"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Si
terrà domani, venerdì
27agosto,
alle ore 21.00, a Frosinone,in
Piazza Garibaldi
la presentazione del libro di Diego
Protani "Sunshine
- I colori della musica
" edito da “LFA Publisher”.
Dopo
il buon successo di
Sulle labbra del tempo - Area tra musica gesti e immagini,
scritto con Viviana Vacca per
lo stesso editore
(Vincitore dell' VIII premio nazionale di storia contemporanea Luigi
di Rosa), lo
scrittore, attraverso
quest’ultima pubblicazione,
completa la
descrizione del
variegato, e
stimolante, quadro artistico-musicale di un’epoca storica , gli
anni ‘60 e ‘70, dai forti contrasti sociali e culturali.
Diego
Protani, attraverso
le interviste effettuate a
musicisti di
fama mondiale, codificatori
emozionali di
quei conflitti, rivela,
grazie
alla
loro
testimonianza,
come
il messaggio rivoluzionario
di speranza in un mondo nuovo, presente in
quei dischi ed in quei concerti,
possa
aver coinvolto intere generazioni.
Avremo
l’opportunità
di ascoltare,
dallo
stesso autorel’esperienza
e le riflessioni che ne ha tratto
nel raccogliere
le impressioni di
veri mostri sacri del rock, del
blues, della psichedelia, del progressive,
come,
ad
esempio,John
Sebastian, Al Kooper , Leo Lyons dei Ten Years After
, musicisti
che
suonarono al festival di Woodstock, ma
anche di tanti altri artisti come Captain
Beefhart,
che
ha collaborato con Frank
Zappa.
Il libro è aperto dalla prefazione di Bila
Copellini,
batterista dei Nomadi
di
Augusto
Daolio
dal 1965 al 1969, e
contiene un’intervista a
Mario
Capanna.
Modererà
l’incontro Luciano Granieri e i Doctor
Louis
& theicebreakers
offriranno il
loro
contributo musicale eseguendo brani rock
e blues degli
anni ‘60 e ‘70.
Tratto dall'articolo di Antonio Bacciocchi su Alias del 7 agosto 2021
“We are black, we are beautiful, we are proud” urla il reverendo
Jesse Jackson durante lo svolgimento del The Harlem Cultural
Festival a Mount Morris Park
(ora Marcus Garvey Park), a Harlem, New York.
Una serie di concerti
che andranno in scenda dal 29 giugno al 24 agosto dal 1969. Un
festival, che svoltosi in contemporanea al ben più rinomato, famoso
e storicizzato Woodstock, venne rinominato, sbrigativamente e
superficialmente “Black Woodstock”.
Parteciparono circa 300 mila
persone al cospetto di nomi come: Stevie
Wonder, Nina Simone, B.B King, Sly & The Family Stone, Chuck
Jackson, Abbey Lincoln & Max Roach, The 5th Dimension, Gladys
Night & The Pips, Mahalia Jackson, Chambers Brothers e
tanti altri, presentati da Tony Lawrence. Il tutto venne
accuratamente filmato e i nastri archiviati in attesa di un
produttore che ne facesse buon uso. Ma il materiale è stato lungo
(mezzo secolo…..) “dimenticato”, abbandonato ogni tentativo di
farne un film probabilmente destinato ad essere rifiutato.
Ahmir
“Questlove” Thompson
(membro
del The Roots) è riuscito finalmente a mettervi mano e a ricavarne
un documento spettacolare, realizzando probabilmente il miglior film
musicale di sempre, Summer
of Soul (or when the revolution could be not televised) il
cui titolo, riassume
alla perfezione contenuto e vicissitudini della pellicola.
Ad
esibizioni mozzafiato (un incredibile Stevie Wonder che si lancia
in un funambolico solo di batteria, Nina Simone, catartica, solenne,
spietata, Sly & The Family Stone che confermano di essere stati
uno dei migliori act dei Sessanta, Gladys
Night & The Pips, con
una versione unica di I
Heard It Through Grapevine, e
quel saluto a pugno chiuso ballando, Mavis
Staple che
duetta con Mahalia Jackson in un gospel da brividi, David Ruffin
che
incanta con My
Girl, Ray Barreto
e Mongo Santamaria
che
portano il latin sound sul palco, mentre Max
Roach porta
il jazz e Mahalia Jackson lo spiritual) si uniscono
interventi di spessore socio politico, interviste alle persone e agli
spettatori, immagini della New York dell’epoca.
PAROLE
CHIARE
Il reverendo Jesse
Jackson parla alla folla,
usa parole chiare, dure, incisive, sui diritti degli afroamericani.
Gli artisti sono sempre elegantissimi, con look impeccabili,
ricercati raffinati. Uno
dei principali protagonisti è però il pubblico, quasi totalmente
nero e locale. Elegante, composto, sorridente, partecipe,
consapevole. Che fossero membri del
Black Panther, o coppie di anziani, famiglie della borghesia nera più
agiata, bambini che giocano, giovani di varia estrazione sociale,
tutti sfoggiano estetiche esuberanti e raffinatissime, pulite,
essenziali, fresche. Ridono, si divertono. La gente è coinvolta ma
rispettosa, non si accalca, applaude, pensa, riflette, ha sguardi e
sorrisi solari. E’ una festa.
Immagini antitetiche al
contemporaneo Woodstock, tra giovani presi in un utopico edonismo
escapista, droghe, fango e finto ribellismo. Un vuoto che, alla luce
di quanto poi si è verificato, appare oggi sconsolatamente evidente.
Ad Harlem c’era invece consapevolezza, sguardo al futuro, necessità
di cambiamento. Uno dei momenti topici, che riassume la divergenza
tra il significato di Woodstock e dell’Harlem Festival, è quando
Sly Stone alza il pugno gridando il refrain “I Want Take
you Higher”. “Higher!. Il
pubblico nero di Harlem risponde con il pugno, “Higher!”
simboleggiando la speranza di
riuscire ad innalzarsi dalla precarietà e dalla diseguaglianza.
Quando Sly lo urla a Woodstock la platea bianca lo prende come un
invito a “volare alto”, grazie alle droghe. Stessi giorni, stessi
luoghi, più o meno.
Forse c’è un motivo di fondo per
cui per tanto tempo è stato in qualche modo snobbato il contenuto
culturalmente eversivo di questi filmati. Gli afroamericani che nel
1964, proprio ad Harlem, avevano incominciato devastanti e sanguinose
rivolte per acquisire diritti ed equità sociale, si mostrano in
queste immagini molto più “civili”, rispettosi e avanti rispetto
a chi, nello stesso momento, mandava a morire migliaia dei suoi
giovani in Vietnam o reprimeva le più che legittime istanze di
parità. Lo stesso regista Questlove
sintetizza bene il concetto: “Non volevo confrontare e contrastare
Woodstock, ma è stato solo facendo questo film che ho pensato: Ohhh,
ho capito. Woodstock in sé non è stato l’evento che ha cambiato
la vita. L’evento che ha cambiato la vita è stato il film di
Woodstock.
Ciò che ha reso grande Woodstock è stato il fatto che è
stato detto che Woodstock era fantastico”. Forse sarebbe stato lo
stesso con il “Black Woodstock” se avessimo potuto vederlo ai
tempi.
Venerdì 18 settembre 2020 erano passati cinquant’anni dalla morte di Jimi Hendrix. Venerdì 18 settembre 2020 si svolgeva a Frosinone la kermesse di
chiusura della campagna referendaria in favore del No al taglio dei parlamentari.
Due accadimenti apparentemente lontani
fra di loro, ma non troppo. Già perché Jimi Hendrix - icona di un'era conflittuale, nonchèutopista del tempo a venire, profeta della “violenza di seta” ovvero il conflitto portato avanti non con le pistole,
ma con la forza dei riff, degli arpeggi fulminanti, degli amplificatori“a palla”, lui figlio del sottoproletariato
nero che con la sua chitarrafiammeggiante (in tutti i sensi) scandiva il tempo delle lotte dei movimenti contro la guerra in
Vietnam, dei sit-in per le rivendicazioni sociali - era lì con noi.
Era con noi, a nostra volta figli di un sottoproletariato
bianco, nero, giallo, rosso, fatto di
donne uomini , discriminati per orientamento sessuale e censo, schiantato dalla perfidia e crudeltà
irriducibile della dittatura neo liberista. Quel totalitarismo che da decenni
attenta alla Costituzione, bollata come documento socialista e fuori tempo,
ultimo baluardo in difesa dei diritti dei più deboli, per i quali la consolidata teoria darwinian-liberista non prevede spazio di vita.
Era con noi a difendere
uno dei capisaldi della partecipazione democratica quale l’integrità del
Parlamento, il cui depotenziamento, per ora numerico, ahimè ormai sancito, non sarà
altro che il primo passo verso la piena legittimazione del GOVERNO “ESECUTIVO”
delle varie J.P MORGAN di turno.
Era lì con noi, band di popular-jazz-rock music, riunita per l’occasione. Un collettivo musicale aperto che, dopo i
comizi in favore del No, stava offrendo il suo contributo in musica alla causa. Fra i
vari brani da suonare spunta il testo di
“LittleWing”. Pierluigi, l’amico chitarrista conosciuto solo
poche ore prima, parte con le prime note, Min comincia a cantare. Noi dietro.
“Little Wing”.
Un brano conosciutoda tutti, ma mai provato
ed eseguito per la prima volta dalla band. Nonostante ciò l’esecuzione è stata
precisa senza sbavature.......Eh si Jimi era con noi! E’ stato per me un onore
celebrare uno straordinario personaggio nelcinquantesimo della sua morte, suonando un suo brano...... e che brano!
Sono anche questi
gli aspetti per cui è valsala pena fare
una campagna referendaria che non è stata sufficiente a far prevalere le
ragione del No, ma che personalmente mi ha arricchito moltissimo, culturalmente
e politicamente. Ringrazio tutti coloro, compagni, amici e musicisti che hanno
condiviso con me questo percorso. E non finisce qui.
Anniversari/«In
the Court of the Crimson King», esordio per la band di Robert Fripp, compie
cinquant’anni. Ma non li dimostra. Il disco e il gruppo, attivo ancora oggi, sono considerati i
capostipiti del genere noto come progressive rock
Qualcuno ha detto che i
classici sono tali perché stendono le proprie idee a fondo nel passato, senza
esser passatisti, interpretano il loro presente come se già fosse passata tutta
la distanza di sicurezza necessaria per avere sguardo d’insieme, e lanciano
sonde nel futuro che non rischiano alcun crash. E aggiungeremmo anche che uno
scrittore oggi un po’ dimenticato, ma necessario come il marsigliese Jean
Claude Izzo, scrisse una volta che è al futuro che bisogna fare domande. Perché
senza futuro, il presente è solo disordine. Quanto appena segnalato vale anche
per certe incisioni storiche dal mondo della popular music che oggi tutto si
possono considerare, tranne che exploit più o meno casuali di effimera
creatività giovanile. Parafrasando le citazioni iniziali: erano classici già
nel momento in cui nascevano, avevano fatto tesoro di molte schegge di culture
musicali (e non solo) precedenti, avevano già impostato sostanziose dosi di
domande al futuro. Prendete l’allegorico Selling England by the Pound dei
Genesis di Peter Gabriel, il misticheggiante Close to the Edge degli Yes,
l’imprendibile e dolente The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. O il
labirintico, dolcissimo e feroce assieme In the Court of the Crimson King.
Uscito esattamente cinquant’anni fa, il 10 ottobre del 1969, lo stesso anno
delle ultime fiammate di buone vibrazioni da Woodstock e del contrappasso del
livore assassino di Altamont.
CLASSICO
Primo disco ufficiale e immediatamente «classico» da una
formazione che c’è ancora, mezzo secolo dopo. E che ha cambiato così tante mute
di pelle e squame rock da ritrovarsi oggi, per logica di paradosso assai
consona allo spirito del leader Robert Fripp, identica alle origini, e
completamente diversa. I King Crimson ci sono ancora. Sono un settetto di
poderoso impatto con tre batterie: inusitato, nel rock. E cinquant’anni dopo, i
brani simbolo di In the Court of the Crimson King risuonano ancora nel catalogo
infinito di pubblicazioni dal vivo della creatura musicale di Fripp, e dunque
pressoché in ogni concerto. Il 25 ottobe uscirà anche un cofanetto speciale di
celebrazione. In Live in Mexico, monumentale e recente triplo cd dal vivo, sono
presenti quattro brani su cinque del disco del ’69. Evidentemente avevano
radici forti, presa saldissima sul loro presente, antenne perfettamente tarate
sul futuro. Un futuro che siamo oggi noi, e anche chi verrà dopo di noi. Perché
i classici sono scontornati dal tempo, pur sapendoci fare perfettamente i conti.
Dunque potrebbe aver ragione il critico musicale Edward
Macan, quando ha scritto che il disco del ’69 «potrebbe essere l’album di rock
progressivo più influente mai pubblicato». In the Court of the Crimson King
nacque tra il giugno e il luglio del ’69. Non fu una creazione estemporanea, né
una benedizione un po’ acida caduta dal cielo, come ama pensare certa critica
più sentimentale che mette il progressive rock delle origini su una sorta di
altare iperuranio. Prima dei King Crimson ci fu The Cheerful Insanity of Giles,
Giles & Fripp: la «allegra punta di follia», dunque, di due Giles, Peter,
bassista, e Michael batterista (poi nei Crimson), e del lunatico Mr. Fripp in
persona. Psichedelia ineffabile, molto colorata e molto alla «Alice oltre lo
specchio», quelle filastrocche sghembe che piacevano tanto anche a Syd Barrett
dei primissimi Pink Floyd.
UNA NUOVA
CREATURA
La nuova creatura, il Re Cremisi, nasce con altra forza,
altra determinazione, altre mete. Intanto Fripp si mette in contatto con un
altro bassista e vocalist, Greg Lake: hanno avuto lo stesso insegnante di
chitarra, Greg ha talento e una voce splendente. Si porta dietro Michael Giles,
che è già un batterista raffinato, con un tocco «jazzy» difficile da trovare
all’epoca. Poi c’è Ian Mc Donald, eccellente fiatista e tastierista, che a sua
volta porta in dote un ragazzo abilissimo con la scrittura, il poeta Pete
Sinfield ansioso di mettere in musica i suoi testi: è lui a dare il nome, King
Crimson. Ha studiato la cabala, la simbologia dei tarocchi, il buddismo, la
psicologia junghiana, il misticismo sufi. È un pozzo di sapere «altro».
Dopo mesi e mesi di prove in una scantinato, i King Crimson
debuttano il 9 aprile allo Speakeasy di Londra, la voce si sparge. Jimi Hendrix
li ascolta al Revolution Club, e dichiara: «Sono il miglior gruppo al mondo». E
non hanno ancora inciso una nota. La botta finale arriva prima di In the Court
quando i Rolling Stones li chiamano ad aprire il loro concerto a Hyde Park per
commemorare Brian Jones: si trovano davanti seicentomila persone, e loro
scatenano una tempesta di suono intelligente e spiazzante, per quaranta minuti.
Registrazione poi saltata fuori, peraltro. Alla fine la gente è frastornata,
incuriosita e felice.
IN STUDIO
È arrivato il momento di incidere. Wessex Sound Studios, un
mese di session, dal 21 luglio al 21 agosto, dopo aver provato il Morgan
Studio: il loro manager per garantire tempo e risultati veri si ipoteca la
casa, carta bianca al gruppo. La copertina, iconica e celeberrima, con il
faccione grottesco del «re cremisi» urlante la disegna Barry Godber, pioniere
della programmazione per computer. Morirà poco dopo averla firmata quattro mesi
dopo, a ventiquattro anni: ancora oggi il bozzetto è su una parete di casa
Fripp.
La concentrazione in studio è altissima, uno dopo l’altro
nascono i cinque brani capolavoro. Fripp, nella sua superbia altezzosa lo sa, e
da allora non farà nulla per nascondere il fatto di conoscere esattamente il
valore di quanto scrive. Un passo oltre i capolavori colorati finali dei
Beatles. Un disco come è stato scritto, bipolare: una prima parte rabbiosa e
tesissima, a descrivere l’insopportabile disarmonia del mondo e un futuro
piuttosto sinistro a venire, la seconda incantata e lunare. Parte 21st Century
Schizoid Man, un riff ascendente ripetuto, con il bending sulle corde sempre
più acuto e in dissonanza di Fripp, e la voce filtrata di Lake canta
agghiaccianti storie premonitrici: «Un bagno di sangue, filo spinato/la pira funebre
dei politici/innocenti stuprati con fuoco al napalm/Uomo schizofrenico del
ventunesimo secolo/semenza di morte/l’avidità cieca degli uomini/I poeti
muoiono di fame, i bambini sanguinano. L’uomo schizofrenico del ventunesimo
secolo non ha nulla di cui abbia veramente bisogno». I Talk to the Wind è
un’oasi stranita, una ballad apparentemente semplice che nasconde in realtà
complesse stratificazioni ritmiche e accordali, Epitaph un instant classic del
rock progressivo sinfonico, una scatola cinese che nasconde molte stanze
segrete, con una sorta di ratio superiore che governa le dinamiche in continuo
mutamento.
La seconda facciata inizia con il sussurro di Moonchild,
quasi una dolcissima parafrasi della gershswiniana Summertime, ma diventa
progressivamente una complessa, inusitata improvvisazione jazzistica: un
orecchio alle note classiche contemporanee, uno all’avantgarde jazz. Il brano
che intitola, con massicce dosi di mellotron a simulare intere sezioni
orchestrali e un ritornello che, ascoltato una volta, non si dimentica più, si
muove invece in quei territori inquieti e magniloquenti che decenni dopo
definiranno «symphonic prog», la via intuita e non portata a compimento da
Moody Blues e Procol Harum. Durerà poco, la formazione che incide il disco d’esordio
più convincente di sempre. I King Crimson fanno spesso la muta. Ma risuonano
ancora, quelle note. Nel Reame del Re Cremisi il passato è il futuro. E
viceversa.
Gimmie Shelter è un brano che volevamo cantare da anni. Questa canzone esprime l'urgenza che tutti noi abbiamo di unirci in un unico pianeta e di renderci più saggi, con le parole "Bambini e guerra ad un tiro di distanza e....Amore e sorella ad un bacio di distanza". E' veramente molto semplice. Dedichiamo questa canzone agli ultimi, a coloro che non hanno una casa, a tutte le persone dimenticate in questo mondo. E' nella solidarietà l'uno per l'altro che la gente vive.
Avete presente quando non ne potete più di mettervi in
competizione con gli altri per spuntare uno spicchio di vita decente, quando
non viva nemmeno di litigare perché uno
vi è passato avanti al banco alimentari di un super mercato, o vi sopravanza al
bancomat fingendo di non avervi visto?
Ecco l’unica cosa che desiderereste , per sfuggire al “logorio della vita moderna”, come diceva
la reclame, è rifugiarsi nelle solide certezze delle proprie piccole passioni. Sono cose apparentemente senza una grande importanza ma
spesso rigeneratrici . Una di queste
potrebbe essere ascoltare un disco capace di costruirti intorno un nido emozionale stimolante e rassicurante al tempo stesso .
In
particolare per chi è appassionato di
blues, “City Night”, l’ultimo CD
di Savoy Brown, pubblicato dalla Quarto Valley Record, potrebbe essere il
toccasana dopo una giornata cosiddetta.... di melma. Riff mozzafiato, smisurate
corse di slide guitar, arpeggi da saltare sulla sedia, tutto ciò si trova nella
quarantesima fatica della premiata ditta del chitarrista Kim Simmonds and Savoy Brown.
Già quarantesima, perché il musicista inglese è on the
stage dal 1965 percorrendo in lungo ed
in largo l’Inghilterra, gli States dove risiede dal 1980, ed ogni
angolo del globo. Ci troviamo di fronte alla più longeva band di Rock Blues mai esistita. Dopo oltre 50 anni e quaranta album, la carica emotiva di questo corroborante
pugno di navigati bluesman è rimasta intatta.
Dal 65’ ad oggi, a fianco di Kid
Simmonds, nei Savoy Brown, si sono alternati tanti musicisti,. Alcuni di loro qui si sono
fatti le ossa per poi intraprendere importanti
carriere come ad esempio Dave Walker dei Fleetwood
Mac. Molti gruppi famosi della scena blues hanno condiviso il palco con la
band, ZZ Top
e Doobie Brothers fra gli altri. Si
può tranquillamente affermare che Simmonds sia stato un vero e proprio ambasciatore
del blues in Inghilterra insieme ai Cream,Fleetwood Mac e Jimi Hendrix.
In City Night, oltre al
cantante chitarrista inglese,
trapiantato in California, si ascoltano Pat
DeSalvo al basso e Garnet
Grimm alla batteria. Una line up che, contrariamente alla tradizione di
Savoy Brown, in cui la turnazione di
musicisti è stata continua resiste da 10
anni. Sul fatto che non ci
sia nulla da eccepire in merito alla tecnica di Simmonds basti
dire che un suo brano è entrato nella colonna sonora del film “Jimi
Hendrix : All Is By My Side” girato nel 2013 e dedicato alla travagliata
vita di Jimi. Ma anche DeSalvo e Grimm non sono da meno .
Però non è la tecnica, né la sperimentazione, che
vanno ricercata in “City Night”.
Semplicemente ci si trova davanti ad un disco di blues senza se e senza ma. Dentro c’è tutto. Vi piacciono le scintillanti
svisate slide? Le trovate in Walking On Hot Stones, Red Light Mama,ma anche inDon’t Hang Me Out To Dry, Conjure Rhythm Simmonds va come un treno. Preferite un blues più classico? Neighborhood Blues è il pezzo . Oppure vi va di ascoltare rarefatte atmosfere del
profondo sud? Niente di meglio che deliziarsi alle note di Superstitious Woman. Ma
se il vostro "crac" è la miscela esplosiva blues-rock “sparatevi”a tutto volumeHang In Tough, e Ain’t
Gonna Worry. E se volete dimenarvi sotto i colpi di un potente blues dal
martellante riff il brano è “City Night” che da il titolo all’album.
Insomma
mettetevi davanti allo stereo, o al computer o a qualsiasi altro aggeggio e “fatevi”
di blue note!!!...
Contro il logorio della vita post-moderna ascoltate City
Night di Savoy Brown. Non vi piace il blues? Mi dispiace non posso farci nulla,
io il consiglio ve l’ho dato. Vorrà dire che resterete perennemente incazzati
come Salvini. Del resto il blues non è roba da neri?
Ogni lotta di
liberazione ed autodeterminazione parte sempre dalla distruzione di stereotipi,
etichette, gabbie categoriali. Se nonsi
rimuovono gli steccati del pregiudizio delle narrazioni conformiste sedimentate
nel tempo, nessuna lotta di liberazione
può avere inizio.
Disintegrare gli stereotipi è ciò che ha fatto Dana Immanuel -cantante, autrice
e banjonista inglese - nel dare vita al
gruppo “Dana Immanuel & The Stolen Band” con altre quattro straordinarie musiciste. Il loro primo CDCome
With Meè una vera e propria
frantumazione di etichette e consuetudini , musicali, sociali.
Del resto proprio
il percorso artistico di Dana Immanuel è un esempio d’anarchia e originalità.
Come definire una ragazza che, dopo essersi laureata ad Oxford in lettere
classiche,molla tutto ed inizia a
guadagnarsi da vivere suonando per strada o sotto la metropolitana di Londra
con tanto di banjo e chitarra, se non allergica a tutto ciò che è
conformismo?Una vita passata fra il
folk ed il blues suonato in strada , il whiskey dei bar, e i
tavoli da poker.
Dopo due album da
solista : “Character Assassination “ e “Dotted Lines “Dana stava sprofondando in una terribile frustrazione
fino a quando non ha trovato quelle quattro ragazze, straordinarie musiciste come
lei, altrettanto refrattarie ad ogni convenzione borghese. Alla Danasuonatrice di banjo, bevitrice di whiskey,
giocatrice di poker si sono aggiunte Fedora
Morris, folle chitarrista elettrica - Hjordis Moon
Badford , percussionista , ginnasta del cajon, del foot tambourine e delle
armonie in technicolor-Karen Grymm Regester contrabbasso a spruzzo di glitter- Basia
Bartzcapace di guardare una metropoli
bruciare suonando il violino o sfregando sul suo washboard , tutte inesorabilmente intolleranti ad altri progetti musicali più
convenzionali . Ma tutte unite, insieme a
Dana, a portare la loro musica nelle strade, nei bar, di Londra piuttosto che di
Amsterdam o Parigi.
Che i dieci brani del cd Come With Me siano del tutto particolari lo si desume anche
dall’armamentario strumentale delle ragazze : banjo, chitarre, violini
percussioni di vario tipo dal cajon al washboard al foot tambourine ,
contrabbasso, violoncello.
L’atmosfera che si respira ascoltando Come
with me, il brano d’apertura, è un misto di blues e rock, Nashville
invece porta sulle strade bayou della Lousiana, in un mix di bluegrass e
country alternativo.Inaltre tracce, come Achilles Heel,irrompe una
sorta di jazz arcaico stile, spams band, quelle bande di ragazzi che agli
albori del ‘900 giravano per il porto di New Orleans suonando violini sgangherati
costruiti con scatole di sigari o contrabbassi formati da mezze casse di legno. Lo stile folk si affaccia in Colckworke Devil’s Money. Going to the bottle e Motherfucking whore sono
smaccatamente blues. Dunque lo stile di Dana Immanuel and the Stolen
Band è blues? Si ma non solo, è bluegrass, è country è americana è swampy ,
insomma le cinque ragazze suonano una
musica che contiene le radicidi tutti questi stili, ma è assolutamente
originale fuori da ogni schema.
Allo
stesso modo le parole dei brani, aspre, esplicitamente dirette , sono
un’invettiva dura contro il maschio. E’un
tentativo forte e potente di frantumare lo stereotipo più radicato, quello
della società patriarcale che soggioga e schiavizza la donna. Un femminismo
senza sesenza ma stile SCUM (Society
for Cutting Up Men) il manifesto politico femministascritto da Valerie Solanas nel 1968.
Ascoltando Come With Me si è
espostisenza protezione alcuna ad un assalto femminista impietoso . Si
rischia di rimanere sopraffatti da un colpo di banjo, di essere triturati da un riff
di chitarra, o segati in due da un arpeggio di violino. Piedi femminili mossi
da corpi carichi di whiskey, dall’alto del cajonti calpestano armati di foot tamoborine.
Insomma è roba forte anche se non priva di melodica armonia. Un’esperienza
musicale assolutamente da non perdere.
Good Vibrations, con Come With Me e la cover di Foxy Lady
Siamo agli inizi di maggio del 1970. Gli studenti della Kent
State University dell’Ohio sono in subbuglio. La sollevazione studentesca
contro la guerra in Vietnam coinvolge molte università d’America.
Quel comunicato trasmesso in TV il primo
maggio dal presidente Nixon, in si cui annuncia l’invasione della Cambogia da parte
dell’esercito USA, riempie di rabbia gli studenti della Kent State. In fretta e furia si organizza una grande manifestazione di protesta per il successivo
4 maggio.
Il preside provvede a tappezzare l’istituto di
locandine nella quale si intima l’annullamento del corteo. Nonostante ciò
duemila studenti si radunano davanti all’ateneo per manifestare la loro rabbia
e la loro protesta contro la decisione guerrafondaia del presidente Nixon.
Lo
scontro con la guardia nazionale in assetto antisommossa è inevitabile. Gli
studenti sono fermi nel loro intento, neanche i lacrimogeni riescono a
disperderli. Ma alle 12,22 di quel maledetto 4 maggio di 39 anni fa la guardia
nazionale apre il fuoco contro i ragazzi disarmati.
Nove di loro rimangono
feriti. Ma a terra privi di vita restano anche quattro studenti fra i 19 e 20 anni.
Due, Jeffrey Miller e Allison Krause, sono attivisti, gli altri Sandra Scheuer e William Schroder stavano semplicemente cambiando
aula fra una lezione e l’altra.
Una ragazzina di 14 anni, Mary Ann Vecchio, all’epoca
quattordicenne, scappata di casa
per partecipare alla protesta, corre disperata vero il corpo di Jeffrey Miller
riverso in una pozza di sangue. Si china, urla disperata, ma non c’è nulla da
fare.
L’attimo drammatico viene immortalato dallo scatto di uno studente di
fotogiornalismo, John Filo,che esce dalla sua aula al rumore degli spari. Credendo che i proiettili fossero finti in un
primo momento scatta la foto, poi accortosi che i colpi erano veri fugge
atterrito .
Lo scatto ormai realizzato gli valse il premio Pulitzer del1971 nella sezione Spot News
Photography.Filo ricorda il disprezzo con cui un soldato
rovesciò il corpo di Miller nella sua pozza di sangue per accertarsi che fosse
morto. La foto di John Filo fece il giro del mondo e divenneun’icona della lotta pacifista in America.
L’eccidio
non provocò particolare indignazione nella popolazione americana. I soldati
della guardia nazionali responsabili della strage verranno assolti. Il presidente Nixon e il governatore dell’Ohio
Williams Rohdes saranno rieletti senza troppi problemi negli anni successivi.
A
non rimanere indifferente, ma anzi profondamente colpito dai fatti, fu Neil Young.
Il 19 maggio vide la foto in un reportage dellarivista Life.In 12 minuti
scrisse una brano per condannare la violenza governativa contro gli studenti rilanciare la lotta contro la guerra in Vietnam.
Il titolo era “Ohio” iniziava con questi versi “Tin soldiers and Nixon coming”
(i soldatini di latta e Nixon stanno arrivando). Il pezzo uscì come singolo del
gruppo Crosby Still Nash & Young.
Fu bandito
dalle radio per le dure critiche all’amministrazione Nixon. Ma i passaggi ripetuti nelle radio clandestine ed underground ne decretarono ugualmente il
successo. Altri tempi!
Rhiannon Giddens, Allison Russell, Leyla McCalla and Amythyst Kiah
Da tempo sono convinto che un importante antidoto contro la barbarie
razzista, antifemminista, fascista, classista che oggi ci sovrasta e opprime è
l’arte. Un espressione artistica, sia essa letteraria, teatrale,
cinematografica, pittorica o musicale, genera una grande varietà di sentimenti ed emozioni spesso
motori di rivendicazioni sociali, politiche e civili. La musica ha spesso accompagnato, o addirittura
suscitato, vere e proprie ribellioni dando forza a chi stava lottando. In tutti
le ere musicali, dal melodramma alla musica contemporanea, non sono mancati
compositori che hanno evocato e supportato rivolte. Se poi guardiamo al jazz, risulta evidente come la valenza ribelle nella rivendicazione di diritti negati sia la
genesi di tutto il linguaggio espressivo, anche se spesso intaccato dalla normalizzazione dalle ragioni del mercato.
Ancora oggi in
tutto il mondo, e in particolare in America, numerosi sono i musicisti guerrieri che si battono contro ineguaglianze, razzismi, pulsioni antifemministe e omofobe , non solo
nel jazz. “La commistione fra razzismo e sessismo devasta la donna afroamericana.
Usate, maltrattate, ignorate e
disprezzate le donne di colore sono
stata incredibilmente caparbie, coraggiose, rivoluzionarie. Esse storicamente hanno avuto
sempre da perdere e per questo sono
state le più fiere combattenti per la giustizia sociale”. Questo vera
rivendicazione di lotta è scritta da Rhiannon Giddends nelle note di copertina
dell’album “Songs of our native daughter”.
Un lavoro straordinario per la potenza che
emana , per il gruppo che lo esegue, e per lo stile contraddistinto da un sound particolare.
Ma cominciamo dall’inizio. Rhiannon Ghiddens, quarantaduenne
banjonista, violinista, fisarmonicista e
cantante del North Carolina, da sempre appassionata di musica celtica, un bel
giorno decide di mettere su un gruppo i Carolina
Choccolate Drops. Un ensemble molto particolare: ragazze e ragazzi di colore armati di banjo,
fisarmoniche,mandolini, chitarre e percussioni
che si mettono in testa di suonare una musica carica di echi
blues, suggestioni da New Orleans mischiate con un po’ di musica celtica e country folk.
Nonostante i brani parlassero
di discriminazione razziale e fossero molti duri con la società bianca borghese americana, il gruppo vinse un buon numero di premi. Ma la lotta
alla discriminazione razziale non è abbastanza. Non è solo una questione di colore della pelle, la violenza gretta colpisce donne, gender, gay, i
poveri in generale . Bisogna riunire
tutto in un’unica grande lotta.
La Ghiddens rimase colpita ed indignata da una scena del film Birth of a Nation (2016) del regista Nate Parker. Nella
sequenza in cui lo stupro della moglie dello schiavo Nat Turner scatena in lui
la voglia di ribellarsi, tanto da capeggiare la prima rivolta di massa di
schiavi afroamericani, la macchina da presa si concentra solo sullo stupratore,
ignorando le sofferenze della donna: “Ero
furiosa molte storie sono raccontate da un solo punto di vista, bisogna
invertire la prospettiva” disse Rhianna. Fu così che nacque il progetto “Our Native Daughter”.
Dopo aver passato molto tempo a studiare la storia degli schiavi afroamericani presso
il Smithsonian National Museum di
cultura e storia afroamericana a Washington, Rhiannon Giddens aveva acquisito il
materiale per incidere il disco. Ma ci volevano dei validi compagni di viaggio,
anzi valide compagne di viaggio, ovviamente di colore, ed esperte banjoniste.
Niente di meglio di ragazze come Leyla McCalla, già collaboratrice della
Giddens nei Carolina Choccolate Drops, una ragazza di origine haitiana che
attinge alla tradizione creola e cajun ma scrive spesso delle lotte
politico-sociali. Anche la cantante poli strumentista canadese Allison Russell
poteva a pieno titolo essere della partita, così come Amythyst Kia una potente
cantante di country blues del Tenessee.
Quattro musiciste, donne, nere, dall’abilità e dallo stile particolare e
virtuoso, lanciate banjo in resta contro tutte le discriminazioni,
costituiscono una macchina da guerra micidiale. Il cd “ Song of Our Native Daughter”si compone di reinterpretazioni di storie di schiavi e
menestrelli, storie personali di abusi sessuali, sofferenza e sopravvivenza. Raccontano di una straordinaria perseveranza
femminile rinnovata nel tempo e nei luoghi.
Testimonianze di crudeltà e
sofferenza si alternano a momenti luminosi di gioia e ironia ribelle. La storia di un’antenata
di Allison Russell venduta come schiava dalle coste del Ghana in America ha ispirato
il brano Quasheba Quasheba. La Russell canta di un donna violentata e picchiata
a cui vengono tolti i bambini, una donna non degna di ricevere amore. Il pezzo di apertura “Black Myself” è una
riproposizione di Amythyst Kia di una vecchia composizione di Side Hemphill contro la discriminazione razziale. La singolare
storia di Etta Baker, invece, rivive
nella traccia I Knew I Could
Fly. Etta Baker era una chitarrista blues ma nessuno lo sapeva perché il marito gli
aveva proibito di suonare fino a quando la donne non ebbe compiuto i 60 anni. Senza ogni ombra di dubbio il pezzo
più suggestivo è Mama’s Cryin’long, il drammatico racconto di una
bimba che assiste al linciaggio della madre colpevole di aver accoltellato il
suo stupratore. Particolare e potente l’esecuzione: un canto
condotto dalla Giddens, supportato da interventi corali liberi e fluidi
delle sue compagne, il tutto cadenzato
dal solo battito delle mani. Un
beat primordiale che evoca la volontà di
resistere attraverso l’orrore.
Ma la
devastante sofferenza di quelle donne non
supera mai la loro intima gioia la loro speranza di riscatto. “Oh tu metti le catene ai nostri piedi ma noi
stiamo ballando….. Ci rubi la lingua ma noi stiamo ballando….. Brown Girls
scendiamo in campo alziamo la voce e cantiamo” Queste le parole di
una strofa di “Moon Meets Sun”.
Alla ricerca delle storie si accompagna la
ricerca delle sonorità. Lo stile si può definire bluegrass, cioè una sorta di
country folk intimo, privo di forzature. Ma tale definizione è limitativa perché
negli arrangiamenti, scarni ma evocativi, entra molto di più : il blues, la musica celtica, il
folk delle origini - contraddistinto dall’uso del banjo tenore - e un po’
d’improvvisazione che non guasta mai.
Tutto in questo album è rivoluzionario.
Giddens, McCalla, Kia e Russell mostrano come la musica possa veramente
rendersi portatrice di lotte forti e
risolute. Ma bisogna conoscere le proprie radici culturali,
condividerle, contaminarle fino a gridare forte che la razza è una sola, quella
umana. Una razza in cui tutti hanno diritto ad una sopravvivenza dignitosa, donne, uomini,
gender, gay, poveri e meno poveri.
Un’operazione oggi complicata subissati come siamo da tanta istantanea
immondizia che trabocca dai social, dai media asserviti e anche, ahimè, da una parte dell’opinione pubblica che comunque non
è la maggioranza. La Giddens ha ragione quando dice che storicamente le donne
di colore non avendo avuto mai niente da perdere sono state le più fiere
combattenti per la giustizia sociale. E l’augurio è che tutti coloro che
storicamente non mai avuto, e non hanno, niente da perdere, anziché scannarsi l’un l’altro in una
guerra fra poveri, prendano coscienza della straordinaria possibilità che hanno
di lottare per la giustizia sociale e collaborino in questo conflitto contro
chi, invece, ha molto da perdere ma non ha paura di perderlo.