Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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sabato 30 aprile 2022

Fumi del passato, scorie del presente e del futuro

 Luciano Granieri Collettivo Politico Rigenerare Frosinone



Esiste un brutto vizio in sede di campagna elettorale per le amministrative. Quello di scordarsi delle malefatte del passato ed esaltare quelle che sembrano essere, e sottolineo sembrano, le cose positive. Ciò accade in particolare per quegli schieramenti diretta emanazione dell’amministrazione uscente. 

Chi come noi non vuole, o non può, presentarsi alle elezioni in virtù di una legge elettorale, ed una conseguente dinamica di ricerca del consenso che premia i più forti -non in senso di idee, ma in senso economico - si industria a riportare alla memoria alcuni eventi passati, e chiamare la comunità che andrà al voto a riflettere. 

Partiamo però dall’attualità. Ci riferiamo alla vicenda del biodigestore che la ditta Società Energia Anagni srl” vorrebbe impiantare in località Selciatella di Anagni. In particolare poniamo l’attenzione alla 2° conferenza dei servizi convocata per concedere all’ente proponente l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Come da prassi ad essa  hanno preso parte: il soggetto che chiede l’autorizzazione  (Società Anagni Ambiente Srl), le istituzioni interessate: Comune, Provincia, Regione, Asl, e associazioni di cittadini che hanno opposto ricorso al TAR contro la realizzazione dell’impianto. In questo caso un coordinamento ambientale composto da (Anagni Viva, Diritto alla Salute DAS, Comitato Residenti Colleferro, Rete per la Tutela Valle del Sacco). Nel contesto l’associazione Medici di Famiglia per l’Ambiente ha effettuato una consulenza sanitaria, per conto del sindaco di Anagni, evidenziando le gravi conseguenze per la salute dei cittadini a seguito della realizzazione dell’impianto. Per gli esiti della conferenza dei servizi rimandiamo ad altri articoli

Ciò che qui preme sottolineare è come il parere negativo del sindaco sia riferito alle tematiche di inadeguatezza urbanistica, senza andare oltre ad un atto che costituisce il minimo sindacale. In relazione alle criticità sanitarie viene presentata la consulenza dell’Associazioni Medici di Famiglia per l’Ambiente, la quale non ha alcuna valenza visto che è un parere espresso da un ente privato. Ciò che le associazioni ricorrenti al TAR sollecitano al primo cittadino anagnino è l’espressione diretta del parere negativo in ambio sanitario, perché anche questo è dovuto. Infatti il sindaco deve ottemperare al suo ruolo di massima autorità di tutela della salute pubblica, e tale parere deve legarsi al principio di precauzione ambientale. 

Partendo da queste note, torniamo alla nostra storia . Come si ricorderà nell’estate del 2019 un incendio devastò la Mecoris, una un’azienda che si occupava di trattamento di rifiuti speciali, fra cui amianto e scarti di origine ospedaliera, situata a poche centinaia di metri dall’Ospedale Fabrizio Spaziani . I fumi tossici avvolsero il Capoluogo e altre città limitrofe. A seguito dell’incidente il sindaco di Frosinone, Nicola Ottaviani, emise l’ordinanza di non avvicinarsi al luogo dell’incendio, tenere chiuse le finestre e spenti i condizionatori nel raggio di due chilometri dall’azienda andata a fuoco. Intervento tempestivo e dovuto.

Ma nella consultazione degli atti autorizzativi, spiccavano le risultanze della conferenza dei servizi, tenutasi il 19 aprile e il 19 luglio del 2016, in cui si concedeva alla Mecoris l’Autorizzazione ad operare. In essa si rilevava come il sindaco di Frosinone, pur invitato, non partecipava, esercitando il principio del silenzio assenso ai sensi dell’art.3 della Legge 7 agosto 2015 n.124. Ovviamente la cosa fu fatta rilevare al primo cittadino, il quale rispose che, non sussistendo criticità urbanistiche, tematiche esclusive di competenza del Comune, (così come invece è accaduto al sindaco di Anagni per il biodigestore), la presenza dell’amministrazione comunale era superflua. 

Anche noi, allora, rimarcammo come, oltre al parere urbanistico il sindaco era tenuto a far valere il suo ruolo di massima autorità per la tutela della salute pubblica, ed esprimere parere sanitario negativo proprio per il principio di precauzione ambientale previsto dalle normative europee. Ottaviani giudicò risibile e specioso il nostro rilievo ma la cosa grave fu che anche altre associazioni, fra cui quella dei Medici di Famiglia per l’Ambiente - oggi impegnati nella campagna elettorale in favore del candidato sindaco Mastrangeli, attuale assessore al bilancio di Ottaviani - giudicarono questa obiezione pretestuosa. 

L’esito attuale, risultante dal processo autorizzativo per biodigestore di Anagni, dimostra che la contestazione era tutt’altro che pretestuosa ed il sindaco Ottaviani, non presentandosi alla conferenza dei servizi del 2016 per la Mecoris, è venuto meno al suo compito di tutelare la salute pubblica, non esercitando il ruolo di massima autorità per la tutela dei cittadini

A margine della questione c’è da rilevare il sospetto sul conflitto d’interesse che circondò tutta la vicenda, suscitato dagli accertati rapporti di lavoro che il consigliere di maggioranza Andrea Campioni, eletto nella lista Ottaviani sindaco, ed in quota lega, aveva proprio con la Mecoris. Tanto che i consiglieri del M5S Marco Mastronardi e Christian Bellincampi ne pretesero le dimissioni leggi qui

Già proprio quel Bellincampi che adesso condivide gli stessi schieramenti di Campioni, cioè di colui che voleva far dimettere, essendo passato armi a bagagli in Fratelli D’Italia, candidandosi alle amministrative, con Mastrangeli sindaco, Ottaviani, leghsiti, fascisti e compagnia cantante. Ricordare è importante. Tenetelo presente quando andrete a votare.

COMMENTO AL VERBALE DELLA CONFERENZA DI SERVIZI DEL 6 APRILE 2022 PER L’AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE ( AIA ) AL BIODIGESTORE

 

 IL COORDINAMENTO AMBIENTE DI ANAGNI E COLLEFERRO

LE ASSOCIAZIONI:

ANAGNI VIVA, COMITATO RESIDENTI COLLEFERRO, DIRITTO ALLA SALUTE, RETUVASA,




La 2° Conferenza di Servizi del 6 aprile, convocata per il procedimento di Autorizzazione Integrata Ambientale ( AIA) richiesta dalla Società Energia Anagni srl per l’impianto di un Biodigestore in località Selciatella di Anagni, ha posto in evidenza alcuni importanti carenze nelle documentazioni presentate o documentazioni ancora insufficienti rispetto a quelle richieste nella precedente Conferenza.

Partecipavano in modalità telematica i rappresentanti della Regione Lazio, della Società proponente, del Comune di Anagni, della Provincia di Frosinone e, come uditori, i rappresentanti delle Associazione e dei Comitati, dei Sindacati e il Consigliere regionale Marco Cacciatore.

Gli Enti e la Società convenuti hanno dichiarato che risponderanno alle integrazioni richieste dall’Autorità competente e, in particolare, la Società Energia Anagni, ha chiesto un rinvio per fornire i chiarimenti /integrazioni richiesti, ma nel verbale manca il termine della ricezione delle integrazioni/chiarimenti che la Regione non ha fissato, anche se glielo abbiamo chiesto.

La Provincia ha ribadito il parere non favorevole all’ impianto, allo stato attuale delle criticità evidenziate, mentre il Comune di Anagni ha presentato il parere non favorevole all’ impianto, relativo ad aspetti urbanistici e, come dichiarato dal Sindaco in Consiglio Comunale e in una nota inviata ad anagnia.com, ha presentato una relazione medico-sanitaria , una relazione tecnico - scientifica, una relazione urbanistica.

Il punto dolente della questione resta innegabilmente il parere sanitario, di competenza del Sindaco di Anagni, che è un atto procedurale pertinente, mentre la relazione dell’Associazione Medici di Famiglia per l’ Ambiente è una consulenza privata che non ha valore amministrativo.

Il nostro Coordinamento Ambientale, per esempio, ha allegato note di organismi pubblici alle Osservazioni presentate dallo Studio Legale Gattamelata e associati, che attualmente difende il Coordinamento stesso, costituito da Anagni Viva, Diritto alla Salute DAS, Comitato Residenti Colleferro, Rete per la Tutela Valle del Sacco, nel ricorso al TAR vs la Regione Lazio.

Lo stesso Dirigente della Conferenza, Autorità competente AIA, alla precisa domanda del rappresentante del nostro Coordinamento Ambientale, ha risposto che il Sindaco ha allegato una nota che non è il parere sanitario che si ha quando il Sindaco controdeduce i pareri di ARPA e ASL.

Il Parere Sanitario del Sindaco è strettamente legato alla tutela dell’ ambiente, si richiama al principio di precauzione ambientale (previsto dalla normativa europea) e risponde al suo ruolo di massima Autorità di tutela della Salute Pubblica. Nel caso il Sindaco dovesse esprimere un parere negative, si bloccherebbe il rilascio dell’ Autorizzazione Integrata Ambientale e il procedimento verrebbe rinviato all’ intesa Governo- Regione che, se non raggiunta, comporterebbe un’ apposita deliberazione del Consiglio dei Ministri.

Ci sembra dunque necessario che il Sindaco vada oltre il documento presentato dall’ Associazione Medici di Famiglia per l’ Ambiente, che riferisce i dati scientifici relativi all’ incidenza dell’inquinamento su molte gravi patologie in preoccupante crescita nel nostro territorio, e presenti il Parere Sanitario dovuto sulla grave crisi ambientale nella Valle del Sacco, nonostante la posizione della ASL, finora ferma nella posizione del silenzio /assenso.

Il Parere Sanitario è distinto e diverso rispetto ad altri documenti di Associazioni ed Enti preposti alla tutela della salute e dell’ ambiente e renderebbe convincente e chiaro il NO dichiarato dal Sindaco e dal Consiglio Comunale al Biodigestore. Un NO che ora è oggettivamente debole e incerto perché non viene esercitata di fatto la funzione di Autorità sanitaria preposta alla Tutela della Salute pubblica.

Il Parere adeguatamente motivato da elementi che dimostrino la presenza di problematiche sanitarie, deve essere ovviamente esercitato, altrimenti non si potrebbe sapere se quelle problematiche esistano o meno !

In conclusione, noi rileviamo che nella documentazione complessiva finora presentata alla Regione mancano :

- il nulla osta ASI riguardo all’ assegnazione dell’ Area e il relativo parere del Comune nonostante Energia Anagni asserisca di avere l’ affidamento del lotto.

- il nulla osta per l’ autorizzazione sismica, considerando che Anagni è classificata zona sismica 2b e proprio l’ 11 aprile scorso si è verificato un terremoto di magnitudo 3.4 nell’ area a sud est di Roma che è stato avvertito anche ad Anagni.

Infine la Regione ha assicurato il coinvolgimento di Arpa Lazio tramite la convocazione di uno specifico Tavolo Tecnico a supporto dell’ autorità competente, per definire tutte le questioni in

sospeso e chiudere il procedimento. La prossima Conferenza sarà pertanto decisoria.






venerdì 29 aprile 2022

SIN Bacino del fiume Sacco, la Regione Lazio in completa confusione.

 


Comunicato Stampa Congiunto




Le intenzioni del Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, comunicate all’assemblea generale di Unindustria, riguardo all’iniziativa congiunta con il Presidente del Consiglio Draghi e il Ministro Cingolani per giungere alla sospensione del decreto di perimetrazione del SIN “Bacino del fiume Sacco”, sono a dir poco inqualificabili e da intendersi come un affronto all’intelligenza della popolazione residente in un’area vasta come la Valle del Sacco.

Come comunità abbiamo partecipato e salutato con soddisfazione l’avvio del procedimento di nuova perimetrazione nel 2014, siamo stati pazienti per la firma del decreto di fine 2016, ancora di più per l’Accordo di Programma Quadro dei primi del 2019, per non dire della nomina di un commissario ad hoc per le operazioni di bonifica nel 2022. Ricordiamo che lo stato di emergenza socio-sanitaria che interessa ancora il territorio del SIN Bacino del fiume Sacco è attivo dal 2005.

Oggi con le intenzioni dichiarate dal Presidente Zingaretti e applaudite da Unindustria si torna indietro di ben 8 anni, il tutto condito dalle richieste lobbistiche della categoria industriale che avrebbe dovuto vigilare sull’operato dei propri associati. Il disastro ambientale che tutti conosciamo non ci è piovuto dal cielo: è originato dalle industrie e da un’idea di sviluppo industriale malata e predatoria. Aggiungiamo il ricatto dell’abbandono Catalent da Anagni utilizzato come cavallo di troia per rilanciare intenzioni politico economiche di de-perimetrazione nell’aria già da tempo.
È chiara, prevaricante e provocatoria l’intenzione di dimenticarsi del passato e chi sul territorio ha sofferto sulla propria salute il massiccio impatto industriale.

Le dichiarazioni mostrano anche una ignoranza abissale, la contaminazione delle aree ripariale e di quelle di esondazione non c'entrano nulla con la contaminazione endogena delle aree industriali, in particolare la situazione dell’area della Catalent, come altre, era nota da anni e sancita in base al dlgs 152/06 (T.U. ambiente). Nelle conferenze di servizi della vecchia perimetrazione e nelle caratterizzazioni della nuova, sono evidenti i gradi di contaminazione differenti per aree, per le quali è d’obbligo la giusta precauzione ed un’analisi approfondita. E’ necessaria una fotografia ambientale a colori del nostro territorio, non una in bianco e nero, una volta per tutte. Come sempre accade per le questioni ambientali si accusa l’eccesso di burocrazia, nascondendo le proprie responsabilità per non aver adeguato l’organizzazione e le risorse necessarie a gestire uno dei Sin più vasti del nostro paese ed il più complesso per la pluralità delle fonti di contaminazione provenienti dalle diverse aree industriali collocate lungo il fiume.

Quello che si sta pensando di fare, con tentativi di superamento delle normative nazionali ed europee, è un errore madornale che bisognerà anche valutare dal punto di vista giuridico amministrativo e di certo troverà l’opposizione di chi in questi anni con lo spirito collaborativo ed impegno ininterrotti ha profuso le proprie energie per cercare di trovare la soluzione del problema.
 
Valle del Sacco, 29 aprile 2022
 
Firmato:
Associazioni/Comitati
Associazione Rete per la Tutela della Valle del Sacco (ReTuVaSa)
Circolo Legambiente Anagni
Associazione Diritto alla Salute (DAS)
Associazione Big Brother Ambiente
Associazione Unione Giovani Indipendenti (UGI)/Scaffale Ambientalista
Associazione Anagni Viva
Movimento No Biodigestore Anagni
 
Singole/i cittadini
Marco Maddalena
Letizia Roccasecca
Romualdo Spelta

--LAZIO. ZINGARETTI: CHIESTA A DRAGHI SOSPENSIONE DECRETO PERIMETRAZIONE VALLE SACCO
(DIRE) Roma, 28 apr. - "Occorrono segnali chiari che segnino una nuova fase. Per questo la scorsa settimana abbiamo avviato un'iniziativa direttamente col presidente del Consiglio Draghi, il ministro Cingolani e tutto il governo: la Regione Lazio ha chiesto la sospensione, eccetto le aree ripariali, del decreto di perimetrazione del SIN del Bacino Valle del Sacco". Lo ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, intervenendo all'assemblea generale di Unindustria.
"Un decreto figlio di errori e illusioni che hanno finito nel tempo per bloccare tutto- ha aggiunto Zingaretti- Una sospensiva non per perdere tempo ma per definire in pochi mesi col territorio un perimetro che garantisca tutela, bonifica e rilancio produttivo. Un equilibrio tra sostenibilità e crescita, come ci chiede l'Europa".
(Mtr/ Dire)

 

giovedì 13 gennaio 2022

Covid, una prova generale sprecata

 Guido Viale attraverso Comitato Democrazia Costituzionale



E’ ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente. 

Come se a due anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere – e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri virus. 

La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a riorientare tutte le nostre istituzioni. 

Innanzitutto, a mettere al centro le future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi. 

E poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale; assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento (come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che altro…). 

Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto. 

Per non parlare delle armi… Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro. 

Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze politiche in campo (ecologisti e verdi compresi) e meno che mai da Draghi che, proprio perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale, rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale. 

E’ cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto. Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione del disastro incombente. Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare (anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre 

mercoledì 16 dicembre 2020

Frosinone.Rimborso Tari, secondo appuntamento.

 Rigenerare Frosinone



Sabato 19 dicembre al partire dalle ore 17,00, il nostro gruppo politico, in un evento pubblico che si terrà in P.zza Cervini (Via Aldo Moro) a Frosinone, illustrerà alla cittadinanza  le modalità per ottenere dal Comune di Frosinone il rimborso dell’80% della TARI per gli anni 2015-2016-2017-2018.

La sentenza numero 358/2020, emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone il 9 novembre scorso, ha sancito che la tariffa per lo  smaltimento dei rifiuti è risultata eccessiva  in rapporto al servizio svolto dal gestore. Per quegli anni l’importo del tributo da corrispondere doveva essere del 20% rispetto all’imponibile richiesto. La mancanza di controllo del Comune sul corretto espletamento del servizio ha arrecato un enorme danno ai cittadini di Frosinone gravati di un onere tributario eccessivo. Ciò a dimostrazione del fatto che i servizi fondamentali - come ad esempio la tutela della salute, la salvaguardia idrogeologica del territorio, l’erogazione idrica e il trattamento dei rifiuti -diventano scadenti, e con  un costo elevato per la collettività, quando vengono affidati al privato e quindi consegnati alla logica del profitto. Ed è ancora più grave il fatto che gli enti locali, in primis i comuni, non controllino l’effettivo rispetto del contratto di gestione,  rilevandone  le criticità,  e ponendo in essere le necessarie contromisure  a difesa dei cittadini.

Anche il Comune di Frosinone, rispetto allo smaltimento e trattamento  dei rifiuti, non ha vigilato sulla correttezza del servizio svolto, avallando una tariffa abnorme. Per questa ragione invitiamo tutti i cittadini a chiedere il rimborso dell’80% della tariffa. Sul come fare invitiamo tutta la cittadinanza  a partecipare al nostro incontro del 19 dicembre a Piazza Cervini.

Rigenerare Frosinone.

Documento sulla vicenda rifiuti

il modulo per richiedere il rimborso

venerdì 12 giugno 2020

Piano Rifiuti Regione Lazio, il Compound di Colleferro è una chimera.

Retuvasa



Il nuovo Piano Rifiuti della Regione Lazio ha ripreso il suo corso dopo lo stop impresso dall’epidemia Covid-19 ed è entrato nel vivo delle audizioni post Valutazione Ambientale Strategica (VAS), durante la quale erano state presentate numerose osservazioni;  alcune sono state  accolte, altre che non hanno ottenuto risposta.
Da Colleferro le realtà associative  hanno messo in luce alcuni aspetti in particolare sugli inceneritori e il progetto di Compound industriale presentato da Lazio Ambiente SpA.
Le risposte alla VAS sugli inceneritori di Colleferro hanno confermato che il loro ciclo è definitivamente chiuso e che nell'area ove risiedevano non sarà ammessa alcuna costruzione di nuovo impianto rifiuti. Sul Compound industriale da 500.000 tonn/anno si sono ottenute riduzioni significative a 250.000 tonn/anno e come esplicitamente riportato la locazione dovrebbe essere a ridosso della discarica, dichiarando come papabile il terreno ove doveva sorgere il TMB del 2010.
In una delle nostre osservazioni abbiamo evidenziato il fatto che  che quel terreno è insufficiente per qualsiasi tipologia di impianto se non di dimensioni molto al di sotto di quelle indicate nel progetto di Lazio Ambiente SpA.
Il 19 maggio scorso abbiamo partecipato ad una audizione telematica ed espresso nuovamente le nostre perplessità sulla reale possibilità di poter costruire un Compound Industriale a Colleferro.
Le nostre osservazioni in sede di audizione hanno evidenziato anche altri aspetti riguardanti la valle del Sacco e zone adiacenti.
La discarica di Roccasecca ha ottenuto una recente autorizzazione per un V° invaso da 450.000mc quando il fabbisogno del frusinate in uno scenario a 6 anni è di 180.000mc, come lo stesso Piano Rifiuti riporta negli elaborati. Questa è da ritenersi una incongruenza di rilievo in quanto non è ammissibile vessare le province con una impiantistica il cui unico scopo è supplire alle mancanze progettuali e strutturali di Roma Capitale che non è in grado, oggi e nell'immediato futuro come Ambito Territoriale Ottimale (ATO),  di essere autosufficiente.
L'altra questione sollevata riguarda il territorio di Patrica perseguitato  da progetti di nuovi impianti di trattamento rifiuti di dimensioni mostruose, dagli inerti (300.000 tonn/anno) ai liquidi (355.000 tonn/anno).
In buona sostanza a cosa serve un piano rifiuti se permette di essere scavalcato poi dagli uffici che si occupano delle autorizzazioni amministrative?
Altri fattori negativi sono la modalità e la tempistica di coinvolgimento delle comunità che si trovano a dover contrastare quotidianamente il proliferare di impianti come quelli che abbiamo appena descritto.
Ma torniamo al Compound di Colleferro che da come viene presentato nel Piano Rifiuti sembra essere un punto cardine […il nuovo compound industriale diventa strategico nel passaggio dal vecchio sistema impiantistico ad un nuovo sistema che massimizzerà il recupero di rifiuti nell’ottica dell’economia circolare], ma viene liquidato in poche righe con una descrizione di flusso minimale e assolutamente insufficiente. Un impianto descritto come innovativo nel suo genere, risolutore per il flusso finale dei rifiuti indifferenziati, ma che nello stesso Piano Rifiuti non viene descritto nelle sue parti. Gli unici dati su cui ci si concentra è che deve essere realizzato a Colleferro e che da 500.000 tonn/anno si riduce a 250.000 tonn/anno. L’audizione del Presidente di Lazio Ambiente SpA, Daniele Fortini, necessaria dopo le numerose osservazioni sollevate, ha delineato altri scenari, ma non ha dato la risposta definitiva alle nostre puntualizzazioni, che si traducono in:
a Colleferro non c’è alcun luogo disponibile per impianti di tali dimensioni.
Abbiamo ribadito questo concetto più volte nei nostri incontri pubblici e sarebbe stato interessante riferire direttamente all’Assessore regionale Massimiliano Valeriani se avesse accettato i nostri ripetuti inviti.
Lo Studio Preliminare di Fattibilità (luglio 2019) del Compound di Lazio Ambiente SpA, richiamato nel Piano Rifiuti, riporta testualmente: “è pertanto stimabile, preliminarmente, una superficie complessiva dell’impianto pari a circa 20 ettari.”. Teniamoci su questa ipotesi prevista per un impianto da 500.000 tonn/anno, un impianto da 250.000 non dimezzerebbe l'area occupata. Colleferro avrebbe a disposizione urbanisticamente solo il terreno che era previsto per il TMB del 2010. Non è di poco conto che lo stesso è di proprietà del Comune di Colleferro che a nostro parere non ha alcuna intenzione di “devolverlo” a Lazio Ambiente, ma anche se si volesse “forzare” la mano il terreno ha una estensione di circa 1,9 ettari, un decimo del necessario, forse utile per farci un piazzale di sosta per i mezzi che dovrebbero giungere ad un impianto del genere.
Se per assurdo qualcuno  pensasse nuovamente di far transitare decine di camion in un quartiere densamente abitato come quello dello Scalo di Colleferro per farli giungere nell’area degli inceneritori -area inserita nel Sito di Interesse Nazionale e da bonificare per la presenza di cromo esavalente- dovrebbe tener presente che si avrebbero a disposizione circa 4ha (area inceneritori) e circa 1ha (area centrale elettrica annessa), tenendo conto che ciò colliderebbe con quanto riportato nelle risposte alle nostre osservazioni sul possibile utilizzo di quella area.
Ci viene il legittimo dubbio che si stia tirando in lungo questa manfrina per coprire il fallimento di Lazio Ambiente SpA, lo spreco di milioni di euro nel tentativo fallito di ristrutturare gli inceneritori di Colle Sughero, in attesa di trovare una conclusione a questa vicenda. L'ipotesi -espressa dall'amministratore delegato di Lazio ambiente  in una intervista- di sdoppiare l’impianto da 500.000 tonnellate in due da 250.000, apre alla possibilità di realizzarne uno in una località diversa da Colleferro. In ogni caso le audizioni rispetto ai molti interrogativi sollevati da questo  progetto -che avrebbe comunque un ruolo chiave dell'intero ciclo dei rifiuti del Lazio- non hanno dato risposte.
Per abbondare chiudiamo fornendo alcuni numeri che completano il quadro, ricavati dallo Studio Preliminare di Fattibilità di Lazio Ambiente SpA.
Il Bilancio di Massa di tale impianto indurrebbe a pensare che sia un produttore di rifiuti piuttosto che una risoluzione del problema. Su 500.000 tonn/anno in entrata ce ne sarebbero quasi 300.000 tonn/anno in uscita (scenario 1) tra Frazione Organica Stabilizzata (FOS), Combustibile Solido Secondario (CSS) e altro da destinarsi a discarica o termovalorizzazione. Poco più di 250.000 tonn/anno in uscita nello scenario 2.
Costo dell’operazione circa 80mln di euro, in pratica 1mln di euro a dipendente.
Detto ciòci attendiamo che i nostri dubbi vengano fugati e se ciò non dovesse avvenire in un modo esauriente di fronte all’opinione pubblica, la conclusione non può che essere una: il Compound Industriale dei Rifiuti previsto per Colleferro deve essere cancellato dal Piano Rifiuti della regione Lazio.

sabato 11 aprile 2020

Vertenza car fluff chiusa.




“Vi scrivo per trasmettere in allegato la sentenza pubblicata oggi dal Consiglio di Stato, che pone fine alla nota questione del car fluff, rigettando l’appello della Marangoni e quindi dichiarando la perfetta legittimità del provvedimento della Regione Lazio che negò l’autorizzazione alla trasformazione dell’inceneritore di pneumatici”. 

Con queste parole l'avvocato Alberto Maria Floridi  (Studio Legale Gattamelata e associati) ha comunicato la chiusura della vertenza car fluff Marangoni alle associazioni Anagni Viva, Associazione Diritto alla Salute, Comitato di quartiere Osteria della Fontana. Retuvasa. 

Con la sentenza n.2248/2020 del Consiglio di Stato, come riferito dall'avv. Floridi alle associazioni rappresentate, è stato affermato come fosse corretto negare l’autorizzazione non solamente in base al principio di precauzione, tenuto conto della grave situazione ambientale e sanitaria della zona, ma anche alla luce delle lacune specifiche del progetto, che non consentivano di considerarlo sicuro e affidabile.

Si conclude quindi una vicenda, quella del car fluff, nel corso della quale è cresciuta la consapevolezza dei rischi ambientali ai quali è sottoposto il nostro territorio.

Tale consapevolezza è stata suscitata, oltre che dalle evidenti criticità ambientali, anche dall'azione continua e persistente, in tutti questi anni, delle associazioni che hanno voluto diffondere una corretta informazione su questi argomenti,con costante impegno organizzativo, eccellenti competenze  tecniche e ferma  convinzione di lottare  per difendere il territorio, mobilitando i cittadini e ricorrendo alla giustizia. Tale lavoro, svolto soltanto da volontari, sta dando i suoi frutti e ha evidenziato che, la Valle del Sacco, è stata da anni oggetto di spericolate sperimentazioni.

Sperimentazioni spesso portate avanti, come evidenzia la sentenza,  non da primari istituti di ricerca o sotto la sorveglianza di eccellenti centri di studi, ma da imprenditori che tentano di trarre profitti con i rifiuti, in questo caso anche pericolosi, con minimi investimenti, con superficialità e spesso con sprezzo degli effetti che le loro sperimentazioni possono avere sull'ambiente e sulla salute pubblica.

La collaborazione tra le associazioni ha dunque dato il suo contributo per resistere e vincere la deriva del degrado del nostro territorio, in questo caso con il supporto della Regione Lazio, che non aveva concesso la valutazione di impatto ambientale favorevole.

Da questo risultato, ripartiamo per fare presente sia ai furbetti delle sperimentazioni spericolate, sia ai rappresentanti politici,  che alle istituzioni responsabili dei processi decisori, non sempre così lungimiranti come in questo caso e, soprattutto, ai nostri concittadini, che noi saremo sempre attenti e pronti a respingere qualsiasi ulteriore tentativo di ridurci a cavie silenti di sperimentazioni nocive. 

Chiediamo ai nostri concittadini di seguire ancora le nostre attività e chiediamo alle istituzioni, soprattutto in questa fase, una moratoria assoluta di tutti i procedimenti autorizzativi di produzioni pericolose e nocive per l’ambiente. Per questo ancora una volta  diciamo basta al sacrificio della popolazione di una Valle che nonostante sia stata riconosciuta quale Sito di Interesse Nazionale, a fronte del grave persistente stato di inquinamento, continua ad essere aggredita da iniziative ad alto impatto ambientale, quali inceneritori  tossici e centri di trattamento dei rifiuti, quali discariche, compostaggi, recuperi di ceneri pericolose.

LE ASSOCIAZIONI:  ANAGNI  VIVA, RETUVASA,  COMITATO RESIDENTI  COLLEFERRO, CIRCOLO  LEGAMBIENTE ANAGNI,  RAGGIO VERDE,  ASSOCIAZIONE  DIRITTO ALLA  SALUTE,  COMITATO OSTERIA DELLA  FONTANA, COORDINAMENTO INTERPROVINCIALE AMBIENTE E SALUTE VALLE DEL SACCO E BASSA VALLE DEL LIRI (al quale hanno aderito 32 tra associazioni e comitati), ASSOCIAZIONE QUARTIERE CERERE.

 Per informazioni:  mail:info@dirittoallasalute.com.  telefonare al  n.:  3930723990.
Per aggiornamenti:www.anagniviva.org, www.dirittoallasalute.com, www.retuvasa.org

domenica 10 novembre 2019

GRETA SI E’ FERMATA A TARANTO

Marco Bersani


Ogni volta che Greta parla in sede pubblica, leader politici di ogni estrazione culturale si sbracciano per tributarne la saggezza, per applaudirne le dichiarazioni o, più pragmaticamente, anche solo per fare un selfie che male non fa. Salvo poi rimuoverne totalmente tanto il messaggio quanto l’indignazione non appena le contraddizioni s’inverino in carne e ossa e diventino realtà.

La realtà di Taranto e dell’impianto siderurgico più grande d’Europa.

Eccoli allora di nuovo tutti inginocchiati al sacro altare del Pil, che decresce da cinquant’anni ma guai a farsene una ragione; eccoli di nuovo a riscoprire, soprattutto a sinistra e dentro comode sedi con l’aria condizionata, il mito prometeico dell’operaio che sfida l’altoforno; eccoli di nuovo proni al profittatore di turno travestito da imprenditore.

Nessuno che trovi neanche un barlume di coraggio per dire alcune sacrosante verità.

L’Ilva è un mostro climatico. Nelle statistiche della Commissione Europea, occupa il 42esimo posto  in Europa -e il quarto in Italia- nella classifica delle principali fonti di emissione di CO2 (4.700.000/tonn/anno). Ma, se consideriamo anche le due centrali termoelettriche CET2 e CET3 asservite al suo ciclo siderurgico, le tonnellate/anno diventano 10.688.650 e l’Ilva balza al primo posto in Italia ed entra nella top ten continentale.

L’Ilva uccide. Sono almeno 90 all’anno i morti direttamente attribuibili all’inquinamento prodotto dall’impianto siderurgico. Il paradosso è che molti di questi sono in primo luogo i lavoratori dell’azienda, che si ammalano tanto dentro la fabbrica, quanto dentro le proprie case nei quartieri a ridosso dell’impianto. E muoiono i bambini, in percentuali superiori del 54% rispetto alla media.

L’Ilva non garantisce occupazione. In un contesto di sovrapproduzione mondiale dell’acciaio, ArcelorMittal l’ha comprata solo per garantirsi il profitto dettato dal vantaggio competitivo derivante dal cosiddetto “scudo” -ora finalmente rimesso in discussione- che permetteva all’azienda di gestire uno stabilimento senza fare alcun investimento per la riconversione tecnologica e chiamandosi fuori da ogni obbligo su sicurezza ed inquinamento.

Questi dati sono tanto incontrovertibili quanto rimossi nella discussione pubblica, dove tutto pare incentrato sulla necessità della riconferma dello status quo di un modello che ha da tempo fatto cortocircuito.

E’ una rimozione non priva di fondamento. Perché prendere atto delle verità sopra descritte obbligherebbe tutti gli attori politici e sindacali a dover fare i conti con un altro nodo di fondo: la trappola del debito e la gabbia di Maastricht.

Cosa servirebbe infatti oggi a Taranto? Il coraggio di dire che l’Ilva non è sostenibile da nessun punto di vista, che va portata alla chiusura in sicurezza e che l’intera area deve essere coinvolta in un progetto di bonifica e di riconversione produttiva, in grado di garantire occupazione e reddito a tutti gli attuali lavoratori.

Ma chi può finanziare un progetto di tale dimensione? Naturalmente solo lo Stato. Ma, per poterlo fare, deve prendere di petto la trappola del debito che ogni anno ci obbliga a pagare 60 miliardi di interessi, quando ne basterebbero tre per ridare un futuro ai bambini di Taranto; e deve ribaltare le regole di Maastricht, che impediscono al pubblico di perseguire l’interesse generale, costringendolo a fare il vigile urbano degli interessi finanziari privati e multinazionali.

Da qualsiasi parte la si prenda, ogni contraddizione che attraversa il paese rimanda sempre allo stesso nodo: possiamo continuare a sacrificare vita, salute, diritti e futuro sull’altare dei sacerdoti del Pil e dei fanatici del pareggio di bilancio?

Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” diceva Robert Kennedy. E’ già passato più di mezzo secolo.



Pubblicato su Il Manifesto del 9.11.2019

lunedì 28 ottobre 2019

Valle del Sacco e Frosinone le facce del degrado fra analisi e provocazioni.

Luciano Granieri


Domenica scorsa 27 ottobre 2019 si è svolto presso Piazza Garibaldi l’incontro dibattito  "Giornata per la Vita Terre Avvelenate”. Un evento, organizzato dall’associazione “Spazio Arte Rigenesi” di Fabiana Fattori e Riccardo Spaziani, in si è ragionato  sul degrado della Valle del Sacco e della città di Frosinone in particolare. Oltre ai relatori, appartenenti ad associazioni che si occupano delle problematiche socio-ambientali del territorio,  hanno fornito il loro decisivo, dissacrante e ironico contributo gli attori del teatro di strada Guglielmo Bartoli, Milena Frantellizzi, e il giovane maestro di giocoleria Elia Bartoli. A tutti loro va un grande ringraziamento, perché il grave problema dell’inquinamento nel nostro territorio va affrontato in modo sistematico. Svegliarsi  solo quando va a fuoco un’azienda di stoccaggio e smaltimento rifiuti, o quando compare la schiuma nel fiume Sacco o in concomitanza di mefitici  miasmi provenienti dalle discariche, per poi dimenticarsi del problema è riduttivo e nocivo . Di seguito il  contenuto  del mio intervento al dibattito al quale ho avuto l’onore di partecipare grazie all’invito di Riccardo  e Fabiana che ringrazio ancora.

L'attrice Milena Frantellizzi (alias Marianicola) insieme al moderatore Francesco Notarcola


Trasparenza e Competenza

La  piaga della Valle del Sacco, il  degrado globale della nostra provincia, in termini d’inquinamento, tutela della salute, qualità della vita   puntualmente, condannano  il nostro territorio   ad occupare i primi posti fra i luoghi in cui si vive peggio. Periodicamente il tema assurge all’onore delle cronache a seguito di qualche evento particolare, poi si ritorna nel limbo. C’è l’incendio della Mecoris? Per un po’ di tempo si parla delle emissioni nocive nell’aria della nostra città, poi tutto passa in cavalleria. Compare la schiuma nel fiume Sacco? S’intensificano le ricerche dell’untore della acque per non vedere che l’inquinamento dell’asta fluviale è cronico, sedimentato nel tempo, e  non basta perseguire, per quanto sia giusto, il lavagista che ha sversato sapone nell’acqua per risolvere il problema. Arrivano  i rifiuti da Roma,  odori mefitici di diffondono nell’aria? Per qualche settimana le pagine dei giornali e i  social media si riempiono del più che giustificato rifiuto del territorio  a diventare la discarica d’Italia, ma la possibilità di una diversa gestione della raccolta e dello smaltimento dell’immondizia  viene considerata in modo sommario.  

Un argomento che   viene poco affrontato, ma secondo me è di fondamentale importanza riguarda  l’urbanizzazione selvaggia.  Osserviamo attentamente  la nostra città. Frosinone è invasa da colate di cemento in continua espansione.  Nell’ultimo rapporto  Ispra, si rileva che nel 2018 a fronte di un consumo di suolo provinciale del 7%  e regionale dell, 8,1%   Frosinone spicca per un clamoroso e devastante 29%. Per consumo di suolo s’intende la concentrazione di insediamenti abitativi, di attività industriali,  produttive in aree definite. L’abnorme cessione di spazi verdi al cemento comporta l’aumento della velocità di scorrimento delle acque verso i fiumi,  l’annullamento dell’effetto filtro del terreno sugli inquinanti, la drastica diminuzione dell’effetto di assorbimento del particolato da parte degli alberi . Per contro   si genera un  incremento dei reflui nocivi, l’immissione in atmosfera di aria inquinata generata dagli scarichi delle autovetture, degli impianti di riscaldamento , dalle industrie , il tutto amplificato  se in queste aree gli  impianti di depurazione idrica e controllo delle emissioni sono insufficienti  e non si applicano le direttive di sicurezza sulle emissioni degli insediamenti industriali ad alto impatto ambientale. Il risultato di questo scempio si deve alla completa cessione della pianificazione urbanistica pubblica  agli interessi dei fondi di speculazione immobiliare  e all’urbanistica contrattata. 

Vi invito a fare un giro per la città.  Andate  a De Matthaeis  in Via Tiburtina.  Di  fronte all’ufficio postale è in costruzione una lottizzazione  di due stabili con offerta di appartamenti e locali adibiti a utilizzo commerciale. Se vi  girate dall’altro lato della strada  ci sono negozi che stanno chiudendo palazzi in cui su   quasi ogni balcone si legge la scritta “Vendesi o Affittasi” . Viene dunque da chiedersi che vantaggio c’è ad asfaltare   spazi verdi  per costruire alloggi e negozi quando la città si sta spopolando e  le attività commerciali stanno chiudendo?  Nessuno per i cittadini, ma ciò arreca molti vantaggi  per i detentori di patrimoni  nei fondi immobiliari i quali speculano sul fluttuare del valore degli immobili, sulle modificazioni delle destinazioni d’uso.  Per non parlare dell’edilizia contrattata per cui un Comune, impossibilitato a causa del  patto di stabilità interna, ad investire in opere utili alla cittadinanza. Per provvedere alla sistemazione di una piazza deve interessare l’edilizia privata  che, in cambio del lavoro, potrà disporre di  ampie parti di città dove costruire  palazzoni e mega strutture. 

La morale, come diceva una pubblicità di un tempo, è sempre quella. Quando l’interesse della speculazione privata prevale sul bene pubblico, i cittadini vanno inevitabilmente  incontro crollo della qualità della vita. Per tornare alle città, come Frosinone, ma anche gli altri insediamenti urbani della Valle del Sacco,  bisogna ricordare come rimanga critica la depurazione delle acque reflue. 58 Sono i depuratori mal funzionanti o per nulla funzionanti, guarda caso gestiti tutti da Acea che preferisce elargire dividendi milionari ai propri azionisti, anziché sistemare i depuratori urbani  ed impedire che gli scarichi fognari vadano direttamente nei fiumi. 

Quali le soluzioni? Restituire la città ai loro veri padroni, i cittadini. Eliminare il patto di stabilità interna, odiosa conseguenza del fiscal compact, velenoso lascito dei trattati imposti dalla Ue, in modo che ogni  Municipio possa disporre di  finanze  proprie o, al limite, ricorrere a finanziamenti  da banche pubbliche d’investimento – altra istituzione che manca e Dio sa quanto sarebbe benedetta -per gestire direttamente i servizi alla città in primis quelli destinati alla tutela ambientale.  La quota    dei Comuni sul debito pubblico, che è ormai arrivato a 2400 miliardi, è pari all 1,8% e allora perché questi devono subire tagli draconiani per  ammanchi che non hanno prodotto, se non in minima parte?  

Inoltre  i soldi gestiti dalle amministrazioni comunali , in collaborazione  con associazioni di cittadini, aggiungo io,  sarebbero anche spesi meglio.  Riporto un esempio del  clamoroso spreco di denaro pubblico  stanziato a favore dell’incremento di energia verde.  Per la diffusione delle energie rinnovabili   lo Stato Italiano stanziò  degli incentivi a favore di  chi avesse voluto installare un sistema fotovoltaico. Il “conto energia” così si chiamava l’agevolazione partita nel 2006 e interrotta  nel 2013.  Prevedeva una quota di contributo   per ogni kw di energia prodotta con sistemi fotovoltaici, per la  durata  del  ciclo di vita di un impianto, che mediamente è di  25 anni. Di fatto gli  ultimi utenti che hanno usufruito di questi incentivi , installando impianti nel 2013, acquisiranno il bonus fino al 2038.  Il problema vero è che essendo l’agevolazione legata  all’energia prodotta, più grande era l’impianto, più alta era la somma ricevuta,  hanno usufruito quindi di questi sgravi,  solo banche e grandi aziende, le prime perché hanno finanziato importanti  strutture in cambio della cessione dell’incentivo, le  seconde perché hanno costruito vere e proprie centrali, talmente imponenti , da consentire di vendere l’energia prodotta ricavandone profitto, ed avere un rendimento finanziario sicuro per 25 anni. Il tutto dal 2006 ad oggi, ed anche in futuro, ha   e avrà un costo per  le finanze pubbliche di 6,7 miliardi l’anno. 

Se da allora e fino alla scadenza degli incentivi  quei 6,7 miliardi l’anno fossero stati dati ai Comuni  , si sarebbero potuti  pianificare programmi di riqualificazione energetica urbana   pubblica  attraverso il finanziamento totale o parziale (da definire in base al reddito)  di impianti fotovoltaici a favore degli alloggi residenziali ,  o edifici di proprietà comunale, le scuole ad esempio. Oppure si sarebbero potuti finanziare piani di riconversione elettrica della mobilità urbana. 

Ecco perché, tornando alla Valle del Sacco, mi preoccupa  il destino di quei 53 milioni destinati alla bonifica, visto che la loro gestione, affidata alla Regione  Lazio, vedrà incarichi importanti di coordinamento attribuiti  ad   enti esterni ed  aziende private, come la Pricewaterhouse Cooper Advisor Spa, o la Ecoter Srl  per carenza di personale regionale  dedicato, queste le motivazioni dell’ente. 

Non vi è stato  alcun  coinvolgimento del Coordinamento dei Sindaci della Valle del Sacco ,  del resto questo organismo, creato ad hoc, si è disgregato visto che ad alcuni sindaci non interessa granchè della salute dei propri cittadini a cominciare da quello di Frosinone . Fortunatamente il commissario incaricato all’attuazione delle azioni di bonifica ha convocato le associazioni di cittadini  come Retuvasa, che da tempo si occupano  della Valle del Sacco, per coinvolgerle ed informarle sui piani di azione.  

Visti i precedenti   sembra una discreta apertura. Allora facciamo appello a loro e a tutti i cittadini , affinchè controllino scrupolosamente il destino   di questi  53 milioni di euro.  E’ fondamentale perché   troppe volte soldi investiti per  la collettività hanno finito per arricchire qualcuno, peggiorando, anziché migliorarle,  le condizioni di vita dei cittadini. E noi cittadini della Valle del Sacco saremmo anche stanchi di subire il  degrado della nostra salute e dalla qualità della vita in genere, dopo aver visto passare milioni e milioni di euro sprecati o spesi per ingrassare i soliti potentati politico-finanziari.