Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 5 novembre 2013

Fuori i ricchi dalle galere

Luciano Granieri


“Una persona abituata ai privilegi e agli agi è particolarmente inadatta a sostenere l’esperienza carceraria. Giulia Ligresti soffriva di un disturbo di adattamento, che è un evento stressante in modo più evidente per chi sia alla prima detenzione e in particolar modo per chi sia abituato a una vita particolarmente agiata, nella quale abbia avuto poche possibilità di formarsi  in situazioni che possano, anche lontanamente, preparare alla condizione di restrizione della libertà e promiscuità correlata alla carcerazione”  Ciò è quanto riporta la perizia medica sulle basi della quale il tribunale di Torino ha deliberato la scarcerazione di Giulia Ligresti. 

Non molti hanno colto questo aspetto che secondo me è molto più grave della bagarre che si sta scatenando  per  le telefonate del ministro Cancellieri alle autorità penitenziarie per perorare la causa dell’amica Ligresti. Si continua a valutare la vicenda come uno dei tanti fatti alla base del quale c’è l’amico dell’amico da aiutare, oppure la classica situazione in cui uno dei tanti santi in paradiso che alcune privilegiate famiglie possono coinvolgere,  arriva in aiuto.  

Trovo invece insopportabile che, attraverso  un giudizio, inevitabilmente   destinato a fare giurisprudenza,  si sancisca  la maggiore e particolare attenzione dovuta dalle istituzioni carcerarie  alle paturnie dei ricchi che inavvertitamente dovessero essere arrestati.  I poveri cristi che invece non vengono da una vita agiata, dovrebbero essere agevolati da un maggior grado  di adattabilità alla durezza del carcere,  e dunque che non si lamentino.  

Se si suicidano, la detenzione non c’entra, la depressione deriva da tutt’altri fattori. Questo è quanto  stabilisce  il dispositivo messo in atto dal tribunale di Torino per scarcerare la Ligresti. E’ l’ennesimo e forse uno dei più gravi sintomi del fatto che la lotta di classe l’hanno vinta loro. 

Se sei precario nella vita, perché disoccupato, impoverito dai rovesci che la tirannia del mercato ti impone,  sei precario in carcere.  Così come se sei un numero ammassato nei pronto soccorso  in caso di malattia, o nella lista degli uffici per l’impiego, così sei un numero in carcere. 

 Al contrario l’appartenere ad un ceto privilegiato,  non importa quale sia l’origine della propria ricchezza, consente di  esercitare il proprio status anche in galera, dalla quale si riesce ad uscire con estrema facilità  e anzi spesso neanche vi si mette piede, anche in presenza dei reati più gravi. La telefonata salvifica, dunque non è più necessaria. Da oggi in poi, nessun presidente o ministro avrà  la necessità di farsi sentire per assicurare un privilegio che la decisione del Tribunale di Torino sulla scarcerazione di Giulia Ligresti, stabilisce  per legge.

BIOCIDIO TOUR: dal Lazio alla Campania

Coordinamento Valle del Sacco. 

Il 9 Novembre una delegazione internazionale composta da accademici, giornalisti, attivisti e ricercatori sarà a Colleferro per conoscere la storia del nostro territorio, un esempio di ingiustizia ambientale, un Biocidio nel Lazio. 

L’Associazione A Sud e il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali organizza il Biocidio Tour, nell’ambito della settimana di attività del progetto europeo EJOLT (Environmental Justice Organisations, Lialibities and Trade) che coinvolgerà attivisti ed esperti di conflitti ambientali provenienti dall’America Latina, dall’Africa, dall’India e da vari paesi europei per visitare i territori emblema di ingiustizia ambientale in Lazio e in Campania.
La delegazione composta da giuristi, accademici, epidemiologici, economisti e attivisti di tutto il mondo sarà in Italia dal 9 al 15 novembre per conoscere ed entrare in contatto con le organizzazioni sociali che lavorano sui conflitti ambientali dando visibilità alle lotte locali e mirando alla costruzione di strumenti utili alle comunità impegnate a salvaguardare l’ambiente e il diritto alla salute.

Perché un Biocido Tour:
Scegliere di installare impianti produttivi, estrattivi o di smaltimento contaminanti su un determinato territorio senza preventivamente valutarne le conseguenze su ambiente e cittadini significa decidere scientemente che quelle comunità sono “sacrificabili” a una malintesa idea di sviluppo.
In Campania è nata un’ampia coalizione popolare per fermare la sistematica violazione del diritto alla salute attraverso l’avvelenamento del territorio e della popolazione, un vero Biocidio che ha trasformato la Campania felix nella Terra dei Fuochi, un immenso territorio tra Napoli e Caserta devastato da un modello di smaltimento dei rifiuti tra discariche, inceneritori, sversamenti illegali di rifiuti tossici e industriali.
Situazione analoga anche nel Lazio dove si contano numerosi siti contaminati per la presenza di stabilimenti industriali o impianti per lo smaltimento dei rifiuti.

LA VALLE GALERIA E LA VALLE DEL SACCO, BIOCIDIO NEL LAZIO
Il 9 novembre la carovana partirà da Roma e visiterà la Valle Galeria, zona a nord di Roma dove si trova la discarica di Malagrotta, sito di stoccaggio dei rifiuti più grande d’Europa, chiusa alla fine del settembre scorso dopo 17 anni di proroghe.Il sito ha un’estensione superiore ai 240 ettari e riceveva ogni giorno tra le 4500 e le 5000 tonnellate di rifiuti, producendo circa 330 tonnellate di scarti e fanghi all’anno. La zona di Malagrotta, che è soltanto una parte della Valle Galeria, comprende i quartieri di Massimina, Santa Cecilia, Spallette e San Cosimato, e rappresenta probabilmente l’area di Roma in cui si concentra il maggior numero di impianti industriali ad alto impatto ambientale.
La delegazione si sposterà a Colleferro dove le associazioni e i cittadini riuniti nel Coordinamento Valle del Sacco illustreranno la storia e le criticità della zona, spiegando l’ origine dell’inquinamento e i danni ambientali provocati dalla gestione scellerata e irresponsabile del territorio.
Dall’avvelenamento del Fiume Sacco fino all’installazione degli impianti di smaltimento rifiuti, la delegazione visiterà i luoghi simbolo presenti a Colleferro per conoscere dettagliatamente la situazione in cui è costretta a vivere la popolazione.

10 NOVEMBRE NAPOLI E LA TERRA DEI FUOCHI
La carovana conoscerà la drammatica situazione della terra dei fuochi tra la provincia di Napoli e Caserta, una delle zone in Italia in cui le conseguenze dell’esposizione di territori e comunità a agenti inquinanti dovuti prevalentemente alla gestione dei rifiuti sono maggiormente drammatiche.
La delegazione visiterà alcune delle zone caratterizzate dalla presenza di inceneritori, discariche, siti di stoccaggio di ecoballe, sversamenti e smaltimento illegale di rifiuti e incontrerà i comitati locali della zona.
In queste due giornate le personalità internazionali e la stampa avranno l’opportunità di conoscere le conseguenze ambientali, sociali, sanitarie ed economiche della mala gestione del territorio, creando così un momento di divulgazione tra esperti e attivisti locali per trovare soluzioni e percorsi efficaci da intraprendere per non violare il diritto alla salute.

Ringraziamenti

La Consulta dell'Ambiente 
di Piedimonte S.Germano    


La Consulta dell'Ambiente di Piedimonte San Germano, nella vicenda dell' "impianto di gestione e trattamento di rifiuti pericolosi e non pericolosi in località Tartari o Casa Iacone – Villa Santa Lucia (FR)" ci tiene a ringraziare in modo particolare l'Avvocato Martini Giuseppe (Ass. "Gruppo Attivo Cassino") per averla inserita nel procedimento di opposizione per la sospensiva al Tar del Lazio, nonostante la non legittimazione. 
Una prima battaglia vinta - scrivono i membri della Consulta - da condividere con il Gruppo Attivo Cassino, insieme nella deposizione delle osservazioni al Tar. Ma risulta, invece, ancora aperta la questione che si presta ad essere non priva di colpi di scena, come si evince dal nuovo progetto rivisitato dalla società emiliana riguardante l'installazione di "impianti fotovoltaici".
La Consulta continuerà, quindi, a rimanere aggiornata e vigile sulla vicenda.

domenica 3 novembre 2013

Come la crescita economica è diventata nemica della vita

 Vandana Shiva  fonte:http://znetitaly.altervista.org/




La crescita illimitata è il sogno degli economisti, degli uomini d’affari e dei politici. E’ considerata una misura del progresso. In conseguenza il prodotto interno lordo (PIL), inteso come misura della ricchezza delle nazioni, è emerso come sia la cifra più potente sia il concetto dominante del nostro tempo. Tuttavia la crescita economica cela la povertà che essa crea attraverso la distruzione della natura che a sua volta conduce a comunità prive della capacità di provvedere a sé stesse.
Il concetto di crescita è stato proposto come misura di mobilitazione di risorse durante la seconda guerra mondiale. Il PIL è basato sulla creazione di confine artificiale e fittizio, presupponendo che se si produce ciò che si consuma, non si produce. In effetti la “crescita” misura la conversione della natura in denaro e dei beni comuni in merci.
Così i meravigliosi cicli naturali di rinnovamento dell’acqua e delle sostanze nutritive sono definiti non-produzione. I contadini del mondo, che forniscono il 72% del cibo, non producono; le donne che allevano o compiono la maggior parte dei lavori di casa non rientrano nel paradigma della crescita neppure loro. Una foresta vivente non contribuisce alla crescita, ma quando gli alberi sono abbattuti e venduti come legname, allora abbiamo crescita. Le società e le comunità sane non contribuiscono alla crescita, ma la malattia crea crescita attraverso, ad esempio, la vendita di medicinali brevettati.
L’acqua disponibile come bene comune condivisa liberamente e protetta da tutti provvede a tutti. Tuttavia non crea crescita. Ma quando la Coca Cola crea un impianto, estrae l’acqua e riempie di essa bottiglie di plastica, l’economia cresce. Ma tale crescita è basata sulla creazione di povertà, sia nella natura sia nelle comunità locali. L’acqua estratta oltre la capacità della natura di rinnovamento e rifornitura crea una carestia d’acqua. Le donne sono costrette a percorrere distanze più lunghe in cerca di acqua potabile. Nel villaggio di Plachimada, nel Kerala, quando la distanza da percorrere per l’acqua è diventata di dieci chilometri, la donna tribale locale Mayilamma si è detta che quando è troppo è troppo. Non possiamo camminare oltre; l’impianto della Coca Cola va chiuso. Il movimento che le donne hanno avviato ha portato alla fine alla chiusura dell’impianto.
In modo simile, l’evoluzione ci ha donato i semi. I contadini li hanno selezionati, coltivati e diversificati; sono la base della produzione del cibo. Un seme che si rinnova e si moltiplica produce semi per la stagione successiva e cibo. Tuttavia i semi coltivati e accantonati dai coltivatori non sono considerati un contributo alla crescita. Creano e rinnovano la vita, ma non producono profitti. La crescita comincia quando i semi sono modificati, brevettati e messi geneticamente sotto chiave, facendo sì che i coltivatori siano costretti a comprarne altri ogni stagione.
La natura è impoverita, la biodiversità è erosa e una risorsa pubblica e gratuita è trasformata in una merce brevettata. Acquistare semi ogni anno è una ricetta per l’indebitamento per i contadini poveri dell’India. E da quanto sono stati creati i monopoli dei semi, il debito dei contadini è aumentato. Dal 1995 più di 270.000 contadini, imprigionati nella trappola del debito in India, si sono suicidati.
La povertà è anche ulteriormente diffusa quando sono privatizzati sistemi pubblici. La privatizzazione dell’acqua, dell’elettricità, della salute e dell’istruzione genera crescita economica attraverso i profitti. Ma genera anche povertà costringendo la gente a spendere grandi quantità di soldi per qualcosa che era disponibile a costi accessibili come bene comune. Quando ogni aspetto della vita è commercializzato e mercificato, vivere diventa più costoso, e la gente diventa più povera.   
Sia l’ecologia sia l’economia sono nate dalle stesse radici: “oikos”, il termine greco per ‘famiglia’. Fintanto che l’economia è stata focalizzata sulla famiglia, ha riconosciuto e rispettato le sue basi nelle risorse naturali e nei limiti del rinnovamento ecologico. L’economia basata sulla famiglia era anche incentrata sulle donne. Oggi l’economia è separata e opposta sia ai processi ecologici sia ai bisogni fondamentali. Anche se la distruzione della natura è stata giustificata con la motivazione di creare crescita, sono aumentate la povertà e gli espropri. Oltre a essere insostenibile, è anche economicamente ingiusta.
Il modello dominante di sviluppo economico è diventato, in realtà, nemico della vita. Quando le economie sono misurate solo in termini di flussi di denaro, i ricchi diventano più ricchi e i poveri diventano più poveri. E i ricchi possono essere ricchi in termini monetari, ma anche loro sono poveri nel più ampio contesto di ciò che significa essere umani.
Nel frattempo le esigenze dell’attuale modello economico stanno portando a guerre per le risorse, guerre per il petrolio, guerre per l’acqua, guerre per il cibo. Ci sono tre livelli di violenza coinvolti nello sviluppo non sostenibile. Il primo è la violenza contro la terra, che si esprime come crisi ecologica. Il secondo è la violenza contro le persone, che si esprime nella povertà, indigenza e nella cacciata dai propri luoghi. Il terzo è la violenza della guerra e dei conflitti, con i potenti che allungano le mani sulle risorse che si trovano in altre comunità e paesi per soddisfare i loro appetiti illimitati.
L’aumento dei flussi monetari attraverso il PIL è divenuto scollegato dal valore reale, ma quelli che accumulano risorse finanziarie possono poi rivendicare interessi sulle risorse reali della gente, sulla sua terra e sulla sua acqua, sulle sue foreste e sui suoi semi. Questa sete li induce a predare l’ultima goccia d’acqua e l’ultimo palmo di terra del pianeta. Questa non è la fine della povertà. E’ la fine dei diritti umani e della giustizia.
Gli economisti vincitori del premio Nobel, Joseph Stiglitz e Amartya Sen, hanno ammesso che il PIL non coglie la condizione umana e hanno sollecitato la creazione di strumenti diversi per misurare il benessere delle nazioni. E’ per questo che paesi come il Bhutan hanno adottato, per calcolare il progresso, la felicità nazionale lorda in luogo del prodotto interno lordo. Dobbiamo creare misure che vadano oltre il PIL ed economie che vadano oltre il supermercato globale, per rinnovare la ricchezza reale. Dobbiamo ricordare che la moneta reale della vita è la vita stessa.


Il personaggio che appare nel video e che Vandana Shiva indica come personificazione dei problemi italiani è Davide Serra. Il  signore è  a capo di uno dei più spietati e ricchi  fondi di investimento mondiali: Il fondo Algebris. Chi non ha la memoria corta, ricorda Serra a fianco di Matteo Renzi in una cena di finanziamento per la campagna elettorale del sindaco di Firenze alle primarie precedenti le ultime elezioni politiche. Pecunia non olet ed infatti il buon Renzi non esitò un minuto a farsi finanziare da un principe della più virulenta speculazione finanziaria. Magari, questa piccola notazione potrà risultare utile a coloro i quali si accingono a votare per eleggere il prossimo segretario del Pd. Casino delle tessere permettendo.
Luciano Granieri.

Israele paga gli 'infiltrati' per andare via

Roberto Prinzi. fonte NenaNews

5.000 euro per lasciare il Paese, un centro di "accoglienza" e detenzione fino ad un anno e mezzo. Così Tel Aviv prova a risolvere il problema degli immigrati africani
Tel Aviv offrirà 5.000 dollari agli immigrati africani disposti a lasciare Israele di «propria volontà» e che prometteranno di non ritornarci più. È questa, in ordine di tempo, l'ultima proposta presentata dal ministero degli Interni al premier Netanyahu per risolvere la questione immigrazione.
Al momento la cifra pattuita, all'interno del programma (ironicamente) chiamato «ritorno volontario», è di 1.500 dollari per ciascuno migrante a cui si vanno ad aggiungere i costi del biglietto aereo per riportarlo nel suo Paese. L'aumento, nelle intenzioni dei ministeri degli Interni e del Tesoro, costituirebbe uno sprone per risolvere velocemente il "problema clandestini" nello Stato ebraico. Se realizzato non sarebbe però una novità. Pochi mesi fa, infatti, alcuni immigrati sudanesi ed eritrei avevano «accettato di ritornare a casa» in cambio di una cifra in denaro.
Il problema "infiltrati" (così una gran parte degli israeliani chiama i richiedenti asilo e i lavoratori immigrati) è stato al centro di una riunione speciale convocata due settimane fa in seguito all'annullamento dell'emendamento alla legge per vietare le «infiltrazioni» disposto dalla Corte Suprema israeliana quasi due mesi fa.
Sebbene la proposta di aumentare il compenso per chi decide di lasciare Israele sia stata subito accolta favorevolmente da Netanyahu, tuttavia è in queste ore ancora oggetto di discussione nei ministeri dell'Interno e del Tesoro. Secondo i dati dell'Autorità dell'Immigrazione e Popolazione della Commissione sui lavoratori stranieri della Knesset, alla fine di settembre erano presenti in Israele 53.636 immigrati africani. Dall'inizio del 2013 solo 38 persone sono entrate illegalmente dal confine con l'Egitto.

Il centro di detenzione «aperto»
Ma il possibile aumento del compenso da 1.500 dollari a 5.000 non è l'unica strategia messa in campo dal governo per risolvere il problema immigrazione. Quando due settimane fa le organizzazioni dei diritti umani si sono rivolte al Consigliere giudiziario del governo, Yehuda Wainshtein, affinché venisse applicata la sentenza della Corte Suprema, la risposta che hanno ricevuto non è stata molto positiva.
Se da un lato, infatti, la vice consigliera di Wainshtein Dina Zilber ha ribadito che novanta giorni è il termine massimo per la liberazione dei detenuti e ha rassicurato le organizzazioni per i diritti umani che «il rilascio si svolgerà in modo continuato e graduale nelle prossime settimane», dall'altro ha osservato come l'intenzione del governo sia quella di trasferire in un centro di permanenza «aperto» (al momento non ancora completato) gli immigrati i cui casi non sono stati ancora esaminati. In pratica si tratta si trasferire1.800 persone (detenute attualmente senza aver compiuto alcun reato) nel centro di Sadot in pieno deserto.
Secondo il piano, gli immigrati potranno lasciare il campo la mattina ma dovranno far ritorno la sera dove sono stati allestiti 300 container. Non sono ancora chiari i costi e come il campo potrà trasformarsi un «centro aperto». Così come non è stata fornita la data prevista per compiere i lavori di adeguamento all'impianto già esistente. L'unica cosa certa è che Tel Aviv ha investito finora 250 milioni di shekel per una struttura che dovrebbe "accogliere" 3.300 persone. Decisione, quella del campo aperto di Sadot, che ha scatenato le prime proteste. Il consiglio regionale di Ramat Negev è preoccupato delle migliaia di migranti in giro di mattina in pieno deserto. Malcontento è stato espresso anche dai lavoratori del Servizio Prigioni che, oltre ad apparire scettici sull'utilità del provvedimento, hanno affermato di non aver esperienza con i «centri aperti».
Non ancora completato, il centro di Sadot diventerà una vera e propria cittadina carceraria al confine con l'Egitto. E pensare che il progetto iniziale prevedeva di detenere fino a 11.000 persone, facendo guadagnare a Sadot il (poco ambito) appellativo di carcere più grande al mondo.

Combattere gli «infiltrati»
L'aumento della cifra stanziata per "risolvere" il problema immigrati, il campo «aperto» di Sadot e la diminuzione del reato di clandestinità da tre anni a un anno e mezzo sono le tre principali strade seguite dal governo Netanyahu per aggirare l'annullamento all'emendamento sulla legge "anti-infiltramento" stabilito dalla Corte Suprema israeliana quasi due mesi fa. La modifica che l'estrema destra provò ad inserire permetteva allo stato di detenere per tre anni (ma in alcuni casi anche a tempo indefinito) i richiedenti asilo e gli immigrati. La Corte Suprema giustificò la sua decisione parlando di «rispetto per la dignità umana e la libertà». Netanyahu scelse subito di dare battaglia: «nell'ottemperare alla sentenza della Corte Suprema» - disse il premier israeliano stizzito - «intendo trovare insieme al Ministro degli Interni e al consigliere giudiziario del governo un modo che ci permetta di continuare la nostra politica ferrea che ha frenato l'infiltrazione e ha respinto migliaia di infiltrati». Ma l'ottemperanza della sentenza è stata solo a parole. Pochi giorni fa, infatti, le associazioni dei diritti dell'uomo hanno accusato il governo di non aver liberato gli immigranti come imponeva la Corte Suprema. Secondo i dati dell'Autorità dell'Immigrazione e Popolazione soltanto 33 richiedenti asilo venivano rilasciati a un mese dalla sentenza. Un numero irrisorio se si considera che nelle carceri israeliane sono rinchiusi 1.800 immigrati. La mancata applicazione della decisione giudiziaria non può costituire del tutto una sorpresa se si considera che lo stesso presidente della Corte Suprema, Asher Grunis, ha avuto un atteggiamento contraddittorio perché sebbene abbia bocciato l'emendamento si è contemporaneamente mostrato favorevole alla detenzione degli "infiltrati" per periodi più brevi.
Una lotta senza quartiere quella contro i lavoratori immigrati e i richiedenti asilo in cui la maggior parte della società israeliana è, in misura maggiore o minore, complice. I corpi dei "sudanesi" e dei "kushim" (negri in ebraico) sono sacrificati per mantenere compatta una coalizione governativa di estrema destra che da mesi si mostra profondamente divisa sul processo di pace in corso con i palestinesi ed è sempre più vincolata dai ricatti di "Casa Ebraica" di Bennet, l'uomo dei coloni.
I corpi degli "infiltrati" sono venduti per strizzare l'occhio ad una ampia maggioranza di israeliani preoccupati che la presenza degli "stranieri" (e tra questi anche gli "arabi") possa modificare irreversibilmente la natura ebraica della stato sionista. I corpi dei "sudanesi" sono infine immolati per placare la rabbia dei cittadini di HaTikva e Shapira, quartieri meridionali di Tel Aviv che in più occasioni negli ultimi anni hanno dato vita a pogrom di stampo fascista. E dove la politica ufficiale fallisce, le istituzioni sono assenti, lo Stato si disinteressa dei territori periferici tranne poi ricordarsene in campagna elettorale, la più infausta soluzione operata dai poteri espressione della media-alta borghesia è sempre la stessa: alimentare la criminalizzazione del debole, incanalare la frustrazione del sottoproletariato contro chi è ancora più emarginato (e non di chi è causa della propria marginalizzazione), contro chi è ancora più vittima e "dannato della terra". Chissà se qualcuno a Tikva, a Shapira un giorno lo capirà.

sabato 2 novembre 2013

31 ottobre 2013: a Bari scende in piazza l'unione dei lavoratori in lotta!

Michele Rizzi – Coordinatore  Pdac Puglia

Foto clip a cura di Luciano Granieri
  


La tenace combattività dei lavoratori dell'Om carrelli, supportati ormai da due anni da AlternativaComunista, ha portato all'organizzazione di una bella, partecipata e combattiva manifestazione per le vie di Bari la sera di giovedì 31 ottobre.
Il capoluogo pugliese è stato invaso da circa 500 avanguardie operaie di lotta. C’erano, infatti, rappresentanti dei lavoratori di Natuzzi, llva, Bridgestone, Poste Italiane, Telecom, Graziano trasmissioni, Skf, Ecoleather, unite a collettivi studenteschi e universitari che hanno deciso di aderire e solidarizzare con la lotta dei lavoratori dell'Om carrelli.

Riprendiamoci le fabbriche!


Le parole d'ordine sono state: "Riprendiamoci le fabbriche, riprendiamoci il futuro" e "Uniamo le lotte dei lavoratori". E' necessario, infatti, lavorare per unire le lotte dei lavoratori, che sono quasi sempre frammentate e isolate, per cominciare ad indirizzarle verso una direzione di marcia conflittuale e antipadronale.
Alternativa comunista, assieme al Coordinamento delle lotte “No Austerity Puglia” e a collettivi universitari come “Atenei in rivolta” e “Rivoltiamo la precarietà”, ha supportato la manifestazione dei lavoratori Om, offrendo un apporto organizzativo come sta facendo, da tempo, anche all'interno del presidio Om, in questi mesi di lotta.
L'unione delle lotte delle fabbriche più rappresentative in Puglia è importante anche in ottica di rivendicazione della gestione operaia delle stesse, attraverso l'esproprio senza indennizzo.

I burocrati sindacali in casa, gli operai in piazza e alla lotta!

Il corteo, che ha attraversato tutto il centro cittadino di Bari, si è poi concluso in Piazza Prefettura dove si è tenuta un'assemblea all'aperto durante la quale sono intervenuti tutti i rappresentanti operai delle aziende che hanno aderito alla manifestazione, convergendo sulla necessità di unire le lotte.
Si è trattato della prima manifestazione per il diritto al lavoro (dopo 30 anni) totalmente organizzata dagli operai  (i burocrati dei sindacati confederali non hanno aderito, preferendo starsene in casa)
Alternativa comunista, unico partito che fin dall’inizio fa parte del Presidio di lotta Om e di diverse altre lotte citate, continuerà la sua attività per unificare le lotte operaie, contro i licenziamenti, contro le delocalizzazioni, contro le multinazionali, contro i capitalisti d’ogni dove, per riprenderci le fabbriche!


venerdì 1 novembre 2013

Ceccano e il bombardamento del 3 novembre '43

Angelino Loffredi. fonte http://www.unoetre.it/

da "Ceccano ricorda" - NOVEMBRE Siamo andati un po' avanti nel tempo con la descrizione degli episodi legati alla Resistenza; è opportuno, perciò tornare indietro per ragioni di chiarezza e riprendere la narrazione cronologica degli avvenimenti per riportare fatti importanti accaduti nella nostra provincia nel mese di novembre e nel periodo successivo'. La nostra popolazione, pur vedendo bombardare la città di Frosinone e pur éssendo ben informata delle distruzioni e del numero delle vittime, spera ancora che a Ceccano non venga riservata la stessa infausta sorte . Tra i cittadini ceccanesi c'è molta preoccupazione ed angoscia; tuttavia sfugge qualcosa in termini di consapevolezza: non si sa ancora ciò che la guerra si appresta concretamente a procurare. In tutta la sua storia millenaria, se escludiamo i morti del millenovecentodiciotto dovuti alla epidemia di «spagnola», Ceccano non ha conosciuto terremoti, non è stata mai distrutta né bruciata e non è stata mai schiacciata dal dominatore straniero. Proprio perché le nostre popolazioni hanno vissuto per secoli in pace e quindi non hanno mai assistito a ritorsioni, violenze o stragi umane, sono molti quelli che pensano, o meglio si illudono, in questo momento che i bombardamenti devono riguardare solo Frosinone in quanto città capoluogo di provincia. Anche per questo alcuni di quelli che da Ceccano hanno assistito come da una platea ai bombardamenti di Frosinone lo hanno fatto con animo quasi distaccato, immedesimandosi nella tragedia solo in parte. In settembre e ottobre, insomma, molti sono quelli che ancora sono convinti che Ceccano non costituisce un punto strategico da colpire non considerando che sul territorio esistono una fabbrica di munizioni, uno scalo ferroviario ed un ponte sul fiume Sacco. La vita seguita così a svolgersi in un modo tale che tutto ormai è considerato regolare pur nell'anormalità, nel senso cioè che, ad esempio, i prodotti di prima necessità si acquistano razionati nei negozi e dopo aver fatto interminabili code . Tutti vivono ancora in paese, nelle proprie case ed a contatto con quel che resta dei propri beni. Questo avviene fino al tre novembre. Questo giorno, infatti, segna un momento importantissimo nello sviluppo degli avvenimenti che stiamo'esaminando: dalla sofferenza della fame, dall'angoscia dell'incertezza che riguarda il futuro, si passa in un batter d'occhio, a toccare con mano la crudeltà e gli orrori della guerra. Due giorni prima c'era stato il bombardamento su Pontecorvo con la devastazione del cimitero e dell'ospedale: moltissimi furono i feriti rimasti senza soccorso e tanti i morti che rimasero senza sepoltura. Cadono le prime bombe Sono le 10,40 del 3 novembre l)43 quando sei caccia bombardieri fanno la loro comparsa sul nostro cielo. Il loro obiettivo è quello di colpire il ponte sul Sacco, ma per tre lunghissime ondate si accaniscono solo su una popolazione inerme ed impreparata. Il perimetro colpito dalle bombe è quello riguardante la Piazza e la zona di S. Pietro; è infatti, in questa parte di Ceccano che vengono distrutte molte case, gran parte delle quali erano situate a ridosso della chiesa, che al termine delle incursioni risulterà lesionata e pericolante. Un allucinante spettacolo si presenta alla vista dei primi soccorritori: case completamente rase al suolo, edifici sventrati, macerie fumanti e pareti mitragliate. Ma questa vista stranamente non sollecita nei presenti azioni di solidarietà, ma incute solo terrore e desiderio di fuga, come se improvvisamente si fosse aperto il baratro della crudele realtà.Grida di dolore e panico si mescolano alle invocazioni dei feriti ai quali solo pochi volontari cercano di prestare le prime cure. A poco serve il coraggioso conforto portato da due sacerdoti: don Alvaro e don Getulio prontamente usciti dalla chiesa di S. Giovanni. Presso borgo Pisciarello, un vecchio nucleo abitato, costruito a pochi passi dalla cintura urbana, su un lembo di terra in pochi metri quadrati vengono distrutte le famiglie Maura e Cristofanilli. In questa direzione si muovono due giovani generosi per portare soccorso: Ermete Ricci e Amedeo De Sanctis. Aiutano il povero Alessandro Cristofanilli a tirarlo fuori dalle macerie i resti della figlia Rosa e di due nipoti, tutti ormai deceduti. Suo figlio Mario ha preso, nel frattempo, fra le braccia I'altro nipote Luigi Maura di sette anni, gravemente ustionato. Il dolore per la perdita della sorella e dei nipoti (Giovanni e Giacinto Maura), la vista dell'altro nipote Luigi vivo, ma quasi irriconoscibile per le ferite, lo prostrano profondamente. Egli comunque cerca disperatamente con il bimbo in braccio di dirigersi verso l'ospedale. Il percorso lungo via Pisciarello è tutto su una salita ripida e difficoltosa.
Va avanti per duecento metri circa, fino a quando arriva Dario Santodonato a sollevarlo da questa grave fatica. Santodonato a passi velocissimi supera la piazza e, attraverso via Villanza, arriva in ospedale. Ma in ospedale sia per Luigi che per gli altri feriti che stanno arrivando, le cure saranno scarse perché gran parte del personale alla vista delle bombe si è allontanato. Il piccolo Luigi morirà dopo tre giorni di atroci sofferenze. Complessivamente i morti in seguito al bombardamento saranno diciotto: la cifra più elevata raggiunta a Ceccano in una sola giornata di guerra. Il giorno dopo lo spettacolo si presenta ancora più desolante: parecchi cadaveri sono raccolti presso la chiesetta della Madonna del Loco e non sono nemmeno chiusi nelle bare; sono posti nella nuda terra quasi a mostrare le mutilazioni, i vestiti intrisi di sangue e le membra martoriate Forse perché la popolazione è rimasta terrorizzata ed esterrefatta da una crudeltà tanto inaspettata, poche sono le persone presenti al rito funebre officiato da don Vincenzo Misserville. Al termine dello stesso, Checco Carlini e Filippo Misserville, preceduti dal sacerdote con il crocifisso ben proteso in alto, portano al cimitero su di una barella i resti delle vittime. Una scena che si ripeterà più volte in quanto i due, rimasti soli, avranno l'ingrato compito di raccogliere, a mani nude, i corpi mutilati per compiere questo triste servizio, mossi da umana pietà. E da rilevare inoltre un fatto che dimostra come in quelle tragiche circostanze si potesse arrivare a delle decisioni che non avevano né il senso della misura nè del ridicolo. Leggendo il verbale delle deliberazioni del commissario prefettizio, Giuseppe Patriarca, si scopre che il 23 dicembre viene dato “Un premio di attaccamento al dovere di £500 di £ 400 a due vigili urbani” non, come si potrebbe immaginare, per I'aiuto dato ai feriti o per lo sgombero delle macerie o per altre simili motivazioni, ma «poiché hanno provveduto», sempre in quel tragico giorno, al recupero dei mobili della Casa del Fascio. Ogni commento su questa delibera è superfluo; mi limito a far notare come, ancora una volta il fascismo mostrava Ia sua caratteristica lontana da ogni elementare senso di giustizia, e tale da offendere il buon senso dei cittadini. Lo sfollamento Subito dopo il bombardamento e nei giorni successivi, gran parte degli abitanti del centro urbano lascia le abitazioni e si dirige verso le campagne per cercare un rifugio sicuro, lontano dagli obiettivi militari. Al cittadino che in quei giorni attraversa le vie del paese si presenta uno spettacolo allucinante . Lungo le stradine del centro del paese (via S. Antonio, via Cappella, borgo S. Martino, via Bellatorre, borgo Pisciarello) fra le macerie e le case sventrate si udiva solo il mesto passo di chi le attraversava. Ovunque le porte delle abitazioni integre sono sprangate e le serrature girate a doppia mandata; qualcuno prima di andar via ha addirittura pensato di murare e sotterrare i beni più preziosi. Nelle case mutilate il vento fa sentire il cigolio di qualche finestra o fa battere qualche porta; i gatti nervosi e miagolanti, anch'essi increduli, si muovono alla ricerca di un luogo sicuro. Qua e là ogni tanto si avverte I'acre puzzo della morte, in alto si sentono i colpi d'ala dei piccioni torraioli che volano radenti, quasi impazziti per la perdita del nido.Ovunque lo sguardo si pone appare mestizia; quella parte che per secoli aveva rappresentato il cuore pulsante di Ceccano, frequentata da allegre compagnie, straripanti di vivacità e di una inesauribile voglia di vivere, non è più la stessa. Inizia così lo sfollamento di intere famiglie che, raggruppare alla rinfusa le poche cose essenziali, si dirigono verso la campagna in cerca di un rifugio più sicuro. Ha così inizio la convivenza con le famiglie contadine che si mostrano generose nell'accogliere i concittadini nelle loro abitazioni, tutt’altro che confortevoli. Cinquanta anni fa, infatti, non dobbiamo dimenticare che le abitazioni di campagna non erano dotate di servizi così come oggi siamo abituati a vedere. All'epoca erano quasi inesistenti le case in muratura. I contadini abitavano in case di legno, dotate di una finestra larga cinquanta centimetri o in stretti pagliai senza finestra con un solo buco al centro del cono fatto di paglia, impastata con sterco di animali, che fungeva da soffitto. Non esisteva luce elettrica e ci si arrangiava con il lume a petrolio. Mancava ogni servizio igienico, e si beveva solo l'acqua dei pozzi. Alle volte lo spazio per dormire era tanto ristretto che esso veniva riservato alle donne ed ai bambini mentre gli uomini andavano nelle stalle. I più fortunati dormivano su materassi di<Nel gergo militare questa è la linea Gustav, così chiamata da Hitler e Kesserling, ma per i ciociari sarà semplicemente il A ben riflettere si può dire che i tedeschi in nessuna altra realtà del territorio italiano hanno trovato simili condizioni favorevoli. La linea, infatti, è come una fortezza dove i due complessi montuosi del Monte Cairo e degli Aurunci rappresentano i bastioni, mentre i corsi d'acqua del Rapido, del Gari e del Garigliano ne costituiscono il fossato. Il tuono del cannone si sente fino a Ceccano. Esso se da una parte appare minaccioso, da un'altra sembra essere rassicurante, perché è il segnale della prossima e desiderata liberazione e quindi dell'agognata pace . I giorni passano e così le settimane, mentre la fame e l'incertezza del domani si fanno sentire sempre di più. Man mano che negli animi il ricordo ed il terrore del bombardamento si affievoliscono, si ricomincia a ritornare nel paese, mentre alcuni preferiscono rimanervi solo di notte. D'altronde la vita in campagna si fa sempre più insostenibile a causa anche dell'impossibilità di soddisfare le più elementari necessità. Si preferisce, quindi, la sera tornare in paese per la presenza diluce elettrica, anche se dopo le ventuno vige il coprifuoco e l'oscuramento; in particolar modo, c'è la neces-sità di tenere sotto controllo la propria abitazione, per preservarla da ruberie e sciacallaggi di vario genere.