Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 18 ottobre 2013

Mare Nostrum

Combonifem

Cinque navi, ciascuna con un equipaggio che varia da 80 a 250 uomini. Elicotteri a lungo raggio. Una decina di aerei. Radar e droni. L’hanno chiamata “Mare nostrum” e servirà per «il rafforzamento del dispositivo di sorveglianza e soccorso in alto mare». Sarà (parola d’onore dei ministri dell’Interno Alfano e della Difesa Mauro) «una missione umanitaria e di soccorso»… attraverso la quale «l’Italia rafforza la protezione della frontiera» e «controlla i flussi migratori».
 
Premettiamo di avere una certa diffidenza nei confronti delle cosiddette “missioni umanitarie”. E che la parola “pattugliamento” – adoperata dai ministri – ci porta alla memoria ricordi che mal si conciliano con il termine “umanitario”… A ciò si aggiunge che quella sottolineatura del ministro Alfano, «se interverrà una nave italiana non è detto che porti i migranti in un porto italiano», ci lascia perplesse. Di più: ci inquieta. Non ci rassicura il suo richiamo al diritto internazionale della navigazione. Vuol dire che se, guarda caso, i barconi verranno intercettati in acque ancora libiche verranno (per diritto, mica per scelta…) riportati indietro?
 
E, perplessità per perplessità, ci scusino i ministri, ma le fregate lanciamissili Maestrale, navi da oltre 3mila tonnellate, pesantemente armate, che verranno utilizzate nella «missione umanitaria e di soccorso» attraverso la quale «l’Italia rafforza la protezione della frontiera» e «controlla i flussi migratori» (finalità, ricordiamo, umanitarie…), a cosa servono? A sottolineare che, sia ben chiaro, questo Mare è nostrum?

giovedì 17 ottobre 2013

Qualcuno del Pd che dice cose di sinistra

Luciano Granieri


Andiamo a sentire uno  del Pd che ogni tanto dice qualcosa di sinistra. Questo è stato il  mio primo pensiero dopo aver letto su un giornale che  nella serata  di  16 ottobre scorso  l’onorevole Giuseppe, detto Pippo, Civati ,  candidato alla segreteria del Pd e come tale impegnato nelle primarie contro Matteo Renzi, Gianni Cuperlo e Gianni Pittella, avrebbe partecipato ad un incontro  elettorale  presso la saletta delle arti di Corso della Repubblica. 

In effetti il curriculum di Pippo Civati,  a quanto ricordavo era abbastanza particolare per un onorevole del Pd.  Nello psico-dramma dell’elezione del Presidente della Repubblica fu l’unico del suo partito a votare Rodotà,  non ha partecipato al voto sulla fiducia all’esecutivo Letta-Alfano 2.0, era  alla manifestazione di sabato scorso  in difesa della Costituzione.  

Intendiamoci,  parliamo  sempre   di un riformista moderato, ma forse un po’ più riformista, un po’ meno moderato.  Tanto bastava per  incuriosire uno come me che non è né riformista né moderato.  Chiedo venia ai miei rari e   pazienti lettori  per essere arrivato un po’ in ritardo all’appuntamento, per cui il resoconto è orfano della parte iniziale dell’evento.  

Il  format comunque era il solito. Il candidato alla segreteria nazionale del Pd Pippo Civati, rispondeva a domande di alcuni giornalisti della stampa locale e in seguito a quelle del pubblico. In realtà il buon Civati di cose di sinistra ne ha detta qualcuna.  

Sono entrato nel bel mezzo di una critica alla finanziaria, licenziata poche ore prima dal consiglio dei ministri. Come molti osservatori, sindacati e persino  confindustria,  anche Civati  denunciava  l’assoluta insufficienza della norma sulla riduzione de cuneo fiscale. Si sottolineava una volta di più come il  lavoro ne uscisse maltratto , mentre la rendita finanziaria sostanzialmente indenne.  

Condivisibile la sollecitazione a rimettere al centro dei programmi  l’attenzione per l’ambiente. Un argomento che secondo il candidato è colpevolmente uscito dall’arco programmatico del suo partito. Una delle accuse più gravi che Civati ha rivolto al  Pd  è stata quella di non riuscire a rappresentare i propri elettori e di tenersi a debita distanza dalle loro necessità.   

Sbagliata  è stata la gestione della segreteria nel corso delle trattative sulla nascita del governo dopo le elezioni del 25 febbraio . Prima di cedere definitivamente alle larghe intese ed abdicare alla presidenza di Letta,  Bersani avrebbe dovuto tentare un estremo approccio con il M5S, rinunciando alla propria  presidenza e proponendo un nome gradito ai Grillini, ma questo, sembra di capire dai discorsi di Civati, avrebbe messo in forte fibrillazione molti esponenti del Pd molto più a loro agio in  una   tranquilla navigazione a fianco del Pdl,  anche a costo di sconfessare il proprio elettorato, piuttosto che trovarsi in una burrascosa coalizione con gli intransigenti grillini. 

Trattandosi di un incontro elettorale non sono mancate le solite litanie sul regolamento delle primarie e del congresso , le frecciatine verso Renzi e Cuperlo  gli avversari alla corsa per la segreteria. Curiose le considerazioni su Sinistra Ecologia e Libertà.  Da un lato Civati  sottolineava  la necessità di ritrovare una convergenza con Sel, ma dall’altro accusava Vendola  di supportare Matteo Renzi  perché favorito nella contesa per conquistare la leadership nel partito.  Un tentativo di salire sul carro del vincitore,  privilegiando necessità strategiche ad affinità ideologiche. 

 Insomma il dibattito filava via liscio senza troppo sussulti fino alla domanda che il sottoscritto ha rivolto a Civati in relazione alla clausola di garanzia  che la Commissione Europea potrebbe rifilarci dopo aver esaminato la legge finanziaria licenziata dal consiglio dei ministri e averla trovata, come in realtà è,  scoperta dal lato delle coperture finanziarie, inesistenti o al più fantasiose.  

Come è noto se  l’ Ecofin, dovesse  invocare la clausola di garanzia per reperire risorse vere, automatico sarebbe l’aumento delle accise sulla benzina, dell’Irpef e dell’Irap.  Il buon Civati, ha condiviso con me  il giudizio sulla natura poco credibile di alcune coperture, vedi la panzana del recupero dell’evasione fiscale sui conti correnti svizzeri,  ma poi ci ha tranquillizzato perché la legge secondo lui è equilibrata, sposta pochi soldi,  e poi gli aggiustamenti sulle coperture finanziarie si troveranno in Parlamento.  Personalmente ritengo quest’uiltima affermazione, diventata ormai un mantra di tutto l’establishment governativo,  una favola  che avrà poche possibilità di convincere la Commissione europea. 

Ma soprattutto, secondo Civati, siamo al sicuro da ogni rappresaglia, perché il nostro ministro dell’economia  Saccomanni  è molto amico del patron della Bce, Mario Draghi.  Mi sembra una motivazione politico- economico di peso non c’è che dire.  In buona sostanza l’amicizia di Saccomanni con Draghi, potrà consentire all’Italia di rimanere tranquilla qualunque cosa accada .  

E allora cosa aspettiamo  grazie  ai buoni uffici del presidente della Bce a reclamare per il nostro paese la revoca del fiscal compact?  L’onorevole Civati era reduce da una giornata lunga e difficile, non aveva pranzato e neanche cenato quando gli ho posto la domanda. Forse è per questo motivo che la risposta è stata così fantasiosa. Mi riprometto di riproporgli    lo stesso quesito,  se avrò il piacere di incontrarlo  in un'altra occasione, sincerandomi che sia riposato e rifocillato.

mercoledì 16 ottobre 2013

18 ottobre, sciopero generale Contro il governo e l'austerità costruiamo la ribellione di massa

di Alberto Madoglio

La convocazione dello sciopero generale indetto da Cub, Usb, Confedrazione Cobas, Si Cobas, Usi e altri per venerdì 18 ottobre avviene in un momento molto particolare per i lavoratori e le classi subalterne in Italia. Non solo la crisi economica continua a colpire duramente i lavoratori, ma in queste settimane pare di essere tornati all’autunno del 2011, quando sembrava che la situazione politica e economica del Paese stesse per precipitare.
Dopo aver ascoltato nelle settimane e nei mesi scorsi parole rassicuranti sul futuro dell’Italia, parole che in buona sostanza ripetevano quelle espresse da Monti lo scorso anno ("la crisi sta finendo", "cominciamo a vedere la luce in fondo al tunnel" eccetera), vediamo come il quadro generale segnali viceversa un repentino peggioramento dal punto di vista economico e finanziario. Il termostato per l’Italia ha ricominciato a segnare “tempesta”.
Le larghe intese traballano sotto i colpi della crisi
Tutti gli organismi economici nazionali e internazionali hanno rivisto al ribasso i dati relativi al Pil per il 2013, e anche per il prossimo anno le già modeste previsioni fatte nei mesi scorsi riguardo la ripresa economica, sono ulteriormente ribassate. L’Italia è il Paese europeo che ha subito la maggior riduzione della produzione industriale dal 2008 - circa il 20% - a oggi (confermata indirettamente dall’esplosione del numero delle ore di cassa integrazione, che anche quest’anno supereranno la spaventosa cifra di un miliardo).
Anni di manovre economiche “lacrime e sangue” che, a detta dei loro sostenitori, avrebbero dovuto stabilizzare le finanze del Paese, sembrano aver fallito il loro scopo. Il debito pubblico supererà il 130% del Pil, mentre il deficit annuale dovrebbe superare la soglia del 3%, facendo ritornare l’Italia tra i “cattivi” del Vecchio Continente, costringendola a subire l’onta di una nuova procedura di inflazione per eccesso di deficit, dalla quale era uscita, tra gli squilli di tromba dei sostenitori delle politiche di austerity, solo sei mesi fa.
A ciò si aggiunga il fatto che il clima di “concordia nazionale” che aveva fatto sì che gli schieramenti di centrodestra e centrosinistra dessero vita, dall’autunno 2011, a esecutivi di “unità nazionale”, sta miseramente finendo, in apparenza per i guai giudiziari del leader del centrodestra Berlusconi, in verità per l’incapacità e l’impossibilità dei partiti dei due schieramenti borghesi di fornire una soluzione (nemmeno l’ipotesi di soluzione) alla crisi che da più di un lustro sta flagellando il Belpaese.
Al momento lo scenario di una crisi di governo e il relativo ricorso alle elezioni anticipate pare superato. Ma la vera crisi è quella che ricade sulle spalle dei lavoratori: aumento di un punto dell’Iva (tassa che colpisce i consumi e che non essendo progressiva va a impattare sui redditi più bassi), mancato rifinanziamento, al momento, della cassa integrazione in deroga (che se confermato significherà altre decine di migliaia di licenziamenti da qui alla fine dell’anno), revoca della sospensione del pagamento della seconda rata dell’Imu.
Davanti a questo scenario, la prima considerazione che viene da fare è che i lavoratori dovrebbero passare all’offensiva. Tuttavia se ciò non avviene è responsabilità principale delle maggiori organizzazioni sindacali che, mentre sui giornali e nei dibatti televisivi piangono lacrime di coccodrillo per i disastri causati dalla crisi e dell’austerità imposta agli sfruttati dal governo e dalla Troika (Fmi, Ue e Bce), nei fatti sostengono queste decisioni e impegnano tutte le loro forze e il prestigio che ancora hanno tra milioni di lavoratori per evitare che anche lo Stivale diventi teatro di scontri e mobilitazioni di massa simili a quelle che vediamo in altri Paesi (Turchia e Brasile tra gli altri).
Cgil e Fiom stampelle del governo
Camusso e Landini, rispettivamente segretari della Cgil e della Fiom, sono stati i principali registi di questo dramma operaio che si protrae da lungo tempo. Hanno acconsentito che il governo potesse, sostanzialmente senza opposizione, varare l’ennesima controriforma delle pensioni, abolire l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, bloccare dal 2010 al 2014 (salvo ulteriori prolungamenti) i salari di 3 milioni di dipendenti pubblici, mandare in rovina la sanità e la scuola pubbliche, e alle imprese di licenziare oltre mezzo milioni di lavoratori, tutto questo, lo ripetiamo, garantendo nei fatti la “pace sociale”.
Stando così le cose, è di tutta evidenza che lo sciopero del 18 ottobre sarà una mobilitazione che riguarderà i settori più di avanguardia e combattivi del proletariato, quelli che riescono a sottrarsi alla cappa delle burocrazie: ma allo stesso tempo il 18 dovrebbe essere la miccia che dà il via a quell’esplosione sociale che molti, chi temendola, altri come noi auspicandola, credono essere ormai inevitabile anche per l'Italia.
Lo sciopero non dovrà allora essere la riedizione in sedicesimo di ciò che per anni hanno fatto la Cgil e la Fiom: una innocua e retorica parata, volta più a rassicurare gli iscritti e i sostenitori dei sindacati di base, per dimostrare loro che una presenza sindacale esiste al di fuori dei sindacati confederali. Sarebbe un’occasione persa se il giorno dopo si ritornasse alla stanca routine, fatta di lamentele e imprecazioni contro governo, padroni e sindacati confederali e niente altro.
Far sì che il 18 ottobre sia l'inizio di una ribellione operaia e di massa
No! Il 18 ottobre deve essere il momento in cui dare inizio a quel processo che dovrebbe portare a una vera, generale e permanente mobilitazione dei lavoratori per sconfiggere le politiche di austerità che fin qui hanno dovuto subire: politiche che dal 2014 subiranno una ulteriore accelerazione dato che col nuovo anno, e per almeno un ventennio, si dovranno varare manovre di decine di miliardi di euro per tentare di ridurre l’enorme massa del debito pubblico italiano.
Ma cosa fare, nel concreto, perché la necessaria rivolta sociale non rimanga solo un auspicio condivisibile ma con nessuna possibilità di concretizzarsi?
Prima di tutto occorre essere consapevoli che siamo in guerra, una guerra in cui la borghesia è oggi all'offensiva contro le masse ma in cui i rapporti di forza si possono rovesciare: anzi, si devono rovesciare pena altrimenti un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita per milioni di persone.
Non ci si deve illudere che da parte del governo ci possa essere una qualsiasi forma di attenzione alle rivendicazioni del mondo del lavoro. Tutti gli esecutivi che negli anni si sono succeduti hanno avuto come solo e unico fine quello di garantire alla grande borghesia nazionale il mantenimento dei suoi livelli di profitto.
Allo stesso tempo bisogna prendere atto che la pace sociale che oggi vige in Italia non potrà durare a lungo, nonostante gli sforzi delle burocrazie, e prime incrinature già si vedono.
Anche nel corso dell'ultima fase abbiamo avuto importanti lotte che hanno dimostrato il coraggio e l’abnegazione dei lavoratori che, a differenza di quanto ci vogliono far credere, sono ben lungi dall’essere rassegnati. La più importante di queste recenti lotte è stata senza ombra di dubbio quella dei lavoratori della logistica. Una lotta che, pur riguardando uno dei settori più sfruttati e ricattabili del proletariato, i lavoratori immigrati delle cooperative, ha dimostrato come è possibile non solo lottare ma anche vincere.
Quella lotta dimostra che anche semplici reparti di avanguardia di lavoratori in lotta possono creare danni enormi al sistema e, soprattutto, possono col loro esempio incoraggiare altri lavoratori a lottare. I padroni lo hanno capito, per questo utilizzano contro questa lotta tutti i mezzi repressivi di cui dispongono: dalle cariche della polizia contro gli scioperanti, ai fogli di via contro dirigenti sindacali, ai licenziamenti di massa.
Questa lotta coraggiosa ha anche posto in evidenza l'urgenza di un percorso di unificazione, su basi classiste, del sindacalismo di base: un percorso che porti a superare quel conservatorismo organizzativo e quel settarismo che, ad esempio, ha portato Cub e Usb a non unirsi a questa lotta solo perché è diretta da un'altra sigla (il Si.Cobas).
Il Partito di Alternativa comunista, sia con la sua azione politica, sia partecipando alla costruzione del coordinamento No Austerity, si pone l’obiettivo di favorire l'unificazione delle lotte in corso, per estenderle e creare quella mobilitazione generale dei lavoratori che in Italia, come in altri Paesi in queste settimane, possa opporsi e far fallire le politiche di austerità che stanno impoverendo milioni di persone.
Guardando alle imponenti mobilitazioni di queste settimane in Brasile contro il governo (di centrosinistra) di Dilma, ricordando che ancora fino a qualche mese fa in Brasile come in Italia le burocrazie sindacali riuscivano ad imporre la "pace sociale", facendo tesoro dell'esperienza sindacale della Csp Conlutas che sta riuscendo a rompere la cappa imposta dalle burocrazie, guardando con attenzione al ruolo fondamentale che stanno svolgendo in Conlutas e in queste lotte i rivoluzionari raccolti nel Pstu, sezione brasiliana della Lit-Quarta Internazionale, possiamo affermare con forza che è venuta l'ora anche nel nostro Paese di fare come in Brasile!

Artisti per l'acqua pubblica a Los Angeles!!!

Los Angeles Water Campaign


Nel centenario del completamento del primo acquedotto di Los Angeles (5 novembre 1913), è cominciata sul tema una campagna di artisti e attivisti della California del Sud.
Dal 15 ottobre fino al 5 novembre, una marcia di 100 muli si svolgerà per oltre 350 km dalla Owens Valley a Los Angeles lungo il percorso dell'acquedotto. 

ACQUA BENE COMUNE OVUNQUE NEL MONDO!!!

November 5, 2013 is One Hundred years since the opening of the LA Aqueduct. Aurora is learning about the history of the LA Aqueduct from Peppe the Mule, Santa Ana Grand Central Art Center, October 5, 2013

Nube inceneritore Marangoni

RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO -
DELEGAZIONE CODICI DI ANAGNI


«L’ennesima fuoriuscita di fumo, molto più grave del solito», così Letizia Roccasecca e Domenico De Carolis, Codici Anagni. «Abbiamo chiamato il Comando dei Carabinieri di Anagni che, dopo essere giunto sul posto, ha fatto intervenire l’ARPA. Non è possibile continuare così. Quasi ogni notte i residenti avvertono cattivi odori provenire dall’inceneritore di pneumatici».

Dalla Rete per la Tutela della Valle del Sacco rilanciano il coordinatore provinciale Francesco Bearzi e il presidente Alberto Valleriani: «Un incidente probabilmente grave, in una situazione paradossale. L’impianto produttivo chiude e rimane in attività una fonte inquinante di prima grandezza, l’inceneritore di pneumatici, con esiti storici e attuali sotto gli occhi di tutti. Un inceneritore che, è bene ricordarlo, al contrario di quelli di Colleferro non garantisce la pubblicazione dei dati delle emissioni in continuo. La situazione è intollerabile. Ci auguriamo che l’impianto produttivo possa riprendere l’attività, ma la crisi occupazionale non induca la politica a concepire una sorta di “delega in bianco” all’incenerimento o magari la riesumazione del tecnicamente insostenibile progetto di incenerimento del “car fluff”».

martedì 15 ottobre 2013

Italia: Paese di santi poeti e....AVIATORI

Luciano Granieri

Italia, paese di poeti santi e navigatori. Oddio di navigatori!   Viste le infauste sorti del capitano Schettino non direi. I poeti esistono,   anche se categoria in via di estinzione. Si sa con la cultura non si manga. Di santi è pieno il calendario.  Forse il detto andrebbe riformulato come segue: Italia, paese di poeti squattrinati, santi e….aviatori!!!  

Signori è fuori di dubbio,  l’Italia è un  paese di aviatori. Infatti  chi  ha preso l’aereo ha pagato il biglietto, ma    anche chi l’aeroporto l’ha visto solo in cartolina,  ha  dovuto pagare  dal 2008 ad oggi qualcosa come 11 miliardi di euro per mantenere in quota gli airbus dell’Alitalia. Un popolo che spende così tanto per far volare gli aerei senza neanche salirci sopra è un popolo di aviatori  ad honorem.  

Ma che fine hanno fatto i nostri 11 miliardi di euro?  E’ presto detto.  Nel 2008 Alitalia era, come oggi, sull’orlo del fallimento. Per salvare baracca e burattini, Silvio Berlusconi  pensò bene di regalare il giocattolo ad alcuni imprenditori amici suoi, capitani d’industria coraggiosi e manovrieri, sempre pronti a dare una mano quando serve e sempre in attesa della giusta contropartita.     A celebrare l’operazione la solita sapiente regia delle banche. Il tutto con finalità patriottiche perché bisognava limitare la partecipazione azionaria degli odiati francesi di Air France al 25% .  Questi ultimi infatti erano disposti a tirare fuori bei soldini per acquisire  l’intero pacchetto azionario  della disastrata compagnia italiana. 

La lista della spesa comincia subito con sei o sette miliardi tirati fuori dai contribuenti aviatori per ripulire Alitalia dai debiti.  Un cadeau  per gli amici deve rimanere prezioso e immacolato come una mammoletta, mica può essere una sòla. Aggiungiamo poi un altro miliardo e duecento milioni necessario per mettere in moto tutto il baraccone e il mancato introito di 3 miliardi che si sarebbe realizzato se la compagnia fosse stata acquistata allora da Air France. 

Oggi dopo cinque anni siamo da capo a dodici.  La nostra compagnia non ha neanche  la benzina per far volare gli apparecchi e si profila l’intervento delle poste. Un ente del tesoro, quindi pubblico,  guidato da un manager che capisce di aerei come io capisco di bosoni.  

Ma gli aviatori più indefessi risiedono in Ciociaria. Noi  Ciociari,  abitanti di una salubre terra allietata da profluvi di PM10, diossine,  inquinanti di varia natura, oltre che contribuire  con le nostre tasse agli 11 miliardi testè  citati, abbiamo sborsato altri  8  milioni  circa, per costruire un aeroporto in un territorio  in crisi d’astinenza da kerosene.  

6 milioni sono serviti per tenere in piedi la società Aeroporto di Frosinone incaricata di eseguire il progetto e l’opera,  altri 2 milioni e otto  sborsati attraverso la regione guidata all’ora dalla famelica Polverini.  Molti di noi disfattisti, contrari al progresso, non aviatori e neanche avicoli ( nel senso di polli da spennare) avevamo capito che il progetto era improponibile, per anni lo abbiamo gridato e alla fine abbiamo avuto ragione. 
Aeroporti di Frosinone si scioglie ma la passione  all’aviazione rimane. Sborsare quasi 9  milioni di euro solo per disegnare un aeroporto che non verrà mai realizzato  è segno di grande attaccamento alla causa aviatoria.

Qualcuno potrà chiedere: era necessario spendere   tanti soldi inutilmente?    Qui la passione per il volo non c’entra . Bastava capire le vere finalità delle operazioni relative al salvataggio di Alitalia e alla costruzione dell’aeroporto a Frosinone. 

In relazione alla compagnia di bandiera lo scopo principale non era far volare gli aerei, ma consentire a Riva ,per esempio,  di spuntare, in cambio del  favore propagandistico fatto a Berlusconi con il suo  ingresso in Alitalia,   delle autorizzazioni integrate ambientali favorevoli per le sue fabbriche di morte a Taranto, oppure permettere a  Benetton in cambio del suo impegno,  una mega speculazione fondiaria  sui suoi terreni di Maccarese da lui acquistati per un piatto di  lenticchie,    trasformati  da agricoli   ad uso industriale per essere venduti,  con il realizzo di enormi profitti,  a se stesso come  co-gestore  di Aeroporti di Roma, e quindi utilizzati  per realizzare il raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino dove potessero atterrare gli aerei  di sua proprietà come azionista di Alitalia. 

Oppure permettere a Toto  di salvare la sua indebitata compagnia Airone attraverso la concessione di altri      fidi per consentirne l’ingresso in Alitalia. E’ curiosa questa operazione, una banca che fino a ieri reclamava ingenti crediti da una azienda, di punto in bianco dismette la sua  intransigenza e addirittura concede ulteriori prestiti a questa stessa azienda per  farla entrare in una nuova compagnia .  Che c’è di strano tanto si sa che quando le banche vanno in sofferenza ci pensa il cittadino qualunque, novello pantalone proletario a pagare.  

Per tornare alla società Aeroporto di Frosinone invece , la sua vera finalità non era quella di costruire il terzo scalo del Lazio in Ciociaria, ma diventare un lussuoso e remunerativo armonizzatore sociale per manager e amministratori pubblici rimasti senza poltrona,  oppure fonte   di entrata integrativa per politici locali affamati di soldi pubblici.  In conclusione a seguito di queste ruberie che hanno a dir poco adirato i cittadini va riformulato ancora una vota  il detto "Italia, paese di santi poeti e navigatori". La nuova massima è:  L’Italia è un paese di santi bestemmiati, poeti squattrinati  e…..AVIATORI.

Il pacco Alitalia

Vincenzo Comito. fonte: http://www.sbilanciamoci.info/

Le sinergie tra le Poste e l’Alitalia sono praticamente inesistenti. L’unica soluzione sarebbe quella di una partecipazione rilevante dello stato per salvaguardare alcuni interessi nazionali, il mondo del lavoro in primis, e l'ingresso di partner esteri che portino con loro esperienze organizzative e risorse finanziarie che a noi ormai mancano

Cerchiamo di fare il punto per grosse linee su una vicenda che si trascina da tanto tempo e che non ha ancora trovato una sua sistemazione adeguata. Intanto le difficoltà dell’Alitalia non sono soltanto recenti. La cosiddetta compagnia di bandiera (forse il nome è in fondo indovinato, perché in piccolo essa rappresenta bene una parte consistente dei mali italiani) è male gestita, inquinata dal pesante intervento politico quotidiano nei suoi affari, prona qua e là alla corruzione e al nepotismo, organizzativamente confusa, gestita in modo approssimato e questo da molte decine di anni.
I suoi mali venivano, almeno sino ad un certo punto, leniti dall’esistenza di un pratico monopolio su di una parte consistente delle tratte previste, in particolare in Italia, ciò che permetteva anche di tenere alte le tariffe e di contribuire, comunque più male che bene, a far quadrare i conti annuali.
Questo modello entra però progressivamente in crisi con la deregulation della fine degli anni 90, il conseguente accentuarsi della concorrenza sul mercato e la caduta del sistema delle partecipazioni statali, nonché forse anche con l’indebolimento dei partiti. I vecchi interessi riescono ad un certo punto ancora a bloccare la fusione con Klm, ma poi la situazione precipita;
Si arriva così al fatidico 2008. Di fronte alla minaccia del fallimento o dell’acquisizione della società da parte di Air France, interviene Berlusconi, che spinge invece demagogicamente per una soluzione italiana, che poi si rivelerà in realtà all’italiana. Si vara una nuova compagine azionaria, con l’intervento nel capitale di una serie di imprenditori che avevano qualche interesse “laterale” nella vicenda, mentre Air France si riserva il 25% del capitale, tenendo quindi un piede nella società, ottenendo inoltre un diritto di veto nelle decisioni importanti. Con il geniale supporto del banchiere di sistema Corrado Passera, si disegna una nuova strategia e si trova anche l’appoggio delle banche per sostenere il progett.
Naturalmente tutti i debiti e i problemi della compagnia vengono scaricati sui contribuenti, con un danno complessivo il cui ammontare esatto è difficile da calcolare ma che è stimabile, a leggere i giornali, tra i 6 e i 7 miliardi di euro. Ma se aggiungiamo a tale somma 1,2 miliardi persi dalla compagnia dall’avvio del piano Berlusconi-Passera ad oggi e i circa 3 miliardi che nella sostanza Air France era disponibile a versare per prendere il controllo della compagnia, il danno si fa ancora più rilevante.
Presto si rivelano la debolezza e gli errori del piano strategico. Si taglia selvaggiamente sulle rotte estere e in particolare su quelle a lungo raggio, che sono invece quelle nelle quali il mercato cresce di più, a fronte di una minore concorrenza e in particolare dell’assenza degli operatori low-cost. Si puntano gran parte delle carte sull’Italia, mantenendo prezzi alti per i biglietti e sperando così di quadrare i conti.
Ma il mercato interno vede il perfettamente prevedibile arrivo dell’alta velocità ferroviaria e delle compagnie low-cost, che conquistano quote crescenti di mercato, mentre obbligano la società ad abbassare i prezzi. Così il fatturato della compagnia non decolla e i conti economici e finanziari ne soffrono fortemente. L’Alitalia è nel 2013 di nuovo sull’orlo del fallimento, con perdite crescenti.
Naturalmente, as usual, mentre i politici di destra e di sinistra sfruttano l’ennesima occasione per andare sui giornali raccontando la prima cosa che capita, pur di farsi sentire, il governo cerca affannosamente di intervenire all’ultimo momento, appena pochi giorni prima che manchi il carburante. Alla ricerca disperata di qualche donatore di sangue, trova intanto le solite banche sempre pronte a dare i soldi a chi non li merita, mentre bussa alle porte di Cassa Depositi e Prestiti, di Fintecna, di Ferrovie dello Stato, di Poste Italiane. Finalmente quest’ultima accetta di entrare nel gioco con 75 milioni di euro. Mettendo insieme le banche volenterose, le poste e qualche altro socio minore, per il momento e per qualche mese i conti sembrano quadrare, almeno sul piano finanziario; si aumenta il capitale di 300 milioni e si ottiene un prestito di 200. Invece manca del tutto un credibile piano strategico.
L’intervento di Poste Italiane ha qualcosa di grottesco. Una delle giustificazioni per tale intervento è quella che l’ente ha una piccola compagnia aerea che potrebbe diventare l’impresa low-cost di Alitalia. Ma la società è davvero minuscola e comunque anch’essa perde dei soldi. Le sinergie tra le Poste e l’Alitalia sono praticamente inesistenti. Intanto l’amministratore delegato delle stesse Poste fa delle dichiarazioni alla stampa da cui traspare, se le sue parole sono state riportate correttamente, una sua forse difficile familiarità con i bilanci e con la finanza. Peraltro era quasi impossibile che la stessa persona dicesse di no al governo, dal momento che il suo incarico, rinnovabile, scade a marzo del 2014 (potrebbe anche essere inviato a fare l’amministratore delegato di Alitalia);
Sempre il boss delle Poste starebbe preparando, dall’alto della sua esperienza nel settore, un nuovo piano strategico, il quarto in quattro anni per la società. Il cielo ci salvi. Speriamo almeno che esso non miri soprattutto a salvare i soldi degli attuali azionisti e delle banche “di sistema”, che, per i begli occhi di Berlusconi, hanno messo nel gioco sino ad oggi più o meno un miliardo. Per le piccole imprese nostrane, tra il 2008 e oggi, il credito si è contratto del 21%. Intanto l’abile manager sta volando verso Parigi (su di un aereo Alitalia?) per incontrare i vertici di Air France.
Altrettanto grottesco appare l’intervento sui giornali del presidente della Confidustria, Squinzi, che si dichiara perplesso del fatto che l’Alitalia cada in mani pubbliche. Ma perché lo stesso Squinzi non mette allora insieme una cordata credibile di imprenditori nazionali che si facciano avanti? Nessuno, credo, sbarrerebbe loro la strada.
La compagnia di giro messa in piedi dal governo non può comunque risolvere i problemi strutturali della società. Il sistema finanziario, imprenditoriale, politico, nazionale non è capace o non ha le risorse per mettere durevolmente sulla buona strada l’impresa. Bisogna trovare un partner estero stabile che assicuri un qualche futuro alla compagnia. Air France, sulla base dei dati disponibili, al momento appare l’unica in grado di farlo. Ma la società, alle prese con dei guai in patria, anche se minori di quelli dell’Alitalia, è spinta ad intervenire da noi con molta prudenza (ha già perso 322 milioni nella partita) e, comunque, con l’unica motivazione che riguarda la conquista di una fetta rilevante del mercato italiano, che altrimenti sarebbe preda dei suoi concorrenti, siano essi Lufthansa o le compagnie low-cost.
Ma per farlo pone delle dure condizioni. Essa chiede, oltre ad una ristrutturazione del debito (leggi, un suo taglio sostanziale), il ridimensionamento dell’occupazione, nonché la riduzione del numero degli aerei. Essa, inoltre, appare restia ad accettare alcune condizioni apparentemente poste dal nostro improbabile governo, quali il mantenimento di Fiumicino come hub e la pari dignità di trattamento di Alitalia con Air France e Klm. Speriamo che una soluzione comunque si trovi perché non sembrano esisterne altre. La società franco-olandese non ha ancora comunicato se essa aderirà, ed eventualmente per quanto, all’aumento di capitale deliberato dall’assemblea della compagnia romana. Ci sarebbe forse, in alternativa o in via complementare a quella della compagnia francese, la prospettiva dell’intervento di una compagnia araba, ma la questione appare avvolta nelle nebbie.
Ma l’ottimo sindacalista Bonanni non vuole i cattivi francesi, che vorrebbero porre –inaudito!- delle condizioni al loro ingresso e dice che bisogna pensare ad altri interlocutori (ci dica lui quali; nel frattempo Lufthansa ha detto di non essere interessata); e anche il ministro Lupo, a suo tempo entusiasta della brillante soluzione Berlusconi-Passera, fa la faccia feroce con i transalpini. Lasciamo fare questi nostri connazionali e piloteremo la società verso un nuovo e rapido fallimento. Lo stesso obiettivo sembrerebbe avere più direttamente in mente la Iag, sigla che mette insieme British Airways, Iberia, Vuelig e che ha fatto ricorso alla Unione Europea contro l’ingresso di Poste Italiane nel capitale di Alitalia, considerandolo un aiuto di stato.
Il caso Alitalia pone peraltro un problema più generale al nostro paese. Nell’ultimo periodo sono venute a galla una serie di difficoltà di diverse imprese nazionali grandi e medio-grandi. Si va dalla Indesit, all’Ilva, alla Telecom, a molte attività del gruppo Finmeccanica.
In tutti questi casi appare evidente che il sistema nazionale preso nel suo complesso (politica, economia, finanza) non abbia più in se da solo la possibilità e la capacità di mettere in sicurezza il futuro di tali imprese. L’unica soluzione che vediamo possibile, al di là delle sfuriate demagogiche di Squinzi e soci, è quella di una presa di partecipazione rilevante dello stato o di strutture pubbliche e parapubbliche, presa di partecipazione che serva a salvaguardare alcuni interessi nazionali, in primis quelli del mondo del lavoro; e per il resto si aprano colloqui con dei possibili partner esteri, europei o asiatici non importa, che portino con loro mercati, esperienza organizzative, risorse finanziarie, che a noi ormai mancano.
Al di fuori di questa, nulla salus, almeno crediamo.