Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

Visualizzazione post con etichetta Pace. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pace. Mostra tutti i post

mercoledì 18 maggio 2022

Riappropriamoci del conflitto di classe per sconfiggere la guerra.

 Luciano Granieri, in collaborazione con il movimento "Società della Cura"


Una società basata sulla pace e sulla non violenza dipende dall’organizzazione di un nuovo ordine mondiale i cui valori fondanti sono l’equa condivisione dei beni indispensabili alla sopravvivenza , la loro responsabile presa in cura, il rispetto della vita umana e non umana.

L’attuale ordine mondiale invece prevede relazioni di potere fondate sulla supremazia, sulla dominazione, sull’umiliazione e l’annichilimento dell’altro diverso da sé, percepito come nemico esistenziale.

E’ opinione diffusamente imposta dalla vulgata mainstream che la violenza sia connaturata alla natura umana come se esistesse un codice genetico del male, o una sindrome psicotica aggressiva che colpisce le masse. Ciò ha sdoganato l’idea, oggi divenuta legge antropologica incontrovertibile, per cui eserciti e guerre sono, non solo inevitabili, ma necessari a regolare le relazioni tra le comunità umane, in barba all’art. 11 della nostra Costituzione. Siamo così giunti all’illusorio paradosso di promuovere il riarmo con l’intento di difendere la pace. Di conseguenza le ingenti risorse investite in armamenti sempre più moderni e sofisticati servono a mantenere la pace.

In realtà, secondo me , non esiste alcun istinto di sopraffazione congenito, nè la guerra è una patologia. Penso che la violenza sia il portato logico, deliberato e strutturato di un’organizzazione sociale che fonda la sua esistenza sulla predazione, sull’appropriazione, sullo sfruttamento, sulla colonizzazione dei più deboli. Mi riferisco all’organizzazione capitalista.

Un sistema che impone la perpetrazione della guerra con altri mezzi. Banche, fondi d’investimento e multinazionali, sono fortemente coinvolte in finanziamenti, nella produzioni e nei commerci di armi e componentistica militare. L’economia di guerra diventa la continuazione e il prolungamento dell’economia di mercato.

Non ci potrà mai essere “ripudio” della guerra senza vera emancipazione da tutto ciò che genera la guerra. In primo luogo emancipazione dal profitto che i potentati finanziari realizzano con il traffico delle armi che non conosce frontiere. I clienti risiedono in Ucraina, in Russia, nelle monarchie del Golfo , in Europa e in tutto il mondo. La sola forma efficace di dissuasione e di prevenzione della guerra è la proibizione dell’uso delle armi.

Aumentare oggi le spese militari – in pieno collasso del sistema sanitario provocato dall’epidemia da Sars-Cov19, è pura follia. Tutte le amministrazioni dei paesi del mondo che chiedono un aumento delle spese militari, commettono un atto di aggressione che equivale a un crimine, perché anche quando non vengono utilizzati, solo per il loro costo, gli armamenti uccidono i poveri causando miseria e privazioni. Nel 2020 le spese militari degli stati ammontavano a 2 milioni di miliardi di dollari. Per la precisione 1.700 miliardi di dollari al giorno. 80 milioni in Italia.

Come da sempre è evidente, e il conflitto in Ucraina lo dimostra una volta di più, la guerra moderna coinvolge, colpisce e uccide soprattutto i “civili”. L’obiettivo delle guerre, così come delle ritorsioni (embarghi), non sono i militari e nemmeno i loro governi, ma le popolazioni.

Inutile nascondersi dietro alla falsa propaganda che rende moralmente necessario l’invio delle armi all’Ucraina, in nome di un preteso diritto alla difesa, che oggi si è mutato in diritto di prevalere sui russi, grazie all’escalation imposta dalla Nato. Ciò che bisognerebbe fare è aiutare i civili Ucraini che sono egualmente vittime di Putin e Zelensky, o meglio, di Putin e Biden. 

Siamo in una condizione per cui la guerra non finirà mai in quanto i paesi europei si trovano a finanziare entrambi le parti in conflitto: il governo ucraino, con pesanti aiuti militari, e le imprese degli oligarchi russi, capitalisti di stato, da cui si acquista la maggior parte dell’energia necessaria al vecchio continente. 

Per risolvere la situazione, secondo me, è fondamentale disgregare l’idea che il capitalismo sia granitico ed ineluttabile . Tale ineluttabilità ha indottrinato intere popolazioni, dai ceti più poveri a quelli più ricchi, e sta alimentando una guerra, non di Stati contro Stati ma di blocchi capitalistico-borghesi contro altri blocchi capitalistico borghesi . Ed è proprio dalla riappropriazione del conflitto di classe, all’interno di ogni nazione, che parte una lotta internazionale volta all’emancipazione di coloro che sono percepiti nemici esistenziali: coloro i quali sono umiliati e cancellati dall’attuale ordine mondiale. E che, consapevolmente o inconsapevolmente, subiscono i soprusi di un sistema prevaricatore ed antidemocratico che non disdegna alcuna dinamica di sopraffazione, guerra compresa.

domenica 16 settembre 2018

PER UN MONDO DI PACE E COOPERAZIONE TRA I POPOLI SENZA ARMAMENTO ATOMICO

Ora in silenzio contro la guerra Genova



Diventa necessità impellente richiedere a gran voce all’ONU, in coerenza con principi e statuto, di sconfessare la devastante competizione economica in corso ed imprimere all’economia globale del pianeta una svolta cooperativistica finalizzata alla Pace tra i Popoli della Terra, tutela ambientale, giustizia sociale, tutela dei lavoratori.
Prima di ogni altra questione l’ONU deve assolutamente mettere al bando e imporre a tutti gli Stati la totale eliminazione dell’enorme arsenale atomico esistente.
Il 7 luglio 2017  ben 122 Paesi avevano approvato il testo, che proibisce a livello globale l’uso, la minaccia di utilizzo, la sperimentazione lo sviluppo, la produzione, il possesso, il trasferimento e lo stazionamento in un Paese diverso delle armi nucleari
Un obiettivo che si scontra con l’opposizione delle nazioni nucleari e  dei loro alleati, fra cui l’Italia, assente dalla Conferenza. (leggi  QUI). 
Da una punta massima di 65.000 testate nucleari attive nel 1985, si è passati a circa 17.300 testate nucleari totali alla fine del 2012, di cui 4.300 operative ed il resto in riserva; la distinzione tra testate “operative” ed “in riserva” è molto esile, visto che le seconde possono essere portate a livelli operativi nel giro di pochi giorni o settimane.

Stati in possesso della bomba atomica :

2011  -  2016 Russia 8.500 – 7.290; Stati Uniti 7.700 – 7.290, Regno Unito 225 – 215; Francia circa 300 – 300 circa; Cina 240-240; India 80-100; Pakistan 100-120; Corea del Nord meno di 10 – 10; Israele 80-80. 

Non ci sono più giustificazioni: gli Stati Canaglia nel mondo sono questi.

In Italia ci sono 70 bombe nucleari americane.
Da sempre c’è stretto riserbo sulle armi nucleari americane nel nostro Paese. Eppure secondo le stime siamo la nazione che ospita il maggior numero di queste bombe sul suolo europeo, circa 70. Da qualche settimana il Pentagono ha deciso di secretare anche i report sulla sicurezza degli arsenali.
… Fin dai primi anni Settanta l’Italia ha ratificato il trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Un documento che oltre ad impegnare i firmatari a interrompere la corsa agli armamenti, fissava alcuni precisi paletti. In particolare, ognuno dei paesi militarmente non nucleari, come il nostro, si impegnava «a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi». Ipotesi che secondo alcuni confligge con la presenza italiana all’interno dell’Alleanza atlantica. «In contrasto con tale impegno - si legge nella mozione a prima firma Giulio Marcon - l’Italia continua a mettere a disposizione il proprio territorio per l’installazione, il transito, la detenzione e l’uso di armi nucleari (leggi  QUIBen 90 secondo altra fonte:(vedi QUIc’è la  mappa italiana dei siti USA-NATO) Costituita nel 1949 unicamente come alleanza dei “popoli liberi” contro  al pericolo comunista dell’URSS,  dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1992 la NATO (Organizzazione del Trattato Nord Atlantico è un'organizzazione internazionale per la collaborazione nella difesa) avrebbe dovuto sciogliersi. Invece ha continuato la sua opera militare nel mondo contro un nuovo “pericolo” mondiale: il terrorismo

venerdì 15 gennaio 2016

Colleferro, Città del Disarmo o ancora Città d’Armi? Sfogliando il catalogo della produzione bellica Nexter-Mecar-Simmel Difesa.

Retuvasa


Colleferro città d’Armi o città del Disarmo? Come intendiamo qualificarci in riferimento alla nostra storia e soprattutto al nostro futuro?

Con tali quesiti riproponiamo temi già affrontati più volte negli scorsi anni, organizzando o collaborando a incontri pubblici, mostre, comunicazioni sui media.

Ricordiamo en passant che Colleferro è nata come città d’armi a Segni Scalo, intorno a uno stabilimento per la fabbricazione di esplosivi militari e industriali della Società “Bombrini Parodi Delfino”. Tracce di armamenti prodotti dall’azienda madre (e arrivati a destinazione attraverso complesse e diaboliche triangolazioni) si rinvengono in numerosi conflitti, a partire dall’entrata in guerra del nostro paese nella prima guerra mondiale (1915) fino al conflitto legato alla “primavera araba” in Libia(2011), passando, solo per ricordarne alcune altre, per la seconda guerra mondiale, la guerra Iraq-Iran degli anni Ottanta, la seconda guerra del Golfo (2003) e l’intervento della coalizione internazionale in Afghanistan (2005).

Senza dubbio la produzione di armi è parte integrante della storia cittadina. E non se ne può certo andar fieri, pensando ad esempio alle mine antiuomo BPD-SB33 che provocano ancor oggi morte e mutilazioni ai bambini dell’Afghanistan, oppure ai proiettili d’artiglieria da 155mm e ai razzi da 122mm Firos 25-30 venduti a Saddam Hussein insieme alle istruzioni per trasformarli in vettori di armi chimiche con corredo dei risultati delle simulazioni compiute nell’area industriale colleferrina, o ancora alle famigerate Cluster Bombs.

Molti credono ancor oggi che lo sviluppo di Colleferro debba essere molto grato alla produzione bellica e che se le armi, in particolare quelle più “sporche”, fossero state prodotte altrove in Italia sarebbero arrivate ugualmente a destinazione. Non pochi, per fortuna, ribattono che non è mai giustificabile scambiare il posto di lavoro con il sangue di altri popoli, tacendo tra l’altro dei problemi ambientali apportati dall’industria bellica al nostro territorio.

Ripercorriamo alcuni dei nodi più significativi del nostro passato prossimo, non noti ai più.

Nel 2000 il testimone di alfiere dell’industria bellica locale passa alla Simmel Difesa SPA. Nel 2007, l’azienda è assorbita dalla multinazionale britannica Chemring Groups PLC, che considera tale acquisizione come strategica per coprire settori assenti dalla sua produzione. I presupposti non sembrano però dare i frutti sperati, visto che nel 2014 la multinazionale cede la Simmel Difesa, insieme alla belga Mecar, alla francese Nexter, leader d’oltralpe e azienda di Stato. La cessione coinvolge tanto le attività produttive di Colleferro (Rm) quanto quelle di dismissione di armamenti di Anagni (Fr) [entrambe le aree sono oggi inserite nella nuova perimetrazione del Sito di Interesse Nazionale “Bacino del fiume Sacco” in fase di ultima definizione, insieme al distaccamento della ex BPD di Ceccano (Fr)].

Dopo le manifestazioni di rimostranza contro le Cluster Bombs nel 2004, la Simmel Difesa chiude il proprio sito al pubblico accesso. Il Coordinamento Contro la Guerra Valle del Sacco e Monti Lepini è comunque in gran parte riuscito a ricostruirlo, attraverso foto e descrizione delle caratteristiche degli armamenti in produzione. Tale report è stato pubblicato da Peacelink .


 Oggi siamo riusciti a reperire il nuovo catalogo Nexter, suddiviso per aziende collegate.
Siamo purtroppo assuefatti a questi odiosi strumenti di morte. Ma non tutti saranno felici di apprendere che troviamo ancora in produzione a Colleferro alcuni articoli che dovrebbero essere categoricamente esclusi dalla vendita per il loro possibile utilizzo criminale.
Si tratta dei sempiterni razzi da 122mm Firos 30 e dei proiettili da artiglieria da 155mm, come già ricordato utilizzati illegalmente anche come vettori di armi chimiche, in possesso di molte nazioni attualmente in guerra civile o impegnate in conflitti esterni, come l’Iraq, la Libia, la Siria e l’Arabia Saudita. E non va dimenticato il rischio sempre più concreto che tecnologie del genere finiscano in mano al terrorismo internazionale, magari ricadendoci addosso...

È dunque essenziale, anche alla luce dell’attualità di una produzione bellica locale dai tratti inquietanti, continuare a far crescere una memoria storica robusta, critica e consapevole, aggiornandola continuamente e cercando di sviluppare l’identità di città del Disarmo. Intendiamo mantenere viva l’attenzione su queste tematiche e sollecitare nuovi filoni di ricerca, proponendo a studiosi e attivisti di sviscerare i risvolti storici, occupazionali e sociali delle aziende che hanno lasciato segni dolorosi e negativi nel nostro passato e che continuano a rischiare di inquinare eticamente e ambientalmente il nostro futuro.

martedì 4 agosto 2015

Rete nowar Frosinone 6 agosto; A 70 anni dal lancio delle bombe atomiche

ANPI provinciale - Partito comunista d'Italia - Sinistra ecologia e libertà - Partito della rifondazione comunista Se - Federazione giovani socialisti - Assoc. Oltre l'Occidente - Comitato di lotta per il lavoro - Confederazione Cobas - Comitato "Salviamo la Costituzione" -

A nome della Rete Paolo Iafrate


·         Hiroshima 6 agosto 1945 ore 8:16  “Enola Gay”, guidato dal colonnello Paul W. Tibbets, sgancia "Little Boy"
·         Nagasaki 9 agosto 1945  ore 11.02 “Great Artist”, guidato dalmaggiore Charles W. Sweeney,  sgancia "Fat Man"
Quale lezione sulla pace a 70 anni dal lancio delle bombe atomiche?
CI si confronterà il 6 agosto ‘15 h.21,30, a Frosinone L.go Turriziani, con l’aiuto di Marinella Correggia, giornalista e autrice, collabora con diverse testate tra cui il Manifesto.
Tra i suoi libri: Manuale pratico di ecologia quotidiana (Mondadori, 2000);La rivoluzione dei dettagli (Feltrinelli, 2007); Io lo so fare (Altraeconomia, 2010), La lunga marcia dei senza terra dal Brasile al mondo, Fanti Claudia, Correggia Marinella, Romagnoli Serena, 2014, EMI; L’alba dell’avvenire, edizioni Puntorosso, 2007 

Anche Frosinone come in tate altre parti del mondo si farà memoria delle tragiche scelte di sganciare due bombe atomiche contro le popolazioni dei paesi belligeranti alla fine della II guerra mondiale.
Non siamo convinti che le giustificazioni di Truman all’indirizzo del popolo americano «Noi abbiamo usato la bomba contro coloro che ci attaccarono senza preavviso a Pearl Harbour, contro coloro che hanno affamato e torturato e ucciso i prigionieri di guerra americani, contro coloro che hanno abdicato a ogni pretesa di obbedire alle leggi internazionali di guerra. L'abbiamo usata per accorciare l'agonia della guerra» siano una giustificazione sufficiente per ciò che la bomba rappresentava e avrebbe rappresentato negli anni successivi e ancora oggi rappresenta nel tentativo di “equilibrio” nucleare tra le potenze mondiali.
La bomba atomica su Hiroshima provocò 92 233 morti e 37 425 feriti; quella su Nagasaky 23 753 morti e 43020 feriti (molti dei feriti morirono in seguito a causa delle ferite e delle radiazioni). Le proporzioni erano incommensurabili se è vero che con un aereo e una bomba si sono raggiunti livelli di distruzione che con armi convenzionali avrebbero richiesto l'impiego di molti aerei insieme e di molte bombe, anche se Dresda e Tokjo furono oggetto di ripetuti bombardamenti con lo stesso numero di vittime; l’utilizzo della bomba atomica è stata anche una devastante arma psicologica che ha lasciato nelle popolazioni colpite un senso di terrore, di impotenza e di disperazione senza precedenti, e nelle coscienze di molti che allora seppero e oggi ricordano un sen-so di orrore che nessun calcolo comparativo sulla «quantità» di vite sacrificate, o risparmiate, riesce a vincere. (John Rawls)
La bomba ha ridefinito i rapporti e gli equilibri mondiali e probabilmente li ridefinisce ora, nella politica internazionale di oggi. Anche su questo Marinella Correggia ci aiuterà a divincolarci, soprattutto nel caos mediorientale e nell’alba dell’avvenire della America Latina attraversata da grandi cambiamenti come i tentativi di affermazione del “socialismo del XXI secolo”. 

sabato 25 ottobre 2014

Marcia Perugia Assisi: Oltre l'Occidente presente

Oltre l'Occidente


Una splendida giornata quella che ha visto sfilare alla Marcia Perugia Assisi centinaia di migliaia di persone sull’appello A 100 anni dalla prima guerra mondiale, domenica 19 ottobre 2014 rimettiamoci in cammino per la pace e la fraternità!” Anche dalla provincia ciociara centinaia di persone si sono messi in marcia. L’Associazione è stata presente con un proprio bus e varie automobili con un centinaio di persone di tutte le età di Frosinone, Arce, Ferentino (anche con la presenza di due amministratori di Arce e Ferentino), per ribadire a se stessi e agli altri che Serve più responsabilità personale. La crisi della politica e delle istituzioni ci lascia sempre più soli davanti a problemi sempre più gravi e complessi. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo essere disponibili a fare la nostra parte. Partire da noi, da quello che possiamo fare in prima persona, nell’ambito delle nostre possibilità, ci consente di esigere con ancora più forza e autorevolezza il cambiamento che si fa sempre più urgente”. Oltre l’occidente non manca mai l’appuntamento dall’anno 1993. E’ stato scelto di marciare con lo striscione della Casa della Pace di Frosinone portato fino in fondo con fatica e continuità dai ragazzi profughi frequentanti la scuola d’italiano per stranieri dell’Associazione. Per uscire da questa crisi dobbiamo riscoprire il valore della fraternità che deve improntare tutti gli aspetti della vita, compresa l’economia, la finanza, la società civile, la politica, la ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali. La globalizzazione della fraternità deve prendere il posto della globalizzazione dell’indifferenza” Con l’auspicio della apertura della Casa della Pace si è ribadito la necessità dello spazio pubblico nella città di Frosinone ormai da due anni definito ma fisicamente chiuso senza rispondere alle sollecitazioni delle associazioni, a testimonianza della volontà e della necessità di aprire questo spazio pubblico (leggera la nota allegata del marzo 2013). La pace comincia dalle nostre città-mondo. Il nostro impegno per la pace deve crescere innanzitutto nei luoghi dove viviamo tutti i giorni, nelle scuole, nei posti di lavoro e nelle nostre città. Deve essere concreto, aperto e costruttivo. E’ qui, nelle città-mondo, dove comincia il rispetto dei diritti umani e la nostra responsabilità di costruttori della pace. E’ qui che dobbiamo agire per rinsaldare l’agenda interna con quella internazionale. Ciascuna delle nostre città deve diventare un laboratorio di quel cambiamento che invochiamo per il mondo intero. Costruiamo insieme le città della pace e dei diritti umani”.Questo, per l’Associazione e i propri aderenti, ha significato la marcia della pace di quest’anno. I messaggi della marcia sono oggetto da venti anni del tentativo di calarli nella realtà quotidiana di tutti ed ognuno. Dal 27 ottobre, data di inizio ufficiale della Scuola Popolare per migranti, con incontro pubblico dalle 18 in l.go Paleario 7, ci sarà l’opportunità di costruire un nuovo tassello anno di condivisione e fraternità. Il luogo e le iniziative sono aperte a tutti e a tutte.

lunedì 30 dicembre 2013

Ho lavorato al programma statunitense dei droni. Il pubblico deve sapere.

Heather Linebaugh . fonte http://znetitaly.altervista.org/


Ogni volta che leggo commenti di politici che difendono il programma dei velivoli telecomandati Predator e Reaper – noti anche come droni – vorrei poter porre loro alcune domande.  Comincerei con: “Quanti donne e bambini avete visto inceneriti da un missile Hellfire?” E: “Quanti uomini avete visto trascinarsi attraverso un campo cercando di arrivare all’abitato più vicino in cerca di aiuto, sanguinando dalle gambe asportate?” O anche, più chiaramente: “Quanti soldati avete visto morire sul lato di una strada in Afghanistan perché i nostri UAV [‘unmanned aerial vehicles’ – velivoli senza equipaggio – n.d.t.] più precisi che mai non erano stati in grado di identificare un IED [improvised explosive device – congegno esplosivo improvvisato – n.d.t.] che attendeva il loro convoglio?”
Pochi tra questi politici che così sfacciatamente vantano i vantaggi dei droni hanno un’idea reale di cosa effettivamente succede. Io, d’altro canto, ho visto di persona queste immagini orribili.
Conoscevo i nomi di alcuni dei giovani soldati che vedevo dissanguarsi a morte sul lato di una strada. Ho visto dozzine di maschi in età da militare morire in Afghanistan, in campi vuoti, sulle rive di fiumi e alcuni appena fuori da un edificio dove la loro famiglia aspettava il loro ritorno dalla moschea.
I militari statunitensi e britannici insistono nell’affermare che questo è un programma esperto, ma mi incuriosisce il fatto che sentano il bisogno di trasmettere informazioni viziate, poche o nessuna statistica sui morti civili e contorti rapporti tecnologici sulle capacità dei nostri UAV. Questi specifici incidenti non sono isolati, e la percentuale di vittime civili non è cambiata, nonostante quanto ai nostri rappresentanti dell’esercito può piacere di raccontarci.
Quello che il pubblico deve capire è che il video fornito da un drone normalmente non è sufficientemente chiaro da identificare qualcuno che porta un’arma, anche un giorno limpido con poche nuvole e una luce perfetta. Questo rende incredibilmente difficile anche ai migliori analisti capire se qualcuno ha sicuramente armi. Viene in mente un esempio: “Il flusso è così sfocato; e se invece di un’arma fosse una pala?” Ho avvertito costantemente questa confusione, così come l’hanno avvertita i miei colleghi analisti degli UAV. Ci chiediamo sempre se abbiamo ucciso la persona giusta, se abbiamo messo in pericolo la gente sbagliata, se abbiamo distrutto la vita di un civile innocente tutto a causa di un’immagine o di un’angolazione cattiva.
E’ anche importante che il pubblico capisca che ci sono esseri umani che manovrano questi UAV e ne analizzano le informazioni. Lo so perché sono stata una di loro e nulla può preparare a una routine quasi quotidiana di missioni di combattimento di sorveglianza aerea su una zona di guerra. I promotori degli UAV affermano che i soldati che fanno questo genere di lavoro non sono colpiti dall’osservare questo combattimento perché non sono direttamente in pericolo fisico.
Ma ecco come stanno le cose: io possono non essere stata sul terreno in Afghanistan, ma ho osservato in grande dettaglio parti del conflitto per giorni interminabili. So ciò che si prova quando qualcuno muore. Raccapricciante è un aggettivo troppo debole. E quando si è esposti a questo in continuazione diventa come un piccolo video, incorporato nella tua testa, che si replica eternamente, causando una sofferenza psicologica e un dolore che sperabilmente molti non sperimenteranno mai. I soldati addetti agli UAV sono vittime non solo dei ricordi ossessivi che portano in sé da questo lavoro, ma anche del senso di colpa di essere sempre un po’ insicuri a proposito di quanto accurate siano state le loro conferme di armi o le loro identificazioni di individui ostili.
Naturalmente siamo addestrati a non provare questi sentimenti, e li combattiamo, e diventiamo amareggiati. Alcuni soldati cercano aiuto in cliniche della salute mentale offerte dall’esercito, ma abbiamo dei limiti riguardo a con chi e dove possiamo parlare, a causa della segretezza delle nostre missioni. Trovo interessante che le statistiche dei suicidi in questo settore di carriere non siano diffuse, né che lo siano i dati su quanti soldati che lavorano in posizioni UAV siano pesantemente curati con medicinali contro la depressione, i disturbi del sonno o l’ansia.
Recentemente il Guardian ha ospitato un corsivo del segretario di stato inglese alla difesa Philip Hammond.Vorrei potergli parlare dei due amici e colleghi che ho perso, nel giro di un anno dall’aver lasciato l’esercito, perché suicidi. Sono sicura che non è stato informato di questo piccolo particolare del programma segreto degli UAV, altrimenti sicuramente esaminerebbe con maggiore attenzione la portata completa del programma, prima di difenderlo di nuovo.

Gli UAV in Medio Oriente sono usati come arma, non come protezione, e fintanto che il nostro pubblico resta ignorante di ciò, questa grave minaccia alla sacralità della vita umana – in patria e all’estero – continuerà.

giovedì 5 settembre 2013

Siria L’intervento militare è un déjà vu che chiama altra violenza

Luisa Morgantini: AssoPacePalestina 

“Facciamo nostro l'appello di Papa Francesco e aderiamo alla giornata di mobilitazione e di digiuno del 7 settembre per dire il nostro no alla guerra.
 
L’intervento militare in Siria è un déjà vu che non avremmo voluto veder ripetere. Libia, Iraq, Afghanistan, Kossovo, Vietnam: come in quei casi, il copione sembra già scritto.
 
Si creano ad arte situazioni di panico e orrore, in alcuni casi sulla base di episodi realmente accaduti ma viziati per la difesa dei propri interessi geopolitici.
 
Come in quei casi, anche per la Siria, chi paga sono i civili, uomini donne e bambini, costretti a lasciare le loro case per riversarsi in campi profughi già strabordanti, come quelli palestinesi in Libano, o trucidati sotto gli occhi di tutti e con le stesse armi vendute da chi ora si mostra scandalizzato per i crimini commessi, e ancora una volta i palestinesi vengono abbandonati alla politica coloniale israeliana" è quanto dichiara Luisa Morgantini, già Vice Presidente del Parlamento Europeo, tra le fondatrici delle Donne in nero contro la guerra e la violenza e Presidente di AssoPacePalestina
 
“Il fatto che quello di Assad, così come quello di Saddam o Gheddafi, siano stati regimi dittatoriali – continua la Morgantini – non si discute. Ma invece di cercare una soluzione politica, con la partecipazione della popolazione, ancora una volta in nome delle difesa dei diritti umani si sceglie la strada militare e si commettono crimini.
 
La pace e la democrazia non si fanno con le armi.
 
Dobbiamo agire per far si che prevalgano posizioni di buon senso, come quelle che il governo italiano ha espresso finora.
 
Il movimento per la pace e la nonviolenza  è certamente indebolito e frammentato,  ma vale la pena continuare a impegnarsi nella costruzione della cultura della nonviolenza, per la pace e la giustizia, come quotidianamente ci insegnano i palestinesi, gli israeliani e gli internazionali che si oppongono all’ occupazione militare della Palestina”.

domenica 21 luglio 2013

Shock al contrario

Luciano Granieri


"Ho dedicato le mie immagini per le vittime di tutte le guerre che sono morti per quello che credevano fosse un ideale, in un mondo dove la giustizia, l'ingiustizia, il bene e il male si intersecano in un commercio in cui innocenti pagano con la vita"






Le parole del fotografo libanese,  unite alla serie di scatti riportati nel video descrivono  l’orrenda strage   che   la guerra, l’unica immensa  guerra in atto nel mondo, quella che  racchiude le miriadi di conflitti grandi e piccoli, dall’Afghanistan al  Medio Oriente,  alle varie   aree di crisi africane,  provoca presso intere comunità nel mondo . 

Questi conflitti si perpetuano  anche all’interno delle società stesse, dove un ristretto gruppo di gerarchi in giacca e cravatta  continua a seminare morte, uccidendo attraverso lo smisurato accumulo del profitto finanziario. Non solo morti da bombe dunque, ma anche vittime degli stenti dell’impoverimento globale, della guerra fra poveri, dal furto di dignità. 

Sono queste gli agnelli scarificali che un ultra liberismo cinico e spietato fagocita in un drammatico gioco dispensatore di  stragi e interi genocidi, vedi l’immenso cimitero marino formatosi sotto  il Mediterraneo .  Una strage le cui vittime, sotto alcuni aspetti, si consegnano spontaneamente al martirio, perché insensibili e indifferenti alle miserie del vicino che spesso coincidono con le proprie. 

Un individualismo indotto dalle sirene mediatiche che vendono stili  di vita falsi e inarrivabili, terribili bocche da fuoco destabilizzanti dell’esercito dei forzati del mercato, che con l’inganno diffondo l’idea secondo  cui   tutti possono arricchirsi, basta disfarsi dei pesi morti, degli accattoni che con la fandonia della giustizia sociale, ostacolano il progresso e il benessere.

 La globalizzazione della truffa finanziaria planetaria  si sostiene con la globalizzazione dell’indifferenza per usare la parole di Papa Francesco. Le foto di Mohdad sono significative, spesso sono un pugno nello stomaco, ma è uno  shock al contrario quello  che serve per far tacere le armi, quelle da fuoco e quelle degli hedge fund.

Brani: Tera del Fuoco. Modena City Ramblers
         Serenata alla Carpinese: Daniele Sepe

sabato 29 giugno 2013

F35, un rinvio sbagliato

Giulio Marcon. fonte http://www.sbilanciamoci.info/

Con 381 sì e 149 no, la Camera ha approvato la mozione di maggioranza sugli F35 che impegna il governo a non procedere a “nuove acquisizioni”. Il Parlamento tornerà ad esprimersi al termine di una indagine conoscitiva che durerà 6 mesi. Bocciata la mozione di Sel e M5S – primo firmatario Marcon – che chiedeva la cancellazione della partecipazione italiana al programma. Qui, il discorso di Giulio Marcon alla Camera nel dibattito del 26 giugno.

Gentile Presidente, signori del governo, colleghi deputati, la mozione che vi proponiamo di votare oggi chiede al governo di interrompere un inutile e costoso sistema d'arma – la costruzione di 90 cacciabombardieri F35 – che non serve al paese. Voglio ringraziare i tanti deputati di SEL, di M5S e anche diversi deputati del PD e di Scelta Civica che hanno scelto di sostenere questa mozione. Vorrei ringraziare anche i senatori di SEL, di M5S e i 18 senatori del PD guidati dal Sen. Casson che hanno presentato al Senato una mozione analoga alla nostra.
Voglio ricordare anche a qualche collega male informato che questa mozione è stata decisa prima dell'insediamento del governo Letta (addirittura la sua prima versione è del 18 marzo) e che non vogliamo mettere in difficoltà nessuno, ma solo dare risposta alla richiesta di stop agli F35 che ci viene oltre 80mila cittadini e da centinaia di associazioni e gruppi raccolti con laCampagna Taglia le Ali alle Armi nella Rete Disarmo, nella Tavola della Pace e nella campagna Sbilanciamoci.
Il programma F35 non serve alle persone che sono senza lavoro, ai lavoratori precari, alle famiglie impoverite, ai giovani.
E non serve nemmeno ad una politica estera di pace, come vuole l'articolo 11 della nostra Costituzione.
Spendere tanti miliardi di euro per dei cacciabombardieri che servono a fare la guerra, mentre invece non abbiamo i i soldi per bloccare l'aumento dell'Iva e sufficienti risorse per il lavoro, è uno schiaffo all'Italia, alle sue sofferenze.
Non è serio dire una cosa in campagna elettorale e poi una volta eletti, fare il contrario.
Lo dico con tutto rispetto.
In campagna elettorale il leader di “Italia, bene comune” Pierluigi Bersani ha detto che “le nostre priorità non sono i cacciabombardieri, ma il lavoro” e il suo concorrente alle primarie, Matteo Renzi, ha detto che non capisce perchè bisogna buttare via una dozzina di miliardi per gli F35”. Il portavoce di Scelta Civica, Andrea Olivero – a sostegno della campagna Taglia le ali alle armi – si è fatto fotografare sorridente esponendo un cartello “No F35” e persino il presidente del Pdl, Silvio Berlusconi ha affermato che “gli F35 servono all'Italia a fare aerei da turismo. Io sono sempre stato contrario agli F35 e anche alle portaerei”.
Tutto questo in campagna elettorale. La politica perde credibilità quando si dice una cosa per chiedere i voti e poi dopo tre mesi se ne fa un'altra.
Sono state dette tante bugie sugli F35. Si è detto che non possiamo uscire dal programma, perchè dovremmo pagare le penali. Falso, non dobbiamo pagare nessuna penale. Si è dettoche hanno un ritorno economico superiore all'investimento. Falso, il ritorno economico non supera il 20%. Si è detto che potrebbero creare più di 10mila posti di lavoro. Falso, daranno vita al massimo a 5-600 posti per lavoratori che già lavorano alla linea Eurofighter (tra parentesi: quante migliaia di posti di lavoro si potrebbero creare investendo 14 miliardi nelle piccole opere?). È stato detto che nessun paese è uscito dal programma. Falso, Canada, Olanda, Australia e Norvegia hanno rinviato, sospeso e poste dure condizioni al programma e nessuno si è stracciato le vesti. È stato detto che non abbiamo alternative. Falso, abbiamo già i Tornado, gli Harrier e gli Eurofighter, che possono essere adeguati alle nuove esigenze. È stato detto che gli F35 sono dei sistemi d'arma tecnologicamente sopraffini. Falso, basta un temporale per farli atterrare. È stato detto – come ha fatto il Presidente della Commissione Bilancio, On. Boccia – che quest'anno sugli F35 ci sono “0 di 0” euro. Falso, On. Boccia. Ci sono 500,4 milioni di euro. O lei non ha letto la nota aggiuntiva della Difesa o il governo l'ha informata male e l'ha sviata.
Vorrei poi dire in tutta amicizia e stima una cosa al capogruppo del Pd, Roberto Speranza. Nel suo discorso sulla fiducia al governo di larghe intese lei ha citato una frase di Don Lorenzo Milani: “È inutile avere le mani pulite per poi tenersele in tasca”. Io mi permetto di consigliarle di non scomodare in un modo un po' azzardato Don Milani per giustificare la scelta di stare al governo con Berlusconi, ma di ascoltare più saggiamente le parole di Don Milani contro gli armamenti, contro le spese militari, per il rispetto delle leggi della coscienza di fronte alle scelte ingiuste dello Stato. Di sicuro Don Milani non si sarebbe mai sporcato le mani per dei cacciabombardieri, avrebbe preferito tenersele – pulite, quelle mani – in tasca.
Io dico ai colleghi deputati: ascoltate la vostra coscienza, fidatevi di ciò che sentite giusto. In certi momenti, ricordava ancora Don Milani, bisogna obbedire solo alla propria coscienza. E la vostra coscienza – se la ascoltate sinceramente – non può dirvi che è giusto spendere 14 miliardi di euro per degli aerei da guerra mentre il paese è in ginocchio. La vostra coscienza non può dirvi che degli aerei capaci di sganciare degli ordigni nucleari sono “strumenti di pace”. La vostra coscienza non può dirvi che si tratta di una scelta necessaria, quando è necessario salvare milioni italiani dalla disoccupazione e dalla povertà.
Con molti di voi ci ritroveremo a marciare alle prossime marce per la pace da Perugia ad Assisi. Ma cosa direte agli operatori di pace, ai volontari, ai boy scout, ai tanti preti di strada – a don Luigi Ciotti, ai frati di Assisi – che marceranno insieme a voi e che vi chiederanno cosa avete fatto per porre fine all'avventura degli F35, come le ultime edizioni della marcia hanno chiesto? Potete forse pensare che saranno soddisfatti quando sentiranno che il parlamento ha deciso di fare un'indagine conoscitiva che non sospende il programma F35, ma solo gli acquisti per pochi mesi?
Proprio per questo la mozione del Pd – pur essendo una timida apertura e un mezzo passo in avanti e risultato della mobilitazione pacifista di questi mesi – è insufficiente. Dopo aver rinviato le decisioni prima sull'Imu e poi quelle sull'Iva, adesso rinviate anche la decisione sugli F35. Siete il governo del rinvio.
E mentre rinviate tra 6 mesi la decisione sugli F35 rivendicate l'importanza che il parlamento possa dare il suo giudizio in base al dispositivo dell'articolo 4 della legge 244. A parte che quel dispositivo non è in grado di bloccare i programmi pluriennali ma solo le decisioni dell'anno in corso, quello che non capiamo è perchè date tanta importanza a quello che il parlamento potrà decidere tra 6 mesi, quando noi oggi siamo qui riuniti e oggi possiamo prendere una decisione. Senza aspettare i risultati di un'indagine conoscitiva che sugli F35 – dopo 4 anni di audizioni parlamentari, di approfondimenti e dossier di ogni genere – non ci aggiungerà niente di nuovo.
Cari colleghi, non nascondiamoci dietro l'ipocrisia. Anche per gli F35 vale l'adagio evangelico: sia sì il sì; sia no il no. E a questo proposito vorrei ricordare che dire no agli F35 non è solo questione di buon senso di fronte alla crisi che stiamo attraversando, ma è anche un sì ad un sistema di difesa e sicurezza fondato sulla prevenzione e la cooperazione.
Ministro Mauro, lei accusa di demagogia chi ragionevolemente e con il buon senso dice che con i soldi di un solo F35 si possono fare 80 asili nido. Ma è invece proprio lei a fare della demagogia – pelosa e farisea – quando definisce gli F35 uno strumento di pace.
Gli F35, Ministro Mauro, non sono uno strumento di pace, ma uno strumento di guerra.
Cari colleghi, se ascoltate la voce della ragionevolezza politica e di un paese in ginocchio, ma anche la voce della coscienza e del vostro cuore non potete allora dire sì agli F35 buttando dalla finestra altri 14 miliardi di euro. Quei soldi usiamoli per il paese e i cittadini. Per questo vi invitiamo a votare la nostra mozione.

domenica 23 giugno 2013

NO F-35: dillo ora a tutti i Deputati della Camera

Operazione Colomba


Lunedì 24 giugno la Camera dei Deputati inizia a discutere una mozione che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al programma dei cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter, firmata da 158 parlamentari di SEL, PD e M5S.

La campagna “Taglia le ali alle armi”, promossa dalla Campagna Sbilanciamoci!, la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola per la pace, ti invita a scendere in piazza per sostenere questa nuova iniziativa parlamentare e tutte quelle che si renderanno necessarie per bloccare una scelta sbagliata e dannosa.

I 14 miliardi di euro per comprare (e gli oltre 52 miliardi per l'intera vita del programma) un aereo con funzioni d’attacco, capace di trasportare ordigni nucleari, possono essere spesi meglio: per creare nuovi posti di lavoro, per finanziare la scuola pubblica, i servizi sanitari e sociali.

Chiediamo ai Deputati di votare la mozione che chiede al Governo di cancellare gli F35

L’appuntamento è a Roma in piazza Montecitorio ore 18-20

Per firmare l’appello lanciato dalla campagna:
Per saperne di più <http://www.disarmo.org/nof35/>
Per firmare l’appello
Per rilanciare l’appello

Per informazioni:
Campagna Sbilanciamoci! <http://www.sbilanciamoci.org>

Rete Italiana per il Disarmo <http://www.disarmo.org/nof35>
: 328 3399267 segreteria@disarmo.org

Tavola per la pace <http://www.perlapace.it/>

martedì 28 maggio 2013

«Tu sei chi escludi» (Don Andrea Gallo).

Don Andrea Gallo


La scelta irrinunciabile della non-violenza attiva, la lotta contro tutti gli imperialismi possibili, l’amore incondizionato per l’altro. «Restiamo Umani!». Don Gallo legge (e rilegge) «Vik» Arrigoni Testimonianza esclusiva raccolta da Fulvio Renzi il 28 settembre 2012 presso la Comunità San Benedetto al Porto a Genova, durante le riprese di Restiano Umani – The Reading Movie (www.restiamoumani.com), il film della lettura integrale dei 19 capitoli del libro Gaza – Restiamo Umani scritto da Vittorio Arrigoni e a cui Don Gallo ha partecipato nella lettura di uno dei capitoli.
«Restiamo Umani»: per me è diventato proprio un motto, vuol dire riconoscere la nazionalità unica di tutti gli esseri umani: noi abbiamo tutti nazionalità umana. Questo è fondamentale. Ormai per me è una specie di deformazione professionale, è la mia prima giaculatoria, come prete cattolico (sai che i preti usano molto le giaculatorie….) Ovunque io vada, e ormai giro l’Italia, e non solo, mi invitano e io incomincio e dico: «Vi dò intanto la mia giaculatoria: Restiamo Umani!». E ne faccio seguire un’altra, imparata per strada, sostituendo quel vecchio proverbio molto noto, «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», con quello che mi è stato suggerito per strada: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Ecco quindi il mio motto, è fondamentale. Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa umanità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni, allora diventiamo veramente «uomini» e camminiamo insieme verso l’obiettivo comune di una civiltà che, grazie all’impegno personale, rendiamo a misura d’uomo.
Intanto vorrei fare una piccola premessa: quando io parlo di Vittorio Arrigoni, rivedo la mia storia, perché io a 16 anni, al termine della tragica seconda guerra mondiale, grazie a mio fratello maggiore, tenente del Genio Pontieri, disertore che aveva formato una brigata partigiana, io divento partigiano, cioè entro nella Resistenza. Ti dirò che allora la nostra era una resistenza armata, e approvata addirittura dalle gerarchie cattoliche; ma dopo gli anni ’50 ho incontrato i partigiani della Selva Lacandona, i Sem Terra, le cooperative indiane, in Africa il Burkina Faso, il Frelimo… Tutti han fatto la loro resistenza e io mi inchino… Pensa alla rivoluzione cubana! Ma la svolta epocale – e questo è Vittorio – è la scelta della non violenza. Altrimenti si andrebbe in contraddizione anche con il grande grido «Restiamo Umani». La scelta della non violenza è la svolta fondamentale dell’umanità, ma una non violenza che vuol dire pacifismo attivo; ripercorrendo le antiche radici dell’uomo, via via nei secoli, ecco che arriva Gesù di Nazareth, arrivano altri profeti, arriva Gandhi… E arriva anche la scelta dell’autentica non violenza.
Il potere ormai è onnipresente, il potere è di per sé crudele, i poteri sono diventati così (crudeli) per difendere il loro modello di sviluppo imperialistico – basato sull’assenza e sulla brama del lucro, quindi le uccisioni, gli esuberi… È chiaro che ormai il potere schiaccia tutti e poi oggi il monopolio dei mass media ha causato una perdita di coscienza, ed ecco che si accentuano le divisioni. E allora qual è l’unico valore,la sola speranza di questo nuovo terzo millennio? È la non violenza. L’umanità stessa. Però dev’essere contagiosa, cioè si deve allargare.
La democrazia è l’unico limite per un sistema economico ancora così – come dire? – da genocidio, che ricorre a tutti i mezzi, comprese le armi, per far prevalere l’imperialismo occidentale (ma il discorso vale anche per altre forme di imperialismo che si potrebbero creare); l’imperialismo si sconfigge con la democrazia partecipata, la partecipazione democratica – e pertanto anche libera, indipendente e pacifica. È un cammino duro, difficile, è un cammino faticoso, ma è questa secondo me la strada.
Qui devo citare il mio Papa Giovanni XXIII, che lascia l’ultima sua lettera del ’63, e dice: «Chi sostiene di portare la democrazia con le armi è pazzo!». Il testo latino dell’enciclica papale dice alienum est a ratione: è pazzo! Quindi la non violenza è proprio guarire da tutte le nostre malattie mentali. È chiaro che per diventare come Vittorio, e come tantissimi altri in tutto il mondo, è necessario, alla greca, una metànoia, cioè bisogna non solo migliorare, approfondire, avere sempre altre motivazioni, no: bisogna tagliare la nostra testa e metterne una nuova… Il termine greco intende proprio questo.
Devo ricordare il mio incontro con i Sem Terra del Brasile. Essi, per sopravvivere, decidono di coltivare gli immensi campi abbandonati dai padroni terrieri, e lo fanno, restando fedeli alla non violenza. Il succo di questo incontro qual è stato? «Vedi Don Gallo, noi in questi anni abbiamo avuto già 3000 morti tra i nostri ragazzi, uccisi dagli squadroni paramilitari» e, qui in questa stanzetta, ho visto brillare gli occhi di questi Sem Terra, orgogliosamente… Sì, era vero. «…almeno 3000 ce ne hanno uccisi, però noi abbiamo già 3000 iscritti alle università brasiliane, il futuro del Brasile!» Vedi, questa fiducia immensa, come dire, quasi una certezza che la non violenza è l’unica strada per vincere… Cioè praticamente dice: «Il male grida forte e tutti si accorgono della realtà, ma la speranza in un mondo migliore è ancora più forte e proprio attraverso l’umano, donando la propria vita. Perché si rischia…»
Donare la vita: io la chiamerei proprio – se così si può dire – una religione universale, che racchiude tutte le altre, nel senso che a un certo momento uno si alza la mattina, è uscito fuori dalla società dello spettacolo, dove tutto è dovuto e allora nascono nuovi consumismi e garantismi. No! Il pacifista umano si alza la mattina e dice: «Cosa posso fare per gli altri?». A cominciare dalla propria famiglia fino ad allargare lo sguardo al mondo intero.

Da Il manifesto del 28/05/2013.

sabato 19 gennaio 2013

Italia in guerra

Carmine Gazzani, fonte http://www.infiltrato.it


Solo “supporto logistico” e nient’altro. Il governo tecnico-dimissionario ha parlato chiaro. Interverremo, ma – sia chiaro – “non è previsto alcuno spiegamento di forze militari italiane nel teatro operativo”. Parola di Mario Monti e del suo ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata.
Insomma, la Francia dichiara guerra? Noi li seguiamo a ruota. Immediatamente. È un’emergenza, d’altronde. Eppure più di qualcosa non torna. A cominciare dalla possibilità del governo di prendere una decisione così delicata a meno di due mesi dalle elezioni politiche. La prassi parlamentare, infatti, prevede che l’esecutivo porti avanti nulla più che una “ordinaria amministrazione”. Ora, vien da chiedersi: rientra nella gestione degli “affari ordinari” anche dichiarare la guerra a un Paese straniero?
Ma c’è dell’altro. Siamo davvero sicuri che l’intervento italiano sia stato deciso in fretta e furia, spinti dall’emergenza europea? La decisione presa dal governo tecnico è davvero un gesto di responsabilità dovuto alla crisi del momento? Assolutamente no. A dimostrarlo un decreto presentato dallo stesso esecutivo nelle sue persone più rappresentative: lo stesso Mario Monti, il ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, quello della Difesa Giampaolo Di Paola e quello dell’Interno Anna Maria Cancellieri.
monti_guerra_mali
Stiamo parlando del decreto legge sulle missioni internazionali (testo tramite cui il governo italiano ogni anno finanzia tutte le missioni nelle quali sono impegnate le forze militari e civili italiane) approvato soltanto il 16 gennaio, ma presentato il 28 dicembre 2012. Dunque molto prima dei raid aerei francesi in territorio maliano, i quali, come sappiamo, sono cominciati precisamente una settimana fa. Quelo che pare, insomma, è che l’esecutivo tecnico avesse deciso prima del tempo, prima ancora dell’attacco militare francese, di finanziare un intervento armato in Mali.

Leggiamo l’articolo 1, comma 17 del decreto: “È autorizzata, a decorrere dal 1º gennaio 2013 e fino al 30 settembre 2013, la spesa di euro 1.900.524 per la partecipazione di personale militare alla missione dell’Unione europea denominata EUCAP Sahel Niger, di cui alla decisione 2012/392/PESC del Consiglio del 16 luglio 2012, e alle iniziative dell’Unione europea per il Mali”. Chiaro. Lampante. Poco meno di due milioni di euro anche per “iniziative dell’Unione europea per il Mali”. Ma di quale iniziativa stiamo parlando? Della stessa intrapresa dalla Francia. La decisione di Hollande, infatti, si inserisce all’interno dell’operazione EUTM, in concertazione proprio con l’Unione Europea. La stessa operazione tirata in ballo anche nel testo governativo.
La conclusione del discorso, a questo punto, è più che chiara: sono ben due i milioni di euro con cui il governo italiano ha previsto un intervento in Mali prima ancora dell’attacco francese nella sua ex colonia (risalente al 13 gennaio). Il motivo? Rimane oscuro.
Ma, a quanto pare, sembra proprio che tutto, in qualche modo, fosse stato già deciso. Anche perché – altro particolare da non sottovalutare – sono in tanti in Francia a cominciare a non credere più nelle ragioni antiterroristiche dell’intervento armato in Mali. Soprattutto perchè Parigi, fino ad ora, ha addotto varie e tante motivazioni. Lotta al terrorismo, ristabilimento dell’integrità territoriale del Paese, ritorno della democrazia, ragioni umanitarie. Le stesse presentate all’opinione pubblica nel caso della Libia nel marzo 2011. Una confusione di fondo, dunque, che è foriera di tanti e inquietanti dubbi, sostenuti, peraltro, non solo in territorio d’oltralpe ma anche a livello internazionale: l’intervento francese in Mali è finora unaguerra senza immagini, di cui l’opinione pubblica possiede scarse informazioni, sia sugli obiettivi militari colpiti durante le incursioni dei Mirage e dei Rafale, sia sulle perdite fra la popolazione civile. Più di un particolare, dunque, rimane oscuro.
Ma a questo punto - appurato che il nostro Paese abbia preso la decisione di intervenire in Mali ancora prima dell’arrivo dei francesi - le nubi inquietanti si spostano anche al di sotto delle Alpi. In territorio italiano. Non bisogna, poi, dimenticare anche un’altra questione. Il ministro Terzi, a riguardo, era stato chiaro: “Non è previsto alcuno spiegamento di forze militari italiane nel teatro operativo”.Siamo sicuri sia proprio così? In soccorso arriva ancora il decreto approvato solo due giorni fa. Nella scheda tecnica del dl sulle missioni internazionali, infatti, è prevista una “consistenza militare in teatro” pari a 24 unità. Altro, dunque, che semplice “supporto logistico”.
A questo punto sarebbe curioso chiedere ai nostri ministri perché sia stato previsto un intervento (peraltro militare) in Mali prima ancora della dichiarazione di guerra francese. Un bel ben servito per gli italiani. Dal valore di due milioni di euro.

venerdì 26 ottobre 2012

In memoria di tutte le vittime della guerra

Rete per la Tutela della Valle del Sacco


Riflessioni di Loretta Pistilli, Associazione Culturale Gruppo Logos
In occasione del 26 ottobre 2012, centenario della fondazione della BPD.

Tutte le scienze che hanno per  oggetto l'uomo, tanto quelle fisiche quanto quelle dello spirito,  hanno da sempre cercato di capire e di spiegare le cause della guerra. Ciò ha prodotto un tale florilegio di teorie  esprimenti ciascuna il proprio dogma esclusivo,  che si è finito per ammettere l'impossibilità di pronunciare sulla guerra una parola esaustiva e definitiva.
Col che s'intende affermare la dimensione costitutiva del linguaggio stesso di un discorso sempre aperto sulla guerra, sebbene continuamente ridefinito alla luce dell'accadere storico. Occorre parlare ancora e ancora, malgrado il rischio, incombente ad ogni istante, di rimanere invischiati in una coazione a ripetere parole ormai rese inadeguate e insoddisfacenti da un uso troppo spregiudicato. Occorre parlare ancora e ancora, per esprimere la nostra rivolta contro una retorica della guerra fatta di gesti plateali, che liquida in modo tanto sbrigativo il problema dell'uomo come costruttore di guerre. Una retorica delle corone di alloro e delle cerimonie pomposamente allestite a tutto vantaggio di un pensiero unico, che declina la guerra come giusta e i morti come effetti collaterali. Di fronte a questa violenza del pensiero dominante, il processo di neutralizzazione della menzogna
realizzabile mediante un discorso altro,  non riconducibile alla cultura  ufficiale e nella quale siamo immersi, diventa indispensabile per la nascita di un nuovo paradigma, in cui soltanto si annuncia la verità fondamentale così come la sperimenta chi subisce la guerra: la certezza della morte. Nel villaggio globale, esplodono conflitti del tutto inediti rispetto al passato, conflitti di tipo etnico, religioso, economico, legittimati da un potere autoreferenziale, che spesso interviene con azioni di polizia internazionale in difesa dei "diritti umani" mai casualmente coincidenti con gli interessi del potere medesimo.
A fronte di tutto questo, il pensiero sulla guerra non può prescindere dalla dimensione dell'etica, che, coniugandosi con quella della politica, può mettere in atto un salutare processo di rinnovamento della prassi democratica, nonché di smascheramento dell'agire politico privo di tensione ideale e pago solo degli allori e delle parole altisonanti.