Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 19 giugno 2015

Frosinone "NON LUOGO"

Amedeo Di Salvatore


Frosinone il "NON LUOGO".  Non era così fino agli anni '70-'80, non c'erano i “non luoghi” oppure erano pochi. 
Forse non tutti sanno che per noi ragazzi degli anni '50 ed anche prima ,a  Frosinone (*):
Avevamo 3 campi da calcio, 4 campi da basket , 1 pista di pattinaggio, 2 discoteche, 1 sala Bowling, spazi per giocare a bocce. 
Avevano la Pizzeria di “Gianni Rusticone” con annesse sale per giocare a scacchi o quella per fare le gare con le automobili sulla pista elettrica. 
Avevamo la gelateria Polo Nord con il suo Juke-Box dove Patty Pravo negli anni 60 con
“Ragazzo Triste” e poi con “Pazza Idea” negli anni '70 venivano cantate all'infinito. 
Avevamo complessi musicali: Lions, Sofisti, Lords, e tanti altri. 
Avevamo decine e decine di motorini Benelli o moto Laverda e Guzzi.

In quegli anni avevamo anche 3 sale cinematografiche , avevamo le salette dove si faceva teatro
 avevamo la sala esposizione di fronte la Chiesa di S. Lucia  dove si presentavano le opere degli artisti Frusinati e non. 
Avevamo il fiume Cosa , dove qualcuno ancora osava fare il bagno.
Avevamo Viale Marconi, per gli incontri e lo “struscio” , 
avevamo la piazza dove incontrarci, discutere, scambiare le opinioni, fare progetti che di li a poco alcuini  si sarebbero realizzati.

Avevamo i “localini delle varie associazioni” dove ci si incontrava e la domenica pomeriggio si ballava e ci si innamorava. 
Quelli più grandi di noi avevano poi  il Moulin Rouge e il Chatam Club di Via Firenze.

Avevamo il viadotto Biondi che ci univa alla parte bassa di Frosinone.
Avevamo don Carlo Cervini e don Luigi Minotti.

Avevamo il futuro davanti a noi, lo potevamo prendere con una mano.
Eravamo pieni di speranza e con la voglia di fare e cambiare questa città in meglio.

Poi d'improvviso, ci hanno tolto la piazza ,dove il pomeriggio spesso giocavamo a pallone, per farci un parcheggio,
ci hanno tolto la pista di pattinaggio, i campi da basket, i giardinetti, i campi di bocce e i biliardini di “Sor Peppe” per farci una Chiesa.

Come succede quando c'è una invasione di cavallette, non è rimasto più nulla di tutto quello che avevamo. 
Le “cavallette” ci hanno lasciato inquinamento nell'aria e nelle acque, case vecchie abbandonate, palazzi e palazzi, 
cemento su cemento buttato senza ragione che hanno “rubato” e continuano a rubare il nostro verde.

Non sono stati neanche risparmiati i “nuovi giovani” che non abbiamo più in città. 
Vivere a Frosinone ci vuole coraggio. Il  mondo si è globalizzato e la voglia di conoscerlo e viverlo è più forte di restare a far “nulla”

Frosinone si sta invecchiando giorno dopo giorno.
Noi, i ragazzi degli anni '50 ed ancor prima abbiamo ancora dentro la forza e la speranza di “riprenderci” 
questa città e cancellare i “NON LUOGHI” che dagli anni '80 in poi si sono creati, ed insieme possiamo farcela.

AD MAIORA!
Amedeo Di Salvatore


(*) Frosinone era e lo è ancora il “Centro Storico”.
Ancora oggi per chi abita poco fuori dal Centro dice: “Vado a Frosinone”


I Santi Patroni leggono la lettera enciclica Laudato Si’ e scrivono ai consiglieri comunali di Frosinone

Comitato di lotta Frosinone


Carissimi Consiglieri Comunali, 
eccoci tornare a Frosinone a festeggiare la città ed a rinnovare la nostra protezione per essa.
Come l’anno passato, così oggi incrociamo nella piazza che vedrà la festa, ancora, quella tenda che da 440 giorni è lì presente, i cui lavoratori e lavoratrici un anno fa ci invocavano, nel tentativo di sensibilizzare la città e le istituzioni, per una soluzione al problema occupazionale davanti ad una situazione economico-sociale insostenibile: “spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto” (Enciclica papale Laudato Sì, prg 38).
Una lotta che verteva sulla loro esclusione dal posto di lavoro e dall’idea che i beni pubblici potessero generare profitto. Anche l’enciclica papale Laudato Sì fa appello ad un ragionamento diverso: “Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il “primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale”(prg 93).
Noi abbiamo fatto il possibile per andare incontro a tale situazione:
Abbiamo fatto sì che il Comune di Alatri e l’Amministrazione Provinciale non abbandonassero la partita; abbiamo infuso speranza ogni qualvolta l’Amministrazione frusinate caracollava sotto i colpi di affidamenti diretti quando invece a parole si diceva disponibile ad una soluzione attraverso una società pubblica;
abbiamo protetto il lavoro e trasmesso coraggio alla magistratura nelle indagini chiamate “mafia-capitale” dove sono venute fuori situazioni drammatiche i cui protagonisti hanno alcuni riferimenti nelle vicende delle coop sociali di tipo B e negli affidamenti di appalti. 
abbiamo ridestato interesse in un membro della giunta che è riuscito a dimostrarsi disponibile nella vicenda ed ha preso parte con fatti e con interventi a questa causa;
abbiamo seguito con partecipazione le cause davanti al Tribunale del lavoro oggi vinte che ricostruiscono e danno un senso all’intera vicenda in maniera così differente da come l’Amministrazione e una parte della stampa l’aveva ricostruita, distribuendo a destra e manca grosse responsabilità soprattutto economiche che dovranno essere soddisfatte rapidamente. L’abbiamo fatta coincidere con l’incontro di Roma proprio per dare un segnale chiaro all’accordo che da lì a poco si sarebbe preso sulla newco!
Tanti passi quindi sono stati fatti, nonostante qualcuno non abbia voluto comprendere fino in fondo la tenacia e le ragioni dei lavoratori e lavoratrici attendati. I segni, quindi, sono inequivocabili. E tali dovrebbero apparire a chi ha responsabilità di governo. Si prendano le dovute contromisure, si assuma la corretta responsabilità e si riapra un tavolo di discussione. “La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi”(prg 61).
“Il bene comune richiede la pace sociale, vale a dire la stabilità e la sicurezza di un determinato ordine, che non si realizza senza un’attenzione particolare alla giustizia distributiva, la cui violazione genera sempre violenza. Tutta la società – e in essa specialmente lo Stato – ha l’obbligo di difendere e promuovere il bene comune”(prg 157).

giovedì 18 giugno 2015

La corsa di Israele alla bancarotta economica (e morale)

Jonathan Cook  fonte:Zetanetitaly

Due recenti rapporti suggeriscono che Israele potrebbe rischiare conseguenze catastrofiche se non porrà fine ai maltrattamenti dei palestinesi sotto il suo dominio, nei territori occupati o nello stesso Israele.
La ricerca della Rand Corporation mostra che Israele potrebbe perdere 250 miliardi di dollari nel prossimo decennio se non concluderà la pace con i palestinesi e si intensificherà la violenza. Por fine all’occupazione, d’altro canto, potrebbe portare un dividendo di più di 120 miliardi di dollari nelle casse della nazione.
Contemporaneamente il ministro israeliano delle finanze prevede un futuro ancor più fosco a meno che Israele non si reinventi. E’ probabile che finisca in bancarotta nel giro di pochi decenni, dice il rapporto del ministro delle finanze, a causa della rapida crescita di due gruppi che non sono produttivi.
Entro il 2059 metà della popolazione sarà costituita o da ebrei ultraortodossi, che preferiscono la preghiera al lavoro, o da membri della minoranza palestinese di Israele, la maggior parte della quale è danneggiata dal proprio sistema separato d’istruzione e poi esclusa da gran parte dell’economia.
Entrambi i rapporti dovrebbero suscitare una marea di preoccupazione in Israele, ma a malapena hanno causato qualche piccola onda. Lo status quo – dell’occupazione e del razzismo endemico – sembra tuttora preferibile alla maggior parte degli israeliani.
La spiegazione richiede un’analisi molto più profonda di cui non appaiono capaci né la Rand Corporation né il ministero delle finanze israeliano.
Il rapporto del ministero delle finanze segnala che con una popolazione crescente non preparata a un’economia globale moderna l’onere della fiscalità ricade sempre più pesantemente su una classe media in assottigliamento.
Il timore è che ciò creerà rapidamente un circolo vizioso. Gli israeliani più ricchi tendono ad avere due passaporti. Schiacciati dalla necessità di far fronte al deficit di entrate, espatrieranno, precipitando Israele in un debito irreversibile.
Nonostante questo scenario da giorno del giudizio Israele sembra lungi dall’essere pronto a intraprendere l’urgente ristrutturazione necessaria per salvare la propria economia. Il sionismo, l’ideologia ufficiale di Israele, è basato su principi centrali di separazione etnica, giudaizzazione del territorio e lavoro ebreo. E’ sempre dipeso dall’emarginazione, al meglio, e dall’esclusione, al peggio, dei non ebrei.
Ogni tentativo di smantellare l’impalcatura di uno stato ebraico determinerebbe una crisi politica. Le riforme possono aver luogo, ma probabilmente avranno luogo troppo lentamente e gradualmente per fare una gran differenza.
Il rapporto Rand lancia anche l’allarme. Segnala che entrambi i popoli si avvantaggerebbero dalla pace, anche se l’incentivo è più forte per i palestinesi. L’integrazione nel Medio Oriente vedrebbe crescere i salari medi di solo il 5 per cento per gli israeliani, in confronto con il 36 per cento per i palestinesi.
Ma mentre i suoi economisti possono aver trovato facile quantificare i benefici di por fine all’occupazione, è molto più difficile valutare i costi in sheqel e dollari.
Nel corso dei sei ultimi decenni è emersa in Israele una élite economica il cui prestigio, potere e ricchezza dipendono dall’occupazione. Ufficiali di carriera dell’esercito guadagnano ricchi stipendi e si ritirano sulla quarantina con generose pensioni. Oggi molti di questi ufficiali vivono negli insediamenti.
I pezzi grossi dell’esercito sono il gruppo più elevato di pressione e non molleranno la loro presa sui territori occupati senza lottare, e si tratterà di una lotta per la quale sono in posizione vincente.
A sostenerli ci saranno quelli del settore dell’alta tecnologia che è divenuta il motore dell’economia israeliana. Molti sono ex militari che si sono resi conto che i territori occupati erano il laboratorio ideale per sviluppare e verificare software e hardware militari.
L’eccellenza israeliana negli armamenti, sistemi di sorveglianza, strategie di contenimento, raccolta di dati biometrici, controllo delle masse e guerra psicologica ha un mercato. Il know-how israeliano è divenuto indispensabile per l’appetito globale riguardo alla “sicurezza interna”.
Tale competenza è stata in mostra questo mese all’esposizione degli armamenti di Tel Aviv che ha attirato migliaia di dirigenti della sicurezza di tutto il mondo, attratti dall’argomento forte di vendita che i sistemi in offerta erano “verificati in combattimento”.
Por fine all’occupazione significherebbe sacrificare tutto ciò e recedere allo status quo di un minuscolo stato anonimo senza risorse o esportazioni degne di nota.
E, infine, i coloni sono uno dei settori più ideologicamente impegnati e favoriti della popolazione d’Israele. Se fossero trasferiti riporterebbero in Israele la loro coesione di gruppo e i loro profondi risentimenti.
Nessun leader israeliano vuole scatenare una guerra civile che potrebbe fare a pezzi il già fragile senso di unità della popolazione ebrea.
La realtà è che la percezione della maggior parte degli israeliani circa i loro interessi nazionali, sia come stato ebraico sia come superpotenza militare, è intimamente legata a un’occupazione permanente e all’esclusione della minoranza palestinese di Israele dalla reale cittadinanza.
Se c’è una conclusione da ricavare da questi due rapporti può essere una conclusione pessimistica.
L’economia interna di Israele probabilmente crescerà più debole, con la manodopera ultraortodossa e palestinese sottoutilizzata. In conseguenza è probabile che il centro degli interessi e dell’attività economica di Israele si dirigeranno sempre più verso i territori occupati.
Lungi da un ripensamento degli israeliani circa le loro politiche oppressive nei confronti dei palestinesi, i paraocchi ideologici imposti dal sionismo potrebbero spingerli a perseguire ancor più aggressivamente i vantaggi dell’occupazione.
Se il mondo che osserva vuole davvero la pace, non saranno sufficienti le pie illusioni. L’ora delle carote è semplicemente passata. Sono necessari anche i bastoni.
Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il Giornalismo. I suoi libri più recenti sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [Palestina che scompare: gli esperimenti di Israele con la disperazione umana] (Zed Books). Il suo sito web è www.jonathan-cook.net.
Una versione di questo articolo è apparsa in origine su The National, Abu Dhabi.

mercoledì 17 giugno 2015

Ceccano cambia verso

Luciano Granieri




“Sono al governo per cambiare l’Italia”. Questo è il mantra con cui il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, ci sbombrilla gli attributi un giorno si e l’altro pure. Per ora l’ex sindaco fiorentino non è riuscito completamente  il suo proposito. Molti danni, disgraziatamente, li ha fatti, vedi Jobs Act , decreto sblocca Italia, ed altre scempiaggini simili,  ma  il piano   teso a rottamare i principi fondanti della Repubblica democratica,  nata dalla resistenza non si è ancora  computo. 

Esiste però  un luogo dove il piano renziano di cambiamento radicale si è realizzato in  pieno. Ci riferiamo alla cittadina di Ceccano. Mai dal dopoguerra ad oggi nella storia del Comune in riva al Sacco  era capitato che il sindaco  non fosse espressione della sinistra, più o meno coniugata in salsa centrista. Nel corso degli anni  la città, dalle forti tradizioni operaie, la Ceccano  delle lotte dei lavoratori per i diritti sindacali  nel saponificio  Annunziata, aveva sempre eletto un sindaco, espressione delle varie declinazioni riformiste  Pci, Ds, Pds, Pd,  finanche Psi. 

Ebbene nell’era del Partito della Nazione renziano il verso è mutato il cambiamento si è realizzato. Da oggi Ceccano è governata da una giunta di destra. Suvvia!!! Il neo sindaco Caligiore  è di destra, non offendiamo l’intelligenza dei cittadini con la “palla” che l’ex carabiniere si è presentato senza vessilli di partito. Questo signore è stato consigliere comunale di opposizione nelle fila del Pdl ruspandiniano  e il suo  comitato elettorale era situato nella sede di “Fratelli d’Italia” altro che volto nuovo della società civile! 

Ma torniamo al cambiamento.  Si dirà: che c’entra Renzi?  La sconfitta è tutta del Pd locale a della scarsa   coesione    nell’appoggiare il candidato di centro sinistra Compagnoni . Siamo proprio sicuri?  Naturalmente chi semina il vento di primarie farlocche, raccoglie la tempesta di farmacisti e aviatori temerari incazzati. Ma in questa tornata elettorale i fratelli coltelli, Pd-Psi si sono, quantomeno,  presentati insieme. 

Giova osservare  invece che nelle precedenti elezioni neanche la traumatica divisione fra i già  citati  fratelli coltelli Pd-Psi aveva impedito ad un sindaco di centro sinistra (Manuela Maliziola)  di accedere allo scranno di primo cittadino. Una cesura che invece a Frosinone aveva aperto la strada alla vittoria  dell’esponente  di destra Nicola Ottaviani. Dunque la causa della divisione non è credibile. 

Qualcuno imputa ai vertici del Pd locale e alla strategia messa in campo,  la colpa della mancata elezione di Compagnoni, invocando  addirittura le dimissioni dei dirigenti cittadini del partito. Anche in questo caso, la tesi regge poco.  Nei vertici del Pd provinciale, sono cambiati i burattini ma i burattinai rimangono  sempre gli stessi,   da decenni. Sono i soliti due Mangiafuoco, prima berlingueriani, poi occhettiani,  prodiani, veltroniani,  bersaniani,  lettiani, ora convintamente  renziani, che in pubblico fanno finta di litigare, mettendo in scena un clamoroso gioco delle parti, mentre nelle segrete stanze si dividono da buoni compari le poltrone che contano.  

Dunque   la causa principale  della debacle  della coalizione di centro sinistra ceccanese, a  mio giudizio, risiede proprio nel Presidente Segretario nazionale. Non nascondiamoci dietro ad un dito. Finita la sbornia dell’uomo nuovo al comando, Renzi ha cominciato a stare sulle palle un po’ a tutti. Soprattutto a molti  militanti del partito di cui è segretario. La sua spocchia, la sua cialtroneria, la sua ignoranza, e quella delle sue prone  truppe cammellate, ha prodotto il rifiuto del “brand “ Pd, proprio in coloro i quali ad una narrazione socialista riformista hanno   sempre creduto. I “ce ne faremo  una ragione” “Fassina chi?””Letta stai sereno”   e facezie varie , dopo l’infatuazione della novità hanno prodotto il rifiuto. 

Un rigetto che si esplica nei confronti di Renzi, e inevitabilmente  dei candidati a sindaco  espressione del partito di cui è segretario. E’ accaduto a Ceccano e accadrà  in altri comuni. L’era Renziana sta finendo? Possibile. Aggiorniamoci alle prossime tornate elettorali. Intanto cerchiamo di farci trovare pronti a riempire il vuoto che eventualmente si aprirà con il fallimento dell'indisponente fiorentino.

Appello per un forte sostegno al comitato vertenza Frosinone contro la disoccupazione e la precarietà.

Il segretario provinciale del PCd’I Oreste  Della Posta.

Vertenza  sindacale.
Partendo dalla considerazione fondamentale che il fenomeno della disoccupazione classica e giovanile riguarda oltre il 25% della popolazione della nostra provincia, e se a ciò sommiamo la precarietà  si arriva  a proporzioni bibliche. In questo quadro è da approvare, sostenere e sviluppare il comitato vertenza Frosinone contro la disoccupazione e la precarietà, in quanto può dare una risposta al dramma che vive la nostra provincia: il lavoro. Non passa giorno che nel nostro territorio non si chiude un’attività produttiva, l’ultima è la CMA, vicino Cassino.
I Comunisti fanno appello alle forze sindacali di sostenere i disoccupati e precari che si stanno organizzando nella nostra provincia. Sarebbe grave  se le forze sindacali non agissero in sostegno di tale giusta iniziativa. Lo stesso ragionamento vale  per i partiti politici, che comunque attraversano una grave crisi identitaria, di aderire alla vertenza  Frosinone ed è interesse dei sindaci di sostenere  il comitato, in quanto non c’è comune che non conosce il dramma   della disoccupazione e disperazione sociale. L’unica risposta valida è insieme per lo sviluppo ed è evidente che ogni singolo comune è impotente per affrontare queste situazioni. Il Partito Comunista d’Italia ha chiesto un incontro al comitato per analizzare insieme le prospettive e le eventuali azioni di lotta  da mettere in campo, in quanto i comunisti condividono l’idea del comitato.
Ai cittadini della nostra provincia  esprimiamo l’augurio che essi  si  possano svegliare dal torpore e sostenere in tutti i modi la vertenza Frosinone, l’unica speranza per il nostro territorio, in alternativa c’è la povertà che ogni giorno acquista nuovi adepti: ribellarsi è giusto  ed è ora!

martedì 16 giugno 2015

Grecia Contro il diktat imperialista: sospendere il pagamento del debito e nazionalizzare le banche!

Segretariato della Lit-Quarta Internazionale


Ci sono trattative in corso tra il governo greco e i leader dell'imperialismo europeo. Il pacchetto di misure che l'imperialismo esige non è altro che la firma dello status di colonia seguita da una vera e propria dichiarazione di guerra contro la classe lavoratrice: esige il mantenimento integrale del piano di privatizzazioni (iniziato dal governo di Antonis Samaras di Nuova Democrazia), degli aeroporti e dei porti del Pireo e di Salonicco; implementare la riforma delle pensioni (cioè, abbassarle e porre fine ai prepensionamenti); mantenere la sospensione della contrattazione collettiva salariale e sulle condizioni di lavoro, rivedere il diritto di sciopero e la legge che regola i licenziamenti collettivi, ovviamente per renderli più facili.
Il fatto che il pagamento del debito debba venire dal sangue e dal sudore dei lavoratori greci, fa si che:
- qualsiasi cambiamento in ambito lavorativo sia soggetto all'approvazione della Troika;
- si aumenti l'IVA e si cancellino i sussidi per l'acquisto di combustibili per il riscaldamento e del gasolio per uso agricolo;
- si mantenga la politica  di avanzo primario e i tagli alla spesa sociale;
- si prospetti anche di “rivedere le tabelle salariali” per i lavoratori statali, cioè tagli ai salari della pubblica amministrazione.
Come se non bastasse, c'è qualcosa di raramente discusso e commentato dalla stampa: la pretesa di "istituire un'agenzia tributaria indipendente". Cioè, lo Stato greco deve rinunciare al controllo sulla riscossione delle imposte e passarla direttamente all'Unione Europea (Ue), riconoscendo la fine di ogni parvenza di sovranità.
Quello che dice l'imperialismo in maniera altisonante, e che non sentono solamente quelli che non vogliono sentire, è che il prezzo da pagare per rimanere nell'Ue e nella zona euro è la colonizzazione del Paese e la schiavitù. La sottomissione e l'umiliazione della Grecia non è dettata solamente dalla politica di saccheggio, ma anche, da ciò che dichiara uno dei portavoce del capitale finanziario: "La democrazia europea ha una premessa organizzativa nuova. I cittadini devono ancora cambiare i loro dirigenti, ogni tanto, ma solo con la chiara consapevolezza che le elezioni non annunciano cambi di direzione. Le élite europee, di destra o di sinistra, all'interno o al di fuori della zona euro, si inginocchiano davanti all'altare dell'austerità. I governi si permettono un ritocco qui o una sfumatura in quello a cui danno più importanza là. Nessuno osa mettere in discussione il catechismo della austerità di bilancio”.  (Financial Times, 05 giugno 2015).
Detto questo, l'imperialismo ha bisogno di schiacciare i lavoratori greci per aver osato dire basta alla spirale di tagli, controriforme e super-sfruttamento. L'“altare dell'austerità” non ammette riforme: il rifiuto di Alexis Tsipras dei dettami dell'imperialismo non essendo stato accompagnato da misure che permettano di rompere con il catechismo dell'austerità mantiene il Paese in ginocchio.
L'alternativa: trasformare la Grecia in una colonia tedesca o sospendere il pagamento del debito e uscire dall'euro
La logica di cambiare l'“austerità rigida” con una “austerità flessibile” porta ad accettare, anche negoziando, i termini del diktat imperialista, posto che l'unica strategia reale della negoziazione ha come limite e orizzonte che la Grecia rimanga a tutti i costi nella zona euro. Ma questa strategia risponde semplicemente agli interessi della grande borghesia greca e dei banchieri parassiti falliti; si mantiene il Paese in ostaggio dei prestiti della Banca centrale europea (Bce) affinché essi mantengano i loro profitti a galla, mentre la classe lavoratrice sta affondando nella miseria.
Tsipras ha denunciato che l'“asfissia finanziaria” alla quale la Bce sta sottomettendo la Grecia “è immorale”. Ma l'imperialismo non capisce nulla né di morale né di umanità, qualità che il primo ministro greco esige da coloro i quali si rifiutano perfino di riconoscere la loro responsabilità storica per l'occupazione e la barbarie nazista in Grecia durante la Seconda guerra mondiale. Quello che non dice Tsipras è che questa “asfissia finanziaria” è facilitata direttamente dalla sua decisione di firmare l'accordo dello scorso febbraio.
La domanda sorge spontanea: che misure il governo Tsipras ha decretato contro l' “asfissia finanziaria” imposta dalla Bce? Ha obbligato tutte gli organismi statali (dai municipi fino agli ospedali) a mettere a disposizione del governo le proprie riserve di cassa per rispettare gli impegni di pagamento al Fmi. Era questa l'unica strada? No. L'“asfissia” non può essere utilizzata per negoziare il diktat, poiché è necessario invece che il suo governo nazionalizzi le banche, senza farsi carico di nessuno dei loro debiti, le unifichi in una unica banca statale e decreti il controllo dei movimenti di capitali.
Ma il governo Tsipras e il suo partito Syriza già hanno annunciato che, in cambio di un "accordo", gettano dalla finestra il programma di Salonicco, con il quale Syriza ha vinto le elezioni. E di quel programma già è sparito l'impegno ad aumentare il salario minimo, ad abolire completamente la riforma del lavoro, a non aumentare l'Iva, alla riduzione unilaterale del debito, ad annullare le privatizzazioni, ecc. Al contrario, si afferma che le privatizzazioni saranno fatte ma, questo sì, in “maniera sovrana”. Tantomeno è rimasto del programma di Salonicco il reintegro dei dipendenti pubblici gettati per la strada dal governo Samaras (ad esempio le protagoniste dell'eroica lotta delle lavoratrici delle pulizia dei ministeri), dei quali solo l'1% sarà reintegrato, secondo il disegno di legge del governo. (1)
L'unico e principale argomento utilizzato da Tsipras per giustificare le concessioni è che non ha ricevuto il mandato dal popolo greco per rompere con l'euro. Ma è vero anche anche il contrario, perché Tsipras non ha nessun mandato a tradire il suo programma e il suo solenne impegno di porre fine all'austerità.
L'opzione perseguita da Syriza è rinnegare gli impegni assunti con i lavoratori. Per rispettarli, invece, dovrebbe rompere i suoi legami e impegni con la borghesia greca, con Anel (2), e in particolare, con i banchieri soci dell'imperialismo nel saccheggio del Paese, parassiti dei grandi squali europei.
Per farla finita con l'austerità, bisogna decretare la sospensione immediata del pagamento del debito. Se Tsipras non lo fa continuerà con la logica dei tagli, delle privatizzazioni e del super-sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici.
Diciamo alle lavoratrici e ai lavoratori greci che non c'è altra via che la loro mobilitazione e la loro lotta, indipendente dal governo. È necessario uno sciopero generale in difesa delle rivendicazioni basilari dei lavoratori e contro i piani di austerità negoziati dal governo con l'imperialismo. È ora di scendere in piazza e esigere da Syriza: rifiutate e non negoziate il diktat imperialista! Sospendete immediatamente il pagamento del debito e nazionalizzate le banche! Chiamate urgentemente alla solidarietà internazionalista i lavoratori europei e di tutto il mondo!
Quelli che all'interno di Syriza (come la Piattaforma di Sinistra) sono contrari alla firma del nuovo memorandum, non possono continuare a seminare illusorie speranze nel governo: è necessario rompere con il governo Tsipras-Anel, organizzare l'opposizione operaia e delle masse popolari e costruire un fronte unico dei lavoratori, indipendente dal governo, al fine di avanzare nell'unità delle lotte. E, più che mai, bisogna fare appello alla solidarietà europea contro il boicottaggio e innalzando la bandiera di un'Europa unita dei lavoratori e delle masse popolari.
Naturalmente, l'apertura di una prospettiva di questo tipo esige un governo che si basi e risponda alla classe lavoratrice e alle masse popolari organizzate, che faccia i passi di rottura necessari e sviluppi la solidarietà. Parliamo di un governo dei lavoratori. E della necessità di avanzare, dentro l'attuale processo di riorganizzazione, nella costruzione di una direzione rivoluzionaria.
Ribadiamo, infine, la nostra disposizione a collaborare e ad aiutare le organizzazioni e gli attivisti della sinistra greca a costruire una opposizione operaia e socialista al governo di Tsipras.
Solidarietà con le masse popolari greche! Cancellazione del debito greco verso gli Stati!
Dai Paesi europei che si dicono “creditori” della Grecia (Germania, Francia, Italia, Stato spagnolo, ecc.), le sezioni della Lit fanno un appello a tutti i partiti, le organizzazioni e i sindacati a iniziare una campagna immediata per la cancellazione del debito greco. Le lavoratrici e i lavoratori greci non ci devono nulla: il “salvataggio” greco che ha causato immensi sacrifici per le masse popolari greche non aveva altro scopo che salvare dalla bancarotta le banche imperialiste creditrici, in particolare quelle tedesche, francesi e statunitensi, esposte con grandi prestiti nel Paese. Il piano di salvataggio dell'Ue non è stato altro che il trasferimento del debito bancario agli Stati affinché lo paghino come al solito i lavoratori e le masse popolari. La lotta per la cancellazione del debito greco è la stessa che portiamo avanti nei nostri Paesi contro i tagli e l'austerità.
Note(1) La lotta delle lavoratrici delle pulizie del Ministero delle Finanze. www.litci.org
(2) Partito di destra membro della coalizione di governo.

Traduzione dall'originale spagnolo di Giovanni “Ivan” Alberotanza

Samantha una forza della natura.

Simonetta Zandiri

Con il passare delle ore aumenta una certezza: Samantha Comizzoli è una forza della natura, ma la situazione è più complicata di quel che sembra. Al momento l'unica certezza è che non sarà espulsa oggi, si è in attesa dell'udienza di convalida che normalmente viene fatta entro 72 ore dalla prima. E' successo, ma in percentuali minime, che proprio in questa seconda ed ultima udienza a qualcuno sia stato concesso di restare in israele, ovvero in quei territori PALESTINESI sotto occupazione , ma si tratta di profili ben diversi da quello di Sam, quindi è un'ipotesi da scartare. Resta l'attesa, per un tempo non definito, l'attesa che si trasforma in ansia quando arrivano certe notizie, pessimi segnali intimidatori che ancora una volta evidenziano l'arroganza del mostro. 
Ancora una volta il governo italiano si conferma suddito, ben oltre l'essere "amico" di israele, il console ha visitato Samantha in carcere, ieri, tuttavia ha dovuto arrendersi di fronte al silenzio delle autorità israeliane che, non essendo lui un avvocato, non gli hanno fornito alcun dettaglio, se non la conferma della volontà di rispedirla in Italia. Non ho sentito sollevarsi voci a sostegno dell'impegno di Samantha perché il mostro liberi gli oltre trecento BAMBINI DETENUTI e TORTURATI, c'è un silenzio sempre più inquietante e persino alcune notizie che fino a ieri si trovavano cercando con google news sulla sua situazione, oggi sono sparite dall'indice. Misteri.
Di che cosa hanno paura? E' una donna, solo una donna che ha scelto di stare dalla parte giusta, quella dell'oppresso. Liberamente. Sarà questo che fa paura?

Questi sono i suoi racconti, questa è la sua voce libera. Alcune delle testimonianze che ha raccolto sono davvero agghiaccianti.

lunedì 15 giugno 2015

Frosinone calcio. Le ultime dalla campagna acquisti-cessioni.

Luciano Granieri
Carlitos Tevez neo acquisto del sindaco presidente Ottaviani.

Consumato l’ultimo atto della stagione calcistica europea 2014-2015, con la finale di champions league fra Barcellona e Juventus, è  tempo di calciomercato. Sui social media, in tv e sulla stampa impazzano le notizie sui colpi di mercato della “grandi”: Milan e Juve su tutti. Ma al tavolo delle squadre nobili quest’anno siede anche il Frosinone, alla sua prima storica stagione in serie A. 

In realtà le notizie di mercato riguardanti i Canarini, ad oggi, non sono molte.  Si parla di un asse privilegiato con la Juventus per disporre di alcuni giovani in prestito: il portiere Leali, 22 anni, che il club di Agnelli ha girato al Cesena e che potrebbe, con la stessa formula finire fra i pali che furono di Zappino, o il centrocampista Fausto Rossi, juventino mandato a farsi le ossa in Spagna al Cordoba  e che volentieri il club bianconero girerebbe in prestito al Frosinone. 

Ma è tutto vero? Si sa in tempo di calcio estivo, è vero  tutto e il contrario di tutto. Noi di Aut siamo in grado di svelare qualche segreto sulla campagna acquisti dei neo promossi giallazzurri. Tanto per cominciare a molti non sarà sfuggito,  il vanto del sindaco Ottaviani per il risultato del Frosinone, quasi che  il  merito della promozione nella massima serie del Frosinone fosse tutto suo .  Ebbene Nicola Ottaviani non è personaggio che parla a sproposito, magari non eccederà in prudenza, ma ciò che dice ha sempre un fondo di verità.  Infatti  Ernesto Salvini, direttore generale  del club canarino, Rosario Zoino, responsabile finanza e controllo, Marco Giannitti direttore sportivo, non sono altro che dei prestanome. Il vero deus ex machina, il capo assoluto e socio occulto di Maurizio Stirpe è proprio lui, il sindaco podestà Nicola Ottaviani. 

E’ lui l’autentico responsabile della campagna acquisti che è ben lungi dall’ingaggiare giovani  juventini di bella speranza, ma di scarse certezze .  Noi di Aut abbiamo visionato   una delibera di giunta, approvata segretamente, in cui sono indicati i reali obbiettivi di mercato del presidentissimo sindaco. Di seguito pubblichiamo parte del contenuto.

Paul Pogba è stato il primo rinforzo individuato da Ottaviani. Era necessario però superare l’offerta del Manchester City pari a 210 miloni di euro. Il piano per arrivare al giovane centrocampista juventino era pronto. 300milioni di euro più bonus, finanziato da una dilazione della Cassa Depositi e Prestiti, alla quale era stato comunicato che il finanziamento sarebbe servito per l’acquisto del palazzo della Banca d’Italia. Salvo poi dirottare i soldi sull’affare calcistico, così come avvenuto per finanziamenti della struttura sportiva destinata all’Unitalsi, indirizzati  verso lo stadio. 

Ma i dirigenti dell’istituto guidato da Franco Bassanini, non avendo l’anello al naso, e venuti a conoscenza che l’antico palazzo di P.zza Vittorio Veneto era già stato venduto, hanno fatto saltare l’affare. Da qui il cambio di strategia. L’attenzione  si è concentrata con decisione verso il centrocampista, a metà fra Cagliari e Roma, Radja Nainggolan. 

Come è noto per la metà del giocatore   ancora in possesso del Cagliari, il club di Trigoria è disposto a offrire 15milioni più l’attaccante primavera Daniele Verde. La Juve pare abbia rilanciato con un’offerta di 18milioni  al Cagliari e un adeguamento d’ingaggio al giocatore belga fino a 4mIlioni netti  a stagione. Ottaviani è pronto ad offrire 20milioni di euro alla società sarda, più un ingaggio al Ninja di  6milioni di euro  all’anno, per tre anni . Il sindaco presidente, pare abbia trovato la copertura per la  transizione  attraverso l’aiuto di Acea, in particolare del gruppo Caltagirone. Il palazzinaro romano, azionista della società di gestione idrica,  in collaborazione con l’altro socio, la multinazionale GDF Suez, sarebbe disposto a finanziare l’operazione Nainggolan, a patto che Ottaviani convinca i sindaci  della consulta e il presidente della Provincia ad approvare tutto ciò che piace ad Acea.  La Lazio aveva offerto Lucas Billia a 30milioni, ma   laziali di Lotito   fanno ribrezzo.  

Per l’attacco è sicuro l’arrivo di Carlitos Tevez dalla Juve. Le notizie che danno l’attaccante argentino in procinto di passare al Boca Junior sono false. Il costo dell’operazione al momento non è noto. Ma si sa che le coperture dovrebbero arrivare da una joint venture di aziende sanitarie private beneficiate dall’atto aziendale, firmato dallo stesso Ottaviani, e dai sindaci del territorio da lui abilmente convinti della bontà del piano. Partecipa al finanziamento la fondazione Tor Vergata, grazie ai buoni uffici della manager Asl D.ssa Isabella Mastrobuono. 

Per la difesa il nome più gettonato è  Mats Hummels, centrale difensivo del Borussia Dortmund. Stufo di rimpinzarsi dei  wurstel e crauti, il nazionale tedesco   vorrebbe assaporare il gusto delle sasicchie e broccoletti ciociare. Ma il consenso del calciatore non è sufficiente, essendo questi sotto contratto con la squadra di Dortmund . La compagine teutonica   avrebbe un accordo di massima con il Milan. Ballano 30milioni di euro. Un’enormità per un difensore, ma con l’aiuto del capo palazzinaro di Frosinone  -  pronto a finanziare l’operazione, in cambio del diritto gratuito  a costruire, sull’area del Matusa, sull’area di Selva dei Muli, sull’area della ex piscina Enal, sull’area del fiume  Cosa, interrato per tutta l’asta fluviale che percorre Frosinone, sull’area di casa mia, (già mi è arrivato l’avviso di sfratto) - l’operazione si può fare. 

Infine il portiere. Piace Mattia Perin del Genoa, ma i soldi stanziati per il suo acquisto, derivati dalla totale privatizzazione dei lavori eseguiti dagli ex dipendenti Multiservizi, pare non siano sufficienti. Più semplice arrivare al giovane portiere dell’Udinese (classe ’96)  Simone Scuffet, per prenderlo, pare sia sufficiente vendere la tenda del presidio dei lavoratori ex Multiservizi. Sul fronte cessioni l’imperativo è categorico. Non si cede nessuno. E coloro i quali saranno in esubero in  rosa andranno a sostituire i lavoratori delle cooperative di tipo B qualora questi avessero intenzione di scioperare per la precarietà del loro lavoro. Insomma. Forza Frosinine…..e noi paghiamo.

Il presidente, general manager, allenatore nel pallone Nicola Ottaviani.

domenica 14 giugno 2015

Frosinone. Prove di democrazia partecipata

Luciano Granieri



 Si è svolto venerdì scorso 12 giugno presso lo Spazio Società Operaia di Frosinone il dibattito: "Frosinone, un non luogo". L’evento è parte di una serie di incontri organizzati dalle associazioni Oltre l’Occidente e Osservatorio Peppino Impastato, volti ad impegnare una parte, si spera cospicua,  della cittadinanza su riflessioni inerenti  le condizioni politico sociali della nostra città  inevitabilmente connesse  ad un contesto più ampio comprendente la situazione nazionale. 

Nel  primo DIBATTITO, tenutosi  l’8 giugno ,  si è discettato di democrazia, venerdì scorso  invece l’attenzione si è concentrata sulla città di Frosinone come negazione di luogo vivibile, a causa dei continui sfregi urbanistico speculativi, operati dal letale combinato disposto fra comitati elettorali-  affari. 

Il susseguirsi degli interventi, ha rivisitato la disastrata storia urbanistica di Frosinone. Una storia connessa anche con lotte importanti  combattute da cittadini e movimenti consapevoli, non disposti a cedere spazi vitali e di assoluto valore artistico e sociale alle pastoie speculative. Sotto la sapiente conduzione del giornalista del quotidiano  “l’Inchiesta” Alessandro Redirossi, l’architetto Marco Mastronardi, ha ripercorso i tumultuosi iter di riassetto urbano, che hanno investito la nostra città dal dopoguerra ad oggi . Una sordida  storia di piani particolareggiati, piani regolatori, in cui si paventava una megalopoli di 120mila abitanti  ad uso e consumo dei costrittori edili più che dei cittadini.

 Una sciagurata gestione del territorio che ha fatto di Frosinone un "non luogo",  dove un centro storico, in degrado ed in smobilitazione, in smottamento, fisico e morale, domina una pianura di sterminata e sconnessa periferia.  Un tessuto urbano , privo di piazze popolate dai cittadini, di centri  di aggregazione, a parte la Villa Comunale, anch’essa in decadimento,  con un livello di inquinamento record per l’Italia, è  di fatto un "non luogo". 

Su questo hanno più o meno concordato tutti i relatori,  per cui l’obbiettivo del confronto si è concentrato  sul come trasformare Frosinone da non luogo a città sostenibile. Ne hanno discusso in un primo confronto l’architetto Mastronardi e il segretario cittadino del Pd, già presidente del consiglio comunale nella precedente consiliatura Marini, Norberto Venturi.  A loro sono si sono succeduti, l’architetto Luca Oropallo, che ha ripercorso  la questione dei tesori archeologici  dispersi, in parte  ancora nel sottosolo cittadino, ed in gran quantità  nei depositi della sovraintendenza ai beni culturali, a causa dell’esiguità del museo archeologico, e Ivan De Santis, ex consigliere comunale nel corso della seconda consiliatura Marzi, e promotore insieme ad altri cittadini, del referendum popolare per la costruzione di un parco nell’area dello stadio Matusa.  Spazio che, nonostante 8mila frusinati si siano espressi favorevolmente alla zona verde, è ancora a rischio  di essere seppellito dal cemento. 

Pietro Fargnoli dell’associazione  pendolari Cassino Roma  e l’architetto Anita Mancini hanno introdotto  il tema del futuro. Di come cioè Frosinone possa risorgere dal suo status di “non luogo”. Fargnoli  ha illustrato la proposta per il miglioramento del collegamento ferroviario Cassino-Frosinone-Roma e Anita Mancini ha esposto  le tipologie di urbanistica possibile per rendere la città a misura d’uomo coinvolgendo anche la riqualificazione del fiume Cosa e in generale della Valle del Sacco. 

Al di la delle tematiche affrontate,   va posto in risalto   come forse, per la prima volta, si sia tentato di mettere in atto un processo di pianificazione urbanistica partecipata. Dal concetto di area vasta che tende a connettere il Capoluogo con i comuni vicini in unica realtà urbanistica, all’idea di città circolare sostenibile, dal contratto di fiume per il Cosa e per il Sacco, al parco archeologico, ognuno ha espresso la propria idea di città, di spazio vivibile e socialmente fruibile. 

Questa è la via da intraprendere. E’ necessario sottrarre al  già citato combinato disposto comitati elettorali – affari,  ogni decisione relativa alla conformazione di Frosinone e alla sua evoluzione sociale. Solo se i cittadini riusciranno a riappropriarsi della facoltà di decidere del luogo in cui vivono, esercitando il controllo diretto su quanto viene attuato, si potrà veramente mettere in campo una strategia atta a riconquistare una migliore qualità della vita e a scongiurare l’intrusione del malaffare nella gestione del territorio. La lotta alle varie mafie "Capitali" e mafie  "Capoluoghi di Provincia"  parte anche da qui. 

Per potenziare la forza d’urto di questo primo scatto verso una gestione partecipata della città, il progetto pianificato da Oltre l’Occidente e dall’Osservatorio Peppino Impastato,  prevede la costituzione di una cooperativa editoriale aperta a tutti i soggetti che stanno partecipando e parteciperanno ai dibattiti previsti fino a fine giugno. Un progetto basato sulla redazione di una rivista e sulla costituzione di una web tv che possa amplificare gli effetti di questo nuovo processo democratico.  Se son rose…..