Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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domenica 6 marzo 2022

Chi è veramente Putin?

 Luciano Granieri



Putin dittatore criminale, sterminatore di popoli, un pazzo esaltato che sta catapultando il mondo verso una catastrofica guerra nucleare. Sono alcune delle definizioni con cui gran parte dell’opinione pubblica apostrofa il despota russo. 

Ma costui è la stessa persona lodata da Clinton e Blair,  che nel 1999 lo definivano “politico intelligente e premuroso”? E' lo stesso Putin cui Washington tributava sincera gratitudine per aver concesso agli Americani le basi ex sovietiche utili alla conquista dell’Afghanistan? 

E’ il grande benefattore che ha inondato l’Italia di gas a prezzi di saldo? Prezzi così modici da inibire un qualsiasi progetto di indipendenza energetica, energie rinnovabili comprese, molto più  oneroso e meno profittevole per gli interessi delle corporazioni energetiche, rispetto alla fornitura di gas russo. Quel gas che oggi la speculazione finanziaria e le leggi del mercato hanno reso molto più  costoso, tanto da essere concausa della guerra Russo-Ucraina. 

Chi è dunque Putin? Un pazzo criminale, o un lungimirante capo di Stato? 

E’ entrambe le cose a fasi alterne. Ci sono altri imperatori del male, doctor Jekyll e Mr.Hyde osannati e odiati dagli oligarchi del nuovo ordine mondiale. 

Che dire di Erdogan, da un lato bollato come dittatore e crudele repressore dei propri oppositori, sterminatore di Kurdi, ma dall’altro padre-padrone della Turchia, membro della Nato, utile a reprimere l’esodo dei profughi siriani (a proposito, sono pure quelli profughi né più e né meno degli Ucraini), a fronte di un bel po’ di milioni che l’Unione Europea gli elargisce per il servizio. 

 Come non parlare del principe saudita Mohamed Bin Salman, nemico di qualsiasi diritto civile, mandante, secondo la Cia, dell’assassinio del giornalista suo oppositore Jamal Khashoggi, ma remunerativo cliente dei nostri fabbricanti d’armi, le cui copiose forniture vengono riversate dal principe sullo Yemen, compiendo stragi di civili. Un criminale certo, ma molto rispettabile, talmente rispettabile che un Senatore della Repubblica Italiana periodicamente lo va a riverire, in cambio di lauti compensi. 

Come non ricordare Saddam Hussein sostenuto e appoggiato dagli Usa e dal blocco occidentale nella sua guerra contro l’Iran, diventato genio del male, quando a seguito della crisi con il Kuwait, l’Iraq fu invaso dagli Usa e dall’alleanza atlantica invocando la falsa causus belli delle armi di distruzione di massa. 

Putin, Erdogan, Bin Salman, Saddam Hussein, e tanti personaggi pazzi folli come loro servono. Sono necessari  nel  nuovo ordine mondiale, definito dopo la caduta del muro, ad alimentare quel fiorente mercato degli armamenti che in barba ad ogni crisi economica è in crescita costante. Gli imperatori del male sono i migliori clienti dei mercanti d’armi, e ne alimentano anche un mercato secondario.

 Non è un caso che l’Italia invierà armi e missili a Kiev, mentre manda al macello ogni forma di stato sociale  e la povertà di molti  cittadini italiani aumenta. Ordigni bellici, non aiuti umanitari, a quello ci pensano le associazione benefiche. Così come i caccia polacchi verranno inviati in Ucraina e saranno sostituiti nell’arsenale di Varsavia da F16 americani. 

Certo oggi la situazione fa paura perché il dramma è in Europa, in quel continente in cui la costruzione dell’Unione Europea doveva assicurare pace e stabilità per sempre. La guerra è a pochi di migliaia di chilometri da noi e il leader “intelligente e premuroso” il generoso donatore delle basi aeree agli Usa per invadere l’Afghanistan, il benefico dispensatore di energia a basso costo è ormai in preda al più completo delirio. E chi gli si contrappone alimenta quel delirio armando gli Ucraini. 

 Del resto le stragi dei civili, la sofferenza di bambini donne e uomini, sono l’effetto collaterale dell’inderogabile missione del nuovo ordine mondiale: quello di far proliferare il mercato delle armi, in assenza del vecchio spauracchio della guerra fredda.

sabato 7 marzo 2020

Solidarietà e aiuti da parte dell’Italia e dell’Europa ai profughi e alle famiglie siriane in fuga


Fermiamo la guerra in Siria – No a interventi della Nato e all'invasione della Siria da parte della Turchia
Una catastrofe umanitaria e di civiltà senza precedenti
Solidarietà e aiuti da parte dell’Italia e dell’Europa ai profughi e alle famiglie siriane in fuga


Al Segretario generale dell’ONU
Al Presidente del Parlamento UE
Alla Commissione e al Consiglio della UE
Al Presidente del Consiglio Italiano


Ancora una volta centinaia di migliaia di civili siriani, donne uomini e bambini, in fuga dalle proprie case , pagano con la vita e la perdita di ogni bene lo scontro militare in atto tra Russia ,Siria, Turchia e Iran. Civili che si dirigono verso i confini della Turchia che , per ricattare l'Europa, spinge molti di loro verso la Grecia. Quest'ultimo paese lasciato irresponsabilmente solo dalla UE commette crimini contro l'umanità sparando gas lacrimogeni e granate fumogene contro i profughi siriani in fuga.  A Lesbo come in Siria la nostra civiltà e la nostra Europa si mostrano incapaci di umanità e di solidarietà così come già accaduto verso i migranti annegati a decine di migliaia nel mar mediterraneo. Questo stato di cose, se non avverrà un cambiamento sostanziale,  condanna ad una lenta agonia la stessa democrazia europea. Le responsabilità  dirette ed indirette all’origine della nuova guerra sono molteplici e chiamano in causa i maggiori paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, e quelli medio orientali. Tuttavia la responsabilità oggi principale appare attribuibile al regime turco guidato da Erdogan, reo di crimini contro l'umanità sia in patria che in Siria, come hanno denunciato la ex rappresentante ONU per i crimini in Siria Carla Del Ponte e moltissimi difensori dei diritti umani in Europa. 
Erdogan, dopo aver cancellato lo Stato di Diritto in Turchia trasformando il paese in una dittatura sanguinaria alla quale l’UE ha affidato ciononostante il controllo delle proprie frontiere esterne, aver finanziato e appoggiato militarmente l’ISIS e i gruppi jiadisti negli scorsi anni e di nuovo recentemente con l'invasione del nord est della Siria contro l’esperienza democratica curda, aver sottoscritto con la Russia “l’accordo” di Sochi per impossessarsi  - contro il diritto internazionale - di vaste porzioni di territorio siriano,   ora scatena una nuova guerra contro la Siria (colpevole di volere riprendere il controllo del proprio territorio a Idlib occupato dalle formazione jiadiste finanziate dalla stessa Turchia) .
Chiediamo quindi l’immediata cessazione delle ostilità, l’apertura di trattative sotto egida dell’ONU per giungere ad un accordo internazionale sulla Siria, un piano globale e immediato di aiuti e solidarietà da parte della UE verso i civili siriani, sia accogliendoli in Europa sia favorendo il loro ritorno in una Siria pacificata, la condanna di Erdogan da parte dell'Europa e dell'ONU , l'istituzione di un tribunale internazionale per i crimini contro l'umanità in Siria da chiunque commessi.

                              CDC  dell'Emilia Romagna

martedì 31 dicembre 2019

2019: un anno di rivoluzioni, un anno di lezioni per i rivoluzionari

Salvatore de Lorenzo


Quando gli storici ricostruiranno quanto sta avvenendo in tutto il mondo, ricorderanno quello che sta volgendo al termine in questi giorni come l’anno delle ascese rivoluzionarie del proletariato mondiale contro i governi del capitalismo internazionale. In questo articolo analizzeremo le principali mobilitazioni in America Latina e Medio Oriente, ma non possono essere trascurate, in un’analisi più complessiva, le analoghe rivolte del proletariato africano, come le mobilitazioni di piazza che hanno riguardato l’Algeria e il Sudan e i continui scontri in Etiopia, dove il presidente Abiy Ahmed, dopo aver ritirato il premio Nobel per la pace, ha represso nel sangue (il bilancio è di 67 morti) le rivolte di gruppi etnici ridotti alla fame dalle politiche dei camerieri del Fmi, in un Paese che ha una straordinaria crescita del Pil (il tasso di crescita viaggia attorno al 10%) e salari medi di 60$ al mese. Né hanno importanza minore le tensioni rivoluzionarie che hanno attraversato e attraversano in queste ore la Francia, o i moti indipendentisti del popolo catalano (un milione di persone che sono scese in piazza a seguito dell’arresto dei leader dei partiti indipendentisti e si sono scontrate con i Mossos inviati dal governo spagnolo a sedare la protesta) e di quello di Hong Kong contro il governo centrale di Pechino.

L’America Latina
A partire da settembre, l’America Latina sta vivendo una straordinaria stagione di lotte attraverso scioperi, mobilitazioni di piazza, scontri tra le masse popolari e l’apparato militare degli Stati borghesi.
Una ascesa rivoluzionaria che ha avuto il suo avvio con le proteste della popolazione di Haiti contro il governo Moise. In questo Paese il 60% degli 11 milioni di abitanti è costretta dalla barbarie capitalista a vivere al di sotto della soglia di povertà e il 24% è in condizioni di estrema povertà.  Il 41% della popolazione è disoccupata. L'inflazione attuale è del 18%, principalmente nel settore alimentare e dei farmaci. Il tutto è condito da una crisi cronica nella fornitura di elettricità. Nel luglio 2018 Moïse, che è stato coinvolto in diversi scandali e fenomeni di corruttela, in ossequio agli accordi con il Fmi ha fatto lievitare il costo dei carburanti (incremento del 38% della benzina, del 48% del diesel e del 51% del cherosene), dopo aver sottratto, assieme ad altri ministri del governo, una parte ingente dei 3800 milioni di dollari del programma Petrocaribe, una sorta di accordo con il Venezuela per il rifornimento di petrolio e carburanti a prezzo ribassato. È questo ad aver innescato le proteste popolari, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone. Le mobilitazioni hanno avuto inizio in febbraio ma sono poi riprese a settembre e sono continuate ininterrottamente per oltre otto settimane. Nei ripetuti scontri con l’apparato repressivo sono state incendiate auto di lusso e lanciate pietre contro il palazzo presidenziale. Un ruolo di primo piano è stato assunto dai lavoratori del settore tessile coordinati da Sota-Bo, un sindacato in cui svolge un ruolo di direzione l’organizzazione rivoluzionaria Batay Ouvriyé. I lavoratori avanzano rivendicazioni economiche, dall’aumento del salario minimo alla riduzione della giornata di lavoro ma contestano anche la privatizzazione dei trasporti, dell’istruzione e della sanità.
Agli inizi di ottobre è stata la volta dell’ascesa rivoluzionaria in Ecuador. Nelle due settimane di mobilitazione centinaia di migliaia di persone hanno preso d’assalto il palazzo del governo, dove erano asserragliati il presidente Lenin Moreno e i suoi ministri, costringendoli alla fuga. Anche in Ecuador le proteste sono state innescate dalle misure economiche imposte dal Fmi (aumento dei prezzi dei carburanti, tagli agli stipendi degli impiegati pubblici, aumento dell’orario di lavoro). Il ruolo delle direzioni della principale confederazione sindacale delle popolazioni indigene, la Conaie, è stato ambiguo. Sotto l’onda della mobilitazione di massa, la Conaie ha inizialmente imposto a Lenin Moreno di ritirare le misure economiche ma ha poi lavorato a far rifluire la protesta che, come sarebbe stato naturale data l’ampiezza della mobilitazione, avrebbe condotto alla cacciata del governo borghese. Nonostante le forti misure repressive adottate dal governo, il popolo ecuadoriano ha mostrato un grande spirito di lotta e soprattutto un'elevata capacità di auto-organizzazione, giungendo sino ad arrestare alcuni militari agli ordini del governo.  Alcuni settori minoritari delle forze armate hanno persino solidarizzato apertamente con i manifestanti.
Il 18 ottobre è insorto il proletariato cileno e la rivoluzione è tuttora in corso. A innescare la miccia delle proteste è stato l’aumento dei costi dei mezzi di trasporto. Sono stati gli studenti, che sono sul piede di guerra da oltre dieci anni in Cile per i costi esorbitanti delle tasse universitarie, ad iniziare la fase insurrezionale. A differenza delle precedenti rivolte studentesche (nel 2011 gli studenti occuparono centinaia di istituti a Santiago), stavolta l’intero proletariato cileno si è immediatamente schierato al fianco degli studenti negli scontri di piazza con l’apparato repressivo dello Stato borghese.
L’aumento di 30 pesos sui biglietti dei tram è stata solo la miccia che ha prodotto l’esplosione di tensioni che covavano nel ventre del proletariato cileno da più di trent’anni, causate dalle sofferenze economiche di una popolazione sottoposta ad una costante rapina da parte dei monopolisti cileni (e dell’imperialismo) sin dai tempi del genocida Pinochet. L’impianto ultra-liberista di Milton Friedman, importato in Cile sin dal 1973 dal fratello José dell’attuale presidente Sebastian Pinera, ha trasformato il Cile in uno dei Paesi in cui il livello di disuguaglianza tra le classi subalterne (il 90% della popolazione) e la borghesia è tra i più elevati al mondo (nel 2017 il Cile era quarto in questa triste classifica dopo Sudafrica, Messico e Costa Rica). In un Paese in cui il costo della vita è leggermente inferiore a quello dei Paesi europei, è dai bassi salari (in media intorno ai 500 $) che i ceti subalterni sono costretti a estrarre una quota (in media intorno al 10%) da devolvere agli istituti di credito americani e cileni per potersi costruire una miserrima pensione (in media intorno ai 200$, ben al di sotto del salario minimo, pari a 370$) e devono inoltre istituire dei mutui con le banche per iscrivere i figli all’università. A causa di queste vessazioni, solo il 10% degli studenti provenienti dai ceti subalterni riesce a conseguire un titolo superiore di studi in Cile.
Nella prima settimana di mobilitazione il presidente Pinera, uno dei principali monopolisti cileni (controlla istituti di credito, linee aeree e canali televisivi), ha messo in campo tutte le più inaudite misure repressive per reprimere l’insurrezione popolare ma, nonostante l’elevato numero di morti (oltre 20), le centinaia di feriti, le circa 20.000 persone arrestate, le violenze sessuali della polizia cilena ai danni delle donne e le pallottole di gomma sparate negli occhi dei rivoltosi, la protesta continua ad assume un’ampiezza straordinaria, con diversi scioperi coordinati dal Tavolo dell’unità sociale che vedono coinvolti i lavoratori del settore minerario, i portuali, gli insegnanti e tutto il settore pubblico. Attualmente è in corso il tentativo del governo di disinnescare i moti rivoluzionari, incanalandoli nell’alveo di un’Assemblea costituente. Pinera sta cercando di far leva sulle forze riformiste di opposizione, come lo screditato Ps, lo stalinista Pc e il Frente Amplio (un calderone che include da partiti liberali fino a partiti pseudo-trotskisti vicini a Podemos). C’è poco da fare affidamento su queste forze riformiste. In questi giorni, con il loro sostegno, il governo cileno ha approvato di fretta e furia un decreto che vieta lo sciopero.
La Costituente che propongono è un tranello. Come sappiamo, infatti, la storia degli ultimi cento anni è stata tristemente attraversata da assemblee costituenti miste, cioè costituite da delegati sia della classe operaia che della borghesia (dalla costituente tedesca del 1919 da cui nacque la repubblica di Weimar che aprì le porte al nazismo, a quella del 1946 in Italia in cui venne formalizzato il dominio di quegli stessi capitalisti che si erano alleati con Mussolini per fare mattanza della classe operaia insorta durante il biennio rosso). Ed è quindi di fondamentale importanza ricordare che l’unica volta in cui si impiantò un governo operaio fu proprio quando i bolscevichi non riconobbero l’esito delle votazioni per la Costituente e demandarono al congresso panrusso dei Soviet la scrittura della Costituzione sovietica. A partire dalle esperienze concrete maturate dal movimento operaio, dunque, il Mit, sezione cilena della Lit-Quarta Internazionale, è stata l’unica organizzazione che ha spiegato e continua a spiegare, agli studenti e ai lavoratori in lotta, che la questione dell’assemblea costituente è strettamente intrecciata con quella del potere e che solo un governo basato sui delegati dei comitati dei lavoratori, degli studenti e della popolazione indigena è legittimato a scrivere la futura carta costituzionale cilena.
Tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre si è verificato, in Bolivia, un golpe militare che ha posto fine al governo di Evo Morales. Morales era asceso al potere in Bolivia nel 2005 ed aveva spesso forzato le regole per poter essere rieletto al governo del Paese. Alle ultime elezioni vi sono realmente pochi dubbi sul fatto che avesse commesso dei brogli elettorali per risultare vincitore al primo turno. Il golpe militare non è stato ovviamente contro Morales, nonostante le sciocchezze che in Italia raccontano gli stalinisti del Pc di Marco Rizzo e i riformisti della Rifondazione Comunista. Esso è servito alla borghesia bianca e razzista boliviana per fare mattanza degli attivisti del movimento indigeno e della classe operaia che contestavano le politiche di Morales, consentendo nel contempo a Morales di andarsene in tutta tranquillità a farsi le vacanze in Messico, ospitato dal presidente messicano Lopez Obrador.
Dopo aver preso il potere nell’ormai lontano 2005, Morales si era guardato bene dal portare a termine le richieste rivoluzionarie del movimento degli indigeni e dei minatori boliviani. Per questa ragione, invece che espropriare le multinazionali estere che fanno profitti sfruttando le immense risorse naturali della Bolivia, Morales ha in questi anni sviluppato un sistema misto di compartecipazione agli utili tra Stato e imprese private per l’estrazione delle risorse naturali; contemporaneamente ha avviato politiche di sfruttamento intensivo nel settore agro-industriale che hanno devastato la foresta amazzonica e relegato nella miseria, espropriandoli delle loro terre, milioni di indigeni. Attraverso la cooptazione al governo delle burocrazie sindacali indigene, Morales è riuscito, nei primi anni del suo governo, a tenere a bada la popolazione indigena, favorito anche dalla possibilità di redistribuire parte dei proventi derivanti dalla vendita delle materie prime, in una fase di ascesa dell’economia nazionale trainata dalla straripante crescita della Cina. Una situazione molto simile a quella occorsa in Venezuela durante la prima fase del governo Chavez con il boom dei prezzi del petrolio. Esperienze populiste dunque, cioè governi nazionali borghesi sorretti da una congiuntura, peraltro molto breve, di capitalismo ascendente e non il farsesco «socialismo» bolivariano anti-imperialista acclamato dagli stalinisti e dai riformisti di tutto il mondo.  Affinché siano i fatti a parlare e per citare uno solo dei tanti esempi cui si potrebbe ricorrere, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, il governo Morales ha stretto affari con la multinazionale tedesca Gmbh per estrarre il litio, materia prima di cui è ricca la Bolivia e su cui la «green-economy» imperialista intende costruire le auto elettriche del futuro. Questa ulteriore aggressione alle risorse naturali ha scatenato le proteste degli indigeni, che da diversi mesi contestavano Morales, il Mas e i sindacalisti compiacenti. Attraverso le politiche filo-imperialiste, dunque, nei 14 anni in cui è stato alla guida del potere, il capo dei cocaleros Morales si è progressivamente alienato quella base (gli indigeni sono in Bolivia oltre il 60% della popolazione) di cui aveva correttamente rappresentato le istanze rivoluzionarie fino al giorno precedente alla presa del potere.  Dunque non rappresentava più, né per la borghesia bianca né per l’imperialismo, un interlocutore affidabile, in grado cioè di contenere, attraverso il suo controllo sul Mas e sui sindacati, l’ascesa rivoluzionaria degli indigeni. Per questo andava destituito e andava avviata, come poi si è verificato, un’operazione di massacro degli attivisti politici rivoluzionari boliviani.
In ultimo ma non per ultimo abbiamo infine assistito alla straordinaria mobilitazione della classe operaia colombiana. Rompendo i tentativi delle centrali sindacali concertative, che tentavano di diluire le proteste della classe operaia contro il paquetazo (il pacchetto di misure economiche comprendente tra l’altro una contro-riforma pensionistica, tagli alla spesa pubblica, defiscalizzazione delle imprese, precarizzazione del lavoro salariato) e posticipare lo sciopero al 2020, i lavoratori colombiani sono scesi in piazza il 21 novembre. Le manifestazioni hanno registrato la partecipazione di milioni di proletari in tutte le principali città colombiane, con una partecipazione della classe operaia che raramente si ricorda nella storia della Colombia. Per provare a sedare la rivolta, il governo Duque ha creato un clima di terrore attraverso i mezzi di comunicazione, annunciando «infiltrazioni terroristiche» e interferenze da parte dei governi latinoamericani nello sciopero, militarizzando Bogotá e facendo irruzioni in organizzazioni sindacali, sociali e culturali. Negli scontri un attivista è morto e diverse centinaia sono rimasti feriti. Ma la protesta è solo all’inizio. Gli assordanti cacerolazos (suoni di pentole) che la popolazione fa risuonare in tutte le principali città boliviane contro il governo indicano una fase di profonda agitazione rivoluzionaria che è solo agli inizi, e scioperi e manifestazioni di piazza continuano a susseguirsi in questi giorni. In prima linea, negli scioperi della classe operaia, vi sono i compagni del Pst, sezione colombiana della Lit-Quarta Internazionale.

Medio Oriente
Ma le ascese rivoluzionarie non hanno riguardato solo l’America Latina. In Medio Oriente, all’incirca negli stessi giorni in cui l’esercito turco inviato da Erdogan aggrediva i curdi-siriani, una imponente ondata rivoluzionaria ha scosso l’Iraq. Per oltre una settimana lavoratori, precari e disoccupati hanno stretto d’assedio i palazzi del governo a Bagdad. L’insurrezione è stata causata, anche in tal caso, dalle difficoltà in cui versano le masse popolari per effetto delle politiche economiche del governo borghese di Mahdi, nonostante l’Iraq sia uno dei principali produttori di petrolio al mondo. Il proletariato iracheno si batte contro carovita, povertà, disoccupazione di massa, misure di austerità e anche contro l’occupazione americana. Ma l’aspetto più importante, quando rapportiamo la situazione attuale con quella delle precedenti primavera arabe, è il salto di coscienza compiuto dal proletariato medio-orientale. Nelle parole d’ordine del movimento iracheno, ad esempio, compaiono parole d’ordine che contestano non solo il controllo dell’imperialismo americano sull’Iraq, ma anche slogan contro l’influenza del regime iraniano, collegato principalmente alla borghesia sciita presente nel Paese. I manifestanti si battono, finalmente, contro quel regime settario che sino ad oggi ha regolato la spartizione dei profitti tra borghesia sciita, sunnita e curda fomentando le divisioni religiose tra i proletari delle varie correnti. I proletari sunniti, così come quelli delle altre correnti, hanno cioè finalmente compreso che i loro avversari non sono i proletari sciiti o curdi ma l’insieme delle borghesie curde, sunnite e sciite. È un passaggio fondamentale.
Negli scontri, che hanno causato almeno 400 morti e decine di migliaia di feriti, le principali piazze e strade di Bagdad dove vi sono gli uffici governativi sono state invase e bloccate dai manifestanti, impedendo per diversi giorni il funzionamento del governo. I danni complessivi causati dalla sommossa sono stati quantificati in oltre 6 milioni di dollari.  In particolare, il 6 novembre vi è stato un assalto alla raffineria di petrolio a Nassiriya, che lavora ora con capacità produttiva dimezzata, causando difficoltà alla produzione nel Sud del Paese. Mahdi ha dapprima provato a prendere alcune misure per calmare le proteste, come il taglio del 5% degli stipendi degli alti funzionari pubblici per aiutare i disoccupati o l'aumento delle pensioni, ma di fronte al proseguire delle proteste è stato poi costretto a dimettersi.
Analoga ascesa rivoluzionaria si è verificata più o meno negli stessi giorni in Libano.  A differenza della rivoluzione del 2005, in cui le forze della borghesia riuscirono ad egemonizzare e a dividere la popolazione tra due coalizioni borghesi, nella rivoluzione iniziata nell’ottobre di quest’anno, al contrario, le masse si sono ribellate contro tutti i leader settari e ogni comunità religiosa contro i suoi leader. Questo aspetto, che è stato già notato per la rivoluzione irachena, assume una valenza straordinaria. La causa principale di tutte le sconfitte delle popolazioni arabe è da ricercarsi proprio nella divisione dei proletari nelle varie coalizioni dirette dalla borghesia. Sono esattamente quelle stesse divisioni ad aver causato le sconfitte dei curdi-siriani, le cui direzioni, invece che mirare all’unità con i proletari siriani che si ribellavano contro Assad e con i curdi degli altri Paesi (Iraq, Turchia, Iran), si sono schierate dalla parte del criminale presidente siriano.
In Libano le rivendicazioni dei milioni di lavoratori scesi in piazza riguardano, tra l’altro, proprio la fine del regime settario. A far scattare le proteste è stato l’aumento delle imposte su diversi beni e servizi, come i carburanti, il tabacco e le telefonate via internet. Queste misure costituiscono l’applicazione delle politiche di austerità imposte dal Fmi, richieste alla popolazione libanese per rientrare dall’enorme debito accumulato, pari al 150% del Pil.  Anche il Libano, come i citati Paesi dell’America Latina, spicca per il livello di diseguaglianza economica tra classi sociali, con l’1% più ricco della popolazione che detiene oltre il 25% della ricchezza nazionale e una disoccupazione di massa tra le più alte al mondo. Grandi manifestazioni di piazza e gli scontri con le forze armate, in particolare a Beirut, hanno costretto il premier Hariri dapprima a ritirare le misure economiche. Ciò non ha frenato però le mobilitazioni, che assumono contorni sempre più ampi, costringendo Hariri alle dimissioni. Diversi osservatori considerano la possibilità di una guerra civile tra il proletariato libanese e le truppe di Hezbollah, che puntano al ripristino del governo borghese di Hariri.

La vittoria di Marx
Come dimostra, in modo inequivocabile, la sequenza di ascese della lotta e rivoluzioni che ha attraversato l’anno che sta finendo, sono le condizioni materiali dei ceti subalterni a determinare l’avanzamento della coscienza di classe. È questa uno degli aspetti teorici fondamentali, purtroppo incompresi persino in larga parte della sinistra rivoluzionaria, del materialismo storico sviluppato da Marx ed Engels.
È dunque la grande crisi prodotta dal sistema capitalistico che ha generato e continuerà a generare le ascese rivoluzionarie in tutto il mondo. Una crisi capitalistica che è emersa prepotentemente nel 2008 con il crollo della produzione industriale mondiale ma da cui il sistema capitalistico non è realmente mai uscito né è in grado di uscire, come si deduce dall’analisi di tutta una serie di indicatori economici: dalla tendenza alla bassa crescita delle principali economie imperialiste mondiali, al dimezzamento nei tassi di crescita della Cina  (la cui crescita nei primi anni del 2000 aveva trainato l’ascesa capitalistica dell’America Latina attraverso l’esportazione di materie prime e petrolio), dalla guerra dei dazi commerciali avviata da Trump per tentare di contrastare l’ascesa sul mercato tecnologico mondiale della Cina, alle difficoltà del sistema produttivo della Germania, principale potenza imperialista europea. Né si può dire che i principali centri della finanza internazionale non abbiano provato in tutti i modi ad uscire, attraverso armi economiche non convenzionali, da questa tendenza ad una crescita asfittica. Ad esempio la Federal Reserve ha provato continuamente a tagliare i tassi di interesse e, analogamente, la Bce ha iniettato diverse migliaia di miliardi negli istituti di credito europeo a tasso zero per tentare di far ripartire i consumi. Nessuna di queste misure, tuttavia, può risolvere i problemi strutturali intrinseci del capitalismo nelle sue fasi di crisi mondiale, quelle di sovrapproduzione.
Il paradosso, come peraltro insegnava Marx nel Manifesto e nel Capitale, è che tutte le misure e le strategie che il capitalismo mette in campo per uscire dalla crisi non fanno altro che aggravarla, preparandone altre più devastanti. Se si guarda alle strategie sviluppate dai grandi centri del capitalismo finanziario internazionale, si deduce che tutte le politiche economiche utilizzate per combattere questa crescita asfittica producono un peggioramento progressivo delle condizioni di vita di masse sempre più numerose. Ad esempio, sia la fisiologica tendenza alla concentrazione dei capitali (necessaria alle imprese capitalistiche per non soccombere nella concorrenza con le imprese più forti sul mercato mondiale) che la massimizzazione della produttività attraverso l’iper-sfruttamento del lavoro salariato, assieme alle politiche di sfruttamento intensivo nel campo agricolo, concorrono sia all’espulsione dalle fabbriche e dalle campagne di un numero sempre più elevato di operai e di contadini che alla perdita del potere d’acquisto dei salariati. Sono queste politiche economiche, intrinseche alla struttura capitalistica, che hanno prodotto quei fenomeni di disoccupazione di massa che sono stati determinanti nell’innesco delle ascese rivoluzionarie sopra descritte.
E le stesse politiche estrattiviste, che hanno fatto le fortune dei governi populisti dell’America Latina, hanno prodotto un peggioramento nelle condizioni di vita di tutte le popolazioni indigene, conducendole a contestare pesantemente i loro governi, come accaduto in Bolivia. In ultimo, i piani di «aiuto» del Fmi agli Stati in difficoltà o il Mes in Europa, hanno rappresentato la trappola infernale attraverso cui il capitalismo finanziario mondiale ha dapprima fatto lievitare l’indebitamento degli Stati e poi li ha sottomessi, costringendoli ad applicare le misure di austerità (privatizzazione di sanità e istruzione, misure contro le pensioni, svendita delle imprese pubbliche alle multinazionali, tagli della spesa pubblica) per ripianare i debiti contratti col grande capitale. E laddove politiche di aiuto non si sono rese apparentemente necessarie, ci ha pensato l’impianto ultra-liberista dei governi borghesi a rapinare i lavoratori dei loro miseri salari (paradigmatico è in tal senso il caso cileno). È contro questo immondo sistema usuraio, che ha spremuto come un limone il proletariato e il ceto medio di tutti i Paesi, che sono ascese le masse popolari in tutto il mondo, dall’America Latina al Medio Oriente, dal Sudan alla Francia.

Lezioni dalle rivoluzioni
Le rivoluzioni mondiali cui stiamo assistendo offrono alcune lezioni fondamentali e fanno finalmente chiarezza su tutta una serie di questioni che hanno animato il dibattito nella sinistra mondiale negli ultimi anni.
La prima pseudo-teoria che crolla miseramente di fronte alla nuda verità dei fatti è quella delle "onde reazionarie". A tale teoria, sviluppata dalle organizzazioni riformiste, si sono accodate anche varie organizzazioni che pure si considerano rivoluzionarie (pensiamo ad esempio alla Ft). Ricorrere alla giustificazione della "arretratezza del proletariato" per mascherare l’incapacità di incidere sui processi della lotta di classe non è però solo un limite di analisi, perché in tal modo si finisce con l’avallare l’operato di quelle direzioni riformiste, dal Pt di Lula alla Rifondazione comunista in Italia (per citare due casi emblematici), che hanno utilizzato la teoria delle "onde reazionarie" per mascherare il loro opportunismo politico.
Tale teoria attribuisce l’ascesa di diversi governi e personaggi di estrema destra (da Salvini a Bolsonaro, da Trump a Orban e a Le Pen) al cosiddetto "arretramento nella coscienza del movimento operaio". Verrebbe quasi voglia di esclamare: ben vengano queste situazioni di arretramento se, nel giro di poche settimane, come in una reazione a catena, i proletari di Haiti, dell’Ecuador, del Cile, della Bolivia e della Colombia insorgono con tutte le loro forze contro i governi capitalisti. Ma, battute a parte, la natura di questi processi rivela una volta per tutte l’incapacità, persino di organizzazioni che si definiscono trotskiste, di utilizzare il metodo del materialismo storico nell’analisi dei fenomeni, certo complessi, della società moderna. Se è difatti abbastanza evidente che vi è stato uno spostamento elettorale di alcuni settori di proletariato verso organizzazioni e leader politici che hanno una natura apertamente reazionaria (la cosiddetta «onda reazionaria») è però la spiegazione, totalmente immateriale, che le organizzazioni riformiste forniscono a questo fenomeno, ad essere ovviamente fasulla. Prendersela con il proletariato per nascondere le gravissime colpe che tali organizzazioni hanno avuto nell’ascesa delle formazioni reazionarie è solo l’estremo tentativo di nascondere ai loro iscritti e alla loro base elettorale le ragioni opportunistiche che sono alla base del loro tradimento delle istanze, persino minime, della classe operaia. Sono gli interessi di poltrona, gli stipendi da parlamentare e i fondi pubblici ricevuti da queste organizzazioni la vera ragione per cui esse hanno sostenuto, ad esempio in Italia, le politiche di precarizzazione del mercato del lavoro, o hanno votato, nei governi borghesi di cui hanno fatto parte, l’invio delle truppe militari nelle guerre imperialiste sino a consentire leggi sull’immigrazione che hanno legittimato il reato di clandestinità. Per poi trasformarsi in forze apertamente liberali, accettando e sostenendo i piani di stabilità e di austerità imposti dall’Ue, come l’esperienza di Tsipras e de L’altra Europa dimostrano.
Al contrario delle pseudo-teorie riformiste, ciò che dimostra l’ascesa rivoluzionaria, in America Latina come in Medio Oriente, è che le tensioni a lungo accumulate nel ventre del proletariato mondiale, per effetto dell’aggravamento delle misure di rapina perpetrate dal sistema capitalistico, prima o poi esplodono, restituendo alla lotta di classe il suo ruolo centrale nel determinare il futuro destino dell’umanità. Esattamente come sintetizzava Marx: “Vent’anni contano un giorno, ma vi sono giorni che concentrano in sé vent’anni”. E, come aveva spiegato Marx, le rivoluzioni di questi giorni confermano, se ve ne fosse bisogno, che sono e saranno sempre le condizioni materiali a determinare la presa di coscienza degli strati subalterni e non il contrario.
E se, come evidente, queste ascese rivoluzionarie avvengono come risposta di larghi strati di massa alla crisi economica, allora esse ci indicano, in modo chiarissimo, che la questione non riguarda solo l’America Latina e il Medio Oriente. Se il livello di vita delle società europee è mediamente più elevato, tutte le politiche necessarie al grande capitale per contrastare la tendenza alla caduta nel saggio di profitto, che sono state applicate e saranno applicate sempre con maggiore efferatezza in Europa, produrranno prima o poi analoghe ascese rivoluzionarie anche in Italia e negli altri Paesi europei (come gli avvenimenti in Francia di queste ore confermano). Il problema dunque non è se questi fenomeni ci saranno, ma solo quando avverranno. E questa osservazione è importante anche per contrastare altre teorie immateriali, come quella del riflusso della classe operaia, costruite ad hoc da organizzazioni centriste minori per celare le evidenti tare organizzative e la loro totale incomprensione della dialettica classe-partito, uno degli elementi fondamentali del leninismo. Anzi è bene chiarire che il ritardo storico del proletariato italiano non ha alcuna ragione immateriale. Esso è causato, da un lato, dal tradimento delle istanze della classe operaia da parte delle organizzazioni riformiste, come la Rifondazione comunista. E, dall’altro, dal ruolo apertamente filo-padronale delle burocrazie sindacali dei sindacati confederali (e non solo), a cui si sono accodate persino le attuali finte opposizioni interne pseudo-rivoluzionarie.
Le ascese rivoluzionarie mondiali fanno anche piazza pulita di tutta una sfilza di soloni che, in questi anni, hanno fatto ricorso a nuove teorie sociologiche, come quella basata sulla resilienza, le quali sostengono che si sarebbe verificato un tale cambiamento della psicologia delle grandi masse da renderle disponibili ad adattarsi ai peggioramenti e alle aggressioni imposte dal grande capitale; e persino le stravaganze intellettuali che tanta presa hanno avuto sulla piccola e molle borghesia mondiale, come quella della rana bollita di Noam Chomsky, crollano miseramente di fronte alle immagini che mostrano inermi e giovani studenti cileni che si scontrano con i mezzi blindati dell’esercito cileno.  Il contenuto di classe di tutte le rivolte mondiali e la ricomparsa della classe operaia sul terreno della lotta di classe fa infine piazza pulita delle ridicole teorie post-operaiste di ex-rivoluzionari di professione.
Un’altra lezione importantissima che viene da questo straordinario autunno caldo è che quando le masse sono insoddisfatte non vi è alcuna burocrazia sindacale che possa tarparne le lotte. Lo sciopero del 21 novembre in Colombia (il più grande sciopero generale mai visto in quel Paese da almeno quarant’anni) ne costituisce la prova provata. Nonostante le centrali sindacali avessero abboccato al tentativo del governo Duque di rimandare la questione al 2020, gli operai sono scesi lo stesso in piazza in modo massiccio e determinato, sconfessando le loro direzioni.
È probabilmente dal 1968 che non si vedeva un’ascesa rivoluzionaria di questa portata in tanti Paesi. Tra le diverse organizzazioni mondiali, la Lit-Quarta Internazionale è stata l’unica in grado di prevedere, nel corso di questi anni, la fase di polarizzazione della lotta di classe, descrivendo correttamente la situazione pre-rivoluzionaria che attraversava l’America Latina e non solo. Senza abboccare al chavismo o al «socialismo» bolivariano, come altre organizzazioni che si definiscono trotskiste hanno fatto in questi anni.  Questa sua capacità di analisi, che oggi si è rivelata corretta, è legata al suo metodo di costruzione del partito rivoluzionario, che porta i suoi militanti a calarsi nel concreto delle lotte della classe operaia, senza scorciatoie e senza alcun accodamento nei confronti delle burocrazie sindacali, promuovendo il fronte di classe come strumento di lotta delle avanguardie sindacali e di movimento. E ad una organizzazione democraticamente centralizzata, senza la quale tutto il lavoro di elaborazione teorica e di formazione dei militanti sarebbe impossibile.
Ciò detto è però importante sottolineare che dalle ascese rivoluzionarie alla rivoluzione socialista mondiale il passaggio non è affatto scontato, come ci insegna la storia del movimento operaio. Affinché ciò accada è necessario che, a partire dai fuochi aperti nei vari Paesi in rivolta, si costruisca una direzione rivoluzionaria della classe operaia che ponga le questioni dell'auto-organizzazione e dell'auto-difesa della classe operaia e sia in grado di condurre il proletariato alla presa del potere. Un compito oggettivamente enorme in rapporto alla forza delle organizzazioni rivoluzionarie oggi in campo, ma non impossibile. In ogni caso, l'esistenza di sezioni locali della Lit-Quarta Internazionale nei Paesi dell'America Latina coinvolti dalle ascese di massa rappresenta un'occasione straordinaria per la costruzione del partito rivoluzionario mondiale.
Ma questo straordinario autunno caldo mondiale ci fornisce un'indicazione ancora più importante, valida soprattutto in quei Paesi, come l’Italia, dove il proletariato non è ancora insorto contro i governi borghesi: per non farsi trovare impreparati è esattamente questo il momento di lavorare alla costruzione del partito rivoluzionario. L'America Latina conferma che aveva ragione Trotsky quando spiegava che «le rivoluzioni appaiono impossibili fino a quando non diventano inevitabili». E, a dispetto di quel che dicono i riformisti o i gufi del riflusso, ciò che sta accadendo in America Latina avverrà anche in Europa, come lo sciopero della classe operaia francese di queste ultime ore ci annuncia. È l’ora della costruzione del partito rivoluzionario anche in Italia.
Viva la rivoluzione proletaria mondiale! Viva il comunismo!

lunedì 23 dicembre 2019

Piena solidarietà alle lotte dei lavoratori, pensionati e giovani francesi, fortemente mobilitati contro le modifiche peggiorative proposte dal governo francese in tema di pensioni.



Le organizzazioni  Conup Nazionale, Pensionati  Cobas, Usi, Cosdip, CIL Pensionati, le riviste Le Lotte dei Pensionati e Ancora In Marcia, ACU, Pubblico impiego in movimento, Adl Varese, Stas Trasporti Lombardia, Cub Sur,  nell’esprimere  piena solidarietà alle lotte che stanno scuotendo la Francia, condannano la repressione del governo francese e auspicano un'immediata soluzione della vertenza, col ritiro dei pesanti provvedimenti governativi.

Già negli anni passati vaste mobilitazioni contro i tentativi di  modifica all’orario di lavoro e contro l’attacco al diritto di sciopero hanno scosso la Francia.  Questa lotta contro le modifiche alle pensioni, che segue le recenti massicce battaglie dei Gilet gialli, costituisce un grande appoggio ed incoraggiamento di mobilitazione per tutti i lavoratori europei e nei fatti spezza la censura e le falsità che i media italiani adottano rispetto alla brutale repressione francese, soffermandosi invece sui cosiddetti black block.

I governanti europei sono tutti al servizio della finanza. Per questo la lotta dei lavoratori francesi è anche la nostra lotta, perché siamo tutti uniti nel combattere le politiche neoliberiste  del capitale finanziario, che  in tutti i paesi europei sta distruggendo i “beni comuni” e la pensione pubblica,  imponendo l’innalzamento dell’età pensionabile e il taglio delle pensioni, al fine di favorire le pensioni private.

Gli scioperi partiti il 5 dicembre scorso stanno ottenendo un grande successo di mobilitazione, che vede coinvolti  i giovani,  i pensionati, i lavoratori della scuola e quelli della sanità e dell’assistenza sociale; in particolare i ferrovieri e i macchinisti si stanno mostrando molto combattivi e decisi ad andare fino in fondo.

Invitiamo tutte le rappresentanze dei lavoratori a considerare quello che sta succedendo in Francia e ad agire di conseguenza.

In solidarietà con la lotta dei francesi e per programmare le iniziative italiane, le nostre organizzazioni proprio il 5 dicembre hanno tenuto un importante convegno nazionale a Roma e presto organizzeremo nel nostro Paese un incontro per sentire dal vivo l’andamento della lotta.
                                                                                                                              
Le organizzazioni:
Conup Nazionale, Pensionati Cobas, Usi, Cosdip, CIL Pensionati, Le riviste Le Lotte dei Pensionati e Ancora In Marcia, ACU, Pubblico impiego in movimento, Adl Varese, Stas Trasporti Lombardia, Cub Sur

sabato 26 ottobre 2019

Con il popolo curdo contro l'aggressione della Turchia sostenuta da Trump

dichiarazione della Lit-Quarta Internazionale



Questo mese, per ordine del presidente Recep Tayyip Erdogan, l'esercito turco ha avviato un attacco e un'invasione nei cantoni curdi situati nel nord-est del territorio siriano (Rojava). L'azione è stata appoggiata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che aveva precedentemente determinato il ritiro di 2.000 soldati statunitensi da quella regione e, di conseguenza, la rottura dell'alleanza che il suo Paese aveva con i curdi.
Questo segna un cambiamento nella politica dell'imperialismo yankee in Siria: dopo aver approfittato del generoso sforzo dei curdi nella lotta contro l'Isis (Stato islamico), simboleggiato dall'eroica difesa della città di Kobane, ora li abbandona per ristabilire buoni rapporti con un alleato storico (Turchia ed Erdogan). Questa inversione di rotta era già stata preparata da diversi mesi.
Non è il primo attacco da parte di Erdogan contro i curdi del Rojava. Alla fine del 2016 aveva eseguito l'operazione «Scudo dell’Eufrate» per «interrompere» il corridoio che i curdi stavano cercando di formare tra i cantoni di Afrin e Jazira. L'obiettivo fu raggiunto e le forze turche mantennero il controllo della città siriana di Yarabulus e di altre città minori. All'inizio del 2018, lanciò la «Campagna Ramo di Ulivo» che consolidò la sua presenza militare nella regione di Afrin.
Come nei casi precedenti, la nostra posizione di fronte a questa nuova aggressione è assolutamente chiara: sosteniamo e difendiamo il campo militare curdo contro l'attacco turco avallato da Trump. Ripudiamo l'attacco di Erdogan contro il popolo curdo e invitiamo a manifestare la solidarietà militante con il popolo del Rojava. Combattiamo e continueremo a farlo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo nel suo insieme, per la costruzione di uno Stato confederato unificato del popolo curdo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Oltre a rilasciare questa dichiarazione, riteniamo necessario riprendere e approfondire le analisi e le considerazioni che abbiamo fatto in vari articoli negli ultimi anni, a causa dei complessi fattori internazionali e regionali che si combinano tra loro (e le modifiche al loro interno).
I curdi
Il popolo curdo è la più grande nazionalità mediorientale senza un suo Stato, poiché il trattato di Losanna (firmato nel 1923 per dividere i domini dell'Impero turco-ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale) negò loro quel diritto. I curdi risultarono divisi in quattro Paesi (Turchia, Iran, Iraq e Siria), in ciascuno dei quali costituiscono una nazionalità oppressa e gravemente repressa quando combatte per cercare di invertire questa situazione.
Nel territorio siriano sono ampiamente maggioritari nei cantoni di Afrin, Jazira e Kobane, nella fascia nord-orientale del Paese (al confine con la Turchia a nord e l'Iraq a est). Questi cantoni occupano un’area di circa 15.000 km2 e sono abitati da poco più di 2.000.000 di curdi (e coloni di altre origini). I curdi, per la maggior parte, provengono da migrazioni dalla Turchia. Come esempio dell'oppressione subita in questo Paese, ricordiamo che fino a pochi anni fa non avevano neanche il diritto di essere cittadini turchi.
Da marxisti rivoluzionari, se una nazionalità oppressa dichiara di volere la sua indipendenza, sosteniamo e difendiamo incondizionatamente questa decisione. Il caso curdo è speciale: è ovvio che si tratta di una nazione oppressa, ma non si trova in un singolo Paese, essendo divisa e oppressa in quattro Paesi. Per questa ragione, l'unico modo di esercitare la sua autodeterminazione è rompere quella divisione e riunificarsi. Pertanto, come punto di partenza, riconosciamo e difendiamo il diritto dei curdi di separare i loro territori storici dagli Stati che oggi li integrano e costituire il loro Stato indipendente (e sosteniamo pienamente la loro lotta in questo senso). Crediamo che, in questo caso, inoltre, non si tratterebbe di un'atomizzazione ma, al contrario, di una riunificazione progressiva.
Le autonomie curde
Negli ultimi anni, il popolo curdo ha ottenuto il controllo di due regioni autonome: una in Iraq (Basur) e un'altra in Siria (Rojava). In realtà, si tratta di due Stati o embrioni di Stati veri e propri. I processi che hanno portato a queste autonomie, guidati da Massoud Barzani e dal Pdk (Partito Democratico del Kurdistan) a Basur, e dal Pyd (Partito dell'Unione Democratica) nel Rojava, sono molto diversi. Entrambi i partiti (Pdk e Pyd) si contendono fortemente la direzione del popolo curdo nei loro territori e nei Paesi in cui vivono. Il Pyd è l'espressione del Pkk (Kurdistan Workers Party, fondato in Turchia) in Rojava.
Il Basur non ha rappresentato, fino ad ora, alcun problema per l'imperialismo e la Turchia. Il governo Barzani e il Pdk fanno affidamento su grandi risorse, sull’agricoltura e su un importante sviluppo capitalista. Sin dall'attacco dell’imperialismo contro il regime di Saddam Hussein, il Pdk si è strettamente legato all'imperialismo. È inoltre diventato il partner economico e politico di Erdogan, poiché fornisce quasi tutto il petrolio di cui la Turchia ha bisogno, mentre la borghesia turca investe a Basur. Come riflesso, Erdogan ha ricevuto Barzani ad Ankara con il massimo degli onori che vengono attribuiti a un capo di Stato. Inoltre, l'influenza di Barzani svolge un ruolo «pacificatore» nella borghesia e nei ceti medi curdi della Turchia, incoraggiandoli a integrarsi nelle «istituzioni» attraverso il partito Hdp.
Al contrario, l'autonomia del Rojava ha costituito un fattore profondamente destabilizzante per la Turchia, poiché oggettivamente la sua esistenza è un fattore che incoraggia la lotta dei curdi in Turchia. Inoltre, la borghesia turca è particolarmente preoccupata dal ruolo di direzione politica e dall'influenza del Pkk su entrambi i lati del confine (un «confine curdo armato» molto pericoloso). Pertanto, inizialmente, la politica di Erdogan è stata quella di incoraggiare e sostenere l'Isis nei suoi attacchi contro i curdi. Ma la politica americana (che analizzeremo più approfonditamente in seguito) aveva la necessità di affrontare l'Isis e di armare i curdi del Rojava come principale forza di supporto in tale compito.
La base economica del Rojava è molto diversa da quella di Basur: non vi era praticamente, all’atto della sua formazione, nessuna borghesia curda nella regione perché quasi tutta la regione era di proprietà dello Stato siriano. Nel quadro della rivoluzione iniziata nel 2011 contro il regime di Al Assad (e la successiva guerra civile), i curdi del Rojava dichiararono la loro autonomia e stipularono un accordo di «non aggressione» con il regime siriano. Nell'acquisire una regione di scarso sviluppo economico capitalista e con i suoi pilastri centrali nelle mani dello Stato, il Pyd ha dovuto adottare speciali forme istituzionali e un funzionamento economico centralizzato. Ciò ha portato vari settori della sinistra ad affermare che sarebbe nato un nuovo Stato socialista nel Rojava (o in transizione verso il socialismo). Pensiamo che questa sia un'opinione affrettata e soggettiva, data l'estrema debolezza economica del territorio, l'assenza della classe operaia e il disimpegno del Pyd da un qualsivoglia progetto socialista per un Kurdistan unito e per la regione.
Ma al di là di queste analisi, riteniamo che le autonomie raggiunte a Basur e Rojava siano un progresso nella direzione di uno Stato curdo unificato e, pertanto, debbano essere difese. Non devono essere considerate l'«obiettivo finale» ma devono essere messe al servizio della lotta per raggiungere quello Stato unificato e una confederazione socialista nella regione.
In tal senso, non abbiamo alcuna fiducia nelle attuali direzioni curde, sia per il loro carattere di classe (borghese o piccolo-borghese) sia per la loro politica di abbandono della lotta per lo Stato curdo unificato. Stiamo nel loro campo militare, ma combattiamo le loro politiche in relazione all'imperialismo Usa, ad Assad o ad Erdogan.
La svolta di Trump
L'amministrazione Trump completa la svolta che aveva già iniziato a prendere nel 2018, sostenendo la Turchia ed Erdogan e lasciando i curdi del Rojava al loro destino. Inoltre, secondo la stessa Casa Bianca, i curdi saranno obbligati a consegnare i prigionieri dell'Isis alle forze turche. Nel frattempo, centinaia di prigionieri dell'Isis hanno approfittato dell'attacco per fuggire.
La ragione principale di questa svolta degli Usa è, ovviamente, quella di riguadagnare buoni rapporti con un alleato storico (la Turchia) che, per vari motivi (incluso il sostegno ai curdi), si era deteriorato. Ma implica anche che il governo americano ignora il conflitto siriano e lascia che altri Paesi, in particolare la Russia, dirigano la situazione.
Questa svolta ha suscitato un intenso dibattito all'interno della borghesia imperialista. Negli Stati Uniti Trump non è stato criticato solo dai democratici, ma ha anche causato una crisi all'interno dello stesso Partito repubblicano.
Anche altri Paesi imperialisti lo criticano. Jonathan Marcus, corrispondente della Bbc per le questioni relative alla Sicurezza e alla Difesa, afferma che: «Il potenziale caos potrebbe facilitare una rinascita dello Stato islamico». Questa decisione «segna un tradimento di Washington nei confronti dei suoi alleati curdi, un tradimento che molti altri Paesi della regione percepiranno come un campanello d’allarme. Sia i sauditi che gli israeliani si stanno rendendo conto che la retorica di Trump non coincide quasi mai con le sue azioni».
Il dibattito che questa decisione di Trump ha scatenato, nell’ambito dell’imperialismo, è stato così acceso che il presidente degli Stati Uniti è stato costretto ad annunciare sanzioni economiche alla Turchia e a twittare minacce.
Al Assad si è avvantaggiato
Negli anni immediatamente successivi al 2011, il presidente siriano Assad è stato messo alle strette, ha perso il controllo di una parte importante del territorio siriano e stava per cadere di fronte all'offensiva militare dei ribelli. È sopravvissuto grazie agli «aiuti stranieri»: le milizie libanesi di Hezbollah e il sostegno in armi dell'Iran e, soprattutto, della Russia. Nel 2015, le forze militari russe sono entrate direttamente in guerra e ciò ha consentito ad Assad una forte offensiva verso Oriente, sfrattando le forze ribelli da molti dei territori e atomizzandole.
Gli attacchi turchi sono una violazione della sovranità siriana. Ma, nel 2018, il regime siriano non ha fatto nulla e non ha nemmeno chiesto a Putin di impedirli. Sebbene sembri contraddittorio, Bashar al Assad beneficia di questo attacco turco. La tregua di fatto che aveva istituito gli è servita a concentrarsi nella lotta contro le forze ribelli, mentre i curdi rallentavano l'avanzata dell'Isis in Siria.
Ma soprattutto, supportato dagli Stati Uniti, l'Ypg/Sds si è fortemente rafforzato militarmente e territorialmente, estendendo il suo controllo alle aree non curde, costituendo una minaccia strategica per il regime di Assad e per le sue aspirazioni a riprendere il controllo dell'intero territorio siriano. L'attacco turco indebolisce le forze curde, le costringe a ritirarsi e rompe l'alleanza tra gli Stati Uniti e Ypg/Sds.
Se ciò non avesse costituito un vantaggio per sé e per il regime siriano, Assad avrebbe cercato di prendere accordi con la leadership curda del Rojava per difendere il confine e limitare l'avanzata turca, patteggiando l'ingresso delle truppe governative. Si sostiene anche che le Ypg/Sds verranno integrate nell'esercito siriano. Ci sono già città, come Hasaka o Qamishli, sulla rotta delle raffinerie di petrolio del Paese, dove queste milizie agiscono assieme. Le forze russe presenti nel Paese accompagnano questo movimento, si sono stabilite nelle basi americane abbandonate e agiscono come una sorta di linea di divisione difensiva tra le forze di Ankara e quelle di Bagdad.
Il ruolo di Putin
A partire dall'ascesa di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, era stato stabilito un accordo di fatto tra gli Usa e il governo Putin, che determinava «aree di responsabilità» in Siria: a ovest del fiume Eufrate la Russia e ad est gli Stati Uniti, per evitare scontri diretti tra le loro forze o tra i loro alleati. Ciò si è già manifestato durante l'attacco di Afrin nel 2018, quando le forze russe non hanno fatto nulla per impedirlo e hanno liberato lo spazio aereo per consentire l'azione dell'esercito turco.
L'obiettivo di Putin in Siria è la difesa del regime dittatoriale di Assad e della sua strategia di riguadagnare il controllo dell'intero territorio siriano, al fine di incrementare i benefici degli oligarchi russi nell'attività di ricostruzione del Paese e, soprattutto, nel rafforzare la Russia come potenza regionale. Il ritiro americano può solo favorire i suoi piani.
Il prezzo elevato di una politica di alleanze equivoche del Pyd
La situazione in Siria è quella di un «poligono di forze» complesso e mutevole. Queste forze intervengono e definiscono la loro politica in una combinazione di interessi strategici e bisogni congiunturali e specifici. La «scacchiera siriana» cambia non solo costantemente nei domini territoriali che ciascun settore mantiene, ma anche nelle alleanze e negli accordi che si stanno configurando. In quel gioco, non dobbiamo mai dimenticare che, come negli scacchi, ci sono re, alfieri e pedine.
Pertanto, nel contesto della sua complessità, se guardiamo la questione con obiettività, una cosa è chiara: dietro l'attacco turco è stato realizzato un accordo controrivoluzionario contro i curdi, tra Erdogan, Putin, Trump, Assad e gli ayatollah iraniani. È lo stesso accordo che ha contribuito a infliggere pesanti sconfitte a una parte importante dei ribelli siriani e a rafforzare Assad.
È una conclusione che i curdi devono trarre chiaramente: i «pezzi grossi» (Usa e Russia) sviluppano un loro gioco, in difesa dei loro interessi, in cui le «pedine» possono sempre essere sacrificate. La cecità strategica da un punto di vista politico e di alleanze della leadership del Pyd/Pkk (tregua con il regime di Al-Assad, rifiuto di un'alleanza con i ribelli siriani, impegno centrale a sostegno dell'imperialismo Usa) ora costringe i curdi a pagare un prezzo altissimo.
Non serve a nulla lamentarsi che Trump ora li avrebbe «pugnalati alle spalle». Era qualcosa che avrebbe potuto verificarsi molti anni fa. Manuel Martorell, autore del libro Kurdi, pubblicato nel 2016, aveva anticipato, prima dell'attacco turco dell'anno scorso: «Ciò che è accaduto ad Afrin si ripeterà nel nord della Siria… questo causerà un terribile disastro umanitario. Forse milioni di persone dovranno fuggire al confine con l'Iraq... Gli Stati Uniti hanno fatto come al solito, hanno risposto ai loro interessi strategici».
Di sicuro, il popolo e le milizie curde del Rojava combatteranno con l'eroismo che hanno avuto negli anni precedenti contro l'Isis. Ma la loro situazione è molto difficile: attaccati dall'esercito turco, di gran lunga superiore nelle truppe e nelle armi, indeboliti nelle loro provviste e costretti a stabilire un accordo con il regime di Assad e le forze russe.
La fine dell'oppressione subita dai curdi e la conquista del proprio Stato non saranno mai raggiunti con l'aiuto di Trump o Putin. Sebbene possano trarre vantaggio dalle loro contraddizioni, saranno sempre strategicamente i loro nemici e preferiranno sempre sostenere i loro «alfieri» (come Assad, Erdogan o gli ayatollah iraniani) invece che i loro pedoni. È stata la politica dell'alleanza seguita dal Pyd/Pkk che ha portato a questa situazione.
La lotta dei curdi potrà trionfare solo e prima di tutto attraverso l'unità del popolo curdo stesso, indipendentemente dal Paese in cui vengono oppressi. È necessario richiedere ai peshmerga del Basur di difendere i loro fratelli nel Rojava. È necessario chiedere che le milizie del Pkk in Turchia (per quanto possibile) vadano oltre le semplici dichiarazioni e le supportino da oltre confine.
La politica seguita dal Pyd-Ypg-Fds (fare una tregua con Assad e attaccare battaglioni di ribelli e popolazioni siriane da loro controllati) è stato un errore e un crimine politico. È necessaria una svolta a 180º in questa politica e si deve cercare un'alleanza con i settori più progressisti delle forze di opposizione ad Assad che stanno ancora combattendo. Infine, occorre invocare la solidarietà internazionale dei lavoratori e delle masse del mondo.
Sostegno incondizionato alla lotta dei curdi contro l'invasione turca
Riaffermiamo la nostra posizione di sostegno e difesa del campo militare curdo contro l'attacco turco approvato da Trump e ci uniamo alla campagna internazionale unitaria a favore di questa posizione.
Combattiamo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo e per la costruzione di uno Stato federale unificato di quel popolo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Crediamo che il compito di costruire uno Stato curdo unificato potrà essere raggiunto solo in una lotta insieme a tutti i lavoratori e ai popoli del Medio Oriente, nella prospettiva di formare una grande federazione di repubbliche socialiste di nazioni arabe e musulmane.
Infine, di fronte alla direzione curda (sia il Pkk/Pyd che il Pdk) è più che mai necessario costruire una direzione rivoluzionaria curda che sia disposta a portare quella lotta alla sua vittoria.
Manifestazioni  a Sora e Frosinone


mercoledì 23 ottobre 2019

Le lotte crescono in tutto il mondo! Appello dei nostri compagni cileni

La lista è impressionante: insurrezioni in Ecuador, Cile e Haiti, università occupate in Costa Rica, manifestazioni gigantesche a Honk Kong, lotte rivoluzionarie in Libano e Sudan, le piazze di Barcellona invase da centinaia di migliaia di manifestanti.
E' la prova di quanto diciamo da anni: non è in corso nessuna "ondata reazionaria", a differenza di quanto predicano i profeti della sconfitta. Ciò che ostacola le lotte (anche qui da noi) non è l'assenza di volontà dei lavoratori ma le burocrazie sindacali e la sinistra riformista e governista. Qui traduciamo un appello dei nostri compagni del Mit (Movimiento Internacional de Trabajadores), sezione cilena della Lit. Proprio in queste ore, a fianco dei manifestanti entrano in campo anche i battaglioni della classe operaia cilena, a partire dallo sciopero proclamato dai minatori.


Appello del Mit

(sezione cilena della Lit-Quarta Internazionale)

Il governo Pinera ha decretato lo stato d'emergenza per tutta la regione metropolitana di Santiago. E' l'unica risposta che può dare questo governo corrotto e padronale all'enorme rabbia che è esplosa negli ultimi giorni nel Paese, a partire da Santiago, dove è in corso una autentica sollevazione popolare.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'aumento dei biglietti dei mezzi pubblici. Ma dietro la rabbia esplosa questa settimana, guidata coraggiosamente dagli studenti liceali, c'è la rabbia di tutta la classe operaia, delle masse popolari e di tutti noi che viviamo quotidianamente gli abusi padronali.
In decenni di governi che hanno sempre e solo arricchito i padroni, abbiamo visto peggiorare le nostre condizioni di vita a un livello mai raggiunto prima.
Lo sfruttamento sempre più brutale nei posti di lavoro. La miseria negli ospedali e nelle scuole pubbliche. Le migliaia che sono morti aspettando inutilmente di essere curati. I nostri anziani condannati alla fame che moltiplica i suicidi. Il narcotraffico nei nostri quartieri. La persecuzione del popolo mapuche. La devastazione ambientale. E, come contropartita, un governo diretto da un presidente corrotto, le gigantesche frodi fiscali della borghesia, la repressione delle lotte da parte dei carabinieri.
E' quanto sta succedendo in tutti i Paesi dell'America Latina. Lo abbiamo visto pochi giorni fa in Ecuador, con la grande lotta alla cui testa sono gli indigeni e larghi settori della classe lavoratrice.
Noi stiamo prendendo esempio da loro.
Il governo e i mezzi di comunicazione non fanno che mostrare le devastazioni a Santiago. Sono state bruciate 16 stazioni della metro e l'edificio della multinazionale Enel, gli scontri con le "forze speciali" in ogni via.
Ma la reazione popolare è legittima ed è il risultato della provocazione del governo Pinera che, dopo averci attaccati con l'aumento delle tariffe dei trasporti e dell'energia, ha ordinato l'occupazione poliziesca dei licei e delle stazioni della metro per reprimere brutalmente i manifestanti.
Noi crediamo che la violenza che stanno utilizzando i giovani e i lavoratori è totalmente legittima. E' l'espressione di una massa popolare troppo a lungo repressa e che è consapevole che le proteste pacifiche non danno risultati.
In milioni abbiamo manifestato, negli ultimi anni, e l'unica risposta del governo è stata quella di fare una controriforma che arricchisce ancora di più chi specula sulle nostre pensioni.

Uniti per difenderci
La strada indicata dai liceali è quella giusta. Ma non possiamo lottare in modo disordinato, senza organizzarci. I lavoratori portuali ora ci indicano un cammino da seguire. Ormai la lotta sta diffondendosi in tutte le regioni del Paese. E altre città continuano ad aggiungersi contro gli attacchi padronali come l'approvazione in parlamento del trattato commerciale Tpp o come la dichiarazione da parte del governo dello "stato d'emergenza".
La destra nostalgica di Pinochet, come Kast e il suo Partito repubblicano, insieme al padronato, serra le file attorno al goveno Pinera e alle Forze armate. Noi, lavoratori e lavoratrici, studenti, disoccupati, masse popolari, dobbiamo a nostra volta stringerci in un solo fronte, perché già sappiamo che nessun partito politico di "opposizione" si schiererà realmente dalla nostra parte. Lo hanno peraltro già dimostrato col loro silenzio in parlamento e col silenzio delle direzioni dei principali sindacati tradizionali.
Il nostro primo compito è garantire la sicurezza dei manifestanti e organizzare l'autodifesa contro lo stato d'emergenza. Il governo lo ha decretato non per proteggerci dai "vandali" ma per dividerci diffondendo il terrore.
Abbiamo bisogno di organizzare comitati di vigilanza e di allerta nei quartieri e nelle occupazioni. Dobbiamo dibattere nei nostri luoghi di lavoro e in ogni organizzazione. Dobbiamo invitare ogni dirigente sindacale, di quartiere, studentesco a organizzare assemblee. I dirigenti che si sottraggono ai loro compiti vanno sostituiti.
L'organizzazione e l'azione unitaria di chi lotta è la nostra miglior difesa. Dobbiamo moltiplicare le manifestazioni in tutto il Paese, coinvolgendo tutte le organizzazioni dei lavoratori.

Il nostro appello
Come Mit facciamo appello a tutti i lavoratori, gli studenti, le popolazioni dei quartieri poveeri a stare in allerta permanente e a organizzare:
- assemblee in ogni luogo di lavoro, anche dove non ci sono sindacati
- comitati di vigilanza e autodifesa nei quartieri e nei luoghi di lavoro
- comitati contro la repressione nei licei, nelle università e nelle scuole
- dichiarazioni a favore delle mobilitazioni contro lo stato d'emergenza, contro le misure governative
- convocazioni di lotta dei sindacati che già si sono dimostrati disponibili, a partire dai portuali e dai lavoratori della metro
- nella capitale auto-organizzare il trasporto per lavoratori e studenti, per respingere la chiusura della metro ordinata dal governo
- no allo stato d'emergenza!
- via le milizie dalle strade!
- facciamo appello alla base delle Forze armate a disobbedire ai loro ufficiali e a non reprimere la popolazione!
- per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dei mezzi di trasporto!
- per un sistema nazionale di trasporto pubblicato, gratuito, sotto controllo dei lavoratori!
- per il blocco di prezzi e tariffe!
- per la riduzione della giornata di lavoro senza riduzione del salario, fino a porre termine alla disoccupazione!
- per un aumento del salario minimo a 500 mila pesos!
- costruiamo un grande sciopero generale nazionale per rovesciare questo governo padronale e corrotto! Facciamo come le masse dell'Ecuador!
Facciamo appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici, ai giovani, alle masse popolari, a unirsi a noi per costruire il Mit, un partito al servizio dell'organizzazione e della lotta della classe operaia, per porre fine allo sfruttamento capitalistico e riappropriarci delle nostre ricchezze. Un partito che lotta perché noi lavoratori possiamo realizzare quella rivoluzione che ponga fine al capitalismo e metta tutta la ricchezza prodotta dalla nostra classe al servizio delle necessità del proletariato

domenica 13 ottobre 2019

Per una solidarietà non ipocrita con il popolo curdo del Rojava,

Luciano Granieri



L’aggressione fascista del dittatore Erdogan contro i Curdi  del Rojav,a nel nord della Siria, ha suscitato  rabbia e indignazione  presso gran parte degli organi istituzionali internazionali. Da tutte le nazioni europee, compresa l’Italia, si sono levate denunce e moniti al dittatore turco, affinchè fermasse l’invasione. Contemporaneamente cittadini, associazioni, movimenti, organizzazioni sindacali e politiche  sono scese in piazza, o si apprestano a farlo,   per protestare contro  l’aggressione turca. 

Tutte manifestazioni sacrosante, ma che devono necessariamente avere un seguito. Alla   solidarietà  e deve seguire l’appello inequivocabile alle istituzioni nazionali ed  internazionali ad agire, ad andare oltre l’indignazione contro Erdogan. 

In primo luogo urge revocare immediatamente l’autorizzazione, da parte della Farnesina, all’esportazione di armi in Turchia.  Negli ultimi 4 anni il valore di tali armamenti è stato di 890 milioni di euro, 360 per il solo 2018. 

A livello europeo è ineludibile l’annullamento degli accordi con la Turchia sulla gestione dell’immigrazione, interrompendo conseguentemente  i relativi finanziamenti  della  UE a favore di  Erdogan. Sei miliardi sono stati già stanziati altri 3,6 miliardi stanno per essere inviati. 

Quindi  pressare il Consiglio europeo affinchè ridefinisca  gli accordi di Dublino, prevedendo l’obbligo da parte dei Paesi membri di accogliere un numero di migranti proporzionale  al numero di abitanti degli Stati, pena il blocco della ridistribuzione dei fondi. In questo modo, oltre a inviare un segnale  umanitario e solidaristico forte -quale una Unione che si vuole basata su principi di pace e solidarietà deve dare - si eviterebbe di stipulare accordi con dittatori senza scrupoli come Erdogan , o con milizie delinquenziali come quelle dei trafficanti libici , in modo da  non dover cedere a ricatti di sorta. 

Ma soprattutto sono necessarie prese di posizioni contro un accadimento chiaro ed inequivocabile in cui   un regime dittatoriale, quello turco -che mette in galera gli oppositori politici, i giornalisti – sta impunemente aggredendo  la   Repubblica del Rojava,   l’unico esempio di democrazia reale rimasto in Medio Oriente e forse nel mondo. 

In quelle terre vige Il cosiddetto  confederalismo democratico”. Il progetto  su cui doveva basarsi  l’unificazione curda  nato nel sud est della Turchia e promosso da Abdullah Ocalan, leader del partito dei lavoratori curdi PKK, poco prima che venisse catturato ed incarcerato. 

Un esempio di repubblica basata sulla gestione popolare diretta dell’economia, del territorio, delle istituzioni, sulla difesa  popolare organizzata nelle  milizie territoriali. La parità di genere è  il primo requisito per una corretta gestione delle organizzazioni politiche e sociali. Senza un ruolo primario delle donne, vittime millenarie di un’oppressione patriarcale - per i  Curdi del Rojava - è  una mistificazione parlare di democrazia. Così come non si può realizzare un compiuto assetto democratico senza il perseguimento dell’uguaglianza sociale, il riconoscimento e il rispetto delle differenze religiose.  

La repressione dei governi turchi contro i Curdi, dal 1984 ad oggi, che poterà alla distruzione di migliaia di villaggi e a 40 mila vittime, costringerà la prosecuzione del confederalismo democratico nel nord della Siria . 

Tale organizzazione della società si è rilevata talmente efficace da consentire ai Curdi del Rojava di sconfiggere i terroristi di Daesh, con le milizie territoriali composta al 40% da donne con comandi misti donne-uomini. 

Il confederalismo democratico è un esempio di assetto politico, sociale ed economico, indigesto per i potentati finanziari che governano i Paesi dell’Unione Europea dell’intero occidente e delle petrol-monarchie. Ecco perché è molto forte il dubbio che, al di la dell’indignazione di facciata, l’azione della Turchia possa essere quanto meno tollerata  - visto che, insieme con il riattivarsi delle incursioni  terroristiche di Daesh, potrebbe inferire un duro colpo ad un modello democratico, basato veramente sulla partecipazione  popolare.  

Ecco perché ancora più chiaramente e fermamente è necessario ribadire e rilanciare un’azione che vada oltre l’indignazione e si schieri senza se e senza ma a fianco della resistenza Curda.