Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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lunedì 13 giugno 2022

Come si combatte l’inflazione?

 Luciano Granieri



L’Istat ci dice che, secondo stime preliminari, nel mese di maggio 2022 l’inflazione è al 6,9%. L’inflazione programmata, al netto del prezzo dei prodotti energetici, è al  3,7%. Quindi se si rinnovassero i contratti di lavoro, basati sull'indice di inflazione programmata, la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori sarebbe del 3,2% .

 Un salasso causa di vizi strutturali che ci portiamo dietro da anni. Rimandano  al tempo della  decisione di abolire la scala mobile, con lo storico protocollo siglato il 31 luglio del 1992, fra il governo Amato (già proprio quell’Amato che, da presidente della Corte Costituzionale, ha bocciato i referendum sull’eutanasia legale, cannabis, e concesso il via libera agli inutili ed ideologici referendum sulla giustizia naufragati nella nullità del quorum), e le parti sociali: confindustria , con i maggiori sindacati  CGIL CISL e UIL  i quali si lamentano oggi, che i salari sono troppo bassi non consentendo a chi lavora di campare dignitosamente. Non potevano pensarci prima? Nel lontano 1992?. Comunque le chiacchiere stanno a zero. I contratti non si rinnovano, il lavoro precario ed il part-time involontario dilagano, per cui la perdita del potere d’acquisto, se ancora questo potere esiste per qualcuno, è di fatto pari all’intera inflazione: 6,9% . 

L’Istat rileva anche che l’aumento dei prodotti energetici è passato dal 39,5% di aprile al 42,2% di maggio. Colpa della guerra. Non proprio, anzi proprio no. Il prezzo con cui il gas viene scambiato in Europa fa riferimento ad un mercato virtuale, il Title Transfer Facility, (TTF) con base in Olanda. Tale fantomatico TTF, come il NYMEX (New York Mercantile Exchange) l’ICE (Intercontinental Exchange) fa capo a banche d’investimento operanti presso le principali borse mondiali in cui il gas viene venduto tenendo conto delle aspettative sui profitti dovuti alla speculazione, o sulla semplice scommessa relativa all’andamento del prezzo. 

Per fare un esempio il gas doganale, cioè quello valorizzato semplicemente dai costi di produzione e vendita da parte delle compagnie, ad inizio anno, quindi prima che la guerra iniziasse, costava 38 euro per MWh, dopo il passaggio presso le borse TTF il suo valore  di scambio passava a 70 euro per MWh, quasi il doppio. Che c’entra la guerra?

 Proposta: possiamo fare in modo che i prezzi dei prodotti energetici, vengano decisi fra i produttori e gli utenti senza passare dalla borsa? Si realizzerebbe un bel risparmio, per il gas 32 euro per MWh, ovvero il 45% in meno. Un indice che da solo potrebbe raffreddare significativamente l’inflazione. Ma guai toccare i profitti della speculazione finanziaria. E poi gli ideologici saremmo noi! Che ci azzardiamo a condannare lo svuotamento dei redditi da lavoro verso il profitto di pochi!!!

 Tornando al lavoro, sarebbe facile proporre l’aumento dei salari per adeguarli al carovita. Facile per noi ideologici. Ma guai ad intaccare l’indice di profitto. E’ una bestemmia costringere qualche magnate a comprarsi uno yacht meno mastodontico, per salvare dalla povertà un po’ di famiglie con bambini al seguito! 

Pare che la UE, colta da un inaspettato trasporto verso i suoi cittadini più deboli, si sia convinta ad imporre il salario minimo agli Stati Membri. Analizzando il provvedimento si tratta di una svolta di facciata fortemente populista. Infatti, in base al testo, si consiglia, ribadisco, si consiglia agli Stati membri,  che già hanno il salario minimo di adeguarlo, al costo della vita…...se lo vogliono, e con tutta comodità, almeno ogni quattro anni. Si consiglia invece agli Stati che non hanno il salario minimo garantito, di aumentare la contrattazione collettiva, ambito in cui deve definirsi questa misura sociale, alla copertura minima del 70% dei lavoratori. 

 Udite udite!!!!L ’Italia non rientra in nessun caso di specie: non ha da adeguare il salario minimo, perché questo non esiste,  e non deve adeguare la percentuale dei lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva perché l’obbiettivo è già stato raggiunto essendo all’80%. Ma come abbiamo visto la contrattazione collettiva già dal 1992 ha prodotto i suoi danni presso i lavoratori,  con l’abolizione della scala mobile e ha continuato imperterrita a produrre sfaceli (ricordate il referendum scritto male dalla CGIL per abolire il Jobs Act?). 

E allora? Quando il gioco di fa duro i duri iniziano a giocare. Ci pensa l’Europa, ma non Bruxelles, bensì Francoforte, ossia chi comanda veramente, la Bce. Dal prossimo primo luglio l’istituto bancario europeo, guidato da Christine Lagarde, sospenderà l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi membri, lasciandoli in balia del mercato. Si avrà  un primo rialzo dei tassi d’interesse dello 0,25% al 21 luglio, seguito da un successivo incremento dello 0,50% per settembre. In pratica è la sconfessione aperta del wharever it takes di draghiana memoria.

Il ragionamento è il seguente: se il denaro non verrà elargito gratuitamente come è oggi, ma comincerà ad avere un costo, ci sarà una diminuzione della liquidità disponibile dal lato della domanda, quindi l’offerta per far fronte al calo di richieste causate  da una  liquidità più contenuta, dovrà abbassare i prezzi. Tutto giusto. Certo qualche usuraio comincerà a strillare perché non potrà più prestare denaro pagato zero a strozzo. Ma costoro qualche via speculativa per aumentare i loro profitti la troveranno sempre.

 Il problema riguarda una nazione, come l’Italia, dal debito pubblico elevatissimo, 147,9% rispetto al Pil, nel 2022. L’aumento del costo del denaro, ed in particolare la cessione del debito nazionale al furore dei mercati, porterà inevitabilmente ad un innalzamento ulteriore del costo di indebitamento e dello spread, già oggi è al 242% ad aprile era al 175%. Si  sa che tutto ciò è inviso al programma di moderazione fiscale , imposto dalla UE. Ricordiamo che dal 2023 verrà ripristinato il patto di stabilità sospeso per la pandemia . E che lo stesso per gli enti locali non è stato mai abrogato. Per cui si dovrà tendere a raggiungere il pareggio di bilancio contrastando un aumento del debito molto più elevato del previsto, tagliando in modo ancora più sanguinoso quel poco di servizi pubblici rimasti (scuola,  sanità) e privatizzando tutto ciò che c’è  rimasto da privatizzare. 

Tornando alla questione iniziale. Come si combatte l’inflazione? Semplice. Se vuoi arrivare a fine mese devi rinunciare a curarti e a far studiare i tuoi figli. Possibile che il monte profitti dei padroni debba rimanere inattaccabile anche mentre la gente muore di fame? 

 E’ urgente e necessario un aumento delle retribuzioni  che si può realizzare solo attraverso un salario minimo garantito vero, deciso per via politica, e non per concertazione. Non c’è altra soluzione altrimenti l’ortaggio oblungo finirà sempre nelle terga dei soliti noti che, con il passare del tempo, diventano sempre più numerosi.

venerdì 10 giugno 2022

Un salario meno che minimo: una farsa europea

 Fonte: Coniare rivolta




La vicenda della direttiva europea sul salario minimo è un ottimo esempio di quello che le istituzioni europee possono fare in concreto per migliorare la vita dei lavoratori: nulla. L’esempio è istruttivo per due ragioni, una di merito ed una di metodo, strettamente intrecciate tra loro.

La ragione di metodo discende dal tortuoso percorso seguito dalla bozza di direttiva, proposta dalla Commissione europea nel 2020, poi sottoposta ad una lunga consultazione e, nella notte tra il 6 e il 7 giugno scorsi, fatta oggetto di un accordo tra i due legislatori europei, il Parlamento europeo ed il Consiglio dell’UE. Per comprendere questo lungo e (come vedremo) inconcludente percorso legislativo siamo costretti a scavare nelle fondamenta dell’Unione europea, e cioè in quei Trattati istitutivi che ne disciplinano le funzioni essenziali, i poteri e le competenze.

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al Titolo X dedicato alla Politica Sociale, menziona nell’art. 151 il “miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro” tra gli obiettivi dell’Unione. Un principio molto nobile, che trova la sua articolazione nel successivo art. 153, secondo cui l’Unione persegue tale obiettivo sostenendo e completando l’azione degli Stati membri in una serie di settori che include, al paragrafo 1, lettera b, le “condizioni di lavoro”.

In questo settore, prosegue il paragrafo 2, lettera b del medesimo articolo, i legislatori europei “possono adottare … mediante direttive, le prescrizioni minime applicabili progressivamente”. In altri termini, l’Unione europea può intervenire in tema di condizioni di lavoro con una direttiva, cioè con uno strumento normativo che vincola solamente nell’obiettivo (si parla qui di “prescrizioni minime applicabili”), lasciando libero ogni Stato membro di raggiungerlo con il percorso normativo più idoneo al proprio assetto istituzionale. Tutto lascerebbe intendere che vi sia lo spazio per fissare, come ci stanno raccontando in queste ore, un salario minimo europeo, che sarebbe un prezioso strumento di tutela del lavoro, un argine al cosiddetto lavoro povero.

Peccato che lo stesso art. 153 si concluda con il paragrafo 5, che recita testualmente: “Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle retribuzioni, al diritto di associazione, al diritto di sciopero né al diritto di serrata.” Non si poteva essere più chiari, più espliciti, più netti di così nel definire il perimetro entro cui l’Unione europea esercita il suo potere vincolante nei confronti degli Stati membri. Nessuna ingerenza dell’Unione è prevista nella determinazione delle retribuzioni e nei più fondamentali diritti di associazione sindacale e di sciopero.

Basta dunque leggere i Trattati che disciplinano il funzionamento dell’Unione europea per capire che una direttiva in tema di salario minimo può essere solo un esercizio di stile, una roboante dichiarazione di principi sulla necessità di garantire condizioni di vita dignitose ai lavoratori europei e nulla più. Ed infatti, leggendo il comunicato stampa del Consiglio dell’UE sull’accordo raggiunto con il Parlamento europeo, apprendiamo che la direttiva si comporrà di due pilastri, uno più ridicolo dell’altro.

Il primo pilastro riguarda i Paesi membri che hanno già un salario minimo nella loro legislazione, e richiede (tenetevi forte!) che questi “realizzino uno schema procedurale per fissare ed aggiornare questo salario minimo secondo un insieme di criteri chiari.” Questo serve a capire cosa sia il nulla di cui parlavamo prima: un mero esercizio metodologico da offrire in pasto alla burocrazia europea per mostrare che la fissazione del salario minimo, lì dove è già normata, segua un qualche criterio formalmente accettabile.

Ma il nulla non finisce qui. L’adeguamento del salario minimo all’inflazione – un tema caldissimo in un frangente in cui la rincorsa dei prezzi ai costi dell’energia divora il potere d’acquisto dei salari – dovrà avvenire “al più tardi ogni quattro anni per i Paesi che individuano un meccanismo di indicizzazione automatica”, mentre per i paesi che non si doteranno dell’indicizzazione questo periodo dovrebbe essere di due anni. Anche se non si capisce a cosa farebbe riferimento questa indicizzazione (per chi ce l’ha…), non ci vuole un dottorato in economia per capire che un adeguamento completo dei salari ai prezzi calibrato su un orizzonte temporale così esteso – fino a quattro anni! – equivale ad una perdita secca. Fatichi ad arrivare alla fine del mese? Fatti coraggio, alla fine del quadriennio ci sarà un adeguamento del salario minimo all’inflazione!

Il secondo pilastro riguarda quei Paesi in cui la contrattazione collettiva copre meno dell’80% dei lavoratori, e richiede (allacciate le cinture!) che questi “definiscano un piano d’azione per la promozione della contrattazione collettiva”. Di nuovo, imperativamente, il nulla.

Su questi due pilastri, se così possiamo chiamarli, Consiglio dell’UE e Parlamento europeo stanno definendo gli ultimi dettagli della direttiva che dovrà poi essere votata da entrambe le istituzioni. A quel punto…bé, per questa rivoluzione occorrerà aspettare ancora un po’: è lo stesso comunicato stampa del Consiglio UE a confessare che “gli Stati membri avranno a disposizione due anni per trasporre la direttiva nella legislazione nazionale”. Insomma, l’Unione europea ha preso il coraggio a quattro mani e ha abbozzato una direttiva che chiede per favore agli Stati membri – ma solo a quelli che hanno già un salario minimo – di adeguare quel salario minimo all’inflazione in qualche maniera tra circa sei anni. Davvero, come dice il Partito Democratico, “un passo decisivo per la costruzione dell’Europa sociale”.

Se tutto questo non bastasse a dimostrare l’assoluta inconsistenza della proposta europea in tema di salario minimo, provate a mettervi nei panni di un lavoratore a) così sfortunato da vivere in un Paese europeo in cui non c’è alcuna normativa sul salario minimo e b) così fortunato da vivere in un Paese in cui la contrattazione collettiva copre già più dell’80% dei lavoratori. Già, stiamo parlando proprio dell’Italia, un Paese a cui non si applica nessuno dei due “pilastri” della nuova e folgorante direttiva europea. Una direttiva che non impone l’introduzione del salario minimo ai Paesi che non hanno previsto questo strumento e non impone alcun rafforzamento della contrattazione collettiva ai Paesi che hanno già un sufficiente grado di copertura. Insomma, una direttiva completamente inutile per i lavoratori italiani.

L’obiettivo è vago, non c’è alcun vincolo su modi e tempi, né meccanismi di verifica condivisi. È una misura fatta per non incidere su nulla: propone due vie per garantire un salario dignitoso, o il salario minimo o la maggiore diffusione della contrattazione collettiva, lasciando completa libertà di scelta ai Paesi. Dunque, nei paesi dove c’è già il salario minimo, non serve perché c’è già e non impone alcun miglioramento né tantomeno diffusione della contrattazione collettiva. E nei paesi dove è diffusa la contrattazione collettiva (come l’Italia), non serve perché non impone l’introduzione del salario minimo né tantomeno alcun rafforzamento dei sindacati. Insomma, il nulla.

Chiudiamo questa breve riflessione con la ragione di merito che, a nostro avviso, rende interessante tutta questa storia. Abbiamo visto che l’inutilità della direttiva europea non è un caso – magari connesso agli equilibri politici del momento – ma è radicata nell’architettura istituzionale dell’Unione europea, che impedisce alle istituzioni europee di incidere sui fattori chiave delle condizioni di lavoro, ossia su remunerazione, sindacalizzazione e scioperi.

Per capire il senso di questo assetto, il significato di questa impotenza europea in tema di salari, proviamo a volgere lo sguardo verso le materie che, al contrario, i Trattati affidano alla legislazione esclusiva dell’Unione europea, sottraendole al potere degli Stati membri e concentrandovi tutto il potere delle autorità europee: dazi, concorrenza, politica commerciale e politica monetaria. L’Unione europea si regge sulla libertà della produzione di spostarsi lì dove è più conveniente, ovvero la libertà di movimento dei capitali, e sulla libertà di continuare a vendere le proprie merci in tutti i Paesi europei, ovvero la libertà di commercio interno. Le istituzioni europee, disegnate dai Trattati, nascono in altri termini per garantire ai capitali di muoversi liberamente tra i Paesi europei alla ricerca delle condizioni più favorevoli per accrescere i profitti. Ma cosa sono, in ultima istanza, queste “condizioni più favorevoli”, se non le peggiori condizioni di lavoro – cioè proprio salari, sindacalizzazione, libertà di sciopero – che consentono alle imprese di sfruttare al meglio il lavoro e, dunque, di rendere massimi i propri profitti?

L’Unione europea nasce per tutelare i profitti di pochi, e quindi si fonda sulla necessità del capitale di mantenere bassi i salari, in modo da conservare e alimentare in Europa un habitat ideale per lo sfruttamento del lavoro. Se i lavoratori vogliono difendersi dal carovita non devono chiedersi cosa l’Unione europea possa fare per loro (lo abbiamo visto: non può fare assolutamente nulla), ma devono piuttosto chiedersi cosa possono fare loro per smantellare quell’organizzazione sociale basata sullo sfruttamento e sulle disuguaglianze.

Nel frattempo, se si vuole sostenere davvero il potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori ed evitare che questi siano costretti a pagare l’ennesima crisi, serve una legge sul salario minimo di almeno 10 euro lordi l’ora, la cui introduzione comporterebbe – questa sì! – un aumento dello stipendio in busta paga per oltre 5 milioni di persone. Il salario minimo può essere una misura di civiltà e un argine all’aumento del costo della vita, peccato che la direttiva europea si riveli solo una misura di marketing senza conseguenze reali sulle condizioni materiali dei lavoratori.


mercoledì 8 giugno 2022

La Fiat promette una nuova “piattaforma” in Serbia. A spese degli operai di Kragujevac

 di  — 

Mentre l'Europa impone il salario minimo garantito, per assicurare una corretta  concorrenza - mica per un ragionamento di salvaguardia sociale! - La Fiat s'inventa quello che di seguito andiamo ad illustrare, tratto dal sito "altra economia"

P.S Dedicato a tutti i giornalisti del gruppo Gedi che in piena pandemia si sono indignati quando qualcuno ha osato obiettare sul prestito di 6 miliardi e trecento mila euro, concesso a  Fca, nel decreto liquiditàcon garanzia dello Stato, cioè di tutti noi

Luciano Granieri.


A fine aprile Stellantis ha annunciato una “svolta” elettrica per la fabbrica a Sud di Belgrado. I sindacati denunciano nuovi licenziamenti e proposte irricevibili, come andare a lavorare in Germania, Polonia, Slovacchia o Italia a proprie spese e senza garanzie. Il tutto dopo 10 anni di aiuti pubblici alla multinazionale. Il nostro reportage.



“Qui a Kragujevac le cose non stanno proprio come le racconta la Fiat”, dice a inizio giugno Rajko Blagojević, segretario territoriale dei metalmeccanici del sindacato serbo “Samostalni”. Dietro all’annuncio di una “nuova piattaforma elettrica” fatto a Belgrado a fine aprile 2022 dall’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, e dal presidente della Repubblica Aleksandar Vučić, ci sarebbero infatti nuovi e pesanti licenziamenti. Con proposte alternative a quella di perdere il posto a dir poco ardite: ad esempio, spostarsi per due anni a lavorare in Germania, Polonia, Slovacchia o Italia a proprie spese e senza garanzie per il futuro.
Il tutto dopo oltre 10 anni di incentivi pubblici del governo serbo, condizioni fiscali di favore e costi del lavoro ridotti all’osso a beneficio della “FCA Srbija d.o.o. Kragujevac”, joint venture privato-pubblica che per il 67% è in mano a Stellantis (il colosso dell’automobile nato nel gennaio 2021 dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e PSA Groupe) e per il 33% all’esecutivo di Belgrado.

Incontriamo Blagojević in un bar di Kragujevac -140 chilometri a Sud della capitale-, non troppo distante dal mega stabilimento dove Fiat, annunci alla mano, avrebbe dovuto produrre dal 2012 300mila esemplari della 500L ogni anno, garantendo 30mila nuovi posti di lavoro, indotto incluso.

Le cose non sono andate però come promesso. Nel 2015, stando ai bilanci della stessa FCA, le 500L uscite da Kragujevac furono meno della metà, 91.769. Nel 2018 appena 56.303. Nel 2020 (ultimo anno disponibile) addirittura 23.272, neanche il 10% del target iniziale, tanto che quell’anno la società serba ha fatto registrare una perdita a bilancio di oltre 20,1 milioni di euro (2,3 miliardi di dinari serbi). Identico trend per i lavoratori: 3.200 nel 2016, 2.400 a fine 2019, oggi 2.016. “La fabbrica ora è praticamente ferma -dice il sindacalista-. Nel 2021 i giorni lavorativi sono stati 60 e i lavoratori hanno percepito il 65% dello stipendio (340 euro circa al mese in media, ndr)”. I giorni di sciopero lo scorso anno sono stati 12.

Il futuro non fa ben sperare, osserva il rappresentante del Samostalni (che in italiano significa “Indipendente”). Sarebbero infatti in corso trattative con il governo per “capire che cosa fare con 1.500 operai che la Fiat sostiene di non volere più”, continua Blagojević. A 500 sarebbe già stata comunicata l’interruzione del contratto, con una liquidazione complessiva pari a 2.500 euro (anche se la cifra esatta di questo “programma sociale” è ancora “incerta”), mentre per gli altri 1.000 si starebbe “cercando una soluzione”.

Il racconto di Blagojević stride molto con la versione pubblica di Stellantis. Contattata da Altreconomia l’azienda si è limitata a ribadire l’annuncio di Tavares e cioè che “installerà una nuova piattaforma elettrica a Kragujevac per produrre veicoli compatti a partire dalla metà del 2024”, riaffermando che “la Serbia e il suo stabilimento di Kragujevac svolgeranno un ruolo chiave nel piano strategico Dare Forward 2030 dell’azienda”.

Ma i 1.500 posti di lavoro tagliati o a rischio su 2.000? “Poiché lo stabilimento vedrà già nel corso del 2022 l’avvio delle attività per la realizzazione della nuova linea di produzione per la nuova piattaforma che sarà lanciata nel 2024, stiamo costruendo un ecosistema industriale flessibile e agile che vedrà una necessaria fase di transizione compresa la riqualificazione del personale”, è la tesi di Stellantis -che si è rifiutata di incontrarci e di rilasciare interviste approfondite nel merito-.

La circostanza riferita dal sindacato per la quale l’azienda abbia intenzione di “interrompere completamente la produzione dello stabilimento di Kragujevac inviando i lavoratori a lavorare all’estero e licenziando i lavoratori”, sempre secondo Stellantis, “non corrisponde al vero”. Al contrario la produzione della Fiat 500L “verrà sospesa per consentire l’ammodernamento delle linee produttive e ai lavoratori verrà offerta un’opportunità di lavoro all’estero (Europa) negli stabilimenti di Stellantis che già sono partiti sul fronte dell’elettrificazione”.

Quella che la multinazionale definisce “opportunità di lavoro” o “reskilling on the job” è riassunta in una tabella che sarebbe stata distribuita a maggio ai lavoratori in fabbrica con l’invito di far sapere presto le proprie intenzioni. Rajko ne mostra una copia. Le ipotesi per il trasferimento biennale sono quattro: Slovacchia (800 euro di salario netto), Polonia (850 euro), Italia (1.400 euro), Germania (1.900 euro). Nota numero uno: “L’alloggio è a carico dei dipendenti”.


“Com’è possibile proporre una cosa del genere a persone che hanno una famiglia?”, si domanda Blagojević, sottolineando come i lavoratori siano uniti nella protesta. “Abbiamo già manifestato tre volte dalla fine di aprile, andremo avanti”. L’obiettivo è far pressione sul governo di Belgrado che si sarebbe impegnato a investire sulla nuova “piattaforma” di Stellantis a Kragujevac 48 milioni di euro.

Accanto a Blagojević siede Rajka Veljovic, ex dipendente della Zastava, la fabbrica che produceva armi automobili e armi a Kragujevac, bombardata dalla Nato nella primavera del 1999. Da anni svolge un preziosissimo ruolo di “ponte” tra il sindacato e le associazioni di volontariato che promuovono progetti umanitari in Serbia (come “Mir Sada” di Lecco o “Non bombe ma solo caramelle Onlus” di Trieste). Mentre ascolta il racconto del sindacalista, Veljovic scuote ripetutamente la testa. “Di che cosa ci meravigliamo? Fin dal principio avevamo capito che con la Fiat nulla sarebbe stato normale”. Ripensa alla consegna dell’area produttiva di 370mila metri quadrati a Fiat da parte del governo senza oneri (all’epoca il presidente era Boris Tadic) o all’indicazione della stessa come “zona franca”, o ancora ai contributi economici per ogni operaio assunto (“9mila euro”, afferma). “Ricordo ancora gli striscioni ‘Benvenuti a casa’ affissi in giro per la città”. Oggi resta ben poco. Dalla facciata dello stabilimento è sparita anche la grande 500L che era formata da tanti piccoli operai. È rimasto solo lo slogan “Mi smo ono što stvaramo”, cioè “Siamo quello che produciamo”. Blagojević prende la penna e riscrive lo slogan cancellando due lettere dell’ultima parola. Diventa “Mi smo ono što varamo”: “Vuol dire ‘Siamo quelli che imbrogliamo’”.






martedì 22 marzo 2022

"Fermare il DDL Concorrenza, difendere acqua, beni comuni, diritti e democrazia"

 

Appello per una campagna comune



Come se la pandemia non avesse evidenziato i fallimenti del mercato e la necessità di una radicale inversione di rotta, il governo Draghi accelera nell'approvazione del disegno di legge sulla concorrenza e il mercato, riforma messa in campo per poter accedere ai fondi europei del PNRR.

Si tratta di un manifesto ideologico che, dietro la riproposizione del mantra "crescita, competitività, concorrenza" si prefigge una nuova ondata di privatizzazioni di beni comuni fondamentali, dall'acqua all'energia, dai rifiuti al trasporto pubblico locale, dalla sanità ai servizi sociali e culturali.

Si tratta di un attacco senza precedenti, che espropria le comunità locali dei beni comuni, dei diritti e della democrazia e che stravolge il principio di sussidiarietà sancito dalla Costituzione, azzerando la storica funzione pubblica e sociale dei Comuni, trasformati in enti il cui ruolo diviene unicamente quello di predisporre la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali.

Si tratta di un attacco complementare a quello già portato avanti con il disegno di legge sull’autonomia regionale differenziata: se con quest’ultima si amplificano le diseguaglianze fra i territori, con le norme sulla concorrenza si amplificano le diseguaglianze fra gli abitanti all’interno di uno stesso territorio.

Non potendo più contare sul consenso sociale - nel 2011 la maggioranza assoluta degli italiani aveva votato Sì al referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni – il governo Draghi ha deciso di imporre le politiche liberiste, utilizzando il clima di emergenza e contando sulla rassegnazione sociale.

Abbiamo già sperimentato cosa significano le privatizzazioni dei beni comuni e dei servizi pubblici: nessuna cura delle risorse naturali, peggioramento quantitativo e qualitativo dei servizi, aumento esponenziale delle tariffe, fine di ogni controllo democratico sulla loro gestione.
Ne abbiamo una lampante dimostrazione nelle pesantissime bollette di gas, luce e acqua ricevute dalle famiglie questo inverno e inizio primavera.

Le privatizzazioni peggiorano drasticamente anche i diritti del lavoro, riducendo l’occupazione e i salari, aumentando lo sfruttamento e la precarietà, ed espropriando la conoscenza sociale prodotta da decenni di lavoro pubblico.

Veniamo da un periodo di emergenza sanitaria, siamo immersi dentro una drammatica crisi eco-climatica e dentro un drastico peggioramento delle condizioni di vita delle persone, ed ora anche dentro una nuova guerra all'interno dell'Europa.

Affrontare queste sfide richiede un radicale stop a un modello sociale basato sui profitti, per costruire un'altra società fondata sul prendersi cura, sulla riappropriazione sociale dell'acqua e dei beni comuni, sulla gestione partecipativa di tutti i servizi pubblici.

Per questo, lanciamo una campagna contro il DDL Concorrenza e chiediamo a tutte le realtà politiche e sindacali, alle realtà sociali e di movimento, a tutte le comunità territoriali e agli Enti Locali di mobilitarsi per chiedere lo stralcio dell'art. 6, lo stop ai provvedimenti su sanità, servizi sociali, trasporti, rifiuti, energia e l'apertura di un ampio dibattito pubblico sulla gestione dell'acqua, dei beni comuni, dei servizi pubblici.

Sono in gioco i nostri diritti fondamentali, il diritto a una vita dignitosa e a un futuro diverso per tutte e tutti. Non possiamo consegnarlo agli indici di Borsa.

lunedì 14 febbraio 2022

Non vi sembrano troppo alti i costi da pagare all'Atlantismo e all'ordoliberismo europeo?

 Luciano Granieri



Le domande diffuse sui media, sui social, fra la gente e, soprattutto, poste ad autorevoli esperti e giornalisti nei talk show, riguardano le ragioni di un aumento così elevato del carovita. Le risposte fornite dagli autorevoli esperti di cui sopra, non mi hanno chiarito granchè, ma nonostante ciò un’idea me la sono fatta.

Secondo me le cause sono:

1) Le leggi del mercato capitalista, ca va sans dire. Ad una maggiore domanda di energia e materie prime, generata dalla ripresa post pandemica, corrisponde l’aumento del prezzo dell’offerta; dai prodotti energetici, ai semilavorati ai costi di trasporto marittimi e non solo.

2) La speculazione finanziaria. Il meccanismo dei futures energetici, in base alla quale i grandi fondi d’investimento privati acquistano la produzione di combustibili fossili, e derivati, ad un prezzo prestabilito ad una data specifica. Se prima di tale data il prezzo aumenterà, rispetto al valore concordato nel contratto, l’investitore rivenderà ai fornitori la quantità acquistata, prima ancora che venga estratta. E’ evidente che i grandi gruppi finanziari, attraverso la loro manovalanza lobbistico/politica, fanno in modo che ciò accada determinando l’aumento del costo di gas e petrolio.

3) Le regole dell’Unione Europea sul prezzo marginale dell’energia. Esse impongono a tutti coloro che hanno richiesto energia elettrica, o gas, di pagare il prezzo costante “marginale”. Cioè quello più alto. Cos’è il prezzo marginale? E’ il prezzo determinato da oneri di produzione più elevati che alcune imprese (poche) devono sopportare per cause contingenti: natura particolare dei siti estrattivi, difficoltà di trasporto e logistiche. Oneri che giustificano l’incremento dei costi della fornitura. A fronte di queste poche imprese (marginali), la maggior parte di fornitori sostiene spese produttive molto inferiori, ma vende la propria merce allo stesso prezzo di quelle “marginali” realizzando maggiori profitti. La UE sostiene che questa norma è a difesa dei consumatori per proteggerli da speculazioni. Infatti per evitare aumenti speculativi, si obbliga i cittadini europei a comprare energia a prezzi già aumentati. Se qualcuno non ci crede invito a leggere il testo originale della Commissione Europea inserito nella Communication on Energy Prices del 13 ottobre 2021.

4) Le aste di CO2, per adempiere agli obblighi dell’European Union Emissions Trading Scheme. Dal 2013 le imprese energetiche devono pagare un surplus per le quote di CO2 impiegate nel produrre energia. Meno CO2 si usa, meno costa la produzione. Il fine, evidentemente, è quello di incentivare l'erogazione di energia limitando l’utilizzo di anidride carbonica attraverso l’aumento degli oneri a carico di chi utilizza questo elemento nocivo. Ma se questi oneri, anziché andare ad erodere il profitto, vengono trasferiti direttamente sulla bolletta, come per magia la transizione ecologica viene sostenuta totalmente dai soldi dell’utente finale.

5) La crisi ucraina e l’Atlatismo. In nome del tanto sbandierato Atlantismo è ancora inattivo il Nord Stream 2, la condotta che consente di far arrivare il gas russo in Europa  bypassando l’Ucraina, evitando così tutti i problemi legati a quella crisi, tra sanzioni e venti di guerra. La condotta arriva direttamente in Germania. Perciò ai tedeschi l’atteggiamento guerrafondaio americano sull’Ucraina appare indigesto. Se da un lato il Nord Stream 2 comporterebbe una maggiore dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, ciò inevitabilmente produrrebbe un abbattimento dei costi anche in bolletta. Ma si sa. Noi siamo atlantisti. Per il mantenimento della pax atlantica e della democrazia dei ricchi siamo disposti a tollerare aumenti energetici in cui ci stanno dentro i 70 milioni di euro al giorno che paghiamo alla Nato e i costi per gassificare il gas liquido che siamo costretti a comprare dagli Usa per ridurre la nostra dipendenza da Putin. In merito alla sacrosanta transizione ecologica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili che ci renderebbero autonomi da forniture estere, stendiamo un velo pietoso. Fino a che ai grandi trust, converrà vendere energia da combustibili fossili, il green new deal sarà una grande presa in giro, alla faccia del PNRR.

6) Spirale inflazionistica. Nel gennaio 2022, l’indice dei prezzi al consumo, a causa di tutto quanto sopra esposto, ha registrato un aumento del 5,3%. I salari, in stagnazione dal 1990, invece, aumenteranno dell’1%,  in base al coefficiente di inflazione programmata con il quale si rinnovano i contratti di lavoro. Come mai? E’ presto detto. Il meccanismo di crescita salariale è basato sull’indice dei prezzi armonizzato (Ipca), ossia un sistema che calcola l’aumento dei prezzi al consumo senza tener conto dei rincari energetici. La CGIL, tramite il sue segretario Maurizio Landini, ha chiesto di rivedere il processo inserendo anche il costo dell’energia negli adeguamenti salariali, ma la risposta del padronato, spalleggiato dal governo, è stata assolutamente negativa. Bonomi, il capo degli industriali, è inorridito sostenendo che gli aumenti salariali vanno concordati nella contrattazione  fra lavoratore e azienda, e non nel contratto nazionale, mentre il capo dei banchieri italiani, Visco, ha sostenuto che non è prudente alimentare una spirale inflattiva aumentando i salari, perché ci troviamo di fronte ad un fenomeno temporaneo, che durerà qualche mese, dopodichè le dinamiche di aumento dei prezzi si fermeranno. Tradotto: ma come vi permettete di far pagare il carovita a finanzieri ed imprenditori? Il profitto è sacro. Che siano i lavoratori e i pensionati ad arrangiarsi. Ci sarà una diminuzione del salario reale mai vista prima, con una aumento di povertà e precarietà? E chissenefrega. I soldi si fanno con i soldi questa è una legge scritta sulla pietra.

Ripercorrendo i sei punti, viene fuori che se paghiamo bollette così alte e la spesa per il sostentamento costa sempre di più la colpa è: 1)del libero mercato, 2)della speculazione finanziaria, 3)delle normative europee liberiste, 5) dell’atlantismo, 4 -6) della difesa del profitto a tutti i costi

E una domanda sorge spontanea. Ma perché nessuno si ribella, a parte qualche timida sollevata di ciglia dei sindacati? Perchè anche nel campo delle, così dette, forze di sinistra nessuno ha nulla da ridire. Si plaude a Draghi e Mattarella inossidabili guardiani del sistema atlantista ed ordoliberista europeo causa della nostra povertà diffusa

Non so voi ma io sono stanco di sentirmi dire che tutto ciò è frutto di un destino cinico e baro e non si può fare nulla, se non prendersela con  chi sta peggio di te. Mi sento preso in giro e la cosa va a detrimento della mia dignità. Quella dignità umana faro della Costituzione antifascista. Forse sarò scemo io, ma a voi tutto ciò sta bene?

martedì 14 settembre 2021

Roma: l’attacco del profitto al trasporto pubblico non è finito

 Fonte:  Coniare rivolta



Quasi tre anni fa, nel novembre 2018, i cittadini romani vennero chiamati a esprimersi tramite referendum sulla possibile liberalizzazione e privatizzazione dell’azienda del trasporto pubblico locale Atac. Con un’affluenza molto bassa il referendum consultivo non ottenne l’effetto politico voluto dai suoi promotori, ma la spinta liberista che lo aveva animato è viva e vegeta e segnerà, con ogni probabilità, le scelte di politica del trasporto pubblico romano nei prossimi mesi. Da molti anni le politiche di affidamento alla logica del mercato dei servizi pubblici sono divenute un pezzo costitutivo della politica economica di impronta neoliberista. Sotto la scorta della retorica del pubblico inefficiente e delle imprese pubbliche carrozzone indebitate fino al collo, in numerosi ambiti dell’economia si è avanzato a tappe forzate verso forme di parziale o totale privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione. Dopo aver scientemente sottofinanziato le aziende pubbliche non consentendone una gestione all’altezza dei bisogni dei cittadini e costringendole ad un’elevata esposizione debitoria, si sono potute facilmente montare campagne mediatiche sull’inefficienza delle gestioni pubbliche in quanto tali e la conseguente necessità dell’intervento benefico dei privati.

L’Atac romana rappresenta un esempio di questa strategia. I problemi dell’organizzazione del Trasporto Pubblico Locale romano affondano le radici in una storia pluridecennale iniziata con lo sviluppo urbano incontrollato e privo di pianificazione dell’epoca fascista e poi continuata nel secondo dopoguerra con l’edificazione di quartieri mal collegati con il resto della città, l’assenza di una rete metropolitana degna di questo nome e una presenza deficitaria di mezzi pubblici in una città che ha sempre fatto del trasporto privato l’asse fondamentale della mobilità. Questi atavici problemi si sono tuttavia aggravati drammaticamente nel corso degli ultimi due decenni. Al netto delle torbide vicende di scandali e mala gestione, un taglio del finanziamento pubblico ha via via gonfiato il debito di Atac fino all’ultimo passaggio della procedura di concordato avviata dalla giunta Raggi, che ha costretto l’azienda a tagliare il servizio erogato sotto forma di diminuzione delle corse, soppressione di intere linee, fino all’uso di un parco mezzi datato e inquinante. Il sottofinanziamento cronico rispetto alle esigenze di una città come Roma, caratterizzata da un’enorme estensione geografica, è alla base delle condizioni disastrate in cui versa il trasporto pubblico della città. Del resto, i dati al riguardo sono impietosi. In Figura 1 più sotto si vede l’evoluzione del livello di finanziamento del trasporto pubblico locale ad opera del Comune di Roma, nel periodo 2010-2019. La linea blu mostra l’inesorabile diminuzione dei fondi stanziati per i trasporti, che non a caso ha inizio a partire dal 2012. In tale periodo, infatti, prende avvio la fase più dura delle politiche di austerità che hanno colpito tutti i livelli di governo, dallo Stato ai territori, con l’inasprimento dei già rigidi vincoli di bilancio nazionali e locali e una generale ricaduta sui servizi pubblici. Una forte diminuzione si riscontra anche andando a vedere gli investimenti messi in atto da ATAC, in Figura 2. Qui il calo è ancora più marcato, segno inequivocabile di una deliberata scelta politica di prosciugare le risorse necessarie a un buon funzionamento dell’azienda nel presente e, dati gli effetti di lungo periodo degli investimenti, anche nel futuro.

A fronte di questa drammatica situazione, il dibattito viene sviato dalle vere cause del disastro verso una campagna ideologica contro l’assetto pubblico e la gestione in house dell’azienda. Malgrado la giurisprudenza comunitaria da anni spinga per politiche di liberalizzazione, a seguito dell’esito del cosiddetto referendum sulla gestione dell’acqua del 2011, esistono ancora due alternative di gestione di un servizio pubblico locale: affidamento in house ad una società di proprietà dell’ente locale stesso senza gara; oppure gara pubblica per l’affidamento ad una società esterna. Una norma approvata nel 2017, in violazione sostanziale dell’esito politico del referendum sui servizi pubblici locali di 6 anni prima, prevede tuttavia una decurtazione dei fondi pubblici destinati al trasporto pubblico locale in caso di affidamento in house senza gara. Del resto anche il recente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) suggerisce un ricorso “più responsabile” al meccanismo di fornitura di servizi in-house sostenendo che (PNRR, p. 76): “andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, dei benefici della forma dell’in house dal punto di vista finanziario e della qualità dei servizi e dei risultati conseguiti nelle pregresse gestioni in auto-produzione, o comunque a garantire una esaustiva motivazione dell’aumento della partecipazione pubblica. Sarà inoltre previsto un principio generale di proporzionalità della durata dei contratti di servizio pubblico, compresi quelli affidati con la modalità dell’in house.” Un vero e proprio gioco delle tre carte, sfacciato e spietato: i vincoli di bilancio europei impongono l’austerità e rendono la gestione pubblica dei trasporti (e non solo) difficoltosa e accidentata. In risposta a ciò, le autorità europee chiedono a chi volesse continuare a tenere fuori i privati dal trasporto locale di dimostrare che la gestione pubblica è stata impeccabile e fila liscia come l’olio, pena la decurtazione dei fondi europei destinati alla ripresa economica post-Covid.



Ma cosa cambia nella sostanza tra le due forme di gestione possibili? 

Il trasporto pubblico locale, così come molti altri servizi pubblici, è per sua natura costituito da tratte in perdita a bassa densità di traffico e tratte ad alta densità generatrici di utili. È evidente che, se il servizio fosse rimesso alla mera logica della massimizzazione del profitto, le tratte in perdita sparirebbero e numerosissime aree di una città a bassa densità di popolazione o con caratteristiche viarie e di traffico complesse non verrebbero servite. In linea di massima, con i prezzi esistenti oggi di biglietti e abbonamenti nella gran parte dei comuni italiani, un servizio di trasporto cittadino copre circa il 30%-40% dei costi di gestione, manutenzione e investimento tramite entrate da traffico (biglietti). Il resto viene coperto da fondi pubblici locali e statali tramite un fondo nazionale per i trasporti. Se, come in effetti avviene nel concreto nelle pratiche di affidamento tramite gara, si volesse mantenere un’offerta universale che copra capillarmente una città indipendentemente dalla capacità di generare utili in ogni tratta, allora occorrerebbe versare al soggetto privato, a compensazione delle perdite, ciò che l’ente pubblico versa analogamente ad una società propria in house. Tuttavia, con una differenza non da poco. Nel caso di affidamento in house la società, sebbene SpA, oggetto cioè di diritto privato, è comunque di proprietà dell’ente pubblico e non segue una logica di mera massimizzazione del profitto. L’eventuale utile conseguito nelle tratte redditizie verrebbe automaticamente reinvestito nel servizio stesso o versato a copertura delle tratte strutturalmente in perdita. L’affidamento ad un soggetto privato, invece, implica, per definizione, che venga riconosciuto un margine di profitto complessivo su tutta la rete oggetto del servizio, senza il quale nessun imprenditore entrerebbe mai nel settore. Nei meccanismi di regolazione delle imprese che operano in tali servizi, si fa sempre riferimento ad un tasso di remunerazione normale del capitale che, in un settore in perdita strutturale, viene per forza di cose coperto dalla spesa pubblica. 

Nel caso di Atac, i fautori della messa a gara puntano il dito sull’ingente debito di 1,3 miliardi di euro accumulato dall’azienda, sull’inefficienza organizzativa della società romana e sui costi legati a fenomeni di corruzione, prebende e uso politico di ruoli chiave nell’azienda e invocano la gara come panacea di tutti i mali. Le critiche suddette naturalmente fanno leva su verità innegabili, ma l’analisi delle cause e soprattutto la soluzione prospettata ignorano passaggi fondamentali.

1. Un’azienda pubblica inefficiente e afflitta da una gestione sbagliata e dannosa non è in quanto tale irriformabile. La sua riformabilità è semplicemente legata alla volontà politica di farlo espressa dai governi in carica. Che Atac abbia sofferto di una gestione manageriale deplorevole è una realtà comunemente nota. Che ciò sia una buona scusa per rimuovere, anziché i responsabili di questo scempio, il modello di società pubblica in quanto tale è un salto logico privo di giustificazioni; 

2. Le inefficienze e i costi da corruzione non sono esclusivi di un’azienda pubblica. Sono sotto gli occhi di tutti i casi di corruzione e inefficienza manageriale dimostrati anche in grandi colossi del mondo industriale, finanziario e bancario; 

3. Tutti i processi di liberalizzazione, ivi compresi quelli del trasporto pubblico locale, dimostrano che la massimizzazione del profitto di un gestore privato e la capacità di proporre offerte competitive si scarica prevalentemente sul costo del lavoro, sulla riduzione di organico, e sulla capillarità dei servizi;

4. Ammesso e non concesso che non vi sia alcuna ripercussione sul mercato del lavoro e sulla capillarità dell’offerta del servizio, per immaginare che una liberalizzazione porti a ridurre i costi gestionale a parità di servizio, occorrerebbe che i costi da inefficienza e corruzione di Atac eccedano i costi da sovvenzionamento pubblico dei profitti di un operatore privato che sorgono inevitabilmente in caso di privatizzazione. Si tratta quanto meno di un azzardo visto e considerato che i primi sono per definizione evitabili con una migliore gestione pubblica mentre i secondi sono connaturati ad una gestione privata e dunque ineliminabili a priori;

5- Il vero elemento dirimente della storia recente di Atac, così come di tante aziende di gestione dei servizi pubblici locali, al netto degli scandali e della mala gestione, è proprio un livello cronicamente insufficiente di finanziamento pubblico che ha via via gonfiato il debito, fino all’ultimo passaggio della procedura di concordato avviata dalla giunta Raggi. Proprio il sottofinanziamento cronico rispetto alle esigenze peculiari di una città come Roma, ad enorme estensione geografica ma piena di aree a bassa densità abitativa e fortemente isolate, spiega l’elevato debito dell’azienda cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. 

A fronte di una simile situazione la via della liberalizzazione e del mercato non potrebbe che aggravare i problemi esistenti creandone di nuovi, come numerose esperienze di liberalizzazione e privatizzazione del trasporto pubblico locale dimostrano (emblematico il caso di Genova e quello più recente di Firenze): attacco ai diritti del lavoro e peggioramento del servizio con taglio o marginalizzazione delle aree non remunerative. Insomma, danni a carico dei lavoratori e dei cittadini utenti. Malgrado la recente legislazione nazionale in Italia sia andata persino oltre le prescrizioni pro-liberalizzazione favorite dall’Unione europea, indicando la via del mercato come quella preferenziale anche nel campo dei servizi pubblici locali, l’esito positivo della battaglia del cosiddetto referendum per l’acqua pubblica ha reso inapplicabili, almeno fino ad ora, i tentativi di rendere cogente e inevitabile la strada del ricorso alle gare. I margini di resistenza nel settore sono ancora ampi e le possibilità legislative, come il caso della riforma del sistema di gestione dell’acqua a Napoli dimostrano, esistono. 

La prospettiva va allora radicalmente rovesciata rispetto ai termini del dibattito attuale. Il punto non è scegliere tra l’Atac Spa a capitale pubblico dissestata e dissanguata di oggi oppure la sua privatizzazione e cessione alle sorti limpide e progressive del mercato. La vera sfida deve essere basata sul rilancio dell’azienda pubblica in un’ottica però di riforma radicale rispetto allo stato attuale. Una riforma che in primo luogo riaffermi la centralità della funzione pubblica e sociale dell’azienda. 

Per farlo occorre agire su due livelli, uno generale ed uno particolare. Il rilancio di un servizio pubblico che abbisogna di ingenti investimenti a priori non può che passare per una radicale rimessa in discussione dei vincoli di bilancio locali e nazionali discendenti in via diretta dall’austerità europea e per un ripensamento dei rapporti tra potere pubblico e mercato. Una battaglia che va svolta a monte e attiene alla generale visione del ruolo dello Stato nell’economia e nella gestione dei servizi pubblici. A valle di questa battaglia, nello specifico, esistono concrete possibilità di intervento sul fronte dei servizi pubblici locali anche nel quadro della legislazione attuale. Tra queste vi è il passaggio dalla forma giuridica di Società per azioni a capitale pubblico all’Azienda Speciale. Quest’ultima, pur essendo un organismo posto al di fuori della pubblica amministrazione e agendo con autonomia imprenditoriale, si distingue profondamente dalla SpA. Infatti, l’azienda speciale è ente strumentale dell’ente locale dotato di personalità giuridica e di proprio statuto, approvato dal consiglio comunale o provinciale. Due sono le differenze cruciali tra un’Azienda Speciale e una SpA: il grado di internità rispetto all’ente pubblico cui è legata e la declinazione specifica del concetto di economicità della gestione. Nella società per azioni si ha separazione totale tra l’ente che la possiede e la società stessa, che finisce per operare come organismo del tutto distaccato e dotato di propri obiettivi. Un’Azienda Speciale, pur autonoma rispetto all’ente da cui emana, ha un livello di integrazione e prossimità assai maggiore, che consente la realizzazione di finalità politiche e sociali in maniera assai più flessibile. In merito al secondo punto, sebbene anche l’Azienda Speciale in quanto ente economico debba operare “con economicità di gestione”, con questa locuzione si intende soltanto la necessità di coprire i costi di produzione con entrate proprie, al netto ovviamente della copertura garantita da finanziamenti per scopi sociali a carico dell’ente emanatore. In una società per azioni, invece, il concetto di economicità deriva dalla redditività e dal profitto, i quali impongono che il servizio offerto sia remunerativo ovvero che vi sia la remunerazione del capitale commisurata a criteri di “normale rendimento del capitale” anche laddove la proprietà sia interamente pubblica.

Queste differenze rendono l’Azienda speciale un istituto profondamente più adeguato all’esigenza di fornire servizi pubblici fuori dalla logica del mercato. Il caso dell’azienda di gestione del servizio idrico a Napoli, unico esempio di “ripubblicizzazione” tramite trasformazione di una SpA in Azienda Speciale, ha avuto in tal senso una forte eco nazionale e può essere considerato un possibile modello cui ispirarsi nei processi di ri-collettivizzazione di ciò che nel tempo è stato privatizzato o comunque profondamente snaturato nella sua vocazione pubblica. 

La battaglia per servizi pubblici di qualità accessibili universalmente e orientati al soddisfacimento dei bisogni e non al profitto, è uno degli architravi irrinunciabili di una strategia politica di promozione degli interessi delle classi subalterne e della collettività, contro la sete di profitto di un’oligarchia che vorrebbe mettere mano su ogni residuo di economia pubblica ancora esistente. È anche una cartina al tornasole perfetta per mostrare la sostanziale identità di vedute tra chi governa e ha governato Roma negli ultimi decenni (centro-destra-sinistra e 5Stelle) e rimarcare la differenza con chi invece fa di Roma Città Pubblica non uno slogan vuoto ma una dichiarazione di intenti e un principio guida. Cambiare lo stato delle cose si può, basta volerlo (e votarlo).