Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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lunedì 6 giugno 2022

Cinque referendum per ingabbiare la giustizia

 Comitati territoriali per la Difesa della Costituzione





Il buon funzionamento di una Democrazia come la nostra si basa sul bilanciamento fra i Poteri Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, ognuno dei quali fa da contrappeso agli altri e ne limita i possibili eccessi. 

Il 12 giugno saremo chiamati al voto per 5 referendum abrogativi che riguardano la Giustizia, con lo scopo dichiarato di indebolire il Potere Giudiziario :cinque  quesiti molto difficili da capire per chi non conosce perfettamente i meccanismi di funzionamento dei Tribunali. Cerchiamo comunque di evidenziarne brevemente i pericoli. 

1. Particolarmente inaccettabile per i cittadini onesti risulta il quesito 1 che permette ai politici pregiudicati di poter essere eletti e rimanere in carica, mentre oggi la legge Severino per fortuna lo impedisce 

2. Se fosse approvato il quesito 2, l’abolizione di tutte le misure cautelari nel caso di pericolo di reiterazione dei reati favorirebbe in particolare le illegalità compiute dai “colletti bianchi”. Inoltre saranno abolite misure come l’allontanamento dalla casa familiare (violenza domestica) o il divieto di avvicinamento alla persona offesa (“stalking”): provvedimenti indispensabili per prevenire, ad esempio la violenza sulle donne che è in drammatico aumento. 

 3. La separazione delle carriere rischia di legare l’azione del Pubblico Ministero a quella dell’Esecutivo. Altro che separazione dei poteri! Il PM finirebbe sotto il controllo politico del Governo, con una forte limitazione della funzione inquirente (specie nei confronti del potere). 

4. Il quesito 4 chiede che alla valutazione delle pagelle dei magistrati partecipino anche gli avvocati. Un giudice si potrebbe trovare in aula un avvocato che con il suo voto, può influenzare la sua carriera. Addio imparzialità del giudizio. 

5. Infine la cosiddetta “riforma del CSM” renderebbe più caotica l’elezione dei magistrati per l’organo di autogoverno, senza riuscire ad abolire le “correnti”.

 Le cinque proposte di abrogazione convergono verso un unico scopo, quello di indebolire il Potere Giudiziario, spesso a scapito del cittadino comune e a favore dei politici e dei potenti. 

Per questo chiediamo di votare NO a tutt'e cinque i referendum del 12 giugno.

martedì 31 maggio 2022

Referendum sulla giustizia: le posizioni del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

 Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.



I quesiti dei referendum “giustizia giusta” 

Quesito n. 1 Riforma del CSM.

Il quesito incide sulle modalità di presentazione dei candidati per l’elezione al Consiglio Superiore della Magistratura. La disciplina attuale prevede che i candidati in ciascun collegio debbano essere proposti da una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. Il quesito elimina la lista, facendo si che ciascun magistrato si possa candidare senza bisogno dell’appoggio di un gruppo di magistrati che sostenga la sua candidatura. Secondo i promotori in questo modo si farebbe venire meno l’influenza delle correnti nella elezione dei membri del CSM. A ben vedere l’obiettivo che il referendum si propone (marginalizzare il peso delle aggregazioni di magistrati nella elezione dei membri del CSM) non può essere condiviso, perché l’elezione dei propri rappresentanti in un organo di autogoverno di rilievo costituzionale necessariamente comporta un confronto fra orientamenti culturali (e politici) differenti, non è una competizione fra qualità personali, che restano sconosciute se il magistrato non partecipa alla vita associativa. Per giunta si tratta di un obiettivo velleitario perché il singolo magistrato, che non sia sostenuto da gruppi organizzati, non ha nessuna possibilità di essere eletto. In realtà l’eventuale approvazione del quesito da parte degli elettori non comporta alcuna riforma del CSM, ma solo un allungamento della scheda elettorale, che conterrà più nomi. In definitiva si tratta di un quesito inutile, che propone una non riforma: esprime soltanto un segnale politico di diffidenza verso l’associazionismo ed il pluralismo culturale all’interno del corpo dei magistrati.

Quesito n. 2 Responsabilità diretta dei magistrati.

(questo quesito non è stato ammesso, ma è opportuno esaminarlo per comprendere meglio il taglio dell’iniziativa referendaria)

Il quesito incide sulla disciplina vigente in tema di risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati. Va premesso che l’art. 2 della legge in parola prevede che: “Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali…” Secondo la disciplina attuale il cittadino che subisce un torto cagionato da dolo o colpa grave del magistrato gode di piena tutela perché può chiedere il risarcimento dei danni allo Stato. In caso di condanna, lo Stato, in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri, ha l’obbligo di esercitare l’azione di rivalsa nei confronti del magistrato nel caso che la condotta di costui sia stata determinata da dolo o negligenza inescusabile. “Chi sbaglia paga” è lo slogan con cui Lega e Radicali promuovono il quesito sulla responsabilità civile dei magistrati perché ritengono che chi si sente vittima di una ingiustizia in sede processuale o di indagine abbia il diritto di rifarsi direttamente con il giudice. In realtà il quesito non accresce in nulla la tutela del cittadino vittima di ingiustizia ma fornisce alle parti litigiose una potente arma di condizionamento nei confronti del giudice. Bisogna comprendere che l’oggetto dell’attività giudiziaria, sia nel campo civile, che nel campo penale, è una “res litigiosa”. Nel civile il giudice deve necessariamente arbitrare degli interessi in conflitto, nel penale è in gioco il regolamento della libertà personale dell’imputato a fronte dell’interesse punitivo dello Stato. La riforma consente alle parti più forti o più prepotenti di intimidire il giudice con la minaccia e poi con la proposizione di azioni giudiziarie vendicative. Il fenomeno delle querele intimidatorie (che i giornalisti ben conoscono) dilagherebbe in campo giudiziario e si estenderebbe a macchia d’olio. L’effetto inconfessato della disciplina proposta è quello di incidere sull’indipendenza dell’azione giudiziaria e soprattutto sul requisito dell’imparzialità che presuppone che il giudice agisca sine spe ac metu. Se passasse il referendum, salterebbe la mediazione dello Stato e il cittadino potrebbe denunciare i suoi giudici anche con azioni infondate e pretestuose. Il pericolo è evidente: a essere scalfita sarebbe l’autonomia del magistrato, che saprebbe di essere esposto al rischio di denuncia e potrebbe essere condizionato nel suo lavoro. E si pensi a cosa accadrebbe nei processi con imputati facoltosi o di grande potere, in grado di esercitare una forte sudditanza nei confronti  dei giudici e di potersi permettere cause infinite contro gli stessi, in caso di condanna.  

Quesito n. 3. Equa Valutazione dei Magistrati.

A norma dell'articolo 105 della Costituzione: “Spettano al consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell'ordinamento giudiziario, le assunzioni le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.” La valutazione professionale dei magistrati è una competenza che la Costituzione assegna all’organo di autogoverno, che decide anche sulla base dei pareri formulati dai Consigli giudiziari. I consigli giudiziari sono organismi territoriali formati sulla falsariga del consiglio superiore della magistratura. Essi sono composti da membri di diritto (il presidente della Corte d'appello, il procuratore generale e il presidente dell'ordine degli avvocati), da magistrati eletti dai loro colleghi e da membri laici, avvocati e un professore universitario, nominati con metodi vari e da un componente eletto dai Giudici di Pace. I Consigli formulano pareri su questioni che riguardano l’organizzazione ed il funzionamento degli Uffici giudiziari, esercitano la vigilanza sulla condotta dei magistrati in servizio e formulano le pagelle relative all’avanzamento in carriera dei magistrati. Su queste ultime due competenze hanno voce solo i componenti della magistratura. Lega e Radicali chiedono che alla valutazione dell’operato dei magistrati partecipino anche avvocati e docenti universitari, i cosiddetti laici. In realtà, già adesso, la legge prevede che gli avvocati debbano esprimere una valutazione, poiché, ai fini della formulazione del parere sulla professionalità: “il consiglio giudiziario acquisisce le motivate e dettagliate valutazioni del consiglio dell'ordine degli avvocati avente sede nel luogo dove il magistrato esercita le sue funzioni.” Di tutti i quesiti referendari proposti, il terzo è quello più inoffensivo, perché – quale che sia il parere del Consiglio giudiziario – l’ultima parola spetta al CSM, che decide. Tuttavia la disciplina di risulta si presta a delle controindicazioni: un avvocato si potrebbe trovare di fronte, in aula, il giudice del quale potrebbe poi influenzare, col suo voto, un eventuale avanzamento di carriera. Si creerebbe un cortocircuito di cui non beneficerebbero la terzietà e la serenità del magistrato.

Quesito n.4. Separazione delle carriere.

La Costituzione prevede che: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (articolo 104); il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull'ordinamento giudiziario (articolo 107); La legge assicura l'indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse (art.108). La magistratura giudicante (giudici) e quella requirente (pubblici ministeri) fanno parte dello stesso ordine, la loro carriera è gestita dallo stesso organo di autogoverno (il Consiglio Superiore della Magistratura). In questo contesto, a differenza che nel passato, il Pubblico Ministero gode delle stesse garanzie di indipendenza del giudice con il quale condivide il medesimo status. L’esigenza di ricondurre il Pubblico Ministero sotto il controllo del potere politico è una tentazione ricorrente nel mondo politico, ma si scontra con il dettato costituzionale. Per separare la carriera del Pubblico Ministero da quella dei giudici sono state avanzate numerose proposte di riforma costituzionale. Il quesito referendario si propone di realizzare lo stesso obiettivo, aggirando l’ostacolo della Costituzione. Per fare ciò deve intervenire, con il metodo del taglia e cuci, su una grande quantità di norme dell’ordinamento giudiziario. Attualmente la legge ha stabilito una netta separazione delle funzioni fra magistratura giudicante e magistratura requirente, con la conseguenza che il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante, e viceversa, è soggetto a delle forti limitazioni: è consentito solo cambiando Regione, dopo cinque anni di servizio, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale e subordinatamente ad un parere di idoneità alle diverse funzioni del CSM. Il quesito proposto mira a mettere uno steccato tra le due carriere, chiudendo il Pubblico Ministero in un ghetto dal quale non potrebbe mai uscire nel corso di tutta la sua carriera professionale. Secondo i promotori il quesito è volto a creare “un sano e fisiologico antagonismo tra poteri, vero presidio di efficienza e di equilibrio del sistema  democratico”. Si tratta di una motivazione demenziale che oscura il profilo reale della riforma, il cui unico effetto è quello di allontanare il Pubblico Ministero dalla cultura della giurisdizione e creare le premesse perché, in seguito, con una riforma costituzionale possa di nuovo essere ristabilita qualche forma di controllo politico sull’esercizio dell’azione penale.

 Quesito n. 5. Limitazione delle misure cautelari. 

I promotori del referendum, avevano intitolato la loro iniziativa: limiti agli abusi della custodia cautelare. La Corte di Cassazione ha correttamente modificato la denominazione in “limitazione delle misure cautelari poichè il quesito non interviene sugli abusi della custodia cautelare, bensì opera una riduzione del campo di applicazione della custodia cautelare e delle altre misure coercitive e interdittive. I promotori lamentano che “ogni anno migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato”. Si tratta di un’osservazione falsa e fuorviante. Secondo il codice di rito, due sono le condizioni imprescindibili perché possa essere emessa una misura cautelare:

 a) Devono sussistere gravi indizi di colpevolezza

 b) Deve sussistere un pericolo concreto ed attuale (di fuga, di inquinamento delle prove, di commissione di gravi delitti con uso delle armi, o di delitti di criminalità organizzata, ovvero di delitti della stessa specie). 

Questi requisiti processuali che legittimano l’emanazione delle misure cautelari sono presidiati da un duplice controllo, quello del GIP, che può respingere la richiesta del PM se ritiene non gravi gli indizi di colpevolezza, ovvero se ritiene che, pur in presenza di gravi indizi di colpevolezza non esiste una concreta pericolosità. Il provvedimento emesso dal GIP, riguardante misure coercitive, è soggetto ad un controllo immediato da parte del Tribunale del riesame, non a caso identificato come Tribunale della Libertà. A loro volta le decisioni del Riesame sono sempre soggette al ricorso per cassazione. Per quanto, in astratto, è sempre possibile un errore giudiziario, è del tutto impossibile che “ogni anno migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato.” In caso passasse la modifica chiesta dal referendum, ai giudici verrebbe tolta proprio la possibilità di emettere delle misure cautelari coercitive (nonché misure cautelari interdittive) basate sul pericolo della “reiterazione del reato” (salvo rarissime eccezioni, come per mafia e terrorismo). Un colpo di spugna che, caso vuole, riguarda anche il reato di finanziamento illecito ai partiti, tanto caro ai leader politici. Occorre precisare che le misure cautelari coercitive comprendono misure detentive (custodia in carcere e arresti domiciliari) e misure non detentive, come l’allontanamento dalla casa familiare (nel caso di violenze in famiglia), o il divieto di avvicinamento nei luoghi frequentati dalla persona offesa (nel caso di stalking), oppure l’obbligo di soggiorno o il divieto di soggiorno. La questione assume notevole rilievo nei casi di delitti seriali, dove la misura cautelare (detentiva o meno) ha una sua specifica utilità per interrompere una carriera criminosa (si pensi allo spaccio di droga) o una progressione criminosa (si pensi agli atti persecutori che, se non interrotti, possono trasmodare in atti di violenza letale come il femminicidio). Abolire del tutto le misure cautelari coercitive nel caso di pericolo di reiterazione del reato, espone le vittime del reato ed i soggetti più deboli a gravi rischi e pericoli non altrimenti evitabili. E’ opportuno rilevare che il quesito referendario travolge anche la possibilità di emettere delle misure cautelari interdittive, come il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali, misure dirette ad esercitare opportune forme di contrasto nei reati di carattere patrimoniale o finanziario. Non si può escludere, ma è improbabile, che i promotori del referendum si propongano di favorire la libertà di azione di spacciatori o di stalker. Il vero problema sono i reati dei colletti bianchi (corruzione, concussione, bancarotta fraudolenta, riciclaggio, inquinamento, etc.). L’effetto del quesito è di favorire la posizione dei colletti bianchi, rendendo meno incisivo nei loro confronti il controllo di legalità. Non importa se per raggiungere questo risultato bisogna ammorbidire il controllo di legalità anche nei confronti di tutti gli altri. Questo spiega la strana convergenza fra i radicali, portatori di una cultura ultragarantista (nei confronti degli imputati) e la Lega, portatrice di una cultura opposta (nei confronti dei soggetti marginali). Il risultato finale di questa riforma non sarebbe quello di evitare che migliaia di innocenti vengano privati della libertà, ma di rendere meno incisiva l’azione di contrasto alla criminalità comune ed economico finanziaria, e di restringere il perimetro del controllo di legalità a fronte de di restringere il perimetro del controllo di legalità a fronte di comportamenti devianti e pericolosi per la società. 

 Quesito n. 6. Abrogazione della legge Severino.

Il decreto legislativo che porta la firma dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino prevede incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per i parlamentari, per i rappresentanti di governo, in caso di condanna con sentenza definitiva per reati non colposi a pena superiore a due anni di reclusione. Per gli amministratori regionali, per i sindaci o altri amministratori locali è prevista l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza automatica per coloro che hanno riportato condanna definitiva per reati gravi (come la partecipazione ad associazioni mafiose, o altri fatti gravi) o per reati meno gravi quando si tratta di “delitti commessi con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o a un pubblico servizio”. Nei casi di sentenza di condanna non definitiva per i reati che prevedono l’incandidabilità, scatta la sospensione e la decadenza di diritto per gli amministratori locali. Il decreto Severino presenta dei punti critici con riferimento alla sospensione di diritto degli amministratori locali che abbiano subito una condanna non definitiva per reati non gravi connessi ad eventuali abusi di potere. Tuttavia il quesito referendario non affronta gli eventuali punti critici ma propone l’abrogazione tout court dell’intera normativa sulla incandidabilità e decadenza dei soggetti che ricoprono funzioni elettive. In realtà si tratta di una disciplina che dà attuazione al principio costituzionale (art. 54) che esige che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Il quesito viene incontro alla diffusa insofferenza del ceto politico per il controllo di legalità ma danneggia fortemente l’interesse dei cittadini alla correttezza dell’agire pubblico. 

Conclusioni 

In definitiva tutti e sei i quesiti proposti, a differenza di quanto sostengono promotori, non sono destinati a realizzare alcuna riforma della giustizia. In realtà sono tutti convergenti verso l’obiettivo di indebolire l’indipendenza del giudiziario e condizionare l’imparzialità del giudice a favore dei soggetti forti (quesiti 1, 2, 3(non ammesso) e 4) riducendo anche la sfera di operatività del controllo di legalità nel settore penale (quesito 5). Infine tendono ad eliminare le conseguenze dannose del controllo di legalità nei confronti del ceto politico (quesito 6). Non si tratta nel suo complesso di una riforma della giustizia, bensì di una riforma contro la giustizia, contro l’eguaglianza e i diritti dei cittadini.


sabato 18 luglio 2020

Scelta gravissima del governo


Dichiarazione dell’avv. Felice Besostri, del Comitato per il No al taglio de Parlamento


Così non va!
Ho appreso con stupore, che un governo, per la cui durata fino al 2023 ho sottoscritto un appello, abbia con notevole anticipo fissato la data per la celebrazione del referendum costituzionale  per il 20 e 21  settembre insieme a 7 elezioni regionali, elezioni comunali e due suppletive senatoriali in Sardegna e Veneto.


Evidentemente sono poco sicuri della linea di difesa innanzi al TAR Lazio, che si deve pronunciare sul ricorso, da me curato, di 11 cittadini elettori tra cui due professori di diritto costituzionale, Costanzo e Colaianni, su questioni strettamente connesse. In quella sede chi rappresenta il governo ha  sostenuto che quelli relativi alle procedure referendarie sarebbero atti non impugnabili.

Con la decisione odierna si tenta di far dire che bisogna fare un nuovo ricorso o che comunque il TAR non possa pronunciarsi. Un governo che abbia paura dei cittadini che difendono la Costituzione è comprensibile - ha dichiarato l’avvocato Besostri, già protagonista dell’annullamento di due leggi elettorali -  meno che non abbia fiducia nell’Avvocatura Generale dello Stato e nei Tribunali della Repubblica. 

“L’altra volta aveva convocato con deliberazione del 27 gennaio le votazioni per il 29 marzo, stavolta con deliberazione del 15 luglio per il 20/21 settembre, senza traccia dell’opuscolo informativo che l’11 giugno si era impegnato davanti alla Camera a fare”.

“Le preoccupazioni del prof. Cassese , giudice emerito della Corte Costituzionale sono assolutamente giustificate” ha concluso l’avv. Besostri del Comitato NO al taglio del Parlamento

Roma, 15 luglio 2020

mercoledì 8 luglio 2020

SILENZIO SUL REFERENDUM

Franco Astengo



Nel suo quotidiano punto politico Stefano Folli ha affrontato sulle colonne di Repubblica il tema del referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Il titolo dell´articolo è apparso quanto mai significativo, quasi un riassunto della situazione che si sta vivendo "Il referendum del silenzio".

Infatti è´ rimasto sotto silenzio l´accorpamento nel cosiddetto "election day" della data di svolgimento: un atto di perlomeno dubbia costituzionalità per diverse ragioni.

Sono rimasti inascoltati molti appelli di illustri giuristi e costituzionalisti sui rischi che il taglio lineare nel numero dei parlamentari potrebbe comportare sul piano della rappresentatività politica e territoriale nelle istituzioni della repubblica.

Non è ancora decollato il dibattito sui rischi di ulteriore svuotamento di funzione e di ruolo del Parlamento stretto nella camicia di nesso della conversione dei decreti e obbligato ad esprimere voti di fiducia che consentono alla fine di proseguire la vita di un governo e di una legislatura condizionati dalla logica del "salvo intese".

Uno svilimento di compiti e di funzioni che, da qualche parte, viene perseguito per arrivare a un mutamento nella forma di governo in modo da riuscire a formalizzare anche in Costituzione il ruolo del Capo messo direttamente di fronte alle masse, saltando l´intermediazione politica e puntando così a una soluzione presidenzialista di stampo chiaramente autoritario.

Nel suo articolo Folli invita il composito fronte del "NO" a darsi da fare prima che sia troppo tardi.

E´ necessario farlo anche se chi sostiene il NO sembra accusare una sorte di sindrome da minoritarismo.

Una sindrome registrata, almeno in partenza, nonostante che il "SI" sia sostenuto soltanto da una propaganda facilona portata avanti  all´insegna del "taglio della casta", un taglio semplicisticamente indiscriminato.

Intendo invitare anch´io a muoversi chi intende ragionare in profondità ed è contrario a questa operazione di riduzione della democrazia.

Lo faccio con convinzione rivolgendomi a una parte ben precisa dello schieramento favorevole a rifiutare questa operazione antidemocratica.

Mi appello, infatti, alla mobilitazione di quella che vorrei chiamare "sinistra costituzionale": quell´idea di democrazia avanzata che ancora alberga nell´animo di militanti di diversi partiti oppure di compagne e di compagni che hanno abbandonato la militanza diretta, magari si sono perfino astenuti in qualche occasione elettorale, ma che sui temi della democrazia costituzionale sono ancora capaci di mobilitarsi e di farsi sentire.

Svolgo un esempio in questo senso: nel 2016 il referendum promosso dal PD a segretaria Renzi coltivava più o meno le stesse finalità e fu respinto con 20 milioni circa di voti contrari.

Orbene in quei 20 milioni ce n´erano sicuramente tanti orchestrati dalla strumentalizzazione politica condotta dalla destra della Lega e dalla destra del M5S: ma dentro alle elettrici e agli elettori che si erano espressi per il "NO" altrettanto certamente ci stavano 3 o 4 milioni almeno provenienti da sinistra , mossi da un sano spirito di difesa e affermazione della democrazia così come questa è stata indicata e intesa dalla Costituzione Repubblicana.

All´epoca a quelle elettrici ed elettori non fu fornita una risposta politica.

Oggi è il caso di farlo, di provvedere ad una mobilitazione, ad una richiesta di presenza, alla costruzione di una organizzazione.

Occorre un´intesa tra forze politiche, soggetti culturali, sindacati (sia confederali, sia di base), l´ANPI (ANPI che ancora una volta, come nel 2016, può rappresentare un fondamentale soggetto di riferimento).

E´ necessario mettere il referendum al primo punto della nostra agenda, facendo in modo che anche nelle Regioni e nei Comuni dove si vota per il rinnovo delle amministrazioni il tema referendario sia messo all´ordine del giorno con grande evidenza e chiarezza e svolgendo una campagna molto forte laddove sarà consegnata una sola scheda, appunto quella referendaria.

Servono, a mio giudizio, due cose da fare quasi subito:

1) Una mobilitazione a sostegno dei ricorsi preparati dal compagno Besostri e da altri costituzionalisti che, in sede giurisdizionale , affronteranno l´iniquità dell´accorpamento di data. Questa dev´essere la nostra priorità immediata;

2) La convocazione di una manifestazione nazionale d´apertura della campagna in modo da far emergere subito una presenza corposa e determinata a livello centrale sulla base della quale sviluppare una forte territorialità d´iniziativa. La posta in gioco ètroppo alta per definirci battuti in partenza e limitarci a giocare di rimessa: servono presenza sociale e soggettività politica.

La sinistra costituzionale è chiamata a battersi fino in fondo per assolvere a un dovere politico, civico, morale

martedì 10 marzo 2020

Il Presidente della Camera annuncia la “riduzione concordata” dei parlamentari che affluiranno a Montecitorio: una scelta radicalmente incostituzionale


Dichiarazione di Massimo Villone, presidente
del Coordinamento per la democrazia costituzionale

Il Presidente della Camera informa che per ragioni di coronavirus è stata decisa con il consenso di tutti i gruppi “una riduzione concordata nel numero di deputati che affluiranno a Montecitorio che garantisca la proporzionalità fra i gruppi stessi e il plenum della maggioranza assoluta dei componenti”. È un vero e proprio contingentamento degli accessi, radicalmente e insanabilmente incostituzionale.

Il diritto di partecipare ai lavori e di votare è l’essenza della funzione di ciascun parlamentare, e quindi della funzione di rappresentanza dell’assemblea. Non c’è nessuna autorità, monocratica o collegiale, che possa privare di tale diritto il parlamentare, fuori dei ristrettissimi casi che i regolamenti contemplano, a fini essenzialmente sanzionatori (Camera, art. 58 segg.; Senato, art. 66 segg.). Meno censurabile appare la decisione del Senato, che fa riferimento a un “voto per scaglioni e attraverso appello nominale”, tale quindi – a quanto sembra di dover intendere - da consentire comunque il voto a tutti i senatori.

In ogni caso, colpisce la stupidità politica di una scelta che tutela la sicurezza dei parlamentari al di sopra della necessità che l’istituzione Parlamento dia al paese un esempio di fermezza e di capacità di resistere in una condizione difficile. Un regalo ai nemici della “casta” e a chi vorrebbe sostituire il Parlamento rappresentativo con gli strumenti – attaccabili solo dai virus informatici - della democrazia diretta in rete.

Roma, 10 marzo 2020





lunedì 17 febbraio 2020

Libertà e Giustizia sul Referendum confermativo sulla legge costituzionale relativa alla riduzione del numero dei parlamentari



Da sempre Libertà e Giustizia si è impegnata a difendere la Costituzione nella consapevolezza che essa è un corpo vivente, i cui mutamenti devono mirare a renderla meglio preparata a rispondere alle sfide della società che cambia ma senza stravolgerne l’identità. Difendere la Costituzione non significa necessariamente dire no alle proposte di riforma.
L’attuale proposta di diminuire il numero dei parlamentari non rappresenta in sé una violazione dei principi democratici e rappresentativi. Lo prova anche il fatto che, nel corso della storia repubblicana, sono state numerose e autorevoli le proposte di riforma che andavano in tale direzione.
Sarebbe però sbagliato non contestualizzare la proposta attuale, votata in parlamento e oggetto di referendum il 29 marzo prossimo. Proponiamo soprattutto tre considerazioni che ci sembrano fondamentali per chiarire la nostra posizione in merito a questo referendum.

La prima considerazione è che un’alterazione della “quantità” dei seggi parlamentari dovrebbe mirare a un rafforzamento della “qualità” della rappresentanza, attraverso un insieme di norme - a partire dai regolamenti parlamentari alla legge elettorale – che mettano in sicurezza e anzi migliorino il principio rappresentativo nella ragionevole esigenza di assicurare un buon funzionamento dell’istituto parlamentare.
Al contrario, questa riforma indebolisce il potere dei rappresentanti delle due camere e la stessa efficacia della rappresentanza perché non accompagnata da una riforma della legge elettorale in senso proporzionale e da adeguate forme di composizione delle liste di candidati. Tale modifica del sistema di voto viene invece evocata più come tattica per fare accettare questa riforma che come un reale convincimento del fatto che un parlamento così eletto possa garantire un rapporto coerente tra il suo potere legislativo e il potere dei cittadini.

La seconda considerazione muove dal fatto che i tentativi di modificare gli assetti costituzionali cercando di ridimensionare il più possibile l’organismo rappresentativo in nome di una supposta priorità del principio della governabilità è stato alla base (del fallimento) della seconda repubblica. Promuovere una riforma che muova ancora dall’ideologia della governabilità e dalla presunzione che una maggiore governabilità si possa ottenere attraverso l’indebolimento del potere legislativo è inattuale, oltre che il segno di una mancata lucidità nell’interpretazione dei processi strutturali di trasformazione che sono in atto nelle nostre democrazie e dei rischi che essi comportano. Ovviamente, non riteniamo che questo referendum abbia un valore determinante, ma certamente crediamo che esso sia in piena continuità con questa delegittimazione sostanziale del valore del principio rappresentativo.

La terza considerazione invita a prendere seriamente il malessere profondo che ha accompagnato la scelta di una tale riforma. Ovviamente non stiamo parlando del grottesco movente contabile per cui la diminuzione del numero di rappresentanti rappresenterebbe un risparmio per le casse dello Stato, argomento rozzo e smentito dai numeri da non richiedere troppi commenti. Più profondamente, il vero movente della popolarità di questa riforma è una sensazione diffusa di ostilità nei confronti delle istituzioni rappresentative, quelle cioè più direttamente gestite dai partiti e che si traducono in “poltrone” alle quali i candidati ambiscono per acquisire privilegi piuttosto che per rispondere alle esigenze espresse dagli elettori. Vi è in questa riforma il riverbero di una insofferenza da parte dei politici nei confronti della richiesta dei cittadini di chiedere loro conto dell’operato e di pretendere che le loro preferenze e i loro problemi siano ascoltati e rappresentati. Mentre si lamenta la distanza dei “territori” dai luoghi di decisione, si approda ad una riforma che
decurta con il numero dei parlamentari anche il potere dei cittadini che in quei territori vivono.
È un criterio fondamentale della democrazia rappresentativa che le norme e i
comportamenti politici debbano tendere ad avvicinare “governanti” e “governati”. La crisi della rappresentanza che stiamo vivendo sembra aver accentuato la loro distanza. Ma credere che per diminuire la distanza e ripristinare il senso profondo della rappresentanza si debba ricorrere a un taglio tanto radicale del numero dei parlamentari ha il sapore dell’assurdo. Se il parlamento non funziona, è necessario immaginare riforme che permettano che torni ad assolvere degnamente alla sua funzione di mediazione senza “tagliare” le condizioni della nostra rappresentanza. Con questa riforma, l’Italia diventa il Paese dell’UE con il minor numero di deputati in rapporto alla popolazione: con 0,7 “onorevoli” ogni 100.000 abitanti (dall’uno precedente), supera la Spagna che deteneva il primato con 0,8. Al primo posto, sotto questo profilo, c’è Malta: 14,4 deputati ogni 100mila abitanti.
Siamo consapevoli che questa campagna referendaria rappresenti quasi certamente una battaglia persa. Ma le battaglie perse non sono meno giuste perché perse; né, del resto, chi vince una competizione referendaria ha per questo ragione. Il nostro compito è di opporsi alla semplificazione comunicativa richiamando i cittadini alla necessità di decidere dopo aver ponderato i pro e i contro.
Per questi motivi, invitiamo i Circoli a portare sui territori dei contributi critici e informati, che consentano ai cittadini di compiere la loro scelta con ponderazione e cognizione di causa; li invitiamo anche, nel rispetto dell’autonomia di giudizio degli iscritti, ad aderire ai Comitati per il No.

Libertà e Giustizia

domenica 16 febbraio 2020

Maggioritario vs. proporzionale o uomini vs. quaquaraquà ?

Luciano Granieri




Dall’inzio degli anni ’90 ad  oggi è stata  individuate nella  legge elettorale di tipo proporzionale la principale   cause della mancanza di stabilità politica. Una legge che avrebbe concesso potere di condizionare l’esercizio legislativo  a quei partiti che nelle urne avevano raccolto pochi voti conferendo ad essi un potere sproporzionato rispetto al consenso ottenuto. Così veniva spiegata l’esigua durata dei governi espressione di parlamenti  eletti con la legge proporzionale. 

Un premio di seggi aggiuntivi da attribuire alle forze che avessero ottenuto maggiori consensi, avrebbe definito un Parlamento generatore di  una maggioranza cospicua, stabile,   in grado di partorire un esecutivo decisionista con un alto indice di governabilità .  Così dal 1994, fino al 2018, i governi che si sono succeduti alla guida del Paese sono stati espressione di parlamenti  eletti con sistemi elettorali dove la parte maggioritaria era preponderante (Mattarellum e Porcellum, poi dichiarato incostituzionale dalla Consulta, oggi sostituito dal Rosatellum). 

Ma  siamo sicuri che la legge maggioritaria abbia risolto i problemi di stabilità ? Dal 1948 al 1994 i governi succedutisi alla guida del paese, espressione di parlamenti eletti con il sistema proporzionale,  sono stati 47 con una durata media di 1,9 anni.  Fra il 1994 e il 2018 i parlamenti eletti con leggi in preponderanza maggioritarie hanno incaricato 13 governi con una media di 1,8 anni di durata. E’ di tutta evidenza che la rimanenza  in carica  media di un governo sia di due anni indipendentemente dal sistema elettorale che ha eletto il parlamento. 

Dunque non è colpa del  sistema elettorale  se gli esecutivi  non durano tanto. Per cui a parità di durata, meglio la legge proporzionale che, almeno,  conferisce maggiori possibilità ai cittadini di partecipare all’organizzazione politica del Paese e di esprimere un voto uguale e libero come da dettato costituzionale.  

Se poi   consideriamo che i parlamenti eletti con il  proporzionale hanno prodotto leggi quali : lo statuto dei lavoratori, il sistema sanitario nazionale, il diritto di famiglia,  e per  contro il risultato dei governi espressione di parlamenti maggioritari è stato  la totale destrutturazione dei diritto dei lavoratori, culminata nel jobs act, la privatizzazione di scuola, sanità e servizi indispensabili per la sopravvivenza, le leggi ad personam, l’abnorme aumento delle diseguaglianze, l’aumento della povertà,  si capisce ancora di più che il problema non sta nei sistemi.  

Anzi con il mantra della governabilità,  alimentato dal combinato disposto di leggi elettorali maggioritarie e tentativi di smantellamento delle funzioni del parlamento a favore dei governi, il disastro sociale imposto dalle vocazioni maggioritarie ha trovato più facile diffusione eliminando una quota significativa di cittadini dalla partecipazione politica.  

Sono  d’accordo con il professor Zagrebelsky quando dice che un popolo non deve essere governabile, ma governare. Non deve subire le norme ma concorrere a farle attraverso la partecipazione politica e la possibilità di eleggere rappresentanti in Parlamento. Anzi proprio il mito della governabilità e della sua attuazione attraverso la scelta di candidati basata ,non sulle loro effettive capacità politiche, ma sulla loro vendibilità in base alle regole del marketing o, ancora di più,  sulla fedeltà al capo, ha prodotto e produce il disastro in cui ci stiamo dibattendo. 

Se il sistema non funziona è colpa dell’ignoranza e la protervia di chi dovrebbe rappresentarci. Pensate ai Salvini alle Meloni, ai Renzi , a tutti i burattini del liberista  Casaleggio e a coloro (più o meno riformisti) che per propria contingente  convenienza  si acconciano ora con gli uni, ora con gli altri.  Come può il Paese essere condizionato da tale gentucola? 

Il  guaio è che con la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, architettata da tali personaggi,  la selezione per consentire di  arrivare ad un privilegio ancora  più raro  e più agognato sarà totalmente  basata sulle capacità di vendere fumo e sulla  prona fedeltà  al capo. Se passerà la riforma la qualità degli eletti  sarà ancora più scarsa e allora  hai voglia ad accusare il proporzionale o la complessità delle dinamiche parlamentari, o ancora peggio l’inadeguatezza della Costituzione,  per i fallimenti di una classe dirigente inetta ed inconsistente.

Governabilità




I personaggi


giovedì 13 febbraio 2020

Votare contro il taglio dei parlamentari voluto da Casaleggio, avvallato da Salvini e dai riformisti voltagabbana è un atto di ubbidienza civile.

Luciano Granieri




Durante la seduta a Palazzo Madama, che ha votato l’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, per sequestro di persona aggravato  in merito alla vicenda della nave della guardia costiera  Gregoretti.  Lo stesso capo leghista nella sua arringa difensiva ha affermato che la difesa della Patria è un sacro dovere e sequestrare   131 persone su una nave era necessario  per la difesa dei confini. 

A  parte il fatto che resta difficile capire come si possa difendere i confini dalla presunta invasione di una nave propria, della guardia costiera italiana , un elemento che già è parte integrante dello Stato, ma la bestialità più grande riguarda il riferimento di Salvini all’art.52 della Costituzione in cui al primo comma  è scritto che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Secondo Salvini la sua azione è stata conseguenza proprio del rispetto di questo articolo, per cui non si può processare un ministro  che ha semplicemente posto in attuazione la  Costituzione. 

Questa è una chiara evidenza di ignoranza costituzionale, infatti L’art. 52 Cost. intende la difesa della Patria come espressione di un dovere di solidarietà.   Si  cita, nel secondo comma,  il servizio militare (leva obbligatoria) come strumento attuativo.  Ma visto che il legislatore ha eliminato l’obbligatorietà di fare il soldato, uniformandosi alla visione solidaristica della concezione di Patria, il richiamo a questo articolo è improprio e anacronistico , come se i migranti ci invadessero in armi per conquistare il nostro territorio e farne una propria colonia. 

Se proprio vogliamo richiamare la Costituzione Matteo Salvini nella vicenda Gregoretti  ha violato  i seguenti articoli: 10) L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge". 13)  "Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria".  In riferimento alle norme del diritto internazionale richiamate dall’art.10 Cost. Sono state violate:  La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo (CEDU). Art.3 il "divieto di trattamenti inumani e degradanti, soprattutto se sono coinvolti soggetti vulnerabili come minori o persone traumatizzate"; all’articolo 5: diritto  di  ogni persona   alla libertà e alla sicurezza  e  nessuno può toglierli ad essi   senza motivi; Convenzione di Ginevra art.33     si proibisce che   un richiedente asilo o un rifugiato sia espulso o respinto in alcun modo “  verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate . 

Una persona così ignorante a livello costituzionale, e non solo, è a favore della riforma della Costituzione sul  taglio dei parlamentari voluta dal M5S. A proposito dei grillini, proprio il loro proprietario “Davide Casaleggio” è convinto che il superamento della democrazia rappresentativa, l'abolizione del Parlamento,  sia un fatto ineluttabile visto che ormai qualsiasi cittadino può esprimere il suo consenso  con un semplice clic al computer, da ciò ne consegue che la riforma sul taglio dei parlamentari è cosa buona e giusta anche se non produce un così grande risparmio in termini finanziari,  distrugge la rappresentanza e   favorisce le formazioni più forti. 

Il Pd all’epoca contestò tali affermazioni accusando  Casaleggio e il M5S di derive autoritarie,  e per ben tre sedute in aula votò contro la riforma del taglio dei parlamentari. Poi è arrivato il Papeete e le posizioni sono cambiate fu lo stesso Cuperlo a rivelare al quotidiano “il manifesto” che “Con il M5S il taglio dei parlamentari era la premessa del confronto” Ovvero per far partire il governo giallo/bruno  era necessario cedere al ricatto e  appoggiare la “DEFORMA” grillina. 

Dunque  a volere questo ennesimo sfregio alla Costituzione sono :  l a Lega,  il M5S, completamente digiuni di ogni istanza costituzionale, e il Pd, il quale, è ciò è ancora peggio,  ha sacrificato ad una realpolitik di corto respiro , quella Costituzione  che i propri esponenti ad ogni 25 aprile e 2 giugno esaltano come espressione” alta” della lotta partigiana antifascista. A dire il vero, forse l’unica posizione coerente rispetto alla riforma costituzionale è proprio quella del Pd. Il suo precedente segretario   ne  aveva proposto, nel 2016,  una versione del tutto simile, fortunatamente bocciata dagli italiani alle urne. Altre formazioni, in particolare della sinistra cosiddetta radiale, che nel 2016 si facevano paladine della difesa della Carta attaccata da J.P. Morgan attraverso il burattino Matteo Renzi, oggi tacciono, probabilmente sacrificando   le proprie convenienze di sopravvivenza ad una posizione strumentale in merito al taglio dei parlamentari. 

Al di là delle tematiche false e pretestuose che muovono le ragioni della riforma per cui saremo chiamati ad esprimerci il prossimo 29 marzo, fa ribrezzo il fatto che a tutti questi signori della Costituzione non interessa nulla, non ne sanno nulla, la utilizzano per convenienza di bandiera e di sopravvivenza politica. Già solo questo sarebbe un buon motivo per bocciare alle urne l’ennesimo assalto allo spirito solidaristico della Carta Costituzionale. Sarebbe ancora una volta un necessario  atto di ubbidienza civile.

venerdì 31 gennaio 2020

Appello non comprare più il Fatto Quotidiano

Luigi Fasce - Comitato Democrazia Costituzionale Genova



 Sprechi Alle urne il 29 marzo che costa 300 milioni- La beffa:Salvini vota si al referendum “-  Il Fatto Quotidiano di ieri-

Ci va giù pesante  il Fatto, senza ritegno, con un articolo di Gianluca Roselli, certo sollecitato dal patron Travaglio,  sbeffeggia pure: "Il paradosso è che sarà una consultazione del tutto inutile, dato che il risultato è scontato. Già oggi i sondaggi danno il Si al taglio al 90% ."

Pare proprio che il Fatto sia oramai il giornale dei 5Stelle, ma anche del PD. Eppure per il referendum "deforma Costituzione" del 2016   i voti della Lega, Forza Italia e M5S erano tutti buoni ma solo  per tagliare la testa a Renzi . Articoli trionfanti de Il Fatto "Gli Italiani hanno salvato la Repubblica". 

Ricordiamolo si eliminava l'intero Senato che i cittadini non avrebbero più potuto votare. Sparito. Ora spariscono un bel po' di deputati e senatori della Repubblica lasciando  vuoti di rappresentanza dei cittadini sui territori. 

Ma ora il Fatto schernisce, la butta sul risparmio dei soldi. Meglio saperlo con chi abbiamo a che fare. Il problema è che i 5stelle-PD Zingaretti stanno riuscendo a fare quello che non è riuscito a fare il PD di Renzi. Quale era  lo scopo di Renzi,? Mantenere uno scampolo di Parlamento con sotto il tallone  i deputati nominati  del suo partito padrone del governo prono al potere neoliberista. Ora è lo stesso.  

Prono al potere neoliberista è il governo Monti 2 con lo  stesso PD di prima e con i 5Stelle convertiti anch'essi al neoliberismo. Questo il  desolante quadro. Eppure si deve andare avanti.  

Vedremo il 30 di marzo  di quanto sarà scesa la percentuale del 90 che ora il Fatto smargiasso sbandiera. Però anche la puntura di una zanzara può essere assai fastidiosa ... fuori di metafora ...  da domani quando vado in edicola non compro più   il Fatto Quotidiano, facciamolo in tante/i.

PS Buona notizia, l'avv.Rossi  ci ha informato che i GiuristiDemocratici sono ancora con noi.

lunedì 27 gennaio 2020

27 gennaio: memoria e verità storica

Teoria&Prassi Piattaforma Comunista.





Settantacinque anni fa, il 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa impegnati nell’offensiva per liberare i territori occupati nell’Europa orientale e distruggere il Terzo Reich, giunsero nella cittadina polacca di Oswieçim (Auschwitz).
Verso le ore 15 i soldati sovietici abbatterono i cancelli del campo di sterminio e liberarono circa 7.600 uomini, donne e bambini, fra cui prigionieri di guerra sovietici, prigionieri politici, prigionieri ebrei, slavi, polacchi, italiani, rom e sinti, prigionieri omosessuali e “asociali”…
Furono trovate le prove degli assassinii di massa compiuti e il mondo poté conoscere le reali dimensioni della barbarie nazifascista.
Di fronte ai falsificatori della storia che siedono nel Parlamento europeo, i quali pretendono di mettere sullo stesso piano comunismo e nazifascismo, favorendo l’ascesa delle forze più reazionarie e oscurantiste, oggi vogliamo ricordare le parole di uno scrittore: 
“Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all'Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita!”
Ernest Hemingway

mercoledì 22 gennaio 2020

Costituzione del Comitato per il NO



Il 10 gennaio è stata depositata in Cassazione la richiesta firmata da 71 senatori di sottoporre a referendum popolare la riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari ed il 23 l’Ufficio centrale per il Referendum sancirà formalmente l’avvio della fase elettorale.
Il 15 gennaio, su iniziativa del Coordinamento per la Democrazia costituzionale, è stato costituito il Comitato per il No.
Nelle premesse dell’atto costitutivo si dà atto che:
-        l’obiettivo del taglio dei parlamentari e di un esasperato maggioritario è un Parlamento meno rappresentativo ma ancora più obbediente ai capi partito
-        la centralità del Parlamento è seriamente a rischio e da qui potrebbe partire una deriva centralizzatrice e autoritaria volta a stravolgere la nostra costituzione
-        per questo chiederemo ai cittadini di respingere il taglio dei parlamentari e di premere per una nuova legge elettorale proporzionale.

Gli incarichi sono stati così distribuiti: Presidente (e legale rappresentante) Massimo Villone, Vice Presidenti Alfiero Grandi (vicario), Silvia Manderino, Domenico Gallo e Mauro Beschi (responsabile dell’organizzazione), tesoriere Antonio Pileggi, responsabile della comunicazione Alfonso Gianni.
Il consiglio direttivo, costituito da tutti coloro che sono intervenuti alla redazione dell’atto, è stato immediatamente allargato includendo tutti coloro che ne avevano fatto richiesta e che sarà integrato con chi non ha potuto aderire prima (nei prossimi giorni l’atto costitutivo e lo Statuto saranno disponibili sul sito del Coordinamento).
Il 23 gennaio è stata fissata la conferenza stampa presso la Camera dei deputati per presentare la nascita del Comitato e le motivazioni che sostengono la nostra campagna elettorale per il no.
In previsione di un lavoro impegnativo che come sempre sarà basato sul volontariato gratuito abbiamo tuttavia bisogno del vostro aiuto finanziario, oltre che del vostro impegno personale, per predisporre la struttura comunicativa e di organizzazione, come abbiamo fatto in occasione del referendum del 2016.

Roma, 18 gennaio 2020                                         

La Presidenza


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domenica 19 gennaio 2020

Autonomia Differenziata presidio in piazza per l'unità della Repubblica

Comitato nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e per l’uguaglianza dei diritti.



Si sono svolti giovedì 16 in tutta Italia i presidi promossi dal Comitato nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e per l’uguaglianza dei diritti in contrasto al disegno di legge reso pubblico a novembre dal Ministro Boccia “per l’attribuzione alle Regioni di forme e condizioni particolari di autonomia” ma non ancora approvato dal Consiglio dei Ministri per la presentazione in Parlamento. Il rischio denunciato nella mobilitazione è che con il trasferimento di poteri e risorse dallo Stato alle regioni vengano di fatto minate l’unità del Paese e la garanzia dell’uniformità dei diritti fondamentali – in tema di lavoro, sanità, scuola, ambiente, infrastrutture.
Nella Capitale la manifestazione si è svolta sotto la sede della Regione Lazio ed è stata accompagnata da un segnale di attenzione apprezzato dal Comitato romano, che aveva chiesto un incontro al presidente Zingaretti. In particolare, si è svolto un confronto tra una delegazione dei manifestanti e l’assessora Alessandra Sartore, che ha più direttamente seguito lo svolgersi di tali processi per conto della Regione Lazio. Da una parte sono state riportate le preoccupazioni sulle possibili conseguenze del processo di trasferimento di poteri e risorse cui si vorrebbe dar corso, anche sul ruolo e sull’economia di Roma Capitale. Dall’altra è stata illustrata la proposta di Autonomia Differenziata che era stata predisposta anche per il Lazio e a fine del 2018 approvata dal Consiglio delle Autonomie Locali, ma che poi non è più andata avanti in ragione per  l’incertezza riscontrabile sul piano nazionale. L’assessora ha voluto sottolineare come le sei materie individuate a suo tempo della Regione Lazio non incidessero in maniera così ampia come accade nei casi delle preintese definite con il Governo da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e che comunque tenevano in conto soprattutto aspetti funzionali più che trasferimento di risorse dallo Stato. Il problema non è il numero delle materie – è stato affermato dalla delegazione – ma il quadro complessivo in cui si colloca l’autonomia differenziata non essendo stata varata una legge costituzionale di attuazione degli articoli 116 e 117 della Costituzione: in queste condizioni le Intese dello Stato con le diverse regioni potrebbero portare comunque alla rottura dell’unità della Repubblica intesa come uniforme garanzia dei diritti fondamentali; così come si potrebbe causare la rottura del potere fiscale che verrebbe distribuito territorialmente, frammentando il rapporto tra cittadini e Repubblica in tanti e diversamente articolati regimi fiscali. Per questo il Comitato parla di “secessione dei ricchi”.
Al termine dell’incontro si è stabilito di mantenere aperto un canale di dialogo, che consenta di acquisire anche elementi ulteriori di conoscenza e di approfondimento sulle possibili conseguenze dell’autonomia differenziata, in vista degli sviluppi della vicenda in corso. Durante il presidio in strada è stata svolta una attività di informazione, sia con la distribuzione di volantini che con la spiegazione diretta ai passanti delle questioni in discussione. Ancora una volta è emersa la scarsa se non assente conoscenza delle tematiche legate all’autonomia differenziata e dei rischi ad essa connessi: in questo senso l’impegno del comitato nazionale e di quello romano è ora quello di intensificare le occasioni di informazione su un processo rimasto fin troppo in ombra rispetto alle conseguenze istituzionali e sociali effettivamente in grado di produrre.