"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Metti una serata allo Stadio Stirpe di Frosinone, quello che
appartiene anche un po’ a noi tutti cittadini perché è stato costruito anche con un qualche soldo dei nostri . Metti che in quella serata
di mezza estate, si sia giocata la finale play off di serie B. Metti che a
contendersi la serie A siano proprio il
Frosinone, quello che gioca nello stadio che un po’ appartiene a tutti noi, e
il Palermo.
Metti pure che, tutto sommato, sia una serata divertente ed emozionante, dove all’inizio
i giocatori in rosa nero, allenati dall’ex Stellone, si sono lasciati andare
un po’ alla provocazione allo scopo di mantenere il risultato a loro favorevole
maturato a Palermo, e i canarini
si sono rifatti ampiamente, nel gioco e
un nel restituire le zozzerie subite nel primo tempo.
Metti un arbitro che
allarga e stringe a suo piacimento l’area di rigore giungendo, per fortuna, a determinarne le giuste misure tanto da
evitare di fischiare un rigore ingiusto. Mettiche qualche giocatore del Frosinone seduto in panchina, all’improvviso, si sia messo a giocare a bocce con i palloni, scambiando la sfera che stava fra
i piedi di un palermitano per il boccino.
Metti che gli altri giocatori, quelli
in campo, abbiano sfoderato una partita eccellente e che nonostante l’arbitro
abbia prolungato il recupero per l’inopinata partita di bocce giocata dalla
panchina canarina, non solo siano riusciti a difendere l’uno a zero ma abbiano segnato anche il
secondo.
Metti pure che qualche cogl….cioè sprovveduto abbia deciso di invadere il campo non curandosi se l’arbitro
avesse fischiato o meno la fine della partita dopo il due a zero, (fortunatamente
la giacchetta nera aveva colto l’attimo perfischiare) , mettendo a rischio per invasione di campo lo straordinario
risultato ottenuto.
Metti tutto questo e
avrai una stimolante e divertente serata
di calcio con il Frosinone che ritorna in serie A . Nonostante la gioia sui social media, e su qualche giornalone, girano rampogne profuse in
abbondanza da rampognari, per lo più di indubbia fede, (se non proprio in mala fede) che accusano noi ciociari di
essere anti sportivi, di non meritare la serie A, per l’improvvida sventagliata
di palloni che avrebbe disturbato quelli del Palermo e per l'anticipata invasione di campo . Insomma ci esortano a
vergognarci per la nostra antisportività . Addirittura l'integerrimo presidente rosa nero ha presentato ricorso contro il risultato maturato sul campo.
E’ vero noi ciociari, forse dovremmo
fare ammenda, ma non per faccende calcistiche, che in definitiva costituiscono
un fatto positivo per la città,
noi ciociari dovremmo fare ammenda perché puntualmente la qualità della vita
nella nostra cittadina, ogni anno è agli ultimi posti nella classifica stilata
dal quotidiano “il sole 24 ore”, con l’aria irrespirabile e una sanità pubblica
deficitaria. Dovremo un po’ arrossire perché anno dopo anno vengono meno
servizi sociali importanti , aumentano a dismisura le tasse e con esse la
povertà . Di questo, forse dovremmo
vergognarci.
Ma ci penseremo domani, anzi dopo domani. Ora godiamoci la bella
serata allo Stirpe con le aeree di
rigore che si allargano si restringono,
con i giocatori della panchina che scambiano i palloni per le bocce , con i tifosi
che avrebbero voluto fischiare al posto dell’arbitro e con il Frosinone in
serie A.
Dal prossimo 14 giugno rimpiangeremo le belle grigliate che
si fanno di solito quando gioca la nazionale ai mondiali. Disgraziatamente i leoni azzurri
si sono fatte pecore freddolose e hanno capitolato di fronte alla fredda
Svezia. Volendo trarre un bilancio su i mondiali di calcio a cui ho assistito nella mia vita, direi che è positivo. Due competizioni vinte (1982-2006) contro una mancata
partecipazione, quella di quest’anno.In
mezzo una serie di brutte figure alternate a qualche discreta prestazione.
La vittoria degli azzurri (a proposito,
quando si bandirà il colore azzurro dei Savoia dalla maglie delle nazionali?)
del 1982 è quella che mi piacerebbe condividere con chi avrà la bontà e la voglia di leggermi. Quella, per
noi marxisti romanisti, fu un trionfo
nazionalista, ma una sconfitta ideologica. Lo so quello che state pensando ” E
dalle co’ sta ideologia, ma è una fissa”. Ebbene si l’ideologia per noi marxisti-romanisti è un
valore da cui non possiamo prescindere. Ma vado meglio a spiegare.
Un ideologia collettiva di calcio
Quei
campionati del mondo, arrivavano dopo la rivoluzione tattica della Roma di Liedholm,
quella della zona, quella di Falcao, soprattutto quella che il 10 maggio del
1981, subì uno dei più clamorosi furti calcistici mai perpetrati nella storia
de football: l’annullamento del gol
regolare segnato da Turone alla Juventus,grazie al quale la
Signora riuscì a vincere il campionato rubandolo alla Roma.
Ma soprattutto prendeva corpo un
conflittoideologico, fra la concezione
del calcio brasiliano e romanista , il cui profeta era Paulo Roberto Falcao, e l’idea
del calcio sparagnino e speculativo
italiano, incarnato dalla Juve trapattoniana.Ad una squadra che giocava un football propositivo, fatto di passaggi,
triangolazioni,continua ricerca del
gioco d’attacco, grazie alle geometrie sviluppate da campionicome Falcao, Bruno Conti, Carlo Ancelotti,
Agostino Di Bartolomei, e alle straordinarie finalizzazioni di bomber Pruzzo,
rispondeva la filosofia speculativadella Juventus del Trap, una squadra arcigna,basata sulla solidità difensiva,con randellatori del calibro di Furino,
Gentile, Brio , ma anche con difensori dell’abilità di Cabrini e Scirea.
Insomma la
Roma proponeva un’immagine creativa(allora si era appena usciti da un’era in cui si auspicava la creatività
al potere, o qualcosa del genere) che si
contrapponeva ad un’idea di calcio, tipicamente democristiana, sparagnina il
cui successo derivava dai giochi di palazzo, così come il successo bianconero
scaturiva dai giochi “CON IL PALAZZO”.Questo fu il leit motiv che accompagnò anche
la stagione successiva, quella propedeutica ai mondiali. Nel campionato 81/82
la Juve scippò alla Fiorentina lo scudetto, e la Roma arrivò terza.
Dal campionato alle nazionali
Quella stessa filosofia si trasferì nelle
squadre nazionali che parteciparono ai mondiali dell’’82. Da un lato il Brasile stellare di Falcao,
dall’altro la Nazionale Italiana difensivista di
Gentile e Scirea. Inutile dire che noi marxisti-romanisti, nonostante Bruninho de Oro, alias Bruno Conti, giocasse nella formazione di Bearzot stavamo tutta la vita con Falcao, anche perché, nell’ottica dell’internazionalismo
comunistanon necessariamente si doveva
tifare per la propria nazionale, anzi questo era terribilmente borghese.
Le partite dei gironi non fecero che confermare
la nostra passione per la creatività ed il divertimento. Mentre l’Italia
passava il turno per il rotto della cuffianon vincendo nemmeno una partita, finendo a pari punti conil Camerunescluso per differenza reti ,con
l’unico lampo, per noi marxisti-romanisti dellostraordinario gol di Bruno Conti al Perù, ilBrasile passeggiava sul velluto chiudendo a
punteggio pieno il suo girone, rifilando due gol all’Urss quattro alla Scozia e
quattro alla Nuova Zelanda. Mi ricordo il tono di sufficienza e compassione con
cui assistevamo alla partite dell’Italia, spesso guardati male da chi stava
vicino a noi. Assistemmo al match con il Perù ospiti dai alcune amiche che momenti ci cacciavano. Ci salvòl’esultanza per il gol di Conti considerato uno straniero “creativo” in
Patria.
Uno squallido passaggio del turno e la rinascita
Dopo la prima fase nel team brazilero era tutto un tripudio di canti e
balli, la squadra italiana invece era in silenzio stampa sommersa dalle
critiche e dalla certezza che, oltre quella risicata qualificazione, non si
sarebbe andati . Infatti ci saremmo giocati il passaggio alle semifinaliincontrando, in un terribile gironcino a tre, l'Argentina, ma soprattutto il Brasile.Seguimmo la partita con
l’Argentina al Nestor, davanti al maxi schermo, credo fosse una delle prime
volte che si tentava l’esperimento di trasmettere le partite al cinema. Inaspettatamente
l’Italia vinse, grazie ad una partita tutta cuore, e a Gentile che seviziò
Maradona dal primo all’ultimo minuto. Tardelli e Cabrini segnarono i due gol
azzurri contro l’unica rete Argentina di Passarella. Nella bolgia del
Nestorin tripudio, la nostra
valutazione fu lapidaria. Ecco, la vittoria dell’Italietta ottenuta con le
solite randellate e i soliti mezzucci propri della filosofia juventina,
Juventus che per altro costituiva l’ossatura
della squadra. Prima della partita con i verde oro assistemmo all’ennesima
passeggiata di Falcao e compagni contro la stessa Argentina schiantataper 1 a 3 Zico, Serginho, e Junior gli autori
dei gol brazileri.
Italia - Brasile
Quel 5 luglio del 1982 decidemmo di assistere al trionfo della
filosofia creativa brazilera, contro i mezzucci italiani a casa mia, io e l’altro
amico marxista-romanista. Ne avevamo abbastanza degli scomposti festeggiamenti della gente italica esaltata da prestazioni
tutto cuore , mazzate e niente spettacolo. Quella sottile soddisfazione di
veder trionfare la propria ideologia doveva essere vissuta intensamente e solo
fra fini estimatori del calcio moderno . Per altro al Brasile era sufficiente il pareggio per passare. Ma la
partita prende una strana piega. Gli esteti brasiliani cominciano a scambiarsi
palla sulla propria tre quarti, mentre gli italiani prendono a correre come forsennati , a rubare palloni su palloni, e a ripartire
con efficacia. Conti recupera palla sulla sua fascia, si accentra, inaspettatamente libero, calibra un passaggio per Cabrini, che mette in mezzo e Rossi (già
proprio lui l’improbo del calcio scommesse), tutto solo -le diagonali difensive
non erano nelle corde delBrasile - fa
uno a zero.
Tranquilli non c’è problema, vedi che fine fa l’Italia quando
questi inizieranno a giocare. Ed infatti i verde oro cominciano a far vedere il
loro calcio, dopo qualche occasione sprecata, ci pensa Zoff a scansarsi dal
primo palo consentendo a Socratesdi
pareggiare. Ah ecco mi pareva! Vedi è
stato un fuoco di paglia. Ma chi di topica ferisce di topica perisce. Il futuro
romanista Cerezo ciccando un pallone che
doveva essere per Junior pensa bene di mettere Rossi solo davanti alla porta. E’
due a uno. Qualche dubbio sula filosofia del calcio propositivo comincia ad
affiorare. D’accordo sulla bellezza degli schemi d’attacco, però ogni tanto qualcuno in
difesa deve rimanere un po’ sveglio soprattutto quando la squadra è in fase di
uscita.Una certa delusione inizia a
pervaderci.
Dopo che, come al solito,
Gentile si porta a casa un pezzo della maglia di un avversario , in questo caso Zico in piena area di rigore,
non visto dall’arbitro, ci pensa lui, Paulo Roberto Falcao,l’ottavo Re di Roma prima di Totti. Con un
passo di danza il numero 5 romanista manda a spasso tutta la difesa italiana e
le metta alle spalle di Zoff. Un gol fantastico! Era quello che aspettavamo
saltiamo dalla sedia gridando goool gooool forza Roma! grande Falcao!
Credevamo fosse la nemesi, ma ci sbagliavamo.
Su corner di Conti un tiro maldestro di Tardelli diventa un assist per Rossi
solo davanti alla porta praticamente vuota. Scaraventare la palla in rete è un gioco da ragazzi. Ma è troppo solo! È
in fuorigioco! Sembra. Perché Junior, o
Socrates non mi ricordo fa la bella statuina vicino allalinea
di porta disturbando il suo portiere
edevitando di mettere in fuori gioco
gli attaccanti italici.
La resa
Il resto è storia. Dopo un gol di Antognoni annullato
per un fuorigioco inesistente,Zoff
diventa un mostro ed inchioda sulla linea un colpo di testa di Paulo Isidoro
che sembrava destinato in rete. E’ finita. L’Italietta dei sotterfugi delle
randellate, della difesa ad oltranza ha vinto. La grigia arte di arrangiarsi
italiana aveva trionfato sul colorato calcio spettacolo brasiliano, per altro
meritatamente .
Scendemmo in strada un po’ mesti a vedere i caroselli e la gente intorno a noi
non capiva perché non fossimo proprio tanto felici. Stavamo elaborando il lutto
della perdita di un’ideologia calcistica che per noi era la guida, fu un po’
come quando capimmo che avevamo perso la lotta di classe.
Contrordine compagni si torna a tifare Italia
Masi sa il
calcio è strano è passione pura. Così il giorno dopo tornammo borghesemente a
fare un tifo sfegatato per l’Italia. La Polonia battuta due a zero in
semifinale, la Germania sconfitta, l’urlo di
Tardelli, il gol di Altobelli che sembrava non volesse mai entrare, e poi il
Presidente Pertini, il Presidente Partigiano esultante come un bambino ai gol segnati contro la squadra degli invasori tedeschi, sono diventati i frame di un film bellissimo.
Dopo
la finale andammo anche noi in strada a festeggiare la vittoria dell’Italietta
dei sotterfugi e delle randellate che in quel frangente era diventata la
squadra più forte del mondo.
Ma la
nostra ideologia calcistica risorse l’anno dopo, quando la Roma di Liedholm,
Falcao, Ancelotti, Di Bartolomei, Pruzzo , del campione del mondo Bruno Conti
vinse il campionato. I festeggiamenti durarono
molto più che una notte, andarono avanti per tutta l’estate.
Mondiali 2018. Il gioco del calcio restò per anni ancorato al modulo "2-3-5"
Quando
la Russia zarista entrò nella Prima guerra mondiale, il calcio era già diffuso
nelle città europee dell’Impero e stava dilagando verso il Caucaso, il Volga e
gli Urali. I contadini e gli operai che assaltarono il Palazzo d’Inverno
nell’ottobre 1917 erano presumibilmente freschi tifosi del gioco arrivato da
Occidente. Una volta al potere, i bolscevichi non tardarono a occuparsi del football e crearono, dalle ceneri dei club
borghesi, nuovi sodalizi “proletari”, associandoli alle principali istituzioni
del paese: CSKA Mosca (esercito), Dinamo Mosca (Ministero degli Interni),
Lokomotiv Mosca (Ministero dei Trasporti), Torpedo Mosca e Zenit Leningrado (i
maggiori complessi industriali).
Dapprima,
il calcio fu oggetto di attenzioni ambivalenti da parte dei comunisti, che
oscillavano fra la condanna ideologica di uno sport ritenuto ineluttabilmente
diseducativo (il dribbling e le finte erano giudicati turpi inganni!)
e i vani tentativi di moralizzarlo con cervellotiche modifiche alle regole. Si
trattava in effetti di un altro versante del più generale dibattito sullo
sport: tutti concordavano che la cultura sportiva sovietica dovesse propiziare
il miglioramento della salute, l’incremento della produttività lavorativa,
preparare i lavoratori a difendere le conquiste rivoluzionarie, divulgare
abitudini collettivistiche e disciplina, ma a questi scopi, sembravano meglio
rispondere combinazioni varie di ginnastica, esercizi fisici correttivi,
giochi, escursioni e parate.
Benché
fosse altresì unanime la condanna dell’individualismo, dell’ossessiva ricerca
dell’eccellenza prestazionale e dello spirito competitivo, prevalse la volontà popolare,
poiché le masse amavano il calcio per quello che era. Il Cremlino si convinse
che anche il pallone poteva essere sfruttato a fini di irreggimentazione, di
ri-orientamento socio-culturale, di compattamento della sparsa identità
federale e quale pietra di paragone nella competizione contro il “corrotto
mondo occidentale”.
L’isolamento
internazionale, retaggio dell’Ottobre e dell’intervento straniero in appoggio
ai contro-rivoluzionari nella guerra civile, ostacolò però la crescita
tecnico-tattica del movimento calcistico. Senza scambi con l’estero (l’URSS
aderì alla FIFA solo nel 1946) e con ridotte occasioni di confronto anche fra
le squadre delle diverse città dello sterminato paese, il livello del gioco
rimase modesto.Nikolai Starostin, ex calciatore e fondatore
dello Spartak Mosca, suggerì allora la creazione di un campionato unico
sovietico, la cui prima giornata si disputò nel maggio 1936 – Starostin si
spinse ben oltre, proponendo che i calciatori fossero esentati da ogni altro
lavoro e per questa eresia professionistica qualche anno dopo si beccò dieci
anni di gulag.
Ordinata
la parte organizzativa, il footballsovietico
aveva adesso necessità di progredire tatticamente, dato che ogni squadra
mandava in campo due difensori, tre centrocampisti e cinque punte, tutti
schierati in linea a replicare la forma della piramide. L’evoluzione verso il
più moderno “sistema”, con l’arretramento in difesa del centromediano e il
disallineamento degli attaccanti, in Russia sperimentato dal solo Spartak e osteggiato
dai vertici del PCUS come una capitolazione di fronte a una tattica
capitalista, fu conseguenza di un’altra guerra civile, quella spagnola.
Nel
giugno 1937, una selezione basca giunse in Unione Sovietica nel quadro di un
tour per raccogliere fondi a favore della Repubblica attaccata dai franchisti.
I calciatori baschi costituivano il nerbo della Spagna, che nel 1928 aveva
inflitto all’Inghilterra la prima sconfitta contro una rappresentativa
continentale e ai Mondiali del 1934 aveva eliminato il Brasile prima di
lasciare strada all’Italia padrona di casa. I “sistemisti” di Euskadi furono festeggiati da folle imponenti come
campioni dello sport ed eroi della resistenza contro il nazifascismo, ma non si
fecero scrupoli a umiliare prima il Lokomotiv e poi la Dinamo Mosca, mettendo a
nudo l’inadeguatezza dell’obsoleto 2-3-5 dei russi. L’ultima speranza era lo
Spartak e la nomenklatura del partito fece sinistramente sapere a
Starostin che era in gioco l’orgoglio sovietico. Rinforzato da alcuni elementi
ucraini e georgiani, lo Spartak non deluse e, anche grazie a qualche gentile
favore arbitrale, travolse la compagine iberica per 6-2.
Nel
1938 quasi tutte le formazioni della massima divisione si convertirono al
“sistema”, inclusa l’ultraconservatrice Dinamo Mosca, che ne sviluppò
un’avveniristica versione con fitta rete di passaggi e insistito scambio di
posizioni fra i giocatori. Così attrezzato, l’undici dei servizi segreti nel
novembre 1945 andò in tournée nel Regno Unito e meravigliò persino i maestri
inglesi, vincendo con l’Arsenal e pareggiando con Chelsea e Rangers Glasgow.
La Juve ,di cui Exor, cassaforte della famiglia Agnelli è
proprietaria per il 64%, fattura circa 360 milioni l’anno e paga 256
milioni di stipendio ai propri
calciatori. Fca di cui la Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, è socia di maggioranza con il 21% delle
azioni, fattura circa 8miliardi l’anno, ma gli stipendi dei 67mila dipendenti
italiani incidono infinitamente meno.
Higuain recente acquisto della Juve, il
cui socio di maggioranza è la Exor, lo stesso di Fca, è costato 110 milioni fra
prezzo d’acquisto (94 milioni) e stipendio (16 milioni). Con la stessa cifra si
sarebbe potuto assicurare un aumento di
stipendio di 150 euro mensili agli operai Fca, coloro cioè che contribuiscono a
fatturare 8 miliardi l’anno e non 360 milioni come Higuain e soci.
Tale ragionamento
è stato fatto da Gerardo Giannone, operaio
della Fca di Pomigliano in regime di salario di solidarietà, al netto 900 euro
più o meno al mese. Al di là della delusione e della rabbia di un probabile tifoso
del Napoli che ha assistito alla vendita del giocatore più forte della squadra
del cuore alla rivale di sempre, cioè la Juve, il discorso non fa una piega.
Se
poi consideriamo che la Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, maggiore azionista della Juve( 64%) e maggiore
azionista di Fca( 21%) ha spostato la sede fiscale da Torino ad Amsterdam, col
vantaggio di non pagare l’Irap e di realizzare profitti detassati dagli scambi
azionari, forse il malcontento dei tifosi non bianconeri diventa più aspro, ma
purtroppo rassegnato.
Al di la della passione calcistica, non è errato
affermare che la famiglia Agnelli è stata ed è una delle caste, se non la casta, più potente in Italia. Ne consegue che la squadra di calcio di cui è
proprietaria gode dei favori che si devono ad un padrone così influente e non
mi riferisco ai favori arbitrali, che pure ogni tanto ci sono. La parentesi calciopoli era evento troppo evidente per non determinare conseguenze.
Prendiamo lo Juventus Stadium, si è detto
mirabilie dell’impianto bianconero, esaltando la lungimiranza e l’abilità di una società
sportiva capace di costruirsi privatamente uno stadio di proprietà. Siamo
veramente sicuri che la Juve abbia fatto tutto da sola senza intaccare il pubblico
interesse? La città di Torino ha chiesto
alla società bianconera, in cambio della
cessione di proprietà, di fatto per 99 anni, di un’area di 350.000 mq, 20
milioni di euro, cioè la miseria di 58 centesimi a metro quadro. Non solo, lo
stesso Comune di Torino ha approvato, sic et simpliciter , una variante al piano regolatore che ha
consentito alla società calcistica degli Agnelli di acquisire, per un altrettanto tozzo di pane, terreni
adiacenti allo Stadium utili a realizzare
due grandi centri commerciali che consentono di monetizzare ulteriori
introiti oltre ai profitti del campo di calcio. Ma i tifosi del Torino a Torino sono
considerati?
Gli investimenti per la realizzazione di un’arena calcistica, sono
indubbiamente ingenti, però se il Comune
ti regala l’area dello stadio più altri spazi per edificare centri commerciali in barba all’interesse pubblico, l’operazione
è molto più semplice e consente di incrementare in un anno quei guadagni che, attraverso l’acquisto
di calciatori e la partecipazione, fallimentare ma costante, alla Champions League sono passati da 11,6 a 34,6 milioni in un anno.
Questi
sono solo gli ultimi fatti, ma la Juve è stata sempre la squadra della famiglia
più potente in Italia, proprietaria della Fiat e di una complesso intreccio di
attività altamente remunerative.
Capello, Landini, Altafini, e più recentemente
il Capello allenatore, Zebinà, Emerson, fino all’attualità, Pjanic e
Higuan sono state le appropriazioni che la compagine juventina, dall’alto della
sua potenza economica, si è concessa ai danni delle squadre che in quel momento
erano le più accreditate per contendergli la leadership in Italia. Miliardi di
lire, milioni di euro, in spregio agli stipendi degli operai Fiat, sempre più
miseri, e sempre più lasciati in balia della cassa integrazione.
Oggi si fa un
gran discutere di Costituzione, ebbene l’attività della Exor, o Fia,t o Fca, o
come la vogliamo chiamare, nel dissanguare gli operai e spendere milioni per i
calciatori non è molto in linea con l’art.41
il quale giustifica la proprietà privata ma essa non deve svolgersi in contrasto
con l’utilità sociale o in modo da
recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. A pensarci bene
offrire un motivo per gioire a milioni di perdenti che tifano i pluridecorati
bianconeri perché non in grado di affermarsi da soli nella società potrebbe costituire funzione di
alto valore sociale. Del resto il calcio è metafora della vita e da sempre il
quotidiano è formato da padroni e subalterni. Per ora, lasciando stare la lotta
di classe, nello sport questo è un postulato non scardinabile. Rassegnamoci.
Brevettato dall'inglese Peter Adolph nel 1947 raggiunse un clamoroso successo in tutto il continente negli anni '60
L’avevo desiderato a lungo, il Subbuteo, prima di trovarlo sotto l’albero in un pacco che non poteva celare il contenuto. I miei genitori avevano ceduto a sguardi supplichevoli e mute implorazioni e l’avevano infine comprato per 14mila lire, una cifra non proprio vile per un regalo di natale nel mezzo degli anni ’70. Soldi spesi bene, visto l’uso intenso e, si sarebbe scoperto, prolungato. Da bambino, ci giocavo in interminabili sessioni pomeridiane e stracciavo regolarmente tutti gli avversari, dato che mi allenavo senza sosta in infinite partite solitarie, il portiere sostituito da un mandarino ben paffuto o da una rotonda confezione di aghi per cucire.
Amici e sfidanti occasionali li dominavo anche al liceo: sì, giocavamo pure da adolescenti, con supremo sprezzo di qualche cinque in pagella e soprattutto dei risolini di scherno delle nostre compagne, allibite da tanto ritardo nello sviluppo ormonale. Ho rivisto quell’espressione di derisione e incredulità negli occhi di mia figlia, mentre, ormai diversamente giovane, chino sul tappeto verde, tramortivo di gol ed entusiasmo dei nipoti anagraficamente insensibili al fascino del gioco.
Ma del senso di vergogna mi ero liberato anni prima, dopo aver visto il futuro suocero, rispettato docente universitario, inscenare un’indiavolata contesa di calcio da tavolo pre-subbuteo con un affermato dirigente d’azienda e un capitano d’industria di lungo corso: per loro, tappi di bottiglia e palline di carta pressata bastavano a simulare la magia del calcio, prima dell’arrivo delle miniature inventate in Inghilterra.
Proprio la diffusa ansia di svago, dopo le ristrettezze e i lutti della guerra, indusse Peter Adolph, un impiegato dell’ufficio pensioni appassionato di ornitologia, a brevettare nel 1947 un gioco da tavolo con il nome di “hobby”. Poiché quel nome non era registrabile, ricorse al corrispondente latino del falco lodolaio (che in inglese è appunto Eurasian Hobby) e così nacque il Subbuteo. In principio, la scatola conteneva porte in carta e fil di ferro, una pallina in acetato di cellulosa e calciatori in cartoncino montati su un bottone appesantito da una rondella di piombo. Quello che sarebbe stato il distintivo manto verde non c’era e, segno dei tempi, Adolph forniva in suo luogo un gessetto con cui tracciare le apposite righe sulle ubique coperte verdi distribuite dall’esercito. Gli ordini fioccarono e a Tunbridge Wells presto sorse una florida industria, che debellò la temibile concorrenza di Newfooty, un gioco simile inventato a Liverpool addirittura nel 1929, e pose le condizioni per il clamoroso successo degli anni ’60, che in breve traversò la Manica e tracimò per tutto il continente.
Immancabilmente, furono organizzati dei Campionati del mondo e nel 1978, a Londra, fu un ragazzino genovese, trapiantato a Pisa, ad aggiudicarseli nella categoria juniores. Andrea Piccaluga, che oggi insegna Management dell’Innovazione alla Scuola Superiore Sant’Anna e si fa vedere a tornei e presentazioni di libri in tema, ricorda: «Ero un quattordicenne tranquillo e la mia capacità di dominare la tensione si rivelò utile per un gioco che richiede freddezza, precisione e un po’ di strategia scacchistica. La gara più dura fu la semifinale contro un belga, che vinsi ai tiri piazzati, mentre in finale superai per 3–0 il tedesco Dirk Barwald Il meglio venne dopo. Mi intervistarono a 90° Minuto e la federazione inglese mi chiamò per una tournée di un mese. Partii con un amico, invitato per farmi compagnia, e disputai quasi cinquecento partite, subendo solo 4 gol. Nei maggiori negozi di giocattoli, decine di ragazzini facevano la fila, mi sfidavano in gare di cinque minuti e se ne andavano battuti con un attestato dove faceva bella mostra il mio autografo. È vero, mi assicurarono il dito, pare per 25.000 sterline: fu un colpo di genio, che servì magnificamente a pubblicizzare l’evento».
Il Subbuteo imboccò poi la parabola discendente. Provò a cambiare e la proprietà passò di mano più volte, finendo persino oltreoceano. L’americana Hasbro, per contenere i costi, ridusse il catalogo delle squadre a poco più di quaranta. Così facendo, però, recise alla radice la pianta della passione, che in larga misura era cresciuta dalla brama di ogni bambino di incrementare la propria collezione anche e soprattutto con le formazioni meno note, come argutamente sintetizzato dalla band inglese Half Man Half Biscuit, con il singolo del1989 All I want for Christmas is a Dukla Prague away kit (Tutto quello che voglio per
natale è il Dukla Praga con la maglia da trasferta). Tuttavia, negli ultimi anni, il Subbuteo ha conosciuto un sorprendente revival e una nuova edizione dei Mondiali si è tenuta a San Benedetto del Tronto lo scorso settembre, vinta dallo spagnolo Carlos Flores. Si tratta più che altro di nostalgia: i bambini e i ragazzi di allora, diventati quarantenni e cinquantenni brizzolati, hanno riscoperto il gioco e ne perpetuano la tradizione mentre il mondo va in direzione contraria con il dilagare di Playstation, XBox e Wii. Anche la prossima fine del Subbuteo, fatalmente iscritta nell’età dei praticanti e nell’indifferenza dei loro figli, sembra pertanto un prodotto dei “Trenta gloriosi”, l’irripetuta fase di espansione economica e sociale successiva alla fine del secondo conflitto mondiale, in cui il gioco vide la luce e prosperò.
Come tutti i sopravvissuti alla carneficina militare, Adolph aspirava a una vita più tranquilla e spensierata. La sua idea imprenditoriale al contempo alimentò e beneficiò dell’ottimismo post-bellico e dell’impetuosa crescita produttiva sostenuta dal Piano Marshall, che si rinforzarono l’un l’altra. La nuova industria dei beni di consumo e dell’intrattenimento, in cui si collocava a pieno titolo il Subbuteo, incontrò una domanda di massa spinta dalla piena occupazione, cui contribuivano fabbriche come quella di Tunbridge Wells, che produceva a milioni gli omini tridimensionali che affluivano nelle abitazioni del Kent, dove numerosissime casalinghe (miseramente pagate, va precisato) decoravano a mano gli idoli in scala dei propri figli. Quei bambini sarebbero stati la prima generazione della storia a sperimentare lunghi anni di gioco, senza sensi di colpa e senza che il gioco fosse considerato tempo rubato al sostentamento della famiglia. Anche i genitori stavano godendo di un’inedita disponibilità di tempo libero e tutti insieme nutrivano l’industria del divertimento e dei giochi.
Oggi, quei bambini, quei ragazzi e quei giovani, tornano agli anni della loro infanzia e della loro gioventù e scoprono che quanto era mero svago e distrazione ha mutato natura, è diventato cultura, cultura popolare, memoria da conservare e, se possibile, indagare. Ecco quindi che una partita di Subbuteo fra “atleti” stempiati e con la pancetta, benché priva della dignità artistica di opere come Il dottor Stranamore o Wish you were here, riporta alla luce lo spirito delpassato e il modo in cui, insieme, queste multiformi espressioni della creatività umana contribuirono a orientare la percezione della realtà e le opinioni delle persone di allora. fonte settimanale "alias" del 24 ottobre 2015
Sport. Lo scrittore quando era redattore dell'Unità a Torino fu incaricato di seguire il primo incontro della nazionale dopo la Liberazione.
E’ possibile scrivere un articolo su una partita di calcio che il cronista sportivo non ha visto? A farlo fu Italo Calvino. Il futuro scrittore, redattore de L’Unità, edizione piemontese, nel 1948 fu incaricato di seguire l’incontro di calcio Italia-Inghilterra, il primo vero match dopo la Librazione. Nel 1941, appena diciottenne, Italo Calvino pubblicò un breve racconto,Il treno degli illusi, narra di una giovane ragazza bionda che per lavoro ogni giorno prende il treno con altri pendolari e si diverte a sondare i viaggiatori dello scompartimento su una futura professione cui aspirerebbero. Il protagonista del racconto finisce per diventare un ragazzo di 18 anni, l’alter ego di Calvino, il quale confida alla bionda signorina che vorrebbe diventare un campione di ciclismo o affermarsi nella letteratura. Calvino si cimentò in più occasioni nella cronaca sportiva, quando lavorava al giornale fondato da Antonio Gramsci, dalle colonne de L’Unità polemizzò fortemente con il Vaticano sul tentativo di appropriarsi delle imprese ciclistiche di Bartali, che non vi sia una netta separazione tra religione e sport, vista la lunga tradizione degli oratori, possiamo anche capirla, scriveva Calvino, ma rimarchiamo quella tra ciclismo e Vaticano. Il vento della guerra fredda e della contrapposizione tra cattolici e comnisti soffiava forte anche tra i raggi delle bici dei campioni. Per tornare a quella domenica pomriggio di marzo del ’48, Italo Calvino per quanto inviato dalla redazione a seguire Italia-Inghilterra, non varcò i cancelli dello stadio Comunale di Torino. Fu attratto da tutto quanto succedeva intorno allo stadio, il brulicare dei tifosi, le bancarelle, i bagarini attivi fin da allora, una delle poche cose che resiste al calcio globalizzato: “Io la partita l’ho vista di fuori. Certo anch’io avrei potuto comprare un biglietto all’ultimo momento, quando gli sfortunati bagarini facevano di tutto per dar via all’ultimo momento le loro rimanenze, ma ho preferito gustarmi l’atmosfera di festa per le strade, assaporare questa domenica di festa tanto diversa dalle altre”. Una festa insolita per Torino, assorbita dall’allegria dei tifosi, per l’occasione paragonati ai signori ben vestiti che escono dalla messa della domenica dalla chiesa di San Carlo. I tifosi provenienti da tutta l’Italia, già dal sabato sera riversi tra i tavolini dei bar fino a notte fonda, quando gli strilloni annunciavano i titoli dei quotidiani che man mano uscivano, secondo Calvino rendevano Torino una metropoli, anche se per un giorno, ponevano la città piemontese fuori dalla sua atmosfera settecentesca, quell’allegria allentava il grigiore dei grandi viali e dei selciati. Lo scrittore entra nel vivo della partita, quella che vede fuori dallo stadio: “Su tutte le vie correva la voce di Carosio, anche quelli che facevano gli indifferenti finivano per fermarsi ai crocchi ad ogni bar. “E’ in rete! E’ entrata! Ha segnato!”. Macchè quell’arbitro, lo maledicemmo anche noi di fuori stringendo i pugni. Certo la sera fu triste vedere partire le auto, i pullman, e sentire tutti quei commenti, quelle recriminazioni. Dopo un’ora dalla fine della partita, sapevo già tanto che ero anch’io in mezzo agli altri: “Ma Mazzola…ma Eliani”.
Nella pagina in cui Calvino pubblicò il suo articolo intitolato Una partita che non ho visto, lo storico Paolo Spriano faceva una disamina dei cannoni puntati contro gli operai tra il 1898 e il 1948 da Bava Beccaris a Scelba. Quella partita finì 1 a 0 a favore degli inglesi, un altro cronista sportivo dell’Unità, che a differenza di Calvino andò allo stadio, scrisse che durante la telecronaca Niccolò Carosio falsò non poco la cronaca della partita. A spiegare il perché della nostra sconfitta un articolo in taglio basso dal titolo inequivocabile Abbasso il divismo, che attribuisce i motivi della nostra débâcle alla mancanza di serietà dei calciatori italiani, accusati di lasciarsi andare alla bella vita notturna in compagnia di ragazze, mentre per lo stile di vita degli inglesi è tutto un elogio: “Serietà, serietà ci pareva di veder scritto sulle maglie dei calciatori inglesi, sulle giacche dei loro tecnici e dei loro dirigenti… la serietà è l’unico grande segreto della superiorità inglese, è il segreto di tutti i successi da quello dell’Inghilterra a quello della Dynamo ( la squadra di Mosca, ndr) a quello degli sciatori nordici, a quello di Binda e Bartali. I giocatori inglesi alle sei del mattino se ne vanno al campo di allenamento vi tornano il pomeriggio. Alla sera quando i nostri si fanno notare nelle sale da ballo e nei tabarini per le sgargianti giacche sportive, per i calzettoni multicolori e per le donnette eleganti che hanno in compagnia, se ne vanno a letto, non bevono e fumano poco”. Nessuno si salva degli azzurri, qualche parola di elogio per Valentino Mazzola, l’unico in grado di colpire di testa dall’alto in basso, secondo il cronista dell’Unità, un’abilità che tutti i calciatori inglesi erano in grado di eseguire insieme a quella di calciare la palla in corsa senza guardarla “come un buon dattilografo che scrive senza chinare la testa”. Non sappiamo cosa scriverebbe oggi Italo Calvino sugli azzurri e se oggi pomeriggio, in occasione dell’incontro Italia-Azerbaigian valvole per gli Europei 2016, varcherebbe i cancelli dell’Olimpia stadio di Baku o si fermerebbe incuriosito a osservare i tifosi per le strade.
Fonte: Alias del 10 ottobre 2015
Una bella pagina che mostra chi scriveva e cosa era l'Unità prima che lo tsunami riformista la riducesse a megafono dell'ultraliberista cialtrone Matteo Renzi. Agli eredi della Bolognina, all'ignoranza di Matteo Renzi e la sue truppe cammellata imputiamo anche questo scempio.
La lega calcio di serie A comunica che l’incontro di calcio Lazio-Roma, valevole per la 37° giornata del campionato di serie A, visto il protrarsi ai tempi supplementari della finale Tim Cup fra Lazio e Juventus sarà rinviata a martedì 26 maggio alle ore 18,00.
Ultimissima ora
La lega calcio di serie A comunica che l’incontro di calcio Lazio-Roma, valevole per la 37° giornata del campionato di serie A, visto il protrarsi per un minuto di recupero oltre i tempi supplementari della finale Tim Cup fra Lazio e Juventus sarà rinviata a mercoledì 27 maggio alle ore 18,00.
Ultimissimissima ora
La lega calcio di serie A comunica che l’incontro di calcio Lazio-Roma, valevole per la 37° giornata del campionato di serie A, visto il protrarsi per un minuto di recupero oltre i tempi supplementari della finale di Tim Cup fra Lazio e Juventus, visto il non ottimale stato di salute dei calciatori Biglia e Lulic sarà rinviata e a data da destinarsi, in attesa che i suddetti calciatori riprendano la migliore forma.
Un Frosinone-Roma in amichevole di qualche anno fa si riconosce Francesco Totti
Quando mi accingo a discettare di calcio devo prima chiarire
a me stesso se le dita sulla tastiera
saranno mosse dalla razionalità politica o dalla passione calcistica. E’
notorio che le sorti della AS Roma mi stanno
molto a cuore, forse troppo. Allora diciamo che quanto segue prova ad
essere ispirato dalla razionalità. L’oggetto della riflessione riguarda le
maldestre uscite di Lotito, presidente della “lazzie”….ops scusate una
botta di passione, ma anche padre padrone
del calcio italiano, sulla opportunità
che le squadre di provincia, come Carpi e Frosinone, quelle citate assieme al
Latina nell’intercettazione telefonica con il presidente dell’Avellino calcio
Pino Iodce, possano partecipare al massimo campionato di serie A.
La preoccupazione riguarda l’interesse
delle TV per le sorti di queste
compagini. Con Frosinone e Carpi in serie A le televisioni potrebbero rivedere
al ribasso la quota di acquisto dei diritti di trasmissione. Una importo che oggi si aggira attorno al miliardo e
200mila euro per tre anni da dividersi fra
le società . Una bella torta che i grandi club non vorrebbero veder
decurtata dalla partecipazione al campionato delle squadrette di provincia.
L’intercettazioni
e le seguenti dichiarazioni del presidente "lazziale", unite all’impresentabilità
del personaggio, hanno suscitato veementi reazioni in tutto il mondo del
calcio. Giornalisti, allenatori, calciatori, si sono scagliati contro le
esternazioni del fine latinista, denunciando
il massacro dell’etica sportiva, il danno d’immagine che tutto il movimento calcistico
avrebbe subito da queste esternazioni.
Quante anime belle animano il carrozzone calcistico! Ma veramente gli
illuminati giornalisti che popolano le
varie domeniche sportive credono che il calcio sia ancora ascrivibile alla
categoria sport? Sul serio ci vogliono
far credere di cadere dalle nuvole ed indignarsi nell’apprendere ciò che è pura
verità? Non scherziamo!!! Non prendeteci in giro!!! Vi do una notizia sconvolgente , il calcio è un business e la disputa sui diritti
televisivi è solo una parte del volume d’affari che interessano alcune lobby finanziarie le quali hanno cominciato a mettere le mani sui
profitti dello sport speculando sulla passione dei tifosi e non solo.
Un esempio ?
Prendiamo la Roma, si proprio la squadra per cui tifo (dio quando mi
costa sul piano passionale scrivere
queste cose). L’attuale presidente americano della Roma James Pallotta ha acquisito a la società, attraverso operazioni che non sto qui a spiegare, e la gestisce servendosi dell’
Asr Td Spv Llc e Neep Roma Holding due società che fanno capo allo stesso finanziere americano. Il primo business messo in preventivo, non
sono i diritti televisivi (quisquilie), ma un’enorme speculazione finanziaria
legata al nuovo stadio.
Il nuovo impianto che, verrà costruito nella zona di
Tor di Valle, sarà di proprietà della AS Roma Td Spv Llc e soci e della Euronova Srl di Luca Parnasi, la società del
costruttore proprietario del terreno e incaricato di svolgere i lavori. Satrwood Capital group, un
gruppo che gestisce asset per 33
miliardi di dollari,ed ha quote in alberghi,
palazzi per uffici, complessi residenziali e centri commerciali,
ha acquistato una quota di minoranza dell’ AS Roma Td Spv Llc proprio in
funzione della costruzione dello stadio.
Già ma che c’entrano gli alberghi? L’area destinata allo stadio non è che il 14,
20% delle cubature previste per questa
mega speculazione immobiliare, il
restante 80, 86% è destinato al Business Park un area di 318.702 mq dove
sorgeranno tre grattacieli, alti cento
metri ciascuno, con uffici e attività
commerciali la cui vendita frutterà qualcosa come1.725.100.400,00di euro, più 15.200 mq destinati ad albergo per
un valore di 251.748.000,00 euro, totale : 1.976.848.400,00 euro. Al netto delle spese di realizzazione (911.354.460 di euro) che prevedono anche i servizi urbanistici di compensazione
all’edificazione (prolungamento della metro B, un ponte con parco sul Tevere e
potenziamento della Via Ostiense con l’allaccio
alla Roma-Fiumicino) il profitto netto dell’operazione sarebbe di oltre 1milioni
di euro. Questo ricavo attiene solo
sul Business Park, Totti e compagni non
c’entrano nulla.
E veniamo allo stadio vero e proprio: La Nike contribuirà con
finanziamenti su base annua di 4/5 milioni
di euro, in più la multinazionale
americana corrisponderà all’As Roma il 50% dei proventi netti sulla vendita
della maglie. Sono previste altre sponsorizzazioni
per i settori dello stadio, la Walt Disney è interessata per una cifra milionaria e alla
Etihad, la compagnia aerea di Abu Dhabi proprietaria di Alitalia, è stato
offerta la possibilità di dare il nome allo stadio, vista la vicinanza con
Fiumicino, e di comparire come main sponsor sulle maglie giallorosse per un
importo di 30 milioni all’anno.
Tutto questo è stato pianificato secondo un piano finanziario predisposto da
Pallotta e Goldman Sachs che punta a toccare una quota di fatturato per il 2016
di 200milioni solo per la sponsorizzazione araba. Vi pare poco? E noi stiamo qui ad indignarci
per le esternazioni di Lotito, che al di là della forma non rivelano nient’altro
che una verità.
I rigori, dati e non
dati, i fuorigioco non visti, le dispute sugli "aiutini", sulle formazioni, sulla
tattica, non sono altro che il paravento, lo zuccherino dato in pasto alla
stordita popolazione dei tifosi. Dietro
tutto ciò c’è la solita spietata dittatura del mercato che diventa ancora più
urticante quando coinvolge le passioni.
E come al solito ad essere esclusi tendono ad essere i
più deboli, Frosinone, Carpi etc. etc.
Allora non vediamo più le partite?
Non ci occupiamo più di calcio? Sarebbe cosa buona e giusta, ma io non
ci riesco. L’incazzatura per il misero pareggio della Roma con il Parma di oggi mi rode
dentro, solo in parte mitigata dall’impresa del Cesena
che ha fermato la Juve che ha sbagliato pure un rigore. Il calcio è un imbroglio
capitalistico-borghese, ne sono consapevole ma in questo caso la mia passione
prevale, per cui quando la domenica vinciamo, anche se so che è un’imbroglio, il
lunedì mi sveglio con un altro piglio.
Solange Cavalcante. Fonte Alias del 70 giugno 2014
Questa è la storia di un ragazzo brasiliano combattente, un
eroe meticcio, erede della fierezza di un immigrato anarchico italiano e della
madre guerrigliera africana. La sua vita si spezzò nel ’69, in un agguato
organizzato dalla polizia politica, proprio il giorno in cui avrebbe assistito
ala trionfo del suo Corinthians.
Sono diventate famose le immagini del ragazzo brasiliano che
balla davanti ai poliziotti, durante gli scontri della cosiddetta “revolta
do vinagre” (la rivolta dell’aceto,
che allieva i gas lacrimogeni), scoppiata nel 2013 per ottenere migliori
condizioni di vita. Il nemico, armato e furibondo sparò e per poco il ragazzo
non ci rimase secco. Non si sa perché danzasse
quel ragazzo . Non è sempre facile capire il comportamento del popolo
brasiliano , che ride gioca anche quando ha paura. E ogni tanto ci sorprende con
attitudini ancora più strane . In questi giorni che precedono l’attesissimo
Mondiale di calcio, per esempio, la gente scende in piazza gridando a
squarciagola : “Nao vai ter Copa!” (questa Coppa non s’ha da fare). Boicottano
l’evento. Proprio loro, quelli che il calcio…. Da Casa e Catapecchie di
Gilberto Freyre ai Tristi tropici di Levi-Strauss ci hanno provato in tanti e ci
provano ancora a spiegare l’essenza brasiliana. Ma mettiamo il caso che quell’atteggiamento
giocoso davanti al tragico possa essere spiegato a partire dalla storia di uno
di loro, nato avventurosamente nel 1911 da una famiglia povera di Salvador di
Bahia. Uno il cui padre era un immigrato emiliano, operaio e anarchico, e la
mamma un fiera discendenti degli africani Houssà- tra coloro che dettero fuoco
a Salvador nel 1853, per farla finita con la schiavitù. Si chiamava Carlos , il
piccolo e pur di tenerlo buono, affinchè non scappasse a giocare a pallone, la
mamma una volta dovette legare la gambetta scalciante del ragazzino
alla gamba del tavolo. “Non farlo mai più, dona Rita”, qualcuno la
rimproverò. “Se lo tiene legato, lui non sarà mai libero, per il resto della
vita”.Alla mamma prese un colpo e lo slegò subito. Meglio il pallone, piuttosto
che non esser libero. No. Carlos doveva studiare, diventare un dottore ed esser
felice. Sembrava proprio nato per esserlo. Andava al mare, ballava a carnevale
vestito da donna, scriveva poesie e giocava a calcio, innamorato pazzo della
squadra del Corinthians, fondata da operai anarchici nella lontana San Paolo
del Brasile . E più studiava, più andava al mare, più giocava a calcio, più
Carlos diventava bello e ammirevole. Ma era anche diventato comunista. E questo
certa gente non riusciva a capirlo. Carlos incominciò da leader studentesco: e
fu messo in galera . Se ne fece così tanti di anni che finì col perdersi la
gioventù –ma la sua storia era la stessa di tanti ragazzi neri in Basile. Poi,
da quadro dell’allora clandestino
Partito
comunista , tornò dentro un’altra volta
, e subì una buona dose di tortura. In
carcere Carlos non si annoiava: insegnava inglese, giocava a calcio e…
sorrideva. Finalmente fuori, nel 1964 fu eletto deputato per il Pc – non più
clandestino – insieme al compagno Jorge
Amado, che di Carlos scrisse: “ Denbtro
di lui, la tenerezza e l’ira”. Ma l’ira se c’era, era solo quella di voler
sconfiggere il capitalismo, tutto qua. Un giorno Carlos, negro cristiano e
comunista, conobbe un’ebrea, bianca, di nome Clara. Appunto. Ma nel 1948 il Pc
fu messo di nuovo al bando, e i promessi sposi dovettero rimanere promessi, poiché
da latitanti, non sarebbe stato mai concesso loro di presentarsi in comune per
sposarsi. Dicono che Carlos pianse una
sola volta nella vita, e fu quando Nikita Krushev denunciò i crimini di Stalin,
era il 1956. Ma no, niente disperazione. Juscelino Kubitschek era diventato presidente
del Brasile , e chissà, magari JK avrebbe fatto uscire il Pc dalla clandestinità. Si ?No. Poi arrivò Janio Quadros, e la sua rinuncia.
E poi Joao Goulart e la crisi per il suo insediamento. Che emozione. Si parlava si respirava un grande cambiamento
sociale, nonostante la rabbia dei militari covasse sotto la cenere. Enorme era la confusione sotto il cielo, e quindi…
Niente. Non si fece in tempo ad organizzarsi . Il 31 marco del ’64 il golpe.
Carlos e Clara erano diventati i primi nella lista dei ricercati dal regime
militare. Latitanti e clandestini ricominciava tutto di nuovo. Ma ora nella
lotta armata. Ogni tanto Carlos riappariva da qualche parente , di nascosto,
tornato da un’azione di guerriglia. C’era stato il sequestro dell’ambasciatore statunitense , qualche espropriazione
nelle banche… Erano tempi duri: uccidere o morire. Nascosto a San Paolo con Clara,
nonostante tutto, Caros continuava a sorridere a scrivere poesie. Quando
poteva, giocava a pallone, facendo innamorare tutti, con la sua bella figura
del colore marron-dorato. La sera del 4 novembre 1969, quella in cui finisce la
storia, Carlos aveva pensato di andare
vedere il derby Corinthians vs Santos, allo stadio Pacaembu.Il
Corinthians non vinceva mai contro
Pelè e lui soffriva … Doveva anche
incontrarsi in gran segreto con due frati domenicani, impegnati come lui nella
lotta contro il regime . Carlos Marighella, il guerrigliero Marighella, l’eroe meticcio, erede della fierezza di un
immigrato anarchico italiano e della madre guerriera africana, fu crivellato di
colpi dalla polizia politica che gli aveva
teso un’imboscata, proprio mentre la sua squadra, finalmente, vinceva per 4 a
1. Quanto gli sarebbe piaciuto potersi
godere quel risultato. Che peccato, Marighella , perdere così quella partita. E
allora. Questi ragazzi che scendono in piazza in Brasile, alla vigilia del Mundial? Sembra strano che se la giochino perché non ci
si la Coppa. Gridano che non ci sarà nessuna Coppa finchè non ci saranno
diritti uguali per tutti. E mentre lottano, sorridono e ballano. Danzano
davanti ai poliziotti armati. Son proprio strani questi brasiliani.
Quando “il manifesto”, “Lotta Continua” e “Il Quotidiano ei
lavoratori” volevano unirsi per raccontare gli intrecci tra sport e politica.
Un settimanale sportivo da
diffondere attraverso i tre quotidiani della sinistra radicale, “il manifesto”,
“lotta continua” e “Il Quotidiano ei lavoratori”. Il nome era già pronto “Piazza
delle tre culture”, a ricordo del massacro perpetrato sulla pelle degli studenti messicani una settimana prima delle olimpiadi di Città
del Messico del 1968. L’idea maturò dopo
i risultati di alcune mobilitazioni politiche
a seguito di avvenimenti sportivi di
rilievo internazionale, avvenuti tra il 1972 e il 1978, a testimonianza del
fatto che gli eventi sportivi sono parte integrante dei progressi economici,
politici e sociali. Tre avvenimenti in particolare avevano segnato quegli anni
sul fronte politico-sportivo: l’assalto del gruppo palestinese Settembre Nero
effettuato il 5 settembre al villaggio olimpico di Monaco di Baviera, in
occasioni delle Olimpiadi
del 1972, che si concluse con il
sequestro e la morte degli ostaggi, undici atleti israeliani. L’irruzione venne
effettuata per ricordare il dramma del conflitto palestinese e la questione dei
campi profughi. Si aggiungono la vasta
mobilitazione che precedette la finale di Coppa Davis Italia-Cile nel 1976, la
denuncia sulla fine dei desaparecidos e
le mobilitazioni contro la giunta militare capeggiata da generale Videla in occasione
dei mondiali disputati in Argentina nel 1978. L’idea di dar vita a un
settimanale sportivo all’interno della sinistra radicale era maturata nel bel mezzo di quegli eventi,
che caratterizzarono il fronte politico-sportivo degl anni Settanta del secolo scorso. La
galassia italiana dei partiti,
gruppuscoli, quotidiani, riviste, radio della sinistra extraparlamentare,
raccolti sotto la sigla “Nuova Sinistra” era notevole, ma lo sport ebbe sempre un ruolo di minoranza se non di
totale trascuratezza. In Francia erano
stati più bravi, il quotidiano “Rouge” e
ben sei riviste della sinistra radicale diffondevano contemporaneamente un
inserto realizzato anche grazie alla
collaborazione volontaria dei giornalisti sporti vidi “Liberation”, e
qualche copia di quel tentativo di dare r
voce politica allo sport, era arrivata anche in Italia. Il titolo ironico “L’Epique”,
beffava con un sottile gioco di parole il più diffuso e popolare quotidiano
sportivo d’Oltralpe L’Equipe” , rispondente alla nostra “Gazzetta dello Sport”
. In Italia sull’intreccio sport e politica la Nuova Sinistra non si era spesa
molto, vittima di un retaggio culturale
che vedeva le manifestazioni sportive solo come oppio dei popoli e dal quale
politicamente stare lontani il più possibile, lasciando mano libera ai fascisti
e ai democristiani, dagli apparati organizzativi come il Coni alla radio alla
televisione di Stato, senza trascurare
le pagine sportive dei quotidiani, cui si aggiungevano nel panorama dei media ben
quattro quotidiani sportivi. Seppur a fatica, il tentativo di dare vita a un
settimanale sportivo si fece strada: “L’Epique
è uscito come supplemento a sei riviste ella Nuova Sinistra e al
quotidiano Rouge…. Senza entrare nel merito o nella critica di questo esperimento dei compagni francesi, ci sembra giusto
sottolineare che “LEpique” è uscito unitario. La nostra proposta è di vedere se
ci sono le possibilità (noi pensiamo di si) di fare la stessa cosa in Italia”
scrivevano Daniele Barbieri della polisportiva Giovanni Castello ed Ely Peirot
di Città Futura sul quotidiano “Lotta Continua” nel settembre 1976, in un articolo intitolato “Proposta
di una rivista sullo sport”. La buona
volontà dei propositori , animati dall’aiuto di altri compagni impegnati nel mondo dello sport, portò all’uscita del
numero zero di “Piazza delle tre culture”. “Prendiamo coscienza di cosa
significa lo sport, come inserire la pratica sportiva nella ricerca che la ‘nuova sinistra’ faticosamente
porta avanti per un mondo nuovo mettendo in evidenza i legami tra politica dello sport e tutti gli
altri piani su cui marcia il nostro nemico di classe. Gli effetti psicologici
di massa dello ‘spettacolo sportivo’
sono gli effetti di uno scopo culturale che non mira soltanto al
rintontolimento delle teste dei lavoratori ma tende alla formazione di valori
culturali di cui non conosciamo gli esiti reali” scrivevano i promotori dell’iniziativa editoriale. Ad animare il progetto una riunione nazionale
che si svolse a Roma a fine ottobre del 1976, presso l’associazione sportiva
popolare Alessandrino, cui parteciparono
alcuni lavoratori del Coni, i rappresentanti di varie radio democratiche , che
trattavano lo sport nei loro programmi e
i delegati di associazioni sportive provenienti da Milano, Portici, Brindisi,
Genova, Napoli, Chieti, Lucca, Assisi, Prato e Firenze, nel corso della quale
si discusse del progetto e della necessità di costituire un coordinamento
nazionale di tutte le realtà sportive di base e “della necessità di creare una struttura di
controinformazione e di un comitato permanente contro ogni rapporto sportivo
con i paesi fascisti e razzisti”. Nonostante la buona volontà , una serie di
fattori impedirono che l’idea di un settimanale politico-sportivo potesse veder
la luce. La crisi della sinistra extraparlamentare, compresi i rispettivi organi di stampa, fecero
arenare il progetto. Oggi,però, i tempi
per la pubblicazione di un settimanale portavoce della galassia sportiva di
sinistra sono maturi, si tratta d unire le forze.
La
Federazione Italiana gioco calcio (Figc), si era definitivamente affermata con il campionato 1913-14, il primo vero
campionato che aveva visto la partecipazione di squadre del nord del centro e
del sud Italia. Sotto l’aspetto
organizzativo e regolamentare,
una serie di cavilli, condizionamenti,
burocrazie di ogni sorta imposte dalla Figc, soffocarono sul nascere la
formazione e la partecipazione ai campionati minori, dai livelli locali a
quelli regionali, di squadre che avevano uno spirito prettamente
dilettantistico. In risposta ai rigidi
paletti fissati dalla Figc, nell’estate del 1917 a Milano viene fondata
l’Unione Libera Italiana del Calcio (Uilc), ad opera del medico socialista
Luigi Maranelli, con l’intento di
recepire le istanze avanzate dalle squadre di calcio e semplificare il più
possibile la partecipazione dei calciatori, spesso operai, manovali, meccanici,
che si dilettavano nel tempo libero. Lo scopo della Uilc, come riporta l’Almanacco
dello Sport del 1918, è di “curare la diffusione del calcio tra la gioventù
delle classi meno ambienti” riducendo notevolmente una serie di norme che
imbrigliavano le squadre dilettanti. Il programma dell’associazione dei liberi
calciatori era in netto contrasto con le rigide norme volute dalla Figc,
accusata senza mezzi termini di essere
“il carcere del calcio italiano”. L’Uilc si dotò anche di un organo di stampa ll Corriere dello Sport libero , da cui
discende l’attuale quotidiano sportivo,
dalle cui colonne sferrava feroci
attacchi alla Figc e al suo presidente, l’industriale m milanese Francesco Mauro accusato di
perseguire politiche ambigue , clientelari e di bassa furbizia. Dalle colonne
de Il Corriere dello Sport libero, il medico Luigi Maranelli chiarisce subito gli intenti che sono alla
base della fondazione dell’Uilc: “La nostra organizzazione ha per cardine
politico la libertà, per cardine economico: né tasse né multe” . Non erano
previste sanzioni pecuniari, un scelta
di non poco conto, visto il carattere dilettantistico delle squadre di calcio. In caso di fallo e infortunio momentaneo del giocatore della
squadra avversaria, colui che aveva commesso il falo doveva stare fuori lo
stesso tempo indispensabile al calciatore infortunato per riprendersi. L’Uilc
non prevedeva il tesseramento dei
calciatori per la società con la quale giocavano, ogni domenica era
possibile cambiare squadra : “ Nessuno
può chiedere al nuovo venuto di dove venga, né il motivo per cui vuole
andarsene” perciò, scriveva Il Corriere
dello sport libero, l’Uilc è disposta ad “accogliere tutti quei figli del
popolo respinti o ignorati dalla Figc”. Un vero manifesto politico,
improntato a una concezione umanitaria e
solidaristica del calcio con sprazzi
libertari, non a caso l’Uilc divenne rifugio di calciatori rivoluzionari e
anarchici. Il libero calcio ebbe un consenso notevole in Emilia,
Lombardia,Veneto, Piemonte, Marche e Puglia, che ha la sua roccaforte a Foggia,
qui grazie a Filippo Guglielmi, negli anni successivi alla grande guerra , fu
proprio l’Uilc a organizzare e
promuovere il calcio nella Capitanata. Il consenso ai princìpi dell’Uilc è
trasversale e lo si rileva dai nomi delle squadre, dalle agguerrite Sparviero,
Intrepida, Guerrin, Gavorche, Lampo alle più politiche Avanti, San Paolo,
Balilla. Per le sue caratteristiche l’Uilc
richiamò una gran massa di sportivi proletari, soprattutto nei centri
industriali come Milano, Torino e Genova, che confluiscono nel calcio dei
“liberi”, autorganizzando tornei e
calendari e, soprattutto, dando vita a una gran quantità di fogli sportivi,che
descrivono la loro attività e gli esiti degli incontri calcistici, un fenomeno
seguito con una certa attenzione da L’Ordine
Nuovo di Gramsci, che alle attività dell’Uilc dedicò numerosi articoli. Nel 1920 l’Uilc
ebbe un consenso tale da organizzare un vero e proprio campionato su scala
nazionale , e nel 1922 aderirono ben 190 squadre, che si affrontarono nei
tornei locali e regionali. Una presenza
capillare sul territorio, quella dell’Uilc, che insinua la solidità della Figc,
all’interno della quale si
determina una spaccatura sulla politica
da seguire nei confronti dell’organizzazione dei liberi calciatori, tra coloro
che sostengono di ignorare il fenomeno e
coloro che si dichiarano per un’aperta contrapposizione. La Figc aveva
sottovalutato a lungo l’ideologia
calcistica che era alla base dell’Uilc,
e soprattutto quelle spinte innovative che venivano dai giovani dopo la prima guerra
mondiale, e che l’Uilc aveva saputo
interpretare a pieno. Le difficoltà economiche di un’organizzazione che
aveva favorito la libera partecipazione de giocatori di tornei di calcio, ma non godeva di finanziamenti
degli industriali e neppure delle quote delle squadre iscritte ai tornei, misero
in seria difficoltà la sopravvivenza dell’Uilc, cui si aggiunse il tentativo d
alcuni dirigenti di avviare trattative di fusione con la Figc. Luigi Maranelli
e pochi altri, fedeli al principio costitutivo dell’organizzazione rimasero
isolati, al resto pensò il fascismo, che nel 1926 impose all’Uilc di rientrare
a tutti gli effetti nella Figc. Nel 1927
fu dichiarata sezione propaganda della
Figc, un atto d’imperio che pose fine al
sogno, durato dieci anni, di migliaia di calciatori, che ogni domenica
costituirono la libera repubblica italiana del calcio, fondata sul principio
dell’autogoverno.