Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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sabato 18 febbraio 2017

Anarkos il vino "CONTRO"

Luciano Granieri




Il privato è politico si diceva una volta, ebbene anche il bere è politico l’ho scoperto stamattina. 

Come ogni sabato ho fatto un salto dal mia amico Germano dell’enoteca Enogourmet. Mi serviva  una bottiglia di vino  rosso, senza pretese, da bere a pranzo.  Ogni sabato mattina, l’enoteca di Germano, che sta a due passi da casa mia  in Via Vado del Tufo, organizza delle degustazioni di vini particolari accompagnati da spuntini fatti con prelibatezze  di formaggi e salumi che colà si vendono. 

Stamattina l’atmosfera nella cantina  era particolarmente frizzante, quasi ribelle. Appena entro in negozio Germano mi invita ad assaggiare un vino rosso  appena arrivato da Manduria. “Ho pensato a te quando ho scelto di farmi arrivare  questo nettare ” mi confessa  l’amico sommelier porgendomi  una bottiglia. “Leggi, leggi l’etichetta” è l’ulteriore invito. 

Il vino si chiama “Anarakos” sul vetro troneggia  l’inconfondibile “A” anarchica stilizzata. Leggo meglio: 

“Anarkos è il vino contro:

Anarkos è il vino contro,  Il sacrificio di MILIONI DI VITI piantate ad alberello

Anarkos è il vino contro , la COLONIZZAZIONE CAPITALISTICA del terzo millennio nelle terre di Puglia, lo sfruttamento dei suoi vigneti  e dei suoi vini.

Anarkos è il vino contro, l’EMIGRAZIONE FORZATA dei diritti di reimpianto pugliesi nelle altre regioni del nord

Anarkos è il vino contro, la COMPLICITA’  e la FAZIOSITA’ delle leggi Comunitarie in agricoltura, l’OPPRESSIONE  culturale  nei modelli di consumo del vino, l’ANNIENTAMENTO della tipicità , il DOMINIO del mercato”.

Su  un folder illustrativo che accompagna le bottiglie leggo ancora :

 “ Anarkos.  Un vino contro. Nato per protestare contro il dominio delle elites politiche ed euro-burocratiche di Bruxelles e contro la nuova colonizzazione della Puglia da parte dei produttori-capitalisti del nord. Negramaro, Primitivo e Malvasia Nera , sono unite in un’esplosione di frutta e una corposità sanguigna per trasferire di palato in palato  il messaggio Rivoluzionario di Liberazione!”

 Insomma quel diavolo di Germano si era fatto arrivare il vino per fare la rivoluzione! Intendiamoci la rivoluzione è cosa seria, necessita di mente fredda e lucidità. Un rivoluzionario in preda ai fumi dell’alcool rischia di innescare immediatamente la reazione. 

Però ciò non toglie che, una volta preso il palazzo d’inverno, non si possa festeggiare ad Anarkos. Anzi visto che conquistare il palazzo d’inverno, per ora, è pura utopia, godiamoci i festeggiamenti, reali,  di una futura utopica  vittoria, con un buon bicchiere di vino anarcoide. 

Al netto dell'autoironia,  il vino, prodotto dall’Agricola Felline di Manduria, è veramente buono.  Importante è anche il messaggio politico che lancia. Poi  affidare la diffusione del vento  rivoluzionario  alle fragranze del  Negramaro , del  Primitivo e della Malvasia Nera,  che si trasferiscono di palato in palato, è azione di rottura  vera, in tutti i sensi, compresi l’odore e il sapore. Evviva Durruti !!!!!


lunedì 6 aprile 2015

La rivoluzione nelle pagine del Guerin Sportivo

Pasquale Coccia da “Alias” del 4 aprile

Durante il Biennio Rosso, due redattori “bolscevichi” approfittando dell’assenza del direttore, decisero di farla finita almeno per un giorno con l’asservimento ala capitale.

L’anno era quello del Biennio Rosso, le fabbriche erano state occupate dagli operai, il partito socialista aveva un gruppo di oltre 150 parlamentari, una struttura organizzativa ben radicata su tutto il territorio nazionale , anche se a sinistra si preparava la scissione di Livorno, che avrebbe portato alla fondazione del Pci di Gramsci. Si stampavano e venivano  diffusi oltre duecento settimanali che facevano riferimento a realtà operaie  e della sinistra. A settembre del 1920 a Milano operai armati occupano le fabbriche. Sul fronte sportivo  l’estate del 1920 fu quella della proliferazione dei tornei di calcio regionali, che portarono a un vero e proprio campionato nazionale con oltre duecento squadre partecipanti sotto l’egida dell’Ulic, la Libera unione del calcio italiana, sorta in contrapposizione alla Figc. Le squadre che vi partecipavano avevano  i nomi più disparati, Avanti, Sparviero, Guerin Gravoche. La stampa sportiva “borghese” ben inserita negli ingranaggi del potere si adoperava per arginare quel fronte che si riconosceva nello sport libero e anarchico, con quelle squadre sorte un po’ ovunque durante le occupazioni delle fabbriche. La Gazzetta dello Sport e Il Giornale dello Sport  costituiranno dei veri comitati elettorali, pescando tra i lettori per fare eleggere deputati esponenti del Blocco Nazionale, gli industriali Borletti, Bernocchi, Maino e il radicale Gasparotto, nominato ministro della Guerra. La stampa sportiva di allora era al servizio degli industriali del nord a volte i padroni-editori erano proprio gli industriali. A fiancheggiare questa politica c’era anche il Guerin Sportivo fondato da Giulio Corrado Corradini il 4 gennaio 1912, e quel bla bla sportivo che aveva l’intento di addormentare le coscienze non piaceva affatto a due redattori del settimanale. Certo stavano al gioco perché avevano bisogno di lavorare ma quello che scrivevano per lavoro non coincideva con quello che pensavano realmente dello sport.  L’occasione ghiotta si presentò proprio in occasione del numero  che uscì il 14 ottobre del 1920, un mese adatto a ricordare la Rivoluzione d’Ottobre guidata da Lenin appena tre anni prima. Approfittando dell’assenza del direttore Corradini, i due redattori  cambiarono tutti gli articoli e fecero uscire un numero bolscevico del Guerin Sportivo. L’editoriale intitolato “Piazza Pulita” era preceduto da una vignetta che raffigurava un Guerin con falce e martello che esce cantando bandiera rossa e in un angolo il direttore  con un coltello da macellaio conficcato nella pancia. L’editoriale dei due redattori bolscevichi annuncia “lo sfratto del direttore rappresentante odiato di quella turba di cataristi che è la piovra che succhia da anni la nostra intelligenza onesta di proletari”  e ripercorreva grosso modo la linea assai in voga in quegli anni a sinistra, abbasso lo sport  che anestetizza le menti e viva la cultura che redime gli animi. Certo nell’editoriale non mancano i riferimenti alla necessità che gli sportivi proletari siano più dediti ai principi  sportivi del mens sana in corpore sano e che abbandonino quello sport che  si rifà “alla meccanicità fine a se stessa”. L’intera pagina presenta riquadri all’insegna del sarcasmo, un esempio sono i “pneumatici Pirelli guariscono l’ernia” che sovrasta un articolo dal titolo “Abbasso la velocità”. Di fianco alla data un annuncio a chiare lettere dice che “non si accettano abbonamenti e inserzioni di Pescicani”, il nome del direttore Corradini è sostituito da un più bolscevico “Commissione interna” , l’indirizzo della redazione resta quello di Torino in corso Galileo Ferraris, ma tra parentesi è riportato “Camera del Lavoro”, quanto al numero di telefono non poteva che comparire la scritta “occupato”. Riferendo dell’immancabile incontro di calcio e dell’arbitraggio di tale Giuseppe Spalla il titolo di una breve è “L’aveva preso per un coglione” intervallato da una scritta pubblicitaria che recita: “Avete debiti? Alzate i tacchi Dorando” , segue la vignetta di un uomo pronto a prenderlo nel sedere. L’articolo di spalla intitolato “Si protesta” è affiancato da uno più piccolo denominato “Tagliatelle” al cui centro una scritta pubblicitaria recita “Abbonatevi agli scontri ferroviari” Pneumatici prodotti  a Torino dalla ditta Bergougnan e Tedeschi, abituali inserzionisti del Guerin Sportivo  vengono pubblicizzati in questo modo: “Volete la salute? Bevete una Bergougnan e Tedeschi” . Non potevano sfuggire all’ironia dei due avventurosi redattori il mondo delle banche dove i padroni tenevano i loro soldi al sicuro, infatti un’inserzione recita.” Se siete stanchi sedere sulla Banca Commerciale”. Il vento del Biennio Rosso e dell’occupazione delle fabbriche a Torino  e a Milano aveva inebriato anche i due redattori che riuscirono  far avere ai lettori un numero del “Guerin Sprotivo” rivoluzionario e ironico. Il direttore Corradini dopo i due giorni di assenza tornò precipitosamente in redazione e licenziò immediatamente i due buontemponi, che da tempo ormai non ne potevano più della retorica del linguaggio sportivo che caratterizzava le pagine del settimanale e avevano  deciso di lasciare il settimanale sportivo, non prima di aver pianificato la burla. Sul numero successivo del 20 ottobre 1920, Corrado Corradini scrisse che i due redattori erano in preda all’alcol ma la tesi non reggeva, ormai la Rivoluzione d’Ottobre al Guerin Sportivo s’era compiuta.




mercoledì 19 marzo 2014

Ballarella di pace.

Luciano Granieri


Il racconto che segue , dalle molteplici licenze storiche,  è  molto liberamente ispirato al  capitolo “La Ita a Santu Sossio”  del bellissimo  libro “Le Ballarelle di Santa Francesca”  scritto dall’associazione culturale Bifolk. Un ringraziamento particolare va all’amico e signore delle zampogne e dell’organetto Dino Dell’Unto e al  gruppo musicale : I Bifolk.

Ninitto guardò il suo organetto adagiato su una cassapanca. Il suo fedele strumento dall’accordatura sorana come ogni 23 settembre era pronto  per la “Ita a Santu Sossu”.  All’indomani mattina presto  Ninitto, con un'altra decina di suoi amici suonatori di organetto, si sarebbe ritrovato nella Piazza di Santa Francesca, pronto per portare l’omaggio devoto delle ballarelle di Santa Francesca a San Sossio.  Un rito di devozione a cui i suonatori di organetto della contrada vicino a Veroli,  per nulla al mondo avrebbero rinunciato. Da Santa Francesca questi  partivano accompagnati da altri giovani compaesani  per arrivare a Castro dei Volsci in occasione della festa di San Sossio, un percorso  di cinque, sei ore attraverso le campagne  e le strade della contrada  “Vittoria”, del Giglio, di Ripi fino a Ceccano e da qui alla meta di Castro.  

La lunga marcia era accompagnata  da suono interrotto dell’organetto. Le ballarelle venivano eseguite senza soluzione di continuità con i suonatori che si davano il cambio nel dare voce al proprio organetto fino a San Sossio . Solo quando si era giunti sul luogo della festa era concesso un po’ di riposo. Un visita alla chiesa, una preghiera, ma subito dopo il suonatore più virtuoso riattaccava a suonare per  animare le danze.  La sequenza delle ballarelle proseguiva ininterrotta con i suonatori che si davano il cambio per  rifocillarsi con vino e capra al  sugo. Verso  la mezzanotte i suonatori di Santa Francesca riprendevano la via di casa e procedevano nella  marcia suonando ininterrottamente, così come avevano fatto  la mattina nel viaggio verso Castro.  Solo alle prime luci dell’alba si raggiungeva la piazza di Santa Francesca e qui si suonava l’ultima ballarella per chiedere la grazia a San Sossio.  

Ninitto  guardò il suo organetto con grande tristezza e malinconia. Il giorno dopo la “Ita a Santu Sossu” non ci sarebbe stata.  Era infatti il 22 settembre del 1943. Dopo l’armistizio    la cose erano peggiorate. I Tedeschi , che si trovavano  in Italia,  ebbero l’ordine di combattere contro le truppe italiane in disfacimento e occupare ogni punto strategico.  Iniziarono rastrellamenti  delle colonne tedesche e dei repubblichini   contro la popolazione civile.   Secondo le direttive impartite il 16 settembre dal Comandante Supremo della Wermacht, Maresciallo Keitel, l’ordine  per i soldati tedeschi era quello di punire, terrorizzare, spogliare e depredare.  Il panico si diffuse.  Gran parte della  popolazione , in particolare gli uomini, scappava dai borghi  e dalle città per trovare rifugio in montagna e sfuggire ai rastrellamenti.  

Fu così anche a Santa Francesca. La grande Piazza era deserta : chi si era rifugiato in montagna, chi si era unito ad alcune frange di resistenza.  Ninitto, ormai settantenne, aveva vissuto la sua  tragedia  nel corso di un rastrellamento. Una colonna di S.S.  e fascisti aveva fatto irruzione a Santa Francesca.  Dopo la tragica morte della moglie Marietta ferita a morte da un repubblichino , Ninitto aveva dovuto assistere all’arresto dei figli Fiorenzo e Giuseppe, i quali rifiutandosi  di aderire alla Repubblica Sociale Italiana,  vennero caricati su un camion che si diresse verso una destinazione ignota.  Lui riuscì a salvarsi perche fu creduto morto. Dopo essersi  ribellato agli aggressori, infatti , fu da questi   aggredito e lasciato a terra apparentemente privo di vita. 

 Quel 23 settembre del 1943 San Sossio non avrebbe potuto ricevere la visita dei suonatori di organetto di Santa Francesca. Ninitto prese l’organetto  per riporlo dentro la cassapanca quando fu assalito da un moto di rabbia che si tramutò  in orgoglio. Quale alleato migliore di San Sossio poteva aiutare la popolazione di Santa Francesca  e di tutto il basso Lazio a sopravvivere a quella devastante tragedia? Chi se non San Sossio avrebbe potuto concedergli la grazia di rivedere i figli vivi?  E poi la forza della musica, l’energia deflagrante della ballarella, erano armi di resistenza pacifiche ma spietate, armi che assolutamente dovevano sparare. Ninitto la “Ita a Santu Sossu” l’avrebbe fata anche da solo, sfidando i rastrellamenti tedeschi e la bombe alleate che già stavano flagellando la zona di Cassino.  

All’alba del 23 settembre 1943 Ninitto e la sua macchina da guerra, l’organetto ad accordatura sorana, erano pronti all’azione. Iniziò la marcia verso  Castro in un scenario surreale. Il suono guizzante e prepotente del suo organetto era solitario, una voce in mezzo al deserto . Ninitto doveva continuare a suonare correndo il rischio  di non percepire rumori che l’avrebbero potuto avvertire dei pericoli. Giunse presso il Giglio senza accusare stanchezza né nei piedi, né nei polpastrelli che continuavano  volare si  i tasti dell’organetto. 

L’unico cruccio consisteva nel fatto che continuava ad eseguire ripetutamente una sola  ballarella, quella del suo quartiere.  A Santa Francesca, ogni contrada aveva la propria ballarella e nessun abitante  poteva eseguire un brano di una contrada  diversa da quella dove abitava.  Era una regola non scritta ma molto rispettata. Un sorta di copyright ferreo. Ma Ninnetto capì che quella era una Ita a Santu Sossio molto speciale. Era lui l’ambasciatore unico di pace di Santa Francesca, lui che portava il suono dell’organetto  in rappresentanza dei suonatori di tutte le altre contrade. Chiese scusa allora a Franco Giggetto, a Vituccio Salemella,  a Lu Paisano, a Ninone e agli altri suonatori  che erano  via da Santa Francesca, chi sui monti, chi recluso nel carcere di Frosinone, chi deportato in luoghi  sconosciuti.   E cominciò a suonare anche lo loro ballarelle.  

Mentre procedeva con fatica, con il sole,  insolitamente alto per una giornata di fine settembre,    si rese conto di non essere più solo. Mano mano che avanzava, diversi giovani gli si avvicinavano , cominciarono a ballare sulle note del suo organetto, lo sorreggevano  quando, fiaccato dalla stanchezza incespicava senza mai     smettere di suonare. I fascisti, i tedeschi, i rastrellamenti, sembravano un brutto sogno. La realtà in quel frangente era una oasi di festa, di condivisione, di autentica allegria, un’allegria che sapeva di ribellione. 

Il sole era alto nel cielo quando arrivarono nei pressi di Ripi.  La Casilina era li ad attenderli  con  le sue trappole di morte. Per quella via transitavano le colonne tedesche che andavano a rifornire le truppe asserragliate sulla linea Gustav.  Ninnetto, fiaccato ma risoluto, fece  segno ai suoi accompagnatori di nascondersi, mentre lui procedeva  suonando con le dita sanguinanti.  Da una curva sbucò  una colona di S.S. con due camionette  e diverse moto. Ninnetto da solo con il suo organetto, come Davide contro Golia, scagliò il sasso dalla sua fionda musicale. Attaccò  un ballarella a "gradignu" dal ritmo molto sostenuto  adatta al ballo sfrenato utilizzato nelle serate più allegre come in occasione della scartoccia (la pulitura del granturco) infatti gradignu vuol dire    granturco.  

La colonna si fermò i soldati imbracciarono i fucili pronti a far fuoco, ma le note secche e frenetiche l’ipnotizzarono. Ninnetto, stanco ma fiero, passò davanti ai soldati attoniti, incapaci di reagire.  Quando il capo pattuglia tornò in se e comandò di catturare l’incauto musicista,  Ninnetto era scomparso, si sentiva in lontananza l’eco dell’organetto. 

Scampato il pericolo i giovani accompagnatori si riunirono al vecchio suonatore che ormai trascinava le gambe.  Arrivò a San Sossio  Ninnetto senza mai smettere di suonare, pregò davanti alla chiesa deserta,  era quasi mezzanotte quando riprese la via di Casa. Era  stremato.  Durante il tragitto di ritorno alcuni compagni dovettero  caricarlo sulle spalle,  mentre lui continuava indefesso  a spandere nella notte i suoi fraseggi. Fortunatamente non fecero brutti incontri.  

Tornò a casa Ninnetto dopo aver suonato per 24 ore senza smettere mai.  Entrato stremato nella cucina trovò incredulo  i figli Fiorenzo e Giuseppe che erano riusciti a scappare.  I ragazzi raccontarono che dal carcere di Frosinone  alcuni prigionieri, fra cui loro, erano stati  trasferiti  ad Aquino e rinchiusi nel consorzio agrario, in attesa di essere caricati sui treni in partenza per il nord . Il consorzio agrario era collegato, tramite un raccordo, ad una casa che poteva essere raggiunta attraverso un passaggio sul tetto. I ragazzi insieme ad altri prigionieri tentarono la fuga correndo  il rischio di essere fulminati dalle sentinelle.  Riuscirono  brillantemente a dileguarsi e a raggiungere dopo diverse peripezie Santa Francesca.  Abbracciarono l’esausto ma felice  Ninnetto, il quale ebbe modo di apprezzare subito il regalo che San Sossio gli aveva fatto  trovare per ringraziarlo della sua lunga esibizione con l’organetto.


Dino Dell'Unto e i Bifolk eseguono una Ballarella.

giovedì 23 maggio 2013

Tra vangelo e diritti

ANPI - Frosinone


Saranno in molti, oggi, a compiacersi della morte di Don Gallo. Le ipocrisie che una volta si celavano nelle penombre ammuffite dei palazzi e delle stanze riservate, e che oggi invece sono sbandierate come vanto di un potere senza più limiti, senza alcun freno non diciamo etico, ma neppure opportunistico, faranno  sentire meglio tanti di coloro che Gallo aveva messo davanti alle loro  responsabilità per una vita intera.

Per fortuna gli fu tolta la parrocchia, liberandolo delle catene della  disciplina, in modo che potesse dire e fare quello che le anime sanno giusto e  i portafogli borghesi temono. 
Quante ne hai salvate, di anime corrotte dalla miseria, Don Gallo? O meglio,  dalle miserie, non solo economiche, nelle quali i tuoi "ultimi" continuano a  nascere ed espiare altrui peccati mortali?  Non bastava la denuncia, li andavi a  raccogliere, li portavi al coperto, quei relitti pieni di disperazione, e lo  potevi fare perché eri forte.
La forza delle idee, delle ideologie anche, che non solo non hai rinnegato, ma  hai saputo sposare fra loro in un matrimonio misto che, manco a dirlo, per  molti è "contro natura": perché prete e comunista, col Vangelo e i diritti  civili e sociali come guida, come visione del mondo. cioè come ideologia.
Siamo contenti che tu ci abbia onorato della tua fraternità, saremmo più  contenti se fossimo capaci di raccogliere il tuo esempio, l'insegnamento  concreto e poeticamente rivoluzionario della tua molteplice fede.
Le nostre bandiere sono inchinate e ti rendono omaggio, come i nostri poveri  cuori, ancora una volta feriti ed orfani di un padre sereno.
Soffriamo in silenzio, torna alla terra con il nostro profondo rimpianto.



domenica 7 aprile 2013

Gli assalti ai forni e le donne di Ponte di Ferro (7 aprile 1944)

fonte: http://baruda.net/


Roma, tra il febbraio e l’aprile del 1944, è schiacciata dalla morsa della fame, è una città sfinita, murata dall’occupante nazista. È il momento peggiore della guerra: bombardamenti, attentati, rastrellamenti, rappresaglie, gli Alleati sono fermi ad Anzio, non vanno né avanti né indietro, gli uomini al fronte o prigionieri o nascosti o non se ne sa più niente; i figli e i vecchi da sfamare.
L’approvvigionamento di una città di quasi due milioni di abitanti come Roma si presenta soprattutto come un problema di trasporti, visto che i rifornimenti di viveri arrivano non solo dal Lazio, ma anche da regioni molto più lontane; se fino al gennaio 1944 gli alimenti, nonostante gli attacchi aerei alle linee ferroviarie, erano ancora trasportati con i treni merci,
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dopo lo sbarco alleato a Nettuno e l’aggravarsi della situazione per tutte le ferrovie dell’Italia centrale, i trasporti avvengono per mezzo di autocarri. Quotidianamente partono 100 autocarri per il rifornimento della città. Ma i viveri che arrivavano non sono comunque sufficienti, tanto che l’Ufficio alimentare dell’Amministrazione militare vede nella parziale evacuazione della città l’unica possibile “soluzione”, ma, prevedibilmente, il tentativo non viene mai fatto. Interi quartieri restano senza pane. Poveri e ricchi sono ugualmente costretti a ricorrere al mercato nero. I romani mangiano, quando ne trovano, carrube lesse, pane di vegetina, bucce di patate bollite; bruciano mobili d’arredamento per scaldarsi e cucinare. La città sopravvive sospesa in una atmosfera di terrore, fame e freddo.
La situazione economica alimentare va sempre peggiorando e la popolazione trae motivo di ulteriore pessimismo dalle recenti disposizioni circa l’aumento del prezzo del pane e la ritardata distribuzione di parte della già modesta razione di pasta. Si vorrebbe una energica e fattiva azione da parte delle autorità per arrestare la corsa al rialzo dei prezzi che, se favorisce l’ingorda speculazione dei commercianti e dei cosiddetti borsari neri, pregiudica ed esaspera i consumatori ed in special modo 
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quelli appartenenti alle classi meno abbienti o a quelle costrette a vivere del reddito fisso.

A complicare ulteriormente una situazione già inquietante, da una parte gli Alleati, che mitragliavano i convogli di viveri diretti in città, dall’altra gli occupanti che sequestravano per il loro uso, ma soprattutto per una sorta di deontologia dell’occupazione, intere partite di generi alimentari. L’idea che i tedeschi tenessero tutti i depositi sequestrati per il loro uso e consumo, è molto diffusa.
Ulteriori problemi provoca un vertiginoso ma invisibile (perché clandestino, non ufficiale) aumento della popolazione: dai Castelli, da Genzano, da Albano, dalle campagne intorno ad Anzio e Nettuno, arrivano a Roma intere famiglie di disastrati che cercano alloggio nelle scuole, nelle caserme o nell’ala abbandonata di qualche ospedale, un incremento silenzioso che va ad accelerare un andamento già crescente della popolazione romana, prima del ventennio fascista. Si calcola che oltre 200.000 persone vivessero in alloggi di fortuna in condizioni inumane e senza lavoro. E trovare cibo diventa ancora più difficile.
Gli ospedali sono pieni di bambini denutriti, e si contano numerosi casi di piccoli deceduti per fame e malattie da denutrizione: forse più di trecento, una strage, altre vittime innocenti da inserire nell’elenco di atrocità commesse dai nazifascisti a Roma e in Italia.
Dopo l’attentato di via Rasella del 23 marzo, la rappresaglia tedesca non si ferma alla strage delle Fosse Ardeatine, ma vuole colpire il maggior numero di persone possibile. Così, per ordine diretto del generale Maeltzer, la razione di pane dei romani viene ridotta da 150 a 100 grammi al giorno. Oltretutto è pane nero, spesso ammuffito.
Ai primi di aprile del 1944, dopo il catastrofico e lungo inverno, le condizioni alimentari si fanno intollerabili portando allo stremo la popolazione. La situazione nel settore del pane peggiora in modo drammatico con l’approssimarsi del fronte. A metà aprile, a causa delle difficoltà dei trasporti e dei disordini creati dalla lotta partigiana, la distribuzione ufficiale subisce un’ulteriore diminuzione; a quel punto ci si rende conto che non solo circolano 50.000 carte per il pane falsificate, ma anche che ingenti quantitativi di farina sono stati venduti di contrabbando dagli organi addetti alla distribuzione.
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Protagoniste di un così oscuro periodo sono le donne che da sole, con ogni mezzo, con l’astuzia o la violenza, cercano di sopravvivere alle miserie della guerra. È così che avvengono i primi assalti ai forni, destinati a diventare sempre più frequenti; sono le donne spinte dal bisogno che li pensano e li organizzano spontaneamente anche se qualche volta c’è dietro l’aiuto e l’impulso dei gruppi femminili della Resistenza. Si passano parola, vanno all’assalto provviste di sporte per metterci dentro quel po’ che riusciranno a prendere, usano i figli come scudo; sono le donne che si organizzano per assalire i forni ove si panifica il pane bianco per fascisti e nazisti.
Gli assalti avvengono nei quartieri di Trionfale, Borgo Pio, Via Leone Quarto. A guidarle in questi quartieri sono le sorelle De Angelis, Maddalena Accorinti ed altre.
In via Leone IV, davanti alla sede della Delegazione rionale, scoppia una rabbiosa protesta contro la sospensione della distribuzione di patate e farina di latte. Nella stessa strada viene assaltato il forno De Acutis, ma qui c’è il consenso dello steso proprietario, che distribuito il pane e la farina, si dà alla clandestinità.
Sempre fra i Prati e il Trionfale, zona di piccola e media borghesia, avvengono assalti ai panifici in via Vespasiano, via Ottaviano e via Candia.
Il 1° aprile 1944, di fronte a un forno di via Tosti, nel quartiere Appio, una forte manifestazione di donne contro la riduzione della razione di pane, dà inizio ad una nuova e disperata serie di assalti ai forni.

“Sabato primo aprile, al forno Tosti, quartiere Appio, la fila era interminabile: le donne attendevano da più di due ore l’arrivo dell’ordine di distribuzione e non si
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 capiva perché tardassero tanto ad aprire. Esasperate le donne protestavano ad alta voce, erano furibonde, e c’era tra loro chi temeva che non ci fossero neppure quei cento grammi per tutti. [] aveva cominciato una in prima fila in faccia ai militi [che vigilavano alla porta]: “Ci ho quattro creature che me se magnano puro a me se je porto sta crioletta de cento grammi! Ve volete da’ na mossa! Buffoni!”. Un milite la prese per il braccio e la portò fuori dalla fila, le donne cedettero che la volessero arrestare e cercarono di strapparla dalle mani della GNR: seguì un parapiglia, tutte strillavano, insultavano; poi d’improvviso, rotta la fila, si ammassarono tutte davanti alla porta del forno. La porta forzata cedette e tutte entrarono [] le donne trovarono, oltre al pane nero, anche sacchi di farina bianca, forse pronti per la panificazione per le alte gerarchie fasciste o per le truppe di occupazione tedesche”.
Nei giorni a seguire e per tutto il mese di aprile, furono attaccati camion carichi di pane, come a Borgo Pio dove la folla assale un camion, scortato da militi fascisti, che trasporta pane per una caserma. Tale è l’improvvisa e inaspettata irruenza delle assalitrici che i militi possono fare ben poco e si trovano il camion completamente saccheggiato. Altri assalti hanno lugo a forni in tutti i quartieri, costringendo i tedeschi a scortare ogni convoglio e a presidiare ogni punto di distribuzione.

L’episodio più tragico avviene all’Ostiense, al Ponte di Ferro. Il 7 aprile 1944 decine di persone si ritrovarono di fronte al mulino Tesei per chiedere pane e farina; si diceva che quel mulino producesse pane destinato ai militari tedeschi. Le donne dei quartieri limitrofi (Ostiense, Portuense e Garbatella) avevano scoperto che il forno panificava pane bianco e che probabilmente aveva grossi depositi di farina. La folla cominciò a reclamare il pane, i cancelli del forno furono sfondati e le donne riuscirono ad entrare. Il direttore del forno, forse d’accordo con quelle disperate, lasciò che entrassero e che si rifornissero di pane e farina, ma qualcuno avvertì la polizia tedesca che arrivò quando le donne erano ancora sul posto. A quel punto i militi fascisti presenti chiesero l’intervento delle SS tedesche, che bloccarono la strada, molte donne riuscirono a scappare, ma dieci di loro furono prese, afferrate di forza, portate sul ponte e lì fucilate in fila, contro la ringhiera. A monito della popolazione i tedeschi ne lasciano i cadaveri sulla spalletta del ponte fino alla mattina dopo quando alcuni lattonieri e sfasciacarrozze della zona vengono costretti a caricare le povere salme su di un camion. Da allora non si è mai saputo dove siano state portate e sepolte.
Le dieci vittime innocenti della furia nazi-fascista furono: Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo.
Durante un nuovo assalto, quello avvenuto il 2 maggio, all’indomani delle manifestazioni del giorno prima, una guardia della PAI (la Polizia Africa Italiana che funge da servizio d’ordine per conto del Governo fascista repubblicano), accorsa per sedare il tumulto uccide con una fucilata una donna del Tiburtino III, Caterina Martinelli, madre di sei figli.
Cade sul selciato con sei sfilatini nella borsa della spesa, una pagnotta stretta al petto, in braccio una bambina ancora lattante: stramazza a terra sopra la figlia che sopravvive ma che avrà poi la spina dorsale lesionata. Una specie di monumento alla madre affamata.
Il giorno dopo, sul marciapiede ancora insanguinato, un cartello antifascista ricorda la vittima. Quel cartello, subito fatto togliere dalle autorità, tornerà come lapide a Roma liberata.
Mario Socrate, partigiano gappista e poeta, così testimonia di quell’episodio: “… ci fu l’assalto al forno e uno della Pai sparò e uccise una donna. Allora noi facemmo una manifestazione, e io quel giorno stesso ho scritto la lapide e la mettemmo al punto dov’era ancora il sangue a terra”. Fu lui a scrivere le parole che si possone leggere ancora oggi nella lapide sulla facciata di una casa in via del Badile 16:
Il 2 maggio 1944 in questo luogo durante un assalto al forno per cercare il pane per i suoi figli venne uccisa dalla violenza fascista Caterina Martinelli «io non volevo che un po’ di pane per i miei bambini non potevo sentirli piangere tutti e sei insieme»

sabato 30 marzo 2013

Il minatore rosso intervista Barbara Balzerani .

Antonello Tiddia


Il 27 aprile a Cagliari ci sarà la presentazione del libro ‘ Compagna Luna ‘ di Barbara Balzerani.

Barbara Balzerani fu dirigente della colonna romana delle Brigate Rosse, cui aderì nel 1975, e prese parte a numerose azioni militari, come quella di via Fani. Durante il sequestro di Aldo Moro occupò assieme a Moretti la base brigatista di Via Gradoli 96 a Roma, la cui scoperta a causa della banale perdita di una tubatura, produsse uno degli argomenti principali delle ricostruzioni dietrologiche e delle teorie dei misteri. Né Balzerani né Moretti erano presenti nella base nel momento dell'intervento delle Forze dell'ordine e scamparono così all'arresto. Nel 1981 partecipò al sequestro del generale della NATO James Lee Dozier. Dopo l'arresto di Mario Moretti nel 1981, tentò senza successo di gestire la scissione dell'organizzazione, guidando poi la fazione delle "Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente", mentre l'altra ala, detta "Brigate Rosse - Partito Guerriglia" fu capeggiata da Giovanni Senzani. Dopo il declino e la crisi delle BR, Balzerani fu tra gli ultimi militanti ad essere arrestata il 19 giugno 1985, assieme a Gianni Pelosi. Al momento dell'arresto aveva una pistola calibro 9. È stata condannata all'ergastolo. È tornata definitivamente in libertà, avendo scontato la pena, nel 2011. Ha lavorato in diverse cooperative, occupandosi di informatica e poi di progettazione di interventi sociali.  Ha scritto vari libri:
                        Compagna luna, Feltrinelli, 1998
                        La sirena delle cinque Jacabook, 2003
                        Perché io, perché non tu DeriveApprodi, 2009
                        Cronaca di un'attesa DeriveApprodi, 2011
                        Compagna luna è stato ristampato da DerivApprodi, 2013

Dopo la presentazione del libro “ Maelstrom “ di un altro ex brigatista Salvatore Ricciardi, stiamo continuando questo lavoro di analisi di quegli anni senza condannare nessuno e senza enfatizzare il fenomeno. Pongo quindi cinque domande a Barbara .

Barbara  prima di parlare del tuo libro e di farti delle domande che entrano più nei dettagli. Sicuramente sei a conoscenza delle varie lotte fatte negli ultimi tempi in Sardegna. Lotte di lavoratori che vedono le fabbriche chiuse, pastori, artigiani che protestano in svariati modi. Che idea ti sei fatta della colonizzazione fatta negli anni dall’Italia nei confronti dell’isola, che detiene il record di basi militari, carceri ecc.. e come sempre lo Stato Italiano combatte il tutto con la repressione ( vedi operazione Arcadia ) cosa ne pensi ?
Ti racconto un piccolo episodio: molti anni fa sono sbarcata per la prima volta nella vostra terra diretta sulla costa nord. Dopo qualche giorno di slalom tra divieti e guardie private armate, io e i miei compagni di viaggio abbiamo capito che non saremmo mai riusciti a campeggiare liberamente come in quegli anni si faceva ovunque. Il mare riuscivamo a vederlo solo in lontananza dalle strade sbarrate dei villaggi turistici. Tutto privatizzato! E un’ostilità inequivocabile da parte dei nuovi padroni di terra, aria, mare, strade e accessi, tutti, grandi e piccoli, con accenti del nord Italia. A un passaggio a livello, sotto il sole di agosto, ci hanno ospitato due casellanti, madre e figlio. All’ombra di un pergolato, tra acqua fresca, pane e formaggio, è stato facile capirsi. Il ragazzo aveva lavorato in uno dei tanti cantieri dei villaggi della costa e a conclusione dei lavori, il prezzo di una birra nel bar appena aperto gli aveva fatto capire che non avrebbe più potuto metterci piede. “Come avete fatto a farvi colonizzare così la vostra isola?”, mi è venuto spontaneo chiedere? Solita storia di false promesse di posti di lavoro e maggiore benessere. Il risultato stampato nella faccia dei due nostri ospiti, colpiti prima di tutto nella loro dignità calpestata e nel dolore di dover assistere alla trasfigurazione e alla militarizzazione della loro terra ricca di storia e antiche tradizioni. Che risponderti? Stiamo assistendo alla messa a regime della conversione dei sistemi economici produttivi nazionali in quello finanziario transnazionale che è stata preparata negli ultimi decenni con il sostegno di tutte le forze politiche parlamentari e sindacali. Il liberismo è diventato cultura politica dominante e le risorse drenate dal “sociale” a favore dell’apparato affaristico del mercato mondiale del denaro sono state fatte passare come “sacrifici necessari” per il futuro Bengodi di nuovo sviluppo. Senza se e senza ma i poteri forti stanno marciando sui loro obiettivi e travolgono a suon di devastazione, militarizzazione dei territori e repressione poliziesco/giudiziaria ogni espressione di resistenza. Questo ha spostato l’equilibrio dei rapporti di forza che possono risultare favorevoli principalmente dove sono popolazioni intere e non singole categorie a lottare per un’alternativa di sistema basata su altre scelte fondamentali: come vivere, come lavorare, come studiare, cosa produrre, quali bisogni soddisfare, come fare comunità, cultura, conoscenza, come partecipare alle decisioni sulle priorità che riguardano tutti. A partire dalle differenze di storia e condizioni dei territori e dalla evidente l’interdipendenza tra locale e globale, se non vogliamo rimanere schiacciati e impotenti di fronte a decisioni che ci sovrastano ormai anche a livello nazionale, dobbiamo imparare a riconquistare l’egemonia politica e culturale a partire dalla soglia di casa, dai diritti delle persone e dalla salvaguardia dei beni comuni su cui deve essere intransigente l’indisponibilità a trattare. Soprattutto in luoghi come la vostra terra, impoverita, militarizzata e depredata oltre ogni limite.     

-          Il tuo libro "Compagna Luna"  volutamente non è la storia delle Brigate Rosse, ma un'autobiografia storicamente contestualizzata, narrata in terza persona, con uno stile che rispecchia con grande evidenza il carattere dell'autrice. Determinata e nello stesso tempo fragile e dubbiosa. Il libro narra di una bambina nata nel 1949 nella periferia romana, da una famiglia numerosa e decorosamente povera, di un padre licenziato perché ammalatosi sul lavoro, di una madre sempre troppo stanca al ritorno dalla fabbrica per potersi concedere il "lusso della tenerezza" verso la piccola Barbara che, crescendo, nella madre vedeva il mondo da cui voleva fuggire e la figura femminile su cui, più che su altre. Quella madre che avrebbe tanto amato da scegliere il suo nome, Maria, come nome di battaglia da brigatista. Cosa puoi dire di più di questo libro ? Ho molto apprezzato il tuo libro, il fatto che sfugge alle catalogazioni sterili del mondo letterario .
-          “Compagna Luna” è stata la mia prima ripresa di parola dopo la militanza nelle BR. Su quella storia era calata come una mannaia la scure delle ricostruzioni ufficiali che ne hanno fatto scempio, riducendola a una sequela di fatti criminali, diretti da forze occulte, completamente scollegati dalle dinamiche politiche di questo paese. La mia esigenza è stata di provare a raccontarla sottraendomi al gioco perdente delle tesi contrapposte, delle giustificazioni e delle spiegazioni ma scegliendo un altro piano di linguaggio comunicativo: quello proprio del racconto di una storia personale rivolta ai tanti e tante rimasti senza voce dopo la rivolta degli anni ‘70. Il mio tentativo è stato quello di svelare che dietro il trucco semantico della riduzione ad “ex” dei militanti rivoluzionari, figuranti decontestualizzati nel teatrino delle ricostruzioni di comodo, ci fosse un pezzo importante della storia sociale delle classi subalterne di questo paese, la loro condizione, la loro emancipazione e la loro sconfitta. Dentro questo sono nate, vissute e morte anche le Brigate Rosse. Questo mi interessava: ritrovare il senso collettivo di una memoria dei tanti e tante che hanno vissuto quella straordinaria e diversificata stagione di lotte e di conquiste, condannata e sfigurata nella narrazione dei vincitori e dei loro galoppini che ha lasciato insoluto e senza risposte le ragioni di uno scontro sociale e politico che ha coinvolto il paese e ne ha condizionato la storia. In questo percorso di scrittura “Compagna luna” è stata la prima tappa di un doloroso viaggio di ritorno in solitaria in un mondo ostile e irriconoscibile dopo gli anni separati della galera.   

Hai detto «Non mi riconosco in nessuna categoria. La distinzione tra pentiti, dissociati e irriducibili rappresenta un artificio semplificatorio. Io non ho voluto ricorrere ai premi previsti dalle leggi eccezionali nei confronti di chi collabora. Non faccio nomi, non mando compagni in galera, ma non significa che non veda i nostri errori passati e non giudichi l’esperienza armata del tutto chiusa». [Dell’Arti-Parrini 2008] Puoi spiegare meglio ai lettori questa tua importante dichiarazione ?
Quelle categorie sono figlie della cultura e della legislazione speciale che ha distribuito premi e punizioni ai reduci della lotta armata degli anni ’70 e ha ridotto a schemetto semplificato il dramma di un pezzo di generazione sconfitta e seppellita da secoli di galera. A ben vedere si possono applicare a un più ampio schieramento politico, a tutti quelli che “volevano fare la rivoluzione”, che ci hanno persino adulato e hanno “tifato” per noi, e che poi, nella sconfitta, si sono “pentiti” dei loro eccessi di gioventù e hanno riscoperto le bellezze e, soprattutto, le convenienze del migliore dei mondi possibili. Naturalmente non sto condannando né ripensamenti né autocritiche, ognuno è legittimato a ripensare la propria esperienza, ma il commercio delle indulgenze che se ne è fatto, perché non sono stati consentiti né confronto né rielaborazione critica sulle proprie e altrui responsabilità politiche in quello scontro. La battaglia per una soluzione politica di liberazione degli anni ’70 dalle ricostruzioni di parte per riconsegnarla intera alla società, è stata l’ultima battaglia persa e ci hanno lasciato solo due strade: o passare sotto la gogna di riconoscere solo le ragioni del vincitore oppure rimanere schiacciati sulle posizioni di chi ha continuato a proporre l’attualità della lotta armata, in tutta evidenza improponibile. La “terza strada” quella di chi come me ha dichiarato chiusa quella stagione insieme all’indisponibilità di imbattersi nelle illuminazioni su qualche via di Damasco, ha comportato un’espiazione delle condanne giudiziarie per intero e la negazione del diritto di parola, a supplemento di pena. Sui “pentiti” (edulcorazione della categoria dei delatori per attribuirgli un valore morale da sacrestia) c’è poco da dire, storicamente i Giuda sono sempre stati disprezzati sia da chi se ne è servito sia dalle loro vittime. Sulla dissociazione invece va fatto un ragionamento a parte perché rappresenta una operazione politica ideata soprattutto dell’allora partito comunista che è riuscito ad estorcere umilianti dichiarazioni di abiura in cambio di sconti di pena, e così a coronare il suo disegno di togliere ogni ragione (politica, sociale, persino morale) alla scelta armata per bocca dei suoi ex militanti. E questo al di là delle buone intenzioni dei singoli, quando c’erano. A quei tempi Franco Fortini scriveva che lui non giudicava, perché non poteva dire cosa avrebbe fatto nelle stesse condizioni dei prigionieri politici che si dissociavano, ma che una cosa non perdonava loro: aver dato ragione all’ex nemico, che non ne aveva alcuna. Condivido.
Quanto all’irriducibilità. Che vuol dire? Omologare chiunque non abbia voluto scegliere le altre due vie a una continuità con un passato che non passa perché è sempre comodo ritirarne fuori il fantasma, specie per agitarlo contro i movimenti attuali. Le polemiche per il funerale di Prospero Gallinari ne sono l’ennesima triste dimostrazione. Per non parlare del gridare alla emergenza di un “pericolo terrorista” ovunque le lotte si radicalizzano.      

Cosa rimane oggi della lotta armata? 
Per quanto mi riguarda principalmente il rammarico di non essere riusciti a sottrarre quel pezzo di storia dalle mani di chi ne ha fatto uso e consumo per fini opportunistici e di puntello a un sistema impresentabile. L’operazione di mistificazione che è stata fatta è andata in profondità e, soprattutto nei riguardi delle nuove generazioni, questo è un danno perché non conoscere produce rigetto o emulazione acritica. In ogni caso sottrae elementi importanti di comprensione del mondo attuale che l’esito di quello scontro ha contribuito fortemente a configurare. Rimangono i compagni, i valori, le esperienza di vita, l’impegno specchiato di militanza rivoluzionaria, l’assunzione di un esercizio di responsabilità. Rimane la libertà di chi non ha svenduto le ragioni delle proprie scelte, pur riconoscendone i limiti e gli errori. E un insegnamento sempre valido: non delegare e credere mai che non si possa fare niente per provare a cambiare lo stato presente di cose, anche quando la rivoluzione non è all’ordine del giorno. L’odio verso gli indifferenti è sempre una valida prescrizione morale.

Il tuo caro amico Erri De Luca ha detto questa frase la condividi?
Non so in che contesto Erri abbia detto questa frase. Mi pare di capire che abbia inteso sottolineare una differenza tra la militanza politica e la produzione artistica in polemica con il ceto dei mestieranti della parola quasi mai disponibili a spendersi per cause con cui non si fa carriera. La produzione artistica non dovrebbe lanciare messaggi, non dovrebbe essere finalizzata a convincere nessuno o a propagandare un’idea ma comunicare uno stato d’animo, una condizione umana, la memoria di un vissuto e di chi non c’è più. Per questo un testo di saggistica scade e la poesia attraversa i secoli e continua a parlarci e, in certe condizioni estreme, a salvarci.

venerdì 29 marzo 2013

28 marzo 1980 Genova brigatisti uccisi dai Carabinieri. Dinamica poco chiara

A cura di Luciano Granieri


All’alba del 28 Marzo 1980 i carabinieri del nucleo Antiterrorismo, guidati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fanno irruzione in un appartamento in via Fracchia 12, a Genova. All’interno si trovano 4 militanti delle Brigate Rosse, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli, Riccardo Dura e Annamaria Ludmann.

Il blitz era iniziato alle 2,30, la polizia aveva circondato la casa. Secondo l’Arma un militare avrebbe bussato alla porta e una voce da dentro aveva risposto che stavano per aprire. I carabinieri avrebbero poi sentito un rumore, come se da dentro avessero chiuso con una mandata la porta, e allora avevano fatto irruzione.

L’esatta dinamica degli avvenimenti non è mai stata ricostruita, il verbale dei carabinieri, consegnato alla magistratura solo 8 giorni dopo il blitz, il 5 Aprile, parla genericamente di un conflitto a fuoco, durante il quale fu ferito ad un occhio un maresciallo dei carabinieri. I brigatisti da dentro avrebbero aperto il fuoco contro i militari, che a quel punto avevano risposto, uccidendo tutti e 4 i brigatisti. La sparatoria durò pochi minuti, l’orologio al polso della Ludmann si bloccò alle 2,42.

Solo 11 giorni dopo l’accaduto vennero fatti entrare nell’appartamento i magistrati e i giornalisti, questi ultimi solo per 3 minuti ciascuno, ma molti di essi rilevarono che non tutto combaciava con quanto riportato dal verbale. Le foto scattate all’interno dell’appartamento, che mostrano i corpi dei brigatisti riversi lungo il corridoio dell’abitazione, sono state pubblicate solo VENTIQUATTRO ANNI DOPO dal quotidiano genovese Corriere Mercantile.

Il giornalista Giuliano Zincone, intervistato nel 2004 dal Corriere Mercantile, ha affermato che già all'epoca dei fatti aveva manifestato, insieme ad altri giornalisti entrati nell'appartamento, perplessità sulla dinamica degli eventi e aveva ritenuto probabile che i carabinieri avessero voluto imporre una prova di forza militare escludendo tecniche operative idonee a permettere una cattura incruenta dei brigatisti

Rimangono tuttora dubbi sulla dinamica del blitz. Molti, tra cui Prospero Gallinari, dichiararono che i 4 erano stati sorpresi nel sonno e non c’era stata alcuna sparatoria, altri, invece, che i brigatisti, presi in trappola, si erano arresi (lo stesso Peci dichiarò che quella era la procedura da seguire in casi simili, mostrandosi sorpreso delle morti). Ugo Pecchioli, ministro ombra dell’Interno del PCI, parlò di "eccidio di via Fracchia a Genova, dove i carabinieri uccisero, in un conflitto a fuoco, tutti i brigatisti che trovarono in quel covo, mentre forse avrebbero potuto catturarli vivi"

giovedì 21 febbraio 2013

Un saluto, caldo, a Wilma Monaco

Testo tratto dal  libro 101 donne che hanno fatto grande Roma, di Paola Staccioli(Newton Compton 2011)


Wilma fa parte di quei morti che in pochi ricordiamo, 
Wilma è morta in un’azione armata e quindi è seppellita dall’oblio che avvolge quegli anni.
Anni immensi, dove centinaia di migliaia di persone in tutto il territorio europeo credevano di poter sovvertire il presente e costruire un nuovo futuro.
Il tessuto sociale in cui son cresciuti coloro che poi hanno deciso di armarsi era un patrimonio immenso di fermenti rivoluzionari poi sventrato dalla storia dei vincitori, 
dalla memoria a compartimenti stagni che in questi anni è stata alimentata da troppi.

Wilma, nome di battaglia Roberta, era sangue nostro.
In ogni sua scelta…
Ciao Wilma!

“Un ferale alfabeto si snoda la mattina del 21 febbraio 1986 a Roma, sull’asfalto di via della Farnesina. Come in un’agghiacciante partita di Scarabeo i cartellini della Polizia scientifica mettono in fila, uno dopo l’altro, i tasselli dell’orrore.
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La lettera A è il corpo di una giovane. Con il volto verso il suolo. I quotidiani indugiano sui particolari dell’abbigliamento. Quasi che il mosaico di colori possa rendere meno glaciale la scena. Giaccone e sciarpa viola, borsa di cuoio a tracolla, zuccotto di lana scuro con borchie di metallo, guanti bianchi e neri da sci, stivaletti con la suola di gomma. B, C, D… bossoli, macchie, schegge… H, una pistola calibro 38. L’arma con cui ha sparato Wilma Monaco, militante dell’Unione dei comunisti combattenti (Udcc), formazione armata nata da una scissione delle Brigate rosse. L’organizzazione è alle prese con una situazione di grave crisi. Quasi tutti i membri sono in carcere, dilagano i cosiddetti pentiti, i dissociati. Le azioni sono ormai sporadiche. Il clima è pesante. Sono gli anni del craxismo trionfante. La sconfitta, profonda, ha travolto la sinistra, nelle sue rappresentanze storiche. I movimenti operai, studenteschi, femministi, sono rifluiti, i gruppi extraparlamentari dissolti nel nulla. Ma alcuni militanti vogliono proseguire la lotta. Cercano una via d’uscita, una strada di cambiamento e rivoluzione sociale.

Wilma è con loro. Dai tempi della scuola non ha mai abbandonato l’impegno politico. Infanzia a Testaccio, diploma al liceo linguistico, lavoro come impiegata. Nel 1977-78 milita in uno dei vari gruppi riuniti a Roma sotto la sigla di Movimento proletario di resistenza offensivo (Mpro), in contatto con le Brigate rosse. Effettuano azioni, anche illegali, prevalentemente sui temi della casa e del lavoro. Allo scioglimento del Mpro, insieme ad altri militanti Wilma costruisce i Nuclei clandestini di resistenza.
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Dal 1982, quando le Brigate rosse vacillano sotto il terremoto di arresti provocati in primo luogo dal pentitismo, il dibattito sul futuro della lotta armata investe anche l’area semilegale e la rete di appoggio diffusa che ruota intorno all’organizzazione. Wilma partecipa. Disorientata come molti suoi compagni. In bilico fra le lotte di massa e l’ipotesi armata, è in prima fila nelle battaglie del movimento pacifista contro l’installazione dei missili a Comiso, nelle iniziative dei disoccupati delle Liste di Lotta.

Riparata a Parigi in seguito a una denuncia, insieme agli scissionisti delle Brigate rosse fonda l’Udcc. È la fine del 1985. Lo stesso anno è stato arrestato l’ex marito, da cui si è separata affettivamente e politicamente. Lui è un brigatista “ortodosso”. La nuova struttura, l’Udcc, intende invece mantenere acceso lo scontro, anche militare, ma considera la lotta armata uno strumento di lotta, sia pure decisivo, non una strategia.
Quella del 21 febbraio 1986 è la prima azione del gruppo. Obiettivo del commando – due uomini e due donne – Antonio Da Empoli, neodirettore del Dipartimento degli Affari economici e sociali della presidenza del Consiglio, collaboratore diretto di Bettino Craxi. Un incarico importante ma nell’ombra. Deve essere gambizzato, si dice in gergo. I quattro si appostano vicino all’edicola dove l’uomo si ferma ogni giorno andando a Palazzo Chigi. Sono le nove. La zona è tranquilla ed elegante. Da Empoli esce di casa, compra i giornali, torna verso la macchina, qualcuno grida il suo nome. Lui si volta, l’uomo spara. Viene ferito in modo non grave a una mano e a una coscia. La reazione è immediata. L’autista è un poliziotto, che si catapulta in strada facendo fuoco. Il commando è disorientato. Wilma tenta di coprire la fuga dei compagni. Avanza, spara tre colpi. Poi cerca di raggiungere la Vespa. Non ce la fa. Barcolla, crolla a terra, ferita a morte nonostante il giubbotto antiproiettile che indossa sotto la giacca. Gli altri riescono a far perdere le loro tracce.
Termina la vita così, a ventotto anni, Wilma Monaco. Roberta il suo nome di battaglia. Un’esistenza simile a quella di tanti coetanei cresciuti sull’onda lunga del Sessantotto, nel clima delle grandi passioni politiche, del fermento sociale che ha attraversato il paese, della strategia della tensione attuata per frenare il cambiamento. Del tentativo di definire un’ipotesi rivoluzionaria per i paesi a capitalismo avanzato.
Nel marzo del 1987 l’Udcc uccide il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri, prima di essere smantellata dagli arresti.”

sabato 11 agosto 2012

Class Action

Simontta Zandiri

"Passano i minuti. In un silenzio surreale, dalla testa del treno, si levano imprecazioni irripetibili indirizzate a tutto il panteon cristiano. Il capotreno scende scagliando con violenza il cellulare di servizio per terra. Il cellulare va in pezzi. Ma il capotreno cammina deciso per prenderne i resti a pedate, come se fossero le teste dell’Idra e lui volesse assicurarsi che da nessuna di esse possa mai più levarsi una voce. Poi si prende la faccia fra le mani, e si mette a piangere.
Stiamo assistendo al tracollo nervoso di un uomo il cui immaginario non sa più cosa inventarsi per arginare il cedimento strutturale del materiale. Scendono tutti. Una signora etnochic approfitta dell’occasione per dire la cosa che teneva in serbo da tutta una vita: “facciamo una class action!”. E invece arriva l’ambulanza, altro che class action. Due uomini accompagnano sottobraccio il capotreno." Tutta la mia solidarietà al capotreno. Che, temo, verrà indicato come "responsabile" del guasto, perché Trenitalia non può certo ammettere errori...