Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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domenica 17 giugno 2018

Metti una notte di mezza estate allo Stirpe di Frosinone

Luciano Granieri




Metti una serata allo Stadio Stirpe di Frosinone, quello che   appartiene anche un po’ a noi tutti cittadini  perché è stato costruito anche con un qualche  soldo dei nostri .  Metti che in quella serata di mezza estate, si sia giocata la finale play off di serie B. Metti che a contendersi la serie A siano  proprio il Frosinone, quello che gioca nello stadio che un po’ appartiene a tutti noi, e il Palermo. 

Metti pure che, tutto sommato, sia  una serata divertente ed emozionante, dove all’inizio i giocatori in rosa nero, allenati dall’ex Stellone, si sono lasciati andare un po’ alla provocazione allo scopo di mantenere il risultato a loro favorevole maturato a Palermo, e    i canarini si sono  rifatti ampiamente, nel gioco e un nel restituire le zozzerie subite nel primo tempo. 

Metti un arbitro che allarga e stringe a suo piacimento l’area di rigore giungendo, per fortuna,  a determinarne le giuste misure tanto da evitare di fischiare un rigore ingiusto. Metti  che qualche giocatore del Frosinone  seduto in panchina, all’improvviso,  si sia messo a giocare a bocce con i palloni, scambiando la sfera che stava fra   i piedi di un palermitano per il  boccino. 

Metti che gli altri giocatori, quelli in campo, abbiano sfoderato una partita eccellente e che nonostante l’arbitro abbia prolungato il recupero per l’inopinata partita di bocce giocata dalla panchina canarina, non solo siano riusciti a difendere  l’uno a zero ma abbiano segnato anche il secondo. 

Metti pure che qualche cogl….cioè sprovveduto abbia  deciso di invadere il campo non curandosi se l’arbitro avesse fischiato o meno la fine della partita dopo il due a zero, (fortunatamente la giacchetta nera aveva colto l’attimo per  fischiare) , mettendo a rischio per invasione di campo lo straordinario risultato  ottenuto. 

Metti tutto questo e avrai una stimolante e divertente  serata di calcio con il Frosinone che ritorna in serie A . Nonostante la gioia  sui social media, e su  qualche giornalone,  girano rampogne profuse in abbondanza da rampognari, per lo più  di  indubbia  fede, (se non proprio  in mala fede) che accusano noi ciociari di essere anti sportivi, di non meritare la serie A, per l’improvvida sventagliata di palloni che avrebbe disturbato quelli del Palermo  e per l'anticipata  invasione di campo . Insomma ci esortano a vergognarci per la nostra antisportività . Addirittura l'integerrimo presidente rosa nero ha presentato ricorso contro il risultato maturato sul campo. 

E’ vero noi ciociari, forse dovremmo fare ammenda, ma non per faccende calcistiche, che in definitiva  costituiscono  un fatto positivo per  la città, noi ciociari dovremmo fare ammenda perché puntualmente la qualità della vita nella nostra cittadina, ogni anno è agli ultimi posti nella classifica stilata dal quotidiano “il sole 24 ore”, con l’aria irrespirabile e una sanità pubblica deficitaria. Dovremo un po’ arrossire perché anno dopo anno vengono meno servizi sociali importanti , aumentano a dismisura le tasse e con esse la povertà . Di questo, forse  dovremmo vergognarci. 

Ma ci penseremo domani, anzi dopo domani. Ora godiamoci la bella serata allo Stirpe con  le aeree di rigore che si allargano  si restringono, con i giocatori della panchina che scambiano i palloni  per le bocce , con i tifosi che avrebbero voluto fischiare al posto dell’arbitro e con il Frosinone in serie A.

martedì 12 giugno 2018

Spagna 1982, un mondiale vinto calcisticamente ma perso ideologicamente.

Luciano Granieri




Dal prossimo 14 giugno rimpiangeremo le belle grigliate che si fanno di solito quando gioca la  nazionale  ai mondiali. Disgraziatamente i leoni azzurri si sono fatte pecore freddolose e hanno capitolato di fronte alla fredda Svezia. Volendo trarre un bilancio su i mondiali di calcio a cui ho assistito nella mia vita,  direi che è positivo. Due competizioni vinte (1982-2006) contro una mancata partecipazione, quella di quest’anno.  In mezzo una serie di brutte figure alternate  a qualche discreta prestazione.  

La vittoria degli azzurri (a proposito, quando si bandirà il colore azzurro dei Savoia dalla maglie delle nazionali?) del 1982 è quella che mi piacerebbe condividere con chi avrà  la bontà e la voglia di leggermi. Quella, per noi marxisti romanisti,  fu un trionfo nazionalista, ma una sconfitta ideologica. Lo so quello che state pensando ” E dalle co’ sta ideologia, ma è una fissa”. Ebbene si   l’ideologia per noi marxisti-romanisti è un valore da cui non possiamo prescindere. Ma vado meglio a spiegare. 

Un ideologia collettiva di calcio
Quei campionati del mondo, arrivavano dopo la rivoluzione tattica  della Roma di Liedholm, quella della zona, quella di Falcao, soprattutto quella che il 10 maggio del 1981, subì uno dei più clamorosi furti calcistici mai perpetrati nella storia de  football: l’annullamento del gol regolare  segnato da  Turone alla Juventus,grazie al quale la Signora riuscì a vincere il campionato rubandolo alla Roma. 


Ma soprattutto prendeva corpo  un conflitto  ideologico, fra la concezione del calcio brasiliano e romanista , il cui  profeta era Paulo Roberto Falcao, e l’idea  del calcio sparagnino e speculativo italiano, incarnato dalla Juve trapattoniana.  Ad una squadra che giocava un football  propositivo, fatto di passaggi, triangolazioni,  continua ricerca del gioco d’attacco, grazie alle geometrie sviluppate da campioni  come Falcao, Bruno Conti, Carlo Ancelotti, Agostino Di Bartolomei, e alle straordinarie finalizzazioni di bomber Pruzzo, rispondeva la filosofia speculativa  della Juventus del Trap, una squadra arcigna,  basata sulla solidità difensiva,  con randellatori del calibro di Furino, Gentile, Brio , ma anche con difensori  dell’abilità di Cabrini e Scirea.

Insomma la Roma proponeva  un’immagine  creativa  (allora si era appena usciti da un’era in cui si auspicava la creatività al potere, o qualcosa del genere) che  si contrapponeva ad un’idea di calcio, tipicamente democristiana, sparagnina il cui successo derivava dai giochi di palazzo, così come il successo bianconero scaturiva dai giochi “CON IL PALAZZO”.   Questo fu il leit motiv che accompagnò anche la stagione successiva, quella propedeutica ai mondiali. Nel campionato 81/82 la Juve scippò alla Fiorentina lo scudetto, e la Roma arrivò terza.  

Dal campionato alle nazionali
Quella stessa filosofia si trasferì nelle squadre nazionali che parteciparono ai mondiali dell’’82.  Da un lato il Brasile stellare di Falcao, dall’altro  la Nazionale Italiana difensivista  di Gentile e Scirea. Inutile dire che noi marxisti-romanisti, nonostante Bruninho de Oro, alias Bruno Conti,  giocasse nella formazione di Bearzot stavamo tutta la vita con Falcao, anche perché, nell’ottica dell’internazionalismo comunista  non necessariamente si doveva tifare per la propria nazionale, anzi questo era terribilmente borghese.

Le  partite dei gironi non fecero  che confermare la nostra passione per la creatività ed il divertimento. Mentre l’Italia passava il turno per il rotto della cuffia  non vincendo nemmeno una partita, finendo a pari punti con  il Camerun  escluso per differenza reti ,  con l’unico lampo, per noi marxisti-romanisti dello  straordinario gol di Bruno Conti al Perù, il  Brasile passeggiava sul velluto chiudendo a punteggio pieno il suo girone, rifilando due gol all’Urss quattro alla Scozia e quattro alla Nuova Zelanda. Mi ricordo il tono di sufficienza e compassione con cui assistevamo alla partite dell’Italia, spesso guardati male da chi stava vicino a noi. Assistemmo al match   con il Perù ospiti dai alcune amiche  che momenti ci cacciavano.  Ci salvò  l’esultanza per il gol di Conti considerato uno straniero “creativo” in Patria.



Uno squallido passaggio del turno e la rinascita 
Dopo la prima fase nel team brazilero era tutto un tripudio di canti e balli, la squadra italiana invece era in silenzio stampa sommersa dalle critiche e dalla certezza che, oltre quella risicata qualificazione, non si sarebbe andati . Infatti ci saremmo giocati il passaggio alle semifinali  incontrando, in un  terribile gironcino a tre  , l'Argentina, ma soprattutto il  Brasile.  Seguimmo la partita con l’Argentina al Nestor, davanti al maxi schermo, credo fosse una delle prime volte che si tentava l’esperimento di trasmettere le partite al cinema. Inaspettatamente l’Italia vinse, grazie ad una partita tutta cuore, e a Gentile che seviziò Maradona dal primo all’ultimo minuto. Tardelli e Cabrini segnarono i due gol azzurri contro l’unica rete Argentina di Passarella. Nella bolgia del Nestor  in tripudio, la nostra valutazione fu lapidaria. Ecco, la vittoria dell’Italietta ottenuta con le solite randellate e i soliti mezzucci propri della filosofia juventina, Juventus  che per altro costituiva l’ossatura della squadra. Prima della partita con i verde oro assistemmo all’ennesima passeggiata di Falcao e compagni contro la stessa Argentina schiantata  per 1 a 3 Zico, Serginho, e Junior gli autori dei gol brazileri.

Italia  - Brasile
Quel 5 luglio del 1982  decidemmo di assistere al trionfo della filosofia creativa brazilera, contro i mezzucci italiani a casa mia,  io e l’altro amico marxista-romanista. Ne avevamo abbastanza degli scomposti festeggiamenti  della gente italica esaltata da prestazioni tutto cuore , mazzate e niente spettacolo. Quella sottile soddisfazione di veder trionfare la propria ideologia doveva essere vissuta intensamente e solo fra fini estimatori del calcio moderno . Per altro al Brasile era sufficiente  il pareggio per passare.  Ma la partita prende  una strana piega. Gli esteti brasiliani cominciano   a scambiarsi palla sulla propria tre quarti, mentre gli italiani prendono    a correre come forsennati  , a rubare palloni su palloni, e a ripartire con efficacia. Conti recupera  palla sulla sua fascia, si accentra,   inaspettatamente libero,  calibra un passaggio  per Cabrini, che mette in mezzo e Rossi (già proprio lui l’improbo del calcio scommesse), tutto solo -le diagonali difensive non erano nelle corde del  Brasile -  fa uno a zero.

Tranquilli non c’è problema, vedi che fine fa l’Italia quando questi inizieranno a giocare. Ed infatti i verde oro cominciano a far vedere il loro calcio, dopo qualche occasione sprecata, ci pensa Zoff a scansarsi dal primo palo consentendo a Socrates  di pareggiare. Ah  ecco mi pareva! Vedi è stato un fuoco di paglia. Ma chi di topica ferisce di topica perisce. Il futuro romanista Cerezo  ciccando un pallone che doveva essere per Junior pensa bene di mettere Rossi solo davanti alla porta. E’ due a uno. Qualche dubbio sula filosofia del calcio propositivo comincia ad affiorare. D’accordo sulla bellezza degli schemi d’attacco, però ogni tanto qualcuno in difesa deve rimanere un po’ sveglio soprattutto quando la squadra è in fase di uscita.  Una certa delusione inizia  a pervaderci.  

Dopo che, come al solito, Gentile si porta a casa un pezzo della maglia di un avversario ,  in questo caso Zico in piena area di rigore, non visto dall’arbitro,  ci pensa  lui,  Paulo Roberto Falcao,  l’ottavo Re di Roma prima di Totti. Con un passo di danza il numero 5 romanista manda a spasso tutta la difesa italiana e le metta alle spalle di Zoff. Un gol fantastico! Era quello che aspettavamo saltiamo dalla sedia gridando goool gooool forza Roma! grande Falcao!  



Credevamo fosse la nemesi, ma ci sbagliavamo. Su corner di Conti un tiro maldestro  di Tardelli diventa un assist per Rossi solo davanti alla porta praticamente vuota.   Scaraventare la palla in rete è un gioco da ragazzi. Ma è troppo solo! È in fuorigioco! Sembra. Perché Junior,  o Socrates non mi ricordo   fa la bella statuina vicino alla   linea di porta  disturbando il suo portiere ed  evitando di mettere in fuori gioco gli attaccanti italici.

La resa
Il resto è storia.  Dopo un gol di Antognoni annullato per un fuorigioco inesistente,  Zoff diventa un mostro ed inchioda sulla linea un colpo di testa di Paulo Isidoro che sembrava destinato in rete. E’ finita. L’Italietta dei sotterfugi delle randellate, della difesa ad oltranza ha vinto. La grigia arte di arrangiarsi italiana aveva trionfato sul colorato calcio spettacolo brasiliano, per altro meritatamente .

Scendemmo in strada un po’ mesti  a vedere i caroselli e la gente intorno a noi non capiva perché non fossimo proprio tanto felici. Stavamo elaborando il lutto della perdita di un’ideologia calcistica che per noi era la guida, fu un po’ come quando capimmo che avevamo perso la lotta di classe.

Contrordine compagni si torna a tifare Italia 
 Masi sa il calcio è strano è passione pura. Così il giorno dopo tornammo borghesemente a fare un tifo sfegatato per l’Italia. La Polonia battuta due a zero in semifinale, la Germania sconfitta,   l’urlo di Tardelli, il gol di Altobelli che sembrava non volesse mai entrare, e poi il Presidente Pertini, il Presidente Partigiano esultante  come un bambino ai gol segnati contro la  squadra degli invasori tedeschi,   sono  diventati i frame di un film bellissimo.



Dopo la finale andammo anche noi in strada a festeggiare la vittoria dell’Italietta dei sotterfugi e delle randellate che in quel frangente era diventata la squadra più forte del mondo.  

Ma la nostra ideologia calcistica risorse l’anno dopo, quando la Roma di Liedholm, Falcao, Ancelotti, Di Bartolomei, Pruzzo , del campione del mondo Bruno Conti vinse il campionato. I  festeggiamenti durarono molto più che una notte, andarono avanti per tutta l’estate.

sabato 9 giugno 2018

Il sistema sovietico

Paolo Bruschi


Mondiali 2018. Il gioco del calcio restò per anni ancorato al modulo "2-3-5"


Quando la Russia zarista entrò nella Prima guerra mondiale, il calcio era già diffuso nelle città europee dell’Impero e stava dilagando verso il Caucaso, il Volga e gli Urali. I contadini e gli operai che assaltarono il Palazzo d’Inverno nell’ottobre 1917 erano presumibilmente freschi tifosi del gioco arrivato da Occidente. Una volta al potere, i bolscevichi non tardarono a occuparsi del football e crearono, dalle ceneri dei club borghesi, nuovi sodalizi “proletari”, associandoli alle principali istituzioni del paese: CSKA Mosca (esercito), Dinamo Mosca (Ministero degli Interni), Lokomotiv Mosca (Ministero dei Trasporti), Torpedo Mosca e Zenit Leningrado (i maggiori complessi industriali).
Dapprima, il calcio fu oggetto di attenzioni ambivalenti da parte dei comunisti, che oscillavano fra la condanna ideologica di uno sport ritenuto ineluttabilmente diseducativo (il dribbling e le finte erano giudicati turpi inganni!) e i vani tentativi di moralizzarlo con cervellotiche modifiche alle regole. Si trattava in effetti di un altro versante del più generale dibattito sullo sport: tutti concordavano che la cultura sportiva sovietica dovesse propiziare il miglioramento della salute, l’incremento della produttività lavorativa, preparare i lavoratori a difendere le conquiste rivoluzionarie, divulgare abitudini collettivistiche e disciplina, ma a questi scopi, sembravano meglio rispondere combinazioni varie di ginnastica, esercizi fisici correttivi, giochi, escursioni e parate.
Benché fosse altresì unanime la condanna dell’individualismo, dell’ossessiva ricerca dell’eccellenza prestazionale e dello spirito competitivo, prevalse la volontà popolare, poiché le masse amavano il calcio per quello che era. Il Cremlino si convinse che anche il pallone poteva essere sfruttato a fini di irreggimentazione, di ri-orientamento socio-culturale, di compattamento della sparsa identità federale e quale pietra di paragone nella competizione contro il “corrotto mondo occidentale”.
L’isolamento internazionale, retaggio dell’Ottobre e dell’intervento straniero in appoggio ai contro-rivoluzionari nella guerra civile, ostacolò però la crescita tecnico-tattica del movimento calcistico. Senza scambi con l’estero (l’URSS aderì alla FIFA solo nel 1946) e con ridotte occasioni di confronto anche fra le squadre delle diverse città dello sterminato paese, il livello del gioco rimase modesto. Nikolai Starostin, ex calciatore e fondatore dello Spartak Mosca, suggerì allora la creazione di un campionato unico sovietico, la cui prima giornata si disputò nel maggio 1936 – Starostin si spinse ben oltre, proponendo che i calciatori fossero esentati da ogni altro lavoro e per questa eresia professionistica qualche anno dopo si beccò dieci anni di gulag.
Ordinata la parte organizzativa, il football sovietico aveva adesso necessità di progredire tatticamente, dato che ogni squadra mandava in campo due difensori, tre centrocampisti e cinque punte, tutti schierati in linea a replicare la forma della piramide. L’evoluzione verso il più moderno “sistema”, con l’arretramento in difesa del centromediano e il disallineamento degli attaccanti, in Russia sperimentato dal solo Spartak e osteggiato dai vertici del PCUS come una capitolazione di fronte a una tattica capitalista, fu conseguenza di un’altra guerra civile, quella spagnola.
Nel giugno 1937, una selezione basca giunse in Unione Sovietica nel quadro di un tour per raccogliere fondi a favore della Repubblica attaccata dai franchisti. I calciatori baschi costituivano il nerbo della Spagna, che nel 1928 aveva inflitto all’Inghilterra la prima sconfitta contro una rappresentativa continentale e ai Mondiali del 1934 aveva eliminato il Brasile prima di lasciare strada all’Italia padrona di casa. I “sistemisti” di Euskadi furono festeggiati da folle imponenti come campioni dello sport ed eroi della resistenza contro il nazifascismo, ma non si fecero scrupoli a umiliare prima il Lokomotiv e poi la Dinamo Mosca, mettendo a nudo l’inadeguatezza dell’obsoleto 2-3-5 dei russi. L’ultima speranza era lo Spartak e la nomenklatura del partito fece sinistramente sapere a Starostin che era in gioco l’orgoglio sovietico. Rinforzato da alcuni elementi ucraini e georgiani, lo Spartak non deluse e, anche grazie a qualche gentile favore arbitrale, travolse la compagine iberica per 6-2.
Nel 1938 quasi tutte le formazioni della massima divisione si convertirono al “sistema”, inclusa l’ultraconservatrice Dinamo Mosca, che ne sviluppò un’avveniristica versione con fitta rete di passaggi e insistito scambio di posizioni fra i giocatori. Così attrezzato, l’undici dei servizi segreti nel novembre 1945 andò in tournée nel Regno Unito e meravigliò persino i maestri inglesi, vincendo con l’Arsenal e pareggiando con Chelsea e Rangers Glasgow.
 fonte: alias del 09/06/2018

giovedì 28 luglio 2016

Lotta di classe. Proletariato sconfitto anche nel calcio

Luciano Granieri


La Juve ,di cui Exor,  cassaforte della famiglia Agnelli è proprietaria per il   64%, fattura circa 360 milioni l’anno e paga 256 milioni  di stipendio ai propri calciatori. Fca di cui la Exor, cassaforte della famiglia Agnelli,  è socia di maggioranza con il 21% delle azioni, fattura circa 8miliardi l’anno, ma gli stipendi dei 67mila dipendenti italiani incidono infinitamente meno. 

Higuain recente acquisto della Juve, il cui socio di maggioranza è la Exor, lo stesso di Fca, è costato 110 milioni fra prezzo d’acquisto (94 milioni) e stipendio (16 milioni). Con la stessa cifra si sarebbe potuto assicurare  un aumento di stipendio di 150 euro mensili agli operai Fca, coloro cioè che contribuiscono a fatturare 8 miliardi l’anno e non 360 milioni come Higuain e soci. 

Tale ragionamento è  stato fatto da Gerardo Giannone, operaio della Fca di Pomigliano in regime di salario di solidarietà, al netto 900 euro più o meno al mese. Al di là della delusione e della rabbia di un probabile tifoso del Napoli che ha assistito alla vendita del giocatore più forte della squadra del cuore alla rivale di sempre, cioè la Juve, il discorso non fa una piega. 

Se poi consideriamo che la Exor, cassaforte della famiglia Agnelli,   maggiore azionista della Juve( 64%) e maggiore azionista di Fca( 21%) ha spostato la sede fiscale da Torino ad Amsterdam, col vantaggio di non pagare l’Irap e di realizzare profitti detassati dagli scambi azionari, forse il malcontento dei tifosi non bianconeri diventa più aspro, ma purtroppo rassegnato. 

Al di la della passione calcistica, non è errato affermare che la famiglia Agnelli è stata ed è una delle caste, se non la casta, più potente in Italia.  Ne consegue che la squadra di calcio di cui è proprietaria gode dei favori che si devono ad un padrone così influente e non mi riferisco ai favori arbitrali, che pure ogni tanto ci sono. La parentesi calciopoli era evento troppo evidente per non determinare conseguenze.  

Prendiamo lo Juventus Stadium, si è detto mirabilie dell’impianto bianconero, esaltando  la lungimiranza e l’abilità di una società sportiva capace di costruirsi privatamente uno stadio di proprietà. Siamo veramente sicuri che la Juve abbia  fatto tutto da sola senza intaccare il pubblico interesse?  La città di Torino ha chiesto alla società bianconera,  in cambio della cessione di proprietà, di fatto per 99 anni, di un’area di 350.000 mq, 20 milioni di euro, cioè la miseria di 58 centesimi a metro quadro. Non solo, lo stesso Comune di Torino ha approvato, sic et simpliciter ,  una variante al piano regolatore che ha consentito alla società calcistica degli Agnelli di  acquisire, per un altrettanto tozzo di pane, terreni  adiacenti  allo Stadium utili a  realizzare  due grandi centri commerciali che consentono di monetizzare ulteriori introiti oltre ai profitti del campo di calcio.  Ma i tifosi del Torino a Torino sono considerati? 

Gli investimenti per la realizzazione di un’arena calcistica, sono indubbiamente ingenti, però  se il Comune ti regala l’area dello stadio più altri spazi per edificare  centri commerciali  in barba all’interesse pubblico, l’operazione è molto più semplice e consente di incrementare  in un anno quei guadagni che, attraverso l’acquisto di calciatori e la partecipazione, fallimentare  ma costante, alla Champions League  sono passati da 11,6 a 34,6 milioni in un anno. 

Questi sono solo gli ultimi fatti, ma la Juve è stata sempre la squadra della famiglia più potente in Italia, proprietaria della Fiat e di una complesso intreccio di attività altamente  remunerative. Capello, Landini, Altafini, e più recentemente  il Capello allenatore, Zebinà, Emerson, fino all’attualità, Pjanic e Higuan sono state le appropriazioni che la compagine juventina, dall’alto della sua potenza economica, si è concessa ai danni delle squadre che in quel momento erano le più accreditate per contendergli la leadership in Italia. Miliardi di lire, milioni di euro, in spregio agli stipendi degli operai Fiat, sempre più miseri, e sempre più lasciati in balia della cassa integrazione. 

Oggi si fa un gran discutere di Costituzione, ebbene l’attività della Exor, o Fia,t o Fca, o come la vogliamo chiamare, nel dissanguare gli operai e spendere milioni per i calciatori  non è molto in linea con l’art.41 il quale giustifica  la proprietà privata ma essa non deve svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in  modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. A pensarci bene offrire un motivo per gioire a milioni di perdenti che tifano i pluridecorati bianconeri perché non in grado di affermarsi da soli  nella società potrebbe costituire funzione di alto valore sociale. Del resto il calcio è metafora della vita e da sempre il quotidiano è formato da padroni e subalterni. Per ora, lasciando stare la lotta di classe, nello sport questo è un postulato non scardinabile. Rassegnamoci.



domenica 25 ottobre 2015

Il Subbuteo, una storia del novecento

Paolo Bruschi
Brevettato dall'inglese Peter Adolph nel 1947 raggiunse un clamoroso successo in tutto il continente negli anni '60

L’avevo desi­de­rato a lungo, il Sub­bu­teo, prima di tro­varlo sotto l’albero in un pacco che non poteva celare il con­te­nuto. I miei geni­tori ave­vano ceduto a sguardi sup­pli­che­voli e mute implo­ra­zioni e l’avevano infine com­prato per 14mila lire, una cifra non pro­prio vile per un regalo di natale nel mezzo degli anni ’70. Soldi spesi bene, visto l’uso intenso e, si sarebbe sco­perto, pro­lun­gato. Da bam­bino, ci gio­cavo in inter­mi­na­bili ses­sioni pome­ri­diane e stracciavo rego­lar­mente tutti gli avver­sari, dato che mi alle­navo senza sosta in infi­nite partite  soli­ta­rie, il por­tiere sosti­tuito da un man­da­rino ben paf­futo o da una rotonda confezione  di aghi per cucire.
Amici e sfi­danti occa­sio­nali li domi­navo anche al liceo: sì, gio­ca­vamo pure da ado­le­scenti, con supremo sprezzo di qual­che cin­que in pagella e soprat­tutto dei riso­lini di scherno delle nostre com­pa­gne, alli­bite da tanto ritardo nello svi­luppo ormo­nale. Ho rivi­sto quell’espressione di deri­sione e incre­du­lità negli occhi di mia figlia, men­tre, ormai diversamente gio­vane, chino sul tap­peto verde, tra­mor­tivo di gol ed entu­sia­smo dei nipoti ana­gra­fi­ca­mente insen­si­bili al fascino del gioco.
Ma del senso di ver­go­gna mi ero libe­rato anni prima, dopo aver visto il futuro suocero, rispet­tato docente uni­ver­si­ta­rio, insce­nare un’indiavolata con­tesa di cal­cio da tavolo pre-subbuteo con un affer­mato diri­gente d’azienda e un capi­tano d’industria di lungo corso: per loro, tappi di bot­ti­glia e pal­line di carta pres­sata basta­vano a simu­lare la magia del cal­cio, prima dell’arrivo delle minia­ture inven­tate in Inghilterra.
Pro­prio la dif­fusa ansia di svago, dopo le ristret­tezze e i lutti della guerra, indusse Peter Adolph, un impie­gato dell’ufficio pen­sioni appas­sio­nato di orni­to­lo­gia, a bre­vet­tare nel 1947 un gioco da tavolo con il nome di “hobby”. Poi­ché quel nome non era regi­stra­bile, ricorse al cor­ri­spon­dente latino del falco lodo­laio (che in inglese è appunto Eura­sian Hobby) e così nac­que il Sub­bu­teo. In prin­ci­pio, la sca­tola con­te­neva porte in carta e fil di ferro, una pal­lina in ace­tato di cel­lu­losa e cal­cia­tori in car­ton­cino mon­tati su un bot­tone appe­san­tito da una ron­della di piombo. Quello che sarebbe stato il distin­tivo manto verde non c’era e, segno dei tempi, Adolph for­niva in suo luogo un ges­setto con cui trac­ciare le appo­site righe sulle ubi­que coperte verdi distri­buite dall’esercito. Gli ordini fioc­ca­rono e a Tun­bridge Wells pre­sto sorse una flo­rida indu­stria, che debellò la temi­bile con­cor­renza di New­footy, un gioco simile inven­tato a Liver­pool addi­rit­tura nel 1929, e pose le con­di­zioni per il cla­mo­roso suc­cesso degli anni ’60, che in breve tra­versò la Manica e tra­cimò per tutto il continente.
Imman­ca­bil­mente, furono orga­niz­zati dei Cam­pio­nati del mondo e nel 1978, a Lon­dra, fu un ragaz­zino geno­vese, tra­pian­tato a Pisa, ad aggiu­di­car­seli nella cate­go­ria junio­res. Andrea Pic­ca­luga, che oggi inse­gna Mana­ge­ment dell’Innovazione alla Scuola Supe­riore Sant’Anna e si fa vedere a tor­nei e pre­sen­ta­zioni di libri in tema, ricorda: «Ero un quat­tor­di­cenne tranquillo e la mia capa­cità di domi­nare la ten­sione si rivelò utile per un gioco che richiede fred­dezza, pre­ci­sione e un po’ di stra­te­gia scac­chi­stica. La gara più dura fu la semi­fi­nale con­tro un belga, che vinsi ai tiri piaz­zati, men­tre in finale supe­rai per 3–0 il tede­sco Dirk Barwald  Il meglio venne dopo. Mi inter­vi­sta­rono a 90° Minuto e la fede­ra­zione inglese mi chiamò per una tour­née di un mese. Par­tii con un amico, invi­tato per farmi com­pa­gnia, e dispu­tai quasi cin­que­cento par­tite, subendo solo 4 gol. Nei mag­giori negozi di gio­cat­toli, decine di ragaz­zini face­vano la fila, mi sfi­da­vano in gare di cin­que minuti e se ne anda­vano bat­tuti con un atte­stato dove faceva bella mostra il mio auto­grafo. È vero, mi assi­cu­ra­rono il dito, pare per 25.000 ster­line: fu un colpo di genio, che servì magni­fi­ca­mente a pubblicizzare l’evento».
Il Sub­bu­teo imboccò poi la para­bola discen­dente. Provò a cam­biare e la pro­prietà passò di mano più volte, finendo per­sino oltreo­ceano. L’americana Hasbro, per con­te­nere i costi, ridusse il cata­logo delle squa­dre a poco più di qua­ranta. Così facendo, però, recise alla radice la pianta della pas­sione, che in larga misura era cre­sciuta dalla brama di ogni bambino di incre­men­tare la pro­pria col­le­zione anche e soprat­tutto con le for­ma­zioni meno note, come argu­ta­mente sin­te­tiz­zato dalla band inglese Half Man Half Biscuit, con il singolo del1989 All I want for Christ­mas is a Dukla Pra­gue away kit (Tutto quello che voglio per
natale è il Dukla Praga con la maglia da tra­sferta). Tut­ta­via, negli ultimi anni, il Sub­bu­teo ha cono­sciuto un sor­pren­dente revi­val e una nuova edi­zione dei Mon­diali si è tenuta a San Bene­detto del Tronto lo scorso set­tem­bre, vinta dallo spa­gnolo Car­los Flo­res. Si tratta più che altro di nostal­gia: i bam­bini e i ragazzi di allora, diven­tati qua­ran­tenni e cin­quan­tenni briz­zo­lati, hanno risco­perto il gioco e ne per­pe­tuano la tra­di­zione men­tre il mondo va in direzione  con­tra­ria con il dila­gare di Play­sta­tion, XBox e Wii. Anche la pros­sima fine del Sub­bu­teo, fatal­mente iscritta nell’età dei pra­ti­canti e nell’indifferenza dei loro figli, sem­bra per­tanto un pro­dotto dei “Trenta glo­riosi”, l’irripetuta fase di espan­sione eco­no­mica e sociale suc­ces­siva alla fine del secondo con­flitto mon­diale, in cui il gioco vide la luce e prosperò.
Come tutti i soprav­vis­suti alla car­ne­fi­cina mili­tare, Adolph aspi­rava a una vita più tran­quilla e spen­sie­rata. La sua idea impren­di­to­riale al con­tempo ali­mentò e bene­fi­ciò dell’ottimismo post-bellico e dell’impetuosa cre­scita pro­dut­tiva soste­nuta dal Piano Mar­shall, che si rinforzarono l’un l’altra. La nuova indu­stria dei beni di con­sumo e dell’intrattenimento, in cui si col­lo­cava a pieno titolo il Sub­bu­teo, incon­trò una domanda di massa spinta dalla piena occu­pa­zione, cui con­tri­bui­vano fab­bri­che come quella di Tun­bridge Wells, che pro­du­ceva a milioni gli omini tri­di­men­sio­nali che afflui­vano nelle abi­ta­zioni del Kent, dove numerosissime  casa­lin­ghe (mise­ra­mente pagate, va pre­ci­sato) deco­ra­vano a mano gli idoli in scala dei pro­pri figli. Quei bam­bini sareb­bero stati la prima gene­ra­zione della sto­ria a sperimentare  lun­ghi anni di gioco, senza sensi di colpa e senza che il gioco fosse considerato  tempo rubato al sosten­ta­mento della fami­glia. Anche i geni­tori sta­vano godendo di un’inedita dispo­ni­bi­lità di tempo libero e tutti insieme nutri­vano l’industria del diver­ti­mento e dei giochi.
Oggi, quei bam­bini, quei ragazzi e quei gio­vani, tor­nano agli anni della loro infan­zia e della loro gio­ventù e sco­prono che quanto era mero svago e distra­zione ha mutato natura, è diven­tato cul­tura, cul­tura popo­lare, memo­ria da con­ser­vare e, se pos­si­bile, inda­gare. Ecco quindi che una par­tita di Sub­bu­teo fra “atleti” stem­piati e con la pan­cetta, ben­ché priva della dignità arti­stica di opere come Il dot­tor Stra­na­more o Wish you were here, riporta alla luce lo spi­rito delpas­sato e il modo in cui, insieme, que­ste mul­ti­formi espres­sioni della crea­ti­vità umana con­tri­bui­rono a orien­tare la per­ce­zione della realtà e le opi­nioni delle per­sone di allora.
fonte settimanale "alias" del 24 ottobre 2015

sabato 10 ottobre 2015

Quando Italo Calvino scrisse di Italia — Inghilterra ma fuori dallo stadio

Pasquale Coccia

Sport. Lo scrittore quando era redattore dell'Unità a Torino fu incaricato di seguire il primo incontro della nazionale dopo la Liberazione.


E’ pos­si­bile scri­vere un arti­colo su una par­tita di cal­cio che il cro­ni­sta spor­tivo non ha visto? A farlo fu Italo Cal­vino. Il futuro scrit­tore, redat­tore de L’Unità, edi­zione pie­mon­tese, nel 1948 fu inca­ri­cato di seguire l’incontro di cal­cio Italia-Inghilterra, il primo vero match dopo la Lib­razione. Nel 1941, appena diciot­tenne, Italo Cal­vino pub­blicò un breve rac­conto,Il treno degli illusi, narra di una gio­vane ragazza bionda che per lavoro ogni giorno prende il treno con altri pendolari e si diverte a son­dare i viag­gia­tori dello scom­par­ti­mento su una futura pro­fes­sione cui aspi­re­reb­bero. Il pro­ta­go­ni­sta del rac­conto fini­sce per diven­tare un ragazzo di 18 anni, l’alter ego di Cal­vino, il quale con­fida alla bionda signo­rina che vor­rebbe diven­tare un cam­pione di cicli­smo o affer­marsi nella let­te­ra­tura. Cal­vino si cimentò in più occa­sioni nella cronaca spor­tiva, quando lavo­rava al gior­nale fon­dato da Anto­nio Gram­sci, dalle colonne de L’Unità pole­mizzò for­te­mente con il Vati­cano sul ten­ta­tivo di appro­priarsi delle imprese cicli­sti­che di Bar­tali, che non vi sia una netta sepa­ra­zione tra reli­gione e sport, vista la lunga tra­di­zione degli ora­tori, pos­siamo anche capirla, scri­veva Cal­vino, ma rimar­chiamo quella tra cicli­smo e Vati­cano. Il vento della guerra fredda e della con­trap­po­si­zione tra cat­to­lici e com­nisti sof­fiava forte anche tra i raggi delle bici dei cam­pioni. Per tor­nare a quella dome­nica pomriggio di marzo del ’48, Italo Cal­vino per quanto inviato dalla reda­zione a seguire Italia-Inghilterra, non varcò i can­celli dello sta­dio Comu­nale di Torino. Fu attratto da tutto quanto succe­deva intorno allo sta­dio, il bru­li­care dei tifosi, le ban­ca­relle, i baga­rini attivi fin da allora, una delle poche cose che resi­ste al cal­cio glo­ba­liz­zato: “Io la par­tita l’ho vista di fuori. Certo anch’io avrei potuto com­prare un biglietto all’ultimo momento, quando gli sfor­tu­nati baga­rini face­vano di tutto per dar via all’ultimo momento le loro rima­nenze, ma ho pre­fe­rito gustarmi l’atmosfera di festa per le strade, assa­po­rare que­sta dome­nica di festa tanto diversa dalle altre”. Una festa inso­lita per Torino, assor­bita dall’allegria dei tifosi, per l’occasione para­go­nati ai signori ben vestiti che escono dalla messa della dome­nica dalla chiesa di San Carlo. I tifosi pro­ve­nienti da tutta l’Italia, già dal sabato sera riversi tra i tavo­lini dei bar fino a notte fonda, quando gli stril­loni annun­cia­vano i titoli dei quo­ti­diani che man mano usci­vano, secondo Calvino ren­de­vano Torino una metro­poli, anche se per un giorno, pone­vano la città pie­mon­tese fuori dalla sua atmo­sfera set­te­cen­te­sca, quell’allegria allen­tava il gri­giore dei grandi viali e dei sel­ciati. Lo scrit­tore entra nel vivo della par­tita, quella che vede fuori dallo sta­dio: “Su tutte le vie cor­reva la voce di Caro­sio, anche quelli che face­vano gli indif­fe­renti fini­vano per fer­marsi ai croc­chi ad ogni bar. “E’ in rete! E’ entrata! Ha segnato!”. Mac­chè quell’arbitro, lo male­di­cemmo anche noi di fuori strin­gendo i pugni. Certo la sera fu tri­ste vedere par­tire le auto, i pullman, e sen­tire tutti quei com­menti, quelle recri­mi­na­zioni. Dopo un’ora dalla fine della partita, sapevo già tanto che ero anch’io in mezzo agli altri: “Ma Mazzola…ma Eliani”.
Nella pagina in cui Cal­vino pub­blicò il suo arti­colo inti­to­lato Una par­tita che non ho visto, lo storico Paolo Spriano faceva una disa­mina dei can­noni pun­tati con­tro gli ope­rai tra il 1898 e il 1948 da Bava Bec­ca­ris a Scelba. Quella par­tita finì 1 a 0 a favore degli inglesi, un altro cronista spor­tivo dell’Unità, che a dif­fe­renza di Cal­vino andò allo sta­dio, scrisse che durante la tele­cro­naca Nic­colò Caro­sio falsò non poco la cro­naca della par­tita. A spie­gare il per­ché della nostra scon­fitta un arti­colo in taglio basso dal titolo ine­qui­vo­ca­bile Abbasso il divi­smo, che attri­bui­sce i motivi della nostra débâ­cle alla man­canza di serietà dei cal­cia­tori ita­liani, accu­sati di lasciarsi andare alla bella vita not­turna in com­pa­gnia di ragazze, men­tre per lo stile di vita degli inglesi è tutto un elo­gio: “Serietà, serietà ci pareva di veder scritto sulle maglie dei calciatori inglesi, sulle giac­che dei loro tec­nici e dei loro diri­genti… la serietà è l’unico grande segreto della supe­rio­rità inglese, è il segreto di tutti i suc­cessi da quello dell’Inghilterra a quello della Dynamo ( la squa­dra di Mosca, ndr) a quello degli scia­tori nor­dici, a quello di Binda e Bar­tali. I gio­ca­tori inglesi alle sei del mat­tino se ne vanno al campo di alle­na­mento vi tor­nano il pome­rig­gio. Alla sera quando i nostri si fanno notare nelle sale da ballo e nei taba­rini per le sgar­gianti giac­che spor­tive, per i cal­zet­toni mul­ti­co­lori e per le don­nette ele­ganti che hanno in com­pa­gnia, se ne vanno a letto, non bevono e fumano poco”. Nes­suno si salva degli azzurri, qual­che parola di elo­gio per Valen­tino Maz­zola, l’unico in grado di col­pire di testa dall’alto in basso, secondo il cro­ni­sta dell’Unità, un’abilità che tutti i cal­cia­tori inglesi erano in grado di ese­guire insieme a quella di cal­ciare la palla in corsa senza guar­darla “come un buon dattilografo che scrive senza chi­nare la testa”. Non sap­piamo cosa scri­ve­rebbe oggi Italo Calvino sugli azzurri e se oggi pome­rig­gio, in occa­sione dell’incontro Italia-Azerbaigian val­vole per gli Euro­pei 2016, var­che­rebbe i can­celli dell’Olimpia sta­dio di Baku o si fer­me­rebbe incu­rio­sito a osser­vare i tifosi per le strade.

Fonte: Alias del 10 ottobre 2015
Una bella pagina che mostra chi scriveva e cosa era l'Unità prima che lo tsunami riformista la riducesse a megafono dell'ultraliberista cialtrone Matteo Renzi. Agli eredi della Bolognina,  all'ignoranza di Matteo Renzi e la sue truppe cammellata imputiamo anche questo scempio.
Luciano Granieri

mercoledì 20 maggio 2015

Notizie di sport

Lega Calcio

Ultima ora
La lega calcio di serie A comunica che l’incontro di calcio Lazio-Roma, valevole per la 37° giornata del campionato di serie A, visto il protrarsi ai tempi supplementari della finale Tim Cup fra Lazio e Juventus sarà rinviata a martedì 26 maggio alle ore 18,00.

Ultimissima ora 
La lega calcio di serie A comunica che l’incontro di calcio Lazio-Roma, valevole per la 37° giornata del campionato di serie A, visto il protrarsi per un minuto di recupero oltre i tempi supplementari della finale Tim Cup fra Lazio e Juventus sarà rinviata a mercoledì 27 maggio alle ore 18,00.

Ultimissimissima ora
La lega calcio di serie A comunica che l’incontro di calcio Lazio-Roma, valevole per la 37° giornata del campionato di serie A, visto il protrarsi per un minuto di recupero oltre i tempi supplementari della finale di Tim Cup fra Lazio e Juventus, visto il non ottimale stato di salute dei calciatori Biglia e Lulic sarà rinviata e a data da destinarsi, in attesa che i suddetti calciatori riprendano la migliore forma.

domenica 15 febbraio 2015

Il calcio è un business? E ci voleva Lotito per scoprirlo!

Luciano Granieri

Un Frosinone-Roma in amichevole di qualche anno
fa si riconosce Francesco Totti
Quando mi accingo  a discettare di calcio devo prima chiarire a  me stesso se le dita sulla tastiera saranno mosse dalla razionalità politica o dalla passione calcistica. E’ notorio che le sorti della AS Roma mi stanno  molto a cuore, forse troppo. Allora diciamo che quanto segue prova ad essere ispirato dalla razionalità. L’oggetto della riflessione riguarda le maldestre uscite di  Lotito,  presidente della “lazzie”….ops scusate una botta di passione,  ma anche padre padrone del calcio italiano,  sulla opportunità che le squadre di provincia, come Carpi e Frosinone, quelle citate assieme al Latina nell’intercettazione telefonica con il presidente dell’Avellino calcio Pino Iodce, possano partecipare al massimo campionato di serie A. 

  La preoccupazione riguarda   l’interesse delle TV per  le sorti di queste compagini.  Con Frosinone e Carpi  in serie A le televisioni potrebbero rivedere al ribasso la quota di acquisto dei diritti di trasmissione. Una importo  che oggi si aggira attorno al miliardo e 200mila euro  per tre anni da dividersi fra  le società . Una bella torta  che i grandi club non vorrebbero veder decurtata dalla partecipazione al campionato delle squadrette di provincia. 

L’intercettazioni e le seguenti dichiarazioni del presidente "lazziale", unite all’impresentabilità del personaggio, hanno suscitato veementi reazioni in tutto il mondo del calcio. Giornalisti, allenatori, calciatori, si sono scagliati contro le esternazioni del fine latinista,  denunciando  il massacro  dell’etica sportiva, il  danno d’immagine che tutto il movimento calcistico avrebbe subito da queste esternazioni.  

Quante anime belle animano il carrozzone calcistico! Ma veramente gli illuminati giornalisti che popolano  le varie domeniche sportive  credono  che il calcio sia ancora ascrivibile alla categoria sport?  Sul serio ci vogliono far credere di cadere dalle nuvole ed indignarsi nell’apprendere ciò che è pura verità?  Non scherziamo!!!  Non prendeteci in giro!!!  Vi do una notizia sconvolgente , il calcio è  un business e la disputa sui diritti televisivi è solo una parte  del  volume d’affari che interessano alcune  lobby finanziarie le quali  hanno cominciato a mettere le mani sui profitti dello sport speculando sulla passione  dei tifosi e non solo.  

Un esempio ?  Prendiamo la Roma, si proprio la squadra per cui tifo (dio quando mi costa sul piano passionale  scrivere queste cose). L’attuale presidente americano  della  Roma  James Pallotta ha acquisito a la società, attraverso operazioni che non sto qui a spiegare, e la gestisce servendosi dell’ Asr Td Spv Llc e Neep Roma Holding due società che fanno capo allo stesso  finanziere americano.  Il primo business messo in preventivo, non sono i diritti televisivi (quisquilie), ma un’enorme speculazione finanziaria legata al nuovo stadio.

 Il nuovo impianto che, verrà costruito nella zona di Tor di Valle,  sarà di proprietà della AS Roma Td Spv Llc e soci e della Euronova Srl di Luca Parnasi, la società del costruttore proprietario del terreno e incaricato di  svolgere i lavori. Satrwood Capital group, un gruppo che gestisce asset  per 33 miliardi di dollari, ed ha quote in alberghi, palazzi per uffici, complessi residenziali e centri commerciali,  ha acquistato una quota di minoranza dell’ AS Roma Td Spv Llc proprio in funzione della costruzione dello stadio. 

Già ma che c’entrano gli alberghi?  L’area destinata allo stadio non è che il 14, 20% delle  cubature previste per questa mega speculazione immobiliare,   il restante 80, 86% è destinato al Business Park un area di 318.702 mq dove sorgeranno  tre grattacieli, alti cento metri ciascuno,  con uffici e attività commerciali la cui vendita frutterà qualcosa come 1.725.100.400,00 di euro, più 15.200 mq destinati ad albergo per un valore di 251.748.000,00 euro,  totale : 1.976.848.400,00 euro.  Al netto delle spese di realizzazione  (911.354.460 di euro)  che prevedono anche i servizi urbanistici di compensazione all’edificazione (prolungamento della metro B, un ponte con parco sul Tevere e potenziamento  della Via Ostiense con l’allaccio alla Roma-Fiumicino) il profitto netto dell’operazione sarebbe di oltre 1milioni di euro.  Questo ricavo attiene solo sul Business Park, Totti e compagni  non c’entrano nulla. 

E veniamo allo stadio vero e proprio: La Nike contribuirà   con finanziamenti su base annua di 4/5 milioni  di  euro, in più la multinazionale americana corrisponderà all’As Roma il 50% dei proventi netti sulla vendita della maglie.  Sono previste altre sponsorizzazioni per i settori dello stadio, la Walt Disney è interessata  per una cifra milionaria  e  alla Etihad, la compagnia aerea  di  Abu Dhabi proprietaria di Alitalia, è stato offerta la possibilità di dare il nome allo stadio, vista la vicinanza con Fiumicino, e di comparire come main sponsor sulle maglie giallorosse per un importo di 30 milioni all’anno. 

Tutto questo è stato pianificato  secondo un piano finanziario predisposto da Pallotta e Goldman Sachs  che punta  a toccare una quota di fatturato per il 2016 di 200milioni solo per la sponsorizzazione araba.  Vi pare poco? E noi stiamo qui ad indignarci per le esternazioni di Lotito, che al di là della forma non rivelano nient’altro che una verità.  

I rigori, dati e non dati, i fuorigioco non visti, le dispute sugli "aiutini", sulle formazioni, sulla tattica, non sono altro che il paravento, lo zuccherino dato in pasto alla stordita popolazione dei tifosi.  Dietro tutto ciò c’è la solita spietata dittatura del mercato che diventa ancora più urticante quando coinvolge le passioni.  E  come al solito ad essere esclusi tendono ad essere  i più deboli, Frosinone, Carpi etc. etc.  

Allora non vediamo più le partite?  Non ci occupiamo più di calcio? Sarebbe cosa buona e giusta, ma io non ci riesco. L’incazzatura per il misero pareggio della Roma con il Parma di oggi  mi rode dentro,   solo in parte mitigata dall’impresa del Cesena che ha fermato la Juve che  ha sbagliato pure un rigore.  Il calcio è un imbroglio capitalistico-borghese, ne sono consapevole ma in questo caso la mia passione prevale, per cui quando la domenica  vinciamo, anche se so che è un’imbroglio, il lunedì mi sveglio con un altro piglio.  

domenica 8 giugno 2014

L’ultima partita di Carlos Marighella. Tra lotte, pallottole, pallone e sorrisi

Solange Cavalcante. Fonte Alias del 70 giugno 2014



Questa è la storia di un ragazzo brasiliano combattente, un eroe meticcio, erede della fierezza di un immigrato anarchico italiano e della madre guerrigliera africana. La sua vita si spezzò nel ’69, in un agguato organizzato dalla polizia politica, proprio il giorno in cui avrebbe assistito ala trionfo del suo Corinthians.

Sono diventate famose le immagini del ragazzo brasiliano che balla davanti ai poliziotti, durante gli scontri  della cosiddetta  “revolta  do vinagre”  (la rivolta dell’aceto, che allieva i gas lacrimogeni), scoppiata nel 2013 per ottenere migliori condizioni di vita. Il nemico, armato e furibondo sparò e per poco il ragazzo non ci rimase secco. Non si sa perché danzasse  quel ragazzo . Non è sempre facile capire il comportamento del popolo brasiliano , che ride gioca anche quando ha paura. E ogni tanto ci sorprende con attitudini ancora più strane . In questi giorni che precedono l’attesissimo Mondiale di calcio, per esempio, la gente scende in piazza gridando a squarciagola : “Nao vai ter Copa!” (questa Coppa non s’ha da fare). Boicottano l’evento. Proprio loro, quelli che il calcio…. Da Casa e Catapecchie  di Gilberto Freyre ai Tristi tropici  di Levi-Strauss ci hanno provato in tanti e ci provano ancora a spiegare l’essenza brasiliana. Ma mettiamo il caso che quell’atteggiamento giocoso davanti al tragico possa essere spiegato a partire dalla storia di uno di loro, nato avventurosamente nel 1911 da una famiglia povera di Salvador di Bahia. Uno il cui padre era un immigrato emiliano, operaio e anarchico, e la mamma un fiera discendenti degli africani Houssà- tra coloro che dettero fuoco a Salvador nel 1853, per farla finita con la schiavitù. Si chiamava Carlos , il piccolo e pur di tenerlo buono, affinchè non scappasse a giocare a pallone, la mamma una volta dovette legare la gambetta scalciante  del ragazzino  alla gamba del tavolo. “Non farlo mai più, dona Rita”, qualcuno la rimproverò. “Se lo tiene legato, lui non sarà mai libero, per il resto della vita”.Alla mamma prese un colpo e lo slegò subito. Meglio il pallone, piuttosto che non esser libero. No. Carlos doveva studiare, diventare un dottore ed esser felice. Sembrava proprio nato per esserlo. Andava al mare, ballava a carnevale vestito da donna, scriveva poesie e giocava a calcio, innamorato pazzo della squadra del Corinthians, fondata da operai anarchici nella lontana San Paolo del Brasile . E più studiava, più andava al mare, più giocava a calcio, più Carlos diventava bello e ammirevole. Ma era anche diventato comunista. E questo certa gente non riusciva a capirlo. Carlos incominciò da leader studentesco: e fu messo in galera . Se ne fece così tanti di anni che finì col perdersi la gioventù –ma la sua storia era la stessa di tanti ragazzi neri in Basile. Poi, da quadro dell’allora  clandestino
Partito comunista , tornò  dentro un’altra volta , e subì una buona dose di tortura.  In carcere Carlos non si annoiava: insegnava inglese, giocava a calcio e… sorrideva. Finalmente fuori, nel 1964 fu eletto deputato per il Pc – non più clandestino – insieme al compagno  Jorge Amado, che  di Carlos scrisse: “ Denbtro di lui, la tenerezza e l’ira”. Ma l’ira se c’era, era solo quella di voler sconfiggere il capitalismo, tutto qua. Un giorno Carlos, negro cristiano e comunista, conobbe un’ebrea, bianca, di nome Clara. Appunto. Ma nel 1948 il Pc fu messo di nuovo al bando, e i promessi sposi dovettero rimanere promessi, poiché da latitanti, non sarebbe stato mai concesso loro di presentarsi in comune per sposarsi.  Dicono che Carlos pianse una sola volta nella vita, e fu quando Nikita Krushev denunciò i crimini di Stalin, era il 1956. Ma no, niente disperazione. Juscelino Kubitschek era diventato presidente del Brasile , e chissà, magari JK avrebbe fatto uscire il Pc  dalla clandestinità. Si ?No.  Poi arrivò Janio Quadros, e la sua rinuncia. E poi Joao Goulart e la crisi per il suo insediamento. Che emozione.  Si parlava si respirava un grande cambiamento sociale, nonostante la rabbia dei militari covasse sotto la cenere. Enorme era  la confusione sotto il cielo, e quindi… Niente. Non si fece in tempo ad organizzarsi . Il 31 marco del ’64 il golpe. Carlos e Clara erano diventati i primi nella lista dei ricercati dal regime militare. Latitanti e clandestini ricominciava tutto di nuovo. Ma ora nella lotta armata. Ogni tanto Carlos riappariva da qualche parente , di nascosto, tornato da un’azione di guerriglia. C’era stato il sequestro  dell’ambasciatore statunitense , qualche espropriazione nelle banche… Erano tempi duri: uccidere o morire. Nascosto a San Paolo con Clara, nonostante tutto, Caros continuava a sorridere a scrivere poesie. Quando poteva, giocava a pallone, facendo innamorare tutti, con la sua bella figura del colore marron-dorato. La sera del 4 novembre 1969, quella in cui finisce la storia, Carlos aveva pensato di andare  vedere il derby Corinthians vs Santos, allo stadio Pacaembu.Il Corinthians  non vinceva mai contro Pelè  e lui soffriva … Doveva anche incontrarsi in gran segreto con due frati domenicani, impegnati come lui nella lotta contro il regime . Carlos Marighella, il guerrigliero Marighella,  l’eroe meticcio, erede della fierezza di un immigrato anarchico italiano e della madre guerriera africana, fu crivellato di colpi dalla polizia politica che gli  aveva teso un’imboscata, proprio mentre la sua squadra, finalmente, vinceva per 4 a 1.  Quanto gli sarebbe piaciuto potersi godere quel risultato. Che peccato, Marighella , perdere così quella partita. E allora. Questi ragazzi che scendono in piazza in Brasile, alla vigilia  del Mundial?  Sembra strano che se la giochino perché non ci si la Coppa. Gridano che non ci sarà nessuna Coppa finchè non ci saranno diritti uguali per tutti. E mentre lottano, sorridono e ballano. Danzano davanti ai poliziotti armati. Son proprio strani questi brasiliani.



domenica 30 marzo 2014

“Piazza delle tre culture”, la rivista sportiva di sinistra mai uscita.

Pasquale Coccia . da “Alias” del 24 marzo 2014

Quando “il manifesto”, “Lotta Continua” e “Il Quotidiano ei lavoratori” volevano unirsi per raccontare gli intrecci tra sport e politica.

Un settimanale sportivo da diffondere attraverso i tre quotidiani della sinistra radicale, “il manifesto”, “lotta continua” e “Il Quotidiano ei lavoratori”. Il nome era già pronto “Piazza delle tre culture”, a ricordo del massacro perpetrato  sulla pelle degli studenti messicani  una settimana prima delle olimpiadi di Città del Messico  del 1968. L’idea maturò dopo i risultati di alcune  mobilitazioni politiche a seguito  di avvenimenti sportivi di rilievo internazionale, avvenuti tra il 1972 e il 1978, a testimonianza del fatto che gli eventi sportivi sono parte integrante dei progressi economici, politici e sociali. Tre avvenimenti in particolare avevano segnato quegli anni sul fronte politico-sportivo: l’assalto del gruppo palestinese Settembre Nero effettuato il 5 settembre al villaggio olimpico di Monaco di Baviera, in occasioni delle                Olimpiadi del 1972, che si concluse con  il sequestro e la morte degli ostaggi, undici atleti israeliani. L’irruzione venne effettuata per ricordare il dramma del conflitto palestinese e la questione dei campi profughi.  Si aggiungono la vasta mobilitazione che precedette la finale di Coppa Davis Italia-Cile nel 1976, la denuncia sulla fine dei desaparecidos  e le mobilitazioni contro la giunta militare capeggiata da generale Videla  in occasione  dei mondiali disputati in Argentina nel 1978. L’idea di dar vita a un settimanale sportivo all’interno della sinistra radicale  era maturata nel bel mezzo di quegli eventi, che caratterizzarono il fronte politico-sportivo  degl anni Settanta del secolo scorso. La galassia italiana  dei partiti, gruppuscoli, quotidiani, riviste, radio della sinistra extraparlamentare, raccolti sotto la sigla “Nuova Sinistra” era notevole, ma lo sport  ebbe sempre un ruolo di minoranza se non di totale trascuratezza. In  Francia erano stati più bravi, il quotidiano “Rouge”  e ben sei riviste della sinistra radicale diffondevano contemporaneamente un inserto  realizzato anche grazie alla collaborazione volontaria dei giornalisti sporti vidi “Liberation”, e qualche  copia di quel tentativo di dare r voce politica allo sport, era arrivata anche in Italia. Il titolo ironico “L’Epique”, beffava con un sottile gioco di parole il più diffuso e popolare quotidiano sportivo d’Oltralpe L’Equipe” , rispondente alla nostra “Gazzetta dello Sport” . In Italia sull’intreccio sport e politica la Nuova Sinistra non si era spesa molto, vittima di un retaggio  culturale che vedeva le manifestazioni sportive solo come oppio dei popoli e dal quale politicamente stare lontani il più possibile, lasciando mano libera ai fascisti e ai democristiani, dagli apparati organizzativi come il Coni alla radio alla televisione di Stato, senza trascurare  le pagine sportive dei quotidiani, cui si  aggiungevano nel panorama dei media ben quattro quotidiani sportivi. Seppur a fatica, il tentativo di dare vita a un settimanale sportivo  si fece strada: “L’Epique   è uscito come supplemento  a sei riviste ella Nuova Sinistra e al quotidiano Rouge…. Senza entrare nel merito o nella critica  di questo esperimento  dei compagni francesi, ci sembra giusto sottolineare che “LEpique” è uscito unitario. La nostra proposta è di vedere se ci sono le possibilità (noi pensiamo di si) di fare la stessa cosa in Italia” scrivevano Daniele Barbieri della polisportiva Giovanni Castello  ed Ely Peirot  di Città Futura sul quotidiano “Lotta Continua”  nel settembre 1976, in un articolo intitolato “Proposta di una rivista sullo sport”.  La buona volontà dei propositori , animati dall’aiuto di altri compagni impegnati  nel mondo dello sport, portò all’uscita del numero zero di “Piazza delle tre culture”. “Prendiamo coscienza di cosa significa lo sport, come inserire la pratica sportiva  nella ricerca che la ‘nuova sinistra’ faticosamente porta avanti per un mondo nuovo mettendo in evidenza  i legami tra politica dello sport e tutti gli altri piani su cui marcia il nostro nemico di classe. Gli effetti psicologici di massa dello ‘spettacolo sportivo’  sono gli effetti di uno scopo culturale che non mira soltanto al rintontolimento delle teste dei lavoratori ma tende alla formazione di valori culturali di cui non conosciamo gli esiti reali”  scrivevano i promotori dell’iniziativa editoriale.  Ad animare il progetto una riunione nazionale che si svolse a Roma a fine ottobre del 1976, presso l’associazione sportiva popolare Alessandrino, cui  parteciparono alcuni lavoratori del Coni, i rappresentanti di varie radio democratiche , che trattavano lo sport nei loro programmi  e i delegati di associazioni sportive provenienti da Milano, Portici, Brindisi, Genova, Napoli, Chieti, Lucca, Assisi, Prato e Firenze, nel corso della quale si discusse del progetto e della necessità di costituire un coordinamento nazionale di tutte le realtà sportive di base  e “della necessità di creare una struttura di controinformazione e di un comitato permanente contro ogni rapporto sportivo con i paesi fascisti e razzisti”. Nonostante la buona volontà , una serie di fattori impedirono che l’idea di un settimanale politico-sportivo potesse veder la luce. La crisi della sinistra extraparlamentare,  compresi i rispettivi organi di stampa, fecero arenare il progetto. Oggi,però, i  tempi per la pubblicazione di un settimanale portavoce della galassia sportiva di sinistra sono maturi, si tratta d unire le forze.

Video a cura di Luciano Granieri.

giovedì 12 dicembre 2013

La libera repubblica del calcio

Federico Cartelli  fonte: alias del 08 dicembre

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La Federazione Italiana gioco calcio (Figc), si era definitivamente affermata  con il campionato 1913-14, il primo vero campionato che aveva visto la partecipazione di squadre del nord del centro e del sud Italia. Sotto l’aspetto  organizzativo e regolamentare,  una serie di cavilli, condizionamenti,  burocrazie di ogni sorta imposte dalla Figc, soffocarono sul nascere la formazione e la partecipazione ai campionati minori, dai livelli locali a quelli regionali, di squadre che avevano uno spirito prettamente dilettantistico. In risposta ai rigidi  paletti fissati dalla Figc, nell’estate del 1917 a Milano viene fondata l’Unione Libera Italiana del Calcio (Uilc), ad opera del medico  socialista   Luigi Maranelli, con  l’intento di recepire le istanze avanzate dalle squadre di calcio e semplificare il più possibile la partecipazione dei calciatori, spesso operai, manovali, meccanici, che si dilettavano nel tempo libero. Lo scopo della Uilc, come riporta l’Almanacco dello Sport del 1918, è di “curare la diffusione del calcio tra la gioventù delle classi meno ambienti” riducendo notevolmente una serie di norme che imbrigliavano le squadre dilettanti. Il programma dell’associazione dei liberi calciatori era in netto contrasto con le rigide norme volute dalla Figc, accusata  senza mezzi termini di essere “il carcere del calcio italiano”. L’Uilc si dotò anche di un organo di stampa ll Corriere dello Sport libero , da cui discende l’attuale quotidiano  sportivo, dalle cui colonne sferrava   feroci attacchi alla Figc e al suo presidente, l’industriale m  milanese Francesco Mauro accusato di perseguire politiche ambigue , clientelari e di bassa furbizia. Dalle colonne de Il Corriere dello Sport libero,  il medico Luigi Maranelli  chiarisce subito gli intenti che sono alla base della fondazione dell’Uilc: “La nostra organizzazione ha per cardine politico la libertà, per cardine economico: né tasse né multe” . Non erano previste sanzioni  pecuniari, un scelta di non poco conto, visto il carattere dilettantistico delle squadre  di calcio. In caso di fallo  e infortunio momentaneo del giocatore della squadra avversaria, colui che aveva commesso il falo doveva stare fuori lo stesso tempo indispensabile al calciatore infortunato per riprendersi. L’Uilc non prevedeva il tesseramento  dei calciatori per la società con la quale giocavano, ogni domenica era possibile  cambiare squadra : “ Nessuno può chiedere al nuovo venuto di dove venga, né il motivo per cui vuole andarsene” perciò, scriveva Il Corriere dello sport libero, l’Uilc è disposta ad “accogliere tutti quei figli del popolo respinti o ignorati dalla Figc”. Un vero manifesto politico, improntato  a una concezione umanitaria e solidaristica  del calcio con sprazzi libertari, non a caso l’Uilc divenne rifugio di calciatori rivoluzionari e anarchici. Il libero calcio ebbe un consenso notevole in Emilia, Lombardia,Veneto, Piemonte, Marche e Puglia, che ha la sua roccaforte a Foggia, qui grazie a Filippo Guglielmi, negli anni successivi alla grande guerra , fu proprio l’Uilc a organizzare  e promuovere il calcio nella Capitanata. Il consenso ai princìpi dell’Uilc è trasversale e lo si rileva dai nomi delle squadre, dalle agguerrite Sparviero, Intrepida, Guerrin, Gavorche, Lampo alle più politiche Avanti, San Paolo, Balilla. Per le sue caratteristiche l’Uilc  richiamò una gran massa di sportivi proletari, soprattutto nei centri industriali come Milano, Torino e Genova, che confluiscono nel calcio dei “liberi”, autorganizzando  tornei e calendari e, soprattutto, dando vita a una gran quantità di fogli sportivi,che descrivono la loro attività e gli esiti degli incontri calcistici, un fenomeno seguito con una certa attenzione da L’Ordine Nuovo di Gramsci, che alle attività dell’Uilc  dedicò numerosi articoli. Nel 1920 l’Uilc ebbe un consenso tale da organizzare un vero e proprio campionato su scala nazionale , e nel 1922 aderirono ben 190 squadre, che si affrontarono nei tornei  locali e regionali. Una presenza capillare sul territorio, quella dell’Uilc, che insinua la solidità della Figc, all’interno della quale  si determina  una spaccatura sulla politica da seguire nei confronti dell’organizzazione dei liberi calciatori, tra coloro che sostengono di ignorare il fenomeno  e coloro che si dichiarano per un’aperta contrapposizione. La Figc aveva sottovalutato a lungo  l’ideologia calcistica  che era alla base dell’Uilc, e soprattutto  quelle spinte innovative  che venivano dai giovani dopo la prima guerra mondiale, e che l’Uilc aveva saputo  interpretare a pieno. Le difficoltà economiche di un’organizzazione che aveva favorito la libera partecipazione de giocatori di tornei  di calcio, ma non godeva di finanziamenti degli industriali e neppure delle quote delle squadre iscritte ai tornei, misero in seria difficoltà la sopravvivenza dell’Uilc, cui si aggiunse il tentativo d alcuni dirigenti di avviare trattative di fusione con la Figc. Luigi Maranelli e pochi altri, fedeli al principio costitutivo dell’organizzazione rimasero isolati, al resto pensò il fascismo, che nel 1926 impose all’Uilc di rientrare a tutti gli effetti  nella Figc. Nel 1927 fu dichiarata sezione propaganda  della Figc, un atto d’imperio  che pose fine al sogno, durato dieci anni, di migliaia di calciatori, che ogni domenica costituirono la libera repubblica italiana del calcio, fondata sul principio dell’autogoverno.