Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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martedì 25 gennaio 2022

Non può esistere la memoria senza la storia

 Luciano Granieri.




Il prossimo 27 gennaio ricorre il giorno della Memoria. Il giorno in cui si commemora lo sterminio degli Ebrei, dei Rom, dei Sinti, degli omosessuali e di tutto il genere umano non conforme al super uomo ariano, compiuto dai nazifascisti. Può sembrare singolare che una tale ricorrenza sia stata istituita solo da poco più di vent’anni, ma la sua determinazione è stata quanto mai opportuna e necessaria. 

E’ importante la memoria.  E' importante, anche se doloroso e crudele, sentire quelle testimonianze,  vedere quei luoghi in cui si compiva uno sterminio pianificato scientificamente. E’ importante come tutte le generazioni del mondo, grazie a queste testimonianze e alle visita di quei luoghi dell’orrore, possano maturare una maggiore consapevolezza del degrado infimo in cui può degenerare il genere umano.  Ciò è possibile venendo a conoscenza delle tragiche storie personali che in quei luoghi si sono consumate. Storie di bambini, uomini, donne, persone dalla dignità umana negata, andate incontro ad un destino inimmaginabile, terribile, ignari di come quel fato fosse scientificamente pianificato. Proprio la memoria generatrice di  un processo emotivo forte, quasi insopportabile, ammonisce sul fatto che tutto ciò possa ripetersi. 

Dunque istituzione necessaria quella della giornata del 27 gennaio, ma non sufficiente. Infatti coinvolgendo in modo così potente la sfera prettamente emotiva, si rischia di sfociare nella retorica. Il ricorso ipertrofico agli aspetti emozionali mette in pericolo la forza e l’incontrovertibilità dell’analisi storica.  Lo sterminio è prima di tutto un evento storico, con tutto il portato dei fatti che lo hanno determinato e le conseguenze poi susseguitesi. Questo concetto va ribadito con ancora più forza. Si ha l’impressione che all’emotività della memoria si sottometta la realtà della storia. Non è un caso che 4 anni dopo l’istituzione della data del 27 gennaio, come giornata di commemorazione delle vittime dell’Olocausto, si è aggiunta quella del 10 febbraio in ricordo delle vittime delle Foibe. Tutto nel nome di una supposta incontrovertibile  cattiveria universale dell’uomo sull’uomo che emozionalmente  riduce tutto  alla perversa e semplice contrapposizione fra vittime e carnefici. 

Vittime sono gli ebrei, carnefici i nazifascisti. Ma nella  dinamica emotiva,  vittime sono anche i 33 soldati tedeschi del battaglione Bozen morti in via Rasella il 23 marzo del ‘44, carnefici i Gappisti che hanno piazzato la bomba che li ha uccisi. Ugualmente vittime sono i giustificabili ragazzi di Salò -così definiti, da un presidente della Camera ex comunista- carnefici i partigiani che li hanno uccisi. Fino all’aberrazione, raggiunta da alcuni esponenti di estrema destra di Sora, i quali hanno chiesto al sindaco Luca di Stefano di concedere la cittadinanza onoraria a Claretta Petacci definita “figura che rappresenta al meglio lo spirito delle donne italiane , spirito contraddistinto dal coraggio, dalla tenacia e dall’amore per i propri ideali, e per i propri sentimenti”, perché vittima dei barbari carnefici partigiani. 

E’ evidente che giovani vite spezzate di donne e uomini suscitino orrore e ribrezzo, e dunque una compenetrazione emotiva comune. Ma passando dalla memoria alla storia, risulta innegabile come il delirio nazifascista sia drammaticamente provato ed esistito. Ha inondato l’Europa ed il mondo con il sangue di persone innocenti, a cui è stata negata, prima la dignità umana e poi la vita. Dall’Italia alla Spagna, alla Grecia, fino ai Balcani e all’Africa Orientale, i fascisti, i così definiti, “Italiani brava gente” hanno trucidato, torturato, gasato, stuprato intere popolazioni, così come i Tedeschi hanno pianificato e attivato una efficientissima, quanto crudele, fabbrica dello sterminio e invaso la stessa Italia con deportazioni, stragi di civili, coadiuvati dai fascisti. 

Ed allora in base alle responsabilità che la storia ci rimanda, la morte di Claretta Petacci non può essere paragonata a quella di Evelina Pieri, trucidata nell’eccidio di S.Anna di Stazzema.  La  morte di un soldato della brigata Bozen non può minimamente paragonarsi allo strazio di Ilario Canacci, cameriere ucciso nella strage delle fosse ardeatine. La scomparsa di un giovane repubblichino non è minimamente paragonabile, alla tragedia di Giorgio Grassi, un ragazzo fucilato dai tedeschi, insieme a Pierluigi Bianchi e Luciano Lavacchini proprio qui a Frosinone il 6 gennaio del 1944. 

Memoria  e storia dovrebbero procedere insieme, completarsi a vicenda nella rivelazione di un orrore, quello si condiviso, che non dovrà mai più ripetersi. Ma nell’anomalia italiana un revisionismi storico imperante ha tolto lucidità e autorevolezza alla storia. Il nostro Paese i conti con il fascismo non li ha mai fatti. 

 Violenza criminale,  abusi, apologia fascista, hanno continuato ad imperversare, funzionali anche a certe manovre di potere. Stragi come quelle di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Stazione di Bologna sono lì a dimostrarlo. Ma imperversano ancora oggi, basta vedere le condotte violente e apologetiche di formazioni dichiaratamente fasciste, come CasaPound, o Forza Nuova che assaltano sedi sindacali, aggrediscono le forze dell’ordine inviate a sgomberare fabbricati da loro abusivamente occupati, spargono violenza, odio e razzismo a piene mani, fomentando una crudele e,   ancora funzionale al potere , guerra fra poveri. 

Se  il Governo, ad una interrogazione sollecitata il 10 gennaio scorso da alcuni parlamentari, nella quale si chiedeva lo scioglimento di tutti i movimenti politici di ispirazione fascista - a seguito di fatti violenti messi in atto da CasaPound e Forza Nuova - in base a quanto prescritto dal comma n.3 della legge Scelba, ha risposto che tale comma non è stato mai applicato in precedenza, e non è consuetudine farlo, significa che i conti con il passato fascista non si vogliono ancora fare e forse non si faranno mai . Allora  è necessario vigilare affinché una memoria, non corroborata dalla verità storica, non  finisca per scadere in vuota retorica.

sabato 25 aprile 2020

«Bella Ciao» cantata sui monti d’Abruzzo

Alessandro Portelli



In tanti hanno scritto di Bella ciao e in tanti l’abbiamo cantata. Adesso, in un piccolo prezioso libro, Cesare Bermani, lo studioso militante che meglio di tutti ne ha seguito le origini e la storia, distilla più di mezzo secolo di ricerca e arriva a conclusioni definitive e solidamente documentate (Cesare Bermani, «Bella ciao». Storia e fortuna di una canzone dalla Resistenza italiana all’universalità delle Resistenze, Novara, Interlinea, 2020).
Per prima cosa, Bermani fa chiarezza su un punto importante: non è vero che Bella ciao non sia stata cantata durante la Resistenza. Era l’inno di combattimento della Brigata Maiella in Abruzzo, cantato dalla brigata nel 1944 e portato al Nord dai suoi componenti che dopo la liberazione del Centro Italia aderirono come volontari al corpo italiano di liberazione aggregato all’esercito regolare. La ragione per cui non se ne aveva adeguata notizia, osserva Bermani, stava in un errore di prospettiva storica e culturale: l’idea che la Resistenza, e quindi il canto partigiano, fossero un fenomeno esclusivamente settentrionale. Il fatto che la canzone iconica dell’antifascismo venga invece dall’Abruzzo sposta la prospettiva non solo sul canto, ma sul movimento di liberazione nel suo insieme: il «vento del Nord» è stato impetuoso e decisivo, ma il vento non soffiava in una direzione sola.
Da tempo, peraltro, avevamo rilevato una ricca tradizione di canto antifascista e partigiano in altre parti dell’Italia centrale, in Lazio e Umbria soprattutto (per non dire della Toscana, di cui già si sapeva molto). C’è una versione di Fischia il vento, il classico canto composto dai partigiani liguri, raccolta in Umbria da Valentino Paparelli, a cui è stata aggiunta una strofa sorprendente: «Là nel Nord c’è un popolo che attende con certezza di aver la libertà». I partigiani che hanno combattuto nell’Italia centrale continuano la lotta salendo a liberare il Nord; tra loro, c’erano anche i combattenti della Brigata Maiella. L’incontro fra questi combattenti e le forze partigiane del Nord, soprattutto in Emilia, diventa un cruciale momento di scambio e contaminazione culturale. È lì che i partigiani umbri della Brigata Gramsci arruolati nel corpo di combattimento Cremona impararono sia Fischia il vento sia Stoppa e Vanni, per poi riadattarle al loro contesto; e fu proprio a Reggio Emilia che l’allora partigiano Vasco Scanzani imparò la Bella ciao partigiana che nel 1951 avrebbe poi trasformata nel canto di lavoro delle mondine.
Bermani, che ne è stato anche protagonista, ricorda che di tutto questo non sapevano niente Roberto Leydi e Gianni Bosio quando vicino Reggio Emilia incontrarono la grande cantatrice ex mondina Giovanna Daffini, che gli cantò la versione delle mondine, e si convinsero che fosse l’origine del canto partigiano. Da questo malinteso nacque il memorabile spettacolo, «Bella ciao», rappresentato al Festival di Spoleto del 1964, che cominciava proprio con la giustapposizione, in ordine sbagliato, della versione mondina e di quella partigiana. Il folk revival italiano nasce dunque su un doppio equivoco: l’identificazione del canto partigiano solo con il Nord, e lo scambio di cronologie fra la Bella ciao partigiana e la versione sindacale scritta da Scanzani per le mondine. Va osservato peraltro che i «responsabili» di questo equivoco (ancora molto diffuso), a partire da Leydi e dallo stesso Bermani, sono stati quelli che già da molto tempo hanno messo in chiaro come stavano effettivamente le cose.
Dal libro di Cesare Bermani, Bella ciao emerge come un testo che mette in discussione definizioni rigide e confini invalicabili: Nord e Sud, canto partigiano, musica leggera, tradizione orale… Bermani parte dal rapporto fra il canto partigiano e il canto epico-lirico narrativo di tradizione orale, ripercorrendo i legami strettissimi con canti tradizionali come Fior di Tomba (testo) e La bevanda sonnifera (melodia). In Italia centrale, per esempio, è abbastanza diffusa, una versione narrativa di Fior di tomba inframmezzata dal ritornello Bella ciao, quasi come una contaminazione al contrario in cui il canto partigiano retroagisce sulla ballata tradizionale. Però il legame è anche più profondo: l’incipit – «Questa mattina mi son svegliato» – che accomuna Bella ciao con Fior di tomba lo ritroviamo in moltissimi blues: l’altra mattina mi sono svegliato e Satana mi bussava alla porta (Robert Johnson), l’altra mattina mi sono svegliata e il blues mi girava intorno al letto (Bessie Smith), e così via. È la scoperta traumatica dell’irruzione del male – l’invasione, il tradimento, il demonio, la sofferenza – nel tempo e nello spazio di tutti i giorni, la precarietà dell’esistenza e dei rapporti in un mondo popolare sempre sotto minaccia.
Forse la parte più divertente del libro di Bermani è la ricostruzione della storia di vita di Rinaldo Salvadori, paroliere e canzonettista toscano, che già negli anni ’30 aveva composto una canzone intitolata Risaia sulla vita delle mondine che conteneva la frase «bella ciao», appresa in frammenti di canti alpini e altre espressioni popolari e popolaresche. Risaia fu censurata dal regime perché conteneva espliciti accenni allo sfruttamento a cui erano sottoposte; per farsi perdonare, Salvatori compose poi canzoni fasciste, ma già nel 1944 pubblicava testo e musica di una versione di Bella ciao assai simile a quella che oggi conosciamo tutti. Il punto, insomma, è che in questo ambito la ricerca dell’ «origine» e della «autorialità» si dissolve in rivoli infiniti; quello che conta non è tanto come un canto è nato, ma come è diventato quello che abbiamo adesso.
«Salvadori», scrive Bermani, «ci appare come un fenomeno ’di frontiera’, metà interno al mondo popolare e metà dentro al mondo della musica leggera di quegli anni». In realtà è tutta la storia di Bella ciao che appare come un fenomeno di frontiera, ibrido e sfuggente e proprio per questo capace di unire, di mettere in comunicazione realtà diverse. Pensarla in questo modo ci aiuta anche a capire meglio il processo per cui Bella ciao viene adottata quasi istituzionalmente come canto iconico del movimento di liberazione negli anni del centrosinistra, quando l’antifascismo diventa (un po’ strumentalmente ma un po’ anche no) il principio unificante di un «arco costituzionale» che nelle sue declinazioni migliori riconosce la pluralità di una Resistenza che non appartiene esclusivamente a nessuno. In un certo senso, è proprio l’ecumenismo politico un po’ generico intrecciato alla fermezza morale (e, come Bermani ricorda, agli echi est-europei della melodia, al piacere ludico del battito di mani) che permette sia gli abusi, sia soprattutto la straordinaria circolazione internazionale soprattutto di questi ultimi anni, dal Cile al Kurdistan, da «Casa di carta» a Tom Waits, di cui Bermani dà accuratamente conto. E che manda fuori di testa gli amministratori locali di destra che, dal Friuli alla Sardegna, hanno cercato invano a più riprese di vietarne il canto negli eventi ufficiali. Hanno ragione a dire che Bella ciao è divisiva: sarà generica, sarà ecumenica, ma si capisce benissimo da che parte sta.
fonte "Alias" inserto culturale de "il manifesto" del 25 aprile"

venerdì 24 aprile 2020

Per difendere la libertà serve ritrovare coesione sociale. Buon 25 aprile

Luciano Granieri




Piaccia o non piaccia il 25 aprile del 1945 ci siamo liberati dai criminali fascisti e nazisti

Piaccia o non piaccia in quella liberazione i partigiani comunisti hanno avuto un ruolo predominante e decisivo.

Piaccia o non piaccia  a quelli che cercano di demistificare il 25 aprile, ridurlo a data divisiva, farne una ricorrenza di nessuna  importanza - dopo averlo  inserito in un contesto falsificato da certo  becero revisionismo storico - bisogna ricordare che   grazie al 25 aprile   possono straparlare  senza limiti , spesso da uno scranno parlamentare.

A  volte viene il dubbio, assistendo a certe manifestazioni di ignoranza impastata di razzismo e fascismo, che forse la libertà concessa sia  stata troppa.  E’  un eccesso di  libertà  consentire  in tanti frangenti  l’attacco  ai principi che grazie al 25 aprile si sono conquistati ?  La  libertà non è né troppa né poca, o è, o  non è.

Ma libertà e democrazia, una volta conquistate,  vanno continuamente difese, preservate.  E’ moltio più difficile oggi. Visto che, probabilmente non ce ne stiamo accorgendo,   ma gli enormi ostacoli posti dalla diseguaglianza sociale sulla strada della piena realizzazione della persona umana, ci tolgono libertà. Così come ci toglie libertà lo sfilacciamento del diritto alla tutela della salute individuale e collettiva. Aspetto che il Covid-19 sta mettendo in drammatica evidenza.

Dunque forse difendere la libertà, la democrazia (intesa come diritto a partecipare alle decisioni politiche e oltre  il semplice esercizio elettorale)  oggi travalica  il contrasto al rigurgito fascista e razzista e sconfina inevitabilmente nell’opporsi   alla dittatura del mercato, che agisce alimentando rapporti sociali basati sulla competizione fra individui sull’individualismo sfrenato.

Il più importante atto da compiere dunque è riabituarsi a condividere, ad agire collettivamente per degli ideali comuni.  Così come hanno fatto i partigiani, i quali hanno deciso di combattere insieme, da nord a sud per liberare insieme i propri concittadini.

A tal proposito propongo di guardare il video che segue, in cui lo storico scrittore Roberto Salvatori descrive le attività dei partigiani nei territori a sud di Roma e mi unisco a lui nell’augurare buon 25 aprile a tutti.


lunedì 22 aprile 2019

PER UN 25 APRILE ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA, PER RIAFFERMARE I VALORI DELLA RESISTENZA, PER UNA SOCIETA’ GIUSTA, LIBERA, ACCOGLIENTE, CONTRO OGNI GUERRA



Mai come quest’anno la ricorrenza del 25 aprile e della liberazione dal nazifascismo, è caduta in un periodo cupo, che vede crescere il razzismo contro persone di colore, arabi, musulmani, rom e camminanti, aumentare gli attacchi antisemiti in Europa, coinvolgendo in alcuni casi gli stessi governi come in Italia e altrove. Il razzismo e la disumanità si vanno di nuovo stendendo in Europa e nel mondo, e sono a rischio la libertà, la pace e la giustizia sociale.

 Il Mediterraneo che per secoli ha unito i popoli dell’Europa del Sud con quelli dell’Africa e dell’Oriente è diventato un cimitero senza che questo turbi minimamente i nostri governi. Anzi, intorno ad esso aumentano guerre disastrose attraverso cui si confrontano le potenze imperialiste, in testa gli Stati Uniti, cui l’Europa e l’Italia partecipano direttamente o indirettamente fornendo armi. 

L’Europa dominata dalle politiche dei mercati e della finanza, dalla paura, dalla sfiducia, dall’odio, resa ostile alle sue stesse popolazioni, costruisce muri e rischia la disgregazione e il suicidio politico. 

Quest’Europa, ha anche una grande responsabilità nel protrarsi dell’occupazione in Palestina da parte del governo israeliano, che, forte dell’impunità concessagli, calpesta il diritto internazionale e i diritti fondamentali del popolo palestinese, chiudendolo in un regime di Apartheid. A questo regime i palestinesi resistono nonostante le uccisioni quotidiane, gli omicidi mirati, gli arresti, la tortura, il furto della terra, la distruzione delle case, l’annessione strisciante. 

Questa stessa Europa, lascia sola la popolazione Kurda, che cerca di opporsi al capitalismo e alla repressione turca, attraverso la costruzione del Confederalismo Democratico, in controtendenza alle spinte sovraniste in Europa, per la costruzione di una società dal basso che metta al centro le comunità e le donne. 

Tutto questo porteremo con noi al corteo del 25 aprile indetto dall’ANPI, appoggiando le forze e i movimenti che lottano per la libertà dei popoli e perché tutte e tutti, senza distinzione alcuna, abbiano gli stessi fondamentali diritti, in Italia sempre più disattesi e sotto attacco. 

CONCENTRAMENTO ORE 9.30, LARGO B. BOMPIANI, NELLO SPEZZONE DELLE FORZE SOLIDALI CON LA PALESTINA, PER SFILARE INSIEME AL CORTEO DELL’ANPI FINO A PORTA S. PAOLO 

Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, reteromanapalestina@googlegroups.com

Dalle Lettere dei condannati a morti della resistenza europea

 “Oggi muoio….il mio spirito sarà sempre con voi. Al mattino con l’aurora, vi sorriderò, con l’imbrunire vi saluterò. Che l’amore, e non l’odio, domini il mondo.” “Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.”

giovedì 3 maggio 2018

Riflessi di un fine aprile resistente in Ciociaria


Cari tutte e tutti,
con molta soddisfazione vi inviamo alcune immagini del corteo e della festa che abbiamo realizzato a Cassino il 29 aprile  insieme ad altri riflessi video  della manifestazione del 25 aprile di  Frosinone. Tutti   uniti con una non scontata pluralità di soggetti, per celebrare il 73° della Liberazione nell'anno del 70° della Costituzione.

Siamo particolarmente impegnati a non disperdere quel patrimonio di lavoro e di costruzione di fiducia reciproca, sebbene ci rendiamo conto che essa è ancora assai fragile e limitata. I soggetti che hanno preso parte alla costruzione di quella giornata sono assai diversi fra  loro per organizzazione, per visione politica, per obiettivi immediati e di lungo termine. Ma noi continuiamo ad offrire spazi e spunti unitari, certi che nella divisione non si vincerà mai nessuna battaglia. 

Sappiamo bene che non tutti i terreni possono essere battuti unitariamente, esistono divisioni non legate a particolarismi, personalismi o settarismi di sorta, bensì date da effettive questioni di prospettiva, di programma, di formazione o anche solo di metodo. Sappiamo anche, però, che non fare tutto il possibile per unire le forze dove è possibile produce inevitabilmente sconfitte anche dove si potrebbe sperare di vincere, e non vogliamo che questo continui ad accadere.

Ci mettiamo come sempre a disposizione e sollecitiamo attività concrete volte a superare i limiti della litigiosità, come campo aperto e plurale dove possono confrontarsi opinioni ed interessi, ma con finalità costruttive, non di rivalsa.

Sappiamo anche che questo obiettivo si scontra con rancori e narcisismi, personalismi ed effettive divisioni di merito, ma ci diamo obiettivi graduali, e procediamo valorizzando l'esperienza unitaria della nostra Associazione come proposta di metodo per chi abbia veramente a cuore i risultati politici e non la soddisfazione (peraltro spesso frustrata) delle proprie ripicche infantili.

A tutte e tutti il nostro fraterno ringraziamento per ciò che potrete fare e per ciò che avete fatto in difesa di questa idea.


Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
Comitato Provinciale di Frosinone

video editing Luciano Granieri

lunedì 6 novembre 2017

Mario Fiorentini, le memorie

Fabrizio Rosatelli

 Intervista. Incontro con l'ultimo gappista romano che compie 99 anni il 7 novembre
 
Questi i nomi della foto di gruppo di gappisti romani. Dall'alto e da sinistra: Alfredo Reichlin, Tullio Pietrocola, Giulio Cortini, Laura Garroni, Maria Teresa Regard, Franco Calamandrei, Valentino Gerratana, Duilio Grigioni, Marisa Musu. Sotto, accovacciati: Arminio Savioli, Francesco Curreli, Franco Albanese, Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Carlo Salinari, Ernesto Borghesi, Raoul Falcioni. Seduti, davanti al gruppo: Fernando Vitagliano e Franco Ferri. Sdraiato a terra: Pasquale Balsamo.
Via Rasella, gli attacchi al cinema Barberini, alla caserma Giulio Cesare e all’hotel Flora, il carcere di via Tasso, l’incursione a Regina Coeli, via Margutta, le Fosse Ardeatine. Mario Fiorentini è ancora lì, con la sua memoria, noncurante del tempo e delle primavere che si susseguono. Lo incontro a casa sua, a pochi metri da quella via Rasella che ha segnato indelebilmente la storia d’Italia. Non ci vediamo da un paio d’anni, Mario è seduto su una poltrona, nel suo studio zeppo di libri introvabili, di foto e di appunti; mi scruta con curiosità con i suoi occhi azzurri e mi domanda con la sua tipica cordialità: cosa vuoi sapere da me? In un attimo ho la sensazione di trovarmi al cospetto di un oracolo. “Lo sai che sono l’ultimo dei gappisti romani ancora in vita? Eravamo 48, ora sono rimasto solo io”.
Mario Fiorentini, classe 1918, la storia dell’ultimo secolo non l’ha vista solo scorrere, come quando a 4 anni fu testimone della marcia su Roma, lui è uno dei pochi che può affermare di averla attraversata, scritta e di custodirne un vivo ricordo. Sembra tenere sulle spalle il peso dell’intero ‘900. Come il marziano di Flaiano – suo caro amico – sembra un essere al di fuori del tempo che si aggira tra le strade di Roma. Chi lo conosce sa quanto sia difficile contenere le conversazioni negli argini di un solo tracciato narrativo poiché i ricordi, ancora lucidissimi, portano la memoria a compiere dei salti logici e temporali che solo chi possiede una discreta conoscenza dei fatti storici può seguire.
Fiorentini ama definirsi “l’uomo dalle tre vite”: l’intellettuale, il partigiano gappista e il matematico. Prima della resistenza armata al nazifascismo, di cui è stato un rappresentante di spicco, Fiorentini frequenta l’ambiente culturale e intellettuale romano degli anni ’30 e ’40. Via Margutta, Villa Strhol Fern ma anche le serate di cultura cinematografica a Palazzo Braschi (sede del Partito Fascista) e i littoriali della poesia. “Frequentavo scrittori e poeti come Pratolini e Penna, pittori del calibro di Vedova, Turcato e Guttuso, registi come Visconti, Petri e Lizzani, che era un amico di famiglia. Discutevamo di attualità politica e sociale. Se culturalmente il franchismo e l’hitlerismo sono state due storie ignobili, la cultura italiana non è stata negletta dal fascismo”. Riesce, da autodidatta, a costruirsi una cultura umanistica invidiabile che lo porta a costituire con Plinio De Martiis “una compagnia di teatro che si proponeva di portare il teatro d’impegno in ambienti dove non era conosciuto. Solitamente si andava all’Argentina, al Valle, noi siamo andati in periferia. Una volta abbiamo fatto irruzione al sindacato fascista professionisti ed artisti che aveva sede in via Sicilia. Ho letto un proclama ‘a nome del teatro rivoluzionario’ perché volevamo portare l’innovazione sul palcoscenico, eravamo contrari al fatto che il teatro fosse il regno dei primi attori come Benassi, Zacconi, Musco o Ricci. Rivendico inoltre di aver messo in orbita come attore professionista Vittorio Gassman che al cinema Mazzini, con la nostra compagnia, fu protagonista di una meravigliosa interpretazione dell’Uomo dal fiore in bocca di Pirandello”. Il progetto non decolla e viene allestito solo un altro spettacolo di Cechov al Teatro delle Arti. “Gassman avrebbe dovuto saltare sopra un tavolo e cantare l’Internazionale in francese”. Della compagnia facevano parte tra gli altri: Luigi Squarzina, Adolfo Celi, Mario Landi, Lea Padovani, Vittorio Caprioli e Ave Ninchi. La coscienza antifascista di Fiorentini cresce progressivamente. “Il mio impegno antifascista resistenziale è iniziato nel ’38, quando, con la promulgazione delle leggi razziali, è scattata la macchina infernale delle persecuzioni anti-ebraiche. Mio padre era ebreo ma non di osservanza, era un libero pensatore come me. I miei genitori decidono di lasciare a me la scelta religiosa e non mi circoncidono né mi battezzano. Io, un po’ donchisciottesco, quando vengo a sapere delle persecuzioni contro gli ebrei mi reco dal rabbino capo di Roma Sacerdoti e chiedo di diventare ebreo. Il rabbino mi dice che dovevo essere per prima cosa circonciso e mi fa desistere, salvandomi dalle deportazioni. In seguito i miei anziani genitori vengono catturati dalle SS ma riescono a fuggire”. Fiorentini entra in contatto con il circolo di Giustizia e Libertà, dal quale poi nascerà il Partito d’Azione, grazie all’amico Fernando Norma. L’Italia entra in guerra e gli eventi precipitano.
Nel 1942, durante un concerto, avviene l’evento che più di altri sconvolgerà la sua vita: l’incontro con Lucia Ottobrini. Da quel momento Mario e Lucia non si sono più lasciati “ci siamo tenuti sempre per mano. Ci chiamavano le volpi argentate perché insieme abbiamo quattro medaglie d’argento al valor militare”. Lucia è venuta a mancare il 26 settembre 2015. Nel ’43, prima dell’armistizio, insieme ad altri antifascisti costituisce il movimento degli Arditi del Popolo, ispirandosi agli Arditi che per primi si erano opposti in armi alle violenze fasciste negli anni ’20.
8 settembre
L’8 settembre inizia formalmente la seconda vita di Mario. “Hanno scritto che i tedeschi, quando sono entrati a Roma, sono stati rumorosi. Non è vero. I carri armati sfilavano ed i tedeschi avanzavano in silenzio, sembrava uno spettacolo di teatro. Lucia era alsaziana, veniva dalla Francia e aveva visto l’entrata di Hitler. Eravamo in via Zucchelli, sgomenti, la prendo per mano e le dico: ‘Nous sommes dans un cul de lampe’. Sinisgalli ha descritto magnificamente la nostra impotenza. Prendo Lucia e saliamo di corsa fino ad arrivare a Piazzale Flaminio. Capiamo che il nostro obiettivo è reperire armi. C’era una catastrofe, l’esercito si era sciolto. All’epoca si trovavano ancora le caserme con le armi dentro, abbiamo la fortuna di recuperare una cassa di bombe a serramanico tedesche (ride ndr), erano perfette, non erano come quelle italiane che facevano un po’ di botto e potevano ferire una persona, queste erano più potenti. Nascondiamo le armi nelle case, questo è stato il primo armamento”.
I Gap Centrali
Alla fine di settembre il Partito Comunista costituisce i Gruppi di Azione Patriottica (GAP) operanti in ognuna delle otto zone in cui il movimento della Resistenza aveva diviso Roma. “Io ero il vice comandante dei GAP della IV zona- centro storico, Lucia agiva con me. A metà ottobre, dopo un incontro con Nicli, Salinari e Cortini, decidiamo di fondare i GAP centrali: elementi particolarmente arditi, che già si erano distinti in azione, si dovevano isolare, staccandosi dalle zone per compiere le azioni più rischiose e difficili. Io assumo la direzione della formazione Antonio Gramsci. Trombadori, che aveva il comando militare, dopo aver visto in azione me e Lucia capisce che i gappisti devono agire in coppie uomo-donna e così si costituiranno altre tre coppie: Calamandrei e Regard, Bentivegna e Capponi, Borghesi e Musu”.
Da quel momento iniziano a vivere in clandestinità, ad andare in giro sempre armati e ad assumere nomi di battaglia. Fiorentini assumerà quattro nomi diversi durante la Resistenza: Giovanni, Fringuello, Gandi e Dino. “Siamo stati i primi in Italia ad organizzare la guerriglia urbana, inizialmente attaccavamo dall’alto lanciando bombe, istruiti dal prof. Gesmundo. Abbiamo colpito a Colle Oppio e al Muro Torto ad esempio. Il nostro obiettivo era impedire che i tedeschi si sentissero padroni di Roma, che spadroneggiassero. Ho avuto più contatti di altri con Bandiera Rossa perché non avevo una visione ristretta della Resistenza ma la ritenevo un fatto corale. A livello di gappismo, noi abbiamo rappresentato l’episodio storicamente più rilevante e anche più illuminante. La mia storia è completamente diversa da quella di Pesce. Lui vedeva la guerra in ottica rivoluzionaria, come uno scontro tra comunismo e fascismo, aveva una componente anticapitalista e di lotta di classe, per noi i nemici erano soprattutto i nazisti”.
I GAP centrali organizzano decine di azioni militari e Fiorentini rischia la vita più volte, come quando attacca il carcere di Regina Coeli in bicicletta. “Dovevamo far sentire la nostra voce a Pertini, Saragat e agli altri antifascisti in carcere. Il piano era lanciare, in corsa, uno spezzone di esplosivo davanti all’ingresso del carcere, durante il cambio della guardia. Decido di agire da solo per non far rischiare la vita anche agli altri. Ho sfidato la morte tante volte e la fortuna mi ha sempre assistito”. È il 28 dicembre 1943. Subito dopo l’attacco viene emanata un’ordinanza che vieta la circolazione delle biciclette ma “i romani aggirano il divieto aggiungendo una terza ruota, trasformando le bici in tricicli”.
Lo sbarco
Con lo sbarco degli Alleati ad Anzio i GAP centrali vengono sciolti e Mario e Lucia continuano ad operare nei quartieri popolari del Quadraro e del Quarticciolo. Ottobrini ripeteva spesso che la guerriglia urbana è stata “fame, freddo, umidità e sudiciume”.
Tra arresti e fucilazioni i GAP centrali si ricostituiscono nel febbraio ’44 e riprendono le azioni. “I gappisti romani hanno neutralizzato tre battaglioni. Il battaglione Onore e Combattimento, il Barbarico e il Bozen. Il primo lo abbiamo attaccato a via Tomacelli, con bombe da mortaio Brixia modificate per essere lanciate a mano. Su Il Messaggero c’era un articolo in cui si diceva che chi avesse consegnato gli autori dell’attacco avrebbe ricevuto una ricompensa di 500mila lire. Nessuno ci ha denunciato”.
Via Rasella. L’episodio e le sue conseguenze sono state raccontate in modo ineccepibile da Alessandro Portelli nel libro “L’ordine è già stato eseguito”. Fiorentini è il primo ad avvistare il battaglione Bozen sfilare per il centro di Roma e su indicazione di Salinari predispone un attacco in Via delle Quattro Fontane. “Il mio piano era molto astuto e scaltro. Il comando decide però che l’attacco doveva avvenire in via Rasella. Ero contrariato perché quella era una zona che frequentavo, lì avevo avuto addirittura delle riunioni con elementi della sinistra cristiana e di Bandiera Rossa. C’era una cellula di operai comunisti. E poi non volevo che altri decidessero le nostre azioni. Non si è mai capito esattamente da dove fosse venuta la decisione di cambiare il modo di attacco, io sospetto ci fosse una talpa nel comando cittadino. Preparo un nuovo piano con delle cassette di esplosivo ma il partito voleva colpire il 23 marzo perché era l’anniversario della costituzione dei Fasci di combattimento. Gli spezzoni però non erano ancora pronti, a quel punto si è deciso di utilizzare il carretto con l’esplosivo”. L’attacco è eseguito con successo senza alcuna perdita tra i gappisti, il battaglione viene sbaragliato ed i nazisti rispondono immediatamente con l’eccidio delle Fosse Ardeatine. “Gli Alleati ci avevano inviato dei segnali, ci avevano detto ‘colpite duro’ perché siamo in gravi difficoltà sul fronte di Anzio. L’azione con il carretto ha avuto effetti più devastanti del piano ideato da me. Quando Kappler viene informato dal questore che l’azione era stata eseguita da ragazzi e ragazze, che avevano attaccato con delle bombe a mano e non con dei mortai, rimane sconvolto. Non pensava alle donne, non c’è una donna alle Fosse Ardeatine”. Quella di via Rasella è la più audace azione di guerriglia partigiana in Europa ed ha effetti sconvolgenti sull’opinione pubblica e sul comando tedesco. “Da quel momento le truppe tedesche non sfilano più all’interno della città e per questo potevano essere attaccate più facilmente sulle strade provinciali”. Chiedo a Mario perché non ci siano mai state rappresaglie prima di questo attacco. “Non volevano far sapere che c’era una resistenza armata. I tedeschi hanno spesso compiuto eccidi sulla gente inerme, non perché i partigiani attaccavano”.
Dopo una nuova ondata di repressione, dovuta anche al tradimento di Guglielmo Blasi, i GAP centrali si sciolgono di nuovo. Fiorentini prima opera in Sabina organizzando attacchi contro le autocolonne tedesche e poi inizia a collaborare con l’Office of Strategic Services – OSS americano, realizzando azioni di intelligence. Dopo la liberazione di Roma Fiorentini decide di continuare la lotta contro i nazifascisti nel Nord Italia, arruolandosi nell’OSS. Viene paracadutato tra Liguria ed Emilia. “Lucia confezionerà il suo vestito da sposa con la seta del mio paracadute”.
Le missioni
 Fiorentini è un narratore instancabile e con entusiasmo mi racconta gli episodi più arditi delle sue missioni, l’evasione rocambolesca dal carcere di San Vittore, le amicizie con i compagni di lotta, il tentativo di liberare Mussolini dai partigiani per conto degli Alleati.
Il 7 novembre di quest’anno ricorre il centenario della rivoluzione russa e Mario, nato ad un anno esatto dallo scoppio dell’insurrezione bolscevica, ricorda i suoi compleanni durante la guerra: “Nel ’43 ci siamo ritrovati in una trattoria a Roma. Abbiamo cantato i cori partigiani francesi con Bentivegna, festeggiando il 7 novembre sovietico come nazione in guerra contro i tedeschi. È stata una nottata fantastica. Nel ’44 ero al San Gottardo, al comando della 52 brigata Garibaldi, quella che ha arrestato e fucilato Mussolini. Abbiamo fatto una grande festa e io ho cantato una canzone partigiana in russo. C’erano anche Gianna (Giuseppina Tuissi ndr) e Neri (Luigi Canali ndr), la coppia partigiana più infelice e sfortunata d’Italia, uccisi dai partigiani comunisti perché coinvolti negli avvenimenti di Dongo. Nel ’45 invece ho festeggiato a Roma. Il Partito Comunista ha organizzato una grande festa a via Gaeta dove sono stato invitato insieme a tutti i politici”.
Dopo la guerra Fiorentini si laurea, “nel ’71 senza l’appoggio dei baroni ottengo la cattedra di professore ordinario di Geometria superiore all’Università di Ferrara” e successivamente diventa un matematico di fama internazionale. Qui inizia la terza vita, ma questa è un’altra storia.
Prima di salutarmi, Mario apre il blocco dei suoi appunti per leggermi un passo, scritto prima della scomparsa di Lucia, che credo sintetizzi al meglio la sua umanità. “Mi chiedete se la felicità fa parte del mio presente. Nel rapporto con la compagna della mia vita posso parlare di felicità realizzata. 70 anni di matrimonio d’amore con Lucia Ottobrini, ci siamo tenuti per mano fino all’ultimo giorno. Se mi guardo intorno, se rifletto sulle guerre provocate dagli uomini, sull’avidità dei reggitori dei Paesi opulenti, sui disastri provocati da una politica ambientale suicida, su quanto è avvenuto in Asia e sopratutto in Africa negli ultimi decenni, allora mi sento pervaso da una grande e sfuggente infelicità. Non sono felice ma sono sereno perché mi sono realizzato come studioso molto al di sopra delle mie aspettative e anche perché Lucia ed io abbiamo sempre remato affinché il battello della nostra vita e degli altri avanzasse. Per quanto abbiamo potuto abbiamo sempre aiutato il nostro prossimo. Su questo punto Lucia ed io non abbiamo nulla da rimproverarci, tutto quello che abbiamo avuto lo abbiamo conquistato con l’atteggiamento di chi ritiene che nulla ci era dovuto. Lucia ed io ci avviciniamo al capolinea con grande serenità”.

fonte "Alias" del 4 novembre 

venerdì 8 settembre 2017

Comunicato della Segreteria nazionale dell’ANPI sull’annunciata manifestazione del 28 ottobre di Forza Nuova

La Segreteria nazionale ANPI



La Segreteria nazionale dell’ANPI, vista la gravissima provocazione che i movimenti neofascisti  intendono porre in essere per il 28 ottobre, data carica di ricordi negativi e profondamente significativa per tutte le nefaste conseguenze che ne sono derivate, ritiene di non potersi limitare ad una protesta, pur doverosa e ferma, ma assume l’impegno con tutta l’ANPI di contrastare con forza una simile iniziativa, qualora essa non venga impedita dalle autorità pubbliche, non solo con la presenza nelle piazze di Roma il 28 ottobre, ma in tutte le piazze d’Italia, in cui le nostre organizzazioni  ricorderanno e spiegheranno ai cittadini che cosa è stato il 28 ottobre e quanti lutti, dolore e sangue ne sono derivati per i cittadini e il Paese nel suo complesso durante il tragico ventennio fascista.
Rivolge un appello alle Istituzioni pubbliche competenti affinché assumano i provvedimenti necessari a proibire la preannunciata manifestazione, rilevando che è loro compito e dovere primario quello di pretendere e assicurare il rispetto della Costituzione nei suoi contenuti profondamente democratici e antifascisti. Peraltro non occorre la ricerca di chiare e particolari motivazioni, essendo manifesto che il riferimento al 28 ottobre è – di per sé – una evidente manifestazione di apologia del fascismo, repressa dalle leggi vigenti e respinta dall’intero contenuto della Costituzione.
Rivolge altresì un caldo appello a tutte le forze democratiche, partiti, associazioni e a tutti i cittadini affinché prendano posizione apertamente contro l’escalation di tipo neofascista e razzista che si sta verificando nel Paese.
In particolare è dovere degli intellettuali che amano la democrazia, non solo farsi sentire, ma usare gli strumenti della cultura e della informazione per far vivere la memoria, rivolgendosi particolarmente ai giovani che non hanno vissuto la tremenda esperienza del fascismo. Spetta a chi comprende e ricorda rendere evidente che siamo di fronte ad un vero, autentico e grave pericolo per la democrazia.
Si riserva di sottoporre al Comitato Nazionale, convocato per la prossima settimana, ulteriori proposte, perché la voce dell’ANPI si levi sempre più alta e forte in tutte le sedi d’Italia, non solo contro l’aberrante iniziativa che ci si propone di realizzare oggi, ma contro ogni tentativo di inquinamento della nostra democrazia, col rischio effettivo di un grave peggioramento delle condizioni complessive della convivenza civile. Abbiamo assistito a troppe manifestazioni neofasciste, abbiamo letto sul WEB cose addirittura raccapriccianti, per il loro contenuto di fascismo e razzismo. Ora basta!

mercoledì 14 giugno 2017

PROVE D’AUTORITARISMO a Torre Angela ROMA

        torrenova
 

 MANIFESTARE PER RICORDARE LA LIBERAZIONE DI ROMA DALLA OCCUPAZIONE TEDESCA/FASCISTA è messa in dubbio e limitata di fatto dalle autorità preposte?

·         Con motivazioni incomprensibili gli organi competenti negano il permesso a manifestare in località Torre Angela del comune di Roma lungo via del torraccio di torrenova per carenza di marciapiedi?
L’Anpi organizzatore dell’iniziativa si domanda:
Roma città aperta a chi?
Al crollo dei servizi e del lavoro nelle periferie?
Al neofascismo, al razzismo, alle ronde contro i cittadini, e mafia capitale?
·         Roma città medaglia d’oro alla resistenza e la sua periferia risponderanno con responsabilità e fermezza.
·         la libertà di manifestare i valori della resistenza non saranno mai repressi e impediti da nessuno!
SABATO 17 Luglio alle ore 18 da via di Torrenova 162
tutti al corteo autorizzato in  forma ridotta e presidio finale al parco di via celio caldo angolo di via Torrenova.
Ieri liberi dalla dittatura,
oggi liberi dalla paura e  da ogni tentativo di limitare le libertà costituzionali

domenica 23 aprile 2017

Lettera di Moni Ovadia al sindaco Sala sul 25 aprile



Alla cortese attenzione del Sindaco di Milano, signor Giuseppe Sala
Egregio signor Sindaco,
le scrivo a seguito della notizia circolata nella rete, che un’associazione di ebrei legata alla Comunità Ebraica milanese, attraverso il suo sito www.linformale.eu, le ha chiesto, non si capisce a quale titolo, di adoperarsi per impedire la partecipazione alla prossima manifestazione del 25 aprile, festa della Liberazione, al movimento BDS (Boicotta Disinvesti Sanziona), calunniandolo con accuse false e infamanti.
Il 25 aprile ricorda e celebra sì la memoria della lotta contro la barbarie nazifascista, ma irradia anche un insegnamento e un monito che cammina di generazione in generazione: il dovere di opporsi a ogni oppressione per liberare ogni popolo oppresso da chiunque ne sia l’oppressore.
Per questa ragione, lo slogan più ripetuto nella manifestazione dell’antifascismo è “Ora e sempre Resistenza!”; pertanto chiunque inalberi simboli che richiamano alla libertà e all’indipendenza dei popoli è legittimo erede dei partigiani.
Signor Sindaco, io non mi permetto di chiederle di prendere posizione sul BDS, voglio solo sottoporle un’accorata sollecitazione a non prestarsi a legittimare un uso scellerato e strumentale dall’accusa di antisemitismo o di terrorismo contro BDS. L’unico scopo di tali falsità e quello di tappare la bocca, imbavagliare il pensiero e criminalizzare una militanza sacrosanta, che si batte per i diritti di un popolo oppresso, i cui territori sono occupati, colonizzati da cinquant’anni, le cui topografie esistenziali sono devastate, ai cui figli è negato il presente e il futuro, la cui gente è sottoposta a punizioni collettive e a un autentico apartheid a causa del quale i palestinesi subiscono un diuturno ed incessante stillicidio di vessazioni e patiscono la negazione sistematica della dignità sociale e personale.
Signor Sindaco, questa situazione tragica, violenta e ingiusta è denunciata con forza anche dalle voci più coraggiose della stampa e della società israeliana. A titolo di esempio riporto qui alcuni brani del discorso pronunciato davanti all’assemblea delle Nazioni Unite il 16 ottobre 2016 da Hagai El-Ad, direttore esecutivo del gruppo israeliano per i diritti umani Bet’Tselem: “Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché sono israeliano. Non ho un altro paese. Non ho un’altra cittadinanza, né un altro futuro. Sono nato e cresciuto qui e qui sarò sepolto: mi sta a cuore il destino di questo luogo, il destino del suo popolo e il suo destino politico, che è anche il mio. E alla luce di tutti questi legami, l’occupazione è un disastro.
[…] Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché i miei colleghi di B’Tselem ed io, dopo così tanti anni di lavoro, siamo arrivati a una serie di conclusioni. Eccone una: la situazione non cambierà se il mondo non interviene. Sospetto che anche il nostro arrogante governo lo sappia, per cui è impegnato a seminare la paura contro un simile intervento.
[…] Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi.
[…] Non capisco cosa il governo voglia che facciano i palestinesi. Abbiamo dominato la loro vita per circa 50 anni, abbiamo fatto a pezzi la loro terra. Noi esercitiamo il potere militare e burocratico con grande successo e stiamo bene con noi stessi e con il mondo.
Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare manifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico.
Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss” – “Grazie, padrone” – è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire”.
L’antisemitismo, signor Sindaco, è stato ed è uno dei crimini più odiosi; farne uso di vergognosa propaganda al fine di legittimare politiche di oppressione contrarie a ogni principio del diritto internazionale è infame.
Proprio in occasione delle recenti polemiche, la comunità ebraica romana in una sua nota, ne ha rispolverato a pappagallo una versione inventata dal talento di Bibi Netanyahu: “L’Anpi sceglie di cancellare la Storia e far sfilare gli eredi del Gran Muftì di Gerusalemme che si alleò con Hitler con le proprie bandiere…” (la Repubblica 20/04/2016). Ovvero, chi inalbera la bandiera palestinese, simbolo dell’identità e della dignità di un popolo oppresso, sarebbe erede del Gran Mufti di Gerusalemme del tempo della Seconda Guerra Mondiale, noto per le sue simpatie filonaziste. Questo argomento se non fosse una vigliaccata sarebbe ridicolo e patetico, tanto più se serve come scusa alle istituzioni della Comunità Ebraica romana per non partecipare alla manifestazione a cui ha pieno titolo ad esserci, ma non contro l’aspirazione alla libertà e all’indipendenza del popolo palestinese.
Da ultimo, signor Sindaco, mi permetto di rivolgermi a lei a titolo personale. Se lei desse legittimità a chi vuole criminalizzare BDS, metterebbe anche su di me, che ne sostengo il diritto, la libertà e la piena legittimità, lo stigma del terrorista antisemita. Mi permetto orgogliosamente di ricordarle che sono ebreo per nascita, cittadino milanese da 68 anni, militante antifascista dall’età della ragione e che ho dedicato oltre quarant’anni a far conoscere e a celebrare i valori specifici e universali della cultura ebraica, rappresentandoli in teatro, scrivendone e parlandone.
In questi ultimi anni per aver sostenuto i diritti del popolo palestinese ho ricevuto ogni sorta di spietati insulti e maledizioni; ci ho un po’ fatto il callo, ma se, ancorché indirettamente, l’istituzione della mia città si unisse al coro, il vulnus colpirebbe non me, ma i valori della tradizione antifascista e democratica della nostra Milano.
La ringrazio anticipatamente per l’attenzione che vorrà rivolgermi
Moni Ovadia

sabato 22 aprile 2017

Orfini lascia i partigiani, si tenga i boy scout

Massimo Villone da "il manifesto" del 22 aprile



Il presidente Orfini ci informa che il Pd non sarà al corteo Anpi di Roma perché l’associazione partigiani è «divisiva». Ma chi divide chi, e per cosa? Avremmo apprezzato se il Pd avesse provato a evitare la frattura, ingiustificata, tra comunità ebraica romana e un pezzo della sinistra.a comunità ebraica non può non sapere che a sinistra il legame con il popolo d’Israele è stato ed è forte e radicato, mentre tale non è l’apprezzamento per le politiche dello stato d’Israele. I palestinesi esistono, e i loro diritti – ivi inclusa l’aspirazione a uno stato autonomo – sono largamente riconosciuti, certo non solo dall’Anpi. Etichettare i palestinesi di oggi come i discendenti del Gran Muftì non ha niente a che fare con la politica, quella vera. E quindi c’era ampio spazio per un partito serio che volesse operare per una ricomposizione ragionata e ragionevole. Il corteo Anpi poteva essere una felice occasione. Così non è stato. Al contrario, la pesantissima dichiarazione di un così alto esponente del Pd cade come una pietra su una associazione che è nella storia del paese assai più che il Pd.
È corposo il sospetto, da molti avanzato, che le parole di Orfini trovino la radice ultima nello scontro referendario, con l’associazione dei partigiani protagonista del No. E per quanto ci riguarda chi difendeva la Costituzione operava per unire, e chi la attaccava operava per dividere. Non partecipare a un corteo per il 25 aprile, con la motivazione data da Orfini, conferma che il Pd come partito non ha imparato dal 4 dicembre. Non aveva allora idea di cosa sia la Costituzione di un paese, e cosa significhi in termini di identità e di progetto di futuro. Non ha idea oggi di cosa significhi la celebrazione del 25 aprile, almeno per la parte del popolo italiano che il Pd vorrebbe rappresentare. Capiamo bene che l’attuale dirigenza Pd è nata molti anni dopo la Costituzione. Non ha vissuto la battaglia per la libertà, i diritti, l’eguaglianza, la solidarietà, la pace. Ma si può anche studiare e imparare. Per chi sa leggere, i libri di storia esistono per questo. E soprattutto le Costituzioni non si fanno secondo lo stato anagrafico di chi comanda, o per la voglia di mantenere la poltrona.
Dopo il 4 dicembre, avremmo pensato che convenisse al Pd riavvicinarsi ad un popolo di sinistra che aveva voltato le spalle al partito. Anche in una prospettiva biecamente elettoralistica sarebbe stata questa la scelta utile. Invece, risentiamo l’argomento che l’Anpi non rappresenta i veri partigiani. Che, a quanto pare, avrebbero dovuto essere e tuttora sarebbero, alla fine, quelli pronti all’obbedienza per il capo. Noi siamo invece lieti che ci sia un’associazione in cui trova spazio chi ha il coraggio di affermare la continuità con l’identità più profonda del paese, e di professare idee che certo non sono estranee al patrimonio storico della sinistra. Mentre il Pd conferma ancora una volta di dividersi, come partito, da pezzi del proprio mondo, di cui disconosce il senso e l’importanza. Una volta reciso il legame con l’Anpi, la sostituiremo forse con le associazioni dei boy scout? La colpa più grave del renzismo è avere tolto al Pd quel poco di identità che ancora aveva. Un partito innominato che, per non essere né di destra né di sinistra, risponde torpidamente all’ultimo sondaggio. Ma perché una persona di sinistra dovrebbe oggi votare Pd? Questa è una domanda che il gruppo dirigente dovrebbe porsi. Se non altro perché, se non guarda a sinistra, il Pd i voti dovrà pur sempre trovarli da qualche altra parte. E non è che i competitors in campo siano disponibili ad aprire spazi senza combattere. Questo i sondaggi ce lo dicono in chiaro, che si voti in autunno o dopo. Per il resto, Orfini stia sereno. Dovendo scegliere tra Anpi e Pd, non esiteremo.


venerdì 21 aprile 2017

Celebrazione del 25 aprile. A Roma non sfilerà la Brigata Ebraica e, secondo il miglior stile leghista, mancherà anche il Pd.

Luciano Granieri




Come è noto la Brigata Ebraica di Roma non parteciperà al corteo organizzato dall’Anpi il 25 aprile prossimo a Roma. La  Brigata sfilerà per proprio conto in via Balbo, anziché seguire la manifestazione partigiana che partirà da P.zza  Caduti della Montagnola e arriverà a Porta San Paolo . 

Giova ricordare che la posizione del Corpo Militare allora inquadrato nell’esercito inglese,  decisivo nella lotta di liberazione,  non è condivisa dall’intera comunità ebraica di Roma. Infatti la componente progressista degli ebrei romani  sarà regolarmente a fianco dell’associazione nazionale partigiani d’Italia. 

Il motivo della mancata adesione è presto detto. La Brigata Ebraica non tollera all’interno del corteo la presenza di una rappresentanza della comunità palestinese con tanto di bandiere al seguito. Ne teme aggressioni, come  già accaduto, ma, bisogna ricordare,  che anche esponenti della parte  ebraica, in manifestazioni passate, si sono lasciati andare ad  intimidazioni e minacce verso i palestinesi. 

Da più parti, oltre che dall’Anpi e dagli organi istituzionali, sono arrivate sollecitazioni affinchè il  tutto si ricomponesse attorno ai valori condivisi della resistenza. Non c’è stato nulla da fare la presidente   della comunità , Ruth Dureghello ha accusato la stessa Anpi di considerare gli ebrei di Roma come una comunità straniera e di non essere in grado di scongiurare aggressioni verso i rappresentanti della Brigata. E’ un’assenza indubbiamente grave.  L’apporto della Brigata Ebraica è stato determinante nella lotta di liberazione dal nazifascismo. 

Tornando ai valori condivisi, il rispetto dei quali è stato quasi unanimemente richiamato, è utile proporre qualche riflessione. Resistenza e liberazione, queste le basi su cui si è saldata la lotta partigiana, così come resistenza e liberazione sono i valori che dalla lotta al nazifascismo, tramandandosi  nella storia,  giungono oggi  a caratterizzare  il contrasto ad ogni tipo di oppressione ed oppressore. 

Razzismo discriminazione e violenza, ieri come oggi, sono manifestazioni repressive decisamente presenti  in tutta la comunità internazionale. L’internazionalizzazione  e l’ attualizzazione della lotta di liberazione credo siano  le  prime finalità delle celebrazioni  del  25 aprile. Per questo motivo all’interno del corteo sfilano, circoli Latino Americani, comunità Kurde e, per l’appunto, rappresentanti palestinesi.  Entità accomunate dalla resistenza ad un’oppressione e ad un oppressore e da una  lotta di liberazione . 

Disgraziatamente per i Palestinesi, sfilare accanto ai vessilli di Tel Aviv significa condividere un pezzo di strada con chi esercita verso i loro connazionali un’insopportabile occupazione  coloniale,  una devastante e gratuita repressione, incarcerando bambini, procurando torture e privazioni.  Nessuno, tanto meno i palestinesi, mette in discussione l’assoluta legittima partecipazione  della Brigata Ebraica  , infatti nessuno la osteggia,  ma è indubbio che la comparsa nella brigata delle bandiere dello Stato d’Israele, oggi protagonista dell’odiosa occupazione dei territori palestinesi, crea momenti di tensione con coloro i quali quell’occupazione subiscono. E’ bene sottolineare però come sia la Brigata Ebraica a non voler accettare la presenza dei palestinesi e non viceversa. 

La speranza del corteo del 25 aprile, magari poteva essere quella di indurre  lo Stato d’Israele a recedere nell’odiosa repressione dei palestinesi, rivivendo nella memoria    le indicibile sofferenze che proprio la  feroce deportazione  nazista  procurò agli ebrei. La coscienza delle mostruosità subite da parte dei nazisti e dei fascisti, dovrebbe rendere impraticabile un qualsiasi tipo di prevaricazione verso altre comunità. Aver provato le sofferenze della  vittima dovrebbe rendere odiosa ed insopportabile l’idea di diventare carnefice. Questo poteva  essere il messaggio insito nelle celebrazioni della festa di liberazione. Ma a quanto pare certi valori di pace e tolleranza   ancora non sono abbastanza radicati nell’animo umano. 

Il rifiuto della Brigata Ebraica a partecipare al corteo dell’Anpi ha indotto anche il Pd romano a disertare l’evento. Matteo Orfini , commissario del Pd di Roma, ha motivato la decisione  accusando l’Associazione partigiana di essere divisiva, di non permettere una partecipazione libera,  urtando la sensibilità della comunità ebraica romana indignata  per la presenza dei palestinesi . Comprendiamo la posizione di Orfini, la sconfitta referendaria brucia ancora e all’Anpi, che si era impegnata per il No alla riforma Renzi-Boschi, bisognava presentare il conto. Dunque il Pd non ci sarà, ce ne faremo una ragione, stiano sereni Orfini e affini.  

lunedì 17 ottobre 2016

Enrico Giannetti: Gli ideali di una vita. Presentazione libro di Roberto Salvatori

Francesco Notarcola – Presidente dell’Associazione Osservatorio Peppino Impastato 


   

 Venerdi’ 21 ottobre 2016, alle ore 16, nel Salone di Rappresentanza  dell’Amministrazione Provinciale di Frosinone, sito in Piazza Gramsci, verrà presentato il   libro: “ ENRICO GIANNETTI – Gli ideali di una vita. Storia di un antifascista tra esilio, Resistenza e dopoguerra (24- 59).   
 Le associazioni  intendono ricordare la figura e l’opera dell’antifascista Enrico Giannetti  (1900-1980),  nativo di  Paliano (FR),  con la presentazione della sua biografia scritta da Roberto Salvatori e pubblicata dalle edizioni  Annales  di Roma. Il libro  è stato recentemente finalista al premio Fiuggi Storia - Lazio Meridionale 2016.
Perseguitato dai fascisti, esule in Francia, militante nel Soccorso rosso durante la guerra di Spagna, confinato politico, comandante partigiano, sindaco di Paliano e dirigente comunista, Enrico Giannetti, durante la lotta di liberazione,  quale referente del PCI e del CLN di Roma, ebbe l’incarico di raccordare militarmente tutto il segmento territoriale che da Palestrina - Monti Prenestini arrivava fino a Frosinone.
    Per questo, nel suo incarico di organizzatore di bande partigiane, e di cellule di partito, toccò diversi comuni della provincia meridionale di Roma e della provincia di Frosinone.
    La manifestazione, alla presenza dell’autore, verrà presieduta da Francesco Notarcola,  presidente dell’associazione “Osservatorio Peppino Impastato” mentre la presentazione del libro sarà a cura del dott. Tarcisio Tarquini, giornalista. Sono previsti interventi di: Giuseppe Riccardi – ex partigiano di Olevano Romano; Nisio Pizzuti che conobbe Giannetti durante gli scioperi  delle cartiere di Isola Liri del 1949; Ivano Alteri- dirigente dell’ANPI provinciale
   
Siamo  certi che non vorrai mancare a simile importante evento
L’iniziativa  è promossa  da:  Associazione Osservatorio Peppino Impastato -  Associazione Italiana Pazienti Anticoagulati -  Associazione Oltre l’Occidente - AUT  Frosinone e UNO e TRE ( giornali Web) -  COBAS - Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.