Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 15 ottobre 2013

Italia: Paese di santi poeti e....AVIATORI

Luciano Granieri

Italia, paese di poeti santi e navigatori. Oddio di navigatori!   Viste le infauste sorti del capitano Schettino non direi. I poeti esistono,   anche se categoria in via di estinzione. Si sa con la cultura non si manga. Di santi è pieno il calendario.  Forse il detto andrebbe riformulato come segue: Italia, paese di poeti squattrinati, santi e….aviatori!!!  

Signori è fuori di dubbio,  l’Italia è un  paese di aviatori. Infatti  chi  ha preso l’aereo ha pagato il biglietto, ma    anche chi l’aeroporto l’ha visto solo in cartolina,  ha  dovuto pagare  dal 2008 ad oggi qualcosa come 11 miliardi di euro per mantenere in quota gli airbus dell’Alitalia. Un popolo che spende così tanto per far volare gli aerei senza neanche salirci sopra è un popolo di aviatori  ad honorem.  

Ma che fine hanno fatto i nostri 11 miliardi di euro?  E’ presto detto.  Nel 2008 Alitalia era, come oggi, sull’orlo del fallimento. Per salvare baracca e burattini, Silvio Berlusconi  pensò bene di regalare il giocattolo ad alcuni imprenditori amici suoi, capitani d’industria coraggiosi e manovrieri, sempre pronti a dare una mano quando serve e sempre in attesa della giusta contropartita.     A celebrare l’operazione la solita sapiente regia delle banche. Il tutto con finalità patriottiche perché bisognava limitare la partecipazione azionaria degli odiati francesi di Air France al 25% .  Questi ultimi infatti erano disposti a tirare fuori bei soldini per acquisire  l’intero pacchetto azionario  della disastrata compagnia italiana. 

La lista della spesa comincia subito con sei o sette miliardi tirati fuori dai contribuenti aviatori per ripulire Alitalia dai debiti.  Un cadeau  per gli amici deve rimanere prezioso e immacolato come una mammoletta, mica può essere una sòla. Aggiungiamo poi un altro miliardo e duecento milioni necessario per mettere in moto tutto il baraccone e il mancato introito di 3 miliardi che si sarebbe realizzato se la compagnia fosse stata acquistata allora da Air France. 

Oggi dopo cinque anni siamo da capo a dodici.  La nostra compagnia non ha neanche  la benzina per far volare gli apparecchi e si profila l’intervento delle poste. Un ente del tesoro, quindi pubblico,  guidato da un manager che capisce di aerei come io capisco di bosoni.  

Ma gli aviatori più indefessi risiedono in Ciociaria. Noi  Ciociari,  abitanti di una salubre terra allietata da profluvi di PM10, diossine,  inquinanti di varia natura, oltre che contribuire  con le nostre tasse agli 11 miliardi testè  citati, abbiamo sborsato altri  8  milioni  circa, per costruire un aeroporto in un territorio  in crisi d’astinenza da kerosene.  

6 milioni sono serviti per tenere in piedi la società Aeroporto di Frosinone incaricata di eseguire il progetto e l’opera,  altri 2 milioni e otto  sborsati attraverso la regione guidata all’ora dalla famelica Polverini.  Molti di noi disfattisti, contrari al progresso, non aviatori e neanche avicoli ( nel senso di polli da spennare) avevamo capito che il progetto era improponibile, per anni lo abbiamo gridato e alla fine abbiamo avuto ragione. 
Aeroporti di Frosinone si scioglie ma la passione  all’aviazione rimane. Sborsare quasi 9  milioni di euro solo per disegnare un aeroporto che non verrà mai realizzato  è segno di grande attaccamento alla causa aviatoria.

Qualcuno potrà chiedere: era necessario spendere   tanti soldi inutilmente?    Qui la passione per il volo non c’entra . Bastava capire le vere finalità delle operazioni relative al salvataggio di Alitalia e alla costruzione dell’aeroporto a Frosinone. 

In relazione alla compagnia di bandiera lo scopo principale non era far volare gli aerei, ma consentire a Riva ,per esempio,  di spuntare, in cambio del  favore propagandistico fatto a Berlusconi con il suo  ingresso in Alitalia,   delle autorizzazioni integrate ambientali favorevoli per le sue fabbriche di morte a Taranto, oppure permettere a  Benetton in cambio del suo impegno,  una mega speculazione fondiaria  sui suoi terreni di Maccarese da lui acquistati per un piatto di  lenticchie,    trasformati  da agricoli   ad uso industriale per essere venduti,  con il realizzo di enormi profitti,  a se stesso come  co-gestore  di Aeroporti di Roma, e quindi utilizzati  per realizzare il raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino dove potessero atterrare gli aerei  di sua proprietà come azionista di Alitalia. 

Oppure permettere a Toto  di salvare la sua indebitata compagnia Airone attraverso la concessione di altri      fidi per consentirne l’ingresso in Alitalia. E’ curiosa questa operazione, una banca che fino a ieri reclamava ingenti crediti da una azienda, di punto in bianco dismette la sua  intransigenza e addirittura concede ulteriori prestiti a questa stessa azienda per  farla entrare in una nuova compagnia .  Che c’è di strano tanto si sa che quando le banche vanno in sofferenza ci pensa il cittadino qualunque, novello pantalone proletario a pagare.  

Per tornare alla società Aeroporto di Frosinone invece , la sua vera finalità non era quella di costruire il terzo scalo del Lazio in Ciociaria, ma diventare un lussuoso e remunerativo armonizzatore sociale per manager e amministratori pubblici rimasti senza poltrona,  oppure fonte   di entrata integrativa per politici locali affamati di soldi pubblici.  In conclusione a seguito di queste ruberie che hanno a dir poco adirato i cittadini va riformulato ancora una vota  il detto "Italia, paese di santi poeti e navigatori". La nuova massima è:  L’Italia è un paese di santi bestemmiati, poeti squattrinati  e…..AVIATORI.

Il pacco Alitalia

Vincenzo Comito. fonte: http://www.sbilanciamoci.info/

Le sinergie tra le Poste e l’Alitalia sono praticamente inesistenti. L’unica soluzione sarebbe quella di una partecipazione rilevante dello stato per salvaguardare alcuni interessi nazionali, il mondo del lavoro in primis, e l'ingresso di partner esteri che portino con loro esperienze organizzative e risorse finanziarie che a noi ormai mancano

Cerchiamo di fare il punto per grosse linee su una vicenda che si trascina da tanto tempo e che non ha ancora trovato una sua sistemazione adeguata. Intanto le difficoltà dell’Alitalia non sono soltanto recenti. La cosiddetta compagnia di bandiera (forse il nome è in fondo indovinato, perché in piccolo essa rappresenta bene una parte consistente dei mali italiani) è male gestita, inquinata dal pesante intervento politico quotidiano nei suoi affari, prona qua e là alla corruzione e al nepotismo, organizzativamente confusa, gestita in modo approssimato e questo da molte decine di anni.
I suoi mali venivano, almeno sino ad un certo punto, leniti dall’esistenza di un pratico monopolio su di una parte consistente delle tratte previste, in particolare in Italia, ciò che permetteva anche di tenere alte le tariffe e di contribuire, comunque più male che bene, a far quadrare i conti annuali.
Questo modello entra però progressivamente in crisi con la deregulation della fine degli anni 90, il conseguente accentuarsi della concorrenza sul mercato e la caduta del sistema delle partecipazioni statali, nonché forse anche con l’indebolimento dei partiti. I vecchi interessi riescono ad un certo punto ancora a bloccare la fusione con Klm, ma poi la situazione precipita;
Si arriva così al fatidico 2008. Di fronte alla minaccia del fallimento o dell’acquisizione della società da parte di Air France, interviene Berlusconi, che spinge invece demagogicamente per una soluzione italiana, che poi si rivelerà in realtà all’italiana. Si vara una nuova compagine azionaria, con l’intervento nel capitale di una serie di imprenditori che avevano qualche interesse “laterale” nella vicenda, mentre Air France si riserva il 25% del capitale, tenendo quindi un piede nella società, ottenendo inoltre un diritto di veto nelle decisioni importanti. Con il geniale supporto del banchiere di sistema Corrado Passera, si disegna una nuova strategia e si trova anche l’appoggio delle banche per sostenere il progett.
Naturalmente tutti i debiti e i problemi della compagnia vengono scaricati sui contribuenti, con un danno complessivo il cui ammontare esatto è difficile da calcolare ma che è stimabile, a leggere i giornali, tra i 6 e i 7 miliardi di euro. Ma se aggiungiamo a tale somma 1,2 miliardi persi dalla compagnia dall’avvio del piano Berlusconi-Passera ad oggi e i circa 3 miliardi che nella sostanza Air France era disponibile a versare per prendere il controllo della compagnia, il danno si fa ancora più rilevante.
Presto si rivelano la debolezza e gli errori del piano strategico. Si taglia selvaggiamente sulle rotte estere e in particolare su quelle a lungo raggio, che sono invece quelle nelle quali il mercato cresce di più, a fronte di una minore concorrenza e in particolare dell’assenza degli operatori low-cost. Si puntano gran parte delle carte sull’Italia, mantenendo prezzi alti per i biglietti e sperando così di quadrare i conti.
Ma il mercato interno vede il perfettamente prevedibile arrivo dell’alta velocità ferroviaria e delle compagnie low-cost, che conquistano quote crescenti di mercato, mentre obbligano la società ad abbassare i prezzi. Così il fatturato della compagnia non decolla e i conti economici e finanziari ne soffrono fortemente. L’Alitalia è nel 2013 di nuovo sull’orlo del fallimento, con perdite crescenti.
Naturalmente, as usual, mentre i politici di destra e di sinistra sfruttano l’ennesima occasione per andare sui giornali raccontando la prima cosa che capita, pur di farsi sentire, il governo cerca affannosamente di intervenire all’ultimo momento, appena pochi giorni prima che manchi il carburante. Alla ricerca disperata di qualche donatore di sangue, trova intanto le solite banche sempre pronte a dare i soldi a chi non li merita, mentre bussa alle porte di Cassa Depositi e Prestiti, di Fintecna, di Ferrovie dello Stato, di Poste Italiane. Finalmente quest’ultima accetta di entrare nel gioco con 75 milioni di euro. Mettendo insieme le banche volenterose, le poste e qualche altro socio minore, per il momento e per qualche mese i conti sembrano quadrare, almeno sul piano finanziario; si aumenta il capitale di 300 milioni e si ottiene un prestito di 200. Invece manca del tutto un credibile piano strategico.
L’intervento di Poste Italiane ha qualcosa di grottesco. Una delle giustificazioni per tale intervento è quella che l’ente ha una piccola compagnia aerea che potrebbe diventare l’impresa low-cost di Alitalia. Ma la società è davvero minuscola e comunque anch’essa perde dei soldi. Le sinergie tra le Poste e l’Alitalia sono praticamente inesistenti. Intanto l’amministratore delegato delle stesse Poste fa delle dichiarazioni alla stampa da cui traspare, se le sue parole sono state riportate correttamente, una sua forse difficile familiarità con i bilanci e con la finanza. Peraltro era quasi impossibile che la stessa persona dicesse di no al governo, dal momento che il suo incarico, rinnovabile, scade a marzo del 2014 (potrebbe anche essere inviato a fare l’amministratore delegato di Alitalia);
Sempre il boss delle Poste starebbe preparando, dall’alto della sua esperienza nel settore, un nuovo piano strategico, il quarto in quattro anni per la società. Il cielo ci salvi. Speriamo almeno che esso non miri soprattutto a salvare i soldi degli attuali azionisti e delle banche “di sistema”, che, per i begli occhi di Berlusconi, hanno messo nel gioco sino ad oggi più o meno un miliardo. Per le piccole imprese nostrane, tra il 2008 e oggi, il credito si è contratto del 21%. Intanto l’abile manager sta volando verso Parigi (su di un aereo Alitalia?) per incontrare i vertici di Air France.
Altrettanto grottesco appare l’intervento sui giornali del presidente della Confidustria, Squinzi, che si dichiara perplesso del fatto che l’Alitalia cada in mani pubbliche. Ma perché lo stesso Squinzi non mette allora insieme una cordata credibile di imprenditori nazionali che si facciano avanti? Nessuno, credo, sbarrerebbe loro la strada.
La compagnia di giro messa in piedi dal governo non può comunque risolvere i problemi strutturali della società. Il sistema finanziario, imprenditoriale, politico, nazionale non è capace o non ha le risorse per mettere durevolmente sulla buona strada l’impresa. Bisogna trovare un partner estero stabile che assicuri un qualche futuro alla compagnia. Air France, sulla base dei dati disponibili, al momento appare l’unica in grado di farlo. Ma la società, alle prese con dei guai in patria, anche se minori di quelli dell’Alitalia, è spinta ad intervenire da noi con molta prudenza (ha già perso 322 milioni nella partita) e, comunque, con l’unica motivazione che riguarda la conquista di una fetta rilevante del mercato italiano, che altrimenti sarebbe preda dei suoi concorrenti, siano essi Lufthansa o le compagnie low-cost.
Ma per farlo pone delle dure condizioni. Essa chiede, oltre ad una ristrutturazione del debito (leggi, un suo taglio sostanziale), il ridimensionamento dell’occupazione, nonché la riduzione del numero degli aerei. Essa, inoltre, appare restia ad accettare alcune condizioni apparentemente poste dal nostro improbabile governo, quali il mantenimento di Fiumicino come hub e la pari dignità di trattamento di Alitalia con Air France e Klm. Speriamo che una soluzione comunque si trovi perché non sembrano esisterne altre. La società franco-olandese non ha ancora comunicato se essa aderirà, ed eventualmente per quanto, all’aumento di capitale deliberato dall’assemblea della compagnia romana. Ci sarebbe forse, in alternativa o in via complementare a quella della compagnia francese, la prospettiva dell’intervento di una compagnia araba, ma la questione appare avvolta nelle nebbie.
Ma l’ottimo sindacalista Bonanni non vuole i cattivi francesi, che vorrebbero porre –inaudito!- delle condizioni al loro ingresso e dice che bisogna pensare ad altri interlocutori (ci dica lui quali; nel frattempo Lufthansa ha detto di non essere interessata); e anche il ministro Lupo, a suo tempo entusiasta della brillante soluzione Berlusconi-Passera, fa la faccia feroce con i transalpini. Lasciamo fare questi nostri connazionali e piloteremo la società verso un nuovo e rapido fallimento. Lo stesso obiettivo sembrerebbe avere più direttamente in mente la Iag, sigla che mette insieme British Airways, Iberia, Vuelig e che ha fatto ricorso alla Unione Europea contro l’ingresso di Poste Italiane nel capitale di Alitalia, considerandolo un aiuto di stato.
Il caso Alitalia pone peraltro un problema più generale al nostro paese. Nell’ultimo periodo sono venute a galla una serie di difficoltà di diverse imprese nazionali grandi e medio-grandi. Si va dalla Indesit, all’Ilva, alla Telecom, a molte attività del gruppo Finmeccanica.
In tutti questi casi appare evidente che il sistema nazionale preso nel suo complesso (politica, economia, finanza) non abbia più in se da solo la possibilità e la capacità di mettere in sicurezza il futuro di tali imprese. L’unica soluzione che vediamo possibile, al di là delle sfuriate demagogiche di Squinzi e soci, è quella di una presa di partecipazione rilevante dello stato o di strutture pubbliche e parapubbliche, presa di partecipazione che serva a salvaguardare alcuni interessi nazionali, in primis quelli del mondo del lavoro; e per il resto si aprano colloqui con dei possibili partner esteri, europei o asiatici non importa, che portino con loro mercati, esperienza organizzative, risorse finanziarie, che a noi ormai mancano.
Al di fuori di questa, nulla salus, almeno crediamo.

lunedì 14 ottobre 2013

L'ipocrisia di una tumulazione negata

Luciano Granieri

Quanta ributtante ipocrisia sta tracimando dalla querelle sulla sepoltura del boia assassino delle Fosse Ardeatine Erich  Priebke. 

Dopo che  il  servo vigliacco, responsabile con Kappler  e le altre bestie naziste,  della morte di 335 persone innocenti, è riuscito a vivere  serenamente   senza che nessuno gridasse allo scandalo  -  prima a Bolzano   poi,  grazie ai buoni uffici del parroco di Santa Maria della Pace,   in Argentina a San Carlos de Bariloche, ed infine  in una tranquilla residenza   romana di Via  Cardinal Sanfelice a scontare un sereno ergastolo , accudito dai figli, con la concessione di raccomandare la sua anima insanguinata  in chiesa ogni domenica  e con le visite osannanti della disgraziata marmaglia neofascista   -  nessuno vuole compromettersi sporcandosi le mani con la pala necessaria per scavargli la fossa.  

Non la chiesa che pure non si è fatta scrupolo in passato di offrire salvacondotti a dittatori  e assassini nazisti della peggior specie, Priebke compreso, non l’Argentina paese in cui il boia assassino è vissuto serenamente senza neanche il peso del rimorso,  e nemmeno la Germania sua terra natale.  

Che grande ipocrisia!  Il boia che da vivo è stato accettato senza tanti distinguo, a volte trasformato da carnefice in vittima da un odioso  revisionismo storico,  da morto fa schifo a tutti. Una ordinanza emessa dal comune di Roma nel 1979 imporrebbe la sepoltura  di Priebke in un cimitero romano. Infatti secondo questa norma chi muore entro le mura della città eterna ha diritto di sepoltura a Roma. 

Il sindaco Ignazio Marino, pur di non farsi carico della   buca dal boia nazista,  intende derogare a questa legge,  neanche il sindaco di Pomezia è disposto ad accogliere la salma assassina nel cimitero che ospita i cadaveri di altri  assassini  tedeschi.  Forse uno spiraglio potrebbe aprirsi in quel di Fondachelli  Fantina un paesino in provincia di Messina,  pare che il primo cittadino si sia offerto di  donare umana sepoltura ad un reietto che  invece alle sue vittime non ha concesso neanche questo pietoso  atto. 

Infatti i cadaveri delle Fosse Ardeatine non furono sepolti ma sotterrati sotto le macerie della grotta fatta esplodere dopo l’eccidio, in modo da negare oltre che la vita anche la loro  identità. In queste ore si deve anche sopportare l’insulto del figlio Jorge che vorrebbe tumulare  il padre addirittura in Israele.  

Il sindaco di Roma Ignazio Marino sostiene che seppellire Priebke a Roma  costituirebbe un insulto per i cittadini Romani e inoltre la tomba del boia potrebbe diventare oggetto del pellegrinaggio della peggior marmaglia nazifascista.  Dimentica il sindaco Marino che di insulti il popolo antifascista romano e italiano in genere ne ha sempre dovuti subire e sarà destinato a subirne ancora. 

La realtà è che l’antifascismo non è mai stato un valore veramente condiviso nel nostro Paese. Anzi  non raramente gli antifascisti sono tacciati di veterocomunismo  anche  da sodali dello stesso partito del nuovo sindaco di Roma (Violante docet) , gli antifascisti spesso sono messi alla gogna   come  gente violenta intransigente ad ogni tipo di pacificazione e ostinata nel rifiutare una realtà che vuole gli echi della lotta partigiana ridotti  a corollario di un passato dimenticato, anzi,  forse mai esistito. 

Come definire la consegna della città di Roma per cinque anni al sindaco fascista Alemanno se non un insulto? Come  qualificare la presenza nei vari governi repubblicani di esponenti  reduci della Repubblica di Salò se non uno sfregio alla natura democratica e solidale della nostra Costituzione?  

Invece di fare a gara nel rifiutare la salma del boia, sarebbe meglio che amministratori pubblici, politici,  intellettuali, si adoperassero affinchè vengano  finalmente rispettate le norme di attuazione  della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, fra cui a legge Scelba che punisce l’apologia del fascismo.  Cominci il sindaco Marino a cacciare i fascisti di CasaPound  dal Palazzetto dell’Esquilino gentilmente regalato loro dal camerata Alemanno,  si chiudano i covi dei fascisti del terzo millennio presenti nelle altre città, così come le sedi di tutte le altre bande  fasciste tipo Forza Nuova,  Fiamma tricolore. 

Si neghino le piazze a questi reietti della società portatori dell’incultura della violenza, dell’intolleranza.  Non si consenta lo scempio di vedere i simboli di questi nostalgici sulle schede elettorali.  Solo così sarà possibile evitare la profanazione dei valori democratici scritti nella Costituzione, al di là delle beghe sul dove sotterrare una ributtante  putrida “rogna”  nazista.

16 ottobre 1968. Pugni chiusi contro il razzismo al potere.

Testo di Pasquale Coccia, tratto da Alias del 12 ottobre.  Video clip a cura di Luciano Granieri

L’idea di boicottare le Olimpiadi di Città del Messico  del 1968 venne ai dirigenti delle Pantere Nere organizzazione politica che negli Stati Uniti si batteva contro le discriminazioni  razziai e rivendicava il black power.La proposta fu avanzata da Edwards, dirigente delle Pantere Nere, ex discobolo e giocatore di basket, professore di sociologia all’università di San Josè in California.  Tutto era iniziato due anni prima delle  olimpiadi, quando nel campionato universitario di pallacanestro,  durante l’incontro fra la squadra Texas Western di El Paso e quella di Kentuky,  l’allenatore  Donald Lee Haskins schierò ben 7 afroamericani  su 12 giocatori, a disposizione. Fu uno scandalo. Fino ad allora i giocatori afro schierati in una partita di basket erano al massimo due e venivano impiegati sul terreno di gioco solo per pochi minuti nell’arco della partita. Haskins, un allenatore bianco privo di pregiudizi rasentò la provocazione, quando di lì a qualche settimana, proprio nella finale di campionato universitario schierò nel quintetto base solo giocatori neri. Per le autorità universitarie aveva  abbondantemente superato i limiti, e il rettore provvide a sciogliere la squadra di basket. Fu a seguito di quell’evento che Edwards propose di boicottare l’incontro di football americano tra la squadra della sua università e quella della Texas Western, proposta che ebbe un tale consenso da indurre il rettore della San Josè University ad annullare il match.  In seguito a quell’esperienza Edwards organizzò un incontro tra gli atleti afroamericani  di alto livello agonistico per valutare la possibilità di boicottare le Olimpiadi del ’68 di Città del Messico. A quell’incontro, svoltosi a Newmark, che faceva seguito ai disordini razziali accaduti nell’estate del ’67 parteciparono atleti neri di 42 città Usa e tra loro i velocisti  Tommie Smith , una sorta di Bolt di quei tempi, Carlos Evans, tutte figure di primo piano  dell’ atletica  nera americana. Pochi mesi prima delle olimpiadi di Città del Messico, un sondaggio pubblicato dalla rivista Life riportava che la gran parte degli atleti neri  che avrebbero preso parte alle olimpiadi erano a favore del boicottaggio.  All’inizio di luglio, anche il reverendo Jesse Jackson si dichiarò favorevole al boicottaggio. Ecco quanto dichiarò Tommie Smith, tra i più attivi per il boicottaggio, a una rivista specializzata di  atletica: “Ci sono state marce, proteste e altre manifestazioni per le condizioni dei neri in America. Non credo che questo boicottaggio possa risolvere il problema, ma penso che la gente saprà che noi non abbiamo  più intenzione  di lasciare le cose come stanno .  Il nostro obbiettivo di atleti non è quello di migliorare la nostra condizione personale, ma quella di tutta la nostra gente. Dovete considerare il boicottaggio come un passo su questa via. Non staremo ad aspettare che  i banchi escogitino qualcos’altro contro di noi. Ho lavorato molto a lungo per le Olimpiadi e mi dispiace che non se ne faccia più niente, ma penso che il boicottaggio sia una buna cosa e vale la pena sostenerlo”. In un incontro tenutosi a luglio ’68 tra gli atleti afroamericani selezionati  per le olimpiadi, il fronte a favore del boicottaggio uscì minoritario, appena 12 atleti si dichiararono a favore e 24 contrari. Per non creare divisioni e salvaguardare l’unità politica, Tommie Smith e altri accettarono l verdetto e unitariamente decisero di portare alle Olimpiadi una fascia nera sul braccio per ricordare le discriminazioni razziali, successivamente sostituita  da un distintivo con la scritta “Programma olimpico dei diritti umani”. Il 16 ottobre 1968 Tommie Smith, detto Jet, e John Carlos corsero i 200 metri  e si classificarono al primo  e al terzo posto.  Sul podio con la medaglia al collo, mentre le note  diffondevano l’inno americano alzarono il pugno chiuso e chinarono il capo. Entrambi infilarono il pugno  in un guanto nero, prima di alzarlo al cielo. Quel guanto nero non era il simbolo  delle Pantere Nere, come in tanti ancora oggi ritengono, ma fu messo per non sporcarsi le mani in vista  della premiazione, un gesto sprezzante nei  confronti del presidente del Comitato internazionale olimpico Avery Brundage , che sosteneva apertamente la presenza nel Cio della Rhodesia e del Sudafrica, due nazioni razziste che non consentivano agli atleti neri di gareggiare  nei  loro paesi . Inoltre Avery Brundage  aveva  ignorato il massacro  degli studenti universitari messicani, due settimane  prima in Piazza delle Tre Culture, i quali protestavano contro lo spreco di denaro per le olimpiadi e rivendicavano migliori  condizioni di vita. Quella di Tommie Smith e John Carlos sul podio olimpico  con il pugno chiuso e la testa china rappresenta una delle icone simbolo  del ‘900. Il gesto dei due velocisti ebbe una vasta eco in tutto il mondo e sortì un effetto di gran lunga maggiore  rispetto agli esiti che avrebbe avuto il boicottaggio olimpico. Le due Pantere Nere pagarono a caro prezzo il loro gesto. Il giorno successivo furono rimpatriati ed estromessi dalla squadra olimpica. Tommie Smith dovette aspettare 10 anni prima di trovare un lavoro come istruttore di atletica in un college americano . John Carlos non ebbe la forza di resistere e di lì a qualche anno si suicidò.



Brano:  Free.
Ornette Coleman : Sax Alto
Don Cherry: Pocket Trumpet
Charile Haden : Contrabbasso
Billy Higghins: Battteria
Il  brano che   si ascolta nella video clip è  il manifesto del Free Jazz.  Lo stile jazzistico che accompagnò la stagione delle Pantere Nere, del “Black Power”. Ornette Coleman e Don Cherry furono due dei maggiori esponenti di questo stile.  Cosa  fu, allora, cosa volle essere il free jazz?  E’ Archie Shepp, uno dei maggiori esponenti  di questa nuova cosa “New Thing” a dircelo: “…è finita per i figli ei bianchi : non balleranno più con la musica del pagliaccio nero. E’ finita con i battelli del Mississippi e l sale da ballo di Chicago o di Manhattan, con lo sfruttamento, con alcool, con la fame, con la morte….i figli del  battelliere e dell’emigrante hanno valicato i confini folkloristici dal jazz…”



Interferenti Endocrini (PCB, Diossine): come ci si difende.

A.Ma. Associazione Mamme Colleferro, Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa) e Minerva Pelti Onlus 


Le associazioni A.Ma. Associazione Mamme Colleferro, Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa) e Minerva Pelti Onlus esprimono piena soddisfazione per la buona riuscita della Conferenza "INQUINAMENTO E SALUTE DEI BAMBINI, COSA C'È DA DIRE, COSA C'È DA FARE", tenutasi lunedì 7 ottobre 2013, presso la sala Moffa del Comune di Colleferro. Folta la partecipazione di rappresentanti di varie associazioni, medici, genitori, insegnanti, rappresentanti della politica locale e nazionale.
L'idea della Conferenza nasce dall'incontro di realtà associative impegnate in zone di pertinenza diversa, ma unite da medesimi obiettivi, quelli improrogabili della difesa di ambiente e salute.
La diffusione delle informazioni sulla stato della salute dei cittadini, l'importanza della prevenzione primaria, la necessità  di approfondimenti del rischio sanitario attraverso studi epidemiologici, la sollecitazione per l’elaborazione di un percorso di una cittadinanza attiva che pretenda sistemi di osservazione permanente sulla Valle del Sacco, il ruolo della bonifica e la riduzione dell'esposizione ai fattori di rischio: tutti questi elementi sono stati al centro degli interventi dei relatori.
La Dott.ssa Laura Reali, Referente Associazione Culturale Pediatri, con una lunga dissertazione tecnica sugli INTERFERENTI ENDOCRINI ED I PESTICIDI e sulla modificazione del panorama delle malattie infantili (dalla obesità al diabete di tipo 1, all'autismo, l'asma, il DHD, fino ad arrivare alle patologie oncologiche) ha illustrato quanto possa essere pericoloso e dannoso per l’essere umano vivere in luoghi con criticità di carattere ambientale.
Ma cosa sono gli interferenti endocrini?
In estrema sintesi, sono un ampio gruppo di sostanze, tra le quali figurano contaminanti ambientali persistenti, composti utilizzati in prodotti industriali e di consumo di uso comune nonché composti naturali. PCB, diossine, alcuni tipi di pesticidi, tra cui l’esacloroesano, gli ftalati. Tutte sostanze che, a livello endocrino, possono interagire con il sistema ormonale anche nella crescita e sviluppo del feto provocando danni come patologie riproduttive, disturbi comportamentali dell’infanzia e forse anche diabete e alcuni tipi di cancro.
La Dott.ssa Reali ha, infine, illustrato come poter evitare, per quanto possibile nel vivere  quotidiano, il contatto con queste sostanze, concludendo il suo intervento sottolineando la necessità del controllo sul latte materno come indicatore biologico del livello d'inquinamento.
Infine sono giunte opportune sollecitazioni alle istituzioni, in particolar modo sulla necessità che anche il nostro paese ratifichi la CONVENZIONE DI STOCCOLMA (l'Italia è uno dei pochi a non averlo ancora fatto), che permetterebbe di inserire tra gli inquinanti organici persistenti (POPs) anche i PCB e diossine oltre all’esaclorocicloesano, contaminante nella Valle del Sacco.
La Dott.ssa Palazzi ed il Dott. Satta, entrambi pediatri di base presso la ASL RMG, che ringraziamo per il prezioso supporto che hanno prestato all'iniziativa, sono intervenuti per sottolineare l'importanza dello stile di vita e la necessità di una crescita di consapevolezza nella popolazione, della necessità di pensare al RISCHIO IN VIA PREVENTIVA.
All'Associazione Minerva Pelti spettano i nostri ringraziamenti per aver richiesto e acquisito gli atti riguardanti lo STUDIO SUI TUMORI INFANTILI NELLA VALLE DEL SACCO, valutazione epidemiologica svolta dalla Regione Lazio - Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione e conclusa il 13 marzo 2012, mai resa pubblica e menzionata solamente nelle relazioni di bonifica della Valle del Sacco.
Andiamo ad analizzare i dati riportato nello studio.
Per quanto riguarda sia l’area 1 che include i Comuni di Colleferro, Segni, Gavignano che l’area 2 che include i Comuni di Paliano, Anagni, Sgurgola, Morolo, Supino, Ferentino, lo studio precisa che per la mortalità nella fascia d’età 0-19 anni, i dati sono simili a quelli della popolazione della Regione Lazio.
Nell’area 1 non ci sono aumenti di tumori maligni, ma risulta un evidente aumento di ricoveri per tutte le cause, che si attesta per la fascia di età 0-14 anni, sia per i maschi che per le femmine, intorno ad un 40% in più rispetto alla media regionale (SHR=1.41 per i maschi, SHR=1.40 per le femmine).
Per l’area 2, sempre 0-14 anni, la percentuale di ospedalizzazione in più rispetto alla media regionale è del 18%  per i maschi (SHR=1.18), del 26% per le femmine (SHR=1.26).
Il dato che lo studio indica come meritorio di approfondimento è la situazione nell’area 2, in particolar modo viene citato Anagni, per i maschi di 0-14 anni con un 281% in più per il tumore all’encefalo (SHR=3.81) e del 174% in più per i tumori maligni del tessuto linfatico ed ematopoietico (SHR=2.74).
Da precisare che per quanto riguarda i tumori infantili le percentuali si basano su un numero di casi limitati.
Lo studio conclude con:
Il cluster di casi di sesso maschile riscontrato ad Anagni, anche se di entità limitata e potenzialmente dovuto a variazioni casuali, merita ulteriori approfondimenti.
In realtà questi dati, già piuttosto preoccupanti potrebbero esserlo ancora di più se, per l’analisi specifica, fossero stati presi come riferimenti di confronto gli Studi AIRTUM sui Tumori Infantili e degli Adolescenti del 2008 e l’ultimo pubblicato nel 2012 e  riferito proprio al periodo 2003-2008, sovrapponibile a quello dello studio in esame. In questo caso sembrerebbe che, il condizionale è d’obbligo, i tumori infantili nelle aree in esame siano quasi il doppio di quelli riscontrati nel Centro Italia, differentemente quindi dalla comparazione regionale. Andando ad analizzare poi le singole tipologie delle diverse forme che hanno colpito i bambini del nostro territorio, si avrebbe addirittura oltre il doppio dei tumori del tessuto linfatico ed ematopoietico, quasi il quadruplo per i tumori dell’encefalo, arrivando sino a quasi cinque volte per i tumori renali della sola Area 2.
Dati, questi, che necessitano di una immediata verifica ed un ulteriore approfondimento da parte delle istituzioni specialistiche preposte.
La Conferenza si è brillantemente conclusa con un contributo importante dell'Associazione Mamme per la salute e l'ambiente Onlus di Venafro, altro luogo vessato da presenza massiccia di impiantistica industriale; Salvatore Altiero del CSOA La Strada a nome anche dei rappresentanti dell’Associazione ASUD, ha illustrato la campagna #STOPBIOCIDIO partita dalla Campania e in viaggio per il coinvolgimento di altre regioni italiane tra cui il Lazio; la Parlamentare Federica Daga (M5S) ha riportato quanto il suo gruppo sta portando avanti in sede istituzionale per la salvaguardia dei territori; Marco Campagna della segreteria della Consigliera Regionale Daniela Bianchi ha ricordato che sulla Valle del Sacco è stato aperto un Tavolo Tecnico di verifica e proposte al quale daranno il loro contributo anche le Associazioni e Comitati. 
Concludiamo dicendo che la Conferenza è riuscita nel suo intento di arricchire il bagaglio di conoscenza sul rischio sanitario sia dei bambini che degli adulti e che tali iniziative dovrebbero essere proposte dalle Amministrazioni, non solamente da gruppi autogestiti di cittadini.

CLICCA QUI per scaricare gli ati della conferenza

Valle del Sacco, 13 ottobre 2013

domenica 13 ottobre 2013

Una società di liberi e uguali per il pieno sviluppo della persona umana

Luciano Granieri

Una società di liberi e uguali, questo in estrema sintesi è l’idea di collettività scritta nella Costituzione. Una libertà che si esplica nell’uguaglianza di tutti nel poter ottenere i diritti necessari al pieno sviluppo della persona umana. Ma  una società di liberi e uguali  è patrimonio di tutta la nostra collettività?  No,  e non lo è mai stata.

 Forse è patrimonio di una maggioranza allo sbando,   priva di rappresentanza,   delusa e disillusa, prostrata  dal subire ogni giorno le angherie  della minoranza composta da coloro i quali si sentono più eguali e più liberi di altri. 

Bene ieri una parte di questa maggioranza è scesa in piazza per difendere il  diritto di vivere in una società di liberi e uguali.  Un diritto da reclamare anche in nome dei combattenti  partigiani che hanno sacrificato la loro vita per  la libertà e l’  uguaglianza.  

Anche la settimana prossima un’altra parte di questa maggioranza andrà in piazza.  Ci saranno le persone che protestano contro i programmi lacrime e sangue  delle  politiche di austerità che la dittatura capitalistico- finanziaria, attraverso le istituzioni europee,  somministra come veleno letale alle popolazioni del sud Europa  riducendole in povertà.  E’ una lotta affinchè si rimuovano gli ostacoli di ordine economico e sociale , che limitando  di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana. 

Scenderanno in piazza i No Muos e i No Tav, per rivendicare il diritto alla salute,   la tutela del territorio e per ricordare che il nostro Paese ripudia la guerra. Si uniranno alla manifestazione i movimenti per il diritto all’abitare , perché senza la casa non è possibile raggiungere il pieno sviluppo della persona umana. 

Aderiranno Cobas e sindacati di base per pretendere  il diritto  all’occupazione che una Repubblica democratica fondata sul lavoro dovrebbe garantire. Insomma l’altra grande parte di maggioranza che vuole vivere in una società di liberi e uguali  sarà in Piazza a Roma domenica prossima. 

Abbiamo  parlato di maggioranza. In realtà questa esiste solo sulla carta, perché  se tutti coloro che si battono per  la società di liberi e uguali non uniranno  la loro lotta,  non saranno  mai maggioranza ma tante minoranze  slegate. Dunque l’auspicio è che  chi ha già partecipato alla manifestazione di sabato scorso possa esserci anche sabato prossimo. Ma soprattutto  è necessario che tutti noi che ci battiamo per l’idea di società inscritta nella Costituzione uniamo le lotte, altrimenti  coloro i quali si sentono più liberi e più uguali degli altri finiranno per soffocarci.


DIFESA DELLA COSTITUZIONE 12 OTTOBRE-PIAZZA DEL POPOLO PIENA-NUMEROSA LA DELEGAZIONE CIOCIARA.

Il segr prov del PdCI  Oreste Della Posta

La grande manifestazione  che si è svolta a Roma dal titolo Costituzione: la strada maestra ha visto una straordinaria partecipazione dei cittadini della provincia di Frosinone come non si vedevano da tempo e questo è incoraggiante per la rinascita culturale e politica della nostra terra.
Questo straordinario risultato è stato possibile ottenerlo grazie all’impegno della FIOM provinciale e al comitato di Frosinone per la difesa della Costituzione. in questo quadro i comunisti nel ringraziare tutti i partecipanti rivolgono un loro ringraziamento particolare al segretario provinciale della FIOM Donato Gatti e per il comitato alla signora Antonietta Vasetti per l’impegno profuso.
I comunisti italiani presenti alla manifestazione con il loro segretario nazionale Cesare Procaccini hanno fatto notare che questo è l’inizio della battaglia lunga  e difficile che deve vedere  la partecipazione più inclusiva possibile.
I comunisti della provincia di Frosinone fanno appello al comitato provinciale per la difesa della Costituzione di continuare a lavorare, ad riunirsi, ad aprirsi, ad organizzarsi perché questo vostro grande successo deve essere solo l’inizio.
Il popolo italiano ha voluto questa Costituzione, il popolo italiano sarà pronto a difenderla. Non mai in nome di un pretestuoso conservatorismo ma della civiltà. Il messaggio che  viene dalla carta costituzionale  non è superato dai tempi semmai va pienamente attuato sotto i suoi vari aspetti.
E se vale quanto detto da calamandre ovvero che la costituzione va intesa come promessa di rivoluzione c’è da constatare che detta promessa non è stata ancora mantenuta. Perciò i comunisti italiani sono in prima linea in perfetta coerenza con  la loro tradizione e la storia del nostro paese.