Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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venerdì 22 maggio 2020

Il digiuno di Danilo Dolci


Oggi  si celebra la giornata della legalità .  Si commemorano  i  cosiddetti eroi antimafia, Falcone, Borsellino, Chinnici, La Torre, Dalla Chiesa e, da qualche anno a questa parte. Peppino Impastato. Quest'ultimo non era un membro delle forze dell’ordine né un magistrato. Era un militante politico, una figura di quell'antimafia  che ha dispiegato la sua forza di contrasto impegnandosi sul fronte della  giustizia sociale. Proprio il raggiungimento della giustizia sociale era, ed è, il vero antidoto contro la criminalità organizzata. Un antidoto molto più potente di qualsiasi azione repressiva. Come Peppino Impastato, ci sono state altre  figure preminenti della cosiddetta antimafia sociale. Fra questi,  Mauro Rostagno, Placido Rizzotto,  Danilo Dolci. Proprio di Danilo Dolci vorrei qui riproporre una piccola-grande  storia  tratta dal sito  https://www.balarm.it/e raccontata da Lucio Forte. 

Un’ultima considerazione: Giovanni Falcone diceva che per sconfiggere la mafia è necessario seguire i soldi. Oggi questa pratica è diventata molto difficile, se non impossibile,  visto che  è legale spostare con un click miliardi di euro da un conto corrente all'altro in banche di paradisi fiscali.  . E'  legale fare profitto sulle malattie e le disgrazie  delle persone. E'  legale, da un lato  distribuire  dividendi milionari ad un accolita di spietati e voraci azionisti, dall'altro licenziare e ridurre i lavoratori   in balia della povertà più nera,  alla mercè di una  stato sociale parallelo e criminale quale quello assicurato proprio  della mafia. 

E allora quando si celebra la giornata della legalità è bene sottolineare che spesso molte attività legali sono più illegali delle attività criminali. E' bene ricordare che l'illegalità più odiosa  la  compie chi con l'accumulazione e la speculazione   riduce  in povertà il 90% della collettività.  
Buona Lettura


Luciano Granieri

Danilo Dolci Peppino Impastato

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Quando Danilo Dolci digiunò per Palermo

Lucio Forte

 «I nostri figlioletti non han pane, e chi sa? forse moriran domani / invidiando il pranzo ai vostri cani, e noi falciamo le messi a lor signori». Con questi versi il poeta etneo Mario Rapisardi si pose al fianco dei contadini, degli operai isolani e degli zolfatai di Lercara, di Enna e di Caltanisetta che avevano dato vita ai Fasci Siciliani dei Lavoratori. Un movimento di massa d’ispirazione democratica che era stato fondato ufficialmente a Catania il primo maggio del 1891 per protestare contro i latifondisti collusi con la mafia che da anni – lo avevano ufficialmente accertato le inchieste di Franchetti e Sonnino – si era infiltrata nello Stato postunitario.



Ma quando nel 1952 Danilo Dolci era giunto in Sicilia aveva dovuto rendersi conto che, più di mezzo secolo dopo l’intervento di Rapisardi, quei versi non avevano, per così dire, un senso per i contadini di Partinico privi come essi erano perfino di un padrone con cui prendersela dato che restavano disoccupati per la maggior parte dell’anno. E che perciò, come accadeva in parecchie altre comunità della provincia palermitana, andavano a infittire le schiere degli ultimi della terra che lo stesso sociologo triestino con dolente ironia indicava come i suoi cari “industriali”. Quelli che per sfamare le famiglie si industriavano, appunto, a inventarsi le più dimesse attività. Come facevano i cenciaioli al Cortile Cascino oggi fortunatamente raso al suolo, i raccoglitori delle foglie di palma nana che servivano a fare i pesanti mazzi di scope da rivendere per strada.



E i cacciatori di rane, note anche come “i pisci cantanti” e che opportunamente private della pelle e delle teste dagli occhi sporgenti comparivano sui banchi più sguarniti di periferia. Mentre i figli dei pescatori di Trappeto e Balestrate morivano di fame perché il tritolo dei bombaroli mafiosi uccideva e stornava i pesci dalle coste o squarciava le reti che a rischio della vita, con qualunque tempo, venivano calate lungo quei litorali. Né, come abbiamo accennato, la situazione era migliore perfino in certe sacche di povertà del capoluogo regionale. Dove il posto simbolo del malessere sociale era l’accennato cortile cui si accedeva da alcuni vicoletti che si aprivano su corso Alberto Amedeo – a due passi dalla Cattedrale – e scendevano nel fondo della depressione del Papireto e Danisinni dove decine di stamberghe affondavano nel fango e sulle fogne a cielo aperto lungo la ferrovia Palermo-Trapani.


Una realtà della quale Danilo Dolci e i suoi collaboratori avevano dato notizia in tutta Europa. E fu dunque inevitabile che lo stesso apostolo della non violenza, una decina di giorni prima del Natale 1956 - reduce da un altro estenuante digiuno a Trappeto - scegliesse una baracca di cortile Cascino per effettuarvi lo stesso genere di protesta. Una manifestazione che però nella città già in parte in mano ai giovani turchi democristiani ebbe un drammatico effetto domino di grande risonanza. Dato che gli altri disperati della provincia decisero che il 23 dicembre e per 24 ore avrebbero rinunciato anch’essi al loro vergognoso cibo d’accatto, costituito prevalentemente di verdure ed erbe selvatiche nemmeno condite da un cucchiaio d’olio.



Protestando perciò, col più assoluto digiuno, oltre che nelle stamberghe palermitane di Sant’Antoninello ‘u Siccu – dove un tempo si scavavano le fosse comuni degli indigenti – anche nei pagliai piantati sulla creta umida nei feudi di Tudia, Arcia e Turrumè. In quell’occasione Danilo Dolci ebbe la solidarietà anche dei ragazzi che qui frequentavano i vicini licei tra corso Vittorio e la salita Montevergini oltre a quella di molti intellettuali arrivati da ogni parte d’Italia ma anche dall’estero. E naturalmente non gli venne meno il sostegno del giornale “L’Ora” diretto da Vittorio Nisticò. Sulle cui pagine lo stesso sociologo – prima di tornarsene dai suoi “banditi” analfabeti del quartiere Madonne di Partinico – scrisse: «E’ necessario che tutti sappiano in quale soggezione vive la gente sotto il dominio di un pugno di mafiosi, da Bisacquino a Caccamo, da Sciara a Polizzi e qui dal Borgo Vecchio alla Kalsa e a Danisinni. Dove diversi bambini sono morti perché morsicati dai topi. Non ho, non abbiamo mai creduto che i siciliani siano meno figli di Dio di qualsiasi altra popolazione del mondo».


sabato 9 maggio 2020

Il 9 maggio del 1978 moriva Peppino Impastato ucciso dalla mafia.

Luciano Granieri



Come tutti i 9 maggio i Tg sono concentrati sulle  commemorazioni della morte di Aldo Moro, con annesse  analisi sulla stagione della lotta armata. Ad esse, da qualche anno a questa parte, diciamo   dopo l’uscita del film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana,   alla vicenda di Aldo Moro si aggiunge il ricordo dell’omicidio di Peppino Impastato trucidato dalla mafia. 

Una commemorazione in tono minore, quasi sbiadente di fronte all’enormità del delitto Moro. E’ strano constatare come Peppino, un anno sia ricordato come giornalista, l’anno dopo come proprietario di una radio, mai, o raramente, si evidenzia il suo impegno politico, scomodo non solo per la mafia, ma anche per  gli establishment di ieri, di oggi e forse di domani.  

Mentre scrivo queste note, siamo alle 8,20 di sera, da tutti i Tg ascoltati fino ad ora Peppino Impastato sembra scomparso. Sarà a causa del poco spazio lasciato dalle notizie sul Coronavirus, fatto sta che si è parlato di Moro, si sono celebrati i 70 anni dell’Unione Europea - ricordando con enfasi il discorso di  Robert  Schuman del 9 maggio 1950  in cui  l’allora ministro degli esteri francese proponeva la creazione di una comunità europea del “Carbone e dell’Acciaio” (non dei popoli), in cui i membri, avrebbero messo in comune la produzione di carbone e acciaio, per l’appunto, ( non la difesa dei diritti sociali) - di Peppino nulla . 

In realtà oggi ricorre il giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e forse qui ci poteva entrare anche Peppino. Se ricordate nei giorni successivi la morte dell’attivista membro di Democrazia Proletaria, si avanzò in modo autorevole l’ipotesi che Impastato fosse saltato in aria vittima del proprio  fallito attentato  terrorista  finalizzato all’esplosione della ferrovia .  In fondo in fondo, quindi,  Peppino poteva essere considerato   vittima di un attentato terroristico uscito male e quindi meritare un ricordo. Ma sfortunatamente per i primi estensori dell’ipotesi terrorista  ad uccidere Peppino Impastato fu la mafia.

 La  commemorazione dei 70 anni del discorso di Schuman ha  forse oscurato la memoria di Peppino?  Già l’Unione Europea. Chissà cosa avrebbe pensato il ragazzo di Cinisi dell’Europa? Non lo so,  non parlo con i morti come fa Renzi.  Posso solo provare ad immaginare come Impastato avrebbe rifiutato  un’Istituzione in  cui,  ad un Paese membro che  gli chiede  aiuti economici, necessari a risolvere una catastrofe sanitaria, i soldi,  non li concede ma li  presta,  con tanto di interessi, costi annuali e di gestione.  

Avrebbe reagito male Peppino alle raccomandazioni di chi, nel prestare  quei soldi,  obbliga il Paese richiedente   a rientrare di certe pesanti condizioni debitorie aperte  in precedenza, una volta risolta l’emergenza sanitaria. Questo lo fanno le banche non un unione di popoli. Ed infatti chi pone  certe condizioni   è Klaus Regling il direttore del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes)  che, anche se non sembra,  è di fatto una banca .  

Penso che Peppino avrebbe sottolineato come  rientrare di un debito così elevato, per giunta accresciuto da necessità gravissime  come una crisi sanitaria, non sia  possibile a meno che non si faccia  altro debito. Una dinamica tesa ad    assicurare il pagamento, sempre a comunque,  di ulteriori e  sempre più alti interessi,  rimanendo in balia di strozzini che sembrano molto più vicina alla mafia che non ad una banca.  E - questo lo sappiamo per certo - Peppino Impastato è morto per averla  combattuta , la mafia.

Ricordiamo Peppino, riascoltando la sua voce.



sabato 4 gennaio 2014

La memoria maestra di legalità

Osservatorio Peppino Impastato

Disgraziatamente    la mafia ha caratterizzato la storia d’Italia almeno dalla sua unità  fino ad oggi.  Le organizzazioni mafiose hanno innervato  i rapporti economici, politici   del Paese, modulandosi a seconda del mutare delle condizioni sociali e finanziarie che hanno contraddistinto l’evolversi della Nazione.   La mafia ha condizionato e determinato gli indirizzi politici ed economici costituendo un vero e proprio carcinoma maligno divoratore di risorse economiche,  finanziarie ma anche sterminatore di vite umane. 

Oggi si calcola che le organizzazioni mafiose e criminogene siano le multinazionali che realizzano i maggiori profitti al mondo attraverso il governo del malaffare e del riciclo dei proventi di queste attività nell’economia legale.  Parallelamente all’evoluzione della mafia  si è sviluppato, come un’anticorpo sociale, un sistema di lotta alla mafia che ha impegnato   migliaia di persone alcune delle quali hanno pagato con la vita il prezzo  della loro dedizione. Donne e uomini che si sono battuti contro tutte le mafie con determinazione e forza, segnando spesso delle importanti vittorie, ma non riuscendo mai a debellare il cancro. In particolare il terreno della lotta alla mafia diventava e diventa impervio quando si arriva ad intaccare l’intreccio tra mafia, politica e istituzioni, diciamo così, deviate.  

 Il movimento antimafia in generale ha visto grandi figure battersi strenuamente e poi soccombere. Magistrati del calibro di Falcone e Borsellino, ma anche attori che hanno lottato contro la mafia all’interno della società civile. Un movimento di antimafia che combatteva tutti i giorni nel sociale, nei rapporti con  i propri simili.  Fra questi annoveriamo Placido Rizzotto, Peppino Impastato,  da cui la nostra associazione  prende il nome, e il giornalista, scrittore Giuseppe (Pippo) Fava . 

  Il 5 gennaio di 30 anni fa, Pippo Fava fu freddato dalla mafia con 5 colpi calibro 7,65 alla nuca.  Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale “I siciliani” e si stava recando a prendere la nipote che recitava presso il teatro  Verga a Catania. Non gli lasciarono nemmeno  il tempo di scendere dalla sua Renault 5. Lo stesso rituale di depistaggi e diffamazioni , andato in scena dopo l’omicidio per mafia di Peppino Impastato, si replicò anche per Fava. Solo nel 1998 si concluse il processo con la condanna all’ergastolo  del boss Nitto Santapaola come mandante , degli  organizzatori dell’omicidio  Marcello D’Agata e  Francesco Giammusso e degli esecutori material  Aldo Ercolano e  Maurizio Avola. 

 Quale la colpa che ha condannato a morte Fava? Quella di non farsi i fatti propri né più e né meno come Peppino Impastato. Con la sua attività di giornalista, prima all’Espresso sera , poi come direttore del  “Giornale del Sud” e della rivista  indipendente “I Siciliani”  Fava    denunciò il perverso   intreccio fra mafia politica e finanza che infestava la Sicilia e tutto il Paese . Grazie alle inchieste svolte dal mensile  “I siciliani” -  rivista indipendente da lui fondata  dopo che l’establishment politico-mafioso era riuscito a cacciarlo dal “Giornale del Sud”  -  grazie a una redazione composta da giovani giornalisti, molti inesperti  ma attivi e intraprendenti , fra cui il figlio il giornalista e politico Claudio Fava,  gli affari che il clan Santapaola tesseva con i grandi imprenditori catanesi, oltre che con il faccendiere Michele Sindona, divennero oggetto di pubblica denuncia.  

In un’intervista rilasciata ad Enzo Biagi pochi giorni prima della sua morte,  il 28 dicembre del 1983 Fava ebbe a dichiarare: “ Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante…”  Pippo Fava era uno che dava fastidio, come Peppino Impastato,  e come Peppino è stato ucciso. Nel degrado etico o politico che contraddistingue lo scenario attuale, con mafia e camorra che continuano a fare affari, contaminando i rapporti economici e sociali del nostro Paese, la memoria di persone come Pippo Fava deve rimanere sempre ben presente nella società civile.  E’ dall’attività di queste persone sempre pronte a gridare  con coraggio che “La Mafia è una montagna di merda” che può rinascere una consapevolezza oggi debole o del tutto mancante.  La consapevolezza che   con l’illegalità, la corruzione, la prevaricazione degli altri, la nostra società rimarrà sempre vittima del degrado etico e politico,  risultato dell’azione delle mafie con il concorso della spregiudicatezza   della speculazione finanziaria.   Per questo motivo riteniamo   giusto e doveroso ricordare Pippo Fava a trent’anni dalla sua morte.

mercoledì 21 agosto 2013

Riflessioni su mafia e illegalità

Luciano Granieri

Nell’ottica del rilancio dell’Osservatorio Peppino Impastato di Frosinone, la settimana scorsa ci siamo riuniti in sede ,il sottoscritto, il presidente Francesco Notarcola e l’altro socio fondatore Mario Catania,    allo scopo di pianificare le attività per i prossimi mesi.  Per dare una più efficace continuità al coinvolgimento dei giovani  nella lotta all’illegalità e tutti i fenomeni criminogeni, anche per il prossimo  anno scolastico stiamo preparando alcuni eventi  che vedranno protagonisti gli studenti delle scuole superiori. 

Fra i vari progetti in preparazione spicca il premio “Libero Grassi”.  Nello specifico verranno sollecitati  gli studenti ad esprimersi attraverso  la redazione di temi e componimenti su alcune questioni relative al fenomeno mafioso, criminogeno e della diffusione dell’illegalità a tutti i livelli della vita sociale.  Gli autori dei migliori elaborati avranno la possibilità di visitare luoghi simbolo della lotta alla mafia. 

Il premio dedicato a Grassi, l’imprenditore ucciso   dalle cosche  perché aveva rifiutato di sottostare ai  sistemi estorsivi che  i mafiosi volevano imporgli,  si è già svolto in diversi istituti di tutta Italia e dell’organizzazione di questo evento si è occupataSOLIDARIA una cooperativa  onlus attiva nel sociale con particolare attenzione a fenomeni criminosi come la violenza sulle donne e la diffusione della mafie e dell’illegalità. 

Per questo motivo alla nostra riunione ha partecipato un  attivista  di Solidaria, il giornalista e scrittore Giovanni Abbagnato.  Il collaboratore di Repubblica è un osservatore attento dei fenomeni mafiosi. La sua attività si snoda fra una collaborazione con Libera e il credito etico, fra la partecipazione a Solidaria e l’attivismo nei No Muos.  Un intellettuale autorevole il cui contributo per chi vuole occuparsi di contrasto alle mafie e all’illegalità diffusa  è indispensabile.  

Un parte della lunga e proficua discussione con Giovanni, in particolare relativa alle problematiche del Muos è stata pubblicata in  un altro  POST.  In questo contributo, invece,  postiamo i video relativi alle riflessioni sulla commistione  fra Mafia, politica ed economia. Non manca un riferimento alla storia drammatica di Libero Grassi e al rapporto fra capitalismo e mafia. Ampi anche  i riferimenti alla costituzione. Tutto il discorso si è sviluppato nel senso di implementare un contrasto di tipo sociale ai fenomeni criminogeni . 

Noi dell’Osservatorio e Giovanni con noi, non siamo né  poliziotti né carabinieri, né magistrati. Siamo dei semplici cittadini consapevoli che il contrasto all’illegalità si comincia a combattere con una vera e propria rivoluzione culturale all’interno della comunità.  La lotta al voto di scambio, che veda oggetto dello scambio anche e solo il rilascio di una licenzia edilizia in modo celere,  il contrasto alla corruzione e all’evasione fiscale, sono atti che devono iniziare e svilupparsi all’interno della società. Ma per far questo occorre una attenta pianificazione sul territorio, che comprenda momenti informativi e di consapevole condivisione sulla  necessità di una reale lotta      all’illegalità.  

E tanto più oggi è necessario un tale progetto. Un’azione che si fa ancora più impellente in presenza    dell’ occupazione abusiva  e delinquenziale operata da un pregiudicato per frode ed evasione fiscale  e dei suoi servizievoli complici ai danni delle istituzioni e che diventa ineludibile di fronte al pericolo che l’illegalità, la criminalità e le mafie si trasformino da forme degenerative a sistema di potere consolidato.


giovedì 4 aprile 2013

Torna la Corrida Pontecorvese. Con molte novità


LIBERA "Associazioni, nomi e numeri contro le mafie"
Coordinamento Provinciale di Frosinone

Torna la Corrida Pontecorvese e rafforza il suo impegno per la legalità. All’edizione di quest’anno – la terza ormai, per quella che è diventata una tradizione del territorio pontecorvese – sarà presente anche l'associazione Libera, rinnovando in maniera visibile la collaborazione con l’associazione fondata da don Luigi Ciotti iniziata lo scorso anno. L’appuntamento, dunque, è per il prossimo 07 Aprile.
L’obiettivo, per l’Asd ACSI Pontecorvo Atletica 2009, è di bissare il successo della scorsa edizione, e magari di proseguire il trend positivo che ha visto ogni anno raddoppiare il numero dei partecipanti. “La prima edizione – spiega Raffaele Tomei, presidente della Pontecorvo Atletica 2009 – ha visto la partecipazione di 130 podisti, la seconda di 250… Quest’anno puntiamo ad averne almeno 400”.
Quest’anno, la corsa partirà da piazzale Giovanni Paolo II e per lunghi tratti percorrerà le strade di Pontecorvo, spostando la manifestazione direttamente all’interno della cittadina di Pontecorvo. Dodici chilometri e mezzo di corsa, nel nome della legalità e della sinergia tra le associazioni del territorio.
L’impegno per la legalità è segnalato dalla partecipazione, per il secondo anno consecutivo, dell’associazione Libera. Fondata da don Luigi Ciotti, l’associazione si impegna a coordinare e sollecitare l’impegno della società civile contro tutte le Mafie. Quest’anno, ci sarà uno stand di Libera. “Abbiamo voluto con forza – sostiene Raffaele Tomei – rinnovare questa collaborazione con Libera. Crediamo infatti che i valori dello sport (la lealtà sportiva, la correttezza, la sana competizione) aiutino alla cultura della legalità. Dall’essere corretti nella competizione sportiva all’essere rispettosi della legge nella vita, il passo è breve”.  
L’Asd ACSI Pontecorvo Atletica 2009 ha anche invitato a partecipare diverse realtà locali, in nome di una sinergia tra le attività nel territorio dell’antica Alta Terra di Lavoro che potrebbe in futuro portare all’organizzazione di manifestazioni congiunte per valorizzare il territorio. Diverse le Pro-Loco che sono state invitate. Saranno presenti anche l’Avis e la Croce Rossa. E nel piazzale di partenza e arrivo della gara ci sarà anche uno stand dell’Animabike e dei carristi di Pontecorvo. A Pontecorvo, infatti, c’è una lunga tradizione di costruzione dei carri di Carnevale, che vuole essere valorizzata.
Una menzione a parte merita il Centro Ricreativo Culturale, con il quale l’Asd Acsi Pontecorvo Atletica 2009 ha stabilito da quest’anno una collaborazione fattiva. I corsi del Centro Ricreativo Culturale – ne organizza moltissimi, e sulle materie più svariate: dalla fotografia ad Autocad, dall’inglese allo spagnolo – sono ormai un punto di riferimento per la realtà di Pontecorvo. “Con questa collaborazione – afferma Raffaele Tomei - sport e cultura si sono incontrati, e hanno reso concreto il detto mens sana in corpore sano”.

domenica 26 agosto 2012

Denunciato cronista: scrive di mafia in Sicilia

di Checchino Antonini.   fonte globalist.it/


Vietato parlare di mafia in Sicilia, fare nomi e cognomi, rivelare intrecci tra cosche, affari e politica. Altrimenti ti querelano e a farlo potrebbe essere una giunta comunale preoccupata per la rispettabilità del paese. Come se fosse la denuncia delle infiltrazioni e non le mafie a infangare la qualità della vita. Ad Antonio Mazzeo sta accadendo questo per un'inchiesta sulla cittadina di Falcone, nel messinese, uscita sull'ultimo numero di "I Siciliani/giovani", la rivista erede del giornale di Pippo Fava, diretta da Riccardo Orioles. E la vicenda sembra il sequel dell'anatema del nuovo sindaco di Trapani, pochi mesi fa, che ammonì tutti a non parlare di corda in casa degli impiccati, a non parlare di mafia.
Mazzeo, free-lance impegnato sul fronte antimafia e su quello antimilitarista, autore tra l'altro del libro "I Padrini del Ponte" per le edizioni Alegre, sarebbe colpevole di aver definito Falcone un paradiso mancato: "Nel cuore di una delle zone nevralgiche della nuova mafia, una tranquilla cittadina di provincia che tanto tranquilla non è. Poteva essere il paradiso. Invece è cemento, cemento, cemento. A destra ci sono la rocca con le rovine e il santuario di Tindari e la straordinaria riserva naturale dei laghetti di Marinello. Dalla parte opposta si scorgono il promontorio di Milazzo e i Peloritani. Di fronte l'azzurro del Tirreno e nello sfondo, nitide, le sette isole Eolie. Falcone, cittadina della provincia di Messina con meno di 3.000 abitanti, poteva essere una delle perle turistiche, ambientali e paesaggistiche della Sicilia. Il territorio, però, è irrimediabilmente deturpato da orribili complessi abitativi, alverari-dormitori per i sempre più pochi turisti dei mesi estivi" (http://www.isiciliani.it/, scarica il pdf del giornale).
La furia dei costruttori si intreccia con quella delle guerre di mafia e tutto ciò nel pezzo "Falcone colonia di mafia fra Tindari e Barcellona" viene spiegato puntiglosamente così come gli affari con i lavori autostradali e ferroviari, le megadiscariche, i piani di urbanizzazione selvaggia, i complessi turistico-immobiliari" mentre le ville di Falcone erano utilizzate da latitanti palermitani e catanesi o ospitavano "killer efferati" come Gerlando Alberti jr, condannato per l'uccisione della diciassettenne Graziella Campagna, testimone inconsapevole di affari mafiosi. La guerra di mafia vide la la vittoria di Santo Gullo amico di malavitosi del Nord poi pentito. A sostituirlo, leggiamo nell'articolo di Mazzeo, ci sarebbe oggi Salvatore Calcò Labruzzo, un allevatore originario di Tortorici, attivo nel settore delle estorsioni, come si evince dalla recente inchiesta "Ghota", in quello dello smaltimento dei rifiuti e c'è il sospetto che abbia condizionato l'esito delle elezioni del maggio 2011. Votatissima sua nipote alle recenti amministrative e il vicesindaco sarebbe affiliato alla loggia massonica "Ausonia" di Barcelloma Pozzo di Gotto, cittadina sede di potentissime cosche. Dice Mazzeo: "Il sindaco Santi Cirella respinge ogni addebito ma la società civile chiede lo scioglimento del consiglio comunale come non è accaduto nella vicina Barcellona Pozzo di Gotto, due volte graziata dal Governo in meno di cinque anni, nonostante i gravissimi rilievi delle commissioni prefettizie d'inchiesta.
Immediata, da parte del tessuto della stampa indipendente (Globalist compreso  e Aut Frosinone compreso ndr) e dall'antimafia sociale, la solidarietà ad Antonio Mazzeo. Alcuni siti hanno deciso di rilanciare l'inchiesta dicendo: «Adesso querelateci tutti!». Di Trapani parleremo prestissimo.





martedì 24 luglio 2012

L'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione

Maria Antonietta Garofalo




Preg.mo Dott. Ingroia
Vi è un ottimismo della volontà ed un pessimismo della ragione ( Gramsci) al quale avrei dato voce se ci fosse stata la possibilità di parlare. Ci è stata raccontata brevemente e dal punto di vista “ istituzionale” una Castelvetrano che nel tempo è cambiata. Io al contrario penso che Castelvetrano sia nella grande maggioranza dei suoi abitanti, una città indifferente, sorda ai cambiamenti o comunque impreparata a comprenderli.
Non riuscirei, altrimenti a spiegarmi perché le minoranze a cui Lei si è riferito e alle quali ha auspicato che possano diventare “ maggioranze” , rimangano sempre “ minoranze”. Lo si è visto anche in queste sere in cui il lodevole imput alla “ legalità” è stato accolto tiepidamente, quando invece, a mio avviso, gli interessanti dibattiti avrebbero dovuto riguardare tanti.
Con onestà dobbiamo allora chiederci, senza peli sulla lingua, perché questa città è implicata in due processi “ Golem”? Perché questa città ha fatto fatica a costituirsi parte civile nel processo “Golem2”?Perché in tempo di elezioni si catapultano a gamba tesa i vari Cuffaro, Lombardo, Culicchia, Pellegrino, persone cioè toccate in qualche modo da imputazioni inquietanti, alcuni prescritti, altri condannati, altri ancora in via di risoluzione, quando Paolo Borsellino, che stasera è stato ricordato, nella lectio magistralis fatta agli studenti di Bassano del Grappa, dice che la politica  deve: “trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica"? Perché in questa città si vuol far passare il cassiere di Matteo Messina Denaro come il Ministro del Lavoro? Perché sono stati dati alle fiamme degli ulivi su un terreno confiscato? Perché durante un sit-in antimafia un mafioso controlla quanti comunisti ci sono e poi dice che “ce ne sono una ventina, chissà come mai”?  Perché sui muri compaiono preghiere d’aiuto al boss? Perché si organizzano i cortei e di quei ragazzi di associazioni varie, in questi eventi non se ne vede l‘ombra, eppure striscioni e magliette campeggiano sui giornali locali? Perché gli appelli alla cosiddetta “ società civile” cadono miseramente nel vuoto? E’ passata una grande primavera di indignazione e di riscatto culturale, dopo le stragi di Capaci e di via d’Amelio, ma una seconda primavera tarda a venire, laddove “l’indifferenza è il peso morto della storia” (Gramsci) e il fatalismo impedisce una spinta al riscatto.
Possa essere di augurio ciò che ha scritto:
"Nel ricordo di Paolo e Giovanni per una Sicilia, un' Italia e un mondo migliore, più lungo e senza mafia”
22/7/2012 Antonio Ingroia – Marinella di Selinunte
Ci ritroverà (nonostante tutto) ancora ad aspettare il suo ritorno dal Guatemala, a sperare in un mondo migliore possibile e a lottare per una Sicilia senza mafia.
Grazie per il suo coraggio e per il suo parlare " senza filtri".
Distinti saluti
Maria Antonietta Garofalo

Segretaria Circolo “ Peppino Impastato” PRC
Castelvetrano
Li 22. 07.2012

giovedì 12 luglio 2012

Presentazione del testo "Attentato alla giustizia"

Libera Frosinone



Lunedì 16 luglio dalle ore 18,30 presso la Sala Restagno del Comune di Cassino, l’associazione Libera, in collaborazione con Magistratura Democratica e il Comune di Cassino, presenterà il testo “Attentato alla giustizia” di Piergiorgio Morosini. Piergiorgio Morosini è magistrato dal 1993. Attualmente è giudice delle indagini preliminari presso il tribunale di Palermo e segretario generale di Magistratura Democratica, una delle associazioni storiche della magistratura italiana. Titolare di numerosi processi a Cosa Nostra, è stato estensore di sentenze relative ai capi storici della mafia (Riina Salvatore, Provenzano Bernardo, Brusca Giovanni, Bagarella Leoluca). Si è occupato di infiltrazioni mafiose nella sanità, negli appalti di opere pubbliche, nella politica e nella giustizia. In “Attentato alla giustizia” il magistrato ! ricostruisce, partendo dalle stragi del 92′ e del ’93 e citando una serie di casi paradigmatici, i legami storici e le complicità che, a vari livelli, hanno consentito, fin dalla nascita dello stato unitario, la sopravvivenza e lo sviluppo della criminalità organizzata nel nostro Paese. Sarà un’altra occasione per tenere alta la guardia sul nostro territorio che non è immune dai fenomeni di corruzione e di criminalità organizzata. Anche alla luce del decreto legislativo del 5 luglio 2012, che ha disposto la soppressione, tra gli altri uffici giudiziari, del tribunale di Cassino, suscitando diverse preoccupazioni per le conseguenze del provvedimento. Oltre all’autore saranno presenti Marco Galli, responsabile formazione Silp CGIL, l’ordine degli Avvocati di Cassino e Danilo Grossi, Assessore alla Cultura del Comune di Cassino. Modererà l’incontro il giornalista Pasquale Notargiacomo.

martedì 20 marzo 2012

perché rizzotto viva

Giovanni Morsillo


Placido Rizzotto ha ottenuto il riconoscimento del suo sacrificio per il bene comune, gli saranno tributate le esequie pubbliche con gli onori che spettano a chi ha lottato in nome dei diritti di tutti e ha servito lo Stato (diversamente da chi si è servito dello Stato).
Lo ha fatto in motli modi, in tutta la sua breve vita. Primo dei sette figli di Carmelo Rizzotto, all'arresto di questi per coinvolgimenti in fatti di mafia, deve abbandonare la scuola per mantenere la famiglia alla meglio. Serve lo Stato prima in guerra, militare in Carnia, poi Partigiano delle Brigate Garibaldi. Rientrato in Sicilia, diventa presidente dell'ANPI di Palermo e segretario della Camera del Lavoro di Corleone, dando il suo instancabile lavoro per la costruzione del movimento dei contadini per la riforma agraria. Viene ammazzato bestialmente una sera nelle campagne corleonesi da sicari inviati dal dottor Michele Navarra, che poi ucciderà personalmente con una iniezione letale il piccolo pastorello Giuseppe Letizia che aveva avuto la disgrazia di trovarsi casualmente sul posto dell'agguato e visto in faccia gli assassini del sindacalista socialista.
Rizzotto non fu l'unico a cadere sotto i colpi delle milizie mafiose al soldo dei reazionari, un certo potere che occupò lo Stato dopo la Liberazione decimò le organizzazioni proletarie siciliane e calabresi distruggendone fisicamente i capi.
Adesso Placido Rizzotto può essere sepolto come merita, dopo aver atteso pazientemente per 64 anni. Nel frattempo la società per cui ha lottato ed ha accettato più volte il rischio della vita fino a perderla davvero, non è stata realizzata. Il pericolo è ormai alle spalle, i padroni dormono sonni tranquilli ed i combattenti dell'anti-società, i malavitosi di tutte le mafie, hanno il controllo di ben più che qualche feudo o qualche gregge.
Placido Rizzottto va onorato, ed è giusto ed opportuno che lo Stato si inchini ufficialmente davanti alla grandezza del suo sacrificio, alla lucida determinazione con cui ha accettato lo scontro, prima con i nazifascisti nella Resistenza, poi nella guerra contro le forze reazionarie degli agrari siciliani e dei loro eserciti di occupazione mafiosi. Ma non vorremmo vedere le solite processioni di falsi, di personaggi che di giorno parlano di valori a piena bocca e di sera operano in concreto contro ogni ipotesi di cambiamento progressivo. Ecco, vorremmo che i funerali di Stato di Rizzotto non fossero una celebrazione formale, come se si parlasse di un personaggio illustre che però rappresenta un altro tempo, un'altra storia. Placido Rizzotto deve essere onorato come combattente di un'Italia sana, onesta, libera, ma soprattutto attuale. E deve essere onorato prima di tutto dai suoi compagni, i proletari ed i lavoratori per i quali voleva costruire una società degna. Fu partigiano, non funzionario: sarebbe un altro insulto alla sua memoria arruolarlo in una malintesa idea di mediazione sociale modernista secondo cui lupi e agnelli bevono alla stessa fonte. Condividiamo la proposta di celebrare le esequie a Corleone, ed in quel caso invitiamo le formazioni democratiche a organizzare una partecipazione di massa, ad invadere pacificamente quella cittadina con un popolo di gente libera e riconoscente  a Placido Rizzotto, che si incontri con la parte altrettanto libera di quei territori. Come nella migliore tradizione democratica di questo paese, i morti della guerra civile non devono essere pianti con commiserazione, ma onorati nell'esempio, nella prosecuzione delle battaglie per le quali sono stati uccisi.


mercoledì 16 novembre 2011

MAFIE: Occorre impegno più incisivo

Valeria Russo Ufficio Stampa Fds Regione Lazio

“Con soddisfazione il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità la nostra mozione di solidarietà all’associazione Libera, depositata all’indomani del folle atto vandalico con cui è stata devastato il Villaggio della Legalità di Borgo Sabatino, in provincia di Latina”. E’ quanto affermano, in una nota congiunta, il capogruppo e il consigliere della Federazione della Sinistra alla Regione Lazio, Ivano Peduzzi e Fabio Nobile.

“Confiscato per abusivismo edilizio -proseguono-, il locale devastato nella notte del 21 ottobre era stato affidato dal Prefetto di Latina all’associazione di Don Ciotti, con l’intento di costruire un presidio di legalità in un territorio in cui la criminalità organizzata ha deciso di mettere radici. La provincia pontina è infatti da oltre un decennio terra di conquista delle mafie che per espandersi hanno investito nella gestione dei rifiuti, nell’abusivismo edilizio, nella cementificazione delle coste: investimenti facilitati dal silenzio, l’indifferenza o, peggio, la connivenza di certa cattiva politica”.

“Dopo fatti vergognosi ed eclatanti, come quello che ha interessato il Villaggio della Legalità di Libera, piovono parole di solidarietà e di indignazione. Oggi –continuano i consiglieri- le parole non possono più bastare. La mozione approvata impegna la Giunta a far leva su ogni strumento amministrativo utile a contrastare in maniera più incisiva la criminalità organizzata e a sostenere tutte le associazioni impegnate quotidianamente e con coraggio nella lotta alle mafie. E’ necessario -concludono Peduzzi e Nobile- investire più forza e più fondi affinché i beni confiscati per mafia vengano restituiti al territorio e affinché i clan vengano tenuti alla larga dalla gestione della cosa pubblica, dalle amministrazioni e dalla politica dei nostri territori”.

giovedì 21 luglio 2011

Ennesima vasta operazione nel Lazio

Giovanni Pizzuti responsabile Libera Frosinone



Ennesima vasta operazione della Direzione Investigativa antimafia di Roma che ha visto il sequestro sulla direttrice Cassino , Frosinone, Roma, di 41 immobili, un albergo, 22 terreni, 10 società, 2 imbarcazioni e 48 rapporti bancari intrattenuti con istituti di credito e intermediari finanziari della Capitale. Tutti i beni appartengono a due imprenditori di Cassino,Vincenzo e Luigi Terenzio già arrestati nell'anno 2008 nel corso dell'operazione anti camorra denominata Grande Muraglia in cui erano stati scoperti i presunti legami che i due avevano con il clan dei Casalesi, con la banda della Magliana e con criminali cinesi. L'operazione disposta dalla Dda di Roma e dalla Tribunale di Frosinone è la conferma - dichiara Antonio Turri responsabile regionale di Libera - di come le mafie tradizionali dapprima si infiltrano in un territorio,in questo caso nel Lazio,poi si radicano ed infine contaminano la criminalità locale ,trasformandosi in quinta mafia. Un più complesso e pericoloso fenomeno mafioso costituito da mafie italiane tradizionali ed autoctone, da mafie straniere e pezzi dell'imprenditoria e della politica.

E' la prima volta - afferma Giovanni Pizzuti responsabile Libera Frosinone -  che il Tribunale di Frosinone, su richiesta della DDA di Roma emette un provvedimento di confisca di primo grado per imprenditori che sono nati e che vivono nel nostro territorio.  Questo smentisce quanti sostengono che sul nostro territorio non c'è la presenza delle mafie e quando sono presenti si tratta di mafie tradizionali che sono solamente di passaggio. Ci auspichiamo che l'ingente patrimonio, pari a circa 150 milioni di euro, proveniente da attività illecite giunga presto a confisca definitiva, in modo da poterli destinare ad attività sociali, e costruire così una società alternativa libera dai poteri mafiosi.

martedì 19 luglio 2011

NO TAV = NO MAFIA, a Chiomonte "Io Ricordo"

No Berlusconi Day Piemonte, Piera Pareti, Cristina Arizio, Massimo Zucchetti



Paolo Borsellino vive, come Falcone, come tutti gli uomini e le donne della scorta morti per salvare le loro vite, vite spese per un'ideale di giustizia prima ancora che di legalità oggi calpestato da criminali che hanno occupato le nostre istituzioni. Paolo vive se siamo capaci di tenere viva questa lotta, contro la mafia, contro i peggiori crimini, contro ogni ingiustizia. NO TAV = NO MAFIA!

"Ho voluto portarti qui perché siamo a pochi km da dove hanno ucciso Giovanni (Falcone) e poi perché questo Aeroporto si è sempre chiamato Punta Raisi, da allora invece si chiama Falcone & Borsellino, ed è giusto che sia così, perché la gente che arriva qua lo deve sapere che questa non è la terra della mafia , questa è la terra di Paolo e Giovanni". (un brano tratto dal film "Io ricordo")Ecco, noi vogliamo ricordare questa Italia. L'Italia che non si arrende, l'Italia che lotta contro le mafie, l'Italia che resiste e difende il bene comune, l'Italia che ha il coraggio di opporsi ad uno Stato che impone grandi opere inutili e devastanti per favorire interessi di lobby spesso legate a mafia e 'ndrangheta.Il 19 luglio del 1992 ricorre il diciannovesimo anniversario per la strage di Via d'Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino insieme agli uomini e le donne della scorta: Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo, Eddie Walter, uccisi per mano della mafia e schegge deviate di quello stato che con la mafia aveva scelto di venire a patti piuttosto che combatterla. Noi vogliamo tenere viva la memoria di questi uomini e queste donne, vogliamo ricordarli nel luogo dove oggi un'intera popolazione resiste e lotta contro l'ennesima grande opera inutile e devastante che vogliono imporre con la forza per favorire gli interessi di pochi, contribuendo ad alimentare aziende in evidente odor di mafia.Domenica 24 luglio alle 20:45 proietteremo a Chiomonte, proprio di fronte alla Centrale, il film "IO RICORDO", storie di vittime di mafia, con nomi spesso sconosciuti ai più, o dimenticati da molti. Per non dimenticare, perché la memoria è impegno.+ 


Evento organizzato in collaborazione con Le Agende Rosse.

venerdì 1 aprile 2011

Affari pubblici a trattativa privata



Nel silenzio generale, passa alla camera l'aumento del tetto della trattativa privata negli appalti pubblici: meno gare, niente trasparenza, uguale più corruzione
Il 15 marzo, con un emendamento approvato nel disegno di legge per lo statuto delle imprese, l’aula della camera dei deputati ha triplicato la soglia che consente l’uso della trattativa privata senza pubblicità negli appalti pubblici, innalzata da 500.000 euro a 1.500.000 euro. Emendamento proposto dalla Lega Nord, approvato da una maggioranza bulgara e traversale con 485 voti favorevoli, solo 2 astenuti e nessun contrario, dentro un provvedimento approvato dalla camera e ora avviato per la discussione al senato.
Gli effetti sul mercato sono dirompenti: la sottrazione dalle gare di una quota robusta di lavori pubblici, senza alcuna forma di pubblicità, aiuterà di sicuro la già dilagante corruzione. Il Cresme ha effettuato una stima dell’impatto della norma per Edilizia e Territorio (settimanale del Sole 24 ore) da cui si deduce che prendendo come riferimento l’anno 2010, verrà sottratto al mercato il 76% dei bandi di gara in termini di numero e circa il 16% se si calcola il valore in termini di importo. In pratica su 18.848 bandi emessi nel 2010, ben 14.239 sarebbero stati affidati senza bando e senza pubblicità, direttamente dal responsabile del procedimento. In termini di valore questo equivarrebbe a sottrarre al mercato circa 5,1 miliardi di lavori pubblici su di un totale di 32, 9 miliardi di investimenti pubblici.
In più con altri emendamenti il ddl sullo statuto alle amministrazioni pubbliche, vi è l’esplicito mandato di favorire negli appalti le imprese del territorio, per quelle con meno di 250 dipendenti e con meno di 50 milioni di fatturato. Non è chiaro come questo possa in pratica avvenire dato che tutte le normative europee ed italiane vietano ogni riserva in materia di gare e lavori, ma forse si pensa di rispettare questa indicazione proprio con la trattativa privata dove l’ente locale potrà scegliere in modo discrezionale, senza motivazione e senza pubblicità, a chi affidare i lavori.
Nella stessa norma, la soglia per le amministrazioni locali, da affidare direttamente e senza gara gli incarichi di progettazione, viene innalzata da 100.000 a 193.000. Una norma contro la quale si è già scagliata pesantemente l’Oice (associazione delle società di ingegneria) che ha denunciato la scomparsa del mercato della progettazione e l’incremento quindi dei costi, dato che il 91% dei bandi rientra in questa soglia.
L’argomento invocato per affidare direttamente i lavori è il solito: fare presto, togliere i lacci e lacciuoli come richiesto dalle amministrazioni, venire incontro alle difficoltà dei piccoli comuni impossibilitati a selezionare decine di imprese per ogni gara data la scarsità di risorse e personale, nonché una “sedicente” autonomia territoriale invocata dalla Lega Nord. Problemi reali ai quali però è stata data una risposta completamente sbagliata, mentre si doveva semplificare ed unificare le stazioni appaltanti (per esempio a scala provinciale) dentro un unico soggetto pubblico in modo da fornire professionalità, risorse e trasparenza dei bandi e dei risultati delle gare. È noto che anche la polverizzazione delle gare rende difficile controllo e vigilanza e quindi incrementa comportamenti e pressioni illecite.
Contro l’innalzamento della trattativa privata si è schierata l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici. Il suo presidente Giuseppe Brienza è stato molto netto: con questa norma ben il 96% degli appalti dei comuni è sottratto al mercato, e ha censurato soprattutto la mancanza di obbligo di pubblicità e trasparenza. Ha fatto anche capire che se la norma non verrà corretta dal Senato si renderà necessario un provvedimento dell’Autorità che renda indispensabile la motivazione con cui l’amministrazione intende applicare l’affidamento diretto, quali siano le regole comunque da applicare e quali i criteri di invito alla procedura informale. Solo a queste condizioni minime sarà possibile svolgere un’azione di vigilanza su questi lavori, che sfuggirebbero non solo alla concorrenza ma anche al controllo dell’Autorità.
Del resto la stessa Autorità a gennaio aveva reso pubblici i risultati di una ricognizione sugli affidamenti a trattativa privata dei grandi comuni degli ultimi tre anni (2007-2010), da cui era emerso un quadro desolante: con più di 80.000 contratti per un valore di 61 milioni affidati senza gara. Da quando nel 2008 la soglia era stata innalzata a 500.000 euro per la trattativa privata vi era stato un incremento vertiginoso di lavori senza gara dove un lavoro su due era ormai affidato senza procedura competitiva. Il comune di Roma è stato tra i più solerti ad affidare senza gara con ben 42 bandi e un valore nel triennio di ben 248 milioni di euro. Non solo, in diversi casi i lavori sono stati frazionati artificiosamente proprio per rientrare sotto la soglia fissata per poter applicare la trattativa privata.
Nonostante che questa soglia, questo limite per consentire l’uso della trattativa privata sia stato ritoccato dall’approvazione della legge Merloni nel 1994 ben 5 volte. La norma originaria prevedeva 150.000 ecu di soglia, diventata 300.000 nel 1998. Nel 2002 si consente la trattativa privata fino a 100.000 euro e fino a 300.000 in caso di gara deserta. Nel 2006 si attesta a 100.000 euro per poi balzare nel 2008 a 500.000 e adesso, se la norma verrà confermata anche dal Senato, triplicherà fino ad arrivare a 1.500.000 euro. Quindi si era già tenuto conto delle difficoltà delle amministrazioni locali, nonché delle direttive europee, che contemplano delle soglie molto ampie dato che devono essere il riferimento per tutti i paesi, mentre gli effetti di sottrazione dal mercato sono soprattutto in quei paesi come l’Italia dove vi sono migliaia di istituzioni locali e una miriade di piccole e medie imprese, mentre in altri paesi come la Germania o la Francia il numero di appalti sotto queste soglie è decisamente minore.
Anche l’Ance si è schierata duramente contro l’aumento della trattativa privata e il suo presidente Paolo Buzzetti ha parlato di un mercato che “andrebbe sott’acqua”, proponendo in alternativa l’innalzamento a un massimo di 1 milione di euro con precisi obblighi di trasparenza come la rotazione degli inviti, l’obbligo di pubblicità per ogni fase dell’affidamento.
Mentre l’Aniem, l’associazione delle piccole e medie imprese edili, si è schierata a favore della norma “perché da 15 anni il settore degli appalti pubblici è bloccato con leggi da stato di polizia” e con questo provvedimento si supererebbe questa situazione di controllo. Insomma la logica è sempre quella: dato che i controlli servono a ben poco contro la corruzione meglio eliminarli!
La gravità della norma, a mio giudizio, sta anche nel fatto che si somma a tante procedure specifiche e speciali sottratte al mercato, dove la trattativa privata e la deroga sono diventate la regola, nelle grandi opere, per gli eventi speciali e le ricostruzioni dopo terremoti e alluvioni.
È il caso dell’alta velocità ferroviaria, dove tre tratte per oltre cinque miliardi di lavori sono state restituite a trattativa privata ai vecchi consorzi, dei lavori nel settore autostradale dove la nuova riforma del governo di centrodestra consente alle concessionarie di svolgere in house il 60% dei lavori, per le opere e gli interventi della protezione civile, inclusi gli eventi speciali, che sono affidati direttamente in nome dell’emergenza (e abbiamo visto i risultati con le inchieste della magistratura sulla “cricca”).
Mentre inchieste sono già in corso sulle infiltrazioni per la ricostruzione dell’Aquila e in Abruzzo e sia per il business lanciato dall’Expo di Milano, dove è presente la “ndrangheta”. È la stessa recente relazione annuale antimafia inviata al parlamento a darne conto con un quadro drammatico della strategia e della capacità delle cosche mafiose di infiltrarsi negli appalti e nel ciclo di realizzazione degli interventi, con un mercato parallelo molto ben gestito e organizzato, e anche conveniente per l’imprenditore. Tranne che per lo stato e per la collettività che impegna i soldi per la realizzazione dell’opera pubblica.
Quindi buona parte del mercato ormai, sia per grandi opere e sia per piccoli interventi è ormai sottratto alla concorrenza e alla trasparenza, mentre le inchieste della magistratura registrano gravi fenomeni di corruzione e concussione nell’affidamento di appalti, lavori e servizi.
La Corte dei Conti, presieduta da Luigi Giampaolino, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 nella sua relazione ha censurato questi fenomeni nel settore degli appalti, prodotti da una grave elusione delle regole, con un’aggressione continua alla concorrenza, il massiccio ricorso alla trattativa privata anche in violazione delle norme al quale sovente risultano connesse tangenti per favorire gli affidamenti. Fenomeni che hanno influenzato negativamente l’efficienza della spesa, la qualità di gestione delle amministrazioni e depresso la funzione anticiclica della spesa pubblica.
Non può dunque che creare allarme e preoccupazione l’emendamento che amplia la trattativa privata senza regole e senza pubblicità, approvato all’unanimità dalla camera, perché non tiene conto della situazione opaca e deformata già presente nel mercato a ogni livello. Siamo ancora in tempo per correggere la norma al senato, con una misura che coniughi efficienza e legalità.

domenica 5 dicembre 2010

DE GENNARO: MALABARBA (SINISTRA CRITICA), LA NOTIZIA E' CHE NESSUNO NE PARLA...

(AGI) - Roma, 4 dic 


"Massimo Ciancimino l'avrebbe detto 'qualche tempo fa' alla Direzione antimafia, che ne ha prontamente informato la Procura di Caltanissetta: Gianni De Gennaro sarebbe l'uomo chiave della trattativa tra lo Stato e la Mafia secondo il padre Vito Ciancimino, sindaco democristiano di Palermo e referente per Cosa nostra in quegli anni. Ma della cosa si viene a conoscenza solo ieri, al momento del parziale passo indietro del testimone: De Gennaro non era il diretto tramite, ma colui che controllava e dirigeva chi fungeva da tramite tra Stato e Mafia. Qual e' la notizia? - si chiede Gigi Malabarba, di Sinistra Critica, gia' senatore e membro del Copaco- Che di un fatto cosi' grave - che vedrebbe imputato il principale responsabile di tutta la sicurezza del paese (il direttore del Dis, dopo la riforma, e' il capo di tutti i servizi segreti), nonche' ex capogabinetto del Viminale, ex capo della polizia sotto ben quattro governi di centrodestra e di centrosinistra, ex capo poliziotto nelle investigazioni contro la criminalita' organizzata a fianco di Giovanni Falcone e insignito del premio Fbi (unico al mondo non americano) - non c'e' nessuno, ne' nella maggioranza ne' nell'opposizione che abbia detto alcunche', se togliamo Capezzone, portavoce del Pdl, che ha espresso personale solidarieta'. Cioe', nessuno ha detto nulla! Ne' in solidarieta', ne' per chiedere chiarimenti! Chiaro no? E' un mix di terrore a scoprirsi sia a favore che contro. Terrore.Perche'? Perche' - conclude Malabarba - tutti sanno bene di quel potere accumulato da Gianni De Gennaro proprio nella gestione di quella lotta alla mafia, a partire dal ruolo dei pentiti, quel ruolo di 'deus ex machina' di cui parla Vito Ciancimino, a prescindere dall'eventuale implicazione nella trattativa diretta tra Stato e Mafia nel 1992-93, quando il ministro dell'interno si chiamava Nicola Mancino. Non so se Massimo Ciancimino sia soggetto credibile nelle sue affermazioni, snocciolate nel corso del tempo e non negli anni passati, almeno da quando ha cominciato a parlare della 'trattativa'. Anche le procure di Caltanissetta e di Palermo hanno opinioni diverse. Non so se la cattura di Provenzano, avvenuta durante le elezioni dell'aprile 2006 quando ancora non era noto il risultato, sia stato un messaggio politico. Non so se il capo dei Ros e poi del Sisde Mario Mori, che ne avrebbe ritardato la cattura, ha agito in proprio o in collaborazione con l'allora capo della polizia. Ma da cio' che 'non si dice' oggi si conferma il ruolo di intoccabile e di non punibile di uno degli uomini piu' potenti del paese, che ha messo un'ipoteca sul giudizio della Corte di Cassazione in arrivo, dopo la clamorosa condanna in appello per la repressione a Genova durante il vertice del G8 nel 2001".

venerdì 3 dicembre 2010

“E poi dicono che la mafia nel Lazio non c’è…”

da Valeria Russo Ufficio Stampa Fds Regione Lazio.



Incontro pubblico
organizzato dal Gruppo consiliare della Federazione della Sinistra Lazio


“E poi dicono che la mafia nel Lazio non c’è…”
61 cosche insediate
2ª regione per ecomafie
2ª regione per reati di usura
4ª regione per beni confiscati
4ª regione per reati di estorsione



Sabato 4 dicembre, ore 9.30/14.00
Regione Lazio, sala Tirreno
Via Rosa Raimondi Garibaldi 7, Roma



Ore 9.30
Anteprima del documentario “La Quinta Mafia”
di Antimo Lello Turri, prodotto da Libera-Lazio
Presentazione di Fabio Alberti (FdS Regione Lazio)

Ore 10/12
Per non far finta di non vedere
Introduce Fabio Nobile, consigliere FdS Regione Lazio
Elvio Di Cesare, Associazione Antonino Caponnetto Lazio
L’insediamento delle cosche nel Lazio e le responsabilità della politica e delle istituzioni
Lorenzo Mazzoli, Segr. Gen. Funzione Pubblica Cgil Lazio
La sanità a rischio
Mario Catania, Osservatorio Peppino Impastato Frosinone
Mafia in salsa ciociara
Simona Ricotti, Associazione Caponnetto Civitavecchia
Fronte del porto
Dario Gargiulo, Prc Latina-Minturno
Le mani sui rifiuti
Marco Omizzolo, Coord. Legambiente prov. Latina-Sabaudia
Il Litorale nel mirino
Serena Tarabini, Action Roma
Criminalità e rendita immobiliare

Ore 12/14
Per una legislazione regionale antimafia
Tavola rotonda coordinata da Anna Scalfati, giornalista Tg3
Intervengono
Antonio Turri, responsabile Libera Lazio, Marco Carletti, segr. Fillea-Cgil Roma e Lazio, Bianca La Rocca, SOS Impresa, Cosimo Bianchini, segretario generale SILP Lazio, Luisa Laurelli, già presidente della Commissione Sicurezza Regione Lazio, Enrico Fontana, Equorete, Giovanni Russo Spena, già membro della Commissione Parlamentare antimafia
Conclude
Ivano Peduzzi, capogruppo FdS Regione Lazio

Alla conclusione del convegno sarà offerto un buffet con i prodotti di Libera Terra coltivati sulle terre sequestrate alla criminalità