di Matteo
Bavassano
Torneremo prossimamente sul tema del nuovo
papa, l'ex amico dei generali torturatori argentini, Francesco. In questo
articolo ci soffermiamo invece sulle dimissioni del predecessore, per cercare di
capire cosa vi sia dietro.
Le dimissioni di Joseph Ratzinger da
Pontefice della Chiesa cattolica rivestono a nostro avviso una grande importanza
per dei rivoluzionari che operano in Paesi e tra masse che sono influenzate
dalla religione cattolica. Strappare le masse dall’apatia e dallo stato di
sottomissione passiva in cui sono relegate dalle religioni dominanti è un
compito importante che dobbiamo porci. Prima però di tentare un’analisi di
quanto è successo, vorremmo fare alcune considerazioni di base sulla religione
cattolica in quanto fenomeno sociale.
Lo scopo delle
religioni e la burocrazia della Chiesa
Ogni religione nasce per rispondere a dei
bisogni dell’uomo. Solitamente la classe dominante in ogni epoca ha il controllo
più o meno totale dei dogmi religiosi e, in una specie di circolo vizioso,
attraverso dogmi che essa stessa proclama dà una giustificazione teologica del
suo potere. Non bisogna mai dimenticare che la teologia, lungi dal parlare di
dio, parla in realtà dell’uomo e di come questo deve organizzare la società,
anche quando pretende di parlare di dio. Da una certa concezione di dio (o degli
dei) deriva una precisa organizzazione sociale. Quando nasce una nuova
religione, questa si pone solitamente in contrasto con la religione dominante e
ha una certa carica progressiva: questa è anche la storia del cristianesimo, che
all’inizio lancia un messaggio che potremmo considerare rivoluzionario per
l’epoca. In questa fase l’insegnamento della Chiesa è ancora molto fluido e non
dogmatico. L’esigenza del dogma arriva in seguito, quando con l’imperatore
Costantino avviene di fatto l’istituzionalizzazione della religione cristiana
come religione dell’impero romano. Un solo dio era più adatto ad un solo impero,
con il suo imperatore che, in quanto designato da un dio onnipotente, diviene di
fatto divino e infallibile.
Da questa stessa concezione deriva la sua
ragione di esistenza anche la stessa gerarchia ecclesiastica, che è sempre più
una casta “burocratica”. Nei secoli questa ha mutato i suoi dogmi nei punti che
le servivano per sopravvivere alle mutate condizioni economico-sociali (si
ricordi che un tempo la Chiesa appoggiava gli aristocratici contro i primi
capitalisti e mercanti, per esempio considerando peccato il prestito ad
interesse, dogma che è poi stato cambiato per venire incontro all’esigenza
dell’investimento del capitale), ma non ha mai cambiato i dogmi che le
permettevano di sussistere in quanto casta ecclesiastica. In un certo senso
possiamo tracciare un parallelismo con la burocrazia sovietica: anche questa,
infatti, per esistere rimaneggiava la dottrina marxista fino a renderla
irriconoscibile e a contraddirla nei fatti, ma non poteva in alcun modo
dichiarare che il comunismo di Marx e Lenin non fosse più alla base dello Stato
sovietico. Se avessero fatto ciò, avrebbero annientato le basi stesse del loro
potere sulle masse proletarie.
L'infallibilità papale
Il dogma fondamentale della
Chiesa cattolica, benché sancito ufficialmente solo nel 1870, è l’infallibilità
del papa. In realtà a sua volta questo dogma discende naturalmente dalla lettura
che la bibbia fa da secoli del messaggio evangelico e forse la necessità di
sancirlo quale dogma arriva dopo che la Chiesa perde il suo storico potere
temporale. In ogni caso, in quanto il Conclave designa il Papa mediante il
consiglio di Dio che opera attraverso lo Spirito santo, questo è investito del
potere di Dio ed era quindi “divino” e “infallibile” già prima del dogma
ufficiale. Tutta la gerarchia ecclesiastica è, in misura minore, compartecipe di
queste qualità, in quanto designata tramite sacramento.
Cosa significano
dunque le dimissioni di Ratzinger da un punto di vista teologico? Per
sintetizzare che il Papa e Dio stesso non sono infallibili. Benedetto XVI non
poteva non sapere che la sua scelta portava a questa necessaria conclusione
logica. Perché dunque ha compiuto questo passo, rischiando di minare alle
fondamenta la Chiesa così come oggi la conosciamo e spiazzando completamente, a
nostro parere, le stesse gerarchie vaticane? Se fosse stato semplicemente un
venir meno della salute e della forza fisica dell’anziano Papa, non dubitiamo
nemmeno per un istante che Ratzinger avrebbe fatto valete l’interesse teologico
di casta della Chiesa sui suoi interessi personali. Un po’ come aveva fatto
Giovanni Paolo II, anche lui gravemente malato. Non dobbiamo dimenticare tutta
la retorica della Chiesa sulla necessità che ogni uomo porti la sua croce con
pazienza e sacrificio. Se Dio stesso ha designato un Cardinale come Papa, come
può questo, sebbene il diritto canonico lo consenta, dimettersi lasciando così
la sua croce? Questo esempio non garantisce a tutti gli uomini di lasciare la
loro di croce e cambiare il loro destino? Non garantisce ai proletari e agli
sfruttati il diritto a ribellarsi agli sfruttatori per creare oggi sulla Terra
un mondo migliore? Se così fosse la Chiesa perderebbe la sua utilità per le
classi dominanti, perderebbe la sua funzione di “oppio dei popoli”: non a caso
infatti lo stesso Benedetto XVI nella sua ultima udienza pubblica ha dichiarato
che la sua rinuncia non equivale ad un abbandono della croce, ma crediamo che la
verità sia sotto gli occhi di tutti, bisogna avere solo al volontà di
vederla.
Banche e
scandali della Chiesa
Perché Ratzinger potesse anche solo
rischiare di far traballare l’intera impalcatura ecclesiastica la situazione
doveva evidentemente essere diventata talmente tanto grave che egli stesso non
se la sentiva più di coprire le cricche di potere del Vaticano con la sua
permanenza alla guida della Chiesa. Tendiamo a escludere che egli ritenesse di
non essere più in grado di contrastare questi gruppi che, a quanto è dato
sapere, si scontrano nel Vaticano e che invece un nuovo Papa potesse riuscirci
meglio. Questo perché comunque non è escluso che il nuovo Papa non faccia parte
di uno di questi gruppi di potere, anche se forse è per evitare questa
possibilità che Ratzinger ha introdotto la necessità di una “maggioranza
qualificata” per eleggere il nuovo Papa. Le (pochissime) indiscrezioni che
trapelano dal Vaticano parlano di scambi loschi di denaro nonché di ricatti a
membri della gerarchia che hanno “rapporti mondani”, spesso omosessuali, con dei
laici. Lo stesso Benedetto XVI aveva commissionato a tre cardinali una inchiesta
per far luce sulle cricche presenti nei palazzi vaticani, che ha prodotto un
rapporto di due tomi da 300 pagine che sarebbe alla base della decisione delle
dimissioni.
Altra cosa strana è la nomina del successore di Gotti Tedeschi
alla guida dello Ior. Quel posto era infatti vagante dal maggio dello scorso
anno. Improvvisamente il 15 febbraio, quattro giorni dopo l’annuncio
dell’“abdicazione” di Ratzinger, viene nominato presidente dell’Istituto Ernst
von Freyberg. La nazionalità tedesca suggerirebbe che sia un uomo di Ratzinger.
Ma perché allora designarlo solo ora, dopo le dimissioni? O Benedetto XVI ha
tentato di lasciare un suo uomo di fiducia alla guida dello Ior per contrastare
le cricche vaticane e per aiutare e consigliare il nuovo Papa oppure la scelta
gli è stata imposta in quanto da dimissionario non ha più avuto la forza di
contrastare i suoi oppositori interni. Noi optiamo per la seconda versione. Se
infatti è sempre molto difficile scrutare tra le mura del Vaticano, sembra quasi
certo che il capo della lobby di potere vaticana sia il Segretario di Stato, il
Cardinale Tarcisio Bertone. Bertone ha il compito di organizzare il prossimo
conclave ed ha avuto un ruolo determinante nella scelta di von Freyberg.
Di
fatto, se le letture e le indiscrezioni che trapelano in questi giorni sono
giuste, ne discende logicamente che Ratzinger, schiacciato dal peso di tutti gli
scandali scoppiati durante il suo pontificato, preferisce ritirarsi a vita
privata, anche a costo di lasciare campo libero a coloro che ha individuato come
responsabili della corruzione delle alte gerarchie ecclesiastiche e di prestare
il fianco a critiche teologiche molto radicali che potrebbero mettere in
discussione l’esistenza stessa delle gerarchie ecclesiastiche e che verrebbero
non solo da fuori la Chiesa, ma anche dai teologi cristiani cosiddetti
progressisti.
Probabilmente la voce di chi trarrà le logiche conseguenze
sarà però silenziata dalle gerarchie ecclesiastiche che comunque mantengono il
potere necessario per sopravvivere in quanto casta privilegiata. Tutta la Chiesa
e anche Ratzinger stesso si stanno muovendo per minimizzare l’accaduto,
squalificando in questo modo l’importanza delle sue stesse dimissioni, spostando
l’attenzione mediatica dal fatto in sé a cose assolutamente secondarie come il
titolo da attribuire al “Papa emerito”. Chissà che Benedetto XVI per la sua
ignavia nel denunciare i misfatti della Chiesa non finisca nell’Inferno di Dante
insieme a Celestino V. E a tutti gli altri gerarchi e burocrati di tutte le
risme, religiosi e non.