Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 20 giugno 2018

Alitalia un anno dal referendum

Daniele Cofani



È passato da poco un anno dallo storico risultato del referendum in Alitalia dove quasi 7000 lavoratori, dopo un duro percorso di lotta che li ha visti protagonisti in 4 scioperi, hanno rigettato l’ennesimo piano di licenziamenti, tagli ai salari e alla normativa propinato loro da una compagine azionaria (Alitalia-Sai) che racchiudeva in se banche (Mps, Intesa), la peggiore imprenditoria italiana (Colaninno, Benetton, Montezemolo…) e l’azionista emiro Etihad. Un mostro industriale nato dopo il fallimento della prima Alitalia privatizzata (quella dei «capitani coraggiosi») e rilanciato dall’allora premier Renzi che dichiarò, durante la presentazione in pompa magna della nuova compagnia, «finalmente ci possiamo allacciare le cinture che Alitalia decolla e con essa anche l’Italia»!!! Peccato che anche la privatizzazione 2.0 di Alitalia fù un tracollo. Da quel 24 aprile 2017 ad oggi sono successe molte cose che tenteremo di riassumere e analizzare.

Ci ricordiamo bene gli attacchi congiunti contro il voto dei lavoratori da parte dei rappresentanti del governo, dei segretari dei sindacati confederali (Furlan della Cisl in testa) e della maggioranza dei mass media, invece ne facciamo tesoro dell’immediata solidarietà ricevuta  da lavoratori di altri settori, furono importanti la manifestazione a Roma il 27 maggio e lo sciopero dei trasporti il 16 giugno entrambi in solidarietà della lotta in Alitalia, come fù importante, inoltre, la solidarietà internazionale ricevuta da colleghi del settore aereo, e non solo, di altri paesi. Fù incontenibile invece, il giorno dopo del referendum, il livore ideologico contro i lavoratori Alitalia che con un solo colpo avevano messo in discussione le tante decantate privatizzazioni e la rappresentanza politica e sindacale. Il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda si impegnò da subito, in prima persona, per punire i lavoratori Alitalia colpevoli di aver bocciato un accordo siglato dentro il suo dicastero, tra l’altro il secondo dopo la precedente bocciatura da parte dei lavoratori Almaviva nel dicembre 2016, mettendo Alitalia da subito (3 maggio 2017) in amministrazione straordinaria nominando come commissari straordinari l’allora presidente di Alitalia-Sai e Ad in pectore Gubitosi, il consigliere di amministrazione di Cai, azionista Alitalia-Sai, Laghi e Paleari professore universitario consulente all’aeroporto low cost di Orio al Serio.
Il primo e vero attacco contro la volontà espressa dal voto dei lavoratori, lo abbiamo a giugno 2017 quando i commissari, attraverso un mancato accordo (non lo siglò nessuna delle organizzazioni sindacali), misero in cassa integrazione 1400 lavoratori, 400 a zero ore e la rimanenza a rotazione addirittura andando ben oltre la proposta bocciata dal referendum. Di fatto questa azione dei commissari è stato l’unico taglio ai costi, oltre la rivisitazione del contratto per il carburante, in ormai un anno di commissariamento, quando invece sono emersi, attraverso degli studi di professori universitari, che sono ben altri gli extra costi in Alitalia, non di certo quello del lavoro tra i più bassi in Europa, che vanno dai contratti di leasing degli aeromobili fino ai contratti di manutenzione, in gran parte terziarizzata durante la privatizzazione.
Di fronte a tutto ciò le organizzazioni sindacali confederali e autonome (piloti e assistenti di volo) pur non avendo firmato l’accordo della cassa integrazione, nulla fanno per contrastare il chiaro piano di ridimensionamento e smembramento che stanno mettendo in campo i commissari, progetto che prende ancora più corpo a settembre 2017, momento in cui i commissari modificano il bando di vendita inserendo la possibilità di vendere Alitalia divisa per settori. Non a caso subito dopo la modifica del bando cominciano ad arrivare le prime proposte (Lufthansa, EasyJet, fondo Cerberus, Airport Handling…) e nessuna di queste prevede l’acquisto dell’intero perimetro aziendale ma solo di specifici settori con la conseguente mattanza sociale.
Ad ottobre arriviamo al vero e proprio tradimento da parte delle organizzazioni sindacali  confederali, ma anche alcune di base (Usb) che avevano sostenuto, anche se all’ultima curva, il NO al referendum e quindi al diniego dell’utilizzo di cassa integrazione. È proprio così, alla fine di ottobre viene firmato un accordo di proroga di cassa integrazione fino al 30 aprile per 1600 lavoratori (200 unità in più del precedente mancato accordo) da tutte le organizzazioni sindacali confederali più Usb. Questo accordo viene firmato, non a caso, proprio in un momento delicato della lotta che andava avanti al ritmo di uno sciopero al mese, infatti proprio tra ottobre e novembre, a causa della decisione delle dirigenze del sindacalismo di base di confluire su 2 date differenti per lo sciopero generale di autunno (il tema del contendere era il testo unico sulla rappresentanza), in Alitalia ci si trova a gestire 2 scioperi a distanza di pochi giorni, uno della Cub il 27 ottobre e uno di Usb il 10 novembre. Nulla è servito il tentativo della Cub Trasporti di evitare questa ipotesi che veniva contestata dalla base dei lavoratori ritenendola assurda e controproducente, e infatti proprio il 30 ottobre, dopo la scarsa adesione allo sciopero del 27, viene firmato l’accordo di proroga della cassa integrazione. 
Un lotta e una votazione tradita da una totale miopia sindacale ad ogni livello dove da una parte ci troviamo organizzazioni sindacali complici ed asservite, dall’altra organizzazioni sindacali opportunistiche che mirano solo al mantenimento e alla salvaguardia della propria struttura, in tutto ciò emerge la coerenza della Cub Trasporti e di AirCrew Committee (comitato di lavoratori di volo) che mai hai cessato di battersi contro i piani di ridimensionamento di tagli e licenziamenti, rivendicando dal primo minuto come unica soluzione la nazionalizzazione della compagnia attraverso scioperi, manifestazioni, iniziative di dibattito e confronto, l’ultima il 10 Aprile con al centro proprio la tematica della nazionalizzazione, data simbolica scelta appositamente perché era il termine ultimo per presentare offerte vincolanti da parte degli eventuali acquirenti. Ad oggi, quella di Lufthansa, rimane l’unica proposta presa in considerazione dall’ormai «scaduto» ministro Calenda, ma la compagnia tedesca propone per Alitalia lo spezzatino e migliaia di esuberi. In questa fase, per la continuazione della lotta, non aiuta la totale assenza di un governo, i lavoratori sono sfiancati e confusi tra tradimenti e promesse elettorali, bisogna quanto prima ricreare la coscienza che ha caratterizzato tutta la vertenza Alitalia in modo che si ricreino le condizioni per ripartire con mobilitazioni di massa. Proprio da poco, il 24 aprile 2018, le organizzazioni sindacali hanno firmato un ulteriore proroga di 6 mesi della cassa integrazione per 1480 (120 in meno dal precedente accordo) in previsione della summer season, da questa firma si dissocia Usb dopo aver difeso fino al giorno precedente la firma del precedente accordo: bipolarismo sindacale o solito opportunismo? Ai posteri l’ardua sentenza.
Nota positiva il 4 maggio anche i lavoratori Air France hanno vinto un referendum, respingendo con il 55% di NO una proposta di aumento salariale del 7% suddiviso in 4 anni, mentre tutte le organizzazioni sindacali presenti in Air France, rivendicavano da subito un aumento salariale del 5,1%. Decisamente anch’essa è stata una grande vittoria ottenuta soprattutto grazie ad un duro percorso di lotta che prevede ancora scioperi nel mese di maggio. Anche in Francia però, il giorno dopo la votazione, è partita la criminalizzazione dei lavoratori, «colpevoli» di rivendicare salari e condizioni di lavoro migliori: spiccano le parole del ministro dell’economia francese, che dichiara che lo Stato francese, che detiene il 14% di Air France, non investirà più nella compagnia di bandiera presagendo la possibilità che possa avere la stessa sorte di Alitalia. I compagni della Cub Trasporti in luglio si erano incontrati a Roma proprio con i colleghi di Air France del sindacato Sud Arién per scambiarsi informazioni sulle due vertenze in corso con l’impegno di supportarsi a vicenda nei mesi a seguire, è stata sicuramente un’esperienza internazionale vincente da ripetere ed allargare.

NELLA GIORNATA INTERNAZIONALE DEI RIFUGIATI

Il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo



Nella Giornata internazionale dei rifugiati chiamiamo ogni persona di volonta' buona a un impegno preciso: adoperarsi per salvare le vite; adoperarsi per soccorrere, accogliere ed assistere chi di soccorso, accoglienza ed assistenza ha bisogno; adoperarsi per contrastare il folle e scellerato regime delle persecuzioni razziste.
Riproponiamo l'appello che gia' nei giorni scorsi abbiamo rivolto a tutte le persone amiche della nonviolenza, a tutte le persone sollecite del bene comune dell'umanita', a tutte le persone che non dimenticano che ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
 
Salvare le vite e' il primo dovere.
Quattro cose chiediamo qui e adesso ad ogni persona amica della nonviolenza.

1. Di impegnarsi per far cessare la strage nel Mediterraneo: e per questo occorre ottenere che finalmente si riconosca a tutti gli esseri umani il diritto di giungere nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro; ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

2. Di impegnarsi per far cessare la schiavitu' in Italia: e per questo occorre ottenere che finalmente si riconosca il diritto di voto a tutte le persone che vivono nel nostro paese; il principio "una persona, un voto" e' il fondamento della democrazia e della civile convivenza.

3. Di impegnarsi per le immediate dimissioni del governo delle persecuzioni razziste, dell'omissione di soccorso, della violazione della Costituzione.

4. Di impegnarsi affinche' i ministri responsabili di criminali politiche razziste siano processati e condannati secondo le leggi vigenti.
Salvare le vite e' il primo dovere.

Costruiamo qui ed ora un movimento nonviolento per difendere i diritti umani di tutti gli esseri umani, per la legalita' che salva le vite, per contrastare la criminale politica delle persecuzioni razziste.
Vi preghiamo di far circolare questo appello.
Vi preghiamo di un impegno comune per questi fini.
Salvare le vite e' il primo dovere.

martedì 19 giugno 2018

Caso Cucchi Casamassima merita la medaglia. No all'omertà di Stato

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea



Massima solidarietà a Riccardo Casamassima, il carabiniere che ha fatto il suo dovere raccontando al magistrato quel che sapeva sulla morte di Stefano Cucchi. E' stato declassato e trasferito mentre meriterebbe una medaglia. Non è tollerabile che in una repubblica democratica si ostacoli la ricerca della verità da parte dell'Arma dei Carabinieri. Non è accettabile che colpendo Casamassima si lanci un segnale omertoso e intimidatorio a tutti gli uomini in divisa: non denunciate abusi. Si tratta di una mentalità mafiosa incompatibile con la nostra Costituzione democratica. Il Presidente della Repubblica e il governo hanno il dovere intervenire. Non confido nel ministro degli Interni che, per raccattare voti dei settori più corporativi delle forze dell'ordine, ha più volte sostenuto il loro diritto all'impunità. Non lasciamo solo Riccardo Casamassima. I responsabili del mobbing nei confronti di Casamassima vanno rimossi, i vertici dell'Arma devono immediatamente fare chiarezza.  
E' su questi problemi che le vecchie Rappresentanze Militari sono sempre state silenziose mentre con sindacati autonomi e indipendenti, come sancito dalla Corte Costituzionale, il diritto, lo Stato di diritto, può e deve entrare nelle caserme italiane

lunedì 18 giugno 2018

Prima gli sfruttati contro gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà

Luciano Granieri




Lo striscione che apriva il corteo organizzato dall’Usb a Roma sabato scorso 16 giugno,  disegnato da Zerocalcare, sfoggiava la scritta “Prima gli sfruttati”. In questo periodo dove la barbarie diffusa regna sovrana, il messaggio di quello striscione, diventa il vero grido di battaglia. Dall'obiettivo della preminenza degli sfruttati deve ripartire tutto.  In primis la riorganizzazione di una "diasporata" minoranza composta,  non solo dalla platea degli  stessi sfruttati - che aumenta di giorno in giorno -ma anche  da chi si trova a resistere di fronte al nauseabondo impazzimento cinico di persone con cui una volta si  condividevano certi valori. 

"Prima gli sfruttati" diceva lo striscione emblema di una manifestazione che ha chiamato alla resistenza e, si spera un giorno  non lontano alla rivolta, una moltitudine unitaria. Una moltitudine  in cui non esistono divisioni  né etniche  né di genere . Ed è questa la potenza!

 Il corteo -organizzato  in memoria di Soumalia Sacko, ucciso in Calabria mentre in una zona dismessa cercava una lamiera da porre come tetto sulla testa di un suo amico - lanciava   un messaggio forte e chiaro. Non c’è differenza fra uno sfruttato nero ed uno bianco, non c’è differenza fra  chi lavora in un call center,  o si sfianca attraversando in bicicletta la città per portare il cibo a casa di quattro borghesotti , e un immigrato che si spezza la schiena nei campi di pomodori.  

Non c’è differenza fra un disoccupato, un precario, che galleggia sotto la soglia di povertà,  e  un rom con o senza cittadinanza. Non  c’è differenza fra chi muore sotto il sole,   ucciso da un caporale o, dalla camorra,  e chi muore nei cantieri. Qui la pacchia non la fa nessuno tranne che gli sfruttatori.  

Appunto gli sfruttatori. Chi sono costoro? Certamente il grande capitale  formato dai potentati finanziari, dalle multinazionali.    Esiste però  un gruppo di sfruttatori molto meno potenti, ma ugualmente cinici e pericolosi. Volendo rifarmi alle categorie con cui Sciascia fa  definire gli uomini  dal boss  Don Mariano Arena nel romanzo “Il giorno della Civetta”, potremmo individuare  come “ominicchi” i fascio razzisti di Salvini, i quali vogliono  conquistare il potere  cavalcando la paura di chi ormai,   spinto ai margini sociali da una  mortifera diseguaglianza, teme tutto del mondo li fuori, immigrati e “diversi” in genere.  

Poi ci sono i "pigliainculo", ossia i riformisti  sedicenti  difensori del popolo, ma nella realtà   feroci guardiani degli interessi del capitale. Da decenni sono fautori di strategie elettorali  perdenti (pigliainculo appunto)   e di  programmi  sull’immigrazione, sul lavoro, se possibile, ancora più spietati  di quelli  messi in piedi dalla nuova associazione a delinquere penta-leghista. 

Ed infine ecco  i "quaquaraquà", i penta stellati,  intransigenti guardiani della legalità, imperituri fautori della negazione delle ideologie. Poveri personaggi sobillati da una multinazionale  privata  che, dalle pozzanghere melmose della loro ignoranza e pressappochismo, hanno drenato e depistato ogni forma di conflitto sociale, deviandola sul binario morto della lotta alla casta. I quaquaraquà che dalla loro limacciosa fanghiglia  erano disposti a fare danni sia con gli ominicchi che con i pigliainculo. Hanno scelto i primi precipitando il paese in una deriva fascista, razzista, disumana.  Una devastante conseguenza che dal loro status di quaquaraquà non hanno minimamente  valutato come  virus infettante per la democrazia. 

Prima gli sfruttati, dunque, prima degli sfruttatori ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. Questo è il messaggio forte da riversare in una nuova stagione conflittuale. Questo è quanto ci arriva dalle parole illuminate  dal sindacalista Usb,  immigrato dal Mali, Abou  Soumahoro che pone alla base della rivincita degli sfruttati l’abituarsi di nuovo alla solidarietà, la necessità di individuare e lottare per bisogni materiali comuni.  Pratiche necessarie a ricostruire un’identità di classe che non è più o solo proletaria ma è  soprattutto quella degli sfruttati. 

domenica 17 giugno 2018

Metti una notte di mezza estate allo Stirpe di Frosinone

Luciano Granieri




Metti una serata allo Stadio Stirpe di Frosinone, quello che   appartiene anche un po’ a noi tutti cittadini  perché è stato costruito anche con un qualche  soldo dei nostri .  Metti che in quella serata di mezza estate, si sia giocata la finale play off di serie B. Metti che a contendersi la serie A siano  proprio il Frosinone, quello che gioca nello stadio che un po’ appartiene a tutti noi, e il Palermo. 

Metti pure che, tutto sommato, sia  una serata divertente ed emozionante, dove all’inizio i giocatori in rosa nero, allenati dall’ex Stellone, si sono lasciati andare un po’ alla provocazione allo scopo di mantenere il risultato a loro favorevole maturato a Palermo, e    i canarini si sono  rifatti ampiamente, nel gioco e un nel restituire le zozzerie subite nel primo tempo. 

Metti un arbitro che allarga e stringe a suo piacimento l’area di rigore giungendo, per fortuna,  a determinarne le giuste misure tanto da evitare di fischiare un rigore ingiusto. Metti  che qualche giocatore del Frosinone  seduto in panchina, all’improvviso,  si sia messo a giocare a bocce con i palloni, scambiando la sfera che stava fra   i piedi di un palermitano per il  boccino. 

Metti che gli altri giocatori, quelli in campo, abbiano sfoderato una partita eccellente e che nonostante l’arbitro abbia prolungato il recupero per l’inopinata partita di bocce giocata dalla panchina canarina, non solo siano riusciti a difendere  l’uno a zero ma abbiano segnato anche il secondo. 

Metti pure che qualche cogl….cioè sprovveduto abbia  deciso di invadere il campo non curandosi se l’arbitro avesse fischiato o meno la fine della partita dopo il due a zero, (fortunatamente la giacchetta nera aveva colto l’attimo per  fischiare) , mettendo a rischio per invasione di campo lo straordinario risultato  ottenuto. 

Metti tutto questo e avrai una stimolante e divertente  serata di calcio con il Frosinone che ritorna in serie A . Nonostante la gioia  sui social media, e su  qualche giornalone,  girano rampogne profuse in abbondanza da rampognari, per lo più  di  indubbia  fede, (se non proprio  in mala fede) che accusano noi ciociari di essere anti sportivi, di non meritare la serie A, per l’improvvida sventagliata di palloni che avrebbe disturbato quelli del Palermo  e per l'anticipata  invasione di campo . Insomma ci esortano a vergognarci per la nostra antisportività . Addirittura l'integerrimo presidente rosa nero ha presentato ricorso contro il risultato maturato sul campo. 

E’ vero noi ciociari, forse dovremmo fare ammenda, ma non per faccende calcistiche, che in definitiva  costituiscono  un fatto positivo per  la città, noi ciociari dovremmo fare ammenda perché puntualmente la qualità della vita nella nostra cittadina, ogni anno è agli ultimi posti nella classifica stilata dal quotidiano “il sole 24 ore”, con l’aria irrespirabile e una sanità pubblica deficitaria. Dovremo un po’ arrossire perché anno dopo anno vengono meno servizi sociali importanti , aumentano a dismisura le tasse e con esse la povertà . Di questo, forse  dovremmo vergognarci. 

Ma ci penseremo domani, anzi dopo domani. Ora godiamoci la bella serata allo Stirpe con  le aeree di rigore che si allargano  si restringono, con i giocatori della panchina che scambiano i palloni  per le bocce , con i tifosi che avrebbero voluto fischiare al posto dell’arbitro e con il Frosinone in serie A.

venerdì 15 giugno 2018

La buona scuola è quella di chi lotta

Bilancio di sei mesi di mobilitazioni:
come proseguire?

Fabiana Stefanoni


I primi sei mesi del 2018 sono stati caratterizzati da importanti mobilitazioni nella scuola. Le maestre sono scese in sciopero e in piazza a più riprese, dando vita a combattivi comitati di lotta, locali e nazionali, per dire No al licenziamento di massa di quasi 60 mila insegnanti (in gran parte donne). Una lotta che ci ha visti in prima linea, sempre al fianco delle lavoratrici, nel tentativo di connettere la vertenza con altri settori di lavoratori in mobilitazione.
Una lotta non solo sindacale
La mobilitazione delle maestre è andata oltre il terreno meramente sindacale. Fin da subito ha assunto un carattere politico, in quanto sorta contro una sentenza della magistratura borghese (il Consiglio di Stato) che, a dicembre, aveva sancito l’esclusione delle maestre e dei maestri diplomati magistrali dalle graduatorie ad esaurimento (cioè le graduatorie che permettono una relativa stabilità nelle supplenze e che servono ai fini dell’assunzione a tempo indeterminato). La sentenza ha rappresentato un vero e proprio fulmine a ciel sereno: decine di migliaia di donne non più in tenera età (si tratta di maestre diplomate prima del 2002, età media 40-45 anni), spesso con anni di insegnamento alle spalle, si sono trovate da un giorno all’altro senza alcuna certezza per il loro futuro.
Si tratta, è bene ricordarlo, di donne in stragrande maggioranza di origine proletaria (gli istituti magistrali erano, allora, scuole per donne di umili origini: i figli dei ricchi andavano al liceo, mentre i figli dei proletari, soprattutto se donne, erano indirizzati alla “carriera” di maestri), tante di loro immigrate dal sud. Se si ascoltano le storie delle maestre diplomate che rischiano il licenziamento si sente parlare di madri disperate, che temono per il futuro dei loro figli (considerando anche che spesso i padri sono lavoratori licenziati o in cassa integrazione). Giustamente le maestre hanno definito questa vicenda un’emergenza sociale: i diplomati magistrali rischiano di tornare a una vita di estenuante precarietà, senza nessuna certezza per il futuro. Già sono in corso i primi licenziamenti: ad Aosta alcuni colleghi con contratto fino al 30 giugno o al 31 agosto dopo la sentenza di merito negativa hanno visto anticipato il licenziamento al 15 giugno. A ciò va aggiunto che la legge 107 voluta dal governo Renzi (“Buona scuola”) prevede il licenziamento dei precari della scuola allo scadere del 36esimo mese di servizio.
Tentativi di strumentalizzazione e manovre burocratiche
La lotta delle maestre ha visto una partecipazione combattiva di tantissime maestre, pronte a scendere in piazza e in sciopero, autofinanziando viaggi e trasferte anche in città lontane. Ma è una lotta che ha anche dovuto, fin da subito, scontrarsi con tentativi di strumentalizzazione politica e con squallide manovre delle burocrazie sindacali.
Hanno svolto un ruolo nefasto i tentativi di settori della destra politica (dalla Lega a Fratelli d’Italia) di strumentalizzare la mobilitazione delle maestre a fini meramente elettorali. Contando anche sull’appoggio dei dirigenti di un sindacato corporativo della scuola (Anief, il cui apparato si è arricchito organizzando migliaia di ricorsi spesso utili solo a spillare denari a una massa di disperati precari), i partiti di destra hanno cercato di cavalcare la rabbia delle maestre per raccattare qualche voto, promettendo alle lavoratrici il posto di lavoro nel caso fossero andati al governo. Fatto sta che ora che la Lega è al governo questa fantomatica soluzione non si vede, nemmeno all’orizzonte: così come i rappresentanti del precedente governo (ministra Fedeli in primis) si erano inventati la scusa che non era possibile fare nulla per le maestre in una fase di passaggio di governo, oggi i rappresentanti del nuovo governo Lega-M5S si inventano la scusa che ormai “è troppo tardi”.
Tutte scuse, appunto. I rappresentanti del precedente governo Gentiloni, mentre affermavano di non poter fare nulla per le maestre, non perdevano occasione per emanare decreti d’urgenza utili a difendere gli interessi dell’Eni in Africa (come il decreto per l’invio delle truppe in Niger, emanato a gennaio a Camere sciolte!) o per venire incontro alle richieste di Confindustria e dei banchieri (si pensi ai tanti decreti per rifinanziare la cassa integrazione – forma di finanziamento indiretto alle grandi aziende – o per salvare gli interessi delle banche). Similmente, il nuovo governo Conte inventa dei pretesti per non assumersi la responsabilità di un decreto che salvi il posto di lavoro a queste maestre: al massimo si parla di una soluzione di ripiego, che prevede precarietà e incertezza.
Se la destra fin da subito ha cercato di ostacolare la mobilitazione e l’unità delle lotte, non meno nefasto è stato il ruolo delle grandi burocrazie sindacali. Le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil (ma anche di altri sindacati “rappresentativi” nella categoria: Snals, Gilda e altri) non hanno proclamato nemmeno un’ora di sciopero per le maestre. Anzi, le hanno invitate a non mobilitarsi, spesso attaccando frontalmente le loro iniziative. Un atteggiamento vergognoso, che dimostra come questi grandi apparati si siano ormai trasformati in collaboratori dello Stato e delle aziende, sempre più distanti dalle esigenze della classe lavoratrice (come dimostra del resto nella scuola la recente firma a un vergognoso rinnovo contrattuale, senza proclamare nemmeno un’ora di sciopero).
Gravi errori poi non sono mancati nemmeno da parte delle direzioni dei più piccoli sindacati conflittuali. E’ un dato di fatto che le richieste delle maestre, discusse democraticamente in partecipate assemblee, sono state spesso disattese dalle direzioni anche di alcuni sindacati “di base”: da ultimo la richiesta delle maestre di proclamare uno sciopero a fine maggio, prima della chiusura delle scuole, è stata sostenuta solo pochi sindacati di base (solo la Cub ha proclamato lo sciopero, con il sostegno di Usi, Sgb e alcune federazioni dei Cobas scuola). E’ evidente che solo un’azione incisiva di sciopero, con manifestazione di massa, avrebbe consentito di mettere in campo l’azione di forza necessaria per respingere i licenziamenti. Le maestre non si sono arrese e hanno comunque organizzato il 29 maggio un combattivo presidio a Montecitorio, col sostegno attivo del Fronte di Lotta No Austerity: ma le responsabilità di quei dirigenti sindacali che hanno girato la testa dall’altra parte davanti alle richieste delle maestre non verranno dimenticate.
Continuare ed estendere la lotta L’estate non è certo il periodo migliore per rilanciare la mobilitazione: gli istituti scolastici sono chiusi o ci sono gli esami, durante i quali, a causa delle leggi antisciopero, non è possibile scioperare. Più in generale, la vergognosa legge 146 che impedisce lo sciopero a oltranza nel pubblico impiego e nei servizi cosiddetti essenziali ha inferto un duro colpo alla mobilitazione delle maestre: è una legge liberticida che subiscono sulla loro pelle anche i lavoratori e le lavoratrici dei trasporti, dei servizi, di tante cooperative. Una legge che è necessario abolire o, comunque, in prospettiva rompere con la lotta di massa per poter ridare ai lavoratori il diritto di sciopero che è stato loro scippato.
Nonostante tutte queste difficoltà, le iniziative di lotta delle maestre continuano: da Roma a Milano, da Bologna a Torino, sono tanti i presidi e le proteste delle maestre in programma in questi giorni. E’ fondamentale che la mobilitazione continui (indipendentemente dai provvedimenti del governo) e che si estenda, anzitutto a tutta la categoria: sono molte le ragioni per lottare contro questa cattiva scuola, a partire dalla vergogna dell’alternanza scuola-lavoro, che trasforma gli istituti scolastici in succursali delle aziende private (è notizia recente quella di uno studente di Firenze che ha perso la falange di una mano durante uno stage di alternanza!).
Sono molte altre le contraddizioni che stanno diventando esplosive nella scuola pubblica, non da ultimo l’inasprimento del sistema disciplinare (previsto dalla legge Madia, rivendicato dal nuovo governo e vergognosamente confermato nel rinnovo contrattuale) che prevede licenziamenti facili e sanzioni a danno del personale scolastico, spesso a discrezione dei dirigenti. Basta pensare al vergognoso attacco a Lavinia Cassaro, la maestra di Torino licenziata in tronco per aver urlato la sua rabbia contro dei poliziotti durante una manifestazione antifascista: una sanzione vergognosa e arbitraria che ha anche lo scopo di intimorire le lavoratrici e i lavoratori della scuola in lotta. Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un’insegnante viene licenziata per aver “offeso” dei poliziotti durante una manifestazione: una decisione degna di un regime di polizia, a dimostrazione di come le cosiddette libertà individuali difese dalla Costituzione della repubblica borghese, tanto rivendicata anche da settori di movimento, siano solo vuote parole a servizio degli interessi del sistema capitalista.
Affinché le lotte contro la privatizzazione e aziendalizzazione dell’istruzione pubblica possano vincere è fondamentale che si uniscano a quelle delle altre categorie di lavoratori: dai trasporti alle fabbriche, dalla logistica alla sanità e a tutto il pubblico impiego. Fondamentale sarà anche la ripresa, in autunno, delle mobilitazioni studentesche. Solo a partire dalla costruzione di un ampio fronte di lotta e di classe sarà possibile creare i rapporti di forza necessari per cacciare il nuovo governo padronale di Lega e M5S, che ostenta ogni giorno di più il proprio volto razzista e autoritario.

mercoledì 13 giugno 2018

Il programma del governo Lega- Cinque stelle Un attacco sistematico ai lavoratori

Alberto Madoglio Pdac


Come abbiamo scritto più volte, dal nuovo governo giallo verde, M5S e Lega i lavoratori e le masse popolari non devono aspettarsi nulla di buono.
Una più chiara conferma di questa considerazione la possiamo ricavare leggendo il corposo, 57 pagine, programma di governo scritto dalle forze che hanno dato vita all’esecutivo Conte.
Dal versante cosiddetto “securitario”, tema molto caro alla Lega, c’era da aspettarsi una accentuazione del carattere reazionario che ha contraddistinto la politica nazionale negli ultimi anni, ma la realtà ha superato ogni più funesta fantasia. Dallo scoppio della crisi economica oltre 10 anni fa, le varie forze politiche, e in particolare la Lega, hanno cercato di sviare l’attenzione delle masse popolari da quelli che erano i veri responsabili del disastro sociale che si è verificato (la grande borghesia e il sistema sociale che essa difende, il capitalismo) verso un “nemico” molto più semplice da individuare, e che per questo non avrebbe messo in discussione i pilastri su cui si fonda la società. Quindi il problema da affrontare è stato di volta in volta l’immigrazione, la “sicurezza” della proprietà privata (intesa come la propria abitazione, il proprio negozio ecc.) inventandosi una emergenza criminalità nella realtà inesistente e così via. Vediamo come vengono affrontate queste tematiche nel programma di governo.
Un minaccioso mix: lotta all’immigrazione, ordine e disciplina
Per l’immigrazione, si sostiene che in Italia sono presenti circa 500.000 immigrati irregolari, per i quali si dovrebbero attivare azioni di rimpatrio. Inoltre si ribadisce la volontà di impedire nuovi sbarchi per fermare questa fantomatica invasione.
Sul tema è necessaria una precisazione. Anche le forze che, all’interno dello schieramento borghese, si considerano “progressiste”, fanno una differenza tra immigrati “economici” e per “cause umanitarie”. Per noi questa è una classificazione arbitraria e da respingere in toto. Sono le politiche dell’imperialismo compreso quello italiano, nei Paesi dipendenti, che creano le condizioni economiche per far sì che milioni di persone cerchino di sopravvivere scappando all’estero. Per questo ci battiamo per il riconoscimento a tutti gli immigrati dei pieni diritti di cittadinanza, contro ogni chiusura, "programmazione", ecc.
E' necessario unificare le lotte del proletariato nativo e immigrato per distruggere il dominio del capitale, a partire dal “nostro Paese” che, per ricordare una famosa affermazione di Liebknecht, è il nostro nemico principale.
Nel programma del governo Conte si parla di inasprimento delle pene per quei crimini che vengono definiti “particolarmente odiosi” (pag. 23) come furti nelle abitazioni, rapine, truffe agli anziani ecc. A parte il fatto che non si cercano le cause sociali di questi crimini, si dimentica di dire che come numerose statistiche riportano, molti di questi crimini sono in calo negli ultimi tempi mentre crescono i crimini direttamente legati alla borghesia mafiosa e criminale che agisce in stretta connessione con la borghesia che fa affari legali. Ma al governo questa enfasi sulla piccola delinquenza serve solo per stornare l'attenzione dalla grande delinquenza degli industriali che sfruttano e licenziano e dai banchieri che fanno affari (legali ed illegali) sulla pelle dei piccoli risparmiatori.
La parte certamente più odiosa del programma è quella che riguarda i cosiddetti nomadi. Non solo si annunciano sgomberi dei campi in cui sono costretti a vivere in situazioni miserevoli, senza tuttavia individuare concrete soluzioni alternative, ma si arriva addirittura a prevedere l’allontanamento dalle famiglie per i minori che non rispettano l’obbligo scolastico.
Questi difensori del “popolo italiano” fingono di non sapere che la maggioranza dei nomadi sono cittadini italiani a tutti gli effetti, e che sono purtroppo molti i minori italiani di famiglie che questi razzisti considerano “puro sangue” che non terminano la scuola dell’obbligo e per i quali non è previsto il brutale trattamento previsto per i nomadi. Da lungo tempo contro i nomadi, più che con qualunque altra etnia, si scatena un odio barbaro e pienamente razzista. La difesa di questa minoranza etnica diventa un compito irrinunciabile per i lavoratori nativi.
Per far sì che i propositi del governo diventino realtà è previsto nel programma un aumento di risorse e di personale per il settore della sicurezza (polizia, carabinieri ecc.). Peccato che secondo il sito “trust number” nel 2016 l’Italia era già il terzo Paese al mondo per numero di ”forze di scurezza” rispetto alla cittadinanza, dopo Russia e Turchia. La strada verso una società sempre più repressiva e militarizzata è intrapresa ormai da tempo e l’esecutivo giallo-verde si attribuisce la non meritevole volontà di accentuarla (pag. 43).
Ma anche sul versante sociale, quello nel quale si dovrebbe vedere, secondo alcuni, l’impronta più progressista rappresentata dai grillini, il bluff viene presto smascherato.
Cade il mito del carattere "progressista" dei 5 Stelle
Per quanto riguarda il reddito e la pensione di cittadinanza, le cifre indicate sono totalmente inadeguate a garantire livelli di vita dignitosi per disoccupati e pensionati. Inoltre essendo istituti legati al possesso della cittadinanza, si escludono centinaia di migliaia di immigrati presenti nel Paese, garantendo così una quota importante di manodopera a basso prezzo per i capitalisti, che inevitabilmente creerà una pressione al ribasso dei salari.
L’abolizione della Fornero, prevista nel contratto, e cavallo di battaglia della campagna elettorale dei due partiti di governo, pare già ridimensionata. Quota 100 (contributi più età anagrafica) dovrebbe valere solo dopo aver compiuto 64 anni. Se si tiene conto solo dei contributi si parla di 41 anni e 5 mesi di lavoro. In entrambi i casi con un limite (2/3 anni) per quanto riguarda i contributi figurativi. Inoltre senza modificare il sistema di calcolo contributivo, ogni riduzione dell’età lavorativa implica necessariamente la diminuzione dell’assegno pensionistico.
Quindi al momento la montagna della modifica alla “Fornero” pare stia producendo un topolino. E’ molto probabile che più passa il tempo e più anche di queste modifiche si perderà traccia. Per un motivo semplice. Il governo pare intenzionato a introdurre la flat tax. Senza perderci in tecnicismi, la "tassa piatta" in sostanza favorisce i redditi maggiori rispetto a quelli più bassi, e nei Paesi dove è introdotta (repubbliche baltiche, Russia, Stato dell’Illinois) rende insostenibile un sistema di stato sociale minimamente degno di questo nome.
Se pensiamo a come è ridotto lo stato sociale in Italia, in particolare la sanità (che come ricordato in un recente articolo apparso sul nostro sito nel giro di pochissimi anni a causa dei continui tagli scenderà sotto la soglia, indicata dall’OMS per garantire i servizi minimi essenziali), la situazione non potrà che peggiorare ulteriormente in un tempo più breve di quanto ci si possa immaginare.
Nel campo del lavoro, si avanza la proposta di reintrodurre i voucher, forma tra le più brutali di precarizzazione del lavoro.
Sul versante delle grandi opere, si è passati dalla loro cancellazione a quella che è stata definita dal ministro Toninelli una "attenta valutazione costi - benefici". Qualcuna di queste opere di devastazione ambientale molto probabilmente verrà bloccata, ma nel complesso si proseguirà nello sviluppare opere inutili e dannose per l’ambiente e per la qualità della vita, ma essenziali per garantire profitti ai grandi gruppi, industriali e finanziari.
Un “sovranismo” fedele alla Nato e agli obblighi di bilancio
Sul piano delle politiche internazionali, vengono confermati i vincoli internazionali per quanto riguarda il rispetto del bilancio, la permanenza nell’euro, la fedeltà al Patto Atlantico e così via.
Certo vengono conditi con parole più o meno combattive, con una rivendicazione di maggior difesa dell’"interesse nazionale”, cercando di ottenere per il Belpaese uno status di potenza politica, economica e militare pari a quello di altre potenze imperialiste come Germania, Francia, Usa, Gran Bretagna.
Dubitiamo molto che i partner internazionali di Roma si possano far impressionare più di tanto dalle rivendicazioni tricolori. Il massimo a cui può ambire il nuovo esecutivo è di inserirsi tra le contraddizioni dei maggiori attori dello scacchiere mondiale (da ultima la proposta di Trump di permettere alla Russia di entrare nel G8) e poi di propagandarla come una grande vittoria della diplomazia italiana, magari aggiungendo che la storia torna a farsi sui sacri colli di Roma.
Certo non possiamo escludere a priori che la situazione sfugga di mano al governo Conte. Una nuova caduta in recessione dell’economia nazionale nel caso i tassi sul debito pubblico dovessero mantenersi sui livelli alti a cui sono arrivati nelle scorse settimane, intrecciata alla fine della politica monetaria espansiva della BCE e, soprattutto diciamo noi, se i primi segnali di rallentamento del maggior partner industriale del Paese dovessero confermarsi (la Germina ha segnato un calo della produzione industriale di oltre due punti quando ci si aspettava una seppur minima crescita) potrebbero creare l’incidente “sistemico”: default del debito e uscita dall’euro.
Contro l’austerità di Bruxelles e Roma. Per l’alternativa di classe del proletariato
Quello sopra delineato ci pare lo scenario meno probabile, tuttavia per i lavoratori non ci sarebbe nulla di buono nel caso che questi eventi si verificassero a causa dell’insipienza delle classi dominati, anziché grazie all’azione cosciente delle masse proletarie per rompere con l'Ue e l'euro.
Per noi è chiaro che il governo col quale avremo a che fare nel prossimo periodo è un governo anti-operaio, e con un carattere reazionario-autoritario molto accentuato.
Il governo giallo verde non potrà, al di là della propaganda, fare altro che continuare con le politiche di austerità poste in essere da chi lo ha preceduto. L’inganno di una rottura col passato a favore degli strati popolari verrà presto alla luce. Il fallimento di questo sistema sociale, chiunque sieda al governo, sarà ancora più visibile. Ma il compito dei lavoratori non è stare ad aspettare: bisogna da subito mettere in campo azioni di lotta contro il governo e le sue politiche. Costruire i rapporti di forza  in direzione di una alternativa vera, di sistema, socialista.
E' questo il compito in cui è impegnato il nostro partito, un piccolo partito ma attivo in ogni lotta. Un partito che ha bisogno delle energie militanti di tutti i lavoratori e i giovani che vogliono opporsi alla barbarie del capitalismo che oggi avanza dietro i volti sorridenti di Di Maio e Salvini.