Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 23 ottobre 2020

LA SALUTE NON E’ UNA MERCE, LA SANITA’ NON E’ UNA AZIENDA

 

CAMPAGNA DICO32/COORDINAMENTO NAZIONALE PER IL DIRITTO ALLA SALUTE

 Per info e contatti : www.medicinademocratica.org; segreteria@medicinademocratica.org




In Italia la conduzione dell’emergenza pandemica ha fatto emergere gravi inadeguatezze frutto delle politiche attuate negli ultimi due decenni.

Il servizio sanitario pubblico ha dovuto reggere l’impatto dell’emergenza mostrando limiti derivanti dal definanziamento (a favore della sanità privata) e dall’indebolimento della medicina territoriale.

Le responsabilità dei governi, centrali e regionali, sono divenute palesi: le leggi di privatizzazione, sono le principali responsabili e vanno abrogate come va avversato l’approccio che le ha prodotte.

La “normalità” ante covid si è dimostrata malata e occorre una inversione di rotta.

E’ il momento di una nuova riforma della sanità fondata sull’affermazione della salute, dell’ambiente salubre e sulla riduzione delle diseguaglianze quali diritti costituzionali da attuare da parte degli enti pubblici.

 

Le nostre priorità :

 

1)      UNA VISIONE DELLA TUTELA DELLA SALUTE COLLETTIVA BASATA SULLA PREVENZIONE PRIMARIA

 

Per noi la salute non è solo uno stato di benessere psico-fisico ma il risultato del rapporto tra gli individui nel proprio contesto di vita, se quest’ultimo è malato il malessere individuale è un sintomo e occorre curare il contesto.

La salute è un bene e un diritto, l’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale e una spesa sanitaria pubblica adeguata va indirizzata verso la prevenzione primaria, basata su condizioni di vita, di lavoro e ambientali sane.

I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) vanno rimodulati e finanziati sulla base della appropriatezza e sostenuti da prove di efficacia.

La salute della donna va promossa  a partire dal riconoscimento delle specificità, attraverso la medicina e la farmacologia di genere, il diritto all’autodeterminazione nelle scelte di vita, alla partecipazione, al lavoro vanno affermati con il rafforzamento di azioni strategiche di prevenzione.

Rimodulare in modo unitario le competenze di tutele della salute (dentro e fuori i luoghi di lavoro),  dell’ambiente, della sanità animale e delle produzioni alimentari in quanto connesse e interdipendenti. Il riconoscimento delle malattie professionali deve passare dall’INAIL alle USL/ASL; il medico competente deve essere convenzionato con il SSN pubblico. Gli infortuni dei medici di base devono essere riconosciuti dall’INAIL.

Nei luoghi di lavoro occorre adottare una nuova organizzazione fonte di benessere per i lavoratori e non di stress, rafforzare il ruolo dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), va affermato l’obiettivo del MAC zero (cambio delle produzioni, eliminazione dalle produzioni delle sostanze tossiche).

 

2)  IL SUPERAMENTO DI UNA CONCEZIONE PRIVASTICA DEL SERVIZIO SANITARIO

 

L’accesso al servizio sanitario deve essere universale, senza discriminazioni di accesso e finanziato dalla fiscalità generale; l’efficacia va misurata in termini di incremento della salute collettiva, anziché di volumi e tempi di prestazioni erogate.

Il sistema sanitario pubblico deve essere costituito da personale sanitario e non sanitario, stabile e numericamente congruo, con livelli retributivi consoni con posti letto ospedalieri in linea con le esigenze di prevenzione, assistenza, cura e riabilitazione che si vogliono perseguire.

Occorre intervenire nell’ambito della formazione universitaria e delle specializzazioni conseguenti evitando la precarietà dei giovani medici laureati (e in generale di tutti i Professionisti Sanitari e Sociali) e “l’imbuto” della specializzazione. Il settore della formazione e ricerca in ambito sanitario deve essere prioritariamente guidato da realtà pubbliche adeguatamente finanziate senza conflitti di interesse e, dove non possibile, da provider indipendenti.

Va superata l’impostazione aziendalistica fondata esclusivamente sulle “compatibilità” economiche”, slegata dai reali risultati di salute, basata sulla figura monocratica dei direttori generali; i lavoratori vanno liberati dalle catene del “rapporto fiduciario” che li riduce al silenzio anche in caso di gravi inadempienze dei vertici. Va azzerata la normativa che permette la libera professione intramoenia, altro fattore di diseguaglianza.

Va rimosso ogni finanziamento alla sanità privata e abolite le agevolazioni fiscali per la spesa sanitaria privata veicolata da assicurazioni e fondi sanitari; va ripresa una programmazione sanitaria partecipata a livello locale e nazionale eliminando ogni commistione pubblico-privato. Va realizzata un'industria pubblica del farmaco, dei reattivi di laboratorio e dei dispositivi biomedicali. Garantire un servizio sanitario davvero nazionale per diffusione e qualità dei servizi, rimuovendo ogni ipotesi di “regionalismo differenziato”.

 

3)  IL SUPERAMENTO DI UNA VISIONE OSPEDALOCENTRICA DEL SERVIZIO SANITARIO

 

La prevenzione deve avere come perno una medicina territoriale che includa partecipazione, riconoscimento e attenzione alle esigenze sanitarie e sociali locali, alle specificità di genere e di età come pure di riconoscimento di ogni diversità.

La medicina territoriale deve essere in coordinamento e non subordinata al settore ospedaliero. Lo strumento è quello delle “case della salute”, non semplice sommatoria di ambulatori, ma come punti di incontro delle esigenze locali (servizi sanitari, socio-sanitari e sociali). Il sistema deve essere partecipato dagli utenti e dagli enti locali e avere anche una funzione di “sentinelle” dell’ambiente e comprendere servizi di medicina del lavoro. Nei nuovi distretti socio-sanitari locali, confluiranno le Case della Salute, i Dipartimenti di Salute Mentale, eliminando ogni forma di contenzione anche in caso di Trattamenti Sanitario Obbligatori le cui modalità vanno ripensate.

Le unità sanitarie devono essere territorialmente limitate per una risposta più precisa ai problemi e per permettere una reale partecipazione della popolazione e il controllo delle attività

Vanno ripristinati i servizi che un tempo si chiamavano di medicina scolastica, rivalutandoli come Centri per la Salute nelle Scuole, quali servizi territoriali fondamentali.

Le residenze sanitarie assistenziali per gli anziani e per i disabili fisici e psichici vanno poste in carico al SSN: va riconosciuta la necessità di cura della persona anziana, cronica, non autosufficiente; devono avere requisiti e caratteristiche di valutazione e presa in carico, di cura, assistenza e riabilitazione uguali in tutte le Regioni rivedendo parametri e qualità, prevedendo Comitati di familiari che si riuniscono regolarmente; le strutture devono essere aperte al territorio.


mercoledì 21 ottobre 2020

Il Mes sarebbe un passo indietro. E nessun Paese lo ha chiesto

 Alfonso Gianni (il manifesto 21.10.2020)



 Non passa giorno che non si accentui la pressione sul governo affinché ricorra ai prestiti del Mes. La questione fino a poco fa divideva i due maggiori partiti della maggioranza ma nelle ultime ore si è trasferita, con inusitata virulenza, all’interno dello stesso Pd, una parte del quale è entrato in frontale polemica con il “suo” ministro dell’economia Gualtieri, reo di essere sceso dalle barricate pro Mes. Sul tema sarà convocata la direzione del Pd. Sarà tra gli argomenti principali del vertice di maggioranza che dovrebbe ridefinire un patto di fine legislatura e sarebbe previsto dopo gli stati generali del M5s che dovrebbero a loro volta chiarire quale è la linea vincente al loro interno. Certamente la risposta fornita nella conferenza stampa di domenica scorsa da Presidente del Consiglio è servita solo a confondere ancora più le acque.

Eppure il nodo non appare affatto così difficile da sbrogliare, se si guarda alla sostanza delle cose. Il Mes è una linea di credito precauzionale regolata dal Trattato del 2012 che lo creava come una sorta di banca e dalla normativa europea contenuta nel Two Pack del 2013. Quindi si tratta di un organismo nato in ambito  intergovernativo. Il ricorso ad esso non farebbe che aggravare l’aspetto più negativo dell’accordo del 21 luglio – i poteri del Consiglio europeo formato dai rappresentanti dei governi -  che pure dava vita ad una logica e a una strumentazione derivanti dagli organi dell’Unione. Da un punto di vista che guarda alla possibilità di far fare dei passi in avanti in una direzione federale alla Ue, il protagonismo del Mes sarebbe un netto passo indietro. Ciò che preoccupa non sono le condizionalità, che non potrebbero non esistere, ma in questo caso le finalizzazioni sarebbero positive, visto che i fondi sarebbero inidirizzati  alla sanità. Il che garantisce che al Mes possono accedere anche paesi che non vantano grande solidità nelle finanze pubbliche. Ma essendo il Mes una banca non solo agisce negli interessi dei creditori, ma vanta una condizione di creditore privilegiato. Da qui deriva la “sorveglianza rafforzata” cui il paese debitore viene sottoposto E’ vero che la dichiarazione scritta di Gentiloni e Dombrovskis sospende l’eventualità che la Commissione intervenga per chiedere al paese in questione aggiustamenti macroeconomici, ma questa, al di là del suo valore politico, non impegna per il futuro. A meno che non si cambino le norme contenute nel Regolamento 472/2013. Il che, e non credo per una svista, non è stato fatto. Tutto ciò rende più che comprensibile e logica la diffidenza verso il ricorso al Mes. Non è un caso che nessuno finora lo abbia chiesto, al di là del conteggio sui risparmi sugli interessi rispetto ad un approvvigionamento sul mercato finanziario, peraltro ulteriormente diminuiti. In ogni caso il ricorso al Mes aumenterebbe il livello di indebitamento, creando probabilmente anche problemi di natura politico-contabile, essendo già stata approvata dal Parlamento la Nadef e quindi già fissato il deficit del prossimo anno, la cui modificazione, qualunque ne sia l’entità, richiederebbe una nuova valutazione sullo scostamento di Bilancio, oppure la previsione di altri tagli o nuove entrate. E’ vero che tutto sembra cambiato in Europa. Dove si predicava l’austerità ora si invita all’indebitamento data la discesa dei tassi. Ma dopo tanti anni di ottuso rigore, sarebbe strano attendersi una fiducia spensierata nell’incremento della esposizione debitoria. E infatti Spagna e Portogallo oltre che evitare il Mes, sono intenzionati anche a rinunciare alla quota di prestiti del Recovery Fund, e a farsi bastare le sovvenzioni a fondo perduto. Se anziché il vecchio e screditato Mes, nato per altre finalità, le istituzioni europee avessero avanzato l’idea di uno strumento simile al Sure, dedicato però alla questione sanitaria, come ha proposto Francesco Saraceno, ovvero uno strumento di credito agevolato derivante dall’art. 122 del Trattato sul funzionamento della Ue, forse le cose oggi sarebbero diverse. Ieri sono stati raccolti 235 miliardi di domanda per i primi 20 miliardi del Sure social bond. Non siamo a veri e propri Eurobond, ma comunque all’emissione di titoli di debito comune, uno degli aspetti positivi del “compromesso” europeo del 21 luglio. E forse ci si potrebbe, come si dovrebbe, occupare seriamente di come spendere i soldi del Recovery la cui data di arrivo si spinge sempre più in là nel 2021. Cosa in sé negativa, ma che impone una discussione seria attorno ad alcuni temi chiave. Quali un’idea di intervento pubblico diretto nell’economia non crocerossino, ma proprio di uno Stato innovatore ed imprenditore. Guidato da una programmazione, concetto desueto quanto valido, basata su un rapporto dialettico e biunivoco con le parti sociali, partendo dalla difesa del lavoro e del reddito senza delegare la vita – è il caso di dirlo in questa tempesta pandemica – delle persone alle logiche aziendali. Privilegiando il nostro Sud, porta dell’Europa sul Mediterraneo.

lunedì 19 ottobre 2020

Il grande romanzo popolare del Capitano

 Festa del Cinema di Roma. Alex Infascelli dirige «Mi chiamo Francesco Totti», il film dedicato al fuoriclasse capitolino. Il racconto di un’icona, senza retorica, attraverso la voce del protagonista e materiali di repertorio.



Giona A.Nazzaro fonte: "il manifesto" del 18/10/2020

Non è necessario andare a recuperare qualche riflessione pasoliniana per verificare come il calcio rivesta ancora la capacità – e l’immaginazione – per federare il sentire di soggetti separati fra loro da questioni di classe, reddito e aspirazioni. Il calcio, cosa evidente anche a chi ne mastica pochissimo o affatto, è un luogo narrazione che produce non solo racconti e mitologie, ma offre anche chiavi di interpretazione delle cose del mondo. Vero anche come la comunicazione del calcio e il racconto dei suoi eventi, con i riflettori sempre puntati su protagonisti e oscillazioni del mercato sportivo, si sia andato configurando come un vero e proprio «mondo a parte».

PER CUI la sorpresa di fronte a un film come Mi chiamo Francesco Totti – nel programma della Festa del Cinema di Roma (il 19,20 e 21 ottobre nelle sale poi su Sky)- non potrebbe essere maggiore. Alex Infascelli, regista interessante, appartato e dal tocco altamente personale, mette mano a una materia, il racconto di un’icona della Capitale, del calcio nazionale e internazionale, affrontando la vicenda di un calciatore eccezionale come Francesco Totti evitando, e già questo basterebbe come risultato estetico e «politico», tutte le banalizzazioni agiografiche che sovente, per ragioni spesso «altre», inficiano il racconto di fatti sportivi, soprattutto se recenti e sotto gli occhi di tutti. Infascelli, a partire dal titolo evocativo, crea un film che è sì un incontro con un «uomo straordinario» e un atleta incomparabile, ma soprattutto riesce nell’impresa, davvero encomiabile, di creare un’opera genuinamente popolare, mai populista. Infascelli, con un notevole gusto da «chanson de geste», illustra le imprese di Totti sin da quando il calciatore bambino inseguiva i suoi sogni di gloria («A Roma ci sono tre squadre: l’A.S. Roma, la Lodigiani e la Lazio»). Collocandoli nell’alveo di un’infanzia che è soprattutto il segno precocissimo di una vocazione che non tarderà a manifestarsi in tutta la sua ricchezza, il regista coglie con notevole attenzione politica l’ambiente umano e antropologico nel quale il futuro fuoriclasse muove i primissimi passi.

SENZA INDULGERE in nessuna retorica sulla romanità, collocando le sue immagini nella voce calda e schietta, affettuosa, del Capitano, Infascelli mette a segno un’operazione rarissima e di grande sensibilità: dare letteralmente forma a un romanzo popolare in grado di offrirsi come luogo narrazione di un esserci, della sua gente, e toccare persino coloro che al calcio non dedicano quasi mai attenzione. La nozione di «campione» è così ricondotta da Infascelli, attraverso un uso attento dei materiali di repertorio e la organizzazione ritmica che ne fa il montaggio, non a un climax, cosa che esporrebbe il tutto ai rischi della retorica partigiana, ma a illustrare le stagioni di un giovane che, parafrasando Lou Reed, «cresce in pubblico». Risultato tanto più lodevole, in quanto la narrazione calcistica offre ogni settimana, a ritmo serratissimo, le gesta di campioni che si susseguono ininterrottamente. Merito ovviamente anche di Totti, ultimo esempio di eroe popolare sportivo (come forse l’avrebbe potuto immaginare Pasolini), al pari solo di Nino D’Angelo (in un campo completamente diverso), le cui gesta sono diventate sinonimo stesso di Roma. Infascelli coglie tutte queste sfumature, intrecciandole nel corpo del suo film, permettendo così a Totti di trascendere le opposte retoriche ed emergere come un uomo complesso, appassionato e, come sosterrebbe Pavese, «un uomo che è tutto nel gesto che compie».

IL FILM di Infascelli è la forma esatta di questa misura intuita da Pavese. E quando il film, grazie a un montaggio reiterato di rara commozione, cuce insieme le stagioni più belle di Totti, evidenziando le sue giocate e i suoi magnifici gol – come se Rudy Van Gelder montasse insieme tutti gli assoli di John Coltrane in un unico movimento – il film non solo esalta alcune delle prestazioni sportive più mozzafiato di sempre, ma è come se cogliesse il canto di un’anima libera che ha spiccato il volo sopra l’Olimpico. E anche chi abitualmente non è tifoso, non può che abbandonarsi alla gioia delle lacrime e della commozione. Infascelli coglie questo movimento dell’emozione non ricercando un gesto cinematografico «artistico» ma ascoltando la voce più autentica del cinema come arte popolare. Uno stacco di montaggio, un raccordo come una creazione di Totti sul campo, illuminato dalla grazia dell’invenzione e della bellezza. Francesco Totti, da oggi, è più di un nome. «Francesco Totti», da oggi, è tutta la «nobiltà del calcio».



 

giovedì 15 ottobre 2020

Convergenza per la società della cura (firma il manifesto)

 


per firmare il manifesto andate su societadellacura@gmail.com

MANIFESTO

USCIRE DALL'ECONOMIA DEL PROFITTO

COSTRUIRE LA SOCIETA' DELLA CURA

 

Premessa

 

Un virus ha messo in crisi il mondo intero: il Covid 19 si è diffuso in brevissimo tempo in tutto il pianeta, ha indotto all'auto-reclusione metà della popolazione mondiale, ha interrotto attività produttive, commerciali, sociali e culturali, e continua a mietere vittime.

 

Dentro l'emergenza sanitaria e sociale tutt* abbiamo sperimentato la precarietà dell'esistenza, la fragilità e l’interdipendenza della vita umana e sociale. Abbiamo avuto prova di quali siano le attività e i lavori essenziali alla vita e alla comunità. Abbiamo avuto dimostrazione di quanto sia delicata la relazione con la natura e i differenti sistemi ecologici: non siamo i padroni del pianeta e della vita che contiene, siamo parte della vita sulla Terra e da lei dipendiamo.

 

Decenni di politiche di tagli, privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, di globalizzazione guidata dal profitto, hanno trasformato un serio problema epidemiologico in una tragedia di massa, dimostrando quanto essenziale ed ampia sia invece la dimensione sociale del diritto alla salute.

 

La pandemia ha messo in evidenza come un sistema basato sul pensiero unico del mercato e sul profitto, su un antropocentrismo predatorio, sulla riduzione di tutto il vivente a merce non sia in grado di garantire protezione ad alcun*.

 

La pandemia è una prova della crisi sistemica in atto, le cui principali evidenze sono determinate dalla drammatica crisi climatica, provocata dal riscaldamento globale, e dalla gigantesca diseguaglianza sociale, che ha raggiunto livelli senza precedenti.

 

L’emergenza climatica è vicina al punto di rottura irreversibile degli equilibri geologici, chimici, fisici e biologici che fanno della Terra un luogo abitabile; la diseguaglianza sociale si è resa ancor più evidente durante la pandemia, mostrando la propensione del sistema economico, sanitario e culturale vigente a selezionare tra vite degne e vite di scarto.

 

Giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia e richiedono in tempi estremamente brevi una radicale inversione di rotta rispetto all'attuale modello economico e ai suoi impatti sociali, ecologici e climatici.

 

Niente può essere più come prima, per il semplice motivo che è stato proprio il prima a causare il disastro.

 

Oggi più che mai, ad un sistema che tutto subordina all'economia del profitto, dobbiamo contrapporre la costruzione di una società della cura, che sia cura di sé, dell'altr*, dell'ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno.

 

1. Conversione ecologica della società

 

L'emergenza climatica è drammaticamente vicina al punto di non ritorno. Il tempo a nostra disposizione si sta esaurendo: il riscaldamento climatico si aggrava, aumentano gli incendi, accelera la scomparsa dei ghiacciai, la morte delle barriere coralline, la sparizione di interi ecosistemi e di specie animali e vegetali, aumentano le inondazioni e i fenomeni meteorologici estremi.

 

Anche la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha la sua causa profonda nella distruzione degli ecosistemi naturali, nella progressiva industrializzazione della produzione, in primo luogo di quella agroalimentare, e nella velocità degli spostamenti di capitali, merci e persone. Un modello produttivo basato sulla chimica tossica e sugli allevamenti intensivi ha provocato un verticale aumento della deforestazione e una drastica diminuzione della biodiversità. Tutto questo, sommato a una crescente urbanizzazione, all'estensione delle megalopoli e all’intensificazione dell’inquinamento, ha portato a un cambiamento repentino degli habitat di molte specie animali e vegetali, sovvertendo ecosistemi consolidati, modificandone il funzionamento e permettendo una maggiore contiguità tra le specie selvatiche e domestiche.

 

Una radicale inversione di rotta in tempi estremamente rapidi è assolutamente necessaria e inderogabile.

 

Occorre promuovere la riappropriazione sociale delle riserve ecologiche e della filiera del cibo, sottraendola all'agro-business e alla grande distribuzione, per garantire la sovranità alimentare, ovvero il diritto di tutt* ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica.

 

Occorre avviare una profonda conversione ecologica del sistema tecnologico e industriale, a partire dalla decisione collettiva su “che cosa, come, dove, quanto e per chi” produrre e da un approccio eco-sistemico e circolare ai cicli di lavorazione e alle filiere, dall'estrazione dei materiali alla produzione, dalla valorizzazione ai mercati, al consumo finale.

 

Occorre invertire la rotta nel sistema del commercio internazionale e degli investimenti finanziari, sostituendo l'inviolabilità dei diritti umani, ambientali, economici e sociali all'attuale intoccabilità dei profitti, e rendendo vincolanti tutte le norme di tutela sociale e ambientale per tutte le imprese, a partire da quelle multinazionali, anziché concedere loro di agirle solo volontariamente o come forme di filantropia.

 

Un nuovo paradigma energetico, con l’immediato abbandono dei combustibili fossili, deve fondarsi su energia “pulita, territoriale e democratica” invece che “termica, centralizzata e militarizzata”. Un approccio sano al territorio e alla mobilità deve porre fine al consumo di suolo e alle Grandi e meno grandi Opere inutili e dannose, per permetterci di vivere in comunità, città e sistemi insediativi che siano luoghi di vita degna, socialità e cultura, collegati tra essi in modo sostenibile.

 

Va profondamente ripensata la relazione di potere fra esseri umani e tutte le altre forme di vita sul pianeta: non possiamo assistere allo sterminio di molte specie animali e al brutale sfruttamento di diverse altre, pensando di restare indenni alle conseguenza epidemiologiche, climatiche, ecologiche ed etiche.

 

Occorre una conversione ecologica, una rivoluzione culturale, che ispiri e promuova un cambiamento economico e degli stili di vita.

 

2. Lavoro, reddito e welfare nella società della cura

 

La pandemia ha reso più evidente che nessuna produzione economica è possibile senza garantire la riproduzione biologica e sociale, come il pensiero eco-femminista e la visione cosmogonica dei popoli nativi sostengono da sempre.

 

La riproduzione sociale - intesa come tutte le attività e le istituzioni necessarie per garantire la vita, nella sua piena dignità - significa cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente: ed è è attorno a questi nodi che va ripensato l'intero modello economico-sociale.

 

La pandemia ha fatto ancor di più sprofondare nella disperazione le fasce deboli della popolazione, dai migranti ai senza casa, dai disoccupati ai disabili, dalle persone fragili ai non autosufficienti, e ha allargato la condizione di precarietà, con altri milioni di persone che si sono trovate senza alcun reddito.

 

Non può esserci società della cura senza il superamento di tutte le condizioni di precarietà e una ridefinizione dei concetti di benessere sociale, lavoro, reddito e welfare.

 

La conversione ecologica è una lotta per abbandonare al più presto tutte le attività che fanno male alla convivenza degli umani, tra di loro e con la Terra, per promuovere altre attività che prevedono la cura di sé, dell'altr* e di tutto il vivente: la riproduzione della vita nelle condizioni migliori che si possono conseguire.

 

L'attività lavorativa deve basarsi su un'ampia socializzazione del lavoro necessario, accompagnata da una netta riduzione del tempo individuale a questo dedicato, affinché l'accesso al lavoro sia l'esito di una redistribuzione solidale e non di una feroce competizione fra le persone e i Paesi, dentro un orizzonte che subordini il valore di scambio al valore d'uso e organizzi la produzione in funzione dei bisogni sociali, ambientali e di genere.

 

Se la cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente sono gli obiettivi del nuovo patto sociale, il reddito è il dividendo sociale della cooperazione tra le attività di ciascun*, e il diritto al reddito è il riconoscimento della centralità dell'attività di ogni individuo nella costruzione di una società che si occupa di tutt* e non esclude nessun*, eliminando la precarietà, l'esclusione e l'emarginazione dalla vita delle persone.

 

Va pienamente riconosciuto il diritto alla conoscenza, all'istruzione, alla cultura, all'informazione corretta, al sapere, come fattore potente di riduzione della diseguaglianza, di cui la povertà culturale è una causa chiave.

 

Va realizzato un nuovo sistema di welfare universale, decentrato e depatriarcalizzato, basato sul riconoscimento della comunità degli affetti e del mutualismo solidale, sull'autogoverno collettivo dei servizi e sulla cura della casa comune.

 

3. Riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi pubblici

Nessuna protezione è possibile se non sono garantiti i diritti fondamentali alla vita e alla qualità della stessa. Riconoscere i beni comuni naturali -a partire dall'acqua, bene essenziale alla vita sul pianeta- e i beni comuni sociali, emergenti e ad uso civico come elementi fondanti della vita e della dignità della stessa, della coesione territoriale e di una società ecologicamente e socialmente orientata, richiede la sostituzione del paradigma del pareggio di bilancio finanziario con il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere.

 

La tutela dei beni comuni, e dei servizi pubblici che ne garantiscono l'accesso e la fruibilità, deve prevedere un'immediata sottrazione degli stessi al mercato, una loro gestione decentrata, comunitaria e partecipativa, nonché risorse adeguate e incomprimibili. 

 

Occorre socializzare la produzione dei beni fondamentali, strategici ai fini dell'interesse generale: dai beni e servizi primari (i prodotti alimentari, l'acqua, l'energia, l'istruzione e la ricerca, la sanità, i servizi sociali, l'edilizia abitativa); a quelli senza l'uso dei quali una parte considerevole delle altre attività economiche non sarebbe possibile (i trasporti, l'energia, le telecomunicazioni, la fibra ottica); alle scelte d'investimento di lungo periodo di carattere scientifico, tecnologico e culturale, in grado di modificare, nel tempo e in maniera significativa, la vita materiale e spirituale della popolazione.

 

4. Centralità dei territori e della democrazia di prossimità

 

La crescita interamente basata sulla quantità e velocità dei flussi di merci, persone e capitali, sulla centralità dei mercati globali e delle produzioni intensive e sulla conseguente iperconnessione sregolata dei sistemi finanziari, produttivi e sociali, è stata il principale vettore che ha permesso al virus di diffondersi in tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager e tecnici specializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.

 

Ripensare l'organizzazione della società comporta la ri-localizzazione di molte attività produttive a partire dalle comunità territoriali e dalla loro cooperazione associata, che dovranno diventare il fulcro di una nuova economia trasformativa, ecologicamente, socialmente ed eticamente fondata.

 

Le comunità sono i luoghi dove convivono umani, altri animali, territorio e paesaggio, ciascuna con la propria storia, cultura e identità insopprimibile. La pialla della globalizzazione ha provato a omologare differenze e peculiarità, producendo resistenze che sono state troppo spesso governate verso una versione chiusa ed escludente del comunitarismo. La sfida, anche culturale, è progettare il futuro come un sistema di comunità aperte, cooperanti, includenti e interdipendenti.

 

Questo comporta anche la ri-territorializzazione delle scelte politiche, con un ruolo essenziale affidato ai Comuni, alle città e alle comunità territoriali, quali luoghi di reale democrazia di prossimità i cui abitanti partecipano fattivamente alle decisioni collettive.

 

Attraverso forme di riappropriazione popolare delle istituzioni di livello nazionale ed internazionale si potrà garantire, tutelare ed affermare l’uguaglianza nei diritti e nelle relazioni fra le diverse aree dei sistemi paese, dei sistemi regionali e continentali e del sistema mondo.

 

5. Pace, cooperazione, accoglienza e solidarietà

 

La pandemia non ha rispettato nessuna delle molteplici separazioni geografiche e sociali e nessuna delle gerarchie costruite dagli esseri umani: dalle frontiere alle classi sociali, passando dal falso concetto di razza. Ha dimostrato che la vera sicurezza non si costruisce contro, e a scapito degli altri: per sentirsi al sicuro bisogna che tutt* lo siano.

 

Perché questo succeda, occorre che ad ogni popolazione venga riconosciuto il diritto ad un ambiente salubre, all'uguaglianza sociale, all'accesso preservativo alle risorse naturali.

 

Occorre porre termine ad ogni politica di dominio nelle relazioni fra i popoli, facendo cessare ogni politica coloniale, che si eserciti attraverso il dominio militare e la guerra, i trattati commerciali o di investimento, lo sfruttamento delle persone, del vivente e della casa comune. Non possiamo più accettare che i nostri livelli di consumi si reggano sullo sfruttamento delle risorse di altri Paesi e su rapporti di scambio scandalosamente ineguali, né l'esistenza di alleanze militari che hanno l'obiettivo del controllo e sfruttamento di aree strategiche e delle loro risorse.

 

La società della cura rifiuta l'estrattivismo perché aggredisce i popoli originari, espropria le risorse naturali comuni e moltiplica la devastazione ambientale. Per questo sostiene l'autodeterminazione dei popoli e delle comunità, un commercio equo e solidale, la cooperazione orizzontale e la custodia condivisa e corresponsabile dei beni comuni globali.

 

La guerra contro i migranti è ormai uno degli elementi fondanti del sistema globale attuale. Intere aree del pianeta – mari, deserti, aree di confine – sono diventati giganteschi cimiteri a cielo aperto, luoghi dove si compiono violenze e vessazioni atroci, e dove a milioni di esseri umani viene negato ogni diritto e ogni dignità.

 

La società della cura smantella fossati e muri e non costruisce fortezze. Rifiuta il dominio e riconosce la cooperazione fra i popoli. Affronta e supera il razzismo istituzionale e il colonialismo economico e culturale, attraverso i quali ancora oggi i poteri dominanti si relazionano alle persone fisiche, ai saperi culturali e alle risorse del pianeta.

 

La società della cura rifiuta ogni forma di fascismo, razzismo, sessismo, discriminazione e costruisce ponti fra le persone e le culture praticando accoglienza, diritti e solidarietà.

 

6. Scienza e tecnologia al servizio della vita e non della guerra

 

La ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica sono fondamentali per la costruzione di una società della cura che permetta una vita degna a tutte le persone, ma possono divenire elementi di distruzione se non sono messe al servizio della vita ma del dominio e della guerra. Indirizzi e risultati vanno ricondotti all’emancipazione delle persone e non al controllo sociale autoritario, in direzione della redistribuzione della ricchezza e non dell’accumulazione, verso la pace e la solidarietà e non in direzione della distruzione di vite, società e natura.

 

E’ di particolare gravità che continui la corsa al riarmo atomico e al perfezionamento dei sistemi di puntamento delle armi nucleari, mentre si allentano gli impegni internazionali per il bando al ricorso all’arma più micidiale. I saperi e le risorse di una società non possono essere indirizzati alla costruzione di armi, al mantenimento di eserciti, all'appartenenza ad alleanze basate sul dominio militare, alla partecipazione a missioni militari e a guerre, al respingimento dei migranti, alla costruzione di una realtà manipolabile e falsificabile digitalmente.

 

Il controllo sui Big Data, l’Intelligenza Artificiale e le infrastrutture digitali determineranno la natura delle istituzioni del futuro e le persone devono essere in grado di esercitare una sovranità digitale su tutti gli aspetti sensibili della propria esistenza. Occorre immaginare un futuro digitale democratico in cui i dati siano un’infrastruttura pubblica e un bene comune controllato dalle persone.

 

7. Finanza al servizio della vita e dei diritti

 

La pandemia ha dimostrato che per curare le persone l’Unione europea ha dovuto sospendere patto di stabilità, fiscal compact e parametri di Maastricht. Significa che questi vincoli non solo non sono necessari, ma sono contro la vita, la dignità e la cura delle persone.

La finanziarizzazione dell'economia e la mercificazione della società e della natura sono le cause della profonda diseguaglianza sociale e della drammatica devastazione ambientale.

Mettere la finanza al servizio della vita e dei diritti significa riappropriarsi della ricchezza sociale prodotta, cancellando il debito illegittimo e odioso e applicando una fiscalità fortemente progressiva, che vada a prendere le risorse laddove si trovano, nei ceti ricchi della società, nei grandi patrimoni, nei profitti delle grandi imprese.

 

Nessuna trasformazione ecologica e sociale sarà possibile senza fermare l'unica globalizzazione che il modello capitalistico è riuscito a realizzare compiutamente: quella dei movimenti incontrollati di merci e capitali. Un capitale privo di confini che può indirizzarsi senza vincoli dove gli conviene, determinando le scelte di politica economica e sociale degli Stati, costretti a competere tra loro, offrendo agli investitori nazionali e esteri benefici sempre più lesivi dei diritti dei propri cittadini e dell’ambiente.

 

Per questo bisogna socializzare il sistema bancario, trasformandolo in un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto degli utenti organizzati, dei lavoratori delle banche, degli enti locali e dei settori produttivi territoriali.

 

Senza una nuova finanza pubblica e partecipativa, nessuna trasformazione ecologica e sociale del modello economico e produttivo sarà possibile, e le decisioni di lungo termine sulla società rimarranno appannaggio delle lobby finanziarie e delle grandi multinazionali.

 

 

 

Vogliamo una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che  sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul

valore d'uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi,

sull'uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

 

 

Lotteremo tutte e tutti assieme per renderla realtà

martedì 13 ottobre 2020

La solita sorpresa della NADEF

 Luciano Granieri



Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e finanza alias NADEF. 

E che è?

 Penso che la maggior parte di chi mi legge lo sappia. Comunque lo ricordo.  Si tratta  di un documento che il Governo presenta ogni anno, verso settembre, in cui  vengono riconsiderate le politiche economiche definite nel DEF (documento di economia e finanza) varato in aprile, alla luce dei cambiamenti  sopravvenuti nel quadro economico. In pratica il NADEF definisce il contesto in cui l’esecutivo dovrà inserire la propria politica di bilancio. 

E’ un documento fatto di numeri e la sua lettura può  riservare  diverse  sorprese, come nell’ultima edizione licenziata poche settimane fa. Al di la del quadro negativo (caduta di Pil, aumento della disoccupazione e compagnia cantante) si rileva che nel  2021, per la prima volta dal 1990, l’Italia andrà in disavanzo nella misura del 3,7%. Ovvero lo Stato Italiano spenderà di più  rispetto a quanto incasserà in tasse. Come detto, non era mai accaduto dal 1990 ad oggi, salvo una pausa nel 2009

Notizia per i Frugali!!!! Un Paese costantemente in avanzo da 30 anni, cioè che incassa più in tasse - nonostante un’evasione fiscale che mangia 130 miliardi l’anno - rispetto a quanto spende in investimenti, (al netto degli interessi sul debito, quello che ci ha imposto la UE), non è precisamente uno Stato spendaccione. 

Certo nel 2021 andremo sotto, e anche nel 2022.  La  pandemia qualche danno l’ha fatto, ma solo perché il blocco delle attività economiche ha prodotto un minor introito fiscale, non perché il governo ha   speso di più. Comunque non c’è da preoccuparsi.  Nel 2023  usciremo dal “rosso”, parola del ministro Gualtieri. E’ evidente! Con la vagonata di soldi che arriverà dall’Europa attraverso  il Recovery Fund, sarà un gioco da ragazzi tornare in positivo.  

Ma siamo proprio  sicuri? Insomma…..forse no.   Sempre nel NADEF si prevede che la vagonata di soldi del Recovery Fund inciderà per lo 0,6% del Pil nel 2021, lo 0,4% nel 2022, e dello 0,8% nel 2023, l’anno in cui dovremmo tornare a veder le stelle. Non mi pare ci sia da scialare. Ma come?  il Recovery Fund non doveva essere la panacea di tutti i mali? Tutti contenti e  felici pronti  a salutare la svolta sociale dell’Europa. Ma è tutto qui?

 E allora, domando io,  se questo è,  come si spera di tornare in avanzo nel 2023 con tale  miseria da investire?  Semplice,  non investendo e tagliando su ciò che ancora si può tagliare. La  lotta all’evasione fiscale, che si mangia il 12% del Pil ogni anno,  sarà il solito enunciato di facciata senza alcun seguito, per cui l’avanzo sarà ottenibile, come al solito,  con la parsimonia nella spesa pubblica. 

Altro che investimenti per far ripartire l’economia, altro che finanziamenti sulla sanità e sulla scuola pubblica! Checchè se ne dica tutto  è rimasto come prima, tutto sarà come prima. Almeno il governo ci risparmi proclami e scenari di riscatto, che proprio  nel NADEF dichiara di non poter  conseguire.

Vaccinarci (contro il capitalismo) salverà il mondo

 Fonte:  Coniare Rivolta



Ci siamo già soffermati sulla natura bestiale dei tagli alla sanità pubblica italiana e sugli effetti nefasti di tali tagli sulla vita delle persone. Abbiamo visto che dal 2009 al 2018, nel nostro Paese, c’è stata una riduzione, in termini reali, della spesa sanitaria di circa 26 miliardi: una diminuzione pari, all’incirca, al 12%. Se si considerano spesa corrente e investimenti nel settore sanitario, la riduzione della spesa pubblica, tra il 2009 e il 2018, è stata pari al 13%.

Le conseguenze di questi tagli si sono viste nel pieno dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, quando il servizio sanitario nazionale ha rischiato di collassare (e, in alcune aree, quelle più colpite dall’epidemia, è crollato) sotto il peso dei ricoveri giornalieri e dei malati in terapia intensiva. Il tutto, in omaggio all’austerità e alla disciplina di bilancio: un sacrificio rituale collettivo per fornire linfa vitale al capitale.

La ricerca del profitto a tutti i costi, però, non contribuisce solo a rendere palesemente inadeguati i sistemi sanitari nazionali nell’affrontare eventi imprevisti come una pandemia, ma incide anche, a livello nazionale e globale, sulla capacità di prendere misure preventive e di profilassi. Il capitalismo ci mostra, ancora una volta, il suo volto avido e ingordo nella corsa al vaccino contro il Sars-CoV-2: persino quando si decide della vita o della morte delle persone, la logica resta quella del profitto.

Oxfam, una confederazione internazionale di organizzazioni non governative (ONG) che operano nel campo della lotta alla povertà, denuncia che oltre la metà della futura fornitura dei principali vaccini anti-Coronavirus, attualmente in fase di sviluppo, è già stata acquistata da un piccolo gruppo di Paesi ricchi. Si tratta, dal punto di vista della popolazione mondiale, di un club molto esclusivo, poiché i Paesi in questione ospitano appena il 13% della popolazione mondiale. In altri termini, ciò vuol dire che anche laddove tutti e cinque i vaccini attualmente allo studio dovessero rivelarsi efficaci, oltre il 60% della popolazione mondiale dovrà fare a meno del vaccino fino al 2022.

A prevalere, dunque, al di là di tutti i proclami solidaristici, non è la fratellanza internazionale, ma la legge del più forte. Nel sistema capitalistico, anche un vaccino salva-vita diventa una merce da vendere e da cui trarre profitto. Sarà nei Paesi più ricchi che si produrrà prima il vaccino e, in ogni caso, saranno questi i Paesi che potranno permettersi l’acquisto delle prime dosi. 

In questo contesto, poi, i primi Paesi che saranno immunizzati dal virus potranno far ripartire più rapidamente le proprie economie, magari incrementando le esportazioni e attirando turisti. Ecco che il vaccino assume una valenza strategica e geopolitica, come se fosse una nuova tipologia di arma.

Questa vicenda si inserisce nella più ampia questione dei brevetti sui farmaci. Senza brevetti sarebbe possibile produrre medicine oggi costosissime a prezzo bassissimo in qualunque Paese del mondo, anche in quelli più poveri. Come è possibile? Il motivo è che il profitto delle case farmaceutiche, grazie alla protezione garantita dai brevetti, è altissimo su ogni medicina venduta. Venuto meno il profitto, il costo di produzione sarebbe spesso risibile (si pensi alle vicende legate ai farmaci anti AIDS o alla questione della produzione dei farmaci in India senza brevetto).

Alcuni sostengono, però, che se le case farmaceutiche non fossero spinte dal profitto, non investirebbero in ricerca e non avremmo nessuna medicina, né a caro né a basso prezzo. Tuttavia, vi sono due ordini di obiezioni a questa idea infondata. In primo luogo, data l’elevatissima profittabilità delle imprese farmaceutiche, lo Stato e le organizzazioni sovranazionali potrebbero adottare scelte politiche volte a favorire l’accesso di gran parte della popolazione mondiale ai farmaci e ai vaccini, senza per questo rendere il settore così poco profittevole da ridurre gli investimenti privati. Inoltre, a priori, finanziando la ricerca pubblica si potrebbe sostituire gran parte di quella privata, potendo raggiungere risultati rilevanti anche in settori non remunerativi, ma necessari per la salute degli esseri umani (come farmaci per patologie diffuse nei Paesi poveri, si pensi alla triste vicenda dell’epidemia di ebola in Africa).

La realtà, però, è ben diversa. Negli USA la sanità è privata, mentre l’Europa, fiaccata da decenni di tagli a istruzione e ricerca, spende sempre meno nella ricerca pubblica. Il risultato è che la ricerca farmaceutica mondiale è portata avanti da pochi gruppi interessati alla massimizzazione dei profitti anziché al benessere degli esseri umani. Ne consegue che anche la decisione delle linee di ricerca è dettata da quanto queste possano rivelarsi redditizie. E la redditività di una produzione dipende in maniera cruciale dal potere d’acquisto dei consumatori nei mercati di sbocco (e dalla differenza rispetto ai costi di produzione).

I Paesi ricchi spendono moltissimo per acquistare farmaci sempre più costosi (in Italia nel 2019 la spesa farmaceutica è stata di oltre 18,5 miliardi di euro), prodotti da multinazionali che vedono aumentare esponenzialmente i propri profitti. Nei Paesi poveri, invece, la possibilità di accedere a molte cure è del tutto esclusa – ad esempio, alcuni farmaci oncologici costano centinaia di migliaia di euro, ma esistono anche farmaci ben più cari. Le stesse forze che nelle economie avanzate impoveriscono i lavoratori tengono fuori interi Paesi dall’accesso ai farmaci.

Come ormai ben sappiamo, tutto ciò non avviene per errore, non è un inconveniente che si è manifestato lungo il percorso, ma una realtà connaturata al capitalismo. È una logica che muove tutto nella nostra società: aumentare il più possibile i profitti. Laddove ci sarebbe bisogno di uno sforzo congiunto di tutti i Paesi intorno alla ricerca scientifica, alla produzione e alla diffusione di un vaccino, si procede in ordine sparso, e le prime preziosissime dosi saranno riservate al miglior offerente. A farne i conti, come sempre, saranno i più poveri, mentre il capitale potrà continuare a prosperare: una iniquità che trova nella storia del vaccino anti-Coronavirus una parabola esplicativa di drammatica potenza.