Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 19 agosto 2018

Acerbo (Prc): governo vada fino in fondo su concessione Autostrade

Ufficio Stampa Maurizio Acerbo Segretario Nazionale Rifondazione Comunista 



Rifondazione Comunista non si unisce al coro dei difensori dei monopolisti delle autostrade - dichiara il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo. Consideriamo un atto dovuto la lettera con cui il governo avvia la procedura che potrebbe condurre alla revoca della concessione unica alla società Autostrade per l'Italia. Si tratta del minimo che si possa fare dopo questa tragedia. Tutte le forze politiche dovrebbero essere unite e semmai confrontarsi sulle procedure più efficaci. Al contrario degli altri partiti, noi che siamo sempre stati contro la privatizzazione e nel 2006 rifiutammo offerta di soldi da Autostrade per l'Italia, ribadiamo per l'ennesima volta che bisogna scoperchiare tutto il sistema delle concessioni. I signori monopolisti delle autostrade (non ci sono solo i Benetton) hanno intascato dal 2009 al 2016 rendite per 8,85 mld. Noi siamo per la ripubblicizzazione delle autostrade, ma anche chi la pensa diversamente dovrebbe convenire che questa strage impone di riconsiderare privatizzazione e non escludere la revoca della concessione considerandola alla stregua di un reato di lesa maestà. Il fatto che "Autostrade per l'Italia" ora si dica disponibile a spendere una cifra che è quasi pari agli utili di un anno è segno che ci tengono a salvaguardare la rendita pluridecennale che la politica di centrosinistra e centrodestra gli ha garantito. Ricordiamo che la società Autostrade è sotto processo anche per la strage sul tratto Baiano-Avellino quando un bus precipitò e ci furono decine di vittime. Questa volta si vada fino in fondo anche sulla questione della revoca della concessione. E non si spengano i riflettori dopo qualche settimana. 

venerdì 17 agosto 2018

Dalle autoradio delle bluesmobile continuerà a risuonare "Respect"

Luciano Granieri




Atlantic Records, etichetta discografica fondata nel 1947.  Fra la fine dei’50 e per tutti gli anni ’60 dai dischi dell’Atlantic usciva musica nera. Note in cui fruiva prorompente e conflittuale l’aspirazione degli afroamericani a diventare un popolo libero   da ogni discriminazione, non solo legata al colore della pelle, ma anche alla differenza di genere e di censo . 

L’Etichetta fondata da Ahmet Ertgun e Herb Abramson, fra  il 1960 e il 1961,  sfornava  le incisioni storiche  di John Coltrane:  Giant Steps,  My Favourite Things. Brani in cui la prorompente cascata di note del tenorista di Hamlet trasfigurava  figure melodiche semplici, come il valzerino  “My Favourite Things “ (tratto dalla commedia hollywoodiana “Tutti insieme appassionatamente”) , trasformandole in autentici stravolgimenti  rivoluzionari. 

Ma la rivolta vera che usciva dai dischi Atlantic non era quella di Coltrane, ne sarà l’assolutismo sovversivo del free jazz di Ornette Coleman, Archie Shepp o Cecil Taylor. Dai giradischi di Harlem,  dei ghetti di Chicago, o Detroit,  la puntina che solcava i dischi Atlantic rimandava la  voce potente e al tempo flessibile,  di Aretha Franklin che chiedeva  rispetto per le minoranze afroamericane e per le donne. "Respect" Il brano di Otis Redding, divenne, cantato  da Aretha  nel 1967, un’invettiva verso la società statunitense mai rispettosa della diversità  per colore di pelle, genere, e orientamenti sessuali. Quella voce, ieri, ha cessato di innalzare il suo grido rivendicativo ed inclusivo di una popolazione  stanca di essere sfruttata dal maschio, americano, bianco, capitalista,imperialista . 

Aretha non c’è più ma il suo “Chain, chain, chain, chain of fool” continuerà a risuonare da tutte le bluesmobile  del mondo. E’ stata definita la regina della soul music, dove per  “soul”, non s’intende solo “anima”, ma una particolare collocazione sociale e mentale che identifica l’essere neri. E’ il soul la forma artistica, la musica aggregante, di una vera e propria lotta di massa per la rivendicazione dei diritti sociali e civili. 

Non è un mistero che la soul music ed il R&B, per la loro  semplificazione  degli stilemi blues, e per la  facilità di fruizione, sono  stati immediatamente  sfruttati  dallo show business. Aretha, insieme a Ray Charles, Otis Redding,  Wilson Picket, e altri musicisti,  divenne  una vera e propria star,, assicurando profitti  miliardari alle proprie case discografiche, e a tutto lo show business  gravitante intorno a lei , per lo più bianco. Del resto la dinamica per cui il mercato discografico bianco si appropria della creatività dei neri si perde nella notte dei tempi. Bessie Smith agli inizi del ‘900 con i suoi blues contribuì a risollevare le sorti economiche della casa discografica Okeh.  

Ma la forza della musica soul, del R&B, e in seguito dell’hip hop, è che mettono in musica  la cattiva coscienza  della discriminazione anche se diventano    successo commerciale  fonte di grossi guadagni per chi la esegue e chi la produce. Nel 1985 Aretha Franklin, nel pieno della sua notorietà,  insieme alla “bianca” Annie Lennox, incide un brano simbolo della lotta femminista :”Sister Are Doin’It for  Themeselves”. Dove viene messo in ridicolo il detto in base al quale, dietro ad ogni grande uomo c’è una grande donna,  invita le donne ad uscire dalla cucina e a ricordare al mondo che sono capaci di fare grandi cose da sole, senza l’aiuto del maschio.  

Aretha se ne è andata, ma la sua voce continuerà ad uscire dalle autoradio delle bluesmobile di tutto il mondo. Ci sarà ancora di grande aiuto anche dal li,  dove ora si trova ,  per scalzare  i nazisti dell’Illinois che ahimè hanno preso il potere non solo in America ma in gran parte dell’Europa e soprattutto in Italia.

  


giovedì 16 agosto 2018

Dalla grande opera alla grande manutenzione

Militant Blog



Immaginare che ad un tratto i capitali privati decidano di trasferire il proprio core business dalla speculazione (di vario tipo: residenziale, infrastrutturale, commerciale, logistica, etc) alla manutenzione del già costruito, significa ignorare il principio di valorizzazione dell’economia privata. Significherebbe costringere quei capitali a muoversi secondo indicazioni pubbliche, cioè politiche. Vorrebbe dire vincolare i movimenti di capitali, affacciarsi cioè nel regno dell’assolutamente proibito. Solo per dare un cenno dell’impresa, proprio oggi, nel classico coro post-catastrofe del “ci vuole più Stato” e del “servono più investimenti”, sul Corriere della Sera Lorenzo Bini Smaghi così raccontava la crisi della Lira turca: «Se c’è un fattore che tende a coagulare i comportamenti di migliaia di operatori è proprio il timore di misure come i controlli sui movimenti di capitale». A pagina uno ci vuole più Stato, ma a pagina trenta si ricorda che questo non deve intromettersi nei processi economici. Vincolare, dirigere, perimetrare la libertà dei capitali di valorizzarsi indefinitamente è il non expedit del capitalismo, ancor più accentuato nella sua fase liberista nella quale stiamo invecchiando.  
Dovremmo allora sperare nei capitali pubblici, nei soldi dello Stato, l’atteso raddrizzatore dei torti dell’economia privata. Anche qui, però, siamo in prossimità dell’allucinazione post-trauma. In primo luogo, sfuggirebbe il senso di un’economia privatizzata (come, in questo caso, quella delle infrastrutture autostradali) che però scarica i costi di manutenzione sulle casse pubbliche. Occorrerebbe dunque rinazionalizzare. Figuriamoci. Ma questo è il punto meno importante. Il cuore del ragionamento sta altrove.
Quel che occorre non è tanto il “più Stato” inteso dalla borghesia al potere (cioè lo Stato repressore), ma uno Stato che interviene nella gestione dell’economia, che torni ad occupare un ruolo economico non meramente regolatore, ma attore protagonista. Uno Stato cioè che entri in concorrenza con l’economia privata, e proprio nei campi che in questo trentennio sono stati privatizzati: servizi pubblici quali la mobilità e i trasporti; forniture di beni e servizi essenziali; produzione industriale; produzione culturale; costruzione edilizia; eccetera. Al netto del contesto politico, geopolitico ed economico di riferimento, naturalmente avverso a un processo di questo tipo, pensare questo “Stato manutentore” significherebbe accettare l’idea che lo Stato serva ancora a qualcosa, e che anzi questo possa costituire addirittura un argine alla privatizzazione di ogni aspetto della vita pubblica, che la ritirata dello Stato dall’economia, in questi anni, è servita solamente a favorire la valorizzazione del capitale privato e non la liberazione dalle maglie della coercizione legislativa. Significherebbe, cioè, rimettere in discussione una serie di mitologie politiche su cui campa tutto lo spettro della politica, dalla destra liberista alla sinistra radicale. Lo “Stato manutentore” non esiste, fatevene una ragione. Esiste un potere politico che orienta gli indirizzi economici dello Stato, occupando spazi o ritirandosi da essi. La botte piena e la moglie ubriaca vale solo nei desideri di qualche sognatore fuori tempo.

lunedì 13 agosto 2018

Si sta perpetrando ancora una volta il reato di omossione di soccorso in mare, Mattarella intervenga

Appello al Presidente Mattarella


Egregio Presidente della Repubblica,

e' necessario un suo autorevole immediato intervento per impedire che i ministri del governo in carica commettano nuovamente un disumano crimine.

Due di essi hanno infatti annunciato che ancora una volta il governo neghera' l'approdo nei porti italiani ai naufraghi salvati da una nave di soccorritori volontari.

Negare l'approdo in un porto sicuro ai naufraghi configura l'abominevole e infame reato di omissione di soccorso.

Dalla notte dei tempi salvare la vita ai naufraghi ed accoglierli in salvo in un porto sicuro e' un dovere condiviso dall'umanita' intera.

Il governo italiano sta commettendo un crimine contro l'umanita'.
Intervenga lei affinche' questo orrore, questa barbarie, questa orgia di disumanita' cessi.
Intervenga lei affinche' sia ripristinata la vigenza del diritto.
Intervenga  lei affinche' l'Italia torni nel consesso dei paesi civili in cui vale il principio che salvare le vite umane e' il primo dovere.

Ed intervengano le competenti magistrature affinche' i ministri macchiatisi di una condotta delittuosa cosi' mostruosa siano processati e condannati ai sensi di legge.

Confidando in un suo tempestivo intervento ed augurandole ogni bene,

Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo

Viterbo, 13 agosto 2018

Perchè la Monsanto si e Josepha no?

Luciano Granieri



Ve lo ricordate il TTIP il trattato transatlantico  di liberalizzazione commerciale? Quell’accordo che il governo degli  Stati Uniti (a guida Obama) e la  commissione UE stavano concordando  in gran segreto per favorire la fluidità del commercio fra le due aree? Il patto   modificava  i regolamenti standard delle transazioni commerciali e finanziarie , diminuendo   i controlli che ogni singolo  Stato poteva effettuare   sulla nocività delle produzioni  a tutela della salute dei cittadini. Oppure imponendo la modifica di  leggi sul lavoro troppo orientate alla tutela del lavoratore  a scapito dei costi di produzione.

Fra i punti programmatici  inseriti nel TTIP spiccava il “Meccanismo di Protezione degli Investimenti”. Un sistema  che consentiva alle multinazionali di citare i governi   che introducevano   leggi a tutela dei propri cittadini, ma lesive dell’interesse  della multinazionale stessa. Non solo, ma la vertenza fra singolo Stato  e compagnia privata sarebbe stata risolta   non da tribunali ordinari, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali i quali avrebbero dovuto basarsi ,nell’emettere il giudizio, esclusivamente sul dispositivo normativo  del  trattato .Cosi un Paese  che aveva introdotto una norma a favore dei cittadini, ma contro il profitto dell’impresa, subiva la  condanna  al  risarcimento dei  danni materiali ed era costretto a modificare la legge .

Fortunatamente l’unico  effetto collaterale positivo della devastante presidenza Trump è stato quello di non procedere oltre  nelle trattative con la commissione Europa per l’approvazione del TTIP. In compenso la stessa commissione  e  il Canada hanno ratificato un accordo molto simile  nel 2017 che dovrà essere convalidato  dai  parlamenti dei singoli Stati.

E’ naturale che le controversie legali  in un trattato  stipulato ad uso e consumo di soggetti “MULTINAZIONALI PRIVATI”  vengano dipanate da istituzioni giuridiche, extranazionali  private fuori dal controllo di ogni singolo Stato. Ma se ciò è corretto, bisogna estendere tale prassi  ad altri soggetti che per loro natura non hanno più una nazionalità . Mi riferisco ai migranti.

Queste persone   non appartengono più  al loro Paese  di origine, che sono stati costretti a lasciare  perché flagellato  da guerre civili, o povertà dilagante, o avversità climatiche drammatiche (tutti regali avvelenati elargiti dalle società capitaliste),  non appartengono ad un Paese di transito, in cui  spesso vengono torturati , men che meno appartengono ad un Paese di approdo, visto che nessuno li vuole accogliere .

Dunque come per le MULTINAZIONALI  si stava  predisponendo una giurisdizione al di fuori degli Stati, così anche per chi, di fatto, non ha più una nazionalità e  scappa da fame e guerre  sarebbe necessario attivare un sistema simile al di fuori della giurisdizione dei singoli governi , e che anzi punisca  i Paesi che non ne garantiscano  la tutela e l'accoglienza.

Mentre all’interno del TTIP (e di altri accordi simili) il diritto al profitto non è basato su alcuna forma giuridica, la  protezione ultranazionale dei migranti è sancita dall’art.6 della Dichiarazione Universale dei Diritti umani del 1948 in cui si sancisce che: “Ogni individuo ha diritto in ogni luogo al riconoscimento della sua personalità giuridica…..  la soggettività giuridica è distinta dalla cittadinanza”. Ciò significa che ognuno deve veder riconosciuta la sua personalità giuridica non solo nel proprio Paese d'origine , ma anche negli uffici d’immigrazione, durante un controllo alla frontiera, nei lager libici,  sui barconi, sulle navi della guardia costiera o delle ONG negli hot spot.

Il riconoscimento della personalità giuridica esula dalle leggi degli Stati che, ad esempio, si prodigano per stilare odiose e illegali  distinzioni fra migranti economici  e richiedenti asilo e in base alla quale i primi si espellono, gli altri vengono  rinchiusi in centri di detenzione.

Come, in base al TTIP, nessuna multinazionale può subire un calo di profitto a seguito di una legislazione  di tutela della sicurezza sul lavoro adottata da un singolo  Stato , così nessun migrante, in base alla dichiarazione universale dei diritti umani , può essere respinto  da una frontiera o da una costa,  nemmeno se le modalità di respingimento ed espulsione sono parte della legislazione nazionale . Se nel rispetto di accordi tipo il Ceta, una multinazionale agroalimentare  può adottare metodi di coltivazioni nocivi per la salute,  nonostante ciò sia vietato dal Paese dove opera , uno Stato non può rifiutare di accogliere persone in base ad una surrettizia lista nera di Paesi di provenienza definiti pericolosi , nessuno Stato può  negoziare con paesi terzi, definiti  “sicuri” accordi di baratto in cui si sancisce la detenzione e  ritenzione forzata del migrante  in cambio di denaro così come avviene fra UE e guarda costiera libica.

 Ma soprattutto la violazione dell’art.6 della Dicharazione della Carta dei Diritti umani deve essere valutata da un organismo giuridico terzo, sovranazionale  che può imporre sanzioni anche gravi ai governi che non la rispettano, imponendo risarcimenti pecuniari anche ingenti a favore di  coloro i quali hanno subito la violazione del riconoscimento della “personalità giuridica” .  Perché per veder riconosciuto il diritto al profitto si possono pianificare sistemi  giuridici extra territoriali  e per veder rispettata lo status di persona umana ciò non può essere parimenti realizzato?

Perché la Monsanto si e Josepha no?  E’ una provocazione? Si è una provocazione, ma che non è giuridicamente così campata in aria, ovviamente se a leggerla è uno che sa leggere e scrivere, quindi Salvini è escluso.

giovedì 9 agosto 2018

Sfratti: fuori prima gli ambasciatori d'Italia.

Luciano Granieri




In Via Napoleone III, al civico numero 8, nei pressi della Stazione Termini di Roma e con vista sul centro storico, sorge l’”Ambasciata d’Italia”. Un elegante palazzo di sei piani, presidio posto  a difesa del sangue Italico in uno dei quartieri più multietnici di Roma. 

Chi sono gli  arditi ambasciatori che lo occupano? E’ il partito politico di  CasaPound, o come amano definirsi i  militanti:fascisti del terzo millennio. Chi ha l’onere, ma anche e soprattutto l’onore di difendere la supremazia della razza italiana, dalle virali contaminazioni cui popoli inferiori sono naturali portatori, necessita di una fortezza fornita di tutte le comodità. 

Nel Palazzo di Via Napoleone III , 8 esistono venti appartamenti per lo più abitati dai valorosi gerarchi e dalle loro famiglie.  Un’ampia sala all’ultimo piano è adibita a conferenze e alla presentazione di libri sulla supremazia della razza, sulle gesta del puzzone e dei suoi sodali criminali. 

Una delle principali  attività  portata avanti dagli   ambasciatori d’Italia è quella della risoluzione dell’emergenza abitativa nella Capitale . Quando un alloggio popolare viene assegnato ad una famiglia di stranieri perché ne ha diritto, ma questo è già occupato, abusivamente , da qualcuno povero quanto quelli che lo dovranno sloggiare, ma ITALIANO - e insediato li dai Fascisti del terzo millennio -  ecco  che la milizia si mobilita ed impedisce agli  aventi diritto, solo perché stranieri, di potersi  insediare nell’appartamento  occupato da ITALIANI,   in modo abusivo. 

Sicuramente l’emergenza abitativa è un grande problema a Roma. Sappiamo bene come la speculazione fondiaria, aggredisca i bisogni sociali di chi ha diritto ad un casa ma non ha le sostanze per permettersela. Per Casa Pound il problema non è di censo, è di etnia. Dal momento che gli alloggi di residenza sociale sono pochi, si pretende una selezione basata sulla razza e non sulle condizioni economiche. 

Talmente grave è il problema dell’emergenza abitativa che la Regione Lazio predispose con due deliberazioni, (n.18 del 15 gennaio 2014 e n. 110 del 15 marzo 2016) un piano di attività   rivolto ai comuni affinchè questi   individuassero e sgombrassero alloggi indebitamente occupati per renderli disponibile ad un utilizzo sociale.

 La giunta Capitolina, guidata nel 2016 dal commissario prefettizio Tronca, recependo le direttive regionali,  nella deliberazione n.50 del 16 aprile 2016 stilò una prima lista di immobili da sgombrare. E con somma sorpresa nell’elenco delle prime  sedici strutture da evacuare figura proprio l’Ambasciata d’Italia di Via Napoleone III, 8. In pratica gli ambasciatori della purezza del sangue italico occupano abusivamente un intero palazzo comprensivo di 20 appartamenti abitati da gerarchi  anch'essi abusivi in tutti i sensi. 

Mi rendo conto che l’onere e l’onore di difendere il popolo italico  da contaminazioni di razze inferiori, implicherebbe l’utilizzo di una sede del demanio (tale è lo status proprietario del palazzo) senza dover pagare affitti o gravami  di altro tipo. Fatto sta  però che altri immobili di proprietà del Comune di Roma dovranno  essere lasciati liberi  dalle associazioni che li occupano. Il  canone  d’affitto  che corrispondono è insufficiente,  al di fuori delle regole del mercato. 

La casa internazionale delle donne, ad esempio, nonostante i servizi di ascolto e aiuto alle donne vittime di violenza, di cura dei bambini figli di queste ragazze, così come la scuola di musica popolare di Testaccio, nonostante aver insegnato e diffuso musica a tutti, giovani meno giovani, poveri e ricchi,  devono lasciare  l’immobile se non adeguano il canone d’affitto alle quote di mercato  vigenti e contemporaneamente non restituiscono una cifra pari alla differenza fra l’affitto attuale e quello  pagato fino ad oggi . 

Vuoi mettere l’infima funzione sociale di difendere le donne e di insegnare la musica, rispetto al ben più onorevole  e alto compito di difendere la razza italica? Certo seguendo la stessa logica Casa Pound dovrebbe iniziare a pagare un affitto per l’occupazione del palazzo di Via Napoleone III e rifondare il demanio di tutti gli anni in cui lo stabile è stato occupato senza corrispondere un canone di locazione . Oppure  dovrebbe sgombrare senza se e senza ma come prescritto dalla deliberazione 50 del 2016. 

Ma  noi che consideriamo imprescindibile  il diritto democratico ad avere un tetto sulla testa, proponiamo agli ambasciatori d’Italia, ai fascisti del terzo millennio, di esercitare un opzione sociale per mantenere la loro sede alle attuali condizioni gratuite. Perché non destinare gli alloggi che loro occupano abusivamente a quelle famiglie di stranieri impossibilitati ad entrare nelle case popolari?perché non offrire gratuitamente i 20 appartamenti ai Rom sgomberati dai campi una volta a loro destinati ? 

Dimenticavo, chi difendere la razza italica non può mettersi in casa il nemico. Però un suggerimento al ministro Salvini ci sentiamo ugualmente di offrirlo. Perché non pretendere l’affitto e gli arretrati da Casa Pound per recuperare un po’ di soldi da destinare al finanziamento del  reddito di cittadinanza o della flat tax? Chissà magari si potrebbe anche preferire di  finanziare la sanità o la scuola pubblica,  al posto della tassa piatta , ma questo è un ragionamento da comunisti rosiconi.

Chiediamo la verità sui respingimenti in Libia

Comitato Democrazia Costituzionale


Un gruppo di personalità, attive nella vita culturale, civile e politica: Massimo Villone, Mauro Volpi, Luigi Ferrajoli, Alfiero Grandi, Domenico Gallo, Silvia Manderino, Mauro Beschi, Guido Calvi, Felice Besostri, Livio Pepino, Antonio Esposito, Raniero La Valle, Vincenzo Vita, Luigi De Magistris, Moni Ovadia, Sergio Caserta, Alfonso Gianni, Antonio Pileggi, Giulia Venia, Francesco Baicchi, Elena Coccia, Roberto Lamacchia, Fabio Marcelli, Paolo Solimeno, Leonardo Arnau, Paola Altrui, Elisena Iannuzzelli, Margherita D'Andrea, Tommaso Sodano, Costanza Boccardi, Massimo Angrisano, Antonio Garro tramite l’avv. Danilo Risi hanno presentato un esposto al Procuratore della Repubblica di Napoli intorno alla vicenda della nave “Asso 28”.

Secondo informazioni di stampa il 30 luglio la nave “Asso 28”, società Augusta Offshore di Napoli, operante in appoggio a una piattaforma petrolifera dell’ENI al largo di Sabratha (Libia), ha effettuato il recupero in mare in acque internazionali di 101 profughi in fuga dalla Libia (fra cui 5 donne e 5 bambini) e in seguito si è diretta al porto di Tripoli dove sono stati sbarcati senza alcuna possibilità di chiedere di asilo o protezione internazionale.

I sottoscrittori chiedono al Procuratore della Repubblica di Napoli di accertare se in questa occasione siano stati commessi reati e in questa eventualità da parte di chi, tenendo conto che una nave battente bandiera italiana è a tutti gli effetti parte del territorio nazionale, e se possa configurarsi una forma di respingimento collettivo.
Sulla vicenda della nave Asso 28 sono state fornite diverse versioni dell'accaduto, tra queste quella che alla richiesta di coordinamento dei soccorsi all’MRRC (Maritime Rescue Coordination Center) di Roma non sia venuta risposta o che la risposta abbia rinviato la responsabilità alla guardia costiera libica.

Se confermato sarebbe la prima volta una nave italiana avrebbe sbarcato in Libia dei naufraghi raccolti in acque internazionali dopo la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che nel 2012 ha duramente condannato l’Italia per i respingimenti in Libia, effettuati da navi militari italiane nel 2009, su disposizione del Ministro dell’interno dell’epoca.

E’ noto che la Grande Chambre della Corte di Strasburgo con la sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 23 febbraio 2012 ha statuito che:
Le azioni di Stati contraenti compiute a bordo di navi battenti la bandiera dello Stato, anche fuori del territorio nazionale, rientrano nella giurisdizione della Corte EDU ai sensi dell’art. 1 CEDU.
L’esecuzione di un ordine di respingimento di stranieri costituisce violazione dell’art. 3 CEDU, relativo al divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti, quando vi sono motivi seri ed accertati che depongono per un rischio reale che lo straniero subisca nel Paese di destinazione trattamenti contrari all’art. 3 della Convenzione (con riferimento alla Libia)
L’allontanamento di un gruppo di stranieri effettuato fuori del territorio nazionale, in presenza di giurisdizione dello Stato, senza che venga esaminata la situazione personale di ciascun componente del gruppo e senza che ciascuno possa presentare argomenti contro l’allontanamento, integra una violazione del divieto di espulsioni collettive di cui all’art. 4 Protocollo n. 4 CEDU la cui portata deve considerarsi anche extraterritoriale.

A norma del codice penale (art. 4) le navi italiane sono considerate “territorio dello Stato” agli effetti della legge penale.
I presentatori chiedono alla magistratura che siano accertate le condotte di tutti coloro che hanno concorso nell’evento in quanto sussiste pienamente la giurisdizione italiana sui fatti accaduti.

La richiesta è che l'Autorità giudiziaria verifichi se vi sia stato un respingimento collettivo di migranti, vietato dall’art. 4 del quarto Protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea per i Diritti Umani (CEDU) e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, in quanto è stato impedito ai migranti l’accesso alla protezione internazionale poiché forzosamente ricondotti in Libia, Paese dichiarato posto non sicuro dall'UE e dall'UNHCR nel quale i migranti sono notoriamente sottoposti a torture, trattamenti disumani e degradanti in violazione dell’art. 3 della CEDU e dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, a cui la Libia non ha mai aderito.

Ad avviso dei firmatari, stanti le diverse e contraddittorie versioni fornite dalla stampa, va chiarito anche il ruolo svolto dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC), contattato dalla nave “Asso 28”, che ha l’obbligo di coordinare i soccorsi adottando tutte le misure necessarie affinché le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro. L’autorità giudiziaria italiana ha avuto modo in più occasioni di escludere che la Libia possa essere considerata un luogo sicuro, ai sensi delle convenzioni internazionali.

In particolare il Gup del tribunale di Ragusa, con il provvedimento che ha disposto il dissequestro della motonave Open Arms (dep. in data 16 aprile 2018), ha osservato che “le operazioni SAR di soccorso non si esauriscono nel mero recupero in mare dei migranti, ma devono completarsi e concludersi con lo sbarco in un luogo sicuro (POS, Place of safety), come previsto dalla Convenzione SAR siglata ad Amburgo nel 1979 .. Non può essere considerato sicuro un luogo dove vi sia serio rischio che la persona possa essere soggetta alla pena di morte, a tortura, persecuzioni od a sanzioni o trattamenti inumani e degradanti, o dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o orientamento politico. Il tema è evidentemente connesso con il principio di non respingimento collettivo, con il diritto internazionale dei rifugiati, e più in generale con i diritti fondamentali dell’uomo.”

I sottoscrittori dell'esposto confidano che l’Autorità Giudiziaria, accerti l’esatto svolgimento dei fatti, verificando se vi siano responsabilità individuali private o pubbliche e ribadiscono di essere mossi dalla preoccupazione che vi sia stata violazione dell’obbligo di soccorso in mare e della libertà personale delle persone ricondotte contro la loro volontà in Libia, salvo diversi e più gravi reati, sottolineano, inoltre, che sarebbe necessario individuare queste persone e ripristinare il loro diritto individuale di chiedere asilo.

Per firmare accedere al seguente link:
 https://www.change.org/p/procura-della-repubblica-di-napoli-chiediamo-verita-e-giustizia-sui-respingimenti-in-libia?recruiter=56550748&utm_source=share_petition&ut