Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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lunedì 19 ottobre 2020

Il grande romanzo popolare del Capitano

 Festa del Cinema di Roma. Alex Infascelli dirige «Mi chiamo Francesco Totti», il film dedicato al fuoriclasse capitolino. Il racconto di un’icona, senza retorica, attraverso la voce del protagonista e materiali di repertorio.



Giona A.Nazzaro fonte: "il manifesto" del 18/10/2020

Non è necessario andare a recuperare qualche riflessione pasoliniana per verificare come il calcio rivesta ancora la capacità – e l’immaginazione – per federare il sentire di soggetti separati fra loro da questioni di classe, reddito e aspirazioni. Il calcio, cosa evidente anche a chi ne mastica pochissimo o affatto, è un luogo narrazione che produce non solo racconti e mitologie, ma offre anche chiavi di interpretazione delle cose del mondo. Vero anche come la comunicazione del calcio e il racconto dei suoi eventi, con i riflettori sempre puntati su protagonisti e oscillazioni del mercato sportivo, si sia andato configurando come un vero e proprio «mondo a parte».

PER CUI la sorpresa di fronte a un film come Mi chiamo Francesco Totti – nel programma della Festa del Cinema di Roma (il 19,20 e 21 ottobre nelle sale poi su Sky)- non potrebbe essere maggiore. Alex Infascelli, regista interessante, appartato e dal tocco altamente personale, mette mano a una materia, il racconto di un’icona della Capitale, del calcio nazionale e internazionale, affrontando la vicenda di un calciatore eccezionale come Francesco Totti evitando, e già questo basterebbe come risultato estetico e «politico», tutte le banalizzazioni agiografiche che sovente, per ragioni spesso «altre», inficiano il racconto di fatti sportivi, soprattutto se recenti e sotto gli occhi di tutti. Infascelli, a partire dal titolo evocativo, crea un film che è sì un incontro con un «uomo straordinario» e un atleta incomparabile, ma soprattutto riesce nell’impresa, davvero encomiabile, di creare un’opera genuinamente popolare, mai populista. Infascelli, con un notevole gusto da «chanson de geste», illustra le imprese di Totti sin da quando il calciatore bambino inseguiva i suoi sogni di gloria («A Roma ci sono tre squadre: l’A.S. Roma, la Lodigiani e la Lazio»). Collocandoli nell’alveo di un’infanzia che è soprattutto il segno precocissimo di una vocazione che non tarderà a manifestarsi in tutta la sua ricchezza, il regista coglie con notevole attenzione politica l’ambiente umano e antropologico nel quale il futuro fuoriclasse muove i primissimi passi.

SENZA INDULGERE in nessuna retorica sulla romanità, collocando le sue immagini nella voce calda e schietta, affettuosa, del Capitano, Infascelli mette a segno un’operazione rarissima e di grande sensibilità: dare letteralmente forma a un romanzo popolare in grado di offrirsi come luogo narrazione di un esserci, della sua gente, e toccare persino coloro che al calcio non dedicano quasi mai attenzione. La nozione di «campione» è così ricondotta da Infascelli, attraverso un uso attento dei materiali di repertorio e la organizzazione ritmica che ne fa il montaggio, non a un climax, cosa che esporrebbe il tutto ai rischi della retorica partigiana, ma a illustrare le stagioni di un giovane che, parafrasando Lou Reed, «cresce in pubblico». Risultato tanto più lodevole, in quanto la narrazione calcistica offre ogni settimana, a ritmo serratissimo, le gesta di campioni che si susseguono ininterrottamente. Merito ovviamente anche di Totti, ultimo esempio di eroe popolare sportivo (come forse l’avrebbe potuto immaginare Pasolini), al pari solo di Nino D’Angelo (in un campo completamente diverso), le cui gesta sono diventate sinonimo stesso di Roma. Infascelli coglie tutte queste sfumature, intrecciandole nel corpo del suo film, permettendo così a Totti di trascendere le opposte retoriche ed emergere come un uomo complesso, appassionato e, come sosterrebbe Pavese, «un uomo che è tutto nel gesto che compie».

IL FILM di Infascelli è la forma esatta di questa misura intuita da Pavese. E quando il film, grazie a un montaggio reiterato di rara commozione, cuce insieme le stagioni più belle di Totti, evidenziando le sue giocate e i suoi magnifici gol – come se Rudy Van Gelder montasse insieme tutti gli assoli di John Coltrane in un unico movimento – il film non solo esalta alcune delle prestazioni sportive più mozzafiato di sempre, ma è come se cogliesse il canto di un’anima libera che ha spiccato il volo sopra l’Olimpico. E anche chi abitualmente non è tifoso, non può che abbandonarsi alla gioia delle lacrime e della commozione. Infascelli coglie questo movimento dell’emozione non ricercando un gesto cinematografico «artistico» ma ascoltando la voce più autentica del cinema come arte popolare. Uno stacco di montaggio, un raccordo come una creazione di Totti sul campo, illuminato dalla grazia dell’invenzione e della bellezza. Francesco Totti, da oggi, è più di un nome. «Francesco Totti», da oggi, è tutta la «nobiltà del calcio».



 

mercoledì 11 luglio 2018

Una tifoseria triste

Luciano Granieri 




 Cristiano Ronaldo alla Juve!  Il colpo di calcio mercato del secolo. 

A dire il vero da tifoso romanista sto’ un po’ a rosica’, ma non perché CR7 sia approdato a Vinovo, ma  perché vedo altri tifosi romanisti che rosicano pe’ sto’ fatto. Cristiano Ronaldo alla Juve? E che c’è da rosica’? Al massimo lo  andiamo a vedere quando verrà a giocare all’Olimpico  contro  la Roma  , io addirittura posso godermelo anche allo Stirpe di Frosinone. Ammirare le gesta  del più forte calciatore al mondo è un grande privilegio. Che ce sta’ da rosica’.  

Per  certi versi sono convinto che l’acquisto del fuoriclasse  portoghese   sia buono per noi, ma una persecuzione  per i tifosi juventini.  Supporter  tristi  che con l’arrivo del campione rischiano  di scivolare nella schizofrenia. Che tifoseria è quella che dopo aver vinto  scudetto(per la settima volta consecutiva), e Coppa Italia, (per la quarta volta consecutiva), non scende in strada a festeggiare?  Una volta a Frosinone, notoriamente feudo juventino, quando la Signora vinceva, partivano i cortei, spuntavano le bandiere alle finestre, quest’anno come anche gli  altri anni nulla è accaduto.  A Torino qualcosa  si è visto, ma niente di che. 

Molto maggiore della gioia, quasi impercettibile, per una vittoria  che ha sancito il predominio assoluto dei bianconeri in Italia, è stata la rabbia per l’eliminazione dalla Champions, proprio per mano del Real Madrid di Cristiano Ronaldo, oggi  atteso alla corte degli Agnelli.  Un’acredine mai vista, con  giocatori e tifosi a straparlare, ad insultare, l’arbitro o chiunque usasse anche bonariamente prenderli un po’ per il culo. In una parola a “ROSICARE”. 

Figuriamoci quest’anno con Cristiano Ronaldo. Vincere campionato e coppa Italia, sarà del tutto irrilevante, quasi frustrante. Piuttosto, visto che l’eroe di tante Champions, conquistate  con il Manchester e con il Real, nella prossima competizione europea vestirà di bianco nero, quali saranno le reazioni dei tifosi qualora l’obbiettivo Champions dovesse fallire. Il suicidio di massa? 

Insomma  questa è una tifoseria destinata ad incupirsi a seguito dell’ennesimo trionfo italiano e ad abbrutirsi in caso di un ulteriore fallimento in Europa. Tifosi tristi a cui l’arrivo di CR7 potrebbe creare ulteriori scompensi. 



Vuoi mette noi romanisti!  Quando abbiamo vinto lo scudetto nel 1982-1983 la festa è durata  per tutta l’estate, il concerto di Venditti al Circo Massimo, i cortei infestonati di giallo e rosso,  inscenati perfino a Frosinone, notoriamente feudo juventino. Mi ricordo l’invasione di Rimini nell’estate dell’83 dove la Roma giocava in Coppa Italia  con la compagine  locale. Migliaia di romanisti affollarono lo stadio per vedere la squadra alla prima uscita ufficiale col tricolore addosso. 

Lo stesso è accaduto  nel 2001. Le serate a Testaccio ,  ad un certo punto  comparve pure Totti su una vespetta con una sciarpa legata in testa a festeggiare "I CAMPIONI DELL'ITALIA  con “il popolo”. E la Coppa Italia? Nonostante ne abbiamo vinte nove quella del  1980, è rimasta memorabile, l’ultima era  stata conquistata  10 anni prima (la sciarpa in foto fu  acquistata dal sottoscritto proprio in occasione di quella vittoria). Per non parlare della qualificazione  di quest’anno alle semifinali di Champions   eliminando il  Barcellona.  La “ ROMANTADA” che ci ha consacrato fra le prime quattro squadre d’Europa. I festeggiamenti di quella sera con il presidente a mollo nella fontana di Piazza del Popolo resteranno nella storia romanista. 

Qualcuno obietterà, ma ha senso festeggiare ogni venti anni, o giù di lì ? Io rispondo che ha senso festeggiare  ogni, 10, 20, 30 anni, basta festeggiare. Il calcio è passione e la passione raggiunge la sua massima espressione con la gioia. 

E’ passione quella di una tifoseria che rimane insensibile ad una sequenza di vittorie impressionante,     conseguite solo  in Italia, ma roisica, e quanto rosica, per un’eliminazione  in Champions?  Noi tifosi diversamente juventini potremo godere delle magie di Cristiano Ronaldo, loro tifosi conformemente juventini correranno il rischio di farsi mandare di traverso quelle stesse  magie se la Juve non vincerà la Champions League. Che tifoseria triste!

giovedì 12 aprile 2018

La Roma ai confini della realtà

Matteo Bartocci


I giallorossi rovesciano storia e pronostici ed eliminano il Barcellona delle stelle dalla Champions. Una notte magica in campo e sugli spalti. Dopo 34 anni la squadra capitolina torna in semifinale, per uscire ancora una volta dalla «prigionia del sogno»

Non sa nulla di calcio chi sa solo di calcio, diceva Mourinho. E infatti l’eliminazione del super Barcellona da parte della Roma nei quarti di finale di Champions League somiglia più a una favola che a una partita di pallone.
D’altra parte il Barcellona è un microcosmo che si autodefinisce «més que un club», più di un club, e la notizia della sua caduta fa il giro del mondo.
Roma ieri ha dormito poco. Caroselli fino all’alba e il presidente americano Jim Pallotta che nella notte fa letteralmente il bagno tra folla e fontane di piazza del Popolo circondato da tifosi in delirio (ieri il manager di Boston ha detto alla sindaca Raggi che pagherà i 450 euro di multa e ne donerà altri 230mila per il restauro della fontana del Pantheon).
UNA FAVOLA ANCHE perché i marcatori della vittoria, De Rossi e Manolas, sono gli autori dei due sfortunatissimi autogol dell’andata al Camp Nou.
Una favola perché una partita così, contro una squadra così, la Roma non l’ha mai giocata in tutta la sua storia.
È la vecchia favola di Davide contro Golia. Del debole che vince contro ogni pronostico.
Ma stavolta la vittoria non è frutto di astuzia, episodi o di italico stellone. Tantomeno di «catenaccio».
Il tre a zero che rovescia il 4-1 subìto a Barcellona è una vittoria rotonda, sul campo, voluta e studiata a tavolino dal team di Di Francesco, con icone mondiali come Messi (cinque volte pallone d’oro) e Iniesta che lasciano il campo a testa bassa diventando comuni mortali.
Forse bastava vedere lo svogliato riscaldamento prepartita dei blaugrana a far capire ai sessantamila dell’Olimpico che la serata non sarebbe finita come (quasi) tutte le altre della storia giallorossa.
 Perché la palla una cosa certamente non sopporta, chi la tratta con sufficienza e chi pensa che ogni finale sia scritto prima di giocarlo.
«QUESTA VITTORIA CONSENTE ai tifosi romanisti di allontanare un incubo e uscire dalla prigionia del sogno». Era l’8 maggio 1983. E Dino Viola – lo storico presidente della Roma di Liedholm, Falcao, Pruzzo, Conti e Di Bartolomei – sintetizzò in questa frase il sentimento della «città eterna» di fronte al secondo scudetto dopo quello del ’42.
Nel bellissimo documentario su di lui girato da David Rossi, Paulo Roberto Falcao dice proprio questo di Roma: «Roma è diversa. L’ho capito subito appena arrivato. C’è tanta sete di speranza.
Per vincere qui devi fare tante cose, ma soprattutto devi pensare in ogni partita che c’è una marea di gente che aspetta».
Perché il tifoso romanista le vittorie le conta in decenni. E sono passati ben 34 anni, era proprio quella Roma lì, da quando la capitale ha visto la sua squadra alle semifinali di Coppa dei campioni.
Anche i bei sogni hanno le sbarre se non diventano realtà. Stavolta no. Da tutto il mondo, del calcio e non, giungono complimenti ai giallorossi. Politici, artisti e migliaia di persone mandano filmati e messaggi.
Sembra la vittoria di tutti.
«Romantada» titola in spagnolo maccheronico il francese l’Equipe.
Avversari storici come Juve, Milan, Inter e Fiorentina festeggiano un risultato celebrato come una rivincita dell’Italia esclusa dal mondiale. Un ritorno della serie A sui campi che contano.
«Contro una formazione che viene riconosciuta come fra le più forti al mondo, se non la più forte, ribaltare un risultato così è la vittoria di tutto il calcio italiano», assicura il presidente del Coni Giovanni Malagò.
EPPURE FINO AL FISCHIO di inizio nessuno o quasi dei sessantamila romanisti sugli spalti scommetteva davvero nell’impresa. Forse solo Eusebio Di Francesco dalla panchina, con un cambio tattico spregiudicato, sperava di trasformare l’impossibile in realtà.
Ma è stata festa subito, che sarà sarà. E tra squadra e tifosi è scattata la scintilla. La curva è stata fino all’ultimo secondo e oltre il dodicesimo in campo, come testimonieranno poi in televisione i ringraziamenti ai tifosi di De Rossi, Dzeko, Florenzi, Manolas e Nainggolan.
Inevitabili i caroselli nella notte in particolare a Testaccio, il rione di nascita della squadra giallorossa. Un trionfo che si è protratto fino alla giornata di allenamento, con i tifosi fuori dal centro sportivo.
«Ho preso schiaffi ma ho saputo sempre reagire. Ora continuiamo a sognare», dice Di Francesco tra i selfie, pensando ai pochi giorni di vigilia del derby con la Lazio.
IL FUTURO EUROPEO è tutto da scrivere. Tra le possibili semifinaliste, le menti di tutti i giallorossi vanno al Liverpool, che ieri ha eliminato il Manchester City.
Quel Liverpool che una notte assurda di trentaquattro anni fa alzò la «coppa dalle grandi orecchie» proprio contro la Roma all’Olimpico vincendo ai rigori.
Batterlo è un sogno che prima o poi dovrà diventare realtà.
«Improbabile significa soltanto che può succedere»Federico Fazio


Di solito quando un post  è ripreso da altro organo di stampa, segnalo la fonte. Cioè il giornale che lo ha pubblicato. Ebbene, l'articolo qui sopra non è de "Il Romanista" nè del Corriere dello Sport", nè della rivista "La Roma" nè di altro giornale sportivo, bensì......udite udite! è tratto da "Il manifesto" di oggi. Un giornale che ancora pone la dicitura "comunista", sul titolo. Anche se, diciamolo, di comunista nel quotidiano non è rimasto molto. Ma questa è un'altra storia. Certo che se, in un periodo in cui  spirano forte i venti di guerra dalla Siria , impazza l'inconcludente  consultazione dei partiti davanti al Presidente della Repubblica per provare ad inventarsi un governo, un giornale tutt'altro che sportivo dedica una pagina alla Roma, significa che siamo in presenza di un'impresa vera quasi quanto la presa del Palazzo d'Inverno. E poi, la Juve ci finirà mai sulle pagine de "Il manifesto" quotidiano comunista?
Luciano Granieri 


giovedì 5 aprile 2018

Al ritorno, all'Olimpico tre glieli famo sicuro.

Luciano Granieri marxista romanista




Discee…dopo la sveja ar Camp Nou, dovemo gioca’ caa’ Fiorentina, dovemo fa’ er ritorno cor Barcellona e poi er derby co’ quell’artri.  Ce sta in ballo er terzo posto.  Quarcuno  dovemo fa’ riposa’.S'ha dda fa’  er turn over. Co chi o’ famo?  Sarebbe da fa’cor Barcellona, dopo er 4 quattro a uno la coppa è annata. Così  se sente dì  in giro. Ma io dico come cor Barcellona?  Ma che semo matti! So sicuro  che tre go’ all’Olimpico glieli famo,  co’ tutta la squadra ar completo tre glieli famo…….Nun so’ quanti ce ne fanno loro , ma sicuro tre gleli famo.  

O vedi a’ differenza col borghese juventino?  Loro se li piji pe’ culo su’ a' cempion se’ncazzano, noi ce ridemo e se pijamo pe’ culo da soli. Certo però che si  quer   fregnone de arbitro olandese c’avesse dato i du’ rigori, che ce stavano, mo’ stavamo a fa’ artri discorsi.  Ma che ce voi fa, stamo in Europa, l’Europa dell’UEFA, della Bce, dell’euro…..Mo' che cazzo c’entra l’euro e la Bce? C’entra e qui finisce di parlare il romanista e comincia il marxista. 

Mi chiedo: perché  l’UEFA  non adotta il Var  e la prova TV?  Eppure la stessa  FIFA  nei prossimi mondiali, introdurrà la video tecnologia. Probabilmente con il Var non solo avremmo ottenuto il rigore su Dzeko, ma anche l’espulsione di  Semedo, autore di un fallo da ultimo uomo. Probabilmente avremmo perso ugualmente, ma dopo 10 minuti, uno a zero per noi , dieci contro undici forse la partita cambia. Senza contare come lo stesso Var, avrebbe documentato che il fallo subito da Pellegrini, da parte di Umtitì era dentro l’area per cui la punizione dal limite si sarebbe trasformata in rigore. 

Ma perché la UEFA, l’organismo europeo di gestione del calcio, non vuole il Var?  Eppure servirebbe ,perché come ha detto Dzeko a fine gara, arbitri alla prima direzione di una partita importante al Camp  Nou, sono talmente  condizionati dal blasone del Barcellona e dalla pressione della tifoseria , che difficilmente hanno il coraggio di prendere  decisioni importanti contro i blau grana. Con il Var questa inconscia sudditanza troverebbe rimedio. Allora, ripeto la domanda,  perché l’UEFA non adotta il Var? 

Perché come tutte le istituzioni europee (UE-BCE) anche l’UEFA, favorisce chi  ha più possibilità di assicurare introiti economici, chi è in grado di attirare maggiori capitali, quindi la sudditanza arbitrale serve a scongiurare sorprese per cui una Rometta qualsiasi, impedisca alla potenza Barcellona di accedere alla semifinali di Champions.  Da quando è entrato in vigore il fair play finanziario -altro artificio per cui, in teoria, non è consentito alle squadre di spendere più di quanto guadagnano, ma in realtà la diversificazione degli introiti stravolge  le virtuose finalità del sistema - i team  più ricchi diventano  ancora più ricchi  e quelli meno dotati finanziariamente s’impoveriscono ulteriormente .   

Preciso uguale al principio dell’austerity che, con la scusa dei pareggio di  bilancio, favorisce l’accaparramento di beni e servizi pubblici  da parti di una comunità finanziaria sempre più ricca, assicura un aumento della potenza economica di Paesi già iper ricchi, come, ad esempio la Germania,  costringendo gli altri a campare con l’elemosina della BCE condizionata alla macelleria sociale imposta dalla UE. 

Allora allo slogan, fuori dall’Europa, fuori dall’euro io aggiungo fuori dall’UEFA. Comunque ar Barcellona, all’Olimpico, tre glieli  famo sicuro, nun so’ quanti ce ne fanno loro ma noi tre gleli  famo.


venerdì 21 luglio 2017

La chiameremo Roma

Il 22 luglio 1927, esattamente 90 anni fa, in Via degli Uffici del Vicario al n.35 nasceva l’AS Roma. Primo presidente l’on. Italo Foschi. Per chi ama la Roma  il 22 luglio è una data storica. Ma anche per la storia del calcio quel 22 luglio può essere considerato un giorno importante. Di seguito pubblico il racconto di questa nascita tratto  da “La storia illustrata della Roma” una pubblicazione, curata dal giornalista e scrittore Lino Cascioli,  uscita  nel 1986  per  "Edizioni Casa dello Sport".

Auguri splendida novantenne
Luciano Granieri



L’intesa venne raggiunta nel tardo pomeriggio. Faceva caldo e aprirono le grandi finestre per respirare un poco  e concedersi una pausa. “Allora siamo d’accordo” disse l’on. Foschi “ la chiameremo Roma”. Dal cortile salì un fresco odore di terra appena  bagnata. Erano andati avanti per ore , senza un’oscillazione, evitando con cura ogni possibile avversità, quasi per vincere una scommessa segreta, a tutti sconosciuta. Fu allora che Vincenzo Biancone improvvisò un discorsetto, mentre i fratelli Crostarosa , da buoni padroni di casa, facevano saltare i tappi alle bottiglie dello champagne: “Abbiamo messo in piedi un’intesa, adesso dobbiamo costruire un società. E insieme alla società dobbiamo costruire una squadra. Il nostro dovere è di farla subito grande, altrimenti avremmo sbagliato tutto e alzeremmo i calici per salutare un generoso fallimento”. “E’ forse obbligatorio diventare grandi?” Chiese Sebastiano Bartoli, nominato da pochi minuti segretario.

Faceva mostra di scherzare , parlando così, ma tutti sapevano quanto anche lui ci credesse. E avevamo ragione, in fin dei conti. La lenta e difficile ascesa  del calcio romano aveva messo in luce un ’Alba all’ultimo posto del girone A e la Fortitudo all’ultimo posto del girone B. Avendo conquistato anche la Lazio il diritto alla serie A, nel 1927-28  ci sarebbero state tre squadre di Roma nel massimo campionato. Da qui era partita l’idea che aveva portato alla nascita della Roma: meglio una squadra forte che tre squadre deboli. Ma la Lazio rifiutò subito sdegnosamente ogni accordo, gelosa della sua tradizione. Il suo presidente rispose che preferiva i giornalieri disinganni all’aspro fiele di dover rinnegare la bandiera. Ed erano poi tanto sicuri che il conto sarebbe tornato, come calcolavano nei loro sogni, il marchese Sacchetti, Scialoia e i Crostarosa? 

L’idea piacque  invece ai dirigenti del Roman (nato nel 1903), della Fortitudo (1906) e dell’Alba (1911), che si erano dati appuntamento per quel pomeriggio del 22 luglio 1927 in Via degli Uffici del Vicario 35, nel cuore della vecchia Roma. “Non è mica obbligatorio diventare grandi: ribattè Pietro Crostarosa, “all’inizio potremmo anche contentarci di stare nel mezzo”.”Oh” rispose Vincenzo Biancone “questo è l’ultimo pericolo che corriamo veramente”. Poi, per non sembrare polemico, girò il discorso su alcune questioni marginali da risolvere.

Il mondo era alle soglie della prima, pesante recessione economica, e ormai lontano dai fantasmi tragici della guerra mondiale. In Italia Mussolini stava raggiungendo la consapevole pienezza del potere, e imponeva ormai l’arrogante autorità del Partito Nazionale Fascista in ogni settore della vita del paese, comprese le attività ricreative e gli sport. Il calcio era stato assimilato a questa logica da pochi mesi ed erano già partite direttive per riorganizzarlo in base a criteri più consoni alle nuove esigenze della politica nazionale: girone unico, squadra azzurra più competitiva sulla scena mondiale, ecc.

Il campionato organizzato su basi provinciali, fino ad allora aveva proceduto impavido tra la beatitudine e il lacrimato dramma, alimentando la passione in dosi minime, innocue, borghesi. Bisognava esasperarne i contorni. I giocatori tesserati erano già 38.000, con circa 2.000 arbitri. Nei programmi dei nuovi dirigenti  nominati dal Partito presero corpo norme intese a incoraggiare il trapasso dal dilettantismo sospetto al professionismo dichiarato. Le grandi società del passato, di stampo agricolo e provinciale , come la Pro Vercelli   il Casale, dovettero cedere il posto alle ambizioni delle squadre metropolitane. 

Ormai soltanto i grandi stadi Avrebbero infatti potuto ospitare quelle manifestazioni di massa capaci di garantire la coreografia del consenso di cui si compiaceva i fascismo. Il primo a recepire questo messaggio e a seminare tra le moltitudini di una grande città il calore di un sogno di evasione fu Edoardo Agnelli, ponendo subito le basi per trasformare in pochi anni la scialba Juventus, che aveva vivacchiato sino ad allora, nella Signora degli scudetti. Le cinque consecutive vittorie dei bianconeri, tra il 1930 e il 1935, furono il sintomo più chiaro del mutamento dei tempi e che   il calcio stava ormai lievitando come industria dello spettacolo. Anche la Roma nasce dai fermenti di queste nuove esigenze.  I suoi dirigenti avevano già fatto la scelta, disdegnando l’ombra mediana di un destino anonimo, sospinti da qualche forza più intensa del loro stesso orgoglio. Ma c’erano ancora molti problemi da risolvere febbrilmente.

Il primo nodo da sciogliere dopo il brindisi, fu la scelta dei colori sociali , mentre strisce di caligine offuscavano il cielo serotino. Si dissero però tutti d’accordo nel prediligere la maglia del Roman, rossa bordata di giallo. Erano i colori del comune di Roma. Colori che scioccamente i dirigenti della Lazio avevano snobbato, classicamente infatuati, agli albori del secolo, del mito greco di Olimpia. Insomma avevano scelto quelli della bandiera greca , con una decisione elitaria aristocratica , incomprensibile alle masse, che invece accorsero subito al richiamo di Roma e dei vessilli capitolini. E questo forse serve a spiegare perché la Roma fu subito squadra visceralmente popolare, cara alla gente dei vecchi rioni e de suburbio.

Ma la discussione si riaccese con un accanimento senza precedenti quando si trattò di scegliere il campo capace di ospitare tutti i tifosi delle tre squadre. La Fortitudo giocava su campetto della Madonna del Riposo, l’Alba in un prato dove adesso c’è Piazza Melozzo da Forlì e il Roman in Viale Tiziano. Questi tre campi furono però tutti scartati. La preferenza venne data, in via provvisoria, al Motovelodromo Appio, che bisognava però riadattare alle nuove esigenze, in attesa  di costruire uno stadio di proprietà della Roma, accanto al monte dei cocci di Testaccio, ricalcando il modello di quello  dell’Everton a Liverpool.

Un altro problema spinoso da risolvere fu quello della squadra. Bisognava rinunciare a circa trenta giocatori, scegliendo tutti i migliori, ma Italo Foschi non si lasciò sgomentare. Fu deciso di affidare l’incarico ad una commissione tecnica composta da Pietro Crostarosa, Danilo Baldoni, Vincenzo Bianconi, Amerigo De Bernardinis e Giuseppe Stinchelli.  La discussione si fece così animosa e serrata che spesso dovette intervenire, come paciere, lo stesso presidente. Alla fine fu stabilito di mettere a disposizione dell’allenatore Garbutt (strappato al Genoa) una rosa di ventotto elementi. Tredici avevano militato nella Fortitudo, dieci provenivano dall’Alba, cinque infine vennero scelti  dal Roman.


La formazione con cui la Roma scese in campo per la prima volta. In altro da sinistra: Il presidente Foschi, l'allenatore Garbutt, Ziroli, Fasanelli Bussich, Cappa, Chini , il massagiatore Cerretti e il suo vice Moggiani. Al centro: FerrarisIV, Degni, Rovida e (col pigiama da riserve) Bianchi. In basso: Mattei, Repetti e Corbyons.


Ormai la notte afosa gravava su quegli uomini stanchi come una spessa tavola di ferro. Lungo il filo smussato dei vecchi palazzi che circondavano Piazza Montecitorio, passavano uomini  e cavalli.  Nominato prefetto a La Spezia, l’on. Italo Foschi fu presidente per poco tempo.

La Roma scese per la prima volta in campo sul terreno del Motovelodromo Appio, il 28 luglio 1927, battendo gli ungheresi dell’Ujpest per 2-1. Il primo gol messo a segno da un giocatore in maglia giallorossa venne realizzato dalla mezzala Cappa. Fu il Livorno la prima formazione italiana  che sfidò la Roma. I giallorossi vinsero con un gol di scarto (3-2) e il centravanti Bussich, al suo esordio, mise a segno due gol. Intanto  bisognava superare l’ostacolo dell’iscrizione al campionato. 

L’iscrizione della Roma era osteggiata dalla Lazio, allora molto influente a livello federale, e dalle società del nord, che cercavano di impedirle l’attività agonistica ufficiale condannandola allo stato di mora per un anno. La situazione era imbarazzante. Un giornale di Milano, tanto per spiegare il clima con cui era stata salutata la nascita della nuova società, scrisse infatti in quei giorni: “Questa Roma è solo un sogno di mezza estate”.
Invece la soluzione per iscrivere la Roma al campionato venne offerta da un’altra fusione, quella tra Doria e Sampierdarenese nella Dominante, per cui la squadra giallorossa potè regolarmente disputare il campionato, il 25 settembre 1927, incontrando il Livorno. La Roma vinse 2-0 con gol di Ziroli e Fasanelli.

Il primo successo di un certo prestigio della nuova squadra fu però la vittoria della Coppa CONI, un torneo  a due gironi che impegnava le quattordici squadre  escluse dalle finali per lo scudetto. La Roma battè in finale il Modena sul campo neutro di Firenze e l’annuncio della sua vittoria, comunicato da un cartello esposto al balcone della redazione romana della “Gazzetta dello Sport”, suscitò tale entusiasmo da bloccare il traffico per le vie del centro. 

I romani avevano già eletto la Roma a squadra del cuore  e accolsero con tutti gli onori Fulvio Bernardini, che Renato Sacerdoti, diventato nel frattempo presidente della società, aveva strappato all’Inter. Per l’esordio di Fulvio (Roma-Genoa 5-3) vennero fissati prezzi da capogiro: un biglietto dei popolari costò 5 lire, uno dei distinti 10 e un posto in tribuna centrale addirittura 20 lire! In seguito a questa politica esosa  da parte della società nacquero le prime polemiche, ma vennero presto dimenticato allorchè il grande “Fuffo”, schierato centravanti, mandò subito tutti in delirio mettendo a segno due gol. 

I primi derby furono disputati nella stagione 1929-30 la prima a girone unificato per cui Roma e Lazio si trovarono per la prima volta di fronte. L’8 dicembre 1929 su disputò il primo derby sul terreno dei biancazzurri. Manco a dirlo vinse la Roma per 1-0 con un gol di Volk realizzato nella ripresa. Nella partita di ritorno disputata il 4 maggio 1930, la vittoria della Roma fu ancora più netta (3-1) con reti di Bernardini, Volk e Chini. Per la Lazio segnò Pastore. La lunga storia di vittorie del popolo giallorosso  contro l’aristocrazia biancazzurra era iniziata. 

 

domenica 28 maggio 2017

Ragazzi di calcio

Luciano Granieri


Fu una strana domenica calcistica quella del 27 febbraio 1994. Allo stadio Olimpico c'era  Roma-Sampdoria. Si navigava in fondo alla classifica, distanti anni luce dalla Lazio. E c’era da affrontare la Sampdoria di Mancini, allenata da quell’Eriksson con il quale nove anni prima si era sfiorato lo scudetto. 

Dopo due pareggi, con Atalanta e Cremonese, la vittoria era obbligatoria. Novità nella formazione giallorossa,  Carletto Mazzone schierava come seconda punta, a fianco di Balbo, un ragazzino diciassettenne. Francesco Totti.

 In quel periodo, io e mia moglie avevamo abbandonato la curva sud. Le partite, dopo aver lasciato il pupo di quattro anni a casa dai    nonni, ce le andavamo a vedere in Tevere sud. E' vero c'eravamo imborghesiti. Durante il viaggio  da Frosinone a Roma commentavamo la possibile scelta di Mazzone di utilizzare un secondo attaccante in modo da rendere più efficace la fase offensiva.  Però era un ragazzino!  L'intuizione  fu  felice lo potemmo  constatare in seguito. 

Ma quella era una stagione dannata. La Roma iniziò  bene la partita  con quel pischello che trasformava ogni palla che passava dai suoi piedi in un prezioso regalo per i compagni.  Dall’altra parte, però, c’era un certo Roberto Mancini, allora in forma smagliante. A metà del primo tempo con una combinazione magica , abbiamo visto la palla eclissarsi fra i piedi di Evani, ricomparire ,appena sfiorata,  da Platt, per giungere sugli  scarpini di Manicni, il quale, al volo, implacabile batteva Cervone. Uno a zero per la Samp. 

C’era mezzo primo tempo e tutto il secondo da giocare. Mai come in quella partita fu giusto rievocare l’assedio di Fort Apache, con i blucerchiati tutti dietro e i romanisti a circondare l’area di rigore avversaria. Piacentini, Cappioli, Balbo e lo stesso Totti, sdoppiatosi in un lavoro di punta e rifinitore, provarono a forzare il fortino, ma Pagliuca, portiere sampdoriano, sembrava un grillo. A mia memoria non ricordo una partita così straordinaria da parte di un portiere.

 Ad un certo punto, Totti prese  palla e con una magia mise  Haessler solo davanti a Pagliuca. E’ fatta ci dicemmo.  Neanche per idea, stavolta non fu merito del portiere ma  demerito della piccola ala romanista che sprecò tutto sparando addosso all’estremo difensore,  il quale, nello stato di grazia in cui era non aveva  certo bisogno di  regali. 

Ci sgolammo ad incitare la squadra, ad inveire per le occasioni fallite e a stupirci per Totti. Nulla da fare nella  stagione maledetta perdemmo anche in  quella domenica di fine febbraio. Uno a zero per loro, con un solo tiro in porta scagliato verso la porta romanista. Ma su quel campo, proprio quella   domenica,  potemmo assistere alle gesta di un ragazzino straordinario, che ci deliziò con tocchi da vero artista, autore anche di un colpo di testa ben indirizzato in porta,   Rete? No l’urlo del gol fu  ricacciato in gola dal solito Pagliuca. 

Come ogni fine partita, andammo ad aspettare i giocatori all’uscita posta fra la curva sud e Montemario. Mai come in quel frangente  c'era bisogno di incoraggiare i ragazzi , con un derby alle porte, a meno nove dalla Lazio. Alcuni calciatori uscivano sulle  loro lussuose vetture, altri avrebbero lasciato lo stadio sul pullman. Aspettavamo, ansiosi di vedere i vari Balbo, Aldair, quando ad un certo punto si avvicinò un ragazzino con una vespetta. 

Dopo un po’ da un cancello laterale, uscì un altro ragazzino. Un inserviente della Roma gli disse: “Guarda che questa non è l’uscita  dei calciatori, devi andare all’altro cancello” Quello rispose: “ Ma io vojo uscì de qua, ce sta l’amico mio che me sta’ aspettà” Quel ragazzino, ignorato pressochè da tutti, si avvicinò al tipo con la vespetta. Da una busta di plastica tirò fuori una maglia blucerchiata, la mostrò con orgoglio  all’amico sul motorino e disse: “Te piace, oh è la maja de Mancini!  Ce la semo scambiata dopo la partita.  Mo annamo a fa un giro” Il ragazzetto biondo, dopo aver riposto  la maglia sampdoriana  nella busta, saltò dietro al tizio  col motorino e sparirono indisturbati fra la folla. 

Quel pischello con la casacca  di Mancini era Francesco Totti. Uno che aveva appena finito di deliziare le platee calcistiche  sul prato dell’Olimpico e se ne stava tornando a casa accompagnato dall’amico suo, come se avesse finito di giocare nel campetto del quartiere.  Era il 1994, avevo 33 anni, una moglie e un figlio piccolo. Quel ragazzino dietro la vespetta, mi avrebbe regalato momenti di esaltazione sportiva unici, mi avrebbe riempito il cuore e gli occhi  di giocate, gol, pallonetti, cucchiai, e altre svariate magie calcistiche. 

Oggi di anni ne ho 56, come mia moglie.  Mio figlio  sta per laurearsi e dopo aver “smaltito” per una vittoria col Genoa preziosa per  l’accesso alla Champions, ho assistito alla festa di addio al calcio del   ragazzetto  della  vespetta. Proprio lui,   che per 23 anni è stato parte delle mie emozioni, delle mie gioie . Già quel pischello ,come lui stesso ha detto oggi in lacrime,  è  diventato grande.   

 E mai come oggi  ho sentito la nostalgia di rimanere bambino. 

mercoledì 30 dicembre 2015

Dignità di essere Romanisti

Luciano Granieri


Il  post (qui sopra)  del collettivo politico Militant Blog,  sugli  inquietanti  retroscena  che hanno accompagnato la partita di beneficenza  “Voi siete la leggenda” organizzata da  Vincent  Candelà ,terzino della Roma del terzo scudetto, che ha visto protagonisti ex giocatori  giallorossi  insieme a calciatori romanisti in piena attività, forse getta una luce chiarificatrice su quanto sta accadendo oggi al tifo giallorosso  , in particolare quello che occupa, o meglio, occupava a la curva sud. 

Per chi non è addentro alle cose romaniste, spieghiamo che dall’inizio del campionato, i tifosi della storica Curva Sud, hanno deciso di disertare le partite, per protestare sulla divisione delle gradinate  in micro settori  delimitati da barriere in plexiglas. Provvedimento  deciso, per motivi di ordine pubblico dal super prefetto Gabrielli. La nuova disposizione logistica del pezzo di tribuna da sempre cuore del tifo capitolino, è orientata, secondo l’ordinanza prefettizia,  ad evitare l’esposizione di striscioni molto lunghi, spesso, forieri di messaggi ritenuti offensivi. L’ultimo,   forse causa del provvedimento,   quello esposto in occasione dell’incontro Roma-Napoli, del campionato scorso,  nel quale si prendeva di mira la madre di Ciro Esposito. Esposito era  il tifoso Napoletano ucciso da un ex ultrà  romanista, esponente accanito  della becera destra romana,    FUORI DALLO STADIO , in occasione della finale di Coppa Italia, disputata all’Olimpico  due stagioni fa  fra Fiorentina  e Napoli.  

Se è vero che il provvedimento di Gabrielli, spacciato per  tutela dell’ordine pubblico, è in realtà  il sordido attacco a dinamiche di condivisione e aggregazione sociale- e la passione calcistica non fa eccezione-  invise al   potere che costruisce la sua prevaricazione  sulla frantumazione dei blocchi sociali e la formazione di disperate solitudini,  se è vero che l’unico spazio consentito ai supporter calcistici , inconsapevoli o  meno, è quello funzionale a definire una cornice asettica del tifo, utile idiota per le  narrazioni buoniste  necessarie al grande business televisivo,  la presa di posizione di tifosi della curva sud  è del tutto fuori luogo.  Non  andare allo stadio  è quello che Gabirelli e il potere che a lui  si affida auspicano.

 Le rivoluzioni,  si sono sempre costruite sui luoghi. Disertare i luoghi  significa consegnarsi  al  fallimento. A questo dunque è destinata la protesta dei molti dei curvaroli romanisti che hanno ripudiato la “Sud” come luogo di aggregazione.  Il problema è  stato causato da Gabrielli?  L’obbiettivo ha da essere Gabrielli.  Anziché  svuotare lo stadio, che si vada in massa , con striscioni, bandiere, fumoni e trombe, davanti all’ufficio del super prefetto, e non ci si muova da li fino a che la questione “parcellizzazione della sud” non sarà risolta. Non riempire la curva , significa  semplicemente dargliela vinta,  fare il gioco  cioè di chi vuole, per diversi motivi, disgregare  il tifo organizzato. 

Altre campane, invece, riferiscono che, oltre alla questione delle barriere all’interno della Sud , la diserzione dello stadio sarebbe dovuta ad una contestazione verso la Società, giudicata poco presente a fianco dei tifosi e incapace di governare le vicende tecniche, causa di risultati notevolmente inferiori alle aspettative.  Personalmente ho frequentato l’Olimpico, con una certa costanza, dall’inizio dagli anni ‘70 fino allo scudetto del 2001. Anche in quei periodi  c’erano opinioni contrarie  verso l’As Roma , ma lo stadio era comunque pieno,  si discuteva, anche animatamente, sulle scelte del presidente, dell’allenatore, spesso  si era in totale disaccordo sulla formazione, sul mercato, ma quando  gli undici giallorossi entravano in campo, esisteva solo il tifo per la Roma.  

A conclusione di queste riflessioni l’evidenza dei fatti dimostra, che andare allo stadio, per coloro i quali  lo stanno disertando, non ha  lo scopo di supportare la Roma, ma è funzionale a mettere in mostra i propri disvalori di violenza, razzismo e intolleranza,    guarda caso l’immondizia celebrale che anima tutti gli adepti di CasaPound e dintorni.  A questo servivano e avrebbero dovuto servire gli ampi spazi necessari ad esporre certi beceri striscioni.   Se l’invettiva razzista, violenta, non può essere ripresa delle telecamere,  fotografata e postata sui social, perché ne è inibita la sua esibizione, allora è meglio non occupare quel palcoscenico dannatamente preso in ostaggio dalla destra più becera e violenta.  Quella che esige dai calciatori, l’umiliazione dello spogliarello in diretta TV in  caso di prestazioni, non ritenute degne della maglia che si indossa.  

Qui si inserisce un discorso sulla sincerità del tifo: si va allo stadio per tifare Roma, o per sfogare le proprie frustrazioni attraverso l’ostentamento di atteggiamenti fascisti e razzisti, inculcati da una marmaglia impegnata ad assoldare manovalanza all’interno della frangia più ignorante della tifoseria?  Ma noi della Roma non siamo  diversi   in tutto da quegli altri che stanno dall’altra parte dello stadio e che storicamente sono stati e  saranno sempre fascisti?  Riprendiamoci allora la dignità e l’orgoglio di essere romanisti e non fascisti. Fascisti sono, da sempre pure i laziali (salvo rare eccezioni.)


giovedì 17 settembre 2015

La magia di "Bello de nonna"

Luciano Granieri



Il calcio di oggi, quello della Champions League è roba per ricchi capitalisti. Partecipare alla massima competizione europea per un club significa guadagnare centinaia di  milioni di euro. Il giocattolo fa  gola a ricchi sceicchi, magnati russi e scaltri finanzieri. I migliori calciatori sono merce pregiata, sono  guerrieri dalla faccia pulita arruolati in  invincibili armate pedatorie che imperversano sui campi di mezzo mondo. 

Atleti il cui costo raggiunge cifre iperboliche, Messi o Neymar del Barcellona, Cristiano Ronaldo del Real Madrid, Muller del Bayern Monaco e tanti altri celebrati campioni che militano nel Manchester City, nel Chelseae, nel Paris  Saint Germain sono gli attori da red carpet  che mandano avanti il miliardario e sfavillante carrozzone della Champions. Un carrozzone dove i tifosi allo stadio contano sempre meno e gli abbonamenti alle pay tv sempre di più. 

Eppure il calcio non era sport borghese. Agli inizi del ‘900 quando sono iniziati i primi campionati in Italia, il football era figlio del popolo, perfino Gramsci lo esaltò come sport sano  e corretto. Il Corriere dello Sport, ad esempio,  nacque il 14 luglio del 1923  come periodico. Allora  si chiamava  Sport e Proletariato . L’editoriale del primo numero riferiva di  un incontro di calcio promosso dalla federazione del lavoro fra una rappresentanza italiana di operai e  la francese  Federatione Sportive du Travail finito 7 a 2 per gli Italiani. Le partite si svolgevano nei campi impolverati di periferia e nei paesi. La Pro Vercelli, Il Casale, la Novese vinsero  fior di scudetti.  

Poi piano piano la borghesia si è impadronita del giocattolo  trasformandolo nella macchina da soldi che è oggi. Ma fortunatamente rimanendo il calcio pur sempre un sport e dunque dipendente dall’abilità, dalla fantasia, dalla creatività dei suoi interpreti, spesso regala momenti di vera e propria arte. Una magia a che per avverarsi non ha bisogno dei milioni  di investimenti, della ferrea programmazione. La magia si materializza, si genera per un’intuizione, per la straordinarietà di un gesto. E’ la fantasia e il coraggio di Davide che spesso ha ragione di Golia. 

E’ accaduto l’altro ieri sera allo Stadio Olimpico di Roma, quando  un ragazzo di 24 anni  con la faccia pulita di figlio del popolo  s’inventa il gesto, l’intuizione che consente alla Roma di pareggiare la partita contro il Barcellona, lo squadrone campione d’Europa. Lo strapotere di Messi e compagni era straripante. Nessuna tattica, nessun modulo avrebbe potuto cambiare gli equilibri, troppa la differenza fra i calciatori blaugrana,  in maglia blu elettrico per l’occasione, e la Roma. Ma  all'improvviso si avvera l’inimmaginabile , il colpo di genio, un tiro da 55 metri che lascia di stucco il portiere dei Catalani Ter Stegen e fa esplodere l’Olimpico incredulo  di gioia. 

E' proprio il  giovanotto dalla faccia di figlio del popolo a creare la magia. Un ragazzo semplice che tempo fa, dopo un gol realizzato contro il Cagliari, corse ad abbracciare la nonna in tribuna. Bello de nonna lo chiamarono dopo quel gesto. E l’altro ieri sera bello de nonna è entrato nella storia del calcio e dello sport in generale, perché quel gol da 55 metri è pura magia è  l’incantesimo  del ragazzo semplice ma geniale. Forse è per gente come bello de nonna che il calcio nonostante i milioni  e le tristi storie di corruzione che colpiscono federazioni e dirigenti, rimane uno sport emozionante e coinvolgente, sano avrebbe detto Gramsci.


lunedì 17 agosto 2015

Leva calcistica del '25

Luciano Granieri


Nella settimana in cui inizia il  massimo campionato di calcio, voglio proporvi la storia del primo straniero    che in assoluto ha  scaldato i cuori della tifoseria romanista. 


Premessa. Il  tifo del sottoscritto per i giallorossi è noto a chi frequenta il blog. Ma quest’anno  per me, come per molti altri cittadini  frusinati, appassionati di calcio e tifosi delle maggiori formazioni   di serie A, si pone il dilemma: sostenere la propria squadra del cuore o tifare Frosinone?  Fino all’anno scorso il problema non esisteva.  Oggi, con i Canarini in serie A, qualche dubbio potrebbe sorgere. Ebbene, fuori da ogni ipocrisia, io continuo a tifare Roma. Proverei  immenso piacere   se  il Frosinone potesse  raggiungere quanto prima la salvezza, o se qualche risultato positivo dei gialloazzurri (una vittoria sulla Juve ad esempio)  potesse favorire la Roma nel raggiungimento del suo obbiettivo, ma quest’anno, come gli altri del resto,  per me esiste solo la Roma. Vi do però un consiglio. Per chiarirvi le idee su  questo dilemma  interpellate  i supporter juventini locali. Loro l’esperienza di confrontarsi con il Frosinone nello stesso torneo l’hanno già maturata,  era il campionato di serie B stagione 2006-2007. Chiedete dunque a qualche juventino  frusinate lui saprà dirvi se in quel  memorabile campionato preferì  i colori locali a quelli della Vecchia Signora. Fine Premessa.

Torniamo al nostro straniero:  “Il Polacco”, così era soprannominato. Quando lui calcava i campi di calcio Zibì Boniek doveva ancora nascere, probabilmente  neanche il padre di Zibì era ancora al mondo. La vicenda  infatti  risale ai primi decenni del secolo scorso, probabilmente il 1925. Qualcuno, più attento ed esperto della storia della Roma, potrebbe obbiettare: L’AS Roma è stata fondata il 22 luglio 1927 come faceva, dunque, il Polacco a vestire già due anni prima i colori giallorossi?   Infatti non era la Roma, anzi a dir la verità neanche il Polacco era Polacco, ma   romano verace. 

  Non sono impazzito, procediamo con ordine. 

Nei primi anni del secolo scorso il campionato italiano non era organizzato come oggi. Dal 1913 le contendenti  erano raggruppate in due gironi. Quello del nord,  che raccoglieva solo squadre del triangolo Liguria-Piemonte-Lombardia,  con qualche partecipazione di compagini venete ed emiliane, e quello del centro- sud dove militavano tutte le squadre romane e laziali. Le vincitrici di ogni girone  disputavano la finale  per lo scudetto. La storia di queste finali era sempre segnata. Le squadre del nord, forti di una maggiore disponibilità  economica,  potevano disporre dei migliori calciatori, e quindi fare un sol boccone della finalista suddista. 

Per altro il panorama calcistico di Roma e del Lazio era molto frastagliato. Allora i prodotti del pur ricco vivaio locale erano dispersi in una marea di squadre. Se ne contavano almeno dodici, Lazio compresa. Fu così che i presidenti di tre compagini , la Fortitudo, il Roman e l’Alba,  nel 1927, per tentare di costruire una squadra che potesse competere con le potenze del nord decisero di unire le loro forze in un’unica società. Nacque così l’As Roma. Il nostro Polacco fu valente mediano e ala sinistra proprio dell’Alba costola della costituenda As Roma.  Giocò insieme a calciatori, eccellenti  come Lo Prete e Ziroli, quest’ultimo fece poi parte della rosa della prima Roma composta dai migliori giocatori provenienti dalla Fortitudo, dal Roman e dall’Alba.  

Walter Ferranti era il nome del Polacco, nato a Roma il 21 dicembre del 1911.  Fu nominato Polacco ad  honorem. Allora  ogni  squadra del nord sfoggiava  calciatori  stranieri nelle sue fila, l’Alba non avendo la stessa disponibilità economica e non volendo sfigurare, decise che il suo straniero diventasse  Ferranti soprannominato “Polacco”. E’  stato di fatto il primo straniero della Roma.  

Ma il Polacco più che come calciatore  ebbe successo come straordinario   musicista. Walter Ferranti infatti fra il 1932 ed il 1939 fu il pianista di una delle più grandi orchestre jazz dell’epoca,  quella del sassofonista  Sesto Carlini. Una formazione in cui militarono i migliori jazzisti in circolazione, italiani ma anche inglesi ed americani,  come il trombonista Herbert  Flemming , il trombettista Len C. Hughes, o il sassofonista, italo americano di Boston, Mario Gulizia.  

L’orchestra imperversò in tutta Italia nei club e nei teatri più esclusivi  fra Sanremo Venezia e Roma, in particolare. Si esibì   anche in Europa, con Ferranti sempre solido protagonista al pianoforte. La particolarità dell’orchestra di Sesto Carlini consisteva  nel fatto  che superava  le prescrizioni proibizioniste emesse del fascismo. Nessuno  dei musicisti aveva la tessera del partito fascista e, nonostante un decreto del 1935 vietasse di offrire lavoro agli stranieri, americani, inglesi furono costantemente presenti nella formazione. Come dire il jazz oltre le ottuse barriere del regime. Alla fine del 1938  presso il campo Littorio di  Sanremo l’orchestra di Sesto Carlini  disputò un match di football contro l’orchestra argentina di Salvador Pizzarro. Non ci fu storia  e il Polacco fece cose memorabili.

martedì 26 maggio 2015

Notorietà e leggenda

Luciano Granieri


Come si misura la notorietà di un personaggio? Dalle pagine che i giornali gli dedicano, dei servizi televisivi che lo vedono protagonista, dal numero dalle interviste che rilascia? Certamente l’attenzione dei media è fondamentale. Ma un personaggio entra veramente  nella leggenda quando   cominciano a comparire magliette e t-shirt  che lo citano o si rifanno a sue frasi.  Non  c’è dubbio  che  il fine latinista Claudio Lotito, presidente della Salernitana, del Brescia (attraverso la società Infront) e……. ah  si, e della Lazio, sia entrato nella leggenda  soprattutto sull’asse Frosinone-Roma. 


lunedì 6 ottobre 2014

Moriremo juventini

Luciano Granieri

Il punto di vista di un marxista romanista.

Il furto subito ieri dall’As Roma per mano  della Juventus, detta “Rubbentus”, complice l’arbitro Rocchi, è stato talmente eclatante da suscitare reazioni  perfino in Parlamento . Sull’esito della partita, che ha visto la juve imporsi grazie a tre reti irregolari, il parlamentare del Pd Marco Miccoli ha annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Economia Padoan e un esposto alla Consob con le seguenti motivazioni: ”Ricordo che Roma e Juventus sono società quotate in borsa, e quindi gli incredibili errori arbitrali (oltre a falsare il campionato e minare la credibilità del Paese) incidono anche sugli andamenti della quotazioni borsistiche. Ritengo  anche–prosegue il parlamentare - che la partita di ieri, trasmessa in tutto il mondo, abbia dato una pessima immagine del Paese. Meritocrazia e qualità vengono messi in secondo piano a favore di decisioni errate Più che dell' articolo 18, sono sicuro che gli imprenditori stranieri siano messi in fuga soprattutto da questa arbitrarietà e mancanza di certezza nell'applicazione delle regole, assolutamente impensabile in qualsiasi altra parte del mondo civilizzato. A Roma c'è l'americano Pallotta che continua ad investire in Italia. Speriamo che ieri non abbia visto la partita. O, almeno, che l'abbia dimenticata in fretta..”  Pure il capogruppo di Fratelli d’Italia, Rampelli presenterà la sua interrogazione parlamentare al sottosegretario alla presidenza del consiglio  Delrio che detiene la delega allo sport.  Si è sollevato anche il giornalista Marco Travaglio juventino Doc il quale nel corso della trasmissione radiofonica di Rai Radio 2 “Un giorno da pecora” così si è espresso: “ La Juve ieri ha rubato su tutto, non c’è un gol che sia regolare. La partita è  stata rovinata da un arbitro servile.  Devo dire che non mi vergognavo così dai tempi di Moggi. Credo che ieri sera avesse i lucciconi agli occhi”, dice, “nel vedere i suoi allievi superare il maestro”. Alla domanda su chi sarebbero gli allievi, risposta precisa: “Andrea Agnelli . Personalmente come tifoso romanista mi sento anch’io alquanto indignato, ma in fondo anche rassegnato. Come dice il Capitano, sono anni che la juve vince così. Come marxista  la cosa  mi interessa il giusto. In fondo si tratta di diatribe capitalistico borghesi cha hanno il solo scopo di anestetizzare le coscienze della gente e distoglierle da problemi ben più gravi. Esistono in realtà  elementi che uniscono il "romanista" e il "comunista" sono : senza dubbio la sfiga,  e l’utopia ,( da un lato della vittoria del proletariato, dall’altro della vittoria attraverso il bel gioco). Ma tornando alle coscienze, forse non tutto è perduto. Si potrebbe finalizzare  l’indignazione, il malcontento e la rabbia per un furto sportivo, ad una  sollevazione di piazza. Insomma se non si agita il conflitto contro la disoccupazione, l’impoverimento costante del popolo a favore dei potentati capitalistico finanziaria,  se non si occupano le piazze contro la devastazione della sanità e della scuola pubblica, forse potrebbe risvegliare il torpore della gente la reiterazione di un furto sportivo. L’insopportabile sopruso esercitato  da una squadra, “la Juve”, che da sempre incarna l’immagine padronale del potere. Ciò che non può il disagio sociale, forse potrebbe ottenerlo  l’ingiustizia sportiva.  Intanto uno comincia a protestare per le sciocchezze, poi abituandosi, hai visto mai si risvegliasse la coscienza di classe!  E’ un bel pensiero. Ma ad un’attenta analisi anche questa è utopia.  Se in un Paese in cui  le istituzioni dialogano con la mafia un tifoso su tre è della juve c’è poco da protestare!  Non so se moriremo democristiani,  certamente moriremo juventini.


venerdì 3 ottobre 2014

Il presidente della Lazio Lotito, speaker ufficiale della Lega Calcio

Luciano Granieri.

Burlarsi di Claudio Lotito, presidente della Lazio, nonchè badante del Presidente della Lega Calcio Tavecchio, è sport ormai molto comune. Il personaggio del resto è assai pittoresco ed è anche l'immagine dell'Italia della mediocrità degli imobrogliucci del "dì che ti mando io" . L'Italia dei Razzi, degli Scilipoti, degli Schettino, squallida melma dilagante nei gangli di ogni organismo che preveda posti di potere, compreso il governo del calcio. Era dunque mia intenzione non iscrivermi alla nutrita lista di coloro che si sono divertiti col latinista "de nonantri". Ma essendo il sottoscritto "Marxista Romanista", non ho resistito alla tentazione di  liberare la  passione calcistica oltre che politica. Per cui: Ecco a voi Claudio Lotito, presidente di tutto,   anche degli speaker ufficiali della lega calcio. Non esistono speaker ufficiali della lega calcio? Aggiornatevi! li ha inventati lui. Di seguito mostriamo il video di come il presidente degli speaker, speaker anch'esso, legge i risultati delle partite.
Buona Visione.

venerdì 19 settembre 2014

Chi ben comincia (Roma-Cska Mosca 5-1)

Kanas City 1927


Chi ben comincia, a Roma, mediamente, se gratta.

Perché ste due vittorie co Fiorentina e Empoli figurate, belle eh, datece nantra toscana, noi ce giocamo. Volemo fa na cosetta cor Pisa? Un test match cor Tuttocuoio? Na trasferta estemporanea a Pontedera? Nse po fa eh. Vabbè dicevamo.

Perché ste du vittorie co Fiorentina e Empoli figurate, belle eh, co sto Nainggolan che pare che tutta l’estate l’hanno tenuto chiuso dentro a no stanzino senza faje toccà er pallone, e mo pora bestia core appresso a chiunque ce n’abbia uno e je lo leva e lo tira e soo riporta da solo e lo ritira e lo fa sbatte sui pali sui portieri su di loro su di noi nemmeno una nuvola. Co sto Nainggolan che pare finarmente dà un senso ale creste a cazzo de cane de tutto er monnonfame. Vabbè dicevamo.

Perché ste du vittorie co Fiorentina e Empoli figurate, belle eh, co sto Bambi nero che ritorna come se nse ne fosse mai annato da sto praticello e la natura subito se piega o viene piegata dallo spostamento d’aria, è uguale, il risultato non cambia. Lui strappa e strazia, co la dorcezza propria sazia, e cor soriso te rovina.

Perché ste du vittorie co Fiorentina e Empoli, sostanzialmente, il problema, de fondo, a monte proprio, alla base de tutto, è che c’avemo paura che portano mpo zella, o quantomeno l’atmosfera sbagliata. Co tutti che dicono “Partenza a razzo”, “Roma cinica come la Juve, mica come la Roma” e noi che dimo “Ammerda ce sarai cinico come la Juve” e lui che te dice “Ao era ncomplimento pe non dì che a Empoli hai mpo sculato” e allora tu dici “Ah ok però famo cinica e basta ndevi esagerà”. Se al tutto c’aggiungi che nel gironedelamorte il Cska te viene prospettato come la squadra B dela nazionale cantanti e figurate se non ce vinci, ecco tutta sta serie de fattori ar tifoso romanista je pongono er problema logistico de dove riporre il famoso spillo.

Tu ce provi pure a datte na carmata, ma la combo tra quela tovaja piena de stelle sgrullata e centrocampo e il DECEMPIOOONS covato pe tre anni eruttato dall’Olimpico rendono vani tutti gli sforzi e te gettano in quadro clinico disastroso. Quelli che c’hanno solo pressione alta, febbre, secchezza dele fauci e dispnea so quelli sani, pe tutti l’altri ormai se prepara la Tribuna Paradiso dalla quale ci seguono i tifosi che ci hanno salutato anzitempo.

E mentre stai lì che armeggi co flebo e stetoscopio, quasi manco te naccorgi, stamo già a vince. Er Tendina, che per l’occasione indossa la tenda da Champions solo apparentemente identica a quella da campionato, vede uno che core negli spazi, lanciato verso la porta a mille all’ora, in attesa del passaggio filtrante e pensa “Uh anvedi, hanno messo no specchio sotto ala Nord, bella st’idea de fa lo ssadio novo cominciando dali specchi. Eppure non me ricordavo così basso, manco così bianco a dilla tutta”. Manvece non è lui, è l’altro, è Iturbe detto Er Garra da chi, dando pe scontate le qualità tecniche der più costoso acquisto dela Roma dai tempi de Batistuta, decide de concentrasse soprattutto sur fatto che a sto pischello ben pagato e da rodare je roda costantemente er culo.
Gervé non è sicuro de quello che sta a succede, ma nel dubbio passa la palla a quella versione tozza e muscolosa de se stesso, scopre il piacere inedito de non esse quello che core ma quello che fa core. Iturbe sturba urbi er orbi, core, punta e sbraga.
Tre anni e sei minuti. Punto e capo.

Er Garra, st’omino tutto nervi e senza collo ar punto che viene er dubbio che jabbiano avvitato a capoccetta tra le spalle, se batte er petto senza peraltro spettinasse, se butta in scivolata sur prato olimpico ma su na buca sencaja e de muso se sfragna mentre noi esurtamo come se fossimo già volati a nove punti, “eh, mo la Juve vedemo che fa cor Mila”, pe poi ricordasse che no, questa è nantra contesa, non è quella solita strana nostrana, tocca dasse un contegno, che l’Europa ce guarda da sempre, pure perché pe metà l’amo creata noi epeche e epeche fa, na certa deferenza ce vole.
Brava Europa, brava, comincia a guardacce e a riportà rispetto intanto, che noi mo semo americani, na certa strizza fossimo in te ce l’avremmo a priori, poi vedi tu se ignorà le basi dela geopolitica o no.

E però, manco er tempo de rimettese a sede, che er flipper de sti du scattosi zigzacosi, supportati da coscienziosi intellettuali de fascia e centrocampo de varia etnia, capigliatura e religione, porta a na tarantella de dribbling interracial che solo na giocata da regazzino po risorve.
Er tiro de punta, arte nota agli scarsi, ai talentuosi e agli istintivi (caratteristiche incredibilmente presenti tutte insieme nel dna gervinhico ar punto da fanne er giocatore più creativamente imprevedibile der globo terracqueogassoso), s’impossessa dell’anarchico neurone der Tendina e implacabile s’abbatte sur cuoio.
Duazzero pe noi, in Cempions, e ancora non so chiare le formazioni.

Ah! Europa me senti? Eh? Eeeeh? Pronto Bruxelles me passi Strasburgo? Ah nce state mo eh? Paura? Ndo cazzo stai Europa? Eh? Ah, ce sta a segnà, l'Europa.

Succede che il compagno Toro, che amo deciso che è compagno semplicemente pe il fatto de esse conterraneo del compagno più famoso del continente, decide che L'Altra Europa, con Torosidis deve comunque avé una chance, e lascia na palla che apre la prateria. Ce vorrebbe per l’appunto la caratteristica casa ma invece ce sta solo narmadio brasiliano che non basta.
Se invola Musa, ce fa strigne Musa, sta attùppertù Musa, ma non è ispirato Musa.
Non sa, Musa, che a Roma quando te muovi ce stanno du problemi: il traffico e le buche. A lui j’ha detto bene col primo, ma non è stato attento alle seconde, ha pensato d’annà a sbatte contro un muro isterico fatto de guanti e de Sanctis, e inciampando s’è incajato.
“Po esse che stasera ce dice culo” è la disamina tecnico-tattica che mette d’accordo i più fini analisti. L’intuizione riceve sostegno dalla realtà pochi minuti dopo.

“Viene solo pe i Mondiali, gioca un anno e poi ce molla”
“Se, magari, questo lo trovamo mbriaco a ottobre”
Poi.
“Vabbè un anno se l’è fatto ma mo dopo i Mondiali questo manco torna”
Poi.
“Ambè too dico dopo che l’hanno cacciato dala Nazionale perché ha infilato un daino morto ner cuscino de David Luiz che scureggiava ancora pe i facioli che javeva messo nelo yogurt che aveva fatto scadé apposta pe fa vomità banane a Dani Arves che ancora ringrazia er Deus dele sarvate pe aveje ceduto er posto er dì dell’1-7, vabbè insomma, dopo sta serie de fattacci brutti de maiconiana fattura, questo soo semo giocato proprio”
Mo, com’è come non è, sarà che comunque tra quattro anni ce stanno altri mondiali e magari se vole fa pure quelli, sarà che er daino era vivo, sarà che no scherzo a David Luiz co quella testa te viene de fajelo pure se non sei Columbro, sarà pure che su Maicon se dicono nsacco de stronzate, mettila come te pare, ma questo sta avvelenato. E pare che sto stratagemma  de non allenasse pe gnente pe gnente fino ala prima gara ufficiale utile, cominci a esse un rimedio all’indolenza consigliato dai mejo strateghi der carcio moderno cui noi diciamo no.
Motivato da qualcosa che solo lui sa, er Colosso stantuffa arando russi ad ogni piedone sospinto, e quando ancerto punto se ritrova solo nela steppa dela difesa altrui, defilato dala posizione da ndo ariva de solito lui,  fa quella cosa che fa lui che metà delle volte ce fa sbroccà comunque meno de quanno la faceva Cafu. Ce tira.
“Ah Maicon mavaf..FFANESULTANZA COME SE DEVE!” se trasforma in corsa er grido der tifoso grazie alla performance de Akinfeev intitolata “Goicoechea n°2”. Ma nulla è casuale: se tratta de un raro caso de autoprepotenza indotta. Dicesi in psicologia autoprepotenza indotta quell’atto de apparente autolesionismo atto ad evitare l’effettiva prepotenza che Maicon te infliggerà se non te scansi. Sto terzino po esse fero e po esse pium...no, n’è vero, sto terzino po esse solo fero, ner bene e ner male, e Akinfeev se ne accorge appena in tempo e decide de buttassela dentro pe evità il secondo letale tentativo su ribattuta. Er fatto è che co Maicon, in sostanza, checché ne pensino pei ritiri brasiliani, non se scherza. E’ fatto così. Treazzero ai russi, e er gas nele case de periferia comincia a scarseggià.

Iniziamo a crede che se potrebbe strappà un punticino. Poco dopo però iniziamo a pensà che tuttosommato c’ha detto culo che ce so capitati loro e no l’Empoli ner gironedelamorte. Perché o stasera semo forti forti noi o madre Russia c’ha mandato la versione der discount meglio conosciuta come Cska Moscia. Sciorti come neve ar sole de un paese altrui dar loro, i difensori se ritrovano ancora in balia del nostro frontman. Ma dietro ogni grande frontman c’è un grande Cervelloman. Dietro Er Tendina che va, che core e scatta come solo i cuccioli sanno fare, dietro quela spietatezza che non conosce cattiveria ma solo voglia de fa quello che più te piace, c’è un Uomo che ancora non ha sudato: Ercapitano.

De lui pare che stasera non ce sia bisogno. Stamo già treazzero e lui, incredibile ma vero dato er parziale, non ha ancora dato lustro ala serata. Ma lui, pure se non vole, pure se trotta svojato dala pochezza artrui, pure se se li ricordava più forti i Cempions dei tempi sua, decide che è bene che Europa guardi e se ricordi sempre ndo stanno le radici dela civirtà quando c’è na palla da cullà. Ercapitano riceve dala difesa e spalle ar monnonfame inzagaja la cometa ner prato stellato, gesto de ribellione curturale e artistica atta a incrinare e crepare ogni totalitarismo, ogni nazionalismo, ogni putinismo, ogni granellismo de sabbia osasse frapporsi ar passaggio der soriso d’avorio più veloce e splendente che c’è.
E quello core e corendo se fa forte e fortemente guarda Sturmentruppen Florenzi che implora palla in mezzo all’area e pensa no, questo è volenteroso ma milite, qui ce vole estro, fantasia, egoismo a fin di bene e di bello, sto gò lo faccio io.
A tanto ariva la sicumera dell’omo che contro i luoghi comuni se magnò la quarsiasi e magnandosela cominciò a segnà a rotta de collo. Dribbling, controdribbling, testa arta, Tendina aperta sur secondo palo, gò.
Quattrazzero pe noi, a casa sua Putin prende er telecomando e gira sulla nota fiction Место под солнцем.

L’intervallo lo passamo a cercà de capì se stamattina se semo alzati o se frampò suona la sveglia e mancano 14 ore ala partita. Se ricomincia e i dieci minuti successivi li passamo a cercà de capì se Florenzi ha segnato o sta a fa lo sciolto. Secondo il Capitano non l’ha toccata, lui dice de sì
“Oh, Gesù, Gesù... E questo che cos'è? Ma che cazzo è questo? Che cos'è questo, Sordato Florenzi?”
“Un gol di testa Signore!”
“Un gol di testa? Tuo?”
“Signorsì Signore!”
“A me sembra che tu non l’hai manco sfiorata sta palla, me pare che stai a dì una cazzata bella e buona, e dimmi Sordato Florenzi, ti è permesso dire cazzate?”
“Signor no signore!”
“E perché?”
“Perché sono giovane e esuberante e già così coro troppo e me confondo e ogni tanto me perdo e non so ndo me trovo signore!”
“E allora perché te vuoi prende sto gol che non è tuo?”
“Perché...perché ho fame di gol signore!”
“Perché tu avevi fame, Sordato Florenzi! ... Il sordato Florenzi ha disonorato se stesso e ha disonorato la sua squadra. Io ho cercato di aiutarlo, ma ho fallito. Io ho fallito perché voi non avete aiutato me, nessuno di voi ha dato al Sordato Florenzi le dovute giuste motivazioni. Quindi, da adesso in poi, quando Florenzi  dirà na cazzata io non punirò più il suddetto: io punirò tutti quanti voi! E quindi ho idea, signorine, che voi siate in debito con me di un autogol de testa. Su, avanti, coraggio, faccia sotto! Vai a esultà! Loro pagano il gol e tu esulti. Pronti, VIA!”.
Nonostante l’inflessibilità der Sergentecapitano l’aria è de festa, ettecredo, è cinquazzero.

Ora più che mai, è er momento der Congelatore de partite: Seydou Keita, uno che niente pare che fa ma dappertutto sta, gira per il campo co la calma zen de uno che a tempo perso è Capitano der Mali che non vien per nuocere ma pe fa pesà sull’artrui spensieratezza tutta la pesantezza de un carisma esagerato utile a fa invecchià de soggezione pure uno come Guardiola. Keita sarà sempre così. Era così nela culla, era così a vent’anni, è così mo, sarà così tra cent’anni. Guardalo com’era, guardalo com’è, pare l’arbitro. Se il mondo casca lui non se scansa, lo stoppa morbido de collo e lo rimette ar posto suo.

Come se il Congelatore da solo non rappresentasse un continente intero, imbocca pure Yanga, pe gli amici Mbiwa, pe i majettari Mapou, raro esempio de africano roscio, e più o meno contemporaneamente imbocca la polizia nei distinti ospiti, inevitabile o quasi conclusione de na storia che dura da qualche ora, co passaggi ormai abituali da na parte e dall'altra, e co un dubbio tra noi che de lavoro non famo l'ordine e quindi sicuramente è un dubbio scemo, che però nse ne va: possibile che a sti ospiti non c'è modo de portalli dritti al settore ospiti e riportalli all'aeroporto ospiti senza falli girà intorno allo stadio, dove uno che non è ospitale se trova sempre? E possibile che chi non è ospitale riesca sempre a trovà er modo de dimostrallo? E davero a noi de provà a esse civili e ospitali non ce ne potrà mai più fregà de meno nei secoli dei secoli amen?

A noi che invece nse dica che non semo gente a modo, de fa tornà sti ragazzi a casa senza un souvenir, na cosetta, mpenziero pe mamma, ce se strigne proprio er core, e quindi un golletto je lo famo fa. De Sanctis la prende bene, sacrifica solo tre agnellini e due cuccioli de foca in segno de contenuto disappunto, e comincia una cazziata che parte dall’attaccanti, passa dai centrocampisti arriva ai difensori, ricomincia dala panchina, se estende agli steward e finisce co na bella lavata de capo pe Angelomangianteabbordocampo.

Giusto il tempo de creà un Turone russo co un gol bono che l’arbitro decide de non daje perché mo vabbè che vabbè però daje, famo i seri, e la partita è finita. Amo cominciato e finito il primo micropezzetto de na cosa che, se lo dimo dar dì der sorteggiodelamorte, durerà sei partite, figurate se passamo, però già che so solo sei, che fai non la vinci una?

Perché chi ben comincia, a Roma, mediamente, deve fa finta de non avé fatto niente, ricordandose sempre però de avello fatto, ma dimenticando nel momento in cui je viene ricordato troppo, e ricordandoselo subito nel momento in cui ipso stesso pare che se lo sta a dimenticà. E’ mpo complicato, ma se volevamo le cose facili ben cominciavamo a Madrid. Però a Madrid quando je capita de esse così contenti dopo na partita de girone cor Cska Mosca? Il che è gioia e dannazione sempiterna nostra, però ecco, stasera, tuttosommato è gioia.
Al resto ce se pensa.