Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 22 gennaio 2020

Celebrare la fondazione del P.C.d’I. oggi significa lottare per formare l’embrione del partito rivoluzionario del proletariato!


99 anni fa, in piena offensiva fascista, la parte più avanzata e cosciente della classe operaia ruppe con l’opportunismo e il riformismo, costituendo a Livorno il Partito Comunista d'Italia (PCdI).

Fu una decisione di portata storica, che dette al proletariato del nostro paese il Partito di classe indipendente e rivoluzionario, fondato sulle basi ideologiche e organizzative stabilite dall’Internazionale Comunista.

Un Partito che con i suoi militanti, i figli migliori della classe operaia italiana, ha scritto pagine gloriose nella lotta contro il fascismo e nella Resistenza, per un’Italia socialista e l’emancipazione della classe operaia, prima di imboccare la fallimentare via revisionista e affondare nel pantano della socialdemocrazia e del neoliberismo.

Oggi, purtroppo, leggiamo la parola “comunista” da parte di formazioni che ne richiamano il nome, senza riscontro politico e come mero riferimento ideale. Tali formazioni sono accomunate da pesanti limiti, sia per le capacità pratiche che per volontà politica, chiarezza ideologica e radicamento di classe.

Il Partito della classe operaia oggi non può nascere né da una scissione da partiti riformisti come avvenne nel 1921, poiché non vi sono componenti comuniste in tali partiti, né da una confluenza, poiché nessuno dei partitini che si definiscono comunisti è in condizioni di assolvere tale compito.

Di fronte alla frammentazione organizzativa e alla confusione ideologica non c’è che una strada da seguire: unire, coordinare e centralizzare, forze e realtà che condividono i principi comunisti marxisti-leninisti e internazionalisti, l'analisi della situazione e i relativi compiti, impegnandosi per ricostruire e sviluppare i legami fra movimento comunista e movimento operaio.

La borghesia nei paesi imperialisti come l’Italia ha da tempo esaurito la sua funzione storica: ormai per mantenere alti profitti per pochi, genera disoccupazione, precarietà e ricattabilità per i lavoratori, nocività e morti nei luoghi di lavoro, assenza di prospettiva per i giovani, nuova subordinazione per le donne, povertà diffusa per molti.

Eppure l’alto livello di sviluppo delle forze produttive e di ricchezza che è prodotta proprio dai lavoratori, in questi paesi rende possibile, concreto e attuale il passaggio diretto a un’organizzazione sociale che non sia basata sullo sfruttamento, ma consenta ai lavoratori e alle masse popolari di essere protagonisti del proprio destino, esprimendo al massimo livello il proprio potenziale umano.

Se le condizioni oggettive sono riunite, non lo sono ancora quelle soggettive che consentano tale passaggio: per questo è necessario formare l’Organizzazione comunista preparatoria al Partito che può nascere da un processo di fusione delle migliori energie che sorgono e sorgeranno nel vivo della lotta di classe, affrontando i compiti politici vitali che stanno di fronte al proletariato.

Ci rivolgiamo perciò a operai, lavoratori, donne e giovani che, coerenti nei principi e nell’azione, svolgono attività politica e sono in prima linea nelle lotte nei luoghi di lavoro, in quelle sociali, antifasciste, etc.; ai proletari che non hanno ancora il Partito ma che esprimono il proposito di condurre la battaglia per la sua ricostruzione perché comprendono che restare sotto la direzione opportunista significa andare incontro alla disfatta o cadere nella passività.

Le ragioni che portarono alla costituzione del PCdI nel 1921 sono valide e attuali più che mai. Il Partito comunista è una necessità storica!

21 gennaio 2020


Coordinamento comunista toscano (CCT)
coordcomtosc@gmail.com

Coordinamento Comunista Lombardia (CCL)  coordcomunistalombardia@gmail.com

Piattaforma Comunista-per il Partito Comunista del Proletariato d'Italia   teoriaeprassi@yahoo.it


Collettivo comunista (m-l) di Nuoro   
cocoml.nuoro@gmail.com

Costituzione del Comitato per il NO



Il 10 gennaio è stata depositata in Cassazione la richiesta firmata da 71 senatori di sottoporre a referendum popolare la riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari ed il 23 l’Ufficio centrale per il Referendum sancirà formalmente l’avvio della fase elettorale.
Il 15 gennaio, su iniziativa del Coordinamento per la Democrazia costituzionale, è stato costituito il Comitato per il No.
Nelle premesse dell’atto costitutivo si dà atto che:
-        l’obiettivo del taglio dei parlamentari e di un esasperato maggioritario è un Parlamento meno rappresentativo ma ancora più obbediente ai capi partito
-        la centralità del Parlamento è seriamente a rischio e da qui potrebbe partire una deriva centralizzatrice e autoritaria volta a stravolgere la nostra costituzione
-        per questo chiederemo ai cittadini di respingere il taglio dei parlamentari e di premere per una nuova legge elettorale proporzionale.

Gli incarichi sono stati così distribuiti: Presidente (e legale rappresentante) Massimo Villone, Vice Presidenti Alfiero Grandi (vicario), Silvia Manderino, Domenico Gallo e Mauro Beschi (responsabile dell’organizzazione), tesoriere Antonio Pileggi, responsabile della comunicazione Alfonso Gianni.
Il consiglio direttivo, costituito da tutti coloro che sono intervenuti alla redazione dell’atto, è stato immediatamente allargato includendo tutti coloro che ne avevano fatto richiesta e che sarà integrato con chi non ha potuto aderire prima (nei prossimi giorni l’atto costitutivo e lo Statuto saranno disponibili sul sito del Coordinamento).
Il 23 gennaio è stata fissata la conferenza stampa presso la Camera dei deputati per presentare la nascita del Comitato e le motivazioni che sostengono la nostra campagna elettorale per il no.
In previsione di un lavoro impegnativo che come sempre sarà basato sul volontariato gratuito abbiamo tuttavia bisogno del vostro aiuto finanziario, oltre che del vostro impegno personale, per predisporre la struttura comunicativa e di organizzazione, come abbiamo fatto in occasione del referendum del 2016.

Roma, 18 gennaio 2020                                         

La Presidenza


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domenica 19 gennaio 2020

Autonomia Differenziata presidio in piazza per l'unità della Repubblica

Comitato nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e per l’uguaglianza dei diritti.



Si sono svolti giovedì 16 in tutta Italia i presidi promossi dal Comitato nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e per l’uguaglianza dei diritti in contrasto al disegno di legge reso pubblico a novembre dal Ministro Boccia “per l’attribuzione alle Regioni di forme e condizioni particolari di autonomia” ma non ancora approvato dal Consiglio dei Ministri per la presentazione in Parlamento. Il rischio denunciato nella mobilitazione è che con il trasferimento di poteri e risorse dallo Stato alle regioni vengano di fatto minate l’unità del Paese e la garanzia dell’uniformità dei diritti fondamentali – in tema di lavoro, sanità, scuola, ambiente, infrastrutture.
Nella Capitale la manifestazione si è svolta sotto la sede della Regione Lazio ed è stata accompagnata da un segnale di attenzione apprezzato dal Comitato romano, che aveva chiesto un incontro al presidente Zingaretti. In particolare, si è svolto un confronto tra una delegazione dei manifestanti e l’assessora Alessandra Sartore, che ha più direttamente seguito lo svolgersi di tali processi per conto della Regione Lazio. Da una parte sono state riportate le preoccupazioni sulle possibili conseguenze del processo di trasferimento di poteri e risorse cui si vorrebbe dar corso, anche sul ruolo e sull’economia di Roma Capitale. Dall’altra è stata illustrata la proposta di Autonomia Differenziata che era stata predisposta anche per il Lazio e a fine del 2018 approvata dal Consiglio delle Autonomie Locali, ma che poi non è più andata avanti in ragione per  l’incertezza riscontrabile sul piano nazionale. L’assessora ha voluto sottolineare come le sei materie individuate a suo tempo della Regione Lazio non incidessero in maniera così ampia come accade nei casi delle preintese definite con il Governo da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e che comunque tenevano in conto soprattutto aspetti funzionali più che trasferimento di risorse dallo Stato. Il problema non è il numero delle materie – è stato affermato dalla delegazione – ma il quadro complessivo in cui si colloca l’autonomia differenziata non essendo stata varata una legge costituzionale di attuazione degli articoli 116 e 117 della Costituzione: in queste condizioni le Intese dello Stato con le diverse regioni potrebbero portare comunque alla rottura dell’unità della Repubblica intesa come uniforme garanzia dei diritti fondamentali; così come si potrebbe causare la rottura del potere fiscale che verrebbe distribuito territorialmente, frammentando il rapporto tra cittadini e Repubblica in tanti e diversamente articolati regimi fiscali. Per questo il Comitato parla di “secessione dei ricchi”.
Al termine dell’incontro si è stabilito di mantenere aperto un canale di dialogo, che consenta di acquisire anche elementi ulteriori di conoscenza e di approfondimento sulle possibili conseguenze dell’autonomia differenziata, in vista degli sviluppi della vicenda in corso. Durante il presidio in strada è stata svolta una attività di informazione, sia con la distribuzione di volantini che con la spiegazione diretta ai passanti delle questioni in discussione. Ancora una volta è emersa la scarsa se non assente conoscenza delle tematiche legate all’autonomia differenziata e dei rischi ad essa connessi: in questo senso l’impegno del comitato nazionale e di quello romano è ora quello di intensificare le occasioni di informazione su un processo rimasto fin troppo in ombra rispetto alle conseguenze istituzionali e sociali effettivamente in grado di produrre.

Una Rete per gestire il fenomeno dell'immigrazione con umanità, contro odio e razzismo





Ieri pomeriggio 18 gennaio 2020 presso l’Associazione Grid, su invito di Comunità Solidali, si è svolto un incontro tra le Associazioni della provincia di Frosinone che si occupano di solidarietà e accoglienza.

Erano presenti:
Marco Toti direttore della Caritas  di Frosinone-Veroli-Ferentino,  Paolo Iafrate  - Oltre l’Occidente, Gino De Matteo -Città Futura, Carmelo Selvaggio - SconfinataMente  Anagni , Alice Popoli –Comunità Sant’Egidio Frosinone, Rino Tarallo-USB Cassino, Gianni Paciotta-Caritas Parrocchiale Frosinone, Alpha Diallo –Associazione Comunità Africana di Cassino,   Cassino,  oltre a privati cittadini sensibili al problema.

Il fenomeno  migratorio,  che ha spinto Comunità Solidali a costituirsi un anno e mezzo fa dopo i fatti della “Diciotti”, ci ha fatto sentire l’esigenza di   confrontarci con chi sul territorio opera già attivamente, al fine di costituire una rete strutturata che abbia la capacità di confrontarsi con le istituzioni e con la politica, affinchè il fenomeno migratorio venga gestito, non solo come problema di ordine pubblico, ma come fatto sociale ed umanitario.

La dinamica migratoria, acuitasi dal 2011 con le guerre in Libia ed in Siria, ha reso il problema di difficile gestione e i governi che si sono succeduti hanno intrapreso strade sempre più restrittive, sia per quanto riguarda il soccorso, sia per quanto riguarda l’accoglienza , il riconoscimento dello status  di rifugiato e di aiuto umanitario. Le politiche migratorie,  per motivi di consenso, inculcando la paura del diverso, hanno contribuito a generare un clima di razzismo e di odio che si somma ai gravi problemi provocati dalla crisi economica che ha acuito le diseguaglianze.

Noi pensiamo che il fenomeno migratorio vada gestito  con la conoscenza e l’interazione poiché il migrante non è una categoria astratta ma una persona con una storia e una vita, che non ha bisogno solo di pratiche burocratiche (che pure sono fondamentali) ma di empatia e di un progetto di vita.

Le varie realtà che si sono incontrate oggi, pur nella loro diversità, culturale, politica e religiosa, hanno convenuto  che occorre far fronte con la solidarietà alle esigenze immediate di chi si trova in una situazione di fragilità e di bisogno ma, nello stesso tempo,    adoperasi fortemente affinchè le politiche disumane che sono state attuate vengano al più presto superate, poiché, oltre ad aver inciso sull’accoglienza e sulla vita dei migranti,  hanno tolto lavoro anche ai cittadini italiani che operavano nei  centri di accoglienza.   Senza contare che le più alte istituzioni locali possono decidere senza appello azioni contro chi solidarizza e sostiene le lotte per una  convivenza umana e civile.

Sappiamo che esistono forze buone che rappresentano la parte migliore del Paese e che fino ad ora hanno giocato “in difesa”. Pensiamo sia ora di attaccare.

Non lasciamo cadere questi  bagliori di una comunità migliore, proviamo a creare e a far camminare questa rete per cominciare a reagire insieme a questo clima d’intolleranza violenza ed odio.  

Proprio per continuare questo percorso, ci siamo dati appuntamento sabato 25 gennaio alle ore 16,00 presso Grid  in Corso della Repubblica n. 48 Frosinone

 Comunità Solidali Frosinone


sabato 18 gennaio 2020

Appello per costruire una Frosinone diversa


APPELLO ALL’ADESIONE E ALLA PARTECIPAZIONE



Sabato 25 alle ore 10 presso la Saletta delle Arti a Frosinone in via Matteotti, incontro APERTO A TUTTI per ricucire e/o creare una rete di riflessione e di impegno.

Nell’8° anno della consigliatura di destra (o estrema destra) dell’amministrazione comunale di Frosinone, si avverte il bisogno di avviare un permanente confronto che tocchi la politica, l’economia, il sociale, per contrastare le terribili decisioni politico amministrative.

L’urgenza avvertita globalmente come quella ambientale non ha alcun riflesso a Frosinone, dove l’inquinamento regna sovrano, dove il consumo di suolo è altissimo, dove la gestione dei processi come la risorsa acqua e i rifiuti sono legate al profitto e solo a quello di gruppi privati.

La democrazia è un concetto dimenticato e svuotato anche nelle assisi più rappresentative. La percezione di chi frequenta il consiglio comunale o che interloquisce con i politici è di assoluta impossibilità ad essere ascoltato. Personaggi squadristi invece trovano la strada battuta.

L’informazione, conseguenza anche di scarsa democrazia, langue e non riesce a trovare una azione critica e di contrapposizione. Le analisi delle associazioni o di qualche coraggioso politico, pur esistenti ed encomiabili, sulle problematiche locali non trovano terreno per essere divulgate e condivise nella loro complessità.

Una di queste è la fortissima illegalità che soggiorna nelle varie amministrazioni (non passa anno senza arresti tra politici e amministrativi in tante istituzioni locali, oltre che inchieste in innumerevoli enti), e che gestisce ampi settori dell’economia locale grazie anche alle esternalizzazioni e privatizzazioni a tamburo battente.

Sono in atto politiche di redistribuzione dei redditi verso l’alto e in poche mani. La forbice della diseguaglianza si acuisce e aumenta la popolazione sotto la soglia di povertà. Si lasciano a se stessi, senza alcuna iniziativa volta alla restituzione di cittadinanza, interi quartieri espulsi dal tessuto economico cittadino, noti solo per le scorribande di una improbabile, mediatica, azione poliziesca. 

Nella crisi del lavoro, con disoccupazione, chiusure, delocalizzazioni, subappalti, precarietà, contraddittoriamente, non trova spazio l’economia familiare, solidale, di relazione. Non sono in agenda politiche per favorire le economie e i mercati di prodotti locali nel rispetto dell’ambiente. Il ripianamento del debito è sulle spalle dei cittadini fino al 2045, con paurosi tagli al welfare, alla cultura, alla vivibilità.

L’integrazione sociale di giovani e migranti fa fatica ad essere terreno di sfida per un orizzonte di vivibilità e soluzioni di accoglienza. Gli uni se ne vanno mentre gli altri, pur tentando di rimanere, sono ostaggio di interminabili attese formali che rendono difficile anche la sopravvivenza.
Tutti i parametri statistici legati al lavoro, all’economia, alla natalità, all’emigrazione e all’immigrazione, alla qualità della vita, all’inquinamento, alla scuola, alle strutture sportive sono negativi e tendenti al peggioramento.

Negli anni tanti cittadini e cittadine hanno provato a costruire una Frosinone diversa: nel ridefinire quella identità perduta; nell’azione politica lontana dal voto di scambio; nella coscienza del rispetto dell’ambiente, nella difesa della sanità pubblica, nel protagonismo nei temi del lavoro; nel miglioramento dei servizi pubblici; nell’argine alle bollette dell’acqua e dei rifiuti in primis. Alcuni di questi protagonisti sono nel consiglio comunale, ma appaiono soli, spesso indifesi, sicuramente limitati dal mancato sostegno della popolazione, dovuto anche all’incapacità di chiederne l’affiancamento. Dobbiamo cambiare pagina. E’ necessario mettere insieme tutti coloro che si battono, senza tornaconti, per ritrovare l’anima di questa prostrata città.
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Hanno fin qui aderito: Comitato di Lotta Frosinone, Ass. Oltre l’Occidente, Blog Aut Peppino Impastato, Cittadinanza Attiva Frosinone, Tribunale  per i diritti del Malato Frosinone,


Don’t cry for me Argentina

Marco Bersani. (Articolo pubblicato sul manifesto del 11/01/2020)



Il debito sociale è il grande debito degli argentini, non è solo un problema economico o statistico. Dietro le statistiche ci sono volti e storie di sofferenza e di lotta per sopravvivere. Gli obblighi emergenti dalle situazioni create dal debito estero non possono e non devono evitare la visione etica degli impegni con i debiti sociali che derivano, appunto, da un ordine economico che ha privilegiato la speculazione finanziaria sulla produzione e sul lavoro dignitoso“.
Quanto sopra riportato è il nucleo del primo messaggio dell’anno prodotto dalla Commissione episcopale della Pastorale sociale argentina, che ha chiesto al governo di Buenos Aires e alle forze del Paese di dare priorità ai debiti sociali e alla “protezione dei più vulnerabili”, come passo precedente a quello di “onorare gli impegni sul debito estero”.
Un messaggio inoltrato nell’imminenza del negoziato tra il nuovo governo argentino e il Fondo Monetario Internazionale, che, a settembre 2019, era intervenuto con un prestito monstre di 57 miliardi di dollari, determinando le re-immissione dell’Argentina nella trappola del debito e nelle conseguenti politiche di austerità.
Il messaggio dei Vescovi argentini è perfettamente in linea con la risoluzione Onu del Consiglio dei diritti dell’uomo del 23 aprile 1999, che afferma come “l’esercizio dei diritti fondamentali della popolazione dei paesi debitori all’alimentazione, all’abitazione, al lavoro, all’educazione, ai servizi sanitari e a un ambiente salubre non possano essere subordinati all’applicazione di politiche di aggiustamento strutturale e di riforme economiche legate al debito”.
Cosa dovrebbe fare il nuovo governo è stato ben spiegato in un documento prodotto da Cadtm e Attac Argentina, che contiene sei proposte, così sintetizzabili:
a) sospendere il pagamento degli interessi, come strumento per modificare i rapporti di forza nella trattativa con il Fmi e le istituzioni finanziarie;
b) approvare subito una legge contro i “fondi avvoltoio”, ovvero quelli che hanno speculato sui titoli di stato argentini;
c) determinare e ripudiare il debito odioso, ovvero quello contratto contro gli interessi della popolazione;
d) approvare una legge che obblighi i detentori di titoli di stato a identificarsi presso le autorità pubbliche, al fine di tutelare i piccoli risparmiatori ed escludere i grandi speculatori;
e) avviare un’auditoria pubblica con la partecipazione dei cittadini e delle realtà sociali.
Si tratta di misure che darebbero attuazione concreta a quanto stabilito dal Consiglio dei diritti dell’uomo dell’Onu e che potrebbero contare sul forte sostegno popolare, che ha sonoramente bocciato alle recenti
elezioni il governo liberista di Macrì.

E’ questa d’altronde l’unica possibilità per il nuovo governo di liberare risorse per invertire la rotta economico-sociale del Paese, sperando che le mobilitazioni popolari impediscano questa volta di dirottare, come avvenuto con le precedenti esperienze “progressiste”, la destinazione delle risorse così liberate alla prosecuzione dei progetti estrattivisti di sfruttamento della natura.
Una considerazione finale: perché, quando si parla del sud del mondo, la trappola del debito risulta a tutti immediatamente chiara, mentre appena si attraversa l’Atlantico e si atterra in Europa tutto sembra
molto meno evidente? Ciò che vale per l’Argentina – i diritti fondamentali non possono essere conculcati dalla necessità di onorare i debiti – non vale forse anche per il nostro Paese?

E’ possibile, tra uno scontro social e l’altro sulla partecipazione di Rita Pavone al prossimo Festival di Sanremo, provare finalmente a discuterne?

venerdì 17 gennaio 2020

Perchè i pronto soccorso non funzionano

Luciano Granieri




Quando   sottolineiamo  che la  finanziarizzazione e la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali  ne degrada  la qualità e la fruibilità,  confutando la tesi contraria  per cui    il ricorso al privato serve a migliorare l’offerta dei servizi stessi, diciamo una grande verità.  Non è affatto un pregiudizio ideologico.  Anzi veri  pregiudizi ideologici  e crudeli sono le tesi dei Chiacago Boys di Milton Freedman sulle quali si  sono basati, e si basano,  gli indirizzi di governo di tutti i Paese occidentali  e non solo. 

Prendiamo il  servizio sanitario nazionale.  La legge istitutiva del SSN, 833/1978, stabilisce che “l'assistenza ospedaliera è prestata di norma attraverso gli ospedali pubblici e gli altri istituti convenzionati esistenti nel territorio della regione di residenza dell'utente nell'osservanza del principio della libera scelta del cittadino al ricovero presso gli ospedali pubblici e gli altri istituti convenzionati” (art 24). Cioè la struttura privata convenzionata è ammessa per consentire al paziente una maggiore libertà di decisione su  dove farsi curare.  

Da quando, in contrasto con il Dettato Costituzionale, nella sanità pubblica si è introdotto il  concetto di  gestione aziendale, secondo la quale non è importante assicurare le cure necessarie ma è preminente la solidità finanziaria, il ricorso al privato è diventato non più a discrezionalità dei pazienti  ma necessario per assicurare i livelli minimi di assistenza stabiliti in 3 posti letto per mille abitanti .  Attualmente il numero è comunque inferiore: solo 2,95 posti letto, di  cui quasi quaranta per cento è assicurato da enti  privati (39,7% Privati – 60,3% Pubblico).

 Fin qui niente di straordinario. Ma considerato che l’apporto dei privati,  fra cliniche equiparate  e case di cura , è diventato indispensabile per assicurare i LEA  il legislatore, con DM 70/2015,  ha definito i requisiti precisi da rispettare per  poter  proporsi come struttura autorizzata ad  operare in nome e per conto del SSN.  Un  posto letto idoneo a soddisfare i livelli essenziali di assistenza  deve trovarsi in un ospedale che eroghi :” prestazioni in regime di ricovero ospedaliero a ciclo continuativo e diurno per acuti” . Una struttura del genere (privata o pubblica che sia)  deve obbligatoriamente assicurare servizi di Emergenza/Urgenza,  secondo la descrizione definita dal DM 70/2015 che di seguito è riportata:
 - Dipartimento Emergenza-Urgenza di Primo e Secondo Livello (DEA I e DEA II),

- Pronto Soccorso (PS),
- Pronto Soccorso Pediatrico (PS Ped.),
- Unità di Terapia Intensiva (UTI),
- Unità di Terapia Intensiva Coronarica (UTIC),
- Terapie Intensive Neonatali (TIN)
- Servizi Immuno-Trasfusionali (SIMTI/ST)

Ribadisco che, per accedere all’accreditamento ed  esercitare in nome e per conto del SSN, un presidio sanitario privato deve possedere almeno uno dei servizi di Emergenza/Urgenza sopra descritto

Ma com’è la situazione reale? 
In 11 Regioni le strutture private accreditate non hanno DEA/PS, in 17 non hanno PS Pediatrico, in 8 non hanno UTI, in 12 non hanno UTIC, in 15 non hanno TIN e in 18 non hanno SIMT/ST.

Nelle strutture pubbliche l’offerta degli stessi servizi per Emergenze/Urgenze  è presente in tutte le Regioni.

  

Ad un’analisi approfondita sull’appropriatezza delle dotazioni  per erogare servizi di Emergenza /Urgenza risulta che: oltre il 55 % delle Strutture Equiparate e oltre il 91% delle Case di Cura non soddisfa i requisiti previsti dalla normativa, a fronte del  solo 10,9 % delle Pubbliche.

Ma non è tutto. Fra il  39,7% di presidi privati    che rispettano  le prescrizioni per l’accreditamento, e dunque abilitate ad assicurare i servizi di Emergenza/Urgenza ,  solo  il 5,4% delle cliniche equiparate e il 2,9% delle case di cura riceve pazienti in Emergenza/Urgenza il resto è inviato al pronto soccorso pubblico il quale deve trattare il 91,5% delle emergenze. 

E’ la dimostrazione lampante di quanto dicevamo prima e cioè che il privato, anziché sollevare il carico dei pronto soccorso, così come la normativa prevede, lo aggrava. Incassando i soldi pubblici derivanti dai contratti di convenzione, ma risparmiando i costi sull’erogazione di un servizio che non assicura   ritrasferendo sul pubblico gli oneri risparmiati. In pratica guadagna due volte . 

Quindi se i pronto soccorso  pubblici sono affollati, il personale è insufficiente, mancano  i letti e i non vengono restituite le barelle alle ambulanze, che rimangono ferme per ore, è in gran parte causa di questa crudele sottomissione alla sanità privata. 

S’imporrebbe allora la revisione di tutto il sistema di accreditamento e controllo delle strutture private. Eliminando quei presidi che non hanno i requisiti, o che non erogano correttamente i servizi di Emergenza/Urgenza. Si recupererebbero un mucchio di soldi da destinare ad un deciso miglioramento della sanità pubblica con grande sollievo di tutti i cittadini. 

In realtà è tutto il servizio sanitario che andrebbe ripensato mettendo al centro la cura dei malati e non gli interessi  degli speculatori finanziari che proprio sul bisogno di salute costruiscono le proprie ricchezze.

I dati citati sono tra da uno studio effettuato dall’ANAAO Assomed e consultabile al seguente link


 Quotidiano Sanità  Il 91,5% degli accessi in pronto soccorso grava sugli ospedali pubblici