Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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giovedì 26 agosto 2021

Sunshine i colori della musica, il nuovo libro di Diego Protani

  Luciano Granieri



Si terrà domani, venerdì 27 agosto, alle ore 21.00, a Frosinone, in Piazza Garibaldi la presentazione del libro di Diego Protani "Sunshine - I colori della musica " edito da “LFA Publisher”. 

Dopo il buon successo di Sulle labbra del tempo - Area tra musica gesti e immagini, scritto con Viviana Vacca per lo stesso editore (Vincitore dell' VIII premio nazionale di storia contemporanea Luigi di Rosa), lo scrittore, attraverso quest’ultima pubblicazione, completa la descrizione del variegato, e stimolante, quadro artistico-musicale di un’epoca storica , gli anni ‘60 e ‘70, dai forti contrasti sociali e culturali. 

Diego Protani, attraverso le interviste effettuate a musicisti di fama mondiale, codificatori emozionali di quei conflitti, rivela, grazie alla loro testimonianza, come il messaggio rivoluzionario di speranza in un mondo nuovo, presente in quei dischi ed in quei concerti, possa aver coinvolto intere generazioni.

Avremo l’opportunità di ascoltare, dallo stesso autore l’esperienza e le riflessioni che ne ha tratto nel raccogliere le impressioni di veri mostri sacri del rock, del blues, della psichedelia, del progressive, come, ad esempio, John Sebastian, Al Kooper , Leo Lyons dei Ten Years After , musicisti che suonarono al festival di Woodstock, ma anche di tanti altri artisti come Captain Beefhart, che ha collaborato con Frank Zappa

Il libro è aperto dalla prefazione di Bila Copellini, batterista dei Nomadi di Augusto Daolio dal 1965 al 1969, e contiene un’intervista a Mario Capanna

Modererà l’incontro Luciano Granieri e i Doctor Louis & the icebreakers offriranno il loro contributo musicale eseguendo brani rock e blues degli anni ‘60 e ‘70

Non mancate.



sabato 7 agosto 2021

Harlem, la rivolta è finalmente in onda

 Tratto dall'articolo di Antonio Bacciocchi su Alias del 7 agosto 2021


“We are black, we are beautiful, we are proud” urla il reverendo Jesse Jackson durante lo svolgimento del The Harlem Cultural Festival a Mount Morris Park (ora Marcus Garvey Park), a Harlem, New York.  

Una serie di concerti che andranno in scenda dal 29 giugno al 24 agosto dal 1969. Un festival, che svoltosi in contemporanea al ben più rinomato, famoso e storicizzato Woodstock, venne rinominato, sbrigativamente e superficialmente “Black Woodstock”. 

Parteciparono circa 300 mila persone al cospetto di nomi come: Stevie Wonder, Nina Simone, B.B King, Sly & The Family Stone, Chuck Jackson, Abbey Lincoln & Max Roach, The 5th Dimension, Gladys Night & The Pips, Mahalia Jackson, Chambers Brothers e tanti altri, presentati da Tony Lawrence. Il tutto venne accuratamente filmato e i nastri archiviati in attesa di un produttore che ne facesse buon uso. Ma il materiale è stato lungo (mezzo secolo…..) “dimenticato”, abbandonato ogni tentativo di farne un film probabilmente destinato ad essere rifiutato. 

Ahmir “Questlove” Thompson (membro del The Roots) è riuscito finalmente a mettervi mano e a ricavarne un documento spettacolare, realizzando probabilmente il miglior film musicale di sempre, Summer of Soul (or when the revolution could be not televised) il cui titolo, riassume alla perfezione contenuto e vicissitudini della pellicola.

 Ad esibizioni mozzafiato (un incredibile Stevie Wonder che si lancia in un funambolico solo di batteria, Nina Simone, catartica, solenne, spietata, Sly & The Family Stone che confermano di essere stati uno dei migliori act dei Sessanta, Gladys Night & The Pips, con una versione unica di I Heard It Through Grapevine, e quel saluto a pugno chiuso ballando, Mavis Staple che duetta con Mahalia Jackson in un gospel da brividi, David Ruffin che incanta con My Girl, Ray Barreto e Mongo Santamaria che portano il latin sound sul palco, mentre Max Roach porta il jazz e Mahalia Jackson lo spiritual) si uniscono interventi di spessore socio politico, interviste alle persone e agli spettatori, immagini della New York dell’epoca.

PAROLE CHIARE

Il reverendo Jesse Jackson parla alla folla, usa parole chiare, dure, incisive, sui diritti degli afroamericani. Gli artisti sono sempre elegantissimi, con look impeccabili, ricercati raffinati. Uno dei principali protagonisti è però il pubblico, quasi totalmente nero e locale. Elegante, composto, sorridente, partecipe, consapevole. Che fossero membri del Black Panther, o coppie di anziani, famiglie della borghesia nera più agiata, bambini che giocano, giovani di varia estrazione sociale, tutti sfoggiano estetiche esuberanti e raffinatissime, pulite, essenziali, fresche. Ridono, si divertono. La gente è coinvolta ma rispettosa, non si accalca, applaude, pensa, riflette, ha sguardi e sorrisi solari. E’ una festa.

 Immagini antitetiche al contemporaneo Woodstock, tra giovani presi in un utopico edonismo escapista, droghe, fango e finto ribellismo. Un vuoto che, alla luce di quanto poi si è verificato, appare oggi sconsolatamente evidente. Ad Harlem c’era invece consapevolezza, sguardo al futuro, necessità di cambiamento. Uno dei momenti topici, che riassume la divergenza tra il significato di Woodstock e dell’Harlem Festival, è quando Sly Stone alza il pugno gridando il refrain “I Want Take you Higher”. “Higher!. Il pubblico nero di Harlem risponde con il pugno, “Higher!” simboleggiando la speranza di riuscire ad innalzarsi dalla precarietà e dalla diseguaglianza. Quando Sly lo urla a Woodstock la platea bianca lo prende come un invito a “volare alto”, grazie alle droghe. Stessi giorni, stessi luoghi, più o meno.

Forse c’è un motivo di fondo per cui per tanto tempo è stato in qualche modo snobbato il contenuto culturalmente eversivo di questi filmati. Gli afroamericani che nel 1964, proprio ad Harlem, avevano incominciato devastanti e sanguinose rivolte per acquisire diritti ed equità sociale, si mostrano in queste immagini molto più “civili”, rispettosi e avanti rispetto a chi, nello stesso momento, mandava a morire migliaia dei suoi giovani in Vietnam o reprimeva le più che legittime istanze di parità. Lo stesso regista Questlove sintetizza bene il concetto: “Non volevo confrontare e contrastare Woodstock, ma è stato solo facendo questo film che ho pensato: Ohhh, ho capito. Woodstock in sé non è stato l’evento che ha cambiato la vita. L’evento che ha cambiato la vita è stato il film di Woodstock. 

Ciò che ha reso grande Woodstock è stato il fatto che è stato detto che Woodstock era fantastico”. Forse sarebbe stato lo stesso con il “Black Woodstock” se avessimo potuto vederlo ai tempi.


venerdì 25 settembre 2020

Jimi Hendrix e il referendum

 Luciano Granieri



Venerdì 18 settembre 2020 erano passati cinquant’anni dalla morte di Jimi Hendrix. Venerdì 18 settembre 2020 si svolgeva a Frosinone la kermesse di chiusura della campagna referendaria in favore del No al taglio dei parlamentari. 

Due accadimenti apparentemente  lontani fra di loro, ma non troppo. Già perché Jimi Hendrix - icona di un'era  conflittuale,  nonchè utopista del tempo a venire,  profeta della “violenza di seta” ovvero  il  conflitto portato avanti non con le pistole, ma con la forza dei riff, degli arpeggi fulminanti, degli amplificatori  “a palla”, lui figlio del sottoproletariato nero che con la sua chitarra  fiammeggiante (in tutti i sensi) scandiva il tempo  delle lotte dei movimenti contro la guerra in Vietnam, dei sit-in per le rivendicazioni sociali - era lì con noi. 

Era con noi, a nostra volta  figli di un sottoproletariato bianco, nero, giallo, rosso,  fatto di donne uomini , discriminati per orientamento sessuale e censo,  schiantato dalla perfidia e crudeltà irriducibile della dittatura neo liberista. Quel totalitarismo che da decenni attenta alla Costituzione, bollata come documento socialista e fuori tempo, ultimo baluardo in difesa dei diritti dei più deboli, per i quali la consolidata  teoria darwinian-liberista non prevede spazio di vita. 

Era con noi a difendere uno dei capisaldi della partecipazione democratica quale l’integrità del Parlamento, il cui depotenziamento, per ora numerico, ahimè ormai sancito, non sarà altro che il primo passo verso la piena legittimazione del GOVERNO “ESECUTIVO” delle varie J.P MORGAN di turno. 

Era lì con noi, band di popular-jazz-rock music,  riunita per l’occasione.  Un collettivo musicale aperto  che,  dopo  i comizi in favore del No, stava offrendo  il suo contributo in musica alla causa. Fra i vari brani da suonare  spunta il testo di “Little Wing” Pierluigi, l’amico chitarrista conosciuto solo poche ore prima, parte con le prime note,  Min  comincia a cantare. Noi dietro. 

“Little Wing”. Un brano conosciuto  da tutti, ma mai provato ed eseguito per la prima volta dalla band. Nonostante ciò l’esecuzione è stata precisa senza sbavature.......Eh si Jimi era con noi! E’ stato per me un onore celebrare uno straordinario personaggio nel  cinquantesimo della sua morte, suonando un suo brano...... e che brano!

Sono anche questi gli aspetti per cui è valsa  la pena fare una campagna referendaria che non è stata sufficiente a far prevalere le ragione del No, ma che personalmente mi ha arricchito moltissimo, culturalmente e politicamente.  Ringrazio tutti coloro, compagni, amici  e musicisti che hanno condiviso con me questo percorso. E non finisce qui.



sabato 5 ottobre 2019

Le stanze segrete del passato futuro. Secondo «Re Cremisi»

Guido Festinese. fonte "Alias" 05/10/2019






Anniversari/«In the Court of the Crimson King», esordio per la band di Robert Fripp, compie cinquant’anni. Ma non li dimostra. Il disco e il gruppo, attivo ancora oggi, sono considerati i capostipiti del genere noto come progressive rock

Qualcuno ha detto che i classici sono tali perché stendono le proprie idee a fondo nel passato, senza esser passatisti, interpretano il loro presente come se già fosse passata tutta la distanza di sicurezza necessaria per avere sguardo d’insieme, e lanciano sonde nel futuro che non rischiano alcun crash. E aggiungeremmo anche che uno scrittore oggi un po’ dimenticato, ma necessario come il marsigliese Jean Claude Izzo, scrisse una volta che è al futuro che bisogna fare domande. Perché senza futuro, il presente è solo disordine. Quanto appena segnalato vale anche per certe incisioni storiche dal mondo della popular music che oggi tutto si possono considerare, tranne che exploit più o meno casuali di effimera creatività giovanile. Parafrasando le citazioni iniziali: erano classici già nel momento in cui nascevano, avevano fatto tesoro di molte schegge di culture musicali (e non solo) precedenti, avevano già impostato sostanziose dosi di domande al futuro. Prendete l’allegorico Selling England by the Pound dei Genesis di Peter Gabriel, il misticheggiante Close to the Edge degli Yes, l’imprendibile e dolente The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. O il labirintico, dolcissimo e feroce assieme In the Court of the Crimson King. Uscito esattamente cinquant’anni fa, il 10 ottobre del 1969, lo stesso anno delle ultime fiammate di buone vibrazioni da Woodstock e del contrappasso del livore assassino di Altamont.



CLASSICO

Primo disco ufficiale e immediatamente «classico» da una formazione che c’è ancora, mezzo secolo dopo. E che ha cambiato così tante mute di pelle e squame rock da ritrovarsi oggi, per logica di paradosso assai consona allo spirito del leader Robert Fripp, identica alle origini, e completamente diversa. I King Crimson ci sono ancora. Sono un settetto di poderoso impatto con tre batterie: inusitato, nel rock. E cinquant’anni dopo, i brani simbolo di In the Court of the Crimson King risuonano ancora nel catalogo infinito di pubblicazioni dal vivo della creatura musicale di Fripp, e dunque pressoché in ogni concerto. Il 25 ottobe uscirà anche un cofanetto speciale di celebrazione. In Live in Mexico, monumentale e recente triplo cd dal vivo, sono presenti quattro brani su cinque del disco del ’69. Evidentemente avevano radici forti, presa saldissima sul loro presente, antenne perfettamente tarate sul futuro. Un futuro che siamo oggi noi, e anche chi verrà dopo di noi. Perché i classici sono scontornati dal tempo, pur sapendoci fare perfettamente i conti.
Dunque potrebbe aver ragione il critico musicale Edward Macan, quando ha scritto che il disco del ’69 «potrebbe essere l’album di rock progressivo più influente mai pubblicato». In the Court of the Crimson King nacque tra il giugno e il luglio del ’69. Non fu una creazione estemporanea, né una benedizione un po’ acida caduta dal cielo, come ama pensare certa critica più sentimentale che mette il progressive rock delle origini su una sorta di altare iperuranio. Prima dei King Crimson ci fu The Cheerful Insanity of Giles, Giles & Fripp: la «allegra punta di follia», dunque, di due Giles, Peter, bassista, e Michael batterista (poi nei Crimson), e del lunatico Mr. Fripp in persona. Psichedelia ineffabile, molto colorata e molto alla «Alice oltre lo specchio», quelle filastrocche sghembe che piacevano tanto anche a Syd Barrett dei primissimi Pink Floyd.


UNA NUOVA CREATURA

La nuova creatura, il Re Cremisi, nasce con altra forza, altra determinazione, altre mete. Intanto Fripp si mette in contatto con un altro bassista e vocalist, Greg Lake: hanno avuto lo stesso insegnante di chitarra, Greg ha talento e una voce splendente. Si porta dietro Michael Giles, che è già un batterista raffinato, con un tocco «jazzy» difficile da trovare all’epoca. Poi c’è Ian Mc Donald, eccellente fiatista e tastierista, che a sua volta porta in dote un ragazzo abilissimo con la scrittura, il poeta Pete Sinfield ansioso di mettere in musica i suoi testi: è lui a dare il nome, King Crimson. Ha studiato la cabala, la simbologia dei tarocchi, il buddismo, la psicologia junghiana, il misticismo sufi. È un pozzo di sapere «altro».
Dopo mesi e mesi di prove in una scantinato, i King Crimson debuttano il 9 aprile allo Speakeasy di Londra, la voce si sparge. Jimi Hendrix li ascolta al Revolution Club, e dichiara: «Sono il miglior gruppo al mondo». E non hanno ancora inciso una nota. La botta finale arriva prima di In the Court quando i Rolling Stones li chiamano ad aprire il loro concerto a Hyde Park per commemorare Brian Jones: si trovano davanti seicentomila persone, e loro scatenano una tempesta di suono intelligente e spiazzante, per quaranta minuti. Registrazione poi saltata fuori, peraltro. Alla fine la gente è frastornata, incuriosita e felice.


IN STUDIO

È arrivato il momento di incidere. Wessex Sound Studios, un mese di session, dal 21 luglio al 21 agosto, dopo aver provato il Morgan Studio: il loro manager per garantire tempo e risultati veri si ipoteca la casa, carta bianca al gruppo. La copertina, iconica e celeberrima, con il faccione grottesco del «re cremisi» urlante la disegna Barry Godber, pioniere della programmazione per computer. Morirà poco dopo averla firmata quattro mesi dopo, a ventiquattro anni: ancora oggi il bozzetto è su una parete di casa Fripp.
La concentrazione in studio è altissima, uno dopo l’altro nascono i cinque brani capolavoro. Fripp, nella sua superbia altezzosa lo sa, e da allora non farà nulla per nascondere il fatto di conoscere esattamente il valore di quanto scrive. Un passo oltre i capolavori colorati finali dei Beatles. Un disco come è stato scritto, bipolare: una prima parte rabbiosa e tesissima, a descrivere l’insopportabile disarmonia del mondo e un futuro piuttosto sinistro a venire, la seconda incantata e lunare. Parte 21st Century Schizoid Man, un riff ascendente ripetuto, con il bending sulle corde sempre più acuto e in dissonanza di Fripp, e la voce filtrata di Lake canta agghiaccianti storie premonitrici: «Un bagno di sangue, filo spinato/la pira funebre dei politici/innocenti stuprati con fuoco al napalm/Uomo schizofrenico del ventunesimo secolo/semenza di morte/l’avidità cieca degli uomini/I poeti muoiono di fame, i bambini sanguinano. L’uomo schizofrenico del ventunesimo secolo non ha nulla di cui abbia veramente bisogno». I Talk to the Wind è un’oasi stranita, una ballad apparentemente semplice che nasconde in realtà complesse stratificazioni ritmiche e accordali, Epitaph un instant classic del rock progressivo sinfonico, una scatola cinese che nasconde molte stanze segrete, con una sorta di ratio superiore che governa le dinamiche in continuo mutamento.
La seconda facciata inizia con il sussurro di Moonchild, quasi una dolcissima parafrasi della gershswiniana Summertime, ma diventa progressivamente una complessa, inusitata improvvisazione jazzistica: un orecchio alle note classiche contemporanee, uno all’avantgarde jazz. Il brano che intitola, con massicce dosi di mellotron a simulare intere sezioni orchestrali e un ritornello che, ascoltato una volta, non si dimentica più, si muove invece in quei territori inquieti e magniloquenti che decenni dopo definiranno «symphonic prog», la via intuita e non portata a compimento da Moody Blues e Procol Harum. Durerà poco, la formazione che incide il disco d’esordio più convincente di sempre. I King Crimson fanno spesso la muta. Ma risuonano ancora, quelle note. Nel Reame del Re Cremisi il passato è il futuro. E viceversa.


martedì 24 settembre 2019

Gimme Shelter, canzone intorno al mondo

Playing For Change



Gimmie Shelter è un brano che volevamo cantare da anni. Questa canzone esprime l'urgenza che tutti noi abbiamo di unirci in un unico pianeta e di renderci più saggi, con le parole "Bambini e guerra ad un tiro di distanza e....Amore e sorella ad un bacio di distanza". E' veramente molto semplice. Dedichiamo questa canzone agli ultimi, a coloro che non hanno una casa, a tutte le persone dimenticate in questo mondo. E' nella solidarietà l'uno per l'altro che la gente vive.

venerdì 13 settembre 2019

Contro il logorio della vita post-moderna sentitevi "City Night" dei Savoy Brown

Luciano Granieri




Avete presente quando non ne potete più di mettervi in competizione con gli altri per spuntare uno spicchio di vita decente, quando non vi  va nemmeno di litigare perché uno vi è passato avanti al banco alimentari di un super mercato, o vi sopravanza al bancomat fingendo di non avervi visto?

Ecco l’unica cosa che desiderereste , per sfuggire al “logorio della vita moderna”, come diceva la reclame, è rifugiarsi nelle solide certezze delle  proprie piccole passioni. Sono cose  apparentemente senza una grande importanza ma spesso rigeneratrici . Una di queste potrebbe essere ascoltare un disco capace di costruirti intorno  un nido  emozionale stimolante e rassicurante al tempo stesso .  

In particolare  per chi è appassionato di blues,  “City Night”, l’ultimo CD di Savoy Brown, pubblicato  dalla Quarto Valley Record, potrebbe essere il toccasana dopo una giornata  cosiddetta....  di  melma. Riff mozzafiato, smisurate corse di slide guitar, arpeggi da saltare sulla sedia, tutto ciò si trova nella quarantesima fatica della premiata ditta del chitarrista Kim Simmonds and Savoy Brown

Già quarantesima, perché il musicista  inglese  è  on the stage dal 1965  percorrendo in lungo ed in largo l’Inghilterra, gli  States  dove risiede dal 1980,   ed ogni angolo del globo. Ci troviamo di fronte alla più  longeva band di Rock Blues mai esistita.  Dopo oltre 50 anni e quaranta  album, la carica emotiva di questo corroborante pugno di navigati bluesman è rimasta intatta. 

Dal 65’ ad oggi,  a  fianco di Kid Simmonds, nei   Savoy Brown, si sono alternati tanti  musicisti,. Alcuni di loro qui  si sono fatti  le ossa per poi intraprendere   importanti carriere  come ad esempio Dave Walker dei  Fleetwood Mac. Molti gruppi famosi della scena blues hanno condiviso il palco con la band, ZZ Top e Doobie Brothers fra gli altri. Si può tranquillamente affermare che Simmonds sia stato un vero e proprio ambasciatore del blues in Inghilterra insieme ai Cream,   Fleetwood  Mac  e Jimi Hendrix. 

In City Night, oltre al cantante  chitarrista inglese, trapiantato in California,  si ascoltano  Pat DeSalvo al basso e Garnet Grimm alla batteria. Una line up che,  contrariamente alla tradizione di Savoy Brown,  in cui la turnazione di musicisti è  stata continua resiste   da 10 anni.  Sul fatto che non ci sia nulla da eccepire in merito alla tecnica  di Simmonds   basti dire che un suo brano è entrato nella colonna sonora del film  “Jimi Hendrix : All Is By My Side” girato nel 2013 e dedicato alla travagliata vita di Jimi. Ma anche DeSalvo e Grimm non sono da meno .  

Però  non è la tecnica, né la sperimentazione, che vanno  ricercata in “City Night”. Semplicemente ci si trova davanti ad un disco di  blues senza se e senza ma. Dentro c’è tutto. Vi piacciono le scintillanti svisate slide? Le trovate in   Walking On Hot Stones, Red Light Mama, ma anche in  Don’t Hang Me Out To DryConjure Rhythm   Simmonds va come un treno . Preferite un blues più classico? Neighborhood Blues è il pezzo . Oppure vi va di ascoltare rarefatte atmosfere del profondo sud? Niente di meglio che deliziarsi alle note di Superstitious Woman. Ma se il vostro  "crac" è  la miscela  esplosiva blues-rock  “sparatevi”  a tutto volume Hang In Tough, e Ain’t Gonna Worry. E se volete dimenarvi sotto i colpi di un potente  blues  dal martellante riff il brano è  “City Night” che da il titolo all’album. 

Insomma mettetevi davanti allo stereo, o al computer o a qualsiasi altro aggeggio e “fatevi di blue note!!!... 

Contro il logorio della vita post-moderna ascoltate City Night di Savoy Brown. Non vi piace il blues? Mi dispiace non posso farci nulla, io il consiglio ve l’ho dato. Vorrà dire che resterete perennemente incazzati come Salvini. Del resto il blues non è roba da neri?


lunedì 19 agosto 2019

Travolti da un'ondata musicale femminista

Luciano Granieri





 Ogni lotta di liberazione ed autodeterminazione parte sempre dalla distruzione di stereotipi, etichette, gabbie categoriali. Se non  si rimuovono gli steccati del pregiudizio delle narrazioni conformiste sedimentate nel tempo, nessuna lotta  di liberazione può avere inizio.  

Disintegrare  gli stereotipi  è  ciò  che ha fatto Dana Immanuel  -cantante,   autrice e banjonista inglese - nel dare vita al gruppo “Dana Immanuel & The Stolen Band  con  altre quattro straordinarie  musiciste.   Il loro primo CD  Come With Me  è una vera e propria frantumazione di etichette e consuetudini , musicali, sociali. 

Del resto proprio il percorso artistico di Dana Immanuel è un esempio d’anarchia e originalità. Come definire una ragazza che, dopo essersi laureata ad Oxford in lettere classiche,  molla tutto ed inizia a guadagnarsi da vivere suonando per strada o sotto la metropolitana di Londra con tanto di banjo e chitarra, se non allergica a tutto ciò che è conformismo?  Una vita passata fra il folk ed il blues suonato  in strada  , il whiskey dei bar,  e  i tavoli da poker.  

Dopo due album da solista : “Character Assassination “ e “Dotted Lines “Dana stava  sprofondando in una terribile frustrazione fino a quando non ha trovato quelle  quattro ragazze, straordinarie musiciste come lei, altrettanto refrattarie ad ogni convenzione borghese.  Alla Dana  suonatrice di banjo, bevitrice di whiskey, giocatrice di poker si sono aggiunte Fedora Morris, folle chitarrista elettrica - Hjordis Moon Badford , percussionista ,  ginnasta del cajon, del foot tambourine   e delle armonie in technicolor -Karen Grymm Regester  contrabbasso a spruzzo di glitter  - Basia Bartz  capace di guardare una metropoli  bruciare  suonando il violino o sfregando sul suo washboard , tutte inesorabilmente  intolleranti ad altri progetti musicali più convenzionali .  Ma tutte unite, insieme a Dana,  a portare la loro musica nelle strade, nei bar, di Londra piuttosto che di Amsterdam o Parigi. 

Che i dieci brani del cd Come With Me siano del tutto particolari lo si desume anche dall’armamentario strumentale delle ragazze : banjo, chitarre, violini percussioni di vario tipo dal cajon al washboard al foot tambourine , contrabbasso, violoncello. 

L’atmosfera che si respira  ascoltando Come with me, il brano d’apertura, è un misto di blues e rock,  Nashville invece porta sulle strade bayou  della Lousiana, in un mix di bluegrass e country alternativo.  In  altre tracce, come Achilles Heel,  irrompe una sorta di jazz arcaico stile, spams band, quelle bande di ragazzi che agli albori del ‘900 giravano per il porto di  New Orleans suonando violini sgangherati costruiti con scatole di sigari o contrabbassi formati  da mezze casse di legno. Lo  stile folk si affaccia in Colckwork  e Devil’s Money.  Going to the bottle e Motherfucking whore sono smaccatamente blues. Dunque lo stile di Dana Immanuel and the Stolen Band è blues? Si ma non solo, è bluegrass, è country è americana è swampy , insomma le cinque  ragazze suonano una musica che  contiene le radici  di tutti questi stili, ma è assolutamente originale fuori da ogni schema.  

Allo stesso modo le parole dei brani, aspre, esplicitamente dirette , sono un’invettiva dura contro il maschio.  E’un tentativo forte e potente di frantumare lo stereotipo più radicato, quello della società patriarcale che soggioga e schiavizza la donna. Un femminismo senza se  senza ma stile SCUM (Society for Cutting Up Men) il manifesto politico femminista  scritto da Valerie Solanas nel 1968. 

Ascoltando Come With Me si è esposti  senza protezione  alcuna ad un assalto femminista impietoso . Si rischia di rimanere sopraffatti da un  colpo di banjo, di essere triturati da un riff di chitarra, o segati in due da un arpeggio di violino. Piedi femminili mossi da corpi carichi di whiskey, dall’alto del cajon  ti calpestano armati di foot tamoborine. Insomma è roba forte anche se non priva di melodica armonia. Un’esperienza musicale assolutamente da non perdere.

Good Vibrations, con Come With Me e la cover di Foxy Lady



sabato 4 maggio 2019

Four dead in Ohio, quando la musica si fa storia e impegno sociale.

Luciano Granieri


La foto di Joe Filo

Siamo agli inizi di maggio del 1970.  Gli studenti della Kent State University dell’Ohio sono in subbuglio. La sollevazione studentesca contro la guerra in Vietnam coinvolge molte università d’America. 

Quel comunicato  trasmesso in TV il primo maggio   dal  presidente Nixon, in  si cui  annuncia l’invasione della Cambogia da parte dell’esercito USA, riempie di rabbia gli studenti della Kent State.  In  fretta e furia si organizza una grande manifestazione di protesta per il successivo  4 maggio. 

 Il preside provvede a tappezzare l’istituto di locandine nella quale si intima l’annullamento del corteo. Nonostante ciò duemila studenti si radunano davanti all’ateneo per manifestare la loro rabbia e la loro protesta contro la decisione guerrafondaia del presidente Nixon.

 Lo scontro con la guardia nazionale in assetto antisommossa è inevitabile. Gli studenti sono fermi nel loro intento, neanche i lacrimogeni riescono a disperderli. Ma alle 12,22 di quel maledetto 4 maggio di 39 anni fa la guardia nazionale apre il fuoco contro i ragazzi disarmati. 

Nove di loro rimangono feriti. Ma a terra privi di vita restano anche  quattro studenti fra i 19 e 20 anni. Due, Jeffrey Miller e Allison Krause, sono  attivisti, gli altri Sandra Scheuer e William Schroder stavano semplicemente cambiando aula fra una lezione e l’altra. 

Una ragazzina di 14 anni, Mary Ann Vecchio, all’epoca quattordicenne,  scappata di casa per partecipare alla protesta, corre disperata vero il corpo di Jeffrey Miller riverso in una pozza di sangue.  Si  china, urla disperata, ma non c’è nulla da fare. 

L’attimo drammatico viene  immortalato  dallo scatto di uno studente di fotogiornalismo, John Filo,che esce  dalla sua aula  al rumore degli spari.  Credendo che i proiettili fossero finti in un primo momento scatta la foto, poi accortosi che i colpi erano veri fugge atterrito . 

Lo scatto  ormai   realizzato   gli  valse il premio Pulitzer del  1971 nella sezione Spot News Photography.  Filo ricorda il disprezzo con cui un soldato rovesciò il corpo di Miller nella sua pozza di sangue per accertarsi che fosse morto. La foto di John Filo fece il giro del mondo e divenne  un’icona della lotta pacifista in America. 

L’eccidio non provocò particolare indignazione nella popolazione americana. I soldati della guardia nazionali responsabili della strage  verranno assolti.  Il  presidente Nixon e il governatore dell’Ohio Williams Rohdes saranno rieletti senza troppi problemi negli anni successivi.

 A non rimanere indifferente, ma anzi profondamente colpito dai fatti, fu Neil Young. Il 19 maggio vide la foto in un reportage  della  rivista Life.  In 12 minuti scrisse una brano per condannare la violenza governativa contro gli studenti rilanciare la lotta contro la guerra in Vietnam. Il titolo era “Ohio” iniziava con questi versi “Tin soldiers and Nixon coming” (i soldatini di latta e Nixon stanno arrivando). Il pezzo uscì come singolo del gruppo   Crosby Still Nash & Young. 

Fu bandito dalle radio per le dure critiche all’amministrazione Nixon. Ma i passaggi ripetuti  nelle  radio clandestine ed underground ne decretarono ugualmente il successo. Altri tempi!


giovedì 18 aprile 2019

Our black sisters

Luciano Granieri


Rhiannon Giddens, Allison Russell, Leyla McCalla and Amythyst Kiah


Da tempo sono convinto  che un importante antidoto contro la barbarie razzista, antifemminista, fascista, classista che oggi ci sovrasta e opprime   è l’arte. Un espressione artistica, sia essa letteraria, teatrale, cinematografica, pittorica o musicale, genera una grande  varietà di sentimenti ed emozioni spesso motori di rivendicazioni sociali, politiche e civili. La  musica ha spesso accompagnato, o addirittura suscitato, vere e proprie ribellioni dando forza a chi stava lottando. In tutti le ere musicali, dal melodramma alla musica contemporanea, non sono mancati compositori che hanno evocato e supportato   rivolte. Se poi guardiamo al jazz, risulta evidente come  la valenza ribelle  nella rivendicazione di diritti negati sia   la genesi di tutto il linguaggio espressivo, anche se spesso intaccato dalla  normalizzazione  dalle ragioni del mercato. 

Ancora oggi in tutto il mondo, e in particolare in America,  numerosi sono  i musicisti guerrieri che si battono  contro ineguaglianze, razzismi,  pulsioni antifemministe e omofobe , non solo nel  jazz. “La commistione fra razzismo e sessismo devasta la donna afroamericana. Usate, maltrattate,  ignorate e disprezzate le donne di colore sono  stata incredibilmente caparbie, coraggiose,  rivoluzionarie. Esse storicamente hanno avuto sempre  da perdere e per questo sono state le più fiere combattenti per la giustizia sociale”. Questo vera rivendicazione di lotta è scritta da Rhiannon Giddends nelle note di copertina dell’album “Songs of our native daughter”. Un lavoro straordinario  per la potenza che emana , per il gruppo che lo esegue, e per lo stile contraddistinto da un sound  particolare. 

Ma cominciamo  dall’inizio. Rhiannon Ghiddens, quarantaduenne banjonista, violinista, fisarmonicista  e cantante del North Carolina, da sempre appassionata di musica celtica, un bel giorno decide di mettere su un gruppo i Carolina Choccolate Drops. Un ensemble molto particolare:  ragazze e ragazzi di colore armati di banjo, fisarmoniche,mandolini, chitarre e percussioni   che si mettono  in testa di suonare una musica carica di echi blues, suggestioni da  New Orleans  mischiate con un po’ di musica celtica e country folk. 

Nonostante i brani parlassero  di discriminazione razziale e fossero  molti duri con la società bianca  borghese americana,  il gruppo  vinse un buon numero di premi. Ma la lotta alla discriminazione razziale non è  abbastanza. Non è  solo una questione di colore della pelle,   la violenza gretta  colpisce   donne,  gender,  gay,  i poveri in generale  . Bisogna riunire tutto in un’unica grande lotta. 

La  Ghiddens rimase colpita ed  indignata da  una scena del film Birth of  a Nation  (2016) del regista Nate Parker. Nella sequenza in cui lo stupro della moglie dello schiavo Nat Turner scatena in lui la voglia di ribellarsi, tanto da capeggiare la prima rivolta di massa di schiavi afroamericani, la macchina da presa si concentra solo sullo stupratore, ignorando le sofferenze della donna: “Ero furiosa molte storie sono raccontate da un solo punto di vista, bisogna invertire la prospettiva” disse  Rhianna. Fu così che nacque il progetto “Our Native Daughter”.  

Dopo aver passato molto tempo a studiare  la storia degli schiavi afroamericani presso il Smithsonian National Museum  di cultura e storia afroamericana  a Washington, Rhiannon Giddens aveva acquisito  il materiale per incidere il disco. Ma ci volevano dei validi compagni di viaggio, anzi valide compagne di viaggio, ovviamente di colore, ed esperte banjoniste. 

Niente di meglio di ragazze come Leyla McCalla, già collaboratrice della Giddens nei Carolina Choccolate Drops, una ragazza di origine haitiana che attinge alla tradizione creola e cajun ma scrive spesso delle lotte politico-sociali. Anche la cantante poli strumentista canadese Allison Russell poteva a pieno titolo essere della partita, così come Amythyst Kia una potente cantante di country blues del Tenessee. 

Quattro musiciste, donne, nere,  dall’abilità e dallo stile particolare e virtuoso, lanciate banjo in resta contro tutte le discriminazioni, costituiscono una macchina da guerra micidiale. Il cd “ Song of Our Native Daughter”si compone  di   reinterpretazioni di storie di schiavi e menestrelli, storie personali di abusi sessuali, sofferenza e sopravvivenza.  Raccontano di una straordinaria perseveranza femminile rinnovata nel tempo e nei luoghi. 

Testimonianze di crudeltà e sofferenza si alternano a momenti luminosi di gioia e ironia  ribelle. La storia di  un’antenata  di Allison Russell venduta come schiava  dalle coste del Ghana in America ha ispirato il brano Quasheba Quasheba. La Russell canta di un donna violentata e picchiata a cui vengono tolti i bambini, una donna non degna di ricevere amore. Il pezzo  di apertura “Black Myself” è una riproposizione di Amythyst Kia di una vecchia composizione  di Side Hemphill  contro la discriminazione razziale.  La singolare  storia di Etta Baker, invece, rivive  nella traccia   I Knew I Could Fly. Etta Baker era una chitarrista blues  ma nessuno lo sapeva perché il marito gli aveva proibito  di suonare  fino a quando la donne non ebbe compiuto  i 60 anni. Senza ogni ombra di dubbio il pezzo più suggestivo è  Mama’s  Cryin’long, il drammatico racconto di una bimba che assiste al linciaggio della madre colpevole di aver accoltellato il suo stupratore. Particolare e potente l’esecuzione:  un canto     condotto dalla Giddens, supportato da interventi corali liberi e fluidi delle sue compagne, il tutto  cadenzato   dal  solo battito delle mani. Un beat primordiale  che evoca la volontà di resistere attraverso l’orrore. 

Ma la    devastante sofferenza di quelle donne    non supera mai la loro intima gioia la loro speranza di riscatto. “Oh tu metti le catene ai nostri piedi ma noi stiamo ballando….. Ci rubi la lingua ma noi stiamo ballando….. Brown Girls scendiamo  in campo alziamo  la voce e cantiamo” Queste le parole di una strofa di “Moon Meets Sun”. 

Alla ricerca delle storie si accompagna la ricerca delle sonorità. Lo stile si può definire bluegrass, cioè una sorta di country folk  intimo, privo di forzature. Ma tale definizione è limitativa perché negli arrangiamenti, scarni ma evocativi, entra  molto di più :  il blues, la musica celtica, il folk delle origini - contraddistinto dall’uso del banjo tenore -  e un po’ d’improvvisazione che non guasta mai. 

Tutto in questo album è rivoluzionario. Giddens, McCalla, Kia e Russell mostrano come la musica possa veramente rendersi portatrice di lotte  forti e risolute. Ma bisogna conoscere le proprie radici culturali, condividerle, contaminarle fino a gridare forte che la razza è una sola, quella umana.  Una razza in cui tutti hanno diritto  ad una sopravvivenza dignitosa, donne, uomini, gender, gay, poveri e meno poveri. 

Un’operazione oggi complicata subissati come siamo da tanta istantanea immondizia che trabocca dai social, dai media asserviti e anche, ahimè, da una  parte dell’opinione pubblica che comunque non è la maggioranza. La Giddens ha ragione quando dice che storicamente le donne di colore non avendo avuto mai niente da perdere sono state le più fiere combattenti per la giustizia sociale. E l’augurio è che tutti coloro che storicamente non  mai avuto, e non hanno, niente da perdere, anziché scannarsi l’un l’altro in una guerra fra poveri,  prendano coscienza della straordinaria possibilità che hanno di lottare per la giustizia sociale e collaborino in questo conflitto contro chi, invece,  ha molto da perdere ma non ha paura di perderlo.