di un vostro riscontro.

Lorenzo Varaldo, dirigente scolastico, coordinatore “Manifesto dei 500”, Torino
Rossella Latempa, insegnante, promotrice “Appello per la scuola pubblica”, Verona

giovedì 20 dicembre 2018

Auguri di buon natale con una nota critica costituzinale in materia di pubblica istruzione alle proposte di regionalizzazione veneta in materia di istruzione scolastica differenziata.........

Mario Zorzetto





Dobbiamo essere capaci di coinvolgere in forme di propaganda culturale costituzionale (propaganda diretta incluso volantinaggio senza etichette di sinistra e di destra, non necessarie) tutte le forze democratiche di partito e di associazioni sindacali e altre (CGIL, Anpi, L&G, cittadinanza attiva, movimenti di studenti democratici etc) con il fine di criticare e demolire il senso comune che si è creato intorno a istruzione e scuola e università negli ultimi 30 anni di dibattito frutto di un cieco orientamento neoliberista globalizzato.
La preoccupazione cade ovviamente sul pensiero neoliberista in materia di istruzione e non sul fenomeno “naturale” della globalizzazione. Si deve rimettere al centro l’idea che l’istruzione è un bene primario per formare cittadini liberi e uguali e colti, oltre che specializzati, per liberarli dai più grandi mali che li affliggono, l’ignoranza e lo sfruttamento, per renderli capaci di forte autonomia critica riguardo diritti e doveri nei rapporti tra Stato e cittadini(cittadini dai gilets jaunes? : Il y a des gens qui souffrent, la société est trop inégalitaire.). Si tratta cioè di uno di quei beni di cui ciascuno ha bisogno per partecipare su una base di parità, se pur competitiva, alla vita pubblica e ai processi di formazione in cui sia democraticamente riconosciuto il merito; è il merito acquisito, senza protezioni, e riconosciuto legalmente dalla comunità locale, nazionale e se del caso internazionale, uno degli elementi essenziali del cittadino a garanzia della comunità per ricoprire ruoli civili e politici di crescente importanza. Quindi l’istruzione secondaria non può essere prevalentemente specializzazione di settore e deve,  anche nella sua fase più professionale, avere un elevato contenuto culturale generale necessario per formare cittadini di una società aperta, democratica e internazionale, in una parola una scuola costituzionale.
E’ chiaro che il merito di cui si parla necessita il riconoscimento con processi di valutazione i più uniformi, imparziali e ampi possibili e che lo stesso spazio nazionale o sovranista di riconoscimento di un titolo potrebbe apparire limitato e ristretto in una comunità globalizzata sempre più ampia.  Si ha quindi l’impressione che le proposte culturali neoliberiste nell’istruzione degli ultimi anni ci pongano di fronte ad un insieme di idee e considerazioni inattuali rispetto un mondo aperto a forme di comunicazione social o di lavoro internazionali. Per farvi capire cosa intendo con inattuali  basti pensare all’importanza della lingua inglese nel mettere in comunicazione uno studente italiano con un collega belga, lettone, polacco o norvegese, e come tale confronto di parole e di idee sarebbe invece impedito se ognuno di loro si esprimesse nel suo dialetto. Appaiono quindi le proposte di regionalizzazione differenziata avanzate dalla Regione Veneto in materia di istruzione, in particolare con riferimento all’impegno orario di insegnamento della lingua veneta, o meglio dei suoi dialetti, per lo meno inattuali e risibili e legate ad interessi ed  esigenze particolari, a mala interpretazione turistico teatrale. E’ come andare a parlare in una piazza di Strasburgo in veneziano, un bel dialetto che i governanti veneti vorrebbero usare con un po’ di arroganza per convincere i loro partner europei ad essere compresi (Salvini vorrebbe dire a Junker “imbriagon” ed essere compreso senza bisogno di alcun interprete? Forse sarebbe meglio avere un idioma europeo comune). Se l’istruzione procede passando dal generale al particolare seguendo il percorso “prima gli italiani, e prima ancora i veneti e quelli del mio campanile “…….  la risibilità della cultura politica veneta in materia di proposte per l’istruzione è assicurata, e forse è meglio così, ma non credo sia questo il problema quanto quello dell’influenza dell’economia neoliberista nella istruzione.
La critica al campanilismo educativo trova una conferma nella valutazione INVALSI nazionale che riguarda una valutazione generale su tre materie  di importanza nazionale e internazionale quali italiano, matematica e inglese, anche se discutibile appare il suo uso calato dall’alto in corsi di studio che ricevono già una loro specifica valutazione: c’è il rischio di valutare due volte la preparazione…non s’ha da fare!  La prova d’esame si fa una sola volta, in modo imparziale e all’interno di essa sono da includere tutte le valutazioni “modello INVALSI” che il Ministero vorrà proporre, con ragionevole peso delle medesime nella valutazione generale della preparazione.
Nella scuola costituzionale devono avere prevalenza parole chiave come scuola unitaria, scuola attiva, scuola democratica, sapere disinteressato, indipendenza intellettuale degli allievi, la scuola deve “preparare dei giovani che abbiano un cervello completo” prima che specializzato, un cervello profondamente critico, orientato ad una comprensione universale dei problemi della società umana, eventualmente ironico e contestatore come fu il pensiero di molti illustri personaggi  (Bertrand Russel o Luther King o anche scienziati come Albert Einstein et) a cui sono state dedicate le scuole che frequentano, un cervello abituato al confronto critico tra le esigenze dell’io e quelle della collettività intesa nel senso di Stato.
Ecco invece le parole chiave della istruzione differenziata nella discussione attuale: società della conoscenza, conoscenza dei mercati, capitale umano, sviluppo economico, merito inteso come capacità di adattamento alle esigenze di mercato e al loro sviluppo di nuove up, scuola delle competenze, competenze chiave, soft skills,  valutazione secondo richieste di mercato, valutazione fatta dai mercati.
L’attualità di queste parole è semplicemente dovuta ad un eccesso di “progresso materiale” in campo economico su quello spirituale e umano in generale che vuole nascondere i crescenti conflitti sociali, l’incremento delle disuguaglianze economiche e la consapevolezza  che le regole per la ricchezza di pochi sono regole per l’impoverimento dei molti cittadini del mondo globalizzato: la ricchezza dei primi è negativamente correlata allo stato economico degli altri. E’ allora evidente  che si devono istruire i cittadini  a rinunciare a discutere della scuola e delle politiche scolastiche all’interno delle grandi categorie del pensiero politico: uguaglianza, disuguaglianza, diritti umani primari, diritti costituzionali della persona. E che si vuole progressivamente far accettare e ridurre il ragionamento alle categorie dell’economia. Per cui la scuola e la formazione sono diventate funzionali esclusivamente alla formazione di capitale umano non nel senso nobile e umanistico del termine, ma come elemento di produzione di consumi e come consumatore acritico  dello sviluppo e crescita economica dei paesi.In questa cultura la vita stessa della persona può ricevere un prezzo correlato alla sua capacità di produrre profitto a dispetto di tutte le dichiarazioni dei diritti umani vigenti.
La svolta avviene negli anni Sessanta, parte dagli Stati Uniti (Gary Becker, Human Capital 1964) con l’apparizione ubiqua dell’individuo razionale che investe oggi in formazione per avere redditi più elevati in futuro. Il successo dell’investimento si misura considerando il reddito aggiuntivo guadagnato e le scuole migliori sono quelle che fanno guadagnare di più i loro allievi e coloro che hanno investito in quelle scuole. In questa logica anche le scuole vengono messe in competizione tra loro per offrire i migliori servizi agli studenti i quali però saranno soggetti a “tassazioni di iscrizione” crescenti  e a sacrifici spostandosi nelle scuole migliori. E’ evidente che questo tipo di scuole e istruzione si addice alle scuole private e alle classi benestanti e non possono essere il riferimento e il modello dell’istruzione pubblica e della scuola costituzionale di cui agli art. 33 e 34 della Cost.   Il liberismo di GaryBecker apre dunque alla differenziazione scolastica tra ricchi e poveri, alla istruzione differenziata; alle scuole dei ricchi arriveranno finanziamenti privati etc…    secondo un processo che contraddice tutte le chiavi di interpretazione della Scuola costituzionale e gli interessi generali della istruzione collettiva

martedì 7 agosto 2018

Mancato il raggiungimento del numero di firme necessario per la presentazione delle Lip



Scadono nella giornata odierna i termini per la presentazione delle firme in calce alla Legge di iniziativa popolare “Per la scuola della Costituzione”.  Purtroppo dobbiamo constatare con amarezza che l’obiettivo non è stato raggiunto, poiché le firme al momento arrivate circa trentatremila, anche se sappiamo che diversi pacchi sono ancora in viaggio.
Quando saremo in possesso del totale delle firme raccolte, lo comunicheremo e rifletteremo e decideremo insieme sul da farsi.
Da subito un caloroso ringraziamento a quanti, in condizioni assai difficili, si sono generosamente adoperati nella raccolta per presentare il testo della Lip in Parlamento, anche al fine di riaprire una stagione di mobilitazione nelle scuole e nel Paese.
Continuiamo fermamente a credere nella bontà e nella giustezza dei contenuti della proposta di legge e continueremo a batterci perché possano essere realizzati.

Comitati Lip scuola

Roma, 6 agosto 2018 

venerdì 15 giugno 2018

La buona scuola è quella di chi lotta

Bilancio di sei mesi di mobilitazioni:
come proseguire?

Fabiana Stefanoni


I primi sei mesi del 2018 sono stati caratterizzati da importanti mobilitazioni nella scuola. Le maestre sono scese in sciopero e in piazza a più riprese, dando vita a combattivi comitati di lotta, locali e nazionali, per dire No al licenziamento di massa di quasi 60 mila insegnanti (in gran parte donne). Una lotta che ci ha visti in prima linea, sempre al fianco delle lavoratrici, nel tentativo di connettere la vertenza con altri settori di lavoratori in mobilitazione.
Una lotta non solo sindacale
La mobilitazione delle maestre è andata oltre il terreno meramente sindacale. Fin da subito ha assunto un carattere politico, in quanto sorta contro una sentenza della magistratura borghese (il Consiglio di Stato) che, a dicembre, aveva sancito l’esclusione delle maestre e dei maestri diplomati magistrali dalle graduatorie ad esaurimento (cioè le graduatorie che permettono una relativa stabilità nelle supplenze e che servono ai fini dell’assunzione a tempo indeterminato). La sentenza ha rappresentato un vero e proprio fulmine a ciel sereno: decine di migliaia di donne non più in tenera età (si tratta di maestre diplomate prima del 2002, età media 40-45 anni), spesso con anni di insegnamento alle spalle, si sono trovate da un giorno all’altro senza alcuna certezza per il loro futuro.
Si tratta, è bene ricordarlo, di donne in stragrande maggioranza di origine proletaria (gli istituti magistrali erano, allora, scuole per donne di umili origini: i figli dei ricchi andavano al liceo, mentre i figli dei proletari, soprattutto se donne, erano indirizzati alla “carriera” di maestri), tante di loro immigrate dal sud. Se si ascoltano le storie delle maestre diplomate che rischiano il licenziamento si sente parlare di madri disperate, che temono per il futuro dei loro figli (considerando anche che spesso i padri sono lavoratori licenziati o in cassa integrazione). Giustamente le maestre hanno definito questa vicenda un’emergenza sociale: i diplomati magistrali rischiano di tornare a una vita di estenuante precarietà, senza nessuna certezza per il futuro. Già sono in corso i primi licenziamenti: ad Aosta alcuni colleghi con contratto fino al 30 giugno o al 31 agosto dopo la sentenza di merito negativa hanno visto anticipato il licenziamento al 15 giugno. A ciò va aggiunto che la legge 107 voluta dal governo Renzi (“Buona scuola”) prevede il licenziamento dei precari della scuola allo scadere del 36esimo mese di servizio.
Tentativi di strumentalizzazione e manovre burocratiche
La lotta delle maestre ha visto una partecipazione combattiva di tantissime maestre, pronte a scendere in piazza e in sciopero, autofinanziando viaggi e trasferte anche in città lontane. Ma è una lotta che ha anche dovuto, fin da subito, scontrarsi con tentativi di strumentalizzazione politica e con squallide manovre delle burocrazie sindacali.
Hanno svolto un ruolo nefasto i tentativi di settori della destra politica (dalla Lega a Fratelli d’Italia) di strumentalizzare la mobilitazione delle maestre a fini meramente elettorali. Contando anche sull’appoggio dei dirigenti di un sindacato corporativo della scuola (Anief, il cui apparato si è arricchito organizzando migliaia di ricorsi spesso utili solo a spillare denari a una massa di disperati precari), i partiti di destra hanno cercato di cavalcare la rabbia delle maestre per raccattare qualche voto, promettendo alle lavoratrici il posto di lavoro nel caso fossero andati al governo. Fatto sta che ora che la Lega è al governo questa fantomatica soluzione non si vede, nemmeno all’orizzonte: così come i rappresentanti del precedente governo (ministra Fedeli in primis) si erano inventati la scusa che non era possibile fare nulla per le maestre in una fase di passaggio di governo, oggi i rappresentanti del nuovo governo Lega-M5S si inventano la scusa che ormai “è troppo tardi”.
Tutte scuse, appunto. I rappresentanti del precedente governo Gentiloni, mentre affermavano di non poter fare nulla per le maestre, non perdevano occasione per emanare decreti d’urgenza utili a difendere gli interessi dell’Eni in Africa (come il decreto per l’invio delle truppe in Niger, emanato a gennaio a Camere sciolte!) o per venire incontro alle richieste di Confindustria e dei banchieri (si pensi ai tanti decreti per rifinanziare la cassa integrazione – forma di finanziamento indiretto alle grandi aziende – o per salvare gli interessi delle banche). Similmente, il nuovo governo Conte inventa dei pretesti per non assumersi la responsabilità di un decreto che salvi il posto di lavoro a queste maestre: al massimo si parla di una soluzione di ripiego, che prevede precarietà e incertezza.
Se la destra fin da subito ha cercato di ostacolare la mobilitazione e l’unità delle lotte, non meno nefasto è stato il ruolo delle grandi burocrazie sindacali. Le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil (ma anche di altri sindacati “rappresentativi” nella categoria: Snals, Gilda e altri) non hanno proclamato nemmeno un’ora di sciopero per le maestre. Anzi, le hanno invitate a non mobilitarsi, spesso attaccando frontalmente le loro iniziative. Un atteggiamento vergognoso, che dimostra come questi grandi apparati si siano ormai trasformati in collaboratori dello Stato e delle aziende, sempre più distanti dalle esigenze della classe lavoratrice (come dimostra del resto nella scuola la recente firma a un vergognoso rinnovo contrattuale, senza proclamare nemmeno un’ora di sciopero).
Gravi errori poi non sono mancati nemmeno da parte delle direzioni dei più piccoli sindacati conflittuali. E’ un dato di fatto che le richieste delle maestre, discusse democraticamente in partecipate assemblee, sono state spesso disattese dalle direzioni anche di alcuni sindacati “di base”: da ultimo la richiesta delle maestre di proclamare uno sciopero a fine maggio, prima della chiusura delle scuole, è stata sostenuta solo pochi sindacati di base (solo la Cub ha proclamato lo sciopero, con il sostegno di Usi, Sgb e alcune federazioni dei Cobas scuola). E’ evidente che solo un’azione incisiva di sciopero, con manifestazione di massa, avrebbe consentito di mettere in campo l’azione di forza necessaria per respingere i licenziamenti. Le maestre non si sono arrese e hanno comunque organizzato il 29 maggio un combattivo presidio a Montecitorio, col sostegno attivo del Fronte di Lotta No Austerity: ma le responsabilità di quei dirigenti sindacali che hanno girato la testa dall’altra parte davanti alle richieste delle maestre non verranno dimenticate.
Continuare ed estendere la lotta L’estate non è certo il periodo migliore per rilanciare la mobilitazione: gli istituti scolastici sono chiusi o ci sono gli esami, durante i quali, a causa delle leggi antisciopero, non è possibile scioperare. Più in generale, la vergognosa legge 146 che impedisce lo sciopero a oltranza nel pubblico impiego e nei servizi cosiddetti essenziali ha inferto un duro colpo alla mobilitazione delle maestre: è una legge liberticida che subiscono sulla loro pelle anche i lavoratori e le lavoratrici dei trasporti, dei servizi, di tante cooperative. Una legge che è necessario abolire o, comunque, in prospettiva rompere con la lotta di massa per poter ridare ai lavoratori il diritto di sciopero che è stato loro scippato.
Nonostante tutte queste difficoltà, le iniziative di lotta delle maestre continuano: da Roma a Milano, da Bologna a Torino, sono tanti i presidi e le proteste delle maestre in programma in questi giorni. E’ fondamentale che la mobilitazione continui (indipendentemente dai provvedimenti del governo) e che si estenda, anzitutto a tutta la categoria: sono molte le ragioni per lottare contro questa cattiva scuola, a partire dalla vergogna dell’alternanza scuola-lavoro, che trasforma gli istituti scolastici in succursali delle aziende private (è notizia recente quella di uno studente di Firenze che ha perso la falange di una mano durante uno stage di alternanza!).
Sono molte altre le contraddizioni che stanno diventando esplosive nella scuola pubblica, non da ultimo l’inasprimento del sistema disciplinare (previsto dalla legge Madia, rivendicato dal nuovo governo e vergognosamente confermato nel rinnovo contrattuale) che prevede licenziamenti facili e sanzioni a danno del personale scolastico, spesso a discrezione dei dirigenti. Basta pensare al vergognoso attacco a Lavinia Cassaro, la maestra di Torino licenziata in tronco per aver urlato la sua rabbia contro dei poliziotti durante una manifestazione antifascista: una sanzione vergognosa e arbitraria che ha anche lo scopo di intimorire le lavoratrici e i lavoratori della scuola in lotta. Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un’insegnante viene licenziata per aver “offeso” dei poliziotti durante una manifestazione: una decisione degna di un regime di polizia, a dimostrazione di come le cosiddette libertà individuali difese dalla Costituzione della repubblica borghese, tanto rivendicata anche da settori di movimento, siano solo vuote parole a servizio degli interessi del sistema capitalista.
Affinché le lotte contro la privatizzazione e aziendalizzazione dell’istruzione pubblica possano vincere è fondamentale che si uniscano a quelle delle altre categorie di lavoratori: dai trasporti alle fabbriche, dalla logistica alla sanità e a tutto il pubblico impiego. Fondamentale sarà anche la ripresa, in autunno, delle mobilitazioni studentesche. Solo a partire dalla costruzione di un ampio fronte di lotta e di classe sarà possibile creare i rapporti di forza necessari per cacciare il nuovo governo padronale di Lega e M5S, che ostenta ogni giorno di più il proprio volto razzista e autoritario.

sabato 19 maggio 2018

SEGNERI (M5S) "E’ NECESSARIO E URGENTE INDIRE UN NUOVO BANDO PER LE PULIZIE DELLE SCUOLE"


On. Enrica Segneri MoVimento 5 Stelle



“Giovedi scorso i lavoratori addetti alle pulizie dei plessi scolastici del lotto 5 (province di Latina e Frosinone), hanno manifestato davanti la sede del Miur per rivendicare il loro diritto al lavoro e ad essere retribuiti. Durante la mattinata è stato indetto dal MIUR stesso un tavolo d’urgenza in cui ho partecipato insieme al mio collega Raffale Trano e ai sindacalisti delle sigle Filcams Cgil, Uiltrasporti Uil e Fisascat Cisl.

A seguito della revoca dell’appalto alla RTI (Rete Temporanea d’impresa) formata da Maca (capofila), Smeraldo e Servizi Generali, da parte di Consip nel dicembre scorso, “per gravi inadempimenti nella condotta e gestione del contratto (tra cui il mancato pagamento degli stipendi dei lavoratori)”, la situazione si trova ora in grave stallo.

Il Miur in questi mesi è intervenuto con un provvedimento che dà mandato ai dirigenti scolastici ai pagamenti in surroga dei lavoratori, pagando gli arretrati fino a dicembre 2017. Questo grazie al lavoro in sinergia che il MIUR sta attuando con l’Ispettorato del lavoro di Frosinone e Latina e con le sigle sindacali.

Ad oggi in provincia di Frosinone hanno aderito ai pagamenti in surroga 52 circoli su 59, i lavoratori sono in attesa di una totale adesione dei dirigenti. In provincia di Latina, sembrerebbe che la situazione si stia sbloccando in queste ore.
Nel frattempo la Maca ha impugnato sia la revoca dell’appalto contro Consip, sia i provvedimenti del MIUR. A giorni la sentenza del Tar di Latina.
I sindacati in queste ore denunciano che durante scioperi e manifestazioni, i lavoratori nelle scuole verrebbero sostituiti da interinali forniti proprio da Maca. La situazione sarebbe totalmente fuori controllo e priva di qualsiasi legalità. Oltre il danno la beffa. Una situazione inaccettabile che segnalerò all'ANAC e al MEF.
Intanto è stato convocato per lunedì prossimo un nuovo incontro presso il MIUR.”

martedì 27 febbraio 2018

Iniziano i corsi dell'Università Popolare di Veroli.

Luciano Granieri



A partire dal prossimo mese di marzo, avrà  inizio il progetto “Corsi per  te”, primo ciclo di seminari organizzato dall’Università Popolare di Veroli. Nata da un’idea di Mario Catania, già membro dell’Osservatorio Peppino Impastato, con la collaborazione di altre associazioni e del Comune di Veroli , l’Università Popolare di Veroli, intende aprire  la collettività  a conoscenze specifiche, che professionisti, insegnanti, donne e uomini di cultura , intendono condividere, per l’appunto, con  il popolo. Così come accadeva alla fine del 1800, quando  istituzioni popolari simili  s'incaricavano di istruire un numero sempre crescente di cittadini in disagio economico,  allo scopo di   trasmettere quelle  conoscenze e saperi  necessari a  realizzare completamente una dignità sociale uguale per tutti. 

Spesso nei nostri interventi di carattere politico  abbiamo sottolineato come nell’attuale società a capitalismo maturo, la sciagura maggiore è quella di non saper più condividere. L’individualismo sfrenato - inoculato dalle ragioni del mercato  nelle dinamiche sociali,  per rendere gli individui sempre più soli, indifesi e concorrenti l’un l’altro nella promozione di quell’orrendo totem liberista  definito come capitale umano  - ha prodotto effetti devastanti. 

Il concetto di messa in comune, di mutualismo è un retaggio del passato.  Constatare come il continuo ed inarrestabile allargarsi  delle diseguaglianze  porti alla barbarie non basta, se non si pongono in essere azioni concrete per incidere su tali squilibri. Non solo redistribuzione del reddito, ma anche messa in comune di risorse.  Questo potrebbe essere un primo significativo  passo contro la barbarie ed  è  ciò che intende perseguire l’Università Popolare di Veroli.  

Conoscenze e saperi sono le risorse che i docenti,  coinvolti nel progetto ,  intendono condividere con la popolazione.  Dalla storia alla psicologia, dalla Costituzione Italiana, alla storia dell’arte, all’archeologia, passando per l’informatica, le lingue straniere, le arti, letteratura, musica, teatro, danza,   tradizioni locali, l’Università Popolare di Veroli si propone di  mettere a disposizione di tutti, senza distinzione di censo,  e  di grado d’istruzione, un patrimonio di conoscenze utile al pieno sviluppo della persona umana come da art. 3 della Costituzione. 

L’interazione che si vuole creare intende travalicare il rapporto fra docente  e discente.  Non è solo la messa in comune di conoscenza, ma anche la condivisioni di passioni, di pensieri, di opinioni.  L’obbiettivo è quello di costruire un luogo comune di socializzazione, una nuova agorà, così come è descritto nell’opuscolo di presentazione del progetto.  

Immagino la nascita di una nuova Congo Square,  la piazza di New Orelans dove, fra la metà e la  fine dell’’800  del secolo scorso, gli schiavi neri africani si riunivano con i loro strumenti a percussione ed incontravano  gli immigrati europei , i loro strumenti a fiato, la tradizione bandistica militare, tipica dei Francesi giunti in epoca napoleonica, e  lo straordinario patrimonio del melodramma italano. Tutti insieme in quella piazza posero le basi per la  nascita di una forma musicale assolutamente originale e rivoluzionaria, il jazz.  

Per questo ho risposto con entusiasmo all’invito di Mario Catania di partecipare al progetto e lo ringrazio per avermi concesso questa opportunità . Anzi sono orgoglioso di comunicare e condividere la mia passione per il jazz e la storia americana del ‘900, con tutti coloro che vorranno partecipare ai miei incontri.  Ma soprattutto mi preme invitare la collettività tutta  a frequentare  i  seminari. Non mi resta, quindi,  che augurare un grosso in bocca al lupo a tutti, docenti e partecipanti.  Vi aspetto numerosi all’Università Popolare di Veroli.

Per accedere al programma dei corsi clicca QUI

domenica 18 febbraio 2018

Ecco come ribaltare il classismo della scuola italiana

Marina Boscaino 

La proposta. 
L'alternativa alla "Buona Scuola" di Renzi e del Pd esiste e si chiama Lip: una legge di iniziativa popolare, frutto di un lungo percorso di elaborazione democratica, che prospetta un altro mondo per gli studenti, i docenti, i lavoratori e i genitori.


Ha ragione Piero Bevilacqua a sottolineare la «distrazione» nell’attuale campagna elettorale rispetto a un tema strategico come quello dell’istruzione. Esiste però un testo che affronta la decostituzionalizzazione intenzionale cui la scuola è soggetta da 20 anni.
Si tratta della Lip (legge di iniziativa popolare) Per la scuola della Costituzione. L’8 settembre è stata depositata in Cassazione e da qualche giorno è iniziata la raccolta delle firme per proporne la discussione parlamentare. 37 articoli, che abrogano gran parte della normativa degli ultimi 15 anni, dalla riforma Moratti, alla Gelmini, alla «Buona Scuola», tentando di riportare la scuola al modello dettato dagli artt. 3, 9, 33 e 34 della Carta.
Non solo abrogare, dunque, ma anche ri-costruire e ri-portare la scuola all’altissimo rango di organo costituzionale, quale fu pensata – non a caso – nell’Italia che risorgeva sui principi dell’antifascismo. La Lip non si propone di intervenire su tutti gli aspetti della normativa scolastica, ma di disegnare un’idea di scuola. Vi si parla di gratuità e di inclusione, perché la scuola è lo strumento che la Repubblica ha in mano per «rimuovere gli ostacoli»; di laicità (sono vietate le cerimonie di culto negli edifici scolastici; l’IRC è in orario extracurricolare; viene abolito l’inserimento delle scuole paritarie private dal sistema nazionale di istruzione); si prevede un rapporto alunni-docente che scongiuri per sempre le classi pollaio; l’unico insegnamento obbligatorio esplicitamente previsto (la legge non si occupa di programmi e discipline) è quello di Costituzione e cittadinanza; diritto allo studio e all’apprendimento; sapere disinteressato ed emancipante; si rende obbligatorio il terzo anno di scuola dell’infanzia, in previsione della generalizzazione; si abrogano i test Invalsi e il voto numerico alla primaria e alle medie; si ripristinano tempo pieno e prolungato; si riconducono alla loro centralità gli organi collegiali, riaffidandogli prerogative che sono espressione della democrazia scolastica; il biennio è unitario, posticipando così la scelta della scuola superiore – troppo spesso compiuta su base socio-economica – di due anni e garantendo i saperi imprescindibili per tutti più a lungo; l’obbligo al termine della scuola superiore, in modo che la scuola riprenda ad essere ascensore sociale e garanzia di pari opportunità per tutti, nessuno escluso; un presidente del collegio sovrano, eletto dai docenti, affiancherà il dirigente scolastico, con funzioni amministrative; l’autonomia scolastica viene riportata nel suo alveo costituzionale, quello del principio della libertà dell’insegnamento, strumento dell’interesse generale.
L’alternanza scuola lavoro diventa un «percorso di cultura del lavoro», obbligatoria per tutti gli indirizzi di scuola superiore, organizzati dalle scuole, che «possono prevedere, sia l’intervento in aula di esperti/e, oltre a quello degli insegnanti curriculari, sia l’inserimento del/la singolo/a allievo/a in realtà di lavoro e di ricerca nel rispetto degli artt. 2, 35 e 36 della Costituzione». Si effettuano al fine di «garantire agli studenti e alle studentesse attività coerenti con il loro percorso di istruzione, utili per acquisire gli strumenti critici necessari a comprendere non solo gli aspetti operativi della realtà lavorativa analizzata, ma anche il quadro dei diritti e delle responsabilità e il rapporto fra i processi produttivi ed economici e le implicazioni sociali e ambientali».
Grande attenzione, nel testo, al linguaggio di genere e alla purificazione da anglicismi e tecnicismi di matrice anglofona ed economicista. Si prevede di spendere il 6% del Pil nazionale, come da media dei paesi europei: anche per questo la raccolta si affianca a quelle – promosse dal Coordinamento Democrazia Costituzionale – per ripristinare il testo originario dell’art. 81 della Costituzione, eliminando l’equilibrio di bilancio; e per una legge elettorale proporzionale – per sanare tre ferite che gli ultimi parlamenti hanno inflitto alla democrazia nel Paese.
Ribaltare il paradigma corrente, privatistico e classista, disinfestare lo spazio culturale dal dominio del mercato, ricostruire l’equilibrio di diritti e poteri, restituire il sistema scolastico alla funzione di promozione del pensiero critico e della cittadinanza consapevole: questo e tanto altro nel testo che troverete in www.lipscuola.it.

fonte: il manifesto 18/02/2018

lunedì 11 dicembre 2017

Un viaggio dentro la scuola della Costituzione.

Luciano Granieri Portavoce Comitato 4 dicembre per la Costituzione



Mercoledì 13 settembre alle ore 17,30, presso  la Saletta Centro della Arti  di Via Matteotti a Frosinone, si terrà un incontro divulgativo sulla “scuola della costituzione” .  Il titolo dell’assemblea non è altro che il nome della legge d’iniziativa popolare (Lip), per la quale dalla metà di gennaio verranno raccolte le firme allo scopo di presentare il testo all’esame  del Parlamento. L’incontro organizzato dalla Lip  scuola della Provincia di Frosinone, unitamente al Comitato 4 dicembre per la Costituzione di Frosinone  e alla sezione Anpi di Frosinone, vedrà come relatrice la Professoressa Marina Boscaino portavoce della Lip  scuola. La Professoressa Boscaino ha collaborato, insieme ai docenti del comitato nazionale,  alla stesura del dispositivo  e il suo intervento sarà fondamentale per capire perché sia  necessario portare in Parlamento una legge per la “scuola della costituzione”. Introdurrà l’argomento la professoressa  Daniela Mastracci della Lip scuola della provincia di  Frosinone. A presentare le  due ospiti sarà Luciano Granieri del Coordinamento 4 dicembre per la Costituzione.

La raccolta firme per le leggi d’iniziativa popolare sulla scuola   e sulla modifica dell’art.81 in Costituzione, è  parte delle attività pianificate dal Coordinamento Democrazia Costituzionale, unitamente all’impegno, attraverso il pool degli avvocati “antiitalicum”, di portare, il prima possibile, innanzi alla Corte Costituzionale il Rosatellum,  l’ennesime legge elettorale truffa. La straordinaria vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016,   ha dimostrato ancora una volta che la Carta del ’48 così come è concepita resta il documento fondante della nostra convivenza sociale ,   assicura l’eguaglianza , crea le condizioni per  preservare la dignità della persona umana. Ma come è noto quello straordinario documento, ancora in vigore, per quanto possa sembrare strano, è spesso sostituito da una Costituzione di fatto del tutto contraria ai principi sanciti dai costituenti.

La legge 107, denominata “buona scuola”, approvata dal  governo  Renzi  è un dispositivo privatistico, un sistema gerarchizzato in cui il preside caporale  decide  quali docenti reclutare e a quali mansioni destinarli, indipendentemente dalla loro branca d’insegnamento.  L’ingresso dei privati nella gestione degli istituti, unitamente agli sgravi fiscali destinate alle scuole paritarie, determinano la cesura  fra scuole per i ricchi e scuole  per i poveri. L’alternanza scuola-lavoro, finalizzata   ad assicurare  fantomatiche  competenze, è solamente una fornitura di mano d’opera gratuita ad aziende e multinazionali, già munificamente foraggiate dai governi nazionali. La scuola dovrebbe essere fonte di conoscenza, prima che di competenza.

La legge d’iniziativa popolare  sulla scuola della costituzione, rimette al centro i principi costituzionali di fatto negati dalla 107. “Concorre – come si legge al comma 2   dell’art 1- alla crescita e alla valorizzazione della persona umana, alla formazione del cittadino e della cittadina”.  Il comma 3 dello stesso articolo è la riproposizione testuale  dell’art.3 della costituzione .  Nella Lip scuola è prevista la partecipazione al governo d’istituto di docenti, educatori, personale ausiliario tecnico   amministrativo , studenti e genitori.  Non esiste il preside manager ma sono ampliati i poteri degli organi collegiali. Si definisce  una scuola plurale, laica inclusiva. E’ sancito che lo Stato debba garantire l’accesso gratuito agli istituti  statali di base e superiori, garantire  altresì la gratuità dei libri di testo e del trasporto scolastico. A tale scopo viene assicurato al sistema educativo un ammontare di risorse adeguate, non inferiore al 6% del prodotto interno lordo. Con questo programma  la qualità dell’istruzione è assicurata a tutti, ricchi e poveri.  


E’ dunque necessario che una scuola basata sui principi costituzionali torni a sostanziare il sistema d’istruzione del Paese. Per questo, a partire dalla metà del mese di gennaio, inizieremo a raccogliere le firme per imporre il testo all’esame del Parlamento ,  per questo   maggiore è la consapevolezza della cittadinanza sulla necessità di un’istruzione plurale, gratuita, di qualità, maggiori saranno le possibilità di sostituire alla scuola padronale definita dalla legge 107, un testo democratico utile ed indispensabile per la valorizzazione della persona umana.

martedì 19 settembre 2017

SCUOLA: PROTESTE IN TUTTA LA PROVINCIA. FGC «STUDENTI IN PIAZZA IL 13 OTTOBRE»

Gianluca Evangelisti, responsabile Provinciale Fronte della Gioventù Comunista.


Proteste e volantinaggi in diversi istituti della nostra provincia. Un inizio dell’anno scolastico movimentato che preannuncia manifestazioni durante l’autunno e iniziative di protesta degli studenti. A organizzare volantinaggi sul territorio provinciale i militanti del Fronte della Gioventù Comunista (FGC), che invita gli studenti ad “alzare la testa” e a lottare per una scuola diversa. 
«La scuola che viviamo è sempre più lontana dalle esigenze degli studenti, è una scuola di classe piegata agli interessi delle imprese e dei loro profitti» ha dichiarato Gianluca Evangelisti, responsabile provinciale del FGC «L’alternanza scuola-lavoro obbligatoria è la dimostrazione più chiara di questo stravolgimento: si permette ai padroni di sfruttare il lavoro gratuito di un milione e mezzo di studenti l’anno e risparmiare sulla formazione aziendale; si lascia alle imprese la possibilità di avere voce in capitolo sulla didattica e di sostituirsi allo stato nel finanziamento delle scuole. Mentre avviene tutto questo il diritto a un’istruzione di qualità è limitato o negato alla maggioranza degli studenti, tanto che un giovane su sei non riesce a finire il proprio percorso di studi. Questo modello educativo non valorizza le capacità degli studenti ma li educa alla precarietà e a un futuro di rassegnazione».
«Non abbassiamo la testa di fronte a tutto questo, abbiamo bisogno di un’educazione diversa e siamo determinati a conquistarla» conclude Evangelisti «Ci mobilitano fin dai primi giorni di scuola per organizzare la manifestazione del 13 ottobre, ricordando che anche da piccole province come la nostra gli studenti sono pronti a lottare  Organizziamoci e lottiamo per rivendicare una scuola che sia davvero a misura di studente, al servizio di noi futuri lavoratori e non delle imprese private. Cominciamo questo anno scolastico a testa alta, perché è più che mai necessario rispondere agli attacchi sistematici portati avanti contro il nostro futuro».


sabato 20 maggio 2017

Contro i test Invalsi e la didattica per quiz



Appello
 Sono passati due anni da quel 5 maggio di ribellione in cui 650.000 docenti, studenti e lavoratori della scuola pubblica scesero in piazza per difendere la dignità e il proprio ruolo educativo. Ignorando la loro totale avversità, Renzi ha poi varato una riforma che riduce a merce un diritto inalienabile e stravolge la funzione della scuola nata dalle norme della Costituzione, pochi mesi fa salvata da un sussulto popolare.
Rientrata la protesta, complici le confederazioni sindacali, i docenti subiscono gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica inaccettabile, benché “legalizzata” dalla 107, perché calpesta principi deontologici inderogabili e preordina i destini di studenti e studentesse.
Invise tanto agli studenti, che vedono spesso pregiudicata la loro carriera scolastica da un rilevamento istantaneo e arbitrario, quanto ai docenti, costretti ad “addestrare” alla risoluzione dei test, le prove asfittiche e costose vengono imposte con minacce e intimidazioni da dirigenti, dotati di nuovi poteri coercitivi. Salvo rare eccezioni, questi ultimi vantano inesistenti benefìci dei test, ripudiati perfino dai loro inventori, o parlano di prassi “ormai” consuetudinaria.
La consuetudine però non può surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche e la reiterazione di pratiche o comportamenti non ne configura la liceità o la bontà.
La scuola non può accogliere uno strumento che non ha contribuito ad elaborare, né subire la logica ricattatoria di istituzioni che fanno della rinuncia alla libertà di insegnamento e apprendimento la condizione per l’erogazione dei fondi dovuti.
(…) Come docenti, pretendiamo di rendere i giovani indipendenti e critici, nel giudizio e nel pensiero. Ci chiediamo come si possa cadere nel paradosso di punire gli studenti perché rifiutano di essere conformisti. Ci chiediamo che stima gli alunni possano avere di noi, quando ci vedano proni alla violenza di chi manda in classe un valutatore che li marchia per venderli sul mercato.
Ci chiediamo che idea si possano fare di noi come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta leggerezza e pavidità all’essenza del nostro lavoro, alla passione per l’insegnamento inteso come atto creativo e alla collegialità democratica, che ne è, al contempo, presupposto e riflesso.
Vogliamo denunciarlo alla società civile: l’Invalsi non è strumento tecnico, ma sistema di controllo sociale nato dall’ideologia neoliberista. I suoi teorici e i politici al loro servizio ripetono ossessivamente che la Scuola deve “prendere atto” di cambiamenti presentati come il portato di una volontà metafisica, e che sono, invece, frutto di scelte economico-politiche regressive e congiunturali.
Noi sosteniamo che la scuola non debba prendere atto, ma prendere posizione su quanto la coinvolge e vuole travolgerla.
Ci rivolgiamo all’università, alla scuola, ai precari, demansionati e costretti a trasferirsi; ci rivolgiamo ai genitori, agli studenti, a quanti il 4 dicembre hanno difeso la Costituzione: chiediamo di sottoscrivere questo documento, per innescare un processo di critica radicale alla didattica per quiz e all’impianto classista della “Buona Scuola”.
In questo desolante panorama politico, che fa della crisi economica l’alibi per azzerare diritti e partecipazione democratica, abbiamo un’enorme responsabilità: quella di resistere a chi vuole esautorarci agli occhi delle generazioni che crescono, per dealfabetizzarle, ingannarle e sfruttarle. Eluderla, sarebbe un’inespiabile colpa.

Promotori

Coord. Precari Scuola Napoli; Docenti in lotta contro la L. 107; Cobas Scuola Napoli
(Per adesione scrivi qui)

Firmatari

Giuseppe Aragno, storico, Napoli; Piero Bevilacqua, storico, “la Sapienza”; Amalia Collisani, Musicologia, Univ. di Palermo; Lidia Decandia, Univ. di Sassari; Paolo Favilli, Univ. di Genova; Laura Marchetti, Univ. di Foggia; Ugo Maria Olivieri, “Federico II”; Enzo Scandurra, Architettura, “la Sapienza”; Lucinia Speciale Univ. del Salento; Luigi Vavalà, liceo “De Sanctis”. Trani.

sabato 10 ottobre 2015

Annibaldo de Ceccano, ma pure de Carpineto e de Arnara. I docenti del Liceo scientifico e linguistico di Ceccano protestano per la decisione del Comune di intitolare la scuola al nobile del 1.200

Docenti del Liceo
Scientifico e Linguistico di Ceccano



Nel pomeriggio di ieri (9 ottobre 2015), presso il Liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano, si è riunita una folta rappresentanza di docenti in assemblea straordinaria per discutere sulla deliberazione della Giunta Comunale del 1 settembre scorso, relativa al procedimento di intitolazione dell’istituto fabraterno. Dal dibattito è emerso che l’amministrazione comunale, a dispetto di ogni norma e regola inerente la procedura – che è stata puntualmente rispettata e messa in atto dagli organi competenti della scuola – non si è limitata ad esprimere un parere sul nome proposto dal liceo (Maria Gaetana Agnesi, matematica e poliglotta settecentesca), ma ha proposto di fatto l’intitolazione della scuola alla trecentesca “gloria” locale cardinale Annibaldo de Ceccano, oltrepassando la propria sfera di competenza, e delineando così una sorta di inverosimile anomalia rispetto al corretto iter. I docenti, in modo unanime, hanno espresso forti riserve sull’accaduto, ribadendo in prima istanza l’autonomia della scuola, che non può tollerare di essere “scavalcata” in nome di una totale noncuranza (o ignoranza?) delle più elementari regole democratiche. Aggiungendo poi, in seconda istanza, che le iniziative culturali e didattiche che la scuola riserva da anni al contesto storico di riferimento del personaggio ceccanese, ivi compreso il viaggio di istruzione ad Avignone, hanno una valenza puramente formativa, e non sono mai state volte ad altre finalità collegate alla prospettiva di un’intitolazione o ad altro (ad esempio, il sostegno al programma culturale dell’assessorato alla cultura di turno). Il corpo docente ha concluso l’incontro auspicando una maggiore “indipendenza” da parte di ciascuna delle due istituzioni e un più sentito rispetto reciproco, soprattutto in relazione ad ogni forma di possibile  “strumentalizzazione” di progettualità e realtà appartenenti ad un ambito – non solo “locale”, bensì aperto ad un ampio circondario e ormai al mondo intero grazie alle nuove tecnologie - squisitamente educativo, culturale e didattico. 

sabato 3 ottobre 2015

Indetto dai COBAS lo sciopero generale della scuola per il 13 novembre

Piero Bernocchi  portavoce nazionale COBAS

Nessuna risposta al nostro Appello ai sindacati, che con noi hanno indetto i grandi scioperi di maggio-giugno, per un nuovo sciopero e una manifestazione nazionale contro gli effetti nefasti della legge 107 e per un forte recupero salariale

Convochiamo dunque per il 13 novembre lo sciopero della scuola, disponibili ad altre proposte di data che giungano in tempi rapidi, e ribadiamo l’importanza di una manifestazione nazionale


Scrivevamo nel nostro Appello (del 19 settembre) ai Cinque sindacati Cgil-Cisl-Uil-Snals-Gilda, che con noi hanno promosso e gestito i grandi scioperi di maggio-giugno nella scuola: “Si susseguono nelle scuole enormi assemblee unitarie che testimoniano la volontà diffusa di impedire la realizzazione degli effetti nefasti della legge 107…Ma docenti ed Ata segnalano con forza che non si può rinchiudere tale lotta solo nelle singole scuole e chiedono che i sindacati che hanno condotto lo scontro con la cattiva scuola di Renzi diano vita ad un nuovo e plebiscitario sciopero generale della scuola e ad una oceanica manifestazione nazionale”. E poi, preso atto che i Cinque avevano indetto una giornata di mobilitazione in tale data, proponevamo che “il 24 ottobre si svolga una grandiosa manifestazione nazionale a Roma, da gestire unitariamente; e che si convochi nella prima parte di novembre uno sciopero generale della scuola per la cancellazione degli effetti nefasti della 107 e per un forte recupero salariale per docenti ed Ata” di quanto perso negli ultimi anni e in particolare a causa di sei anni di blocco contrattuale.
Non abbiamo ricevuto risposte anche se sappiamo che i Cinque discutono da settimane, tra loro, sul da farsi. Poiché l’immobilismo non fa bene ai livelli di conflitto contro la cattiva scuola renziana né alla resistenza nelle scuole contro l’applicazione della 107, rompiamo gli indugi e convochiamo per il 13 novembre lo sciopero generale della scuola, ribadendo nel contempo la cruciale necessità che lo sciopero sia unitario per realizzare i livelli di partecipazione del 5 maggio e del blocco degli scrutini. Siamo quindi anche disposti a rivedere la data (entro la prima metà di novembre, comunque) di fronte ad una proposta avanzata dai Cinque in tempi celeri, e pure favorevoli all’estensione dello sciopero al restante Pubblico Impiego. Per la manifestazione nazionale riteniamo che la data preferibile resti il 24 ottobre. Qualora però ci sia disponibilità ad effettuare tale manifestazione in coincidenza con lo sciopero generale di novembre, potremmo accettare tale proposta, articolando anche noi la mobilitazione del 24 ottobre a livello regionale o interregionale. Ci auguriamo, dunque, che i tempi decisionali degli altri sindacati si accelerino e che si possa ricevere una risposta chiara ed ufficiale nei prossimi giorni.