Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 22 maggio 2013

Che la terra ti sia lieve

Simonetta Zandiri

Che la terra ti sia lieve, Don Gallo. Non sono credente, ma so che ci incontreremo ancora.


"La cosa più importante è che si continui ad agire perché i poveri contino. Ci incontreremo ancora. Ci incontreremo sempre. In tutto il mondo, in tutte le chiese, le case, le osterie. Ovunque ci siano uomini che vogliono verità e giustizia." [Don Andrea Gallo]


Orchi

Luciano Granieri

C’era  una volta una  terra  popolata  da orchi terribili. Questi  traevano linfa vitale annientando i bambini. Gli orchi litigavano sempre fra di loro. Urlavano, sbraitavano, si sputavano addosso insulti  e veleni per diventare i   preferiti servitori  del grande Orco capitalista e per essere adeguatamente ricompensati  da  lui per i servizi resi.    

Pur litigiosi, si  riunivano  nei palazzi del potere per  decidere le migliori strategie al fine di arricchirsi sempre di più.  Rubavano, imbrogliavano,  corrompevano  per assicurarsi  immani  privilegi sacrificando  la dignità dei loro concittadini. Gli orchi vivevano  succhiando il sangue delle madri dei bambini. Per alimentare la loro insaziabile voracità, continuavano a rimpinzarsi del futuro dell’infanzia. 

Fra grida e litigi reciproci, si adoperavano per togliere ai bambini il cibo. Quello per campare,  impoverendo sempre di più i genitori,  depredando mese dopo mese ogni risorsa necessaria ad  assicurare il pasto giornaliero. Il furto di futuro passava anche attraverso la negazione della salute. Ammalarsi non era concesso a questi bimbi destinati, in caso di sorte avversa, a giacere in malsani e maleodoranti ospedali.  

Anche il cibo per la mente veniva negato all’infanzia, all’adolescenza , ai giovani. Le scuole di questi bambini spesso crollavano perché costruite con materiali scadenti,  i loro insegnanti erano demotivati sotto pagati.  Non c’era nessuno che  accompagnasse a scuola i ragazzi  qualora   i loro genitori non fossero stati  in grado di farlo   oberati dalla schiavitù di un lavoro precario, insufficiente per  arrivare alla fine del mese . 

Neanche le scuole riuscivano ad assicurare il cibo agli alunni, la mensa scolastica era stata chiusa perché i soldi necessari a farla funzionare erano starti destinati dagli orrendi orchi agli istituti privati dove giovani orchetti imparavano ad essere perfidi ed implacabili per emergere sconfiggendo e annientando i propri   simili. 

Nello Stato  degli orchi ai bambini venivano negati sogni, desideri e speranze. Solo  ai figli degli orchi era consentito disporre di cibo in abbondanza. I giovani orchetti frequentavano scuole attrezzate ed efficienti  e se si ammalavano avevano la possibilità di essere curati da medici competenti  in strutture private molto costose.  

Gli orchi per  accrescere a dismisura i loro guadagni rimpinzavano le città di cemento e traffico negando ai bambini perfino l’aria per respirare e uno spazio per giocare.  Nella terra degli orchi esistevano metropoli cittadine e paesi. In una di queste città  la malvagità era aumentata  a dismisura.

 I nuovi orchi al governo della cittadina, si erano particolarmente accaniti contro i bambini, negando loro le scuole e i libri per studiare.  Ai ragazzini erano stati rubati gli spazi per giocare, per  regalarli agli orchi costruttori, i quali in quelle aeree potevano incrementare i loro sporchi affari  cementificando e inquinando l’ambiente.  Lo sfruttamento del terreno stava  causando crolli di intere colline. 

C’era una volta la terra degli orchi, c’era una volta la cittadina degli orchi.  Ma non  è una favola. La terra in cui  viene negato il diritto al futuro dei bambini esiste veramente , è  l’Italia, così come la cittadina che più si accanisce contro le nuove generazioni è Frosinone.  

Nel nostro Paese quasi il 29% dei bambini sotto i sei anni vive ai limiti della povertà. Di questi il 23,7% vive in uno stato di vera e propria deprivazione materiale. L’Italia è 22° nella comunità europea per giovani con basso livello d’istruzione.  

Tutto ciò accade mentre gli orchi discutono se uno di loro debba rendere conto alla giustizia per le malefatte compiute oppure no.  Questo scenario si perpetua ogni giorno nell’indifferenza degli orchi impegnati ad escogitare le migliori strategie per salvaguardare i loro interessi. 

Anche a Frosinone l’azione degli orchi si è incattivita .  Molti bambini figli dei lavoratori della Multiservizi,  licenziati dall’orco sindaco  rischiano di trovarsi a vivere nell’indigenza. La mensa scolastica è a pagamento , così come lo è lo scuolabus, e per i bimbi che non possono pagare  sono guai.  

Perfino i librai non pagati dagli orchi  che compongono la giunta comunale per i testi i scolastici dati  ai bambini delle elementari,  sono costretti a chiedere i soldi ai genitori che avrebbero dovuto usufruire gratuitamente dei libri per i loro bambini.  

Del resto il fatto che   organizzazioni onlus come Save the Chidren  sono costrette a occuparsi della povertà dei bambini italiani, così come accade per l’infanzia del sud del  mondo  dà  l’idea del grado di inciviltà raggiunto dalla italica terra degli Orchi.


Oltre ai volti dei bambini  della campagna di Save the Children,  compaiono nella clip alcune opere di Hans Ruedi Giger. Il brano musicale è 21° Century Schizoid man dei King Crimson.


DOSSIER SULLA SANITA’ – ASL FROSINONE -

Francesco Notarcola

L’organizzazione sanitaria della provincia di Frosinone nel settore ospedaliero e in quello territoriale, ha visto un lento e progressivo impoverimento ed un venir meno alla capacità di far fronte ai bisogni di salute della nostra popolazione. Dai tempi  della giunta regionale presieduta da Badaloni ad oggi, sono state chiuse importanti strutture ospedaliere come Isola del Liri, Arpino, Ceprano, Ferentino, Veroli, fino ad arrivare alle decisioni assurde ed improvvisate, fantastiche,  della giunta presieduta dall’On. Polverini, alle quali hanno fatto seguito la chiusura di strutture ospedaliere che avevano un radicamento storico nel territorio ed avevano fama di luoghi di cura efficienti e capaci, come Atina, Ceccano, Pontecorvo ed Anagni. Queste strutture erano punti di riferimento di popolazioni di vaste zone della Ciociaria come l’alta e bassa valle del Liri,  la valle di Comino e la zona nord della provincia, che serviva anche la zona sud della provincia di Roma.
Occorre rilevare e sottolineare che la chiusura di queste strutture ed il ridimensionamento o la chiusura di reparti negli ospedali di Cassino, Sora e Frosinone, non hanno apportato alcun miglioramento. Il caos organizzativo è stato consequenziale anche al fatto che non si è avuta la capacità di elaborare un atto aziendale adeguato alle necessità e ai bisogni di salute. Nella ASL di Frosinone vige ancora l’atto aziendale del 29 maggio 2004. Tutti i cambiamenti, le soppressioni, le chiusure delle strutture ed il ridimensionamento di taluni servizi territoriali sono dovuti all’improvvisazione o alla necessità di interventi dovuti alla protesta dei cittadini.

Le conseguenze sono state catastrofiche:

1)   Drammatica riduzione dei posti letto.
     Il numero dei posti per acuti nella provincia di Frosinone è ben al di sotto dello standard nazionale: 2,4 posti letto / per mille abitanti in Ciociaria, rispetto a 4 posti letto / per 1000 ab. previsti dalla normativa. La nostra provincia è perciò in credito di posti letto ed ha assolutamente bisogno di investimenti per sanare questo vuoto, causa attuale di disagi e drammi quotidiani.
2)   Non si è costruita una organizzazione sanitaria territoriale adeguata. Non si è modernizzata l’organizzazione dei medici di famiglia innovandone il ruolo, i compiti e la loro collocazione.
3)   Non si sono create unità di eccellenza,  efficienza e qualità. Ciò ha senz’altro favorito la mobilità passiva, che ogni anno  costa alla ASL  80/100 milioni di euro.
4)   La gestione delle ASL è stata sempre caratterizzata dal clientelismo e dalla strumentazione politica. Le risorse umane e finanziarie non sono state, perciò, finalizzate al miglioramento  e al soddisfacimento della richiesta di servizi efficienti e di qualità.
5)   Le gestioni che si sono succedute negli ultimi venti anni nella ASL hanno volutamente trascurato la lotta agli sprechi e il  recupero delle risorse, ivi compreso  l’uso degli immobili di proprietà della ASL. Importanti immobili sono oggi nel degrado e nell’abbandono (ex consultorio, ex INAM, ecc.).
6)   Le gestioni della ASL hanno completamente e fortemente contrastato la partecipazione dei cittadini, l’informazione e la trasparenza.

In conclusione le ASL non sono mai state case di vetro ma strumenti di potere molto spesso occulto. Ciò ha impedito il crescere dell’organizzazione sanitaria tesa al soddisfacimento dei bisogni e il raggiungimento di livelli qualitativi soddisfacenti.

L’entrata in funzione dell’ospedale di Frosinone aveva creato molte attese e molta fiducia circa il miglioramento dell’organizzazione dei servizi sanitari ospedalieri in tutta la provincia.
Secondo gli impegni assunti dagli schieramenti di centro destra e centro sinistra in occasione delle elezione regionali passate, l’ospedale del capoluogo doveva divenire DEA di secondo livello (DCA 87/2009). Ciò avrebbe dovuto rappresentare un vero salto di qualità in termini assistenziali per l’intera provincia di Frosinone. Non è stato così. L’ospedale di Frosinone, ma anche gli ospedali di Sora e di Cassino, non sono nemmeno adeguati a quanto prescrive la legge per i DEA di I livello.

Infatti il DEA di I livello garantisce, oltre alle prestazioni fornite dagli ospedali sede di Pronto Soccorso, anche le funzioni di osservazione  e breve degenza, di rianimazione e, contemporaneamente, assicura interventi diagnostici-terapeautici di medicina generale, chirurgia generale, ortopedia e traumatologia, cardiologia con UTIC (Unità di Terapia Intensiva Cardiologia). Sono inoltre assicurate le prestazioni di laboratorio di analisi-cliniche e microbiologiche, prestazioni trasfusionali, e di diagnostica per immagini.

Il DEA di II livello assicura, oltre alle prestazioni fornite  dal DEA di I livello, funzioni di più alta qualificazione legate all’emergenza, con la presenza di specialità quali la cardiochirurgia, la neurochirurgia, la terapia intensiva neonatale, la chirurgia vascolare, la chirurgia toracica. Altre componenti di particolare qualificazione, quali le unità per grandi ustionati e le unità spinali, sono collocate nei DEA di II livello, garantendo un’equilibrata  distribuzione sia sul territorio regionale che nazionale, ed una stretta interrelazione con le centrali operative delle Regioni.

Il veto di assumere medici ed infermieri ha portato ad uno sperpero di denaro senza precedenti. Il piano di rientro ha rappresentato un alibi per gli amministratori regionali. Essi hanno negato, infatti, alla nostra provincia investimenti mirati all’assunzioni  di nuovo personale sanitario, di stabilizzazione del personale esistente, di creazione di nuovi servizi ospedalieri e territoriali, di acquisto di nuove e moderne attrezzature  sanitarie.
 A causa di questo diniego, assurdo ed incomprensibile, tutto è diventato precario, comprese le unità operative complesse di pronto soccorso negli ospedali rimasti. I pronto soccorso sono ormai considerate bolge infernali senza diritti e rispetto delle leggi. La promiscuità ed il disprezzo della dignità e della riservatezza caratterizzano le soste o gli ammucchiamenti nei locali adiacenti i pronti soccorsi ospedalieri.

Di fronte a questa situazione è necessario ed urgente intervenire con dei provvedimenti che possano ripristinare legalità e diritti.
L’associazionismo del capoluogo e della provincia ha espresso un impegno senza soluzione di continuità, cercando il dialogo ed il confronto con l’unico scopo di migliorare i servizi e la qualità delle prestazioni sanitarie, ma ha trovato sempre le porte chiuse. Le dichiarazioni di intento del presidente Marrazzo, relative a garantire l’intervento diretto dei cittadini, delle parti sociali e degli enti locali nella programmazione sanitaria e nella verifica dei risultati, sono rimaste lettera morta.
Parimenti non è mai nato il tentativo di realizzare un vero e proprio bilancio sociale partecipato e condiviso in termini di bisogni socio-sanitari
E di costruzione di una solida rete territoriale così come previsto dalla legislazione vigente.

Le proposte:

1)   L’ospedale del capoluogo deve avere un ruolo di DEA di secondo livello per una riconosciuta necessità di far fronte ai bisogni sanitari della provincia.

2)   L’organizzazione sanitaria, in ogni provincia del Lazio, deve saper soddisfare in modo autonomo i bisogni di salute della sua popolazione e del suo territorio. Il concetto di difesa di salute del cittadino deve essere strettamente connesso alla difesa di salute del territorio e quindi agli interventi necessari e urgenti per il risanamento ambientale.

3)   In questo quadro, l’ organizzazione della sanità   si pone come condizione primaria per il rilancio dell’economia e dello sviluppo. Infatti nella nostra provincia non si può pensare al decollo  di una economia turistica, alberghiera, montana,  termale ed agricola senza un’ efficiente qualità sanitaria. Le acque di Fiuggi sono considerate, da sempre, miracolose per la salute dei reni. In questa importante stazione termale potrebbe sorgere, con il contributo delle Università del Lazio, un centro di ricerca e di cura per la patologie urologiche, contribuendo, in modo serio, alla valorizzazione del territorio ed alla ripresa.

4)   Il cuore dell’organizzazione sanitaria deve essere l’organizzazione dei servizi sanitari territoriali. Questi servizi devono poggiare su un ruolo determinante dei medici di famiglia. L’attuale modo di essere dei medici di famiglia è superato e rappresenta anche un parziale spreco  di risorse. Occorre procedere ad un’innovazione profonda che adegui l’organizzazione dei medici di famiglia realizzando strutture collegiali territoriali(h 24) adeguate ai tempi, senza bisogno di ulteriori costi. L’organizzazione può trovare collocazione nelle strutture sanitarie dismesse dove si continua a tenere accese illuminazione, riscaldamento e quanto altro. In questo quadro occorre garantire a tutti i cittadini i tempi di accesso alle prestazioni sanitarie, adeguate ai problemi clinici presentati. Questo obbiettivo di primaria importanza per la tutela ed il rispetto dei fondamentali diritti della persona va realizzato con urgenza, riducendo gli attuali scandalosi tempi di attesa che minano anche il rapporto di fiducia verso il sistema sanitario pubblico. E’ possibile ridurre i tempi di attesa e fornire prestazioni adeguate e tempestive, incrementando la produttività dei medici specialistici convenzionati e migliorando l’organizzazione dei servizi.

5)   Accanto ai medici di famiglia dovrebbero trovare posto servizi socio sanitari realizzati secondo convenzioni stipulate da Comuni e ASL, secondo quanto stabilisce la legislazione vigente.

6)   Il potenziamento dell’assistenza domiciliare (CAD) porterebbe  a un risparmio enorme dei ricoveri ospedalieri e alla disponibilità dei posti letto.  L’efficienza dei servizi sanitari territoriali va, quindi,  commisurata ad un’indagine conoscitiva dei bisogni di salute di quei cittadini portatori di patologia o di pluri-patologie croniche che non li rendono auto sufficienti.

7)   La partecipazione delle associazione dei cittadini deve diventare strumento di arricchimento della proposta sanitaria e del modo di gestire e di fare sanità. La partecipazione deve essere vista anche come momento di verifica e di controllo non solo della efficienza e della qualità dei servizi  ospedalieri locali, ma anche come controllo del giusto impiego delle risorse umane e finanziare. Occorre tener presente che la Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti evidenziava già nel 2007, nella ASL di Frosinone: a) una situazione di diffusa irregolarità contabile; B) un non corretto ed efficace uso delle risorse; c) un elevato rischio di permanente squilibrio in bilancio;  
 Secondo i pareri espressi ripetutamente da alti magistrati di Cassazione della Corte dei conti nonché  della Commissione parlamentare  d’inchiesta sulla corruzione, la partecipazione è considerata unico strumento insostituibile per arginare  la corruzione, gli sprechi e il clientelismo.
 Una attenzione particolare deve essere data anche  ad una informazione finalizzata alla rivalutazione ed al rilancio delle strutture sanitarie  pubbliche  nonché alla conoscenza  dei servizi che sono a disposizione dei cittadini, inclusi gli orari, le specializzazioni, i nomi dei sanitari.
La trasparenza deve essere azione quotidiana. Non si capisce perché ogni richiesta di dati diventa un segreto di stato. Si mettono in atto resistenze inaudite ogni volta che un’associazione chiede di conoscere un’informazione, un dato, una delibera. Va rielaborata, pertanto, una legge che riguarda l’informazione,la  partecipazione e la  trasparenza che obbliga a fornire quanto si chiede in tempi reali ( 24 ore) sia per le ASL che per i comuni.
Inoltre, tutti i dirigenti della ASL, annualmente, andrebbero  sottoposti alle valutazioni e al giudizio dei cittadini e delle associazioni. Valutazioni e giudizi che dovrebbero essere considerati
determinanti per il rinnovo del ruolo dirigente.

8)    La lotta agli sprechi e al recupero delle risorse umane e finanziare dovrebbe  essere una costante e dovrebbe trovare  espressione nella creazione di una struttura composta da personale della ASL e da rappresentanti delle associazioni. In una struttura come la ASL di  Frosinone gli sprechi ammontano a centinaia di milioni l’anno. Ne sono testimonianza: l’acquisto incontrollato di prestazioni aggiuntive, il lavoro straordinario, le spese legali, il contenzioso con il personale e con l’esterno, il mancato funzionamento di tutti i macchinari d’indagine strumentale esistente (come per esempio la TAC rimasta inoperante per anni nell’ex Umberto I di Frosinone), lavori eseguiti non adeguati (come ad esempio la stanza per la radioterapia di Sora), lavori eseguiti per milioni euro in strutture sanitarie che in seguito sono state chiuse, assunzione di personale che non è mai stato messo in grado di lavorare come è accaduto con l’assunzione di un chirurgo cardio-vascolare nell’ospedale del capoluogo che non è mai stato messo in grado di operare in quanto l’unità operativa complessa di cardio-chirurgia non è mai decollata, insufficiente o scarsa verifica dell’appropriatezza  delle cure e delle prestazioni  e dei ricoveri nelle strutture private convenzionate, semplificazione e snellimento delle attività dirigenziali, spesso conflittuali e contrapposte.
Risorse finanziarie importanti potrebbe essere recuperate con l’abolizione del CUP. I centri di prenotazione potrebbero essere gestiti da personale dipendente  dei comuni, mediante una stipula di convenzione tra ASL e comuni  a livello di provincia, oppure tra regione e associazione nazionale dei comuni a livello regionale. Si eviterebbero così disagi enormi ai cittadini e in modo particolare alle persone non autosufficienti per quanto riguarda le prenotazioni.
Rivalutazione degli immobili di proprietà della ASL sottraendoli al degrado ed alla fatiscenza per restituirli ai cittadini per attività sociali, culturali ed assistenziali in collaborazione con l’associazionismo.

L’organizzazione ospedaliera

L’organizzazione ospedaliera deve poggiare su quattro poli geograficamente omogenei:

1) Frosinone - Ceccano - Alatri;

2) Anagni - Colleferro - Ferentino (occorre tener presente, però, che questo centro, trovandosi a metà strada tra  Frosinone ed Anagni, gravita su entrambi i poli.)

3) Sora - Atina;

4) Cassino - Pontecorvo.

Questa organizzazione sanitaria ospedaliera rispecchia l’organizzazione della società della nostra provincia. Sora, Cassino, Frosinone ed Anagni sono i comuni di riferimento di una struttura economica, culturale, sociale, scolastica e quant’altro, che si perde nella notte dei tempi. Vogliamo sottolineare che nell’area dellaValle del Sacco, compresa tra i Comuni di : Anagni, Colleferro e Ferentino potrebbe trovare collocazione, così come era stato proposto dal presidente della giunta regionale Marrazzo, la costruzione di un ospedale nuovo, collegato con una delle università romane, al servizio della popolazione del sud della provincia di Roma e del nord di quella di Frosinone, che servirebbe come  filtro per gli ospedali di Roma, che sono a loro volta in emergenza.
La necessità di collegamento della struttura ospedaliera di Atina e Sora, è dettata dal fatto che la Val di Comino è zona popolosa e montana,  difficilmente raggiungibile, in particolare nei mesi invernali, in tempi brevi.
 Un polo ospedaliero unico che accorpa le strutture di  Frosinone, Alatri e  Ceccano deriva  dalla esigenza di rimettere in piedi importanti servizi, come quello della riabilitazione (cardiologica, traumatica, post-operatoria) oggi completamente in mano ai privati. Le attività riabilitative sono erogate attraverso un insieme di interventi in massima parte da strutture afferenti alla sanità privata accreditata e solo i minima parte  da parte delle strutture aziendali. Gli interventi  riabilitativi non risultano proposti secondo modalità di sinergia  e di integrazione  operativa e, nonostante  il notevole impegno economico profuso nei confronti di settori quali quelli della sanità privata, non vengono raggiunti risultati operativi soddisfacenti. Nonostante la numerosità dei posti letto di riabilitazione ospedaliere privata accreditata, permangono liste di attesa eccessivamente lunghe che si ripercuotono sulla funzionalità dei reparti per acuti, ritardando il turnover  dei ricoveri.
 Per quanto riguarda il settore della riabilitazione ambulatoriale i tempi di attesa sono scandalosamente lunghi e gli utenti sono di fatto obbligati al ricorso alle strutture private con notevole conseguente disagio economico.
In diversi servizi ambulatoriali aziendali i tempi di attesa superano i 10/12 mesi per determinate prestazioni riabilitative anche di basso impegno e non risulta attivata alcuna modalità di integrazione operativa tra i vari servizi aziendali o di prenotazione telefonica  o telematica. Persistono in tale contesto fenomeni sanitari abnormi estremamente onerosi per la stessa azienda sanitaria, come il day hospital riabilitativo utilizzato diffusamente per fruire di prestazioni di tipo ambulatoriale in strutture private accreditate.
Le attività di riabilitazione nella nostra provincia, nell’ambito del servizio pubblico, gravemente deficitarie in passato, sono state ulteriormente penalizzate raggiungendo un degrado in tutti i settori di intervento ed un livello di insoddisfazione dell’utenza e degli stessi operatori mai registrato prima.
Un polo ospedaliero unico, al centro della provincia, permetterebbe
ancora  di allestire hospice e residenze sanitarie assistenziali, dove oggi predomina il privato. Si potrebbero recuperare risorse finanziare importanti e dare assistenza di qualità. Inoltre, c’è necessità di accorpamento delle strutture ospedaliere di Frosinone, Ceccano e Alatri, per organizzare una rete diffusa di day-hospital, day-surgery  e di hospice per non intasare i ricoveri ospedalieri.
 Non bisogna trascurare il fatto che oggi i Pronti Soccorso e le UOC di medicina sono intasate dalle richieste di ricovero per pazienti anziani, portatori di pluripatologie e malati terminali.
 La realizzazioni di Hospice e di una efficiente rete di assistenza domiciliare potrebbe portare ad un notevole recupero di posti letto e ad un recupero sostanziale di risorse finanziare.
 Bisogna considerare che nella cultura del cittadino è ormai consolidata l’abitudine di delegare all’assistenza sanitaria gli ultimi momenti di vita del malato terminale.
Concludendo, si vuole ancora sottolineare la necessità di interventi pubblici urgenti ed efficaci per rilanciare la fiducia della gente nella sanità pubblica. In particolare, gli interventi devono essere mirati per creare eccellenze nel settore della cardiologia, della oncologia, della traumatologia e della chirurgia. Occorre anche prevedere la necessità di  un salto di qualità nella ematologia alla luce dell’aumento progressivo della insorgenza di malattie del sangue.  


Rapporto con la sanità privata

Le strutture sanitarie private e la stipula di convenzioni di queste strutture con la ASL, debbono essere condizionate ad un impegno del privato a realizzare attività di indagine e di cura integrative  e non sostitutive delle attività dei servizi sanitari pubblici.
Le convenzioni, inoltre, dovrebbero prevedere l’abbattimento dei tempi di attesa con l’erogazione dei servizi nei tempi previsti dalla legge. Finora non è andata così.

 La Conferenza Locale della Sanità

La Conferenza Locale della Sanità è costituita da tutti i sindaci della provincia e presieduta dal sindaco del capoluogo. Questa istituzione non ha mai assolto, per disinteresse dei sindaci e per la loro incapacità a comprendere il valore dei poteri loro attribuiti, agli importanti compiti definiti dell’art. 13 della legge regionale n. 19, del 16 giugno 1994, che di seguito si riportano:

a)    definisce, nell’ambito della programmazione regionale, le linee di indirizzo per l’impostazione programmatica delle attività dell’azienda unità sanitaria locale;
b)   esamina il bilancio pluriennale di previsione e il bilancio di esercizio dell’azienda unità sanitaria locale e rimette alla Giunta regionale le relative osservazioni;
c)    verifica l’andamento generale dell’attività dell’azienda unità sanitaria locale;
d)   contribuisce alle definizione dei piani programmatici dell’azienda unità sanitaria locale;

e)    trasmette le proprie valutazioni  e propri suggerimenti al direttore e alla Giunta regionale che sono tenuti a fornire entro trenta giorni risposta motivata.

martedì 21 maggio 2013

Pastore palestinese attaccato di fronte alla colonia di Ma'on


Pastore palestinese attaccato di fronte alla colonia di Ma'on, nelle colline a sud di Hebron
La vittima dell'aggressione è un ragazzo disabile ed è stato colpito alle spalle

At-Tuwani - Il 21 Maggio intorno alle 9 a.m., un pastore palestinese è stato attaccato mentre pascolava il suo gregge su una terra di proprietà palestinese chiamata Khallet Adara, situata di fronte al villaggio palestinese di At-Tuwani. Il ragazzo era seduto rivolto verso il suo gregge, quando, colpito alle spalle, è corso via verso la valle, dove poi si è accasciato a terra, mentre gli aggressori gli hanno lanciato pietre prima di scappare via.


Il ragazzo è riuscito a chiamare uno dei membri del comitato popolare delle colline a sud di Hebron che immediatamente ha raggiunto la vittima accompagnato da tre volontarie di Operazione Colomba. Appena giunti sul luogo, questi hanno chiamato la polizia israeliana e l'ambulanza. Il ragazzo è stato trovato disteso a terra inerte a causa del forte dolore alla schiena. Il gregge si era disperso nell'area. Pochi minuti dopo alcuni suoi familiari hanno raggiunto il luogo dell'aggressione e intorno alle 10 a.m. sono sopraggiunti anche la polizia e l'esercito israeliani e l'ambulanza. La polizia ha interrogato alcuni dei presenti e la vittima stessa, che però non è stata in grado di dare informazioni precise riguardo l'accaduto a causa dello stato di shock in cui versava. Subito dopo il giovane palestinese è stato trasferito in ambulanza al più vicino ospedale palestinese di Yatta. Terminata l'investigazione preliminare, i poliziotti hanno riferito che avrebbero controllato le registrazioni della telecamera di sicurezza installata sulla Bypass road 317, a poca distanza dal luogo dell'incidente.

La vittima dell'aggressione è un giovane palestinese disabile dell'età di 20 anni proveniente dal villaggio di Jawwaya. Ogni giorno porta al pascolo il suo gregge su una terra denominata Khallet Adara, appena di fronte alla colonia di Ma'on, un luogo che ha visto numerosi episodi di violenza. L'ultimo risale alla scorsa settimana, quando un campo di ulivi poco distante è stato oggetto di devastazione da parte dei coloni che hanno danneggiato 62 alberi di ulivo. La famiglia del ragazzo, proprietaria della terra in questione, negli ultimi mesi ha subito altre gravi aggressioni nonchè provocazioni da parte dei coloni dell'area. In particolare quest'anno la DCO (Ufficio di Coordinamento Distrettuale) ha concesso permessi alla suddetta famiglia per lavorare sulla terra di Khallet Adara, causando il disappunto dei coloni e le conseguenti ritorsioni. 

Ciononostante le comunità palestinesi delle Colline a sud di Hebron sono fortemente impegnate nello scegliere la nonviolenza come mezzo di resistenza all'occupazione israeliana.



"Argentina: “il corpo di Videla? Gettatelo in mare!”

Marco Santopadre. Fonte: www.contropiano.or

La comunità dove l’ex dittatore nacque nel 1925 non vuole che il corpo di Videla venga sepolto nel cimitero locale. L’odio per l’aguzzino è ancora vivo.

Secondo il rapporto medico del carcere dove era da tempo rinchiuso l’ex dittatore Jorge Videla sarebbe stato trovato senza vita sul wc della sua cella venerdì scorso. L’anziano criminale sarebbe stato stroncato da un attacco cardiaco in conseguenza delle lesioni e delle fratture che aveva riportato pochi giorni prima in seguito ad una rovinosa caduta nella doccia del penitenziario. Gli anticoagulanti che gli erano stati somministrati in seguito alla caduta gli avrebbero provocato una emorragia interna con conseguente arresto cardiaco.
Ma non è sui particolari della sua morte che si concentra in questi giorni l’attenzione dell’opinione pubblica argentina e latinoamericana. Videla se n’è andato senza mai essersi pentito dei suoi crimini e senza aver rivelato informazioni che le associazioni dei desaparecidos e delle vittime delle torture e delle uccisioni sommarie chiedono da tempo. ''Purtroppo Videla ci lascia un grande silenzio: non ha mai voluto dire alle Madres che fine hanno fatto i loro 30 mila figli scomparsi, né alle Abuelas dove sono i 400 nipoti che ancora cerchiamo. Noi l'abbiamo sempre chiesto, ma ha mantenuto questo 'patto del silenzio' così come gli altri militari'' ha ricordato in un'intervista Manuel Goncalves, figlio di desaparecidos e rappresentante della Commissione direttiva delle 'Abuelas (nonne, ndr) de Plaza de Mayo'. ''Per noi, per l'Argentina, é molto importante che sia morto con una condanna sulle spalle - precisa -. Abbiamo potuto dirgli come società quello che pensavamo di lui. Tutti sanno e riconoscono adesso quali sono state le sue responsabilità. Fino a pochi anni fa i responsabili della dittatura morivano impuniti. Con i processi già conclusi e con quelli in corso non potrà più accadere''. ''Ci sono state fino ad oggi 400 condanne e ci sono ancora 10 processi aperti - spiega ancora Goncalves-. I tempi sono lunghi anche perché e' stato scelto di non affidare questi procedimenti sui crimini della dittatura a una giustizia speciale, ma ai tribunali ordinari. Molti militari ormai sono in cella, la tappa successiva sarà arrivare a individuare le responsabilità anche per i civili, giudici, funzionari, religiosi che hanno dato sostegno attivo alla repressione e agli abusi dei golpisti''.

L’odio per Videla e per ciò che rappresenta è ancora vivo tra la maggioranza degli argentini. Anche nella città di Mercedes, luogo dove nacque l'ex dittatore. Videla é nato il 2 agosto del 1925 in questa sonnolenta cittadina di 52mila abitanti, a 100 chilometri dalla capitale Buenos Aires. 
Ora però la comunità di Mercedes non vuole che il suo corpo venga sepolto nella tomba di famiglia del cimitero locale. All'ingresso del camposanto, in segno di protesta, sono stati esposti cartelli con i volti di 22 concittadini scomparsi durante la dittatura, di cui si ignora il destino e di cui non sono mai stati ritrovati i corpi. La sezione locale del Partito Comunista ha convocato per domani una manifestazione. "Non vogliamo ospitare i resti del maggior genocida argentina, né trasformarci in un centro di pellegrinaggio del fascismo argentino" si legge in un comunicato diffuso da un'associazione cittadina, Forja Mercedes, che chiede un chiaro pronunciamento del Consiglio comunale. Per il momento ad attivarsi é stato il responsabile municipale per i Diritti umani, Marcelo Melo, che ha portato al cimitero i cartelli con i volti dei 22 'desaparecidos', utilizzati per manifestazioni nelle scuole. 
Secondo alcune fonti la famiglia potrebbe scegliere di far seppellire l’ex militare nel cimitero privato di Pilar, alla periferia di Buenos Aires ma non ci sono conferme in questo senso. "Abbiamo sofferto talmente tanto durante la dittatura che non vogliamo che sia sepolto in questa città", ha detto un'impiegata di 55 anni di Mercedes. "Che lo buttino a mare, come ha fatto lui con noi" ha detto ai giornalisti Ayelen Mainery, una giovane abitante di Mercedes, che provocatoriamente ha proposto che l’ex dittatore faccia la stessa fine da lui riservata per anni a centinaia, migliaia di giovani oppositori politici che vennero fatti scomparire dal regime, lanciati dagli aerei – in alcuni casi ancora vivi - nel Rio de la Plata.

domenica 19 maggio 2013

Il grande calcio pe chi va de fretta. Milan-Roma 0-0

Kansas City 1927


1) Lupi a San Siro, ma a fa che, de preciso, nse sa.

2) La bella perchè bella majetta der Milan color oro saiwa.

3) Centrocampo Perrotta-Bradley ovvero Operazione Piedi Buoni

4) Lobont in porta ovvero Fratello Franco dove sei.

5) Marquinho uomo più pericoloso dopo mezz’ora ovvero le buste al potere.

6) Muntari e quer brutto problema co la caffeina.

7) Psichiatra di Muntari DIMETTITI.

8) Chiedese quanti de quelli che fanno BUU a Balotelli c’avrebbero le palle de fajelo trovandocese di fronte, e pensà che de cose brutte a Balotelli se ne possono dì talmente tante che è anche inutile arivà a esse così stronzi pe digliene una.

9) Dodò già malinconico pe la fine de st’esperienza bellissima che è il Progetto Erasmus.

10) Marquinhos aperto a mo’ de compasso se tocca la coscia e noi pensamo CAZZO ER DERBY!

11) Marquinhos se rialza e sta bene e noi pensamo CAZZO ER DERBY!

12) La vita che scorre e noi comunque CAZZO ER DERBY!

13) La superiorità numerica inutile e quasi controproducente.

14) Cherigazzino Liedholm.

15) Ercapitano che come sempre ce mette na pezza e ristabilisce l’uguaglianza numerica co na pezza.

16) Mexes morto pe alcuni minuti de quel male incurabile meglio conosciuto come “Manata”.

17) Mexes comunque sempre attivo nel sociale co la campagna “Fatte fa i capelli da un non vedente”.

18) I minuti che passano come i terzini sinsitri a Roma, senza senso.

19) Inquadrature dell’allenatore loro e giocasse subito, in anticipo su eventuali conferme ufficiali, er più facile dei “qua nun c’è proprio niente da sta Allegri”.

20) Fasse insegnà dar triplice che pure na battuta scontata può avé la sua dose de verità.

Anche qui piazza Tahrir!

Fabiana Stefanoni


Con lo sciopero del 15 maggio cresce
la lotta esemplare dei lavoratori delle cooperative


 Dopo il successo del precedente sciopero nazionale del 22 marzo, lo sciopero della logistica e del trasporto merci del 15 maggio proclamato dai sindacati di base (Si.Cobas, Adl Cobas e  Cobas) per il rinnovo del Ccnl  ha permesso alla lotta di fare nuovi passi in avanti. Le città coinvolte nello sciopero sono state persino di più di quelle del già riuscitissimo precedente sciopero nazionale, con un'estensione della lotta in nuove regioni. Soprattutto, l'adesione allo sciopero - là nelle aziende dove i sindacati sono presenti - è stata altissima, in molti casi pari al 100%, o quasi.
Una lotta animata dagli immigrati
Sono molte le lotte che percorrono il nostro Paese. Sono lotte - picchetti permanenti davanti alle aziende, scioperi prolungati, occupazioni di fabbriche - dimenticate dai mass media e che, fino ad oggi, spesso sono rimaste isolate, sia per volontà dei padroni e delle burocrazie sindacali (di Cisl, Uil e Cgil), sia per la mancanza di strutture di coordinamento in grado di unificarle. Tra tutte queste lotte, crediamo che la lotta degli operai delle cooperative del settore della logistica e del trasporto merci meriti un'attenzione particolare.
Prima di tutto, è una lotta animata da operai immigrati, cioè da quel settore della classe lavoratrice che subisce le peggiori condizioni di sfruttamento e oppressione. Sono operai tenuti sotto ricatto a causa di una legge - la Bossi-Fini - che vincola la loro permanenza sul suolo italiano al possesso di un contratto di lavoro. Un lavoratore immigrato privo di contratto diventa automaticamente clandestino e, di conseguenza, rischia la reclusione nei Cie (i famigerati lager in cui vengono rinchiusi gli immigrati privi di permesso di soggiorno) e poi l'espulsione. Questa condizione di ricattabilità della manodopera immigrata è diventata un'occasione di guadagno per centinaia di padroni e padroncini, che ne hanno approfittato per imporre condizioni di lavoro schiavistiche e calpestare vite umane.
Sei immigrato e vuoi lavorare? Bene, allora accetta quello che ti propongo e non fiatare. E' questo ragionamento che ha indotto molti padroncini a caccia di profitti facili a creare delle "cooperative" che, di concerto con committenti a caccia di risparmi facili (dalla Tnt alla Sda, dalla Gls all'Ups, ecc.), hanno istituito una variante del ventunesimo secolo di lavoro schiavistico.
Prima della straordinaria stagione di lotte dei lavoratori delle cooperative (iniziata all'Esselunga di Pioltello e alla Garticol Scarl Basiano due anni fa, poi estesasi all'Ikea di Piacenza e oggi diffusa su tutto il territorio nazionale), per questi padroni la vita era molto facile: le aziende committenti evitavano la "rogna" di assumere dipendenti limitandosi a esternalizzare il servizio a una cooperativa; la cooperativa impiegava manodopera immigrata disposta a tutto pur di lavorare. Le condizioni di lavoro? pagamenti in nero (con buste paga di zero euro in cui i soci della cooperativa risultavano in perenne aspettativa, come alla Tnt di Piacenza), retribuzioni miserrime, ritmi di lavoro estenuanti senza limiti di orario, in sfregio allo stesso Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Questi padroni e padroncini potevano contare su un fido alleato: le burocrazie dei sindacati concertativi (Cgil in testa), che, come sempre fanno, invitavano i lavoratori alla rassegnazione ("in tempi di crisi è già tanto se lavorate": un ritornello che spesso sentiamo ripetuto proprio dai burocrati della Cgil).
Le cose per i padroni sono andate bene finché questi lavoratori non hanno cominciato a organizzarsi col sindacato di base (il Si.Cobas, anzitutto): dimostrando una grande unità e determinazione, hanno dato vita a una stagione di lotte - fatta di scioperi prolungati, picchetti quotidiani davanti alle aziende e ai centri di smistamento, manifestazioni di protesta - che ha permesso di ribaltare i rapporti di forza. Le cooperative sono state in molti casi costrette a riconoscere i diritti negati, a concedere aumenti salariali e a reintegrare i lavoratori pretestuosamente licenziati.
Non è coi compromessi che si strappano vittorie
Questi lavoratori immigrati stanno dando un'importante lezione a tutta la classe lavoratrice in Italia: non è coi compromessi al ribasso, o piegando la testa davanti ai padroni, che si ottengono risultati, ma, al contrario, con la lotta dura. E quella degli operai della logistica non si è piegata nemmeno di fronte a una repressione brutale. All'Esselunga di Pioltello furono utilizzate bande di crumiri e persone pagate dall'azienda per aggredire il picchetto degli scioperanti; numerose sono state le cariche della polizia, da Basiano a Piacenza a Bologna. Molti lavoratori che hanno dato vita alle azioni di lotta sono stati licenziati, licenziamenti che il Si.Cobas ha giustamente definito "licenziamenti politici": dai lavoratori di Pioltello e Basiano, ai lavoratori dell'Ikea (poi reintegrati dall'azienda grazie al successo dello sciopero prolungato), ai recenti licenziamenti nel bolognese. Dove non arrivano licenziamenti, fioccano provvedimenti disciplinari, sospensioni, in alcuni casi (come alla Granarolo) solo per aver fatto dichiarazioni "lesive dell'immagine dell'azienda" (sic!) in un'intervista-video su youtube. Non solo: il coordinatore nazionale del Si.Cobas, Aldo Milani, ha ricevuto dalla questura di Piacenza un foglio di via dalla città. E' una misura fascista che, utilizzata contro un dirigente sindacale, dà il segno del timore che i padroni e gli apparati repressivi dello Stato borghese hanno di questa mobilitazione.
Proprio in questi giorni, la Commissione di garanzia per gli scioperi - nell'evidente tentativo di stroncare la lotta - ha dichiarato illegittimi gli scioperi delle cooperative che lavorano per la Granarolo e la centrale Adriatica (che distribuiscono il latte e riforniscono i supermercati Coop), definendo la distribuzione di queste merci "servizi pubblici essenziali". Questo significa che, secondo lo Stato dei padroni, d'ora in poi se vorranno scioperare i lavoratori dovranno rispettare la legge 146 del 1990, che prevede l'obbligo di preavviso e impedisce lo sciopero prolungato. E' una legge che è stata voluta e condivisa dalla Cgil (oltre che dalla Cisl e dalla Uil) e che oggi i padroni impiegano per impedire, anche nel privato, l'esercizio del diritto di sciopero. Come nel pubblico impiego, i lavoratori che non rispettano il preavviso rischiano sanzioni penali e, in caso di licenziamento, non hanno il diritto di rivalersi.
Una lotta contro il capitalismo
In questa vertenza non sono in gioco solo la difesa del posto di lavoro, il rinnovo del Contratto Collettivo del settore. Come i principali esponenti di questa lotta hanno più volte dichiarato: è una lotta contro il sistema capitalistico. Un sistema che, tanto più nell'attuale fase di crisi, si basa sullo sfruttamento del lavoro salariato: quanto meno l'operaio guadagna, tanto più il padrone si arricchisce. E' per questo che da questa lotta pensiamo possa nascere, anche in Italia, una mobilitazione importante, in grado di rovesciare gli attuali rapporti di forza e cominciare finalmente a segnare vittorie per la classe lavoratrice, nella prospettiva di abbattere questo sistema economico e sociale.
E' una lotta che si contrappone agli apparati burocratici sindacali concertativi e di cui i padroni (e lo Stato che li difende) hanno una grande paura. I burocrati dei sindacati concertativi spiegano ai lavoratori che "per strappare risultati bisogna abbassare il livello dello scontro". Ma i lavoratori delle cooperative conoscono invece un'altra lezione: solo non abbassando il livello del conflitto, solo restando uniti nella lotta senza accettare compromessi al ribasso è possibile difendere il posto di lavoro e sconfiggere i padroni. Persino il tentativo di imporre la cassa integrazione ordinaria (strumento spesso usato dai padroni per ridurre i compensi, depotenziare l'arma dello sciopero e isolare i lavoratori) è stato respinto all'Ikea di Piacenza.
Non sarà facile per i padroni far piegare la schiena a lavoratori che hanno davanti a sé l'esempio delle rivoluzioni in corso nei loro Paesi di origine: dal Nord Africa al Medio Oriente. E non a caso, uno degli slogan più gridati durante le manifestazioni dei facchini è: "anche qui piazza Tahrir!". Ed è proprio così: questi lavoratori la loro piazza Tahrir se la stanno conquistando, con la lotta.
Estendere la lotta e la solidarietà!
Attorno alla lotta degli operai della logistica e del trasporto merci si è creata un'importante rete di solidarietà. Numerosi sono i lavoratori, i precari, gli studenti, gli attivisti politici e sindacali, diversamente collocati, che hanno portato solidarietà concreta agli scioperi e alle lotte dei lavoratori della logistica, e tra loro con grande convinzione i militanti del Partito di Alternativa Comunista. Pensiamo che ancora non basti. Questa battaglia potrà essere vinta solo se si allargherà ulteriormente il fronte della lotta. E' necessario che la lotta dei lavoratori della logistica si unisca a quella delle altre categorie di lavoratori, del pubblico e del privato; è necessario che siano sempre più numerose le organizzazioni sindacali, politiche e di movimento chiamate a portare la loro solidarietà ai picchetti e agli scioperi; è necessario che da qui parta una mobilitazione di massa di tutto il mondo del lavoro per respingere le misure di austerità del governo e respingere la legge razzista Bossi-Fini.
Crediamo sia importante il fatto che i lavoratori della logistica abbiano partecipato alle iniziative del Coordinamento No Austerity: anche questo è un modo per allargare la rete di solidarietà attiva attorno alla loro lotta e costruire un rapporto concreto con le lotte di altri lavoratori. Soprattutto, è importante che i lavoratori della logistica abbiano portato la loro esperienza di lotta all'incontro internazionale di Parigi, da cui è nata la Rete Sindacale di Solidarietà e di Lotta (a cui anche il Si.Cobas ha aderito): ora la loro lotta è una lotta conosciuta sul piano internazionale. Il capitalismo è un sistema di sfruttamento internazionale: per questo anche la lotta per abbatterlo richiede strumenti di lotta e di organizzazione internazionali.