"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
stamattina
hai voluto festeggiare il tuo ottantesimo compleanno facendoci uno scherzo, volando in un'altra dimensione. Non sono credente per
cui non lo so se esiste il paradiso. Solo che
oggi,a ottant’anni dalla tua nascita,
ci sentiamo un po’ più soli. Magari tu starai meglio li dove stai e lo spero fortemente.
Caro Gigi tu te ne sei
andato ma noi, qui a Frosinone, siamo
rimasti in balia di un nichilismo culturale difficilmente comparabile con altri
territori. Una situazione che tu avevi bene intuito quando nell’ottobre del 2011 presenziasti
, invitato dall’allora sindaco Michele Marini, insieme
alla ballerina Carla Fracci, alla posa
della prima pietra del nuovo Teatro Civico di Frosinone. Una struttura di 700
posti che sarebbe dovuta sorgere nella
zona del Casaleno.
Le tue parole allora furono premonitrici, esortasti noi
cittadini ammonendo: “Stateglie dietro, perché la posa della prima , della
seconda e della terza pietra è scontata, i problemi arrivano all’undicesima”
Ecco, il progetto del teatro è franato
ben prima della posa dell’undicesima pietra. Tutto si è arenato per un “pasticciaccio
brutto” de espropri . Si erano scordati di espropriare, pensa,
proprio la mattonella sulla quale
sarebbe dovuto sorgere il palco.
Per altro il sindaco che è venuto dopo, Nicola
Ottaviani, ha ritenuto l’opera, in parte
finanziata dai fondi FAS (fondo per le aree sottoutilizzate),inutile e ingestibile dal Comune, convinto
che in tutta la Ciociaria non si trovassero 700 disgraziati a cui facesse
piacere assistere ad una commedia di Shakespeare, piuttosto che ad un dramma di
Cechov.
Al contrario sedicimila anime sarebbero
state entusiaste di applaudire le gesta di una onesta squadra di serie B, con
qualche disastrosa comparsata in serie A, in uno stadio costato un mucchio di soldi ai cittadini, compresi
quelli che avrebbero preferito la drammaturgia al calcio .
Ci siamo limitati a campicchiare con l’acquisto
di un Teatro, il Nestor, che già c’era prima, e di un’altra struttura lasciata
in abbandono, con ulteriore spreco di denari utili solo ad una mera propaganda. Non è che l’attuale
sindaco snobbi la cultura, ma ne ha un’idea tutta sua. Spende e spande per improbabili
rivisitazioni di passioni viventi, non quelle dei cittadini evidentemente.
Pianifica imponenti festival di conservatori e manifestazioni teatrali nelle
piazze d’estate, il cui costo, in tre anni, o poco più, avrebbe tranquillamente potuto coprire la
costruzione del teatro civico a partire dall’undicesima pietra.
Ma quel teatro,
si sa, faceva parte di un’idea di
cultura diversa dalla sua. Una cultura non riconosciuta se non è dettata dalle personali
ed insindacabilivalutazioni artistiche
del, più che primo, cittadino frusinate.
Oggi “stamo
così”, coi debiti e senza una struttura
teatrale vagamente decente, pure se con i soldi spesi avremmo potuto” fa’ na
cosa mejo della Scala”. Ma la colpa è la
nostra, di noi cittadini, che al cavaliere nero 2non semostati boni nemmeno a rompeglie er cazzo”. Un
saluto e che la terra ti sia lieve.
Jerry Jazz Musician traduzione di Luciano Granieri
“In un mondo in cui tutto accade velocemente –
l’informazione, gli eventi politici, le catastrofi ecologiche,gli scandali
delle celebrità- l’arte si consolida come
uno dei più importanti valori in grado
di salvarci dal caos e dalle disgrazie
esistenziali”
Jazzamoart
L’artista visuale Jazzamoart di Guanajuato, Messico per
lungo tempo ha attirato i più assidui
collezionisti di jazz, con la sua
originalità, la sua audacia ed un gioioso stile pittorico. Forse l' artista espressionista che più interpreta il jazz, il critico Antonio Rodriguez ha
scritto che la pittura di Jazzamoart “ contiene reminiscenze dello stile di
Jackson Pollock e l’espressività riprende
i terrificanti elementi del lavoro
di Willem De Kooning” Mentre Jose Luis
Cuevas lo descrive come “ se egli fosse stato un folle danzatore di jazz che scopre le origini
della terra ogni volta che le dita dei suoi piedi si piegano su di essa “. Il
suo lavoro dai colori pieni comprende l’astratta interpretazione dei musicisti
e il contesto in cui si esibiscono. I
musicisti spesso indossano delle maschere
che simbolizzano, secondo l’artista “la molteplicità dell’identità umana
quella vita è invenzione ed improvvisazione”
Sarebbe bello riuscire a tradurre in segni, colori,
sfumature, contrasti, le vibrazioni sonore che giungono dalle improvvisazioni dei più grandi jazzisti del mondo. Sarebbe
bello certo, ma richiederebbe una
sensibilità artistica fuori dal comune. E’ necessario mettere in sintonia due
stimolazioni emotive distinte, percezioni di diversa natura. Il sentire,
l’ascoltare, devono tradursi nei gesti
che producono segni sulla tela, elementi di una
traduzione visionaria in grado di disegnare un arpeggio, una scala pentatonica, un glissato.
Il giornalista musicale Ashley Kahn qualche
tempo fa ebbe a dire: “Non è facile
tradurre il suono in una immagine…..Olga e Massimo hanno trovato il modo di
farlo” Ma chi sono Olga e Massimo? Kahn si riferiva a Olga Tsarkova e Massimo Chioccia, due pittori
di arte moderna, ma anche due appassionati di jazz. Passioni che, nel loro caso
, si sono contaminate dando luogo ad
un’esperienza pittorica forse unica.
Le opere di Tsarkova e Chioccia hanno trovato grandi
estimatori sia in Italia che oltreoceano. I due artisti hanno firmato il manifesto per una delle
manifestazioni di jazz più importanti al mondo, il Newport Jazz Festival. Da anni le loro opere sono esposte nel
leggendario Birdland di New York.
Olga Tsarkova e Massimo Chioccia sono una coppia oltre che nell’arte, anche
nella vita. La loro bottega di Orvieto è diventato un crogiolo ribollente di
creatività dove arte figurativa e musica si fondono creando qualcosa di
veramente unico. I loro quadri, non solo riproducono la forza improvvisativa che arriva dallo strumento
musicale, ma anche il vasto campionario di espressioni, movenze
che i visi e i corpi dei musicisti, impegnati nel loro atto creativo, rimandano
alla fantasia dei due artisti.
Godere dell’opera di Olga Tsarkova e Massimo
Chioccia e magari provare a ricondurre la stimolazione visiva a quella sonora
guardando i loro quadri di John Coltrane,
di Parker, piuttosto che di Marcus Miller, potrebbe essere un’esperienza stimolante. Io
ho provato a farlo nel video che segue.
Il brano che accompagna lo scorrere delle opere di
Olga Tsarkova e Massimo Chioccia è “Detroit”, tratto dall’album di Marcus
Miller “Renaissance”. Ho scelto un pezzo non propriamente jazz, ma spiccatamente funky,
perché la galleria dei musicisti ritratti da Olga è Massimo va oltre il jazz, comprende anche rocker,
bluesman e lo stesso Marcus Miller. Per cui un po’ di buon sano jazz-rock mi è sembrato più rappresentativo.
Ringrazio il poeta, saggista e amico Alfonso Cardamone per
queste oasi di bellezza. Fra una lotta e
l’altra, fra la denuncia di un sopruso, e l’estenuante svelamento della menzogna delle èlite, è necessario, ogni
tanto, rifugiarsi e ritemprasi nel bello
dell’armonia poetica e musicale . Un grazie va anche ai due straordinari
musicisti, Astor Piazzolla e Gerry Mulligan, esecutori del brano Years of
solitude che accompagna la clip.
In mostra dal 14 al 28 febbraio 2016 presso la Sala
espositiva del Centro InterArte Pubblica e Popolare via De Gasperi, 59
Frosinone.
Domenica 14 Febbraio, alle ore 11:00, sarà inaugurata presso
la saletta espositiva di Via De Gasperi 59,a cura dell’Associazione Centro
Inter Arte Pubblica e Popolare ,con il patrocinio del Comune di Frosinone, la
mostra di pittura del Maestro frusinate
Alberto Spaziani.
Tale iniziativa rientra nel programma di eventi culturali che
l’Associazione si è prefissato di portare a termine nel corso del 2016 e sarà
occasione per conoscere l’opera del Maestro a partire dal 1956.
Saranno infatti esposti quadri e disegni che abbracciano un
percorso artistico di 60 anni di attività e che caratterizzano alcuni aspetti
della nostra società.
Spaziani ha operato instancabilmente nel settore dell’Arte
cercando sempre e comunque di potenziare il fermento culturale del territorio
per valorizzare artisticamente la “sua” provincia.
Le sue opere costituiscono testimonianza certa di una valenza
socio culturale di notevole spessore, alcune inamovibili come i “murales”, i
monumenti, le installazioni e le decorazioni di chiese possono essere
usufruibili visitando alcuni siti di Frosinone e paesi limitrofi e oltre (
Miecow- Polonia ,Sperlonga – Latina , Maissana – Sp ) mentre i quadri e i
disegni saranno visibili dal 14 al 28 Febbraio 2016.
L'universo mare . Un microcosmo in cui vita e morte si
rincorrono. Negli abissi precipita Icaro dopo che le sue ali si sono sciolte al
sole, ma nel fondo del mare Mediterraneo giacciono come vergognoso simulacro di una incivile civiltà, anche i corpi dei migranti.
Queste sono solo alcune delle molteplici suggestioni dolci e amare che rimandano le opere
in ceramica di Marina Longo raccolte nella rassegna “Pelagicae”esposte presso
la Villa Comunale dal 27 giugno al 7 luglio.
Proprio il mare Mediterraneo si
respira nelle forme e nei colori delle
strutture create dall’artista. Marina Longo è siciliana. Nell'esposizione " Pelagicae" le opere esposte evocano morfologie marine. La Sicilia, con le sue vestigia arabe, con gli echi della Magna Grecia, è pietra angolare del processo creativo . La “mediterraneità” è comunque l’elemento preponderante, presente come grande madre generatrice di vita. Una
vita che, attraverso una navigazione entropica, nel Mediterraneo, che l’ha generata, al Mediterraneo ritorna, come Ulisse riapproda ad Itaca. Tutto scaturisce dalla
generosa madre e ad essa si torna nel riposo della morte.
Durante la navigazione
si incontra la medusa, massa sgraziata, flessuosa ma curativa e lenitiva di ogni ferita. Nei momenti di difficoltà si presenta una
zattera salvifica, che nella metafora della vita può corrispondere al sorriso
di un bambino, al sostegno sicuro di un amico, all’amore ricambiato con il proprio
compagno. Giù in fondo al mare si ergono rocce dove sono sedimentati i propri
ricordi, ma ci sono anche steccati da
superare. Barriere intricate di una cultura patriarcale che ingabbiano la sensibilità
femminile. E la donna, prendendo le sembianze di sirena, può elevarsi
sopra gli steccati dell’ottusità. Donna sirena che si innamora della propria libertà come Dafne e comincia a
nuotare felice, fino alla linea di confine fra cielo e mare, per proiettarsi
verso la luna. Corpo satellite che non brilla di luce propria ma dalla luce trae forma,
gioca con essa.
In questo viaggio che
Marina ci fa compiere nel suo immaginario mediterraneo, si incontrano tutte
queste figure. C’è Icaro, ma anche la tragedia degli Immigrati. Si trova la
zattera e la medusa, lo steccato e la sirena. Le nuotatrici, Dafne e la luna. Le
opere di Pelagicae insomma, sono le sapienti e migliori accompagnatrici per un affascinante viaggio nel mondo creativo
di Marina Longo. Un mondo sconfinato e pieno di colori come il mare.
Ad Anagni si propone la seconda edizione di un evento che lo
scorso anno ha riscosso un enorme successo:
Le giornate di san Thomas Becket, assassinio nella Cattedrale.
Per l'occasione si potranno visitare il
Tesoro della Cattedrale e l'antico Oratorio di Thomas Becket (mitreo romano),
generalmente chiuso al pubblico.
In occasione delle
feste natalizie, la Cattedrale di Anagni, in collaborazione con l'Associazione
Culturale ARTESìA, propone un evento eccezionale: l'apertura al pubblico con visite guidate speciali del Tesoro della Cattedrale, che conserva una collezione unica
nel suo genere di preziosi tessuti dell'epoca di Bonifacio VIII nonché il raro
cofanetto-reliquiario di Thomas Becket decorato con smalti di Limogés, e dell'Oratorio di San Thomas Becket, antico tempio pagano
dedicato al dio Mitra, affrescato nel corso
del XII secolo e dedicato al santo martire inglese, ricordato dalla Chiesa il 29 dicembre.
L'iniziativa, dal
titolo Le giornate di Thomas Becket: assassinio nella
Cattedrale (II edizione), prevede le visite all'ambiente
ipogeo dell'oratorio (normalmente chiuso al pubblico),
posizionato accanto alla celebre Cripta di San Magno (la
Cappella Sistina del Medioevo) e
completamente affrescato con scene tratte dall'Antico e dal Nuovo Testamento e dalla vita
di san Thomas, e al Tesoro, con una visita alla medievale Cappella del Salvatore,
cappella privata dei vescovi di Anagni.
Le visite si
svolgeranno dal 26 al 31 dicembre 2013 presso
la Cattedrale di Anagni. Per informazioni più dettagliate e prenotazioni è
possibile visitare i siti internet www.cattedraledianagni.it e www.artesiaroma.it/attivita, le
pagine facebook
Cattedrale di Anagni e Associazione Artesìa (oppure il profilo facebook Artesìa
Roma). Si può inoltre
telefonare ai numeri 0775.728374 e 392.1109871 o inviare una mail a info@artesiaroma.it.
Alberto Spaziani. Un vero artista Pop , POPular.
Un pittore del popolo che viene
dal popolo. Instancabile nel tradurre in immagini e suggestioni ogni fotogramma di un film ora descrittivo ora immaginario. Le
sue opere sono fedele specchio degli
straordinari scenari della nostra terra, della
vita rurale della tradizione popolare ciociara , ma anche
di voli fantastici in un susseguirsi di
linee sinuose che si risolvono in figure eteree inafferrabili nella loro rotondità. POP e popolare, POPular appunto.
Il mese scorso, assieme ad
altri artisti ha trasformato una via del centro storico di Frosinone, Via
Amendola, in "Via dell’Insognata" una novella via Margutta POPular. L’evento
organizzato dall’associazione didattica Forming ha fato riscoprire ai cittadini un angolo
della città caduto quasi nell’oblio. Una serie di dipinti straordinari per il loro
contaminarsi fra realtà e fantasia hanno popolato la stretta viuzza. Un piccolo gioiello di città sopito e dimenticato
si è risvegliato e popolato di personaggi usciti direttamente dalla fantasia
degli artisti che dipingevano alla presenza di passanti e visitatori.
A Frosinone esiste quindi un fermento
culturale, una voglia espressiva che vuole emergere . Fino a qualche tempo fa, questi artisti
potevano esporre le proprie opere gratuitamente presso la saletta Biondi di Corso
della Repubblica. Uno spazio espositivo, di proprietà del comune, messo a
disposizione dell’arte. Oggi quello spazio viene tolto dal nuovo sindaco alla
disponibilità di questi artisti ai quali è stata promessa una casa più bella e
più grande presso l’accademia delle belle arti.
In attesa che quella promessa
venga mantenuta i pittori non potranno
esporre gratuitamente, ma se lo desiderano e se hanno la disponibilità, potranno usufruire della Villa Comunale pagando per l’affitto delle sale. In realtà
prima che una qualche spazio venga pronto presso l’accademia dovrà passare
molta acqua sotto i ponti. Un sindaco
che non si fa scrupoli a licenziare i
lavoratori per soddisfare gli appetiti del suo bacino elettorale può avere attenzioni per i pittori da strada? La risposta è ovvia, per cui agli artisti del popolo che vengono
dal popolo, non è più consentito esporre
le proprie opere.
A Frosinone da un anno a questa parte
ha asilo solo l’arte importante, quella dei festival dei conservatori.
Eccellente manifestazione per la verità, ma l’arte ha bisogno di luoghi e spazi
stanziai per esprimersi. Una volta conclusasi l’ubriacatura dell’esibizioni
degli allievi resta il vuoto della mancanza di un spazio espositivo gratuito, e le macerie del chiosco del conservatorio di
Frosinone distrutto dalla nevicata di due anni fa. Dunque ancora una vota
bisogna lottare. Anche per gli artisti
POPular hanno bisogno della nostra mobilitazione. Lotta dura senza paura anche
per l’arte.
Nella clip le opere di Spaziani sono state fotografate
da Roberto di Molfetta e i brani
musicali sono:
Vampa (intro) e Pensa allu Trainu del gruppo “Alla Bua”
Pittore, partigiano, militante dell’ arte
realista, Armando Pizzinato nelle sue opere racconta a la terra del lavoro, la
sua gente indica l’arte come bisogno di libertà.
La
terra di lavoro è a qualche centinaio di chilometri, più giù. Porzione
geografica in tempo della Campania, soltanto, adesso spartita con Lazio e
Molise. Ma, togliendo alle due parole le iniziali maiuscole, salendo qualche
centinaio di chilometri più su, fino al Nord Est, si incontra una terra di lavoro. E’ un
fazzoletto di Friuli Venezia Giulia, ha le dimensioni di una cittadina e dei
suoi dintorni. Pordenone. Prima, molto prima, i campi, boschi, le vigne soltanto. Poi i mulini, le
ceramiche, i pastifici, le fabbriche di birra, i filatoi della seta, le
officine meccaniche, i cotonifici, le industrie giganti di elettrodomestici.
Scrivono Flavio Crippa e Ivo Mattozzi in Archeologia
industriale di Pordenone (Del Bianco editore) “…Nel raggio di due chilometri
da Piazza Cavour (la piazza centrale. Ndr) si trovano nel territorio comunale
di Pordenone le sopravvivenze, i resti o gli indizi (infrastrutture ed edifici)
di un processo plurisecolare di consolidamento del rapporto tra uomini e
ambienti, della sua evoluzione, delle attività, manifatturiere o industriali
intraprese e confinate lungo i secoli, dal XVI alla metà del secolo XX, prima
della grande trasformazione ambientale degli anni ’60 e ‘70”. L’antica Portus Naonism cinquantamila
abitanti, legata indissolubilmente al suo fiume,il Noncello, comunica oggi una
sensazione di tranquillità. Nulla a che vedere però con le dimensioni assonnate
e inerti di tanti posti di provincia. Qui c’è un teatro il Verdi, capace di
otocenti posti e frequentato da compagnie di importanza nazionale; qui si danno
il turno Pordenonelegge, il Silent film, festival dedicato al cinema muto, il
Pordenone Blues Festival; qui è nato il punk musicale dei Prozac + e dei Tre
Allegri Ragazzi Morti; qui ci sono un museo d’arte e una biblioteca
multimediale. Qui da sete secoli, si cammina sulla spina dorsale di Corso
Vittorio Emanuele : linea dritta e leggero saliscendi in un continuo di antichi palazzi appoggiati
su solidi portici. Furono costruiti dopo l’incendio del 1318 che distrusse le
case in legno, e le loro facciate dipinte di affresco. Il Dominio della
Serenissima, dalla metà del ‘400, esaltò ulteriormente la bellezza della Urbs
Pincta. Non la diresti terra di lavoro, Pordenone. Almeno a vederla e viverla
cos’, da pigro viandante tra il Duomo, Il Palazzo Comunale, Corso Garibaldi, i
bar uno in fila all’altro, i negozi in franchising e quelli che vantano un
passato. Ma se appena ti discosti, pochi minuti a piedi, eccola la terra del
lavoro. O meglio, le sue memorie, dimenticate nel lento corrodersi di muri e
macchinari. Testimonianze di archeologia industriale che, dopo l’abbandono
rischiamo l’estinzione. Oppure, è il caso del setificio a vapore di Giuseppe
Brunetta in largo San Giovanni, diventate citazioni da scovare in un archivio.
Il setificio, attivo dal 1898 al primo dopoguerra, aveva la sua sede a breve
distanza da via Grigoletti. Nel 1921, un bambino undicenne di nome Armando, cognome Pizzinato, guarda con
stupore e curiosità il protone numero 11 della via. Con lui ci sono la madre
Andremonda, il padre Giovanni Battista e il fratello Dante. Arrivano da
Maniago, 26 chilometri di viaggio. Giovanni Battista, già titolare del Caffè
dell’Unità Italiana, in piazza Maggiore a Maniago, vuole aprire un locale al centro di Pordenone. La
bella casa induce a un sogno di serenità, spezzato quasi subito. Ottobre è un
mese che Armando ricorderà tutta la vita, a cominciare dal 7, giorno della sua
nascita. In ottobre guarda, stupito e curioso, il protone di via Grigoletti.Il
primo ottobre del 1922 il padre si suicida gettandosi nelle acque della Dogana,
porto fluviale di Pordenone. Le voci sussurrano di debiti contratti a Milano
per aprire il nuovo caffè, altre di perdite al gioco e di truffe che potano
Giovanni Battista alla vergogna insopportabile del debito con le banche.
Andremonda rimane da sola, due figli sulle spalle. Nel 1925 Armando termina la
scuola complementare dove Pio Rossi era stato suo maestro di disegno. La
passione per la pittura è talmente forte
in lui, da convincere la madre a lasciarlo entrare come garzone nella bottega
artistica di Tribuzio Donadon.. Ne uscirà giocoforza per entrare fattorini, e
poi impiegato, in una banca locale. Il ragazzo con l’estro dl dipingere viene
notato dal direttore della banca. A incuriosirlo è il fatto che il giovanissimo
Pizzinato, appena trova un momento libero, si tuffa nella lettura delle Vite del Vasari, edite a dispense dalla
Sonzogno. Così, il consiglio di amministrazione paga ad Armando un ciclo di
lezioni presso lo studio di Pio Rossi, ch gli permetteranno, nel 1930, di iscriversi all’Accademia delle Belle Arti di
Venezia. Pendolare tra le due città, Pizzinato si diploma 4 anni dopo, portando
con sè un bagaglio culturale fatto di nuove importanti frequentazioni (Giulio
Turcato e Afro, tra gli altri); di letture dei Cahiers d’Art che gli fanno conoscere Picasso, Braque, Matisse,
Derain; di confronti che maturano le sue idee non solo artistiche. Il 1934
segna, tuttavia, il ritorno al lavoro per guadagnarsi l pane. Scriverà Armando:
“A Pordenone esisteva la Ceramica Galvani e riuscii ad avere un posto lì come
disegnatore progettista….La fabbrica era appunto di Galvani, come di Galvani
erano le cartiere, come di Galvani erano altre proprietà, e prima l’esperienza
della banca e poi l’esperienza di questa fabbrica fu una lezione che mi portò
sulla strada del socialismo. Io servo non sono nato, chinare la schiena non ero
capace, mia madre continuava a suggerirmi di essere ossequiente ai padroni , di
essere obbediente di qua e di là, e io ero solo disposto a lavorare per quello
che mi pagavano…” Pordenone in quegli
anni stava perdendo il suo patrimonio economico più prezioso: i cotonifici di
Roraigrande, Torre e Borgomeduna, capaci, nei tempi migliori, di dare lavoro a
oltre 12 mila addetti, in netta
prevalenza donne. E proprio dalle donne dei cotonifici erano nati i movimento
sindacale, la rivendicazione e la difesa dei diritti dei lavoratori. L’era del
tessile durò poco meno di un secolo, dal 1840 alla grande crisi del 1929 che
spazzò via tutto. Intanto lontano, ma non troppo, da Corso Vittorio Emanuele,
Antonio Zanussi aveva aperto, dal 1916 un piccola fabbrica che portava il suo
cognome e produceva cucine alimentate a legna. Pizzinato se ne va da Pordenone alla volta di Roma nel 1936, grazie a una
borsa di studio. Negli ambienti artistici della capitale conosce e frequenta il
gruppo della Cometa: Mafai, Cagli, Mirko, Capogrossi e Guttuso. Torna a Venezia
nel 1940 e l’anno seguente incontra la futura moglie, Zaira Candiani. Dal loro
matrimonio nascerà Patrizia, unica figlia. L’autunno del 1943 è stagione di una
maturità che vedrà Armando, si lì in
poi, unire strettamente arte e politica. Durante la Resistenza conosce il
carcere fascista fino ala Liberazione “In quei due anni di Resistenza ho
sospeso la mia attività artistica, ho smesso di dipingere. L’ho fatto senza
fatica perché l’impegno era immediato,
sull’uomo”. Torna alla pittura aderendo al Fronte Nuovo delle Arti e poi, con
Renato Guttuso, al Realismo Italiano, negli anni ’50. Del secondo fondamentale periodo dà conto una
delle tre sezioni che compongono la mostra “Armando Pizzinato (1910-2004). Nel
segno dell’uomo” alla Galleria di arte moderna e contemporanea di Pordenone
fino al 9 giugno. Sui muri di una delle
sale della sezione, spicca una frase di Pizzinato “Sono sempre convissuti in
me, senza alcun compromesso, l’impegno politico e l’interesse per l’arte. Tutti i critici e i letterati che si sono interessati
alla mia opera di pittore, in sostegno o
contro, hanno sempre dovuto tirare in ballo anche il cittadino Pizzinato”. E’ l’artista,
ma anche il cittadini e l’uomo con un
credo politico, a realizzare tra il 1950 e il 1962, tele potenti ispirate al
lavoro: i muratori arrampicati sulle impalcature, i saldatori avvolti dalle
scintille, lo spaccapietre, gli scaricatori di carbone, gli operai durante la
pausa per il pranzo, le mondine, l pescatore, i contadini, la trebbiatura. Sono
figure e situazioni figlie del quadro, Un fantasma percorre l’Europa, esposto
alla XXV Biennale di Venezia, 1950, nello spazio dedicato al Realismo, cui
seguirà, Tutti i popoli vogliono la pace.
Nella sezione della mostra spiccano
alcuni enormi bozzetti realizzati per la Sala Consigliare della Provincia di
Parma. Pizzinato, vincitore del bando nel 1953 continua a raffigurare i
mestieri del popolo urbano e agricolo,
ma con maggior definizione, guardandoli più da vicino. Come farà negli stessi
anni, fissando sulla tela i partigiani di Liberazione
di Venezia e della Fucilazione di
patrioti , gli sfollati dall’alluvione in Salvataggio nel Polesine. Ma gli strali della commissione culturale
del Pci, che già in precedenza si erano abbattuti sul’astrattismo, colpiscono anche
il Realismo, sconfessato brutalmente. Pizzinato si ritira in solitudine,
artista militante disorientato e amareggiato. La morte improvvisa di Zaira, nel
1962, accelera la sua crisi e lo porta a estinguere l’esperienza realista. Il
pennello, paralizzato dal dolore, si ferma per molti mesi. Riprenderà a scorrere,
con la serie Dal giardino di Zaira, seppure
su fronti espressivi diversi, grazie all’incontro con Clari, la seconda moglie.
Intanto, nella terra del lavoro, le cose stanno cambiando. La piccola fabbrica,
è il 1951, conta adesso 300 operai. Il suo pilastro produttivo sono le cucine a
gas, seguite, a distanza di tre anni, dal primo frigorifero italiano e, nel 1958, dalla Rex, la prima lavatrice
nazionale. Da poco è stato aperto un nuovo stabilimenti a Porcia; un altro, la
Grandi Impianti, a Valenoncello, si specializza in apparecchiature per la collettività.
Lino prende il posto del padre fino al 1968, quando morirà in un incidente
aereo in spagna. Le due strategie creano la Zanussi Elettronica per la
produzione di televisori con il marchio Seleco. Il boom economico porta all’azienda il 25% del mercato nazionale e il primato
europeo nel settore degli elettrodomestici. Dopo la scomparsa di Lino, il
gruppo cresce con l’acquisizione di Becchi, Castor, Triplex, Zoppas. Ma compie
anche operazioni sbagliate e dubbie, portandosi in casa aziende decotte : la
Ducati Motori e Sole (edilizia), per citare due nomi. Così un’azienda
produttivamente sana finisce con i libri in tribunale e sull’orlo del
fallimento. E’ il 1985, arriva il colosso svedese Electrolux, l’asso
pigliatutto. Bel colpo, visto che la Zanussi, seconda per dimensioni
industriali solo alla Fiat, conta circa 35mila dipendenti. A Pordenone in
quegli anni, Pizzinato ogni tanto fa ritorno, il suo legame con la città è profondo,
la lontananza nono lo ha affievolito. Dalla terra di lavoro è lecito pensare che
avesse tratto ispirazione per dipingere la dura quotidianità della campagna.
Non ci sono, invece, nelle opere del periodo realista, gli operai delle
ceramiche Galvani e quelli della Zanussi, i cotonifici assediati dall’abbandono,
le rovine dei mulini, le officine meccaniche dismesse. La terra di lavoro, per
Armando, era un altrove senza geografie precise . Pordenone, forse, rimaneva
per lui il posto dell’infanzia, delle ambizioni da realizzare contro la volontà
della madre Andremonda, dei viaggi quotidiani a Venezia. Il posto da cui
andarsene, ma da non dimenticare. Chissà se oggi che la Electrolux taglia centinaia e centinaia di posti in nome della
crisi, e se Pizzinato non avesse
concluso la sua esistenza, potrebbe nascere una tela intitolata a quella Urbs
Pincta dove, a un passo da Piazza Cavour, i rumori e gli odori delle fabbriche
coprivano il sussurro e i profumi del Noncello. “Se per comunismo si intendesse
solo l’aspirazione all’eguaglianza sociale, con conseguente senso di rivolta
verso le ingiustizie sociali, potrei dire
che comunista lo sono sempre stato, vissuto da giovane in una cittadina
del Friuli dove ho imparato in modo diretto il significato di certe parole,
servo, padrone, sfruttamento, privilegi e gerarchismi:
Pubblichiamo questa clip composta dal fumetto di Angelo Ficaruti e Mauro Cicarè dal titolo: Angelo Nero. Puttana. Oltre che i disegni e la sequenza delle immagini, ci piace l'utima frase che l'Angelo Nero rivolge alla prostituta appena salvata da uno sturpo: NESSUNO TI PUO' DARE LA LIBERTA' DEVI PRENDERTELA . Un invito assolutamente attuale e significativo.
Il brano che accompagna la clip è White's Ferry dei Clutch, un gruppo rock americano che calca le scene dal 1990. Attualmente la line up e composta da Neil Fallon - voce, chitarra e tastiere; Tim Sult- Chitarra; Dan Maines-basso; Jean-Paul Gaster - batteria.
I disegni di Jacopo e il commento musicale affidato ai Pink Floyd con il brano Any Color You Like, tratto dall'album the Dark Side of the Moon, sono l'augurio migliore per un buon ferragosto ai naviganti tutti. Rilassatevi se potete e ricarichiamo le batterie, ci attendono settimane molto resistenti.
Sala comunale “Ernesto Biondi” – corso della Repubblica (Frosinone)
Ingresso libero
L’associazione culturale DOUBLEFACE promuove la mostra fotografica di Noemi Belotti “DIVERSI VICINI – Storie di integrazione sotto un unico tetto”.
Il progetto, già esposto a Milano in occasione della festa del quartiere di via Padova, viene riproposto a Frosinone, terra natale della fotografa.
La serie di ritratti proposti raffigura uno spaccato di via Padova, quartiere milanese multiculturale, ma anche uno spaccato di un’Italia che cambia, fatta di volti, di lingue e di culture diverse.
L’inaugurazione si terrà venerdì 27 luglio dalle 18.30
Zoo industriale già il titolo scelto spinge alla riflessione, già il titolo è un racconto, la nuova mostra dell' artista ROCCO ALONZI. La location è l' altisonante palazzo comunale di ANAGNI,caratteristica cornice per le opere dell' artista. Blocco notes, macchinetta fotografica, la mia compagna d' avventura nello ZOO INDUSTRIALE è ROBY, che ormai conosce i miei tempi , quando vengo rapita dall' arte.......scelgo un giorno ed un orario insolito, è pasqua, gli ultimi visitatori stanno già pensando al pranzo, l' unico spazientito è il custode, sta aspettando che me ne vada.....ma ogni opera è un racconto , che si intreccia con l' altro, la disposizione non è mai casuale, iniziare da destra o da sinistra è il primo interrogativo,dopo aver tentato i due percorsi realizzi che l' attenzione va fissata sulla macchina, sulla mitica 500 bianca .Le opere di ROCCO sono un viaggio nel tempo, uno scaraventarti nel passato , che vive nel presente. Uno zoo industriale, animali smarriti nel parco industriale di una società in decomposizione. Un animale per volta , protagonista della solitudine umana,dell' incomunicabilità moderna. Un telefono abbandonato, la cornetta sembra leggermente alzata, come per impedire la comunicazione, chi chiamerà troverà la linea occupata. Una giraffa,una zebra, dei fenicotteri rosa,un coniglio,un pappagallo e tanti altri animali ti guidano nel labirinto, la scarpa rossa ti resta intrappolata accanto allo scenario di un fiume,una scarpa sola , perchè nell' incomunicabilità moderna l' uomo non riesce a dialogare neanche da solo......L' UOMO SOLO NON RICONOSCE NEANCHE IL SUO VOLTO.. MA L' INCUBO DELL' INCOMUNICABILITA’ moderna cerca il sogno nei ricordi rassicuranti delle radici del suo passato,la scarpa rossa impigliata trova speranza nelle rassicuranti coppie di scarpe nere indossate da due invisibili ''donne'' , che mostrano solo la caviglia, si intravedono le gonne, che ricoprono anche lo scandaloso ginocchio. Ci si interroga se una delle due possa essere la nonna del pittore,una figura rassicurante. Nei palazzi antichi cerchi di scorgere la bottega degli alimentari della nonna , case che stridono con lo svincolo della superstrada,viaggiare con la cinquecento bianca, con una lambretta rossa, il motorino ciao deve ancora arrivare, non importa quello che troverai alla fine del viaggio, ma quello che stai provando nel viaggiare nello zoo industriale. L' arte si fa poesia con la scelta dei colori , dei contrasti ,senti l' eco della voce di Benigni, entri nel film LA TIGRE E LA NEVE........E SE UN GIORNO LA FORZA DELL' AMORE ti scaraventa per ROMA una tigre e pure la neve, Rocco ti scaraventa con la sua passione il suo testamento d' amore, una dichiarazione d' amore alla vita. Esci dal sottopassaggio , dove sono state lasciate delle auto, ascolta la voce degli animali, decifra il linguaggio , scegli l' animale che rappresenta la tua forza interiore. Mentre scegli l' animale nello zoo industriale realizzi che hanno tutti colori vivaci, che fanno da contrasto al grigio industrializzato. Mentre entri nelle opere ti immagini Rocco nello studio come un SAN FRANCESCO moderno,che parla con gli animali.........ZOO INDUSTRIALE......gli animali non sono in gabbia solo nello zoo, sono in gabbia nella società, la gabbia è il grigiore industriale, che ha imprigionato l' uomo moderno.......la via di fuga torna nella cinquecento bianca, nella lambretta rossa.
Foto: Fausta Dumano
Musica "Blue in Green" - Richiard Galliano - Fisarmonica
Enzo Pietropaoli - Contrabbasso
Editing: Luc Girello
Due riflessioni sulla biennale. Ho atteso con tanta ansia la biennale.....negli ultimi tempi a FROSINONE c'è stato un risveglio artistico, non sono un'artista, non so tenere in mano neanche una matita, la uso per sottolineare sui libri espressioni che mi intrigano, la uso per narrare su un blocco le emozioni , che l' arte mi regala.....sono una affetta dalla sindrome di STENDHAL.....letto il bando, l' ho diffuso tra amici artisti......tre reazioni.....la prima ''non mi sento all' altezza, ho capito che nell' immaginario collettivo la parola biennale evoca opere innovative, nuove tecniche, progetti, elaborazioni. Due, il costo 60 euro l' esposizione di un ' opera, non sono niente, si dirà.....gli artisti spesso sono dei giovani validi, ma squattrinati, li frequento, mi lascio spesso''contaminare'' li vedo spesso ''scollettare''......l' arte costa incredibilmente nei suoi materiali primari......non conosco mecenati ,che investono con generosità. Terzo.....artisti più fini.....nel bando non è indicata la commissione giudicatrice.....Risultato.....ho visto una biennale, si può dire,????? che tranne poche opere di nuovo non proponeva nulla, la sindrome di STENDHAL si è dileguata, poche emozioni da narrare,anche fredda nella disposizione,l' effetto scenico delle installazioni esterne si smarrisce varcando la mostra......dove l' occhio viene catturato da poche proposte innovative, il ''deposito del liceo artistico''dove vengono conservati i lavori ,mi appare come una galleria di arte ,così come lo studio, il laboratorio di qualsiasi artista,che non si sentiva all' altezza. Una biennale scollegata con il territorio, l' accademia e i quattro licei artistici,una volta polo ,smembrati da un assurdo dimensionamento, andavano coinvolti in maniera diversa......andavano coinvolte le associazioni che fanno arte nel territorio, penso a 03100, arte pubblica relazionale,ARTQUBE......GLI ARTISTI DI NOSTRA SIGNORA ART,quelli che donano arte a sorpresa nella nostra città.......Questa città è un incredibile cantiere artistico,se si desse spazio e voce ai fermenti culturali.........Una biennale , un' occasione persa per valorizzare il territorio, si può dire?????.
Spesso mi diverto a combinare immagini di quadri, sculture ed opere d’arte in genere, con la musica . I nostri più affezionati navigatori sanno come funziona. Ad una sequenza di quadri si accompagna uno o più brani musicali da me scelti secondo le pulsioni emozionali che le opere mi ispirano. L’esperimento creativo è molto interessante. Alcune opere si prestano meglio di altre ad essere accompagnate dalla musica. Fra queste ci sono sicuramente i quadri di Luciana Lisi. Nelle opere di Luciana c’è sempre un tratto, un colore, un intreccio cromatico che nel sotto scritto evocano suggestioni da trasporre, tradurre in musica. Anche Luciana si è accorta della particolare predisposizione armonica dei suoi dipinti, e ha scelto, per accompagnare due sequenze delle sue ultime opere, la musica del chitarrista Alberto Capasso. Un musicista della nostra città, chitarrista compositore autodidatta il quale decide di percorrere le vie del jazz frequentando diversi seminari di chitarra. Le due clip che seguono contengono ognuna tre brani . In “Visioni e vedute” si ascoltano: “Desideri”, “Romantic” e “Sensazioni”. “Linee confuse” invece è accompagnata dai pezzi “Mistery”, “Non finisce qui” e “Tarantellatin”. Lo stile di Capasso è abbastanza ben definito. Ha respirato a pieni polmoni le variegate sonorità di Pat Metheney e la pulizia di arpeggio di Earl Klugh.“In desideri” ,particolarmente, ma anche in altri brani come “Romantic” e “Sensazioni” emergono le atmosfere di “Collaboration” un eccellente incisione registrata nel 1987 da due grandi della chitarra, come George Benson e lo stesso Klugh. Tecnicamente Capasso è impeccabile, del resto per percorrere certe impervie strade armoniche sono necessarie doti tecniche fuori dal comune. Interessante risulta la fusione fra tarantella e bossa nova del brano Tarantellatin, una suggestione stilistica originale e intrigante. Vi invito quindi i ad ascoltare ed ammirare le due clip perché sono il risultato formidabile della fusione di arte figurativa e musicale espresse insieme da due autentici talenti della nostra terra.
Distrofie industriali, la mostra alla villa comunale di FROSINONE, visitata clandestinamente prima dell' apertura ufficiale, grazie ad un amico, il poliedrico ricercatore EUGENIO BERANGER. La mostra rientra in un progetto voluto dall' assessorato alla cultura del comune di FROSINONE, un progetto che prevede esposizioni alternate di pittori e scultori alla ricerca delle contraddizioni e delle vicende della nostra terra. DISTROFIE INDUSTRIALI DI ROCCO ALONZI ti scaraventa con dolcezza nelle contraddizioni del passato, attraverso un gioco particolare, che lui dice casuale nell'esporre le opere. Ogni opera ha un protagonista, che si agita nei ricordi, basta poco un silos,una 126, dei binari morti, un water old very old......an old water....ROCCO è un artista poliedrico, lo conoscevo di fama, ma è la prima volta che lo sento parlare, lo ascolto mentre parla con il suo amico EUGENIO E NELL' ASCOLTO REALIZZI CHE LE SUE OPERE SONO UNA RICERCA ESPRESSIVA DI UNA VITA SENTITA. UNA RICERCA DEL SENSO PROFONDO i DUE SI ''squadernano” ricordi dell' infanzia, di una nonna, di un genere alimentare mentre entri nelle sue opere d'arte pronte a stupirti e a trasmetterti emozioni, la presenza di EUGENIO è fondamentale, riconosce luoghi che io ignoro, ROCCO non mette didascalie. C'è chi per dipingere cerca la musa in una modella, lui va in giro a fotografare le contraddizioni che restano nel divenire del tempo, in giro con la sua vespa e davanti ai binari morti, io che sono una viaggiatrice incallita del dondolio dei treni, sento l' eco dei versi di QUASIMODO, quando si trasferì con il padre, dipendente delle ferrovie a MESSINA, poco dopo il terremoto, che distrusse la REGGIO CALABRIA MESSINA BINARI MORTI......per ricominciare, scivolando oltre la linea dell' orizzonte perduto, orizzonte che si fa raggiungere, gli oggetti del passato sono vivi e ti parlano, escono da una vecchia tv Binari morti che ''viaggiano” all' indietro per consegnarti un mondo che stride con i non luoghi dove tutto è simile, le autostrade, i centri commerciali, i villaggi turistici, DISTROFIE INDUSTRIALI ti scaraventa nello scrigno magico del passato , tanto da sentire gli odori della cucina della nonna......UNA MOSTRA DA NON PERDERE
La "Barbara Frigerio Contemporary Art" mi ha invitato alla mostra di Ilaria Morganti dal titolo "Cars". L'esposizione si terrà a Milano in Via Fatebenefratelli n.13 dal 1 dicembre 2011 al 5 gennaio 2012. Quasi sicuramente non potrò esserci, ma per coloro che si troveranno a Milano in quel periodo e vorranno visitare la mostra il recapito telefonico è 02 36593924. Come è consuetudine la presentazione delle opere di Ilaria è costruita secondo una video clip commentata da un brano musicale. Stavolta ho scelto una sfavillante esecuzione del classico di Miles Davis "So What" i musicisti sono : Wayne Shorter al sax tenore, Ron Carter al contrabbasso, Tony Williams alla batteria, l' inossidabile Herbie Hancock al piano, e uno straordinario Wallace Rooney alla tromba. Prima della clip pubblico un testo della stessa Ilaria
Luc Girello.
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Il mio campo di indagine è da sempre il linguaggio della pittura, posto in discussione sul concetto di illusionismo. Ciò che ho perseguito è stato il procedimento concettuale che l’opera fa scattare nella mente dell’osservatore e non il suo valore in quanto forma. Ho voluto dare il risultato della riflessione sul territorio della conoscenza, relativa alla natura stessa della pittura e di quello che mostra. L’intento della minuziosa pittura utilizzata non è stato quello di portare al suo limite estremo la raffigurazione, ma quello di metterla in discussione nei suoi stessi presupposti. Da un realismo di già misurati risultati (si pensi alle opere di vecchia datazione) sono passata al convenzionalismo dello stesso in termini tecnici, giungendo ad un’astrazione realista. Questo modo di pensare ciò che rappresentano le mie immagini è scaturito dalla riflessione incentrata sull’Iperrealismo, corrente artistica americana degli anni ’70 quale punto di partenza del mio interesse storico. L’Iperrealismo è situato all’estremità di una linea virtuale entro la quale si trovano tutte le modalità espressive e le possibili configurazioni del “fare pittorico”. Opposta ad essa, nell’altra estremità della linea, è collocata l’astrazione più totale; due forme d’arte, dunque, agli antipodi. Se questa linea fosse ricondotta ad un cerchio, tuttavia, questi antipodi verrebbero a toccarsi, congiunti nel loro essere e nella loro fattispecie. È per questo che rivendico la natura astratta dell’Iperrealismo e la convenzionalità sistemica dei segni che determinano le figure, a loro volta realiste. I soggetti scelti provengono dalla particolare attenzione su alcuni aspetti della realtà: dettagli ravvicinati di automobili, spesso in degrado, palloncini neri incatenati l’un l’altro da una rete, lampadine ad incandescenza, palloni usurati dal gioco. Sono tutti particolari di un mondo che parla di passato, a volte in modo anche nostalgico, di cose utilizzate e poi buttate, residui di vita che portano con sé il passaggio umano, tracce indelebili del quotidiano vivere. Il momento più creativo avviene durante lo scatto fotografico, tramite che utilizzo per portare il mondo esterno nel mio studio di pittura, dove elaboro mentalmente e poi visivamente il materiale a disposizione. Non si tratta mai di una semplice copia di una fotografia, ma di una rivisitazione emozionale di ciò che mi attrae e che suscita in me curiosità. Ho una particolare predisposizione ad analizzare il particolare, tanto nella vita quanto nella pittura. È per questo che nei miei quadri ogni piccola fattezza è accuratamente messa a fuoco, potenziata rispetto alla fotografia, che spesso annulla peculiarità importanti. Rendendomi conto, poi, che la realtà dipinta nelle sue dimensioni reali rende l’impatto visivo destabilizzante e che la pittura sembra volersi sostituire alla realtà stessa (anche se i bordi circoscrivono questa sensazione), nelle ultime opere c’è una certa ostinazione nella creazione di immagini su grandi formati. L’arte è diletto, piacere, divertimento; tutto ciò lo ritrovo nella pittura e ancor più nell’idea di vedere il persistere di un’attività manuale rispetto ad un’epoca super-meccanizzata, in cui tutto è tecnologico.
Ho visitato con interesse e segnalo ai lettori di AUT come imperdibile la mostra “Artemisia, storia di una passione”, a Palazzo Reale di Milano fino al 29/01/2012.
E' la prima mostra antologica dedicata a questa eccelsa pittrice del '600, la cui luce è stata per secoli oscurata dal successo del padre e dello zio- entrambi pittori di origine pisana. Conosciuta più per vicende private legate alle violenze subite da adolescente che per il valore artistico, viene finalmente riconosciuta come artista dalla critica internazionale, sulla scia delle tesi evidenziate più volte nel corso degli anni dalle studiose femministe e descritto magistralmente da Anna Banti nel 1947 nel romanzo “Artemisia”.
Oltre 50 opere e documenti -(un inedito carteggio composto di 36 lettere della pittrice e del marito Pierantonio Lattesi, indirizzate a Francesco Maria di Niccolò Maringhi, che diverrà il suo amante)-
offrono uno sguardo completo sulla avventura pittorica di Artemisia, su ricerche stilistiche e innovazioni, sulla sua dignità di artista e sulla sua determinazione di donna che vuole affermare il suo talento, sui rapporti di influenza reciproca ed emancipazione dallo stile paterno, sul suo ruolo di capo bottega in età avanzata (con figlia apprendista) , sulle sue invenzioni stilistiche e simboliche.
L'esposizione ripara dunque a 3 secoli di ingiustizia e permette alla figura di Artemisia (prima donna ad essere ammessa all'Accademia del disegno di Firenze) di brillare finalmente di luce propria: ampie tele con giochi cromatici, corpi opulenti in stile rinascimentale, gioielli e stoffe magistralmente resi in ogni dettaglio, superbi panneggi, nudi seducenti, audaci rivisitazioni mitologiche, splendide immagini di Cleopatra e Danae, ma anche di “classiche” Madonne.
Attraverso lettere, quadri e disegni, si ripercorrono 4 fasi della vita della pittrice: - dagli esordi a Roma, presso la bottega del padre Orazio ( a soli 16 anni Artemisia irrompe nel panorama artistico caravaggesco dipingendo”Susanna e i vecchioni” tema biblico su cui tornerà più volte)- agli anni a Firenze, stimata artista alla Corte di Cosimo II, circondata da preziose e stimolanti amicizie (Galilei e Michelangelo Buonarroti il giovane – il ritorno a Roma e la fase della maturità artistica a Napoli, con splendide tele quali “L'Annunciazione”, La ninfa corisca e il satiro, il Miracolo di San Gennaro.
Oltre ad un'oscura parentesi a Londra, che testimonia comunque il coraggio e l'audacia di questa donna avventurosa, la mostra espone come centrali le tele dai toni cruenti : Giuditta ed Oloferne, Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne, Gioele e Sisara, Giuditta decapita Oloferne: in essi la critica evidenzia , oltre al gesto barocco e teatrale, la rabbia e il desiderio di riscatto della donna offesa, il desiderio di raffigurare donne forti , capaci di imporsi anche con la violenza e la vendetta, la profondità del dolore sopportato, il bisogno di ritrarre la violenza subita per liberarsene.
Con la celebrazione di un'arte completa, poliedrica, innovatrice e temeraria, cade finalmente il triste sudario del passato- dei secoli in cui per Artemisia alle violenze subite dal maestro di prospettiva, Tassi, si unirono quelle del processo (in cui la pittrice accettò di testimoniare e di essere sottoposta al supplizio della ”sibilla” consistente nel fasciare le dita con funi, fino a farle sanguinare) nonché alla beffa per cui Tassi – sposato con un'altra donna- esce indenne dal processo, nonostante la condanna che non sconterà, mentre la famiglia Lomi- Gentileschi subirà pesanti conseguenze sociali- e si aprono nuovi orizzonti di ricerca (alcune attribuzioni sono ancora dubbiose),e riflessione, confronto...
Il brano musicale è
Desert Air
Chic Corea - Pianoforte
Gary Burton-Vibrafono
Come è noto la lotta dell'occupazione del cinema Palazzo da parte dei cittadini di San Lorenzo per evitare che divenisse una sala bingo, è stata seguita del nostro blog. Abbiamo postato un appello da sottoscrivere per fermare lo scempio vedi A SAN LORENZO VINCE LA CULTURA
Di seguito riportiamo la storia di ordinaria follia accaduta ieri
By Sala Vittorio Arrigoni
Un luglio afoso e una piazza Montecitorio costipata in assetto da guerra per la conferenza stampa in quel dell’Hotel Nazionale. Ingresso riservato solo ai giornalisti. Ma il buon senso sembra prevalere se la signora Adele e Franca Raponi vengono fatte accomodare senza battere ciglio. La pace sia con voi sembriamo leggere per un momento negli occhi dell’agente in borghese che era un po’ che ci scrutava. Noi siamo un capannello di dieci anime, occupanti ma non senza arte né parte. E’ bene però precisare cosa ci facessimo qui, come sparuto avamposto dell’occupazione dell’ex-cinema palazzo-sala vittorio arrigoni.
Una conferenza stampa chiarificatrice era stata organizzata per la mattinata nientepopodimenoche dalla Camene S.p.A.. E visto che i panni sporchi si lavano in famiglia, questa simpatica combriccola adunata in conferenza annoverava in manipolo di pertinace garantismo e quindi indefessa opposizione a salvaguardia dei valori democratici le persone di Capezzone, il deputato Aracri (autore di una folgorante interrogazione sulla via di Damasco…), qualche avvocato come il pirotecnico Prioreschi (quello di De Pedis e Moggi) e Nicola Sgarra. Badate non l’amministratrice delegata della Camene, Francesca de Franceschi ma questo “simpatico” ometto dal sorriso torquemadiano che anche gli amici più stretti evitano di guardare troppo a lungo. Tutti giù a spergiurare sulla legalità di una occupazione e a urlare le ragioni di una certa cricca pronta ad anteporre cultura e salute mentale alle leve sublimnali e ai mancati riscatti del gioco d’azzardo.
Ricordare le ragioni per cui ormai da tre mesi seguite le nostre vicende credo sia superfluo.
Ricordare il quanto prodotto e dimostrato fino ad oggi sia più che sufficiente, specie dopo il 16 giugno e il palesamento delle nostre indagini corroborate dalle voci più alte di Repubblica e Report (LEGGI IL NOSTRO DOSSIER). A qualcuno saranno pure girati i marroni. Qualcuno lo avrà svegliato nel cuore della notte questo Capezzone. Ciao, sono Nicola Sgarra… dobbiamo fare qualcosa. E allora eccoci qui tutti questa mattina per colpa di quella telefonata, chiamati in causa, a dover ascoltare le ragioni contrarie scagliateci contro. Parole chiave ripescate dagli incubi tazebao degli anni ’70 condivano l’invito a questa kermesse, a questo ennesimo spettacolo di prepotenza paraistituzionale. Perché i bastardi siamo noi e certamente la comunista Sabina Guzzanti. Accusati di esproprio proletario e curiosi di scoprire quali siano i video fatti di nascosto con apparecchiature sofisticate degne de i 3 giorni del Condor, facciamo comunella scrutati da carabinieri, polizia e quant’altro predisposto per l’incolumità di alcuni ma non di altri. I video e le intercettazioni stavolta tralasciano minorenni, pali da lapdance e signorine anagraficamente imbarazzanti. Soltanto calcinacci, una sala-cantiere. Poi è la volta della birra venduta per sostenere la lotta. Un Capezzone antiproibizionista, nemico giurato della lega del luppolo non lo avremmo mai immaginato. Ultima sorte forse la più triste, la presenza di Rocco Papaleo. Un raduno pericoloso evidentemente in combutta con quei suoi 300 seguaci nel pubblico che il tavolo delle evidenze sembra tratteggiare più come un Imam che come un attore.
L’irruzione di Sabrina Guzzanti, prontamente interrotta manda in loop Capezzone che ripete la parola legalità almeno 40 volte di seguito senza dare la parola a chi sta cercando di spiegare che occupare è leggittimo anzi dovere civico caro Capezzone se quello che si occupa è destinato ad attività di reale illegalità come tutto il business che può ruotare dietro la losca rendita delle scommesse e del gioco d’azzardo. La bagarre è presto fatta. Anche Franca Raponi prende la parola ma la parola cultura fa ridere questa corte improvvisata senza grazia e giustizia che dispendia insulti senza vergogna.
Meglio uscire dall’aula di questo tribunale fantoccio e portare con se i giornalisti che in tanto cominciano ad accorrere e a raccogliere quanto spiegato nel nostro dossier sui rapporti tra la Camene e la cricca di Balducci, Anemone e le massaggiatrici della pudica schiena di Bertolaso, di quei giorni lì quando la protezione civile, quella che si rispetti, poteva essere al massimo un condom… condonabile, dunque. Il desecrabile invece precipita nell’imponderabile e via discorrendo nel grottesco. Una cinta di carabinieri, ci separa come una “division belt” da Franca e Adele. Trattenute all’interno. Adele si guarda intorno come la nonnina di gatto Silvestro. Chissà dove sarà finita Titti. Che altro potrebbe fare. E noi a urlare che rilascino queste pericolese minacce. Devono essere identificate. Alla fine Adele viene riconsegnata e il pubblico ludibrio è assicurato. Manca ancora Franca all’appello. Dopo qualche minuto esce e rilascia dichiarazioni al sapor di Pietro Micca. Non perde una gamba e ricorda come stiamo facendo della resistenza agli oscuri traffici di Piazza dei Sanniti. Si è rifiutata di dare i suoi documenti e per fortuna è libera lo stesso. Ferito come Giuseppe Garibaldi, invece, Capezzone se ne va via stampellando e imprecando nelle parole quel “Comunisti miliardari…” che lo mostra per un attimo come il malefico signor Burns dei Simpson. Imbarazzante come non potrebbe essere altrimenti, turista assai della democrazia, lui veramente, per dirla con le parole del suo Padrone.