Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 25 settembre 2016

Facebook e Israele annunciano ufficialmente una collaborazione per censurare i contenuti sui social media

Whitney Webb  di Activist Post

Dopo le polemiche seguite alla censura che Facebook ha fatto di una fotografia famosa in tutto il mondo della guerra del Vietnam, Facebook ha accettato di “lavorare insieme” al governo di Israele per censurare contenuti che funzionari israeliani ritengano essere impropri. Facebook ha annunciato ufficialmente l’accordo di “cooperazione”, dopo un incontro che ha avuto luogo l’11 settembre tra ministri del governo israeliano e alti funzionari di Facebook. La spinta frenetica del governo israeliano a monitorare e censurare i contenuti di Facebook che ritiene inadeguati è conseguenza del successo virale di BDS, Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni, un movimento non violento globale che lavora per denunciare le violazioni dei diritti umani israeliani.



Il- successo di BDS ha colpito un nervo scoperto di Israele tanto da portare il suo governo ad approvare una legge che permette di spiare e deportare attivisti stranieri che operano in Israele e Palestina. Israele ha minacciato anche la vita di sostenitori BDS ed ha esercitato pressioni perché in tutto il mondo vengano prese misure legislative contro il BDS. Ora cercano di arginare ogni ulteriore successo BDS controllando direttamente il contenuto degli utenti di Facebook.
fb2Tuttavia il riconoscimento formale da parte di Facebook del suo rapporto con il governo di Israele è solo lo sbocco finale di un accordo su cui si è lavorato per mesi. Nel giugno di quest’anno l’ufficio israeliano di Facebook ha assunto come capo della politica e delle comunicazioni Jordana Cutler. Cutler è consulente di vecchia data di Netanyahu e, prima del suo recente ingaggio in Facebook, è stata Capo di Stato Maggiore presso l’ambasciata di Israele a Washington, DC. Facebook potrebbe aver ricevuto intimidazioni, affinché prendesse tale decisione, da Gilad Erdan, ministro israeliano di Pubblica Sicurezza, Affari Strategici e Informazione, che ha minacciato di adottare una legislazione, in Israele e all’estero, che avrebbe scaricato su Facebook la responsabilità di attacchi “di incitamento” da contenuti sui suoi mezzi di comunicazione sociale. Erdan precedentemente aveva detto che Facebook “ha la responsabilità sia di monitorare la piattaforma che di rimuovere i contenuti.”
Inoltre, come in giugno ha riportato Intercept, Israele passa attentamente in rassegna il contenuto dei post palestinesi su Facebook e ha arrestato alcuni palestinesi per i post sul sito di social media. Ha poi inoltrato le richieste di censura a Facebook che nel 95% delle volte ha accolto le richieste.
In quella che è un’evidente e preoccupante disparità, i post su Facebook che incitano alla violenza contro i palestinesi sono sorprendentemente diffusi, ma Facebook raramente censura questi post. Secondo il giornalista vincitore del premio Pulitzer, Glenn Greenwald, questa disparità sottolinea “i gravi pericoli di ritrovare il nostro discorso pubblico sopraffatto, regolato e controllato da un piccolo numero di irresponsabili giganti tecnologici”.
Con Facebook che probabilmente funziona come forza dominante nel giornalismo si ha, come conseguenza, che il suo controllo sul flusso delle informazioni diventi importante. Il fatto che una società privata con una tale enorme influenza abbia collaborato con un governo nel censurare i suoi oppositori è un innegabile passo verso il fascismo social media. Anche se una volta i social media sono stati salutati come un’opportunità rivoluzionaria per permettere alle persone normali di condividere le informazioni a livello mondiale e organizzare politicamente un cambiamento dal basso, con il permettere ai governi di censurare le loro opposizioni si minaccia di trasformarlo in qualcosa di completamente diverso.

sabato 24 settembre 2016

Newroz a Roma

A cura di Luciano Granieri.





24 settembre 2016 a  Roma si è rinnovato  il  Newroz.  Non era primavera ma la manifestazione di ieri spera di portare una primavera di libertà per il popolo curdo. Il    capodanno curdo, è la   festa che più rappresenta questo popolo. Con l'entrata della primavera si festeggia il Newroz per ricordare la vittoria degli oppressi sugli oppressori. La leggenda narra infatti che un re-orco rende il popolo in schiavitù e miseria senza mai saziarsi della sua brama di ricchezza e potere. Un giorno infausto, il re pretende dai suoi sudditi i loro figli per cibarsene. Kawa, un umile fabbro del villaggio, è padre di un bambino che viene rapito dalle guardie per fare da banchetto alla tavola del re. Kawa si ribella al triste destino di suo figlio e decide di partire alla volta del castello in cerca del tiranno per ucciderlo. Il popolo tutto allora si rianima e trova il coraggio di reagire. Il castello viene bruciato con il re dentro, il fuoco ha ridato la vita e la libertà. Il popolo è finalmente libero dalla tirannia.
In onore di Kawa e della libertà ogni anno i curdi festeggiano il Newroz. Si mangia, si beve, si balla intorno al fuoco, come tutte le feste all'origine del mondo, nella speranza che questo popolo possa vincere ancora sulla tirannia.

Il quesito truffaldino

Giorgio Cremaschi

IL QUESITO È TRUFFALDINO COME LA CONTRORIFORMA DELLA COSTITUZIONE. FANNO LETTERALMENTE CARTE FALSE PER VINCERE. DOBBIAMO COPRIRLI DI NO. E PER COMINCIARE IL 22 OTTOBRE TUTTI A ROMA PER IL NO RENZI DAY


Il quesito ufficiale del referendum costituzionale è un imbroglio sfacciato e ridicolo. Se avessero scritto: "Volete voi dire SI alla bellissima riforma costituzionale di Renzi e Napolitano e far uscire l'Italia dagli intrighi e dagli sprechi?" Se avessero messo sulla scheda gli slogan di Renzi e Boschi, sarebbero stati più onesti.
Invece hanno detto le stesse cose facendo della scheda un manifesto per il SI con linguaggio apparentemente neutro, ma in realtà così pieno di forzature, omissioni, raggiri, che è raro trovare in così poche righe.
Due erano la strade oneste ed entrambe non sono state percorse. La prima era scrivere semplicemente : "Approvate voi la legge di riforma costituzionale etc etc che modifica 47 articoli della Costituzione?" Questo sarebbe stato il modello britannico, ricordate la Brexit e il semplicissimo quesito: "Leave" o "Remain"? 
Alternativa alla via più semplice sarebbe stata quella, opposta, di fare una scheda lenzuolo che contenesse davvero i punti della legge di riforma, come avviene per i referendum abrogativi. Io avrei nettamente preferito la prima soluzione, ma anche la seconda non sarebbe stata scandalosa. Se Costituzione in una volta sola è stata riscritta in ben 47 articoli non si può far finta di niente. 
Invece la scheda seleziona tra tutte le modifiche e le interpreta pure. Non dice che triplicano a 150000 le firme per le leggi di iniziativa popolare. Né che per il referendum abrogativo si può arrivare a 800000. Non dice che il Senato viene ridotto, ma che nessuno dei cento senatori rimasti sarà eletto direttamente dai cittadini. Non dice che la Camera resta nel numero esatto di prima, e che però il governo avrà più poteri su di essa. E che su cosucce di poca importanza come la dichiarazione di guerra le procedure sono semplificate. La scheda non dice che le modifiche al titolo V hanno tutte lo scopo di dare più poteri al governo, sottraendoli a comuni e regioni, su questioni decisive come la salvaguardia del territorio. Ricordate le trivelle? 
La scheda di propaganda sulla quale dovremo votare dimentica e nasconde molte cose contenute nei 47 articoli della Costituzione che vengono radicalmente cambiati. Però trova modo di chiedere in più ai cittadini se sono d'accordo di ridurre i costi delle istituzioni. 
Qui la malafede tocca i vertici. Quanta è la riduzione dei costi, dove avviene, come si fa? Secondo molte fonti, anche istituzionali, la riduzione dei senatori e l'abolizione del CNEL dovrebbero comportare il risparmio annuale di 50 milioni di Euro. Circa 80 centesimi a cittadino, o se vogliamo essere più polemici, meno della metà del costo di un solo bombardiere F35 e ne compriamo 90. 
Ma non siamo fiscali, si vota sul principio natutalmente. Volete diminuire i costi delle istituzioni? Dice un presidente del consiglio che si è fatto comprare l'aereo per competere con Obama. 
Questo quesito referendario è la degna sintesi di un gigantesco raggiro ed è anche il segno del degrado gravissimo della nostra democrazia. Solo in un paese a deriva autoritaria il governo può devastare la Costituzione col voto di fiducia di un parlamento incostituzionale E la scheda è degna immagine di questa deriva. 
Bisogna coprire di NO questa scheda truffaldina, e mobilitarsi per cacciare il suo artefice. Per cominciare tutte e tutti a Roma il 22 ottobre per il NO RENZI DAY.

Ps: Sotto la scheda truffaldina trovate le parole degli operai "Skatenati" della Elettrolux di Susegana. Non c'è altro da aggiungereorgio


 Per vedere  il  clicca qui CONFRONTO RENZI TRAVAGLIO


ART-70 video di Luciano Graneri.



Dal Venezuela: non è una bugia, stiamo morendo di fame!

Rosa Cecilia Lemus 

Alberto, un giovane lavoratore con due bambini piccoli, è realmente sconvolto. “Tutto ciò è criminale”, afferma. E non c'è meravigliarsi, di fronte alla mancanza di alimenti basilari e di latte per i suoi bambini: il “nutrichicha” prodotto in Venezuela, che lui acquistava al mercato, ora è troppo costoso per poterlo comprare. “Non è una bugia: stiamo morendo di fame; gli adulti si stanno abituando a fare solamente due pasti al giorno, ma i bambini…”. Insiste: “questo è criminale”. Fa riferimento ad alcuni numeri, ed i cosiddetti “Prezzi equi” di Maduro non esistono più. Tra la speculazione e l'inflazione, calcolata in una percentuale superiore al 700% per il 2016, il bolivar svalutato [moneta venezuelana] è insufficiente ad acquistare qualsiasi cosa. “Inoltre”, dice Alberto, “il nostro sindacato concordò un aumento salariale del 20%, ed il governo ha decretato un aumento del 50% per tutti i lavoratori, così noi avremmo diritto ad un aumento del 70%; i padroni invece affermano che l'aumento sarà solamente del 50%; vogliono eliminare l'accordo del 20% previsto dal contratto collettivo”.
Centinaia di migliaia di persone si trovano nella stessa situazione di Alberto. Devono aspettare lunghe file solo per prendere un pacco di zucchero o di farina, e persino il pane. E, a seconda del particolare genere alimentare, le file si fanno in posti diversi. A un confine della città si può trovare zucchero, all'altro si può comprare la farina. File enormi per un solo prodotto, e questo quando sei fortunato, poiché se quando arriva il tuo turno il prodotto è finito allora dovrai ricominciare daccapo. Vi è carenza anche di medicine, per non parlare dei prodotti igienici. La soluzione salina  fisiologica, necessaria per i bambini, può costare oltre 6000 bolívar, una confezione di latte oltre i 5000, quando il salario minimo è di 22.000 bolívar. A giugno, il paniere è stato calcolato in 365.101 bolívar. Quindi, una famiglia di cinque membri avrebbe bisogno di 16 salari minimi per sopravvivere.
Il malcontento della popolazione, specialmente dei lavoratori e dei poveri, è assolutamente logico. Il salario minimo non è suffiente nemmeno per una scorta quotidiana di latte. Ma ci sono ancora alcuni ammortizzatori: il voucher per il cibo, che è una specie di bonus, aumenta un po' il reddito e  in certi casi lo duplica o triplica, a costo però di tenere basso il salario, dato che questo bonus non è un fattore salariale. In confronto al cibo, il trasporto è molto conveniente. È facile vedere persone portare molte banconote in una borsa, perché il valore è davvero nullo. Qualcuno dice che se le cose continuaneranno ad andare in questo modo, bisognerà trasportare le banconote svalutate in una carriola. 
L'ira contro Maduro cresce  
Per le strade, lungo le file per il cibo, in famiglia e nelle riunioni nei quartieri, nelle fabbriche non si parla di altro. Le persone si sentono umiliate, dicono di non aver mai vissuto una situazione così penosa come quella attuale. Vogliono che Maduro si faccia da parte. I discorsi sulla “difesa della rivoluzione chavista” sono sempre meno credibili, così come quelli relativi al “complotto” e al “tentativo di golpe”. Ad esempio, i giorni prima dell'occupazione di Caracas promossa dalla Mud [Tavolo di unità democratica] che raggruppa settori diversi della borghesia tradizionale - eredi dei vecchi partiti Copei e Ad -, il governo annunciò attraverso i media, e specialmente in televisione, che per il primo settembre la destra preparava un colpo di Stato contro il governo. Il governo fece arrestare dei dirigenti della Mud, ai quali sarebbero stati sequestrati esplosivi e materiale bellico. Creò un clima di tensione e paura di fronte a possibili azioni violente, denunciando di aver fermato 500 miliziani paramilitari provenienti dalla Colombia a pochi metri da Palazzo Miraflores (il palazzo governativo). Il governo, in risposta alla mobilitazione lanciata dalla Mud, affermò che se quest'ultima avesse occupato Caracas le forze governative avrebbero occupato il Venezuela, promuovendo allo stesso tempo in importanti città delle mobilitazioni che hanno avuto scarsa partecipazione. In altre parole, il governo di Maduro ha usato due tattiche di fronte alla marcia del primo settembre: creare un'atmosfera di terrore e, dall'altro lato, mostrare che ha ancora l'appoggio della popolazione. Nessuna delle due tattiche ha funzionato: la marcia del primo settembre, promossa dall'opposizione borghese, è riuscita a canalizzare il malcontento. 
Le masse si stanno rivolgendo alla destra?  
Attraverso il Viale Sabana Grande fino al Viale Miranda [centro di Caracas], fin dalla prima mattina, le persone cominciarono ad arrivare dalle stazioni metro. Gruppi di 30, 50 o più persone urlavano slogan contro il governo, ed iniziavano la loro marcia verso il Viale Miranda. Un fiume di persone che camminavano gridando: “cadrà, cadrà, questo governo cadrà!”. Mentre sul palco allestito a Chacao [uno dei cinque comuni che compongono il distretto metropolitano di Caracas; ndt], i leader della Mud rivendicavano il referendum revocatorio [per destituire Maduro; ndt]. Persone di ogni tipo erano presenti alla manifestazione: un settore della classe medio-alta, del tutto convinta che la caduta di Maduro ed un governo della Mud siano la soluzione alla crisi (loro hanno sempre odiato il chavismo, in quanto pensano che le sue politiche di sussidi a settori poveri della popolazione abbiano portato il loro amato Venezuela alla crisi); ma c'erano anche molte persone provenienti dai quartieri poveri di Caracas e da altre città che fino a pochi anni fa sostenevano il chavismo, e che oggi sono deluse dalla crisi paurosa generata dal chavismo, specialmente dal governo di Maduro, e l'unica cosa di cui sono sicuri è che non vogliono più questo governo. Loro vedono nel referendum revocatorio una via per far cadere Maduro.
La borghesia di opposizione, raggruppata nella Mud; quella i cui leader sono i figli della borghesia che da anni sfrutta ed opprime i lavoratori e le masse popolari venezuelane; quella dei blocchi del governo di Carlos Andrés Pérez, di Caldera ed altri; quella borghesia oggi si ricicla e si presenta con facce nuove come quella che salverà le persone da una delle crisi più profonde, non solo in Venezuela ma anche in altri Paesi dell'America Latina nei quali i cosiddetti governi “alternativi”, siano di fronte popolare come quello del Pt in Brasile o nazionalisti borghesi, come quelli del chavismo, di Morales in Bolivia, di Bachelet in Cile, di Kirchner in Argentina, di Correa in Ecuador, sostenuti e difesi dalla maggior parte della sinistra latinoamericana, stanno mostrando la loro vera natura. Non hanno mai smesso di essere governi borghesi al servizio del capitalismo. Stanno mostrando che il capitalismo non ha un volto umano e che le loro politiche (qualche sussidio e concessione alle masse impoverite) non cambiano la natura borghese dei loro Stati, né la natura capitalista delle loro economie. Stanno mostrando che il loro nazionalismo ricalcitrante non li protegge dalla crisi imperialista globale, e le loro economie nazionali, dipendenti dell'imperialismo, sono giunte alla crisi recessiva.
Non sono le masse che si rivolgono alla destra. Le masse stanno lottando contro gli effetti devastanti delle politiche capitaliste, e si mobilitano contro i governi che le implementano, ma sfortunatamente non riescono a trovare una guida forte, che le conduca a uno sbocco rivoluzionario, a sinistra di quei governi; perché la larga maggioranza della “sinistra” ha capitolato, e continua a capitolare, a questi governi “alternativi”. I sinistri riformisti presentano alle masse il “meno peggio” come un'alternativa; hanno diffamato i concetti di rivoluzione e socialismo. Per loro, la rivoluzione si fa attraverso i voti, e per costruire il socialismo non è necessario realizzare una vera rivoluzione sociale; non c'è alcun bisogno di cambiare la struttura della società o dello Stato: è sufficiente per loro “prendere il potere” attraverso le elezioni. Questa è la vera ragione per cui le masse non vedono alternative, e la borghesia cavalca i processi della lotta di classe. Questo è il motivo per cui quelle forze politiche sono state abbandonate dai lavoratori e dai settori più sfruttati ed oppressi. È inaccettabile che la sinistra riformista biasimi le masse “perché si stanno rivolgendo alla destra”, dato che ciò è semmai il risultato dei suoi progetti fallimentari volti ad abbellire il capitalismo. Ecco cosa sta accadendo in Venezuela, in Brasile e negli altri Paesi latinoamericani: quando i rivoluzionari prospettano la necessità per le masse – e, fra queste, i lavoratori e la classe operaia – di sconfiggere questi governi con una mobilitazione indipendente, la sinistra riformista ci accusa di capitolare all'ala destra. 
Costruire un'alternativa alla Mud e al chavismo
La Mud sta strumentalizzando il sentimento legittimo delle persone contro il governo di Maduro. Lo usa per far pressione sul governo affinché venga approvato un referendum revocatorio. Si è mobilitata il primo settembre, e adesso fa appello per un'altra mobilitazione per il 14 settembre, stavolta nelle città principali. Sa che le persone che manifestarono il primo settembre, di fronte alla risposta di Maduro di voler tenere il potere e di posticipare ulteriormente il referendum, sta pensando: “e adesso?”. Ecco perché ora la Mud chiama la gente ad una nuova mobiitazione. Ma allo stesso tempo percepisce il pericolo di perdere il controllo della mobilitazione stessa e di essere scavalcata. Per questo motivo, la sua politica consiste nel promuovere manifestazioni per poi però canalizzare tutto sul terreno elettorale (lo hanno mostrato chiaramente in occasione dell'ultima mobilitazione). Ora la Mud pone la liberazione dei suoi prigionieri politici come rivendicazione principale. Non è interessata alla sorte delle persone che soffrono la fame; le usa per controllare il governo, al fine di applicare i piani di aggiustamento richiesti dal Fmi.
Esiste la possibilità di un'esplosione sociale. La situazione oggettiva si esaspera ogni giorno di più, e tutto mostra come il governo di Maduro non abbia la capacità di risolvere rapidamente il problema della mancanza di cibo e delll'inflazione crescente, così come quello della speculazione da cui traggono profitto alcuni settori fra cui i militari, responsabili col Ministero della difesa del piano di distribuzione e controllo del cibo.
Ha cominciato ad emergere, a sinistra, un settore ancora piccolo, minoritario, che avanza un programma di difesa dei lavoratori e dei poveri, e propone una via d'uscita dal versante dei lavoratori, diversa da quella perseguita dal Psuv e dalla Mud. È la piattaforma delle persone che  lottano e dei critici del chavismo. Diversi settori si sono raccolti attorno a questa piattaforma, proponendo un'alternativa politica ad entrambi i settori borghesi in competizione. È uno sviluppo ancora embrionale, ma è la migliore opportunità per proporre che siano i lavoratori, gli sfruttati e gli oppressi, dal basso, coloro i quali da sempre sono vittime dello sfruttamento capitalista, a prendere il loro destino nelle proprie mani. Che siano loro, attraverso una mobilitazione indipendente, ad offrire un'alternativa rivoluzionaria alle masse popolari venezuelane. Questo raggruppamento punta ad unificare le lotte dei lavoratori, cosa a cui nessuno è interessato. È composto dal chavismo critico; da un settore di Marea Socialista che ha rotto col governo di Maduro; dal Psl [Partito socialismo e libertà]; dall'Ust [Unità socialista dei lavoratori, sezione venezuelana dalla Lit-Quarta Internazionale], dal collettivo popolare Toromayma, e inoltre da compagni organizzati in sindacati e collettivi di lotta popolare.
Noi della Lit-Qi mettiamo il massimo dell'impegno per sviluppare questa potenzialità. 
(traduzione dallo spagnolo di Muro Buccheri)

venerdì 23 settembre 2016

"Black Music" la musica resistente nell’America degli anni ‘60

Luciano Granieri


Dallo scontro nasce la creatività. E’ una trasposizione del pensiero eracliteo  a cui l’evoluzione musicale degli Stati Uniti negli anni ’60,  determinata dalle lotte per i diritti civili e  per  l’eguaglianza sociale, dà piena e incontrovertibile legittimità. L’elemento veramente fondante del processo conflittuale di quel decennio è costituito da un fatto  innovativo enorme.  Le  lotte dei neri e delle altre minoranze per i diritti civili e per una vita dignitosa, confluiscono  in un unico grande conflitto. Quello che si  coagula sotto le ragioni dell'antimperialismo.


Il contesto storico e sociale
La paura del "rosso", messo fuori legge dal  "Comunist Act" del 1954, non fu mai percepita  sul serio dalla società americana. Era un sotterfugio per bollare come  comunisti coloro i quali non erano contigui alla  borghesia statunitense . Ma  dopo la rivoluzione cubana del 1959, che aveva rovesciato la dittatura di Fulgencio Batista e consacrato l’era di Fidel Castro, il pericolo comunista era arrivato  due passi dalla Florida. Non è da sottovalutare  l’aspetto per il cui il Lider Maximo aveva cacciato dall’isola i gangsters americani i quali facevano affari con la droga,  la prostituzione, e  soprattutto aveva espulso le multinazionali che a Cuba erano  diventate  padrone di tutto . A questa improvvisa minaccia per l’establishment si unirono le violente  proteste delle classi subalterne contro l’ingiustizia sociale  e la ghettizzazione. Sommosse    che non erano alimentate solo dai neri, ma dal proletariato in generale.    Da  Harlem, ma anche dai   ghetti di  Chicago, Filadelfia, Dayton , Atlanta,  si sollevò  una rivolta generalizzata. Lo storico Charles Silberman nel suo libro  “Crisi in bianco e nero, il problema negro negli Stati Uniti”  ha scritto : “ I dimostranti erano i disoccupati, i poveri, gli analfabeti, coloro i quali avevano sempre represso il loro odio  per salvare la pelle. Essi non avevano partecipato alle pacifiche dimostrazioni  condotte da Martin Luther King e dai suoi sostenitori , che del resto non li volevano tra le loro file”. Il batterista Kenny Clarke,  descrivendo gli aspri incidenti di   Harlem del 1964 affermò : “L’estate del 1964 portò violente proteste nei ghetti delle città d’America, non sottoforma di mobilitazione di una vera e propria forza,  ma come scoppio di una rivolta spontanea. Non fu un sommossa razziale  nel senso di una folla di negri lanciati all’assalto di una folla di bianchi, tuttavia il fatto razziale fu  preponderante. Gli  incidenti di Harlem  del 1964 furono più spaventosi di una sommossa razziale”. L’invettiva si rivolgeva in modo incontrovertibile alla borghesia in generale,  compresa quella di colore.   Esisteva  , infatti,    una middle class nera, il cui archetipo era l’attore Sidney Potier,   e lo ziotomismo   era un atteggiamento consolidato  nelle espressioni artistiche,  nella musica in particolare.  Louis Armostrong fu un tipico esponente del fenomeno.  La borghesia nera  rifiutava apertamente il  contatto con la grande massa di gente dal loro stesso colore di pelle  relegati nei ghetti.  Essi consideravano i neri del sottoproletariato povero  come individui incapaci, che non avevano “saputo” accettare sia le regole della società stessa,  che la sua religione dell’acquiescenza. A fianco delle rivendicazioni per i diritti civili e sociali, montava la protesta contro la guerra in Vietnam . Il popolo vietnamita era considerato vittima dell’imperialismo alla  stessa stregua del proletariato, bianco o nero che fosse. La protesta contro l’America   delle multinazionali e della vessazione verso le classi più povere,  proliferava anche nel mondo accademico bianco . Nell’università di Berkley,   situata  nella iperconservatrice California, si ebbe nel 1964 una prima significativa occupazione. Gli studenti chiedevano di poter intervenire sui metodi d’insegnamento, sulla finalità della ricerca universitaria,  di poter usare l’ateneo per discutere dei problemi di fondo della società.  In quel periodo l’università usufruiva di un finanziamento annuo di 650 milioni di dollari utilizzato dai docenti per far eseguire agli studenti  ricerche finalizzate all’attività bellica. Il collegio dei reggenti era composto dall’amministratore delegato  della Bank of America , del vice presidente della Lockheed e da altri manager  illuminati del mondo economico  e finanziario.  Uno dei leader studenteschi Mario Savio, in merito all’occupazione dell’università così si espresse: “L’estate scorsa andai nel Mississippi per partecipare alla battaglia per i diritti civili. Alcuni crederanno che i campi di battaglia siano diversi. Non è vero. Si tratta di una lotta contro lo stesso nemico, una minoranza potente e autocratica  che opprime una larga maggioranza praticamente inerme”  Dunque questa potente aggregazione di conflitti costituì lo sfondo sociale su cui si sviluppò un movimento musicale di protesta imponente.  Gli indirizzi sonori che il popolo di Harlem usò come vessilli  di lotta furono due, il rhythm’n’blues ed  il free jazz o new thing. Espressioni  forti ma dalle caratteristiche e dalle potenzialità rivendicative molto diverse. A queste si affiancherà il folk song bianco il cui precursore fu  l’anarcoide Woody  Guthrie. Bob Dylan e Joan Baez furono i musicisti più rappresentativi. Ma la trattazione che ora vogliamo sviluppare riguarda la musica nera.


Il  Rhythm’n’blues
Le Roi Jones ne  “Il popolo del blues “ offre  una sintetica ma efficace rappresentazione di questo stile: “Il R&B rappresentò una sorta di frenesia  e di volgarità  sconosciuta alle vecchie forme del blues . Come se la guerra avesse cancellato d’un tratto quella patina umanistica euro-americana che la musica afroamericana aveva assorbito. I cantanti di R&B  dovevano letteralmente urlare per non essere sopraffatti dal fragore degli strumenti elettrici  e dal crepitio delle sezioni ritmiche. Il blues era sempre stato musica vocale , e anche se l’accompagnamento strumentale rientrava nella tradizione, la voce umana doveva combattere, urlare per essere udita” . Combattere e urlare era ciò che facevano i neri nei ghetti per sopravvivere.  Nella voglia di urlare  si può intravedere anche una sorta di scontro generazionale . Per i giovani neri il dinamismo del R&B  incitava alla lotta, a scendere in strada per rivendicare con forza i propri diritti calpestati. Atteggiamento in pieno contrasto con i lamentosi rimuginamenti del blues che aveva accompagnato la vita della generazione precedente. Nel blues  le madri e i padri dei giovani contestatori vedevano più una forma intimistica dove rifugiarsi nel rassicurante alveo delle  proprie radici.  La  nuova espressione trovò  un’ampia diffusione grazie anche alla sua struttura musicale estremamente semplice.  Da Harlem si trasmise  in tutti gli altri ghetti d’America,a Detroit a Chicago, a Filadelfia a Baltimora. La musica di Muddy Waters,  Otis Redding, Ray Charles, Aretha Franklin e molti altri,  divenne  la colonna sonora delle proteste antirazziali nei ghetti.  I combattenti neri del Black Panther Party  e di altre simili organizzazioni fecero del R&B la loro musica distintiva. In realtà  i protagonisti del R&B, pur inviando messaggi politici e descrivendo bene la loro condizione subalterna, dalla quale volevano affrancarsi , raramente uscivano dall’ambito musicale per  rivendicare i propri diritti . Come sempre accade nel mondo culturale americano, dopo una breve resistenza al musical business il R&B, grazie alla sua  struttura  genuina ed accattivante,  divenne fonte  di enormi affari per i bianchi. Il successo commerciale, ovviamente,   determinò la completa depurazione dei brani   dalle note conflittuali, ne venne depotenziata, fino ad annullarla, la valenza di forte contestazione .  Il caustico R&B aprì la strada al rock and roll, una miniera d’oro  per il musical buisiness bianco. Ancora  una volta i bianchi si erano impossessati di una originale espressione nera per realizzare immani guadagni. 



La New thing, il free jazz.
Alcuni musicisti, nati e cresciuti attraverso il R&B, decisero di compiere un passo ancora più conflittuale inserendo la protesta proprio nel modo di concepire la composizione musicale.  Ne nacque un’espressione tipicamente jazzistica ma del tutto rivoluzionaria,  inizialmente definita come New  Thing o Black Music . Alcuni protagonisti,  fra i più politicizzati di questo stile,  avrebbero voluto non utilizzare il termine jazz nel qualificare la nuova musica.  Un termine  che aveva consentito appropriazioni e mistificazioni da parte dei bianchi per cui il popolo nero non la riconosceva più come sua. L’atteggiamento zio tomistico del “Jim Crow” che si esibisce per compiacere i bianchi,  era un retaggio che non doveva più esistere.  Il sassofonista Archie Shepp, una delle icone del nuovo jazz ebbe a dire in un’intervista “E’ finita per i figli dei bianchi: non balleranno più con la musica  del pagliaccio nero. E’ finita con i battelli del Mississippi  e le sale da ballo di Chicago o di Manhattan, con lo sfruttamento, con l’alcool, con la fame, con la morte. E’ durato cinquant’anni il viaggio del nero verso il Nord. I figli del battelliere  e dell’emigrante hanno valicato i confini folkloristici del jazz” In realtà storicamente oltre che New Thing si continuerà ad usare la parola jazz per definire il nuovo corso. Ma a jazz si anteporrà il termine  free. New thing e free jazz quindi. Un’operazione  di abbattimento  dei confini   armonici  e melodici,  operato grazie allo studio  e alla conoscenza profonda della musica (per distruggere qualcosa bisogna conoscerla profondamente). Strutture musicali  che, nella vita  del ghetto,  erano    la metafora degli staccati innalzati dall’ingiustizia sociale, dall’arroganza imperialista. Veri e propri muri eretti  contro il  dispiegamento di una  vita dignitosa e libera. Free appunto. Molti musicisti  di  free jazz, dopo essersi fatti le ossa nei gruppi di R&B,  avevano studiato,  si erano  diplomati nei conservatori. Ciò che è riportato sulla  copertina del disco “Free Jazz”, il manifesto della nuova musica inciso dall’alto-sassofonista Ornette Coleman nel dicembre del 1960,   offre una precisa descrizione di quale fosse il significato di tale linguaggio: “Free jazz a collective improvisation by the Ornette Coleman Double quartet”.  Nell’improvvisazione jazzistica tradizionale  esiste un tema, un giro armonico su cui i musicisti improvvisano. Nel caso di free jazz, si parte direttamente dall’improvvisazione,  la quale ogni tanto esprime dei temi su cui ci si sofferma, per poi riprendere ad inventare   di nuovo liberamente. In pratica ne sortisce un’improvvisazione fiume di 38 minuti. E’ la libertà assoluta divisa nelle due facciate del disco “free jazz 1” “free jazz 2”. E’ quella libertà basata sul rifiuto di ogni valore prestabilito, allo stesso modo in cui gli avvenimenti della società in quegli anni dicevano all’allibito cittadino americano, aduso a considerare immutabili  certi valori, che quei valori  - tutti- dovevano essere messi in discussione, e nulla doveva essere considerato intangibile.  Per completare il discorso su free jazz citiamo i componenti dei due quartetti : Il primo allineava  Don Cherry alla tromba, Coleman al sax alto, Scott  La Faro  al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria, il secondo Freddie Hubbard alla tomba, Eric Dolphy al clarino basso, Charlie Haden al  contrabbasso, Ed Blackwell alla batteria. In realtà il discorso politico legato consapevolmente alla musica jazz era nato già nel decennio precedente con il tenor-sassofonista Sonny Rollins. Anche il contrabbassista Charlie Mingus fu jazzista politico, fra l’altro Eric Dolphy , uno dei protagonisti di free jazz,   si fece conoscere proprio nei jazz workshops mingusiani. Al batterista  Max Roach e alla moglie, la cantante  Abbey Lincoln, si deve la prima suite dove si inneggiava alla libertà sociale associata alla libertà musicale . Il titolo è inequivocabile. Freedom now suite.   I musicisti free più politicizzati avevano maturato una vera e propria ideologia antimperialista. Dalle rivendicazioni del ghetto passarono  direttamente al marxismo, perfettamente consapevoli delle grandi contraddizioni che flagellavano il clima internazionale . Al pianista Cecil Taylor  un giornalista chiese se appartenesse ai Black Muslim o al Black Panther Party. Egli rispose perentoriamente: “Nooo…..I’m marxist”. Sempre nella stessa intervista rilasciata in occasione del primo concerto di Taylor  in Italia a Bologna, il pianista, commentando una manifestazione  organizzata dai francesi contro la guerra in Vietnam,  osservò” Ma come fanno i francesi a giustificare le loro manifestazioni contro la guerra in Vietnam, tenendo conto del loro atteggiamento , della loro condotta in Algeria, e quando essi sono fra i maggiori fornitori di armi al governo razzista dell’Africa del Sud?”.  Il già citato Archie Shepp fu un altro artista estremamente politicizzato. Come molti freeman si formò nei gruppi di R&B, per poi, nel 1960, costituire un sodalizio consolidato proprio con Cecil Taylor. Tutta la sua musica ed il suo comportamento sul palco sono un vero manifesto politico. Il tenorsassofonista,  nato in Florida nel 1937,  alla  stregua di molti musicisti del free iniziò  ad affermarsi in Europa,  a Copenhagen per l’esattezza,  con il suo gruppo “New York Contemporary Five”  composto da: Don Cherry alla tromba, John Tchicai al sax alto , Don Moore al contrabbasso,  e J.C. Moses alla batteria. Shepp si presentava sul palco ricoperto dal daishikj, un  abito  di origine  swahili. Emblematico in questo contesto il brano The Funeral  esplicitamente realizzato in memoria di Medgar Evers il segretario dell’Naacp assassinato dai razzisti. Archie Shepp è anche un notevole poeta e commediografo. Ha composto testi da sovrapporre alle sue musiche come ad esempio Malcom, Malcom always Malcom, chiaramente dedicato a Malcom X. Nel panorama free lasciarono un segno indelebile anche musicisti che cercavano di risolvere la precarietà che la società imponeva loro, in quanto neri,  attraverso una esasperata rivoluzione mistica. E’ il caso di John Coltrane.  Il sassofonista nato ad Hamlet in North Carolina nel 1926, fu realmente il primo a proporre un linguaggio nuovo. Nel disco Kind of Blue registrato con Miles Davis nel 1959 Coltrane iniziò ad esplorare le strade dell’improvvisazione modale. Continuò poi la propria ricerca con gruppi propri, il più famoso vide come suoi compagni di viaggio Mc Coy Tyner al  pianoforte, Elvin Jones alla batteria Art Taylor e Jimmy Garrison al contrabbasso e l’immancabile Erich Dolphy al clarinetto basso. Coltrane fu uomo estremamente religioso  affascinato dalle religioni indiane  , la sua ricerca espressiva  si concentrò  proprio sullo studio delle tecniche strumentali indiane. Tanto che dopo l’incisione di capolavori come Africa Brass, Spiritual o Alabama,  legate ancora alla radici blues e  comunque comprese nell’area free, nel 1965 e nel 1966 realizzò  A love supreme (a cui partecipò anche lo stesso Archie Shepp),   Ascension , OM.  Opere ispirate al misticismo orientale. Fu la prima volta nella storia del jazz che delle incisioni si staccassero completamente delle radici africane e afroamericane.  La rivoluzione mistica fu tipica anche del linguaggio dell’allievo di Coltrane   Farrell “Pharoah” Sanders.  A differenza del R&B il free non ebbe mai una presa e una diffusione tale da trasformarlo  in una bandiera per la lotta di un popolo che stava combattendo duramente per la propria dignità.  Il Free jazz era indubbiamente una musica “contro”, qualificata non solo dalle dinamiche musicali ma anche dalle dichiarazioni e dagli atteggiamenti dei jazzisti che lo suonavano. Citiamo ancora Archie Shepp: “ Il jazz è contro la guerra, contro quella del Vietnam, perché è per Cuba, per la liberazione di tutti i popoli . Perché il jazz è una musica nata essa stessa dall’oppressione, è nata  dall’asservimento del mio popolo”.  Una musica così smaccatamente “contro” negli Stati Uniti  naturalmente venne presto  cancellata  dai circuiti musicali, costringendo i suoi interpreti a trasferirsi in Europa. Qui a differenza degli Stati Uniti il movimento giovanile studentesco del ’68, in particolare in Francia, si riconosceva pienamente negli stilemi anticonformisti e dissacratori del free. Non solo in Francia il nuovo jazz trovò diritto di cittadinanza. In Danimarca il Jazhus Montmatre di Copenaghen sarebbe diventato un punto nevralgico per la diffusione della musica d’avanguardia. Stesso successo si ebbe in Germania dove l’etichetta discografica ECM, si incaricò di  dare spazio in sala d’incisione, a tanti  freeman. Anche in Italia, il movimento d’avanguardia ebbe un buon successo, esprimendo musicisti notevoli , Enrico Rava, Paolo Diamani, Gianluigi Trovesi, fra gli altri.


Morale della favola

Siamo dunque giunti alla fine di questo percorso musicale. La black music negli anni ’60 in America costituì una svolta culturale di rottura come poche  altre. Il filone free continuò anche negli anni ’70 con gli Art Enesemble of Chicago,  il trombettista Don Cherry, e altri musicisti, ma la  granitica società borghese americana, basata sui valori consolidati della razza bianca e di un ipocrita perbenismo conformista,   aveva ancora una volta imposto la sua  dura legge.  Il R&B, pur lasciandoci molte incisioni memorabili si consegnò allo  show business , prese ogni sua forza d’urto diventando uno dei filoni che generarono il miliardario, per agenti e musicisti,  rock  and roll . Il  free jazz fu praticamente sfrattato dagli States costringendo gli artisti  o a ritirarsi dalla scena o ad emigrare in Europa.  Al di la di ogni considerazione di tipo artistico, sociale e politico è un fatto che da quel decennio di conflittualità nacque una forza  musicale creativa senza pari.   Archie Shepp nel 1965 ebbe a dire  “Le manifestazioni del jazz debbono essere sviluppate per farle coincidere con un contesto artistico, culturale, sociale ed  economico completamente nuovo.  Non si può negare che la nostra musica e i suoi successivi sviluppi abbiano le radici nelle strutture sociali”. Lo sviluppo auspicato da Shepp non si è ancora realizzato e forse mai si realizzerà  .   E’  un fatto però  che la forza creativa del free condizionò tutta la musica che venne dopo,  anche  quella colta europea. Per  un’espressione folklorica  come quella afroamericana questo tipo di colonizzazione di ritorno è estremamente significativa  sulla ineluttabilità  della contaminazione culturale e dell’abbattimento dei confini   espressivi ed artistici. Questi muri sono stati abbattuti, ora si aspetta di abbatterne altri, quelli   razzisti che stanno ingolfando  i confini della Nazione americana  con il Centro America  e degli Stati Europei. Barriere  innalzate  per evitare   che immigrati, vittime delle guerre e delle privazioni ordite dall’imperialismo occidentale  giungano a turbare il quieto e ipocrita scorrere della vita borghese di tutti i giorni.  

Di seguito abbiamo selezionato tre brani espressione del R&B del free politicizzato e del free mistico. Muddy Waters, Archie Shepp e John Coltrane ne sono i protagonsti.
Good Vibrations.





mercoledì 21 settembre 2016

L’AREA DI CRISI COMPLESSA CERTIFICA IL FALLIMENTO DELLA POLITICA DEGLI ULTIMI ANNI E DEVE ESSERE UTILIZZATA PER RIPARTIRE NON PER AUTOCELEBRARSI

Ufficio Stampa Deputato Luca Frusone Movimento 5 Stelle


“È notizia di questi giorni il riconoscimento del territorio della provincia di Frosinone come Area di Crisi complessa. Un riconoscimento che sicuramente potrebbe essere un punto importante da cui ripartire e che potrebbe dare una boccata d’ossigeno, ma che dall'altra parte consacra il fallimento di tutte le politiche che si sono susseguite sul territorio negli ultimi anni. Praticamente la maggior parte dei politici che nei giorni precedenti, hanno gioito per questo riconoscimento, dovrebbero più che altro fare un mea culpa.” – a dichiararlo è il deputato Frusone del M5S, che continua – “Sono però preoccupato per l’iter che il decreto sta seguendo. Non vorrei che si ripetesse il caso dell’accordo di programma, il quale ancora oggi non si sa bene come stia andando avanti e quali ricadute abbia effettivamente avuto su questo territorio a livello occupazionale. Ad oggi infatti, non ho ancora avuto la possibilità di leggere il testo del decreto e dall’ufficio gabinetto del Ministro Calenda, arrivano notizie sull’impossibilità di rendere per il momento il testo pubblico, in quanto ancora al vaglio dell’organo di controllo ministeriale. Quando sarà disponibile, dunque, non è dato saperlo. Quello che mi è stato inviato è l’elenco dei comuni interessati, che sono quelli che fanno parte del cosiddetto SLL (Sistema Locale del Lavoro) Frosinone, un’area suddivisa in 37 comuni della provincia di Frosinone e 9 comuni della provincia di Roma. Attendo comunque fiducioso.” – “In compenso ho saputo dai giornali che venerdì è stato convocato un tavolo dall’Assessore regionale al Lavoro Valente, di cui al momento ignoro le motivazioni. Negli articoli di stampa è stato evidenziato che sarà un tavolo cosiddetto “tecnico”, dunque si è precluso, forse anche giustamente, ai rappresentanti politici di partecipare. Quello però che non comprendo è perché non sia stata invitata una rappresentanza di vertenza frusinate. Se si deve parlare e discutere del grave quadro di crisi occupazionale del territorio sarebbe opportuno che anche loro, che hanno deciso di auto rappresentarsi, dal momento in cui gli stessi sindacati hanno perso di vista in questi anni la loro funzione e ruolo, partecipino.” – e conclude – “Il nostro territorio, come l’intero Paese, è stato governato da politici incompetenti e con pochi scrupoli e per questo ha già pagato abbastanza, se ci si muove insieme con responsabilità forse qualcosa potrà cambiare, diverso sarà se si continua ad autolegittimarsi attraverso slogan, annunci elettorali e strumentalizzazioni. Spero davvero che ci sia un cambio di passo reale, lo sperano tutti.”

domenica 18 settembre 2016

Il “NO sociale” chiama a due giorni di mobilitazione nazionale


Un-No Renzi Day e uno sciopero generale che declinino il carattere sociale del No nel referendum sulla controriforma costituzionale voluto dal governo. Due giornate di mobilitazione per il 21 e 22 ottobre che portino in piazza la posta in gioco complessiva del plebiscito reazionario sul quale Renzi ha puntato le sue carte. Un tentativo plebiscitario che ha trovato il sostegno dell’Unione Europea, degli Usa, delle banche e della Confindustria, ossia l’alleanza di quelli che stanno rovinando la vita a milioni di persone e vorrebbero decostituzionalizzare tutti le conquiste democratiche e sociali nel nostro paese.
Nato da un primo appello della Piattaforma Sociale Eurostop, il processo di costruzione della mobilitazione si è ben presto allargato ad altre forze dando vita ad un comitato promotore più ampio. Venerdi pomeriggio, la terza riunione del comitato promotore della due giorni – che si è definito come Coordinamento per il NO sociale – ha cominciato a indicare i contenuti di una mobilitazione articolata e che annuncia grandi potenzialità di incidenza politica e di massa.
Una giornata di sciopero generale il 21 ottobre, promossa per ora da sindacati di base come Usb, Unicobas, Usi (ma altri potrebbero aggiungersi nelle prossime settimane) e che oltre agli obiettivi centrali del conflitto sociale – dal no al Jobs Act e alla precarietà sociale, dalla Legge Fornero alla Buona Scuola – hanno trovato il coraggio “politico” e la lungimiranza di mettere al centro il No nel referendum costituzionale.  Uno sciopero generale le cui ragioni trovano conferma nella drammatica uccisione di Abd mentre picchettava i cancelli della sua azienda e nell’ondata di indignazione scatenata dal modo con cui la Procura di Piacenza intende chiudere la vicenda derubricandola ad incidente stradale. Una storia che non parla solo del clima plumbeo che si vive nei luoghi di lavoro ma anche della torsione repressiva che ormai si respira a pieni polmoni lì dove si lotta.
E poi una manifestazione nazionale sabato 22 ottobre a Roma per ricomporre un fronte sociale, sindacale, politico che , come scritto in una prima bozza di appello in circolazione, dice “No alla controriforma costituzionale del governo, della Confindustria, delle banche e dell’Unione Europea”, legando lo scontro decisivo sul referendum ai conflitti che sul piano sociale oppongono ampi pezzi della società alle oligarchie che intendono azzerare Costituzione, diritti e aspettative popolari. A cavallo tra lo sciopero di venerdi 21 e la manifestazione nazionale del 22, una piazza da riempire di contenuti, confronto, socialità sin dal pomeriggio di venerdi e fino alla manifestazione del giorno successivo. Due giornate di mobilitazione a tutto campo “nel nome del popolo sfruttato, precario, senza lavoro, impoverito, avvelenato”.
Intorno alla riuscita di questa scadenza si sta discutendo ormai da luglio in molte realtà, cercando via via di superare riluttanze che diventano sempre meno realistiche, e si sta cercando di includere settori diversi: dai Comitati per il NO, sia a livello nazionale che locale, alle tante realtà politiche e sociali che hanno procedure decisionali più articolate. Un gruppo di lavoro comincerà già dalla prossima settimana a ragionare sull’organizzazione della due giorni di mobilitazione.