Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 30 giugno 2020

Vogliamo rigenerare Frosinone.

Luciano Granieri




Delle salsicce sfrigolano in  una  griglia messa  su  di un banco che offre formaggio verdure, pane, vino, il tutto sormontato da un gazebo. Più in là, un  palco minimale con le tavole coperte da tappeti colorati con motivi etnici. Sopra una batteria, un sax, una chitarra, un basso e diversi amplificatori inermi, ma pronti a sparare ritmi, e riff da combatt-jazz .  Davanti agli strumenti ,da un microfono,  qualcuno parla di  politica rivolto  ad un gruppo di astanti, non numerosi, ma   coinvolti e attenti. Dietro il palco un’attrice,  un attore e un ragazzo  indossano i loro costumi in preparazione dell’esibizione che metteranno  in scena subito dopo l’assemblea.  

E’ uno scenario da festival dell’Unità. Ve li ricordate? Quelli organizzati  da un'entità ormai dissolta quale era il Pci . A dire il vero non solo il Pci si è dissolto ma tutti i partiti. Ve li ricordate i partiti? Quelle organizzazioni che i cittadini possono  liberamente costituire per partecipare alla vita politica del Paese, così dice la Costituzione. 

Quello scenario si è riprodotto venerdì scorso 26 giugno a Frosinone in Piazza Garibaldi. Lo scopo  era informare la cittadinanza di come la città sia avviata verso  un fallimento  a servizi zero,  a causa di politiche predatorie,  europee e nazionali   nei confronti dei comuni,  e comunali nei confronti dei cittadini. 

Dentro un quadro di desolante desertificazione   sociale e culturale,  già esistente,  che il Covid ha semplicemente aggravato,  l’osservazione sorpresa  dell’attore in procinto di esibirsi, sullo straordinario connubio fra arte ( poetica, teatrale e musicale) riflessione politica e, aggiungo io, manifestazione enogastronomica locale , che in quel contesto stava emergendo - e che da tempo immemore la città di Frosinone non aveva più vissuto - era la certificazione netta che qualcosa  di bello e affascinante stava, e sta rinascendo nella nostra arida città. 

E’ stata una manifestazione rivoluzionaria per i tempi in cui siamo precipitati.  Ci  si è parlati in faccia, in un contesto dove si comunica quasi esclusivamente in streaming, o dove al massimo qualcuno blatera e gli altri ascoltano invisibili, impalpabili.   Ci si è recitato in faccia anche attraverso un provocatorio tubo che distanziava gli attori dalle orecchie del pubblico.  Ci si è suonato in faccia anziché dai balconi o dall’ennesimo streaming.  

Mentre a Frosinone alta stava andando in scena una piccola ribellione a tutto l’armamentario pre e post Covid -  fatto di propaganda sottovuoto,  connessioni virtuali,  divisioni fra tifoserie elettorali cammellate -  a Frosinone bassa si perpetrava il preconfezionato rito calcistico a stadio vuoto ordinato dai profitti  delle multinazionali televisive e da ciò che gli gira intorno. Una tristezza infinita senza tifosi ma con la polizia a far guardia ai cameramen.  Polizia che per la prima volta non ha ritenuto pericoloso  il  nostro particolare festival dell’Unità…. d’intenti.  

E’ vero i partiti non ci sono più, dissolti dalle ragioni della  rappresentazione mediatica che mortifica la  rappresentanza,   si è persa l’abitudine alla condivisione e alla socializzazione, smantellata da un individualismo funzionale al “divide et impera”. Ma a  Piazza Garibaldi venerdì scorso è stato piantato il seme di una pianta, oggi rara, ma una volta ben presente nell’organizzazione sociale del Paese, un po’ come il grano Senatore Cappelli.  

Noi vogliamo ripartire da li: dalla condanna di un’economia che strozza il popolo, dalla stigmatizzazione di  un sindaco che accresce in modo intollerante le conseguenze di questa economia,  privando i cittadini  dei  servizi essenziali. Vogliamo ripartire dagli attori che ti recitano le  poesie di Lorenzo Stecchetti e Alda Merini  nelle orecchie e mettono alla berlina i vizi dei potenti,  ma non solo. Vogliamo ripartire da un ragazzo giocoliere che rotea le sue clave al ritmo di una batteria.   Volgiamo ripartire dal jazz, dal blues, da….”Black Lives Matter”. 

E  scoprire che, mentre stai suonando “Estate” ,alzando gli occhi al cielo,  guardando la luna vicino al campanile in uno sfondo blu notte intenso,  Frosinone può essere bellissima.




sabato 27 giugno 2020

Se scuola e sanità fossero banche

Marco Bersani    fonte "il manifesto"



In oltre 60 piazze italiane si è espressa in questi giorni l’indignazione di famiglie, lavoratrici e lavoratori della scuola contro le linee guida del governo in merito alla riapertura delle scuole a settembre, per l’inizio del nuovo anno scolastico. A fronte di una situazione che ha visto pregiudicati per cinque mesi il diritto all’istruzione e alla socialità di otto milioni di minorenni, nessuno si sarebbe aspettato una tale dimostrazione di indifferenza e una totale assenza di soluzione di continuità.
Non è qui in discussione la necessità o meno dei provvedimenti presi dall’inizio di marzo ad oggi (sui quali i pareri sono diversi), ma la costante rimozione dei bisogni dei bambini, dei giovani e delle loro famiglie, conculcati dentro il lockdown e non riconosciuti come priorità neppure ora che la fase critica dell’epidemia appare finalmente superata.
A fronte della messa a disposizione di risorse pubbliche per centinaia di miliardi per il mondo delle imprese, sulla riapertura delle scuole -che vuol dire la riammissione simbolica e materiale dei bambini nella società- si fanno dichiarazioni fantasmagoriche a cui non seguono piani né risorse, personale né assunzioni di responsabilità.
Analogo scenario riguarda la sanità, rispetto alla quale, l’unico passo, fatto dopo decenni di misconoscimento, è stata la distribuzione della patente di eroi a medici e infermieri senza nessuna modifica sostanziale del quadro complessivo del loro lavoro e della salute dei cittadini (d’altronde, avete mai visto Superman o Wonder Woman firmare un contratto di lavoro?)
Al contrario, con l’abbuono alle imprese della rata Irap di giugno, si è fatto un ulteriore passo di definanziamento della sanità per 4 miliardi in piena pandemia!

Più che molti discorsi, basta un semplice passaggio del piano Colao di rilancio del paese per comprendere dove risiedano le priorità: in quel piano si dice che vanno messi a disposizione subito 54 miliardi per nuove autostrade e 113 miliardi per l’alta velocità ferroviaria, mentre per quanto riguarda i fondi alla scuola e alla sanità si propone di procedere ricorrendo ai «social impact bond», come innovativa (?) forma di finanziamento pubblico-privato.
E mentre si attendono miliardi dall’Unione europea – per ora tutti ipotetici, a debito e con condizionalità – piovono soldi sul sistema bancario, che, non più tardi di una settimana fa, ha ricevuto dalla Bce qualcosa come 1.308 miliardi di euro a tasso negativo (!), 178 dei quali finiti a cinque banche italiane (94,3 a Unicredit, 35,8 a Intesa San Paolo, 22 a Banco Bpm, 14 a Bper e 12 a Ubibanca).
Naturalmente, accompagnati dall’auspicio (si sa, alle banche non si danno gli ordini) che questi soldi si riversino nell’economia reale favorendo il credito alle famiglie e alle piccole imprese, nonostante già il Quantitative Easing 2015-2018 abbia dimostrato come questo avvenga solo molto parzialmente (27%), e lo stesso Decreto Rilancio del governo (soldi alle banche per finanziare le famiglie) sia al palo dopo meno di un mese.

La realtà è che, accantonata ogni retorica di unità nazionale e del «siamo tutti sulla stessa barca» dei primi giorni di epidemia, ceti alti, lobby bancarie e finanziarie e grandi imprese stanno utilizzando la crisi per accelerare il drenaggio della ricchezza collettiva e brandiscono il «niente sarà più come prima», non più come speranza collettiva di un futuro diverso, bensì come minaccia per disciplinare compiutamente la società.
Che sia giunto il momento, anche per chi in questi mesi si è fatto irretire da appelli in senso contrario, di disturbare il manovratore, opponendo all’idelogia del profitto individuale la costruzione collettiva di una società della cura?

giovedì 25 giugno 2020

Appello ai consigileri di minoranza del Comune di Frosinone





Alla cortese attenzione degli spett.li  consiglieri:
Christian Bellincampi, Massimo Calicchia, Fabrizio Cristofari, Marco Mastronardi, Angelo Pizzutelli, Stefano Pizzutelli, Daniele Riggi, Alessandra Sardellitti, Vincenzo Savo,  Fabiana Scasseddu, Norberto Venturi, Vittorio Vitali.

Ci rivolgiamo a voi in qualità di membri d’opposizione del consiglio Comunale di Frosinone. Nei prossimi giorni, comunque entro e non oltre  il 31 luglio, sarete chiamati a votare il bilancio consuntivo per l’anno 2019 ed il previsionale per il triennio 2020-2021-2022. L’approvazione dei  documenti finanziari è l’atto politico più importante, perché incide direttamente sulla quotidianità dei cittadini. Ma questa  consultazione riveste una rilevanza oltremodo decisiva e senza appello  sulla tenuta finanziaria dell’ente. Ciò a seguito  della  deliberazione n. 7/2020/PRSP della sezione regionale per il Lazio della Corte dei Conti.

Nel documento, in cui i giudici contabili effettuano la verifica semestrale sul corretto svolgimento  del Piano di Riequilibrio Economico e Finanziario,  concordato dal Comune con la Corte dei Conti   nel  2013, si certifica che  l’entità  debitoria dell’ente nel  2018 è rimasta immutata  rispetto al  2013. Ovvero nonostante i licenziamenti di lavoratori nelle attività  di pubblica utilità, tagli  alla  scuola,  ai servizi sociali in genere, aumenti al massimo  consentito di  tutte le tariffe, cioè nonostante la spoliazione dei diritti dei cittadini, la situazione debitoria del Comune è rimasta inalterata con un aggravio  di passività per  27milioni  emerso  da un errato accertamento dei residui attivi e passivi effettuati nel 2015.

 La Corte dei Conti nella deliberazione sopra richiamata, oltre a contestare  al comune errate modalità di contabilizzazione delle poste di bilancio, certifica un debito di  5.375.000 euro, per il rientro del quale la giunta propone il solito piano di tagli su asili, mobilità scolastica, personale, attività cultuali. Una pianificazione rigettata dalla Corte stessa che reputa inadeguato  il piano per un  ripianamento che non deve contemplare  esclusivamente i  soliti tagli alla spesa sociale  ma ricostruire puntualmente  le dinamiche debitorie e porvi rimedio attraverso una nuova e corretta riqualificazione del debito.  Non solo, i giudici contabili impongono di adottare i giusti correttivi, con interessamento dell’intero consiglio comunale,  entro il 31 luglio , pena l’apertura della procedura di dissesto .

La giunta comunale, attraverso le delibere  118 del 14 maggio, 127 del 20 maggio e 137 del 28 maggio, ottempera alla prescrizione di una corretta redazione del quadro  contabile, a seguito della quale, però,  il debito sale dai 5.375.000 certificati dalla Corte dei Conti a 8.262.618. Lo stesso ente, nelle dichiarate delibere,  propone di distribuire il piano di rientro nel previsionale triennale 2020-2021-2022, anziché porlo a consuntivo nel 2019 come richiesto dalla Corte,  strutturando un ripianamento comprensivo  con i soliti tagli al personale, riduzione delle spese per , citiamo testualmente, “BIBLIOTECA, MUSEO, SCUOLABUS, ECC.” dove spicca per precisione contabile  la voce definita come “ECC.”

 Rispetto alla proposta  di rientro, presentata in risposta al decreto della Corte dei Conti,7/2020   risalta  la voce “RINEGOZIAZIONE DEI MUTUI” per un importo totale di 2.663.868. Un azione che non si sostanzia  nell’abbattimento della quota interessi, ma consiste nel  semplice posticipo delle scadenze dei ratei attuali a valere per gli anni a venire . Dunque si tratta di un semplice spostamento in avanti del debito e non una sua reale diminuzione.

Stante la descritta situazione, voi consiglieri comunali sarete chiamati a votare sul fallimento della città. Un fallimento che si realizza, oltre che per una gestione amministrativa, a dir poco allegra e disattenta,  soprattutto a seguito delle ingenti spese di “RAPPRESENTANZA” per usare  un eufemismo , operate dal sindaco :  la compartecipazione , non richiesta, all’opera di un privato , leggi  stadio, lo spreco di costi del Parco del Matusa, inaugurato, tre o quattro volte, il festival dei conservatori, unica ed esosissima espressione culturale del Comune, oltre ad altre approssimative manifestazioni goliardiche,  le faraoniche rappresentazioni della passione vivente, solo per citare alcune  delle tante perle di questo comune, e, da ultimo, il “rent to buy” del palazzo della Banca d’Italia la cui acquisizione, a seguito  di  un affitto annuale  di 135mila euro è vincolata ad una quota finale di 2milioni di euro da corrispondere fra dieci anni. Condizione, alla luce delle situazioni  contabili emerse, di fatto irrealizzabile. 

Per questo vi invitiamo, anzi riteniamo vostro dovere , richiamandovi   alle responsabilità di consiglieri, a confrontarvi nel merito con la cittadinanza tutta in un’assemblea pubblica che avrà luogo il 26 giugno prossimo a partire dalle ore 18,00 in Piazza Garibaldi. Inoltre è nostra opinione che nel corso della votazione, sia necessario un atto di  coraggio politico: votare in dissenso alle delibere di giunta per il bilancio. Perché le alternative sono: o il prolungamento e l’inasprimento dei piani lacrime e sangue ai danni dei cittadini, o l’altrettanto dolorosa apertura della procedura di dissesto.   Con la differenza che nella seconda ipotesi la rimozione del debito è certa. Con la possibilità ,a medio termine,  di   inaugurare  una nuova stagione politica in cui si potrebbe ripensare la funzione del Comune come ente  democratico di prossimità con ampie aperture alla partecipazione dei cittadini.

Distinti Saluti.
 Comitato Rigenerare Frosinone.

venerdì 12 giugno 2020

Maggioranza 5S blocca in Assemblea capitolina mozione su Acea

Coordinamento Romano Acqua Pubblica



Oggi l'assemblea capitolina ha bocciato una mozione, presentata da Sinistra per Roma sulla base delle campagne del coordinamento romano acqua pubblica, che avrebbe impegnato la giunta e la sindaca Raggi ad esercitare il suo ruolo di socio di maggioranza pubblica in Acea SpA: blocco dei dividendi, reinvestimento degli utili per la tutela della risorsa idrica, a partire dalle perdite sulla rete (oltre il 40% di acqua sprecata), e per fini sociali, come una tariffa di emergenza e il riallaccio di tutte le utenze idriche, garantendo a tutti l'accesso all'acqua. 

La maggioranza 5S si è astenuta, negando, di fatto, con 23 astenuti, 9 voti favorevoli e 1 contrario, un impegno della giunta e della maggioranza nell'indirizzare in tal senso l'operato di Acea. 

Lo ha fatto con una dichiarazione di voto che ha ricalcato in diversi punti la narrazione dei vertici aziendali, arrivando a negare che a Roma ci siano famiglie private del servizio idrico: lo si chieda alle centinaia di utenze distaccate che non sono state riallacciate grazie ad una presa di posizione troppo blanda dell'autorità di regolazione per l'energia e i servizi idrici (ARERA), alla immobilità della giunta e, naturalmente, alla contrarietà di Acea che nell'acqua vede solo una fonte di profitto. 

Naturalmente il percorso per l'acqua bene comune non si ferma, proprio in questi giorni l'anniversario della vittoria referendaria del 2011 sarà occasione per rilanciare le tante battaglie territoriali e nazionali con un evento online. Su Roma abbiamo il dovere di contrastare il folle progetto di un secondo potabilizzatore dell'acqua del Tevere, che proprio in questi giorni ci ha regalato le tristi immagini di centinaia di pesci morti, e di pretendere la riparazione delle reti idriche a tutela delle sorgenti del Lazio e dell'accesso all'acqua oggi e per le generazioni future.

Piano Rifiuti Regione Lazio, il Compound di Colleferro è una chimera.

Retuvasa



Il nuovo Piano Rifiuti della Regione Lazio ha ripreso il suo corso dopo lo stop impresso dall’epidemia Covid-19 ed è entrato nel vivo delle audizioni post Valutazione Ambientale Strategica (VAS), durante la quale erano state presentate numerose osservazioni;  alcune sono state  accolte, altre che non hanno ottenuto risposta.
Da Colleferro le realtà associative  hanno messo in luce alcuni aspetti in particolare sugli inceneritori e il progetto di Compound industriale presentato da Lazio Ambiente SpA.
Le risposte alla VAS sugli inceneritori di Colleferro hanno confermato che il loro ciclo è definitivamente chiuso e che nell'area ove risiedevano non sarà ammessa alcuna costruzione di nuovo impianto rifiuti. Sul Compound industriale da 500.000 tonn/anno si sono ottenute riduzioni significative a 250.000 tonn/anno e come esplicitamente riportato la locazione dovrebbe essere a ridosso della discarica, dichiarando come papabile il terreno ove doveva sorgere il TMB del 2010.
In una delle nostre osservazioni abbiamo evidenziato il fatto che  che quel terreno è insufficiente per qualsiasi tipologia di impianto se non di dimensioni molto al di sotto di quelle indicate nel progetto di Lazio Ambiente SpA.
Il 19 maggio scorso abbiamo partecipato ad una audizione telematica ed espresso nuovamente le nostre perplessità sulla reale possibilità di poter costruire un Compound Industriale a Colleferro.
Le nostre osservazioni in sede di audizione hanno evidenziato anche altri aspetti riguardanti la valle del Sacco e zone adiacenti.
La discarica di Roccasecca ha ottenuto una recente autorizzazione per un V° invaso da 450.000mc quando il fabbisogno del frusinate in uno scenario a 6 anni è di 180.000mc, come lo stesso Piano Rifiuti riporta negli elaborati. Questa è da ritenersi una incongruenza di rilievo in quanto non è ammissibile vessare le province con una impiantistica il cui unico scopo è supplire alle mancanze progettuali e strutturali di Roma Capitale che non è in grado, oggi e nell'immediato futuro come Ambito Territoriale Ottimale (ATO),  di essere autosufficiente.
L'altra questione sollevata riguarda il territorio di Patrica perseguitato  da progetti di nuovi impianti di trattamento rifiuti di dimensioni mostruose, dagli inerti (300.000 tonn/anno) ai liquidi (355.000 tonn/anno).
In buona sostanza a cosa serve un piano rifiuti se permette di essere scavalcato poi dagli uffici che si occupano delle autorizzazioni amministrative?
Altri fattori negativi sono la modalità e la tempistica di coinvolgimento delle comunità che si trovano a dover contrastare quotidianamente il proliferare di impianti come quelli che abbiamo appena descritto.
Ma torniamo al Compound di Colleferro che da come viene presentato nel Piano Rifiuti sembra essere un punto cardine […il nuovo compound industriale diventa strategico nel passaggio dal vecchio sistema impiantistico ad un nuovo sistema che massimizzerà il recupero di rifiuti nell’ottica dell’economia circolare], ma viene liquidato in poche righe con una descrizione di flusso minimale e assolutamente insufficiente. Un impianto descritto come innovativo nel suo genere, risolutore per il flusso finale dei rifiuti indifferenziati, ma che nello stesso Piano Rifiuti non viene descritto nelle sue parti. Gli unici dati su cui ci si concentra è che deve essere realizzato a Colleferro e che da 500.000 tonn/anno si riduce a 250.000 tonn/anno. L’audizione del Presidente di Lazio Ambiente SpA, Daniele Fortini, necessaria dopo le numerose osservazioni sollevate, ha delineato altri scenari, ma non ha dato la risposta definitiva alle nostre puntualizzazioni, che si traducono in:
a Colleferro non c’è alcun luogo disponibile per impianti di tali dimensioni.
Abbiamo ribadito questo concetto più volte nei nostri incontri pubblici e sarebbe stato interessante riferire direttamente all’Assessore regionale Massimiliano Valeriani se avesse accettato i nostri ripetuti inviti.
Lo Studio Preliminare di Fattibilità (luglio 2019) del Compound di Lazio Ambiente SpA, richiamato nel Piano Rifiuti, riporta testualmente: “è pertanto stimabile, preliminarmente, una superficie complessiva dell’impianto pari a circa 20 ettari.”. Teniamoci su questa ipotesi prevista per un impianto da 500.000 tonn/anno, un impianto da 250.000 non dimezzerebbe l'area occupata. Colleferro avrebbe a disposizione urbanisticamente solo il terreno che era previsto per il TMB del 2010. Non è di poco conto che lo stesso è di proprietà del Comune di Colleferro che a nostro parere non ha alcuna intenzione di “devolverlo” a Lazio Ambiente, ma anche se si volesse “forzare” la mano il terreno ha una estensione di circa 1,9 ettari, un decimo del necessario, forse utile per farci un piazzale di sosta per i mezzi che dovrebbero giungere ad un impianto del genere.
Se per assurdo qualcuno  pensasse nuovamente di far transitare decine di camion in un quartiere densamente abitato come quello dello Scalo di Colleferro per farli giungere nell’area degli inceneritori -area inserita nel Sito di Interesse Nazionale e da bonificare per la presenza di cromo esavalente- dovrebbe tener presente che si avrebbero a disposizione circa 4ha (area inceneritori) e circa 1ha (area centrale elettrica annessa), tenendo conto che ciò colliderebbe con quanto riportato nelle risposte alle nostre osservazioni sul possibile utilizzo di quella area.
Ci viene il legittimo dubbio che si stia tirando in lungo questa manfrina per coprire il fallimento di Lazio Ambiente SpA, lo spreco di milioni di euro nel tentativo fallito di ristrutturare gli inceneritori di Colle Sughero, in attesa di trovare una conclusione a questa vicenda. L'ipotesi -espressa dall'amministratore delegato di Lazio ambiente  in una intervista- di sdoppiare l’impianto da 500.000 tonnellate in due da 250.000, apre alla possibilità di realizzarne uno in una località diversa da Colleferro. In ogni caso le audizioni rispetto ai molti interrogativi sollevati da questo  progetto -che avrebbe comunque un ruolo chiave dell'intero ciclo dei rifiuti del Lazio- non hanno dato risposte.
Per abbondare chiudiamo fornendo alcuni numeri che completano il quadro, ricavati dallo Studio Preliminare di Fattibilità di Lazio Ambiente SpA.
Il Bilancio di Massa di tale impianto indurrebbe a pensare che sia un produttore di rifiuti piuttosto che una risoluzione del problema. Su 500.000 tonn/anno in entrata ce ne sarebbero quasi 300.000 tonn/anno in uscita (scenario 1) tra Frazione Organica Stabilizzata (FOS), Combustibile Solido Secondario (CSS) e altro da destinarsi a discarica o termovalorizzazione. Poco più di 250.000 tonn/anno in uscita nello scenario 2.
Costo dell’operazione circa 80mln di euro, in pratica 1mln di euro a dipendente.
Detto ciòci attendiamo che i nostri dubbi vengano fugati e se ciò non dovesse avvenire in un modo esauriente di fronte all’opinione pubblica, la conclusione non può che essere una: il Compound Industriale dei Rifiuti previsto per Colleferro deve essere cancellato dal Piano Rifiuti della regione Lazio.

Covid-19 e lotta di classe: reagiamo, scioperiamo!

a cura del dipartimento sindacale Pdac



Mentre governo, regioni e padroni sono intenti nel mischiare le carte in gioco tra la fase 1 e la fase 2, ossia dall’emergenza sanitaria alla convivenza con il virus, appaiono sempre più evidenti le loro trame per far pagare la crisi economica, amplificata dal Covid-19, alle masse più povere, ai lavoratori salariati e ai lavoratori autonomi. Ora sono pronti per la fase 3 e per chi non se ne fosse accorto stiamo in piena lotta di classe!

Fase 1 – fase 2: lo sporco gioco del capitalismo
Per riassumere possiamo affermare che la fase 1 è stata caratterizzata dal tentativo del sistema, nel suo complesso, di mantenere aperto il più alto numero possibile di attività e fabbriche, che nulla c’entravano con i servizi essenziali. Sono stati migliaia i lavoratori che, fin dal principio, sono stati costretti a lavorare e per di più sprovvisti di Dpi adeguati alla tutela da contagio da Covid-19, generando una delle principali cause di diffusione del virus, al solo scopo di mandare avanti la produzione per preservare i lauti guadagni dei grandi imprenditori.
La fase 2 non è nient’altro che il proseguimento della prima: non è per nulla conclusa l’emergenza sanitaria – sono ancora centinaia i nuovi infettati e morti ogni settimana – ma al contempo rimangono serrate le file della classe dominante che, con il “tana libera tutti”, sta convincendo le masse popolari che ormai il peggio è passato. Tutto ciò avviene mentre ai padroni viene data la possibilità di spartirsi i miliardi caduti a pioggia dal governo, e ai lavoratori salariati, ai lavoratori autonomi, ai piccoli commercianti viene imposta la macabra scelta di morire di virus o morire di fame. Il tentativo di portare a compimento l’opera della prima fase (chiudere tutto per non chiudere niente) e l’ideologia della seconda (dobbiamo ripartire) è stato supportato dalla stessa borghesia, a partire dal suo governo, ma anche con la preziosa complicità dei suoi agenti all’interno del movimento operaio, nei mass media e nelle istituzioni in generale.

Scioperi operai: difesa e contrattacco della borghesia
Era il 12 marzo quando gli operai, in diverse aziende su tutto il territorio italiano, hanno deciso di incrociare le braccia contro la decisione del governo di chiudere le attività commerciali lasciando aperte le fabbriche, i trasporti, le banche ecc. Ci trovavamo nel momento in cui le vittime e i morti da Covid-19 cominciavano ad essere migliaia e le grandi burocrazie sindacali (ma anche le direzioni del sindacalismo di base) non andarono oltre la rivendicazione di migliore sicurezza sui posti di lavoro.
“Non siamo carne da macello” era invece la parola d’ordine da cui è partita una serie di scioperi spontanei, per lo più autorganizzati, con cui gli operai chiedevano a gran voce la chiusura delle fabbriche come unica soluzione valida per evitare il contagio in fabbrica. In quei giorni, solo il Fronte di lotta no austerity, con comunicato del’11 marzo (1), aveva invocato e sostenuto lo sciopero del settore privato come mezzo necessario per imporre la chiusura delle fabbriche e dei servizi non essenziali.
Nonostante fossimo in una situazione tragica, in piena crisi sanitaria, quei giorni li ricordiamo per il grande insegnamento che ci hanno dato gli operai, soprattutto perché hanno smentito coloro che continuano a considerare morta la classe operaia. Quelle giornate di sciopero, prese ad esempio da molti operai a livello internazionale, sono un gran motivo di orgoglio: con la loro forza hanno imposto al governo e a Confindustria la chiusura, per diverse settimane, di centinaia di fabbriche, a partire dai grandi stabilimenti automobilistici.
La grande borghesia, nei fatti, fu costretta a un grande passo indietro dopo aver cercato in ogni modo di mantenere aperte tutte le attività per continuare a lucrare anche in piena pandemia. Ma nei giorni seguenti chiamò a corte il proprio governo, capeggiato da Conte, e i propri agenti nel movimento operaio, in primis Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Da lì, e per le settimane a seguire, la grande imprenditoria riuscì a portarsi a casa il protocollo sulla sicurezza (siglato il 14 marzo e poi ritoccato nelle settimane successive) con le maggiori burocrazie sindacali – Cgil, Cisl e Uil – e una lunga lista di attività non essenziali da far rimanere aperte durante l’emergenza, per poi riuscire a riaprire le fabbriche grazie anche al supporto di alcune trasmissioni televisive che ci mostravano in tv un inesistente mondo sicuro all’interno degli stabilimenti (2). Come si dice, l’appetito vien mangiando e dopo aver messo in sicurezza il lucro dei borghesi, e non certo gli operai in catena di montaggio, l’avvocato degli italiani (così si era presentato Conte) ricopre la borghesia di miliardi (500) mediante vari decreti, mentre per i lavoratori, i precari e i disoccupati distribuisce cassa integrazione e miseria.

Sciopero: prassi efficace contro burocrazie, governi e padroni
Puntando la lente di ingrandimento sulle disposizioni del governo, non passa inosservato il fatto che il primo intervento adottato, ancor prima del lockdown, sia stato il divieto di sciopero per i lavoratori dei servizi essenziali (3). Al contempo, se spostiamo la lente verso i lavoratori, vediamo che è stata proprio l’astensione dal lavoro l’unico strumento con il quale sono riusciti ad obbligare la chiusura delle fabbriche e con essa la salvaguardia di migliaia di vite tra gli operai e le proprie famiglie in piena emergenza sanitaria. Durante quelle giornate abbiamo visto organizzare scioperi spontanei in differenti territori lungo tutta la penisola e in diversi settori, da quello metalmeccanico, delle telecomunicazioni (call center) e in alcuni ambiti dei trasporti: tutti questi scioperi andavano contro la volontà delle burocrazie sindacali che hanno subito un vero e proprio ammutinamento da parte della loro base.
Lo sciopero è l’arma storica nelle mani del movimento operaio per conquistare diritti e salario attraverso il fermo della produzione e il relativo profitto di pochi sfruttatori. Ce l’hanno ricordato gli operai a marzo come lo sciopero sia il principale strumento da brandire in piena e brutale lotta di classe: oltretutto la sua prassi è l’unica che coniuga perfettamente la dura lotta con la piena tutela della salute dei lavoratori, tanto più in un momento di crisi sanitaria.
Continueremo a sostenere gli scioperi come principale ed efficace metodo di lotta da perseguire in ogni settore ed azienda, ponendoci anche l’obiettivo di unirli e rafforzarli con l'obiettivo di costruire a breve un reale sciopero generale. L’attacco della classe dominante è di dimensioni enormi e la giusta risposta dovrebbe essere l’astensione generale dal lavoro, che raccolga le rivendicazioni economiche, sociali e politiche anche delle masse non organizzate.
Ci daranno degli utopici, soprattutto coloro che temono che l’attivismo dei lavoratori possa mettere in discussione la tenuta dei propri apparati burocratici. Rivolgendoci ai lavoratori diciamo invece che l’unica dottrina utopica è quella che continua a considerare morta la classe operaia, per poi dividerla in micro lotte spesso rituali e simboliche, al solo scopo di mantenere in vita o rafforzare grandi o piccole burocrazie sindacali.


(1) http://www.frontedilottanoausterity.org/11/notizie/tuteliamo-la-salute-e-la-vita-delle-lavoratrici-e-dei-lavoratori/
(2) https://www.facebook.com/ReportRai3/videos/2883747994995223/?v=2883747994995223
(3) Trovate un articolo a tema su Progetto Comunista di aprile scaricabile dal sito 
https://www.partitodialternativacomunista.org/articoli/materiale/acquista-progetto-comunista-in-pdf

 

mercoledì 10 giugno 2020

Modello Frosinone, il cerchio si chiude

Luciano Granieri


In un precedente articolo MODELLO FROSINONE avevo sottolineato, come la città fosse stata investita da una devastante  e paradigmatica bufera  liberista. A  livello globale   il ripianamento di debito privato - provocato dalle pericolose scorribande finanziarie ordite senza controllo  da banche e fondi d’investimento - da parte degli Stati,  ha trasferito  una enorme massa debitoria dal privato al pubblico.   A Frosinone il mancato recupero di oneri di urbanizzazione dovuti  dalla lobby fondiaria privata locale, a seguito dell’approvazione del Fiscal Compact europeo, e conseguente obbligo del pareggio di bilancio imposto ai Comuni, si  è trasformato  pubblico.

A livello globale l’enorme esborso pubblico utilizzato  per coprire i "buffi" delle banche, in misura diversa, ha provocato nei bilanci degli Stati un debito enorme da cui le imposizioni del  Fiscal Compact impongono di rientrare attraverso tagli alla spesa sociale e privatizzazioni di bene e servizi pubblici.

 In egual misura la Corte dei Conti nel 2013 certificava per il Comune di Frosinone una situazione debitoria eccessiva,  provocata dai costruttori privati, da ripianare secondo le regole del patto di stabilità interna, imponendo al neo eletto sindaco Nicola Ottaviani la scelta fra una procedura di dissesto, o di piano di riequilibrio economico e finanziario. La prima, di fatto, cede l’amministrazione dell’ente direttamente ai giudici contabili, la seconda lascia al sindaco la facoltà di pianificare un piano di rientro  da sottoporre all’approvazione   della  Corte stessa,  chiamata anche al controllo del corretto espletamento del percorso di risanamento concordato.

 Ottaviani scelse la seconda opzione. Nel precedente articolo sopra richiamato manca però il finale. Come la storia ha dimostrato, le dinamiche del Fiscal Compact, sono tali che nessuno Stato, in particolare quelli del sud  Europa, riesce, nè riuscirà mai a rientrare del suo debito.  Ciò per il fatto  che gli aberranti regolamenti della UE,  costruiti sotto dettatura  delle lobby liberiste , sono concepiti  affinchè il debito  si trasformi, da fattore  puramente finanziario, a forma di dominio politico. In altri termini,   non conviene a chi comanda rientrare dei propri crediti.

Un Paese sempre sotto scacco per debito, deve pagare ogni anno quote sempre più elevate d’interessi e cedere progressivamente ai privati creditori, spazi, insediamenti e servizi pubblici, oltre che tagliare ogni tipo di spesa sociale con grave depauperamento di settori indispensabile coma la sanità. 

Lo smantellamento della sanità pubblica e di ogni servizio di cura imposto dalle politiche di rientro, ha reso evidente l’enorme vulnerabilità della collettività in occasione di eventi tragici quale  il Coronavirus. Dunque, nonostante tagli ai servizi e privatizzazioni, il debito italiano è ancora interamente sul tavolo e imporrà ulteriori immani  sacrifici, una volta ripristinato il patto di stabilità sospeso per pandemia.

Per la città  di Frosinone è in atto la stessa dinamica. La sezione regionale della Corte dei Conti del Lazio con la deliberazione n.7/2020 del 18 dicembre 2019 certifica che dal 2013, anno dell’inizio del piano di riequilibrio economico e finanziario, fino al 2018, la situazione debitoria del Comune di Frosinone è peggiorata. 

Nonostante il sindaco Ottaviani, con una solerzia liberista implacabile per la tenuta sociale della città, abbia licenziato i lavoratori dei servizi, conseguentemente   affidati ai  privati, tagliato scuola, servizi sociali in genere, aumentato al massimo  tutte le tariffe, abbia cioè massacrato i cittadini, l’ente da lui guidato si trova peggio di come era nel 2013 avendo prodotto un ulteriore debito di 27 milioni  da ripianare in 30 anni alla modica cifra di 900mila euro l’anno.

 La risposta del sindaco all’imposizione dei giudici contabili di rientrare degli squilibri è stata  sempre la stessa. La giunta ha proposto  ulteriori tagli per 5.375.000, fra riduzione del personale,  riduzione spese per scuolabus, biblioteca, impianti sportivi ed asili nido. Una accelerazione verso il Comune a servizi zero vero obiettivo  dell’attuale sindaco, perfetto curatore fallimentare degli interessi sociali, ma valente consulente e promotore degli interessi privati

  Un atteggiamento a cui per fino la Corte dei Conti ha mostrato avversione, imponendo alla giunta di trovare un’altra via di risanamento, basata su una programmazione più puntuale anziché scaricare tutto come al solito sulle spalle dei cittadini quelli presenti e quelli futuri, visto che il debito di 27 milioni graverà anche sulle spalle di chi ancora deve nascere.  


Noi cittadini di  Frosinone non pagheremo interessi  finanziari ingenti ,  come lo Stato nazionale, ma un sistema debitorio che toglie dignità  ai  cittadini e li lascia impotenti in piena balia perpetua  del più bieco potere lobbistico speculativo locale e globale è degno dei peggiori cravattari.


Qui si chiude il cerchio di una  terribile narrazione in cui, sia a livello globale che locale, il debito diventa puro dispotismo e tirannia. Per la cronaca nella richiamata deliberazione n. 7/2020 della sezione regionale della Corte dei Conti si esige dalla giunta la correzione del piano di rientro proposto dal Comune nelle modalità e nelle cifre.  Se  ciò non avverrà entro 60 giorni dalla data di avvenuta notifica (fine aprile) , avrà attuazione  l’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 149 del 2011, in base al quale il prefetto avvierà le pratiche per l’apertura del dissesto

Il che vuol dire commissariare l’ente.   Mettere  le sorti di noi cittadini direttamente  nelle mani della Corte dei Conti che per 5 anni agirà da commissario imponendo ulteriori tagli e privazioni sociali. Come accadde al governo nazionale alla fine  del 2011 quando  all’esecutivo Berlusconi subentrò il governo Monti, tanto per capirci. 

Ecco dunque che per evitare il disastro sociale , almeno in  una visione a medio termine , considerato che sarà difficile evitare  che  il prossimo sindaco della città sia   un giudice contabile, è necessario inserire la lotta per il ritorno al controllo dei cittadini sul proprio ente locale -attraverso forme di democrazia partecipativa - all’interno del contrasto al sistema capitalistico globale , e alla dittatura del debito. 

Mi auguro che questa consapevolezza possa ripartire in modo forte ed inequivocabile proprio dalla nostra città così tanto provata da devastanti  politiche antisociali.

martedì 9 giugno 2020

Ci avete rotto il bilancio

Rigenerare Frosinone



Giovedì 11 giugno alle ore 18,00, in  Piazza Garibaldi  a Frosinone, si terrà un’assemblea pubblica sulla  crisi degli enti locali oggi  resa ancora più grave dall’emergenza sanitaria. 

L’incontro intitolato :”Ci avete rotto…… il bilancio!” vedrà la partecipazione,  in video conferenza, di Marco Bersani, economista, esponente dell’Associazione Attac Italia

La grave pandemia abbattutasi in tutto il mondo ha reso difficile, se non impossibile,  le capacità di tutela dei cittadini  garantita dai Comuni. Istituzioni locali strette  nei tentacoli del patto di stabilità interna, che limita -quando non sterilizza- la spesa sociale, e la diminuzione del gettito fiscale imposto  del taglio delle tasse determinato dall’emergenza Coronavirus. 

L’alienazione di  spazi, beni e servizi pubblici, o la loro cessione ad imprese private, rende i cittadini sempre più privi di una decente tutela  pubblica,  consentendo un accesso a servizi sempre meno efficienti e sempre più costosi. Una situazione che l’emergere della crisi sanitaria ha reso insostenibile. 

In questo scenario alcuni sindaci si battono in difesa dei loro concittadini,  non applicando le regole del patto di stabilità, richiamando la preminenza dei diritti inviolabili dell’uomo e della collettività sulle ragioni degli equilibri di bilancio, così come sancito dalla Costituzione.  Altri si adeguano,  svendendo a privati   pezzi di città  pur salvaguardando  qualche piccolo spazio utile alla collettività.  Altri ancora sono dei veri e proprio curatori fallimentari. Decidono insindacabilmente a quale soggetto privato, e a quali condizioni,  cedere il tal servizio, quanti e quali asili nido chiudere, magari con relativa diminuzione degli scuolabus , come aumentare le tariffe al massimo del consentito. 

Spesso però la solerzia di tali curatori fallimentari non garantisce gli equilibri di bilancio.  Anzi li aggrava. E’ il caso dell’attuale sindaco di Frosinone. Il quale, dovendo rientrare di un debito, accumulato dalle precedenti consiliature, accertato dalla Corte dei Conti,  concordò, nel 2013, con i giudici contabili  un piano di rientro  per la durata di 10 anni, secondo quanto stabilito dall’art 243 del TUEL.  La ratio del piano era quella di alienare la spesa sociale attraverso privatizzazioni e cessioni a privati impoverendo i cittadini.

Dopo otto anni di questa cura da cavallo -passata attraverso la riduzione per la spesa del personale, con blocco delle assunzioni e licenziamento di lavoratori, affidamento a privati dei servizi comunali, tagli a scuola e servizi sociali,  aumento sproporzionato della tariffa sulla raccolta e smaltimento dei rifiuti, e dei servizi a domanda individuale - la Corte dei Conti accerta che la condizione debitoria è rimasta la stessa identica del 2013. Anzi è anche peggiorata. 

Infatti nel 2015 il riaccertamento dei residui attivi e passivi evidenzia  un buco di 27 milioni di euro. Un debito che il Comune provvede a spalmare in un piano  di rientro trentennale , trasferendo  un ammanco provocato per propria incapacità, su amministrazioni e generazioni future  assolutamente incolpevoli. Una procedura che già la Consulta, attraverso diverse sentenze,  ha definito incostituzionale. 

Sulla  estrema difficoltà in cui versa la nostra città, stretta fra le ferree regole del pareggio di bilancio e la sconsideratezza di un’amministrazione, quantomeno approssimativa, ,chiamiamo i cittadini a riflettere e ad esprimere la propria opinione. 

Ci vediamo in piazza giovedì 11. Sarà possibile, per chi lo vorrà seguire l’evento in video conferenza accedendo al  seguente link: 

sabato 6 giugno 2020

L’election day seppellisce il dibattito sul referendum costituzionale


Dichiarazione di Alfiero Grandi, vicepresidente Comitato per il No al taglio del Parlamento

Il prossimo 8 giugno la Camera si pronuncerà sulla data delle prossime scadenze elettorali. Il governo, su pressione del Movimento 5 Stelle, vuole che le elezioni regionali e comunali si tengano in un'unica giornata (election day) insieme al referendum costituzionale riguardante il taglio dei parlamentari. Si tratta di una evidente forzatura, dovuta principalmente al fatto che il M5S ha capito che il taglio del parlamento non gli porta i consensi auspicati, quindi spera che le elezioni regionali e comunali possono incrementare il numero dei votanti in un referendum che come è noto non prevede il quorum.
Gli altri partiti della maggioranza hanno cambiato scelta nell’ultima votazione sulla legge di revisione costituzionale, che fino ad allora avevano osteggiato, per un puro accordo di governo.
Per giustificarsi hanno parlato, ma senza stabilire vincoli precisi, di ulteriori modifiche alla Costituzione, necessarie dopo il taglio dei parlamentari, che non si sa neppure se e quando verranno discusse.  Tanto meno è certa l’approvazione di nuova legge elettorale proporzionale. Quindi nessuno può oggi dire quale sarà la composizione del collegio che eleggerà il Presidente della Repubblica.
Pretendere che una modifica della Costituzione su un punto centrale come il ruolo del parlamento venga discussa e votata da sola, è il minimo. Un voto di valenza costituzionale non può mischiarsi con uno di valore politico-amministrativo.
Del resto nessuno può sostenere oggi, su basi motivate e certe, che votare in ottobre sarebbe più pericoloso che a settembre, non potendosi prevedere il decorso del Covid – 19.
Invece è certo che votare il 20 settembre renderebbe praticamente impossibile informare i cittadini e discutere del taglio dei parlamentari.
La situazione creata dalla pandemia e dalla drammatica crisi occupazionale ed economica che ne è seguita (fanno fede i dati dell'Istat), il rapporto con l'Unione Europea chiedono di rilanciare il ruolo di rappresentanza del parlamento, non il suo taglio. Un conto è operare aggiustamenti, esaltando il ruolo centrale del parlamento, un altro proporne il taglio, che è taglio alla democrazia.
La vittoria del No è l’antidoto per bloccare scelte sbagliate e controproducenti.

mercoledì 3 giugno 2020

Ministra Azzolina? Bocciata!!

di Ines Abdelhamid
(studentessa liceale)



A inizio di questa emergenza sanitaria, uno dei primi provvedimenti presi è stata la chiusura delle scuole.
Molto spesso la scuola viene presentata come istituzione che riesce ad abbattere le diseguaglianze socio-economiche e le barriere sociali. Niente di più falso. La pandemia ha fatto emergere ancora di più le differenze di classe sociale esistenti nella scuola, con la comparsa di studenti di serie A e di serie B.
Il governo, dall'inizio di questa pandemia, ha inscenato una vera e propria pantomima. Ma facciamo un passo indietro e partiamo dall'inizio.
A inizio marzo il governo chiude le scuole: inizia così la didattica a distanza, ma nelle prime settimane il governo non prende nessun provvedimento affinché tutti gli studenti possano partecipare alle video-lezioni. Ma i dati parlano chiaro: solo per il 22% delle famiglie ogni componente dispone di un pc o tablet, e nel mezzogiorno la percentuale scende al 14%. Inoltre – secondo dati Istat 2018 – il 26% delle famiglie non ha accesso alla banda larga da casa. Difatti uno studente su cinque non riusciva a svolgere le video-lezioni.
Solo dopo qualche settimana, il governo decide di investire 70 milioni di euro per permettere agli studenti meno abbienti gli strumenti necessari per la didattica a distanza. E' una somma insufficiente poiché equivarrebbe a poco più di 40 euro agli studenti meno abbienti. La ministra Azzolina, non curante di queste problematiche, rende obbligatoria la didattica a distanza. Ciò trova il disappunto di chi può accedervi ma la ministra ci rassicura, affermando che non si potrà bocciare. Peccato che, a meno di un mese dalla fine della scuola, la ministra si rimangi le sue parole, affermando che si potrà bocciare in caso uno studente non abbia partecipato alle video-lezioni, salvo chi aveva problemi tecnologici. La domanda che sorge spontanea è se le scuole si metteranno a verificare, casa per casa, la presenza di computer o tablet e il funzionamento della banda larga da casa: sicuramente no!

Il frutto di anni decenni di tagli imposti dal sistema capitalista
Ma perché il governo si è dimostrato così incapace di gestire il problema della scuola? In questo caso per rispondere servono due passi indietro.
La scuola pubblica ha subito vistosi e importanti tagli da parte di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni. Difatti, nel 2017, l'Italia è stata considerata uno dei Paesi con la spesa per l’istruzione pubblica più bassa. Dato ancora più sconcertante: solo il 26% delle scuole vengono ritenute agibili e rispettose delle norme di sicurezza. I programmi sono stati impoveriti a causa del processo di aziendalizzazione che sta subendo la scuola, culminato con la riforma della «Buona scuola» di Renzi.
Una scuola così fragile non poteva certo reagire ad una situazione di pandemia.
La scuola pubblica è stata lasciata indietro e con essa gli studenti proletari. Infatti sono stati stanziati ben 150 milioni di euro per le scuole paritarie, che vengono frequentate solo da 866 mila studenti, mentre per la scuola pubblica, che include ben 7,6 milioni di studenti, hanno stanziato solo 1,5 miliardi di euro. Questa somma non è sufficiente poiché non copre neppure i tagli che ha subito la scuola in tutti questi anni; solo quest'anno sono stati tagliati 1,8 miliardi di euro.
Il problema non è solo italiano. Lo stesso Economist afferma che la chiusura delle scuole amplificherà le diseguaglianze sociali. Nel Regno unito - secondo i dati della ong Sutton Trust - le scuole di élite vantano una frequenza vicina al 100% contro il 20% delle scuole pubbliche.
Ma il divario digitale non è l'unico problema. Gli studenti di estrazione proletaria hanno meno probabilità di avere genitori istruiti che li spingano a seguire le lezioni a distanza e che li aiutino con i compiti. D'altra parte, le famiglie più ricche hanno assunto insegnanti privati a tempo pieno.
Tutto il lavoro domestico ricade sulle famiglie e alcuni studenti dovranno trovarsi un lavoro per aiutare i genitori che lo hanno perso. Altri devono occuparsi dei fratelli più piccoli.

La scuola: specchio della demagogia del capitalismo e della «Fase 2»
Anche sugli esami di Stato, noi studenti non stiamo ricevendo risposte chiare e precise. L’esame di maturità si svolgerà in presenza, una follia. Tutto questo per cosa? Per fingere che con la «Fase 2» tutto sia tornato alla normalità, affinché Confindustria rimetta in moto la macchina del profitto.
La pulizia sarà affidata ai bidelli, che dunque saranno più esposti al contagio. Non verrà nemmeno misurata la temperatura corporea, ma si dovrà rilasciare una semplice auto-certificazione, e le mascherine bisognerà portarsele da casa. Una presa in giro!
Per mantenere la sicurezza bisognerebbe garantire come minimo che tutti gli studenti possiedano mascherine e guanti, ma questi dispositivi non vengono assicurati nemmeno per il personale sanitario. Non bisogna dimenticare che l'esame verrà svolto in ambienti stretti, e che non prevede semplicemente una discussione orale, ma anche compilazioni verbali, le discussioni tra i professori ecc., e questo significa che il virus avrà molte più probabilità di diffondersi.
Infine, gli studenti che vengono dalle periferie e dalle province dovranno prendere i mezzi di trasporto, spesso stracolmi; questo non permetterà il metro di distanza.
Questa è la scuola pubblica oggi nel capitalismo!
Noi studenti vogliamo una scuola realmente pubblica, gratuita, laica e universale.
Il sistema capitalistico entra in contraddizione con le necessità degli studenti. Un sistema basato sulla ricerca del profitto non potrà mai assicurare il diritto allo studio.

Il capitalismo ci sta privando di tutto: del diritto allo studio e della sicurezza e ci offre solo precarietà!

venerdì 29 maggio 2020

Lift Evrey Voice and....shout. Contro l'ennesimo assassinio di un uomo afroamericano in America.

Luciano Granieri






Fred Gray  25 anni deceduto a seguito delle terribili percosse subite mentre era in custodia presso un centro di polizia dopo essere stato arrestato a Baltimora.

 Laquan Mc Donald 17 anni ferito a morte da un poliziotto a Chicago.

Mike Brown 17 anni  assassinato a Fergusson da un poliziotto.

James Crawfords 22 anni  ucciso dalla Polizia in Ohio.

Eric Garner,43 anni  ucciso per soffocamento dagli agenti, mentre con la faccia pressata a terra gridava di non riuscire a respirare.

Brandon  Webber 21 anni crivellato di colpi dagli agenti  a Memphis.

Come la maggior parte di   musicisti e  artisti afroamericani, dai jazzisti Ambrouse Akinmusire, o Jazzmeia  Horn, a star del Pop come Byonce, Pharrell Williams, o rapper come  Kendrick Lamar, voglio iniziare l’articolo elencando solo l’inizio di una   lista  di afroamericani uccisi dalla ferocia della polizia. Quelli che ho citato non sono che una piccola parte, l’appello che i musicisti sopra citati declamano  prima di ogni loro esibizione è molto più lungo, una triste e dolorosa litania di vite spezzate.

Ad essa si è  aggiunto George Floyd 46 anni ammazzato il 25 maggio scorso  con le stesse modalità di Eric Garner:  soffocato con la gola compressa dal ginocchio del poliziotto bianco Derek Chauvi. Anche in questo,  caso come per Garner,  il lamento strozzato in gola “I can’t  breath, non posso respirare,  è stata l’ultima espressione di George Floyd prima di morire.

I can’t breath  è diventata lo slogan gridato dai manifestanti,  esasperati dall’ennesima uccisione di un innocente,  davanti al commissariato di polizia  di Minneapolis dato alle fiamme. Manifestazione che ha visto un’altra  vittima. I can’t breath  è diventato l’ennesimo grido di battaglia che sta coinvolgendo, dal Minnesota, tutta l’America, tanto che Trump, dopo aver condannato l’assassinio di Floyd, ha twiittato minaccioso che “dove c’è saccheggio si spara” intendendo per saccheggio l’incendio della stazione di Polizia dove operavano gli assassini di Geroge. Così  rivelando, dopo una flebile indignazioni  per il sopruso degli agenti, le reali intenzioni di continuare l’azione repressiva senza  fare prigionieri. 

La lista di morte ha dunque aggiunto un’altra vittima   e, disgraziatamente ne aggiungerà delle altre.   La repressione della polizia bianca è una costante che si abbatte su i neri, ovviamente poveri. Già  perché non bisogna dimenticare che la crudeltà WASP (White Anglo-Saxon Protestant)  investe tutti coloro ritenuti, non in grado di vincere la lotta per l’affermazione individualista tesa alla massimizzazione del profitto,  ma anzi ne sono un inutile e lamentoso ostacolo.  

Non è solo discriminazione razziale, ma anche sociale. E’ la discriminazione che passa per la ghettizzazione nei sobborghi dormitorio, dove chi vi abita,  per sopravvivere , deve accettare una condizione di schiavitù  legalizzata oppure galleggiare in uno stato sospeso fra la negazione della vita e la precarietà . Una condizione  a  cui non è consentito ribellarsi pena la morte.    

Una società in cui lo schiavismo non è stato mai abolito, anzi è stato pericolosamente esportato in forme più  subdole  anche nella civilissima Europa attraverso il working-poor , i “lavoretti”, il capitale “disumano”. 

  Il fatto che la lotta per i diritti civili e sociali, trovi in America,  un supporto da parte degli artisti e degli sportivi di colore, può quantomeno lasciare accesa la speranza che non tutto possa essere perduto. 

Jazzmeia Horn, che intona “Lift Every Voice ad Sing”, (ovvero il “Black National Anthem”  scritto dal leader del NAACP  James  Weldon  Johnson)  per poi   confluire    nel brano “Moanin” reso celebre da Art Blakey -dove Moanin sta per lamento, ma un lamento che evoca rivendicazione -.  Ambrouse Akinmusire che incide un intero album di protesta contro le violenze della polizia bianca  ai danni gli afroamericani, o il rapper Kendrick  Lamar, con la sua invocazione di un angelo nero non violento che difende i diritti del suo popolo , sono segnali di una grande consapevolezza sulla necessità di una rivoluzione culturale oltre che sociale. 

Sono manifestazioni da sempre patrimonio del popolo nero, a cui tutti dovremmo guardare nella convinzione che la lotta al razzismo è una parte, di un più grande ed aspro conflitto per i diritti inviolabili e incomprimibile della persona umana. Valori universali  che oggi  sono traditi e svenduti alle ragioni dell’accumulazione capitalista .  

E’ possibile evitare che mai più un afroamericano perda la vita soffocato da un poliziotto? O che un immigrato affoghi  nel mediterraneo, che l’infanzia venga violata, che un Italiano non abbia i soldi per curarsi? E’ possibile. Ma serve unire tutte le lotte,  da quelle dei neri d’America a quelle dei precari e disoccupati Italiani e degli esclusi di tutto il mondo, in un'unica rivendicazione: quella per l’ottenimento dei diritti inviolabili, quali quelli necessari ad una vita dignitosa. 

Diritti che vengono definiti "inviolabili" proprio  perché sono dovuti ad ognuno di noi dal momento che veniamo al mondo.  Dunque nessun altro valore, men  che meno monetario, potrà  venire prima.

Di seguito tre contributi in video di Jazzmeia Horn, Kendrick Lamar e Ambrouse Akinmusire.