Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 11 novembre 2013

"MERCOLEDI DELLO STARE INSIEME"

Associazione Aconcagua

L’Associazione ACONCAGUA
VI INVITA
AI
"MERCOLEDI DELLO STARE INSIEME"

DALLE 17,30 PRESSO IL BAR ITHACA IN VIA GARIBALDI 62 FROSINONE

SARANNO PROIETTATI ANCHE I SEGUENTI FILM:

MERCOLEDI 13/11/13:    V COME VENDETTA
GIOVEDI        21/11/13:   BLADE RUNNER
MERCOLEDI 27/11/13:   THE NEXT THREE DAYS
MERCOLEDI   4/12/13:    MARIUS E JANETTE
MERCOLEDI 11/12/13:    NON E’ MAI TROPPO TARDI
MERCOLEDI 18/12/13:    PARADA


Trasformiamo lo "sciopericchio" di Cgil Cisl e Uil in uno sciopero vero!

di Alberto Madoglio e Massimiliano Dancelli (*)

Da diversi anni ormai le classi subalterne italiane sono costrette a subire i colpi delle manovre economiche di austerità decise dai vari governi che si sono succeduti nel tempo, dettate dalla Troika di comune accordo con le famiglie della grande borghesia italiana. Anche quest’anno il copione è lo stesso: tagli allo stato sociale, alla sanità e alla scuola pubblica, blocco degli aumenti salariali per milioni di dipendenti pubblici, aumento delle tasse dirette e indirette sui salari e sulle pensioni, mentre il grande capitale continua a beneficiare di aiuti e agevolazioni.
Di fronte a tutto ciò sembra che i sindacati confederali, Cgil, Cisl e Uil, abbiano avuto un sussulto di orgoglio, di dignità, e si siano finalmente decisi a proclamare uno sciopero generale. Tuttavia pensiamo che questa decisione non indichi una rottura con la politica seguita dalla Triplice negli ultimi anni, ma sia soltanto una scelta tattica, dovuta alla necessità di rispondere alle pressioni della base sindacale che rivendica una riposta dura e decisa davanti agli attacchi sferrati al mondo del lavoro.
Non dobbiamo dimenticare infatti che non solo si tratta di uno sciopero tardivo (il primo dopo due anni, il precedente fu indetto all’epoca della riforma Fornero), di sole quattro ore (tranne il pubblico impiego che sciopera 8 ore, mentre per la scuola lo sciopero è di una sola ora, nonostante si tratti del settore che negli ultimi anni è stato più colpito dai tagli di risorse), che in molti casi non prevede manifestazioni di lavoratori ma solo innocui presidi sotto le prefetture.
E’ indetto da quei sindacati che non più tardi di un mese fa erano disposti a mobilitarsi per “salvare il governo”, all’epoca sotto ricatto di Berlusconi e di alcuni dei suoi parlamentari, e che lo scorso 31 maggio hanno siglato con Confindustria un patto (chiamato della “rappresentanza”) che cerca di garantire la pace sociale sui luoghi di lavoro, proprio in un periodo in cui aumentano in maniera esponenziale licenziamenti, chiusure di fabbriche, ricorso alla cassa integrazione.
Nelle intenzioni delle burocrazie sindacali quindi lo sciopero non è convocato contro il governo, guidato da un alto esponente del Pd e da questo partito, sostenuto insieme al Pdl di Berlusconi e al Centro di Monti, ma per cercare di controllare la rabbia che giorno dopo giorno aumenta tra milioni di lavoratori, sempre più sfruttati e ridotti alla disperazione da un governo che, come i precedenti, vuol far pagare a loro il prezzo della crisi.
Il Partito di Alternativa comunista, mentre denuncia questa ennesima manovra delle burocrazie sindacali contro gli interessi delle classi sfruttate, fa appello ai lavoratori non solo perché partecipino in massa allo sciopero ma anche perché facciano fallire i piani di chi vuole che lo sciopero sia l’ennesima parata innocua, e lo trasformino nell’inizio di una lotta generalizzata contro il governo, i padroni e i burocrati sindacali che, alleati fra loro, ci vogliono condannare alla miseria.
Per questo crediamo indispensabile che anche i sindacati di base, che già hanno convocato lo sciopero lo scorso 18 ottobre, partecipino col loro programma e le loro parole d’ordine alle mobilitazioni dei prossimi giorni. Non lasciamo milioni di operai e lavoratori nella mani di Camusso, Landini, Bonanni, Angeletti.
Lotta a oltranza contro il governo del capitale, la Troika e le loro politiche di austerità!
Basta sacrifici per i lavoratori! La crisi la paghino i padroni!
(*) dirigenti Pdac e attivisti Rete 28 Aprile Cgil


Video a cura di Luciano Granieri

domenica 10 novembre 2013

Seminario sull''art.54 della Costituzone

Angelino Loffredi

Giovedi 14 novembre 2013 alle 17,30 presso il Castello dei Conti di Ceccano, gli Amici della Costituzione terranno il primo seminario di approfondimento sulla Costituzione. Il primo articolo da esaminare, illustrato da Gian Marco Carlini, sarà il 54. Per favorirne la discussione mi permetto di anticiparne il testo
Art. 54.

" Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge."

La morte di Arafat: Israele si dichiara ancora una volta non colpevole

Fonte: Assawra.info

Israele ancora una volta ha respinto categoricamente, giovedì scorso, qualsiasi coinvolgimento nella morte di Yasser Arafat, in seguito alla pubblicazione di un rapporto medico svizzero che conferma la tesi di avvelenamento con il polonio dello storico leader palestinese scomparso nel 2004. Le cause della morte di Arafat l'11 novembre 2004 presso l'ospedale militare Percy a Clamart, vicino a Parigi, non sono state chiarite, e molti palestinesi sospettano l'avvelenamento da parte di Israele, che ha sempre negato.
Intervistato, Raanan Gissin, un consigliere di Ariel Sharon, primo ministro israeliano al tempo della morte di Arafat, ha dichiarato che "le istruzioni di Sharon erano di prendere tutte le precauzioni perchè Israele non fosse accusato della morte di Arafat". "Ariel Sharon ha ordinato di fare di tutto per evitare che Arafat - mentre era assediato dall'esercito israeliano nella Mukata'ah, sede della presidenza palestinese a Ramallah (Cisgiordania ) - fosse ucciso dai nostri soldati", ha detto Raanan Gissin, portavoce e stretto collaboratore dell'ex capo del governo. "E' anche per questo motivo che Sharon ha consentito il trasferimento di Arafat in un ospedale in Francia, quando si seppe che stava morendo", ha detto. "Invece di lanciare accuse infondate contro Israele, i palestinesi farebbero meglio a interrogarsi su quelli dell'entourage di Arafat che avevano interesse per la sua morte, e soprattutto su chi ha messo le mani sul denaro controllato da Arafat", ha continuato Raanan Gissin. Alla domanda circa le minacce di morte che Sharon aveva lanciato in passato contro Arafat, Raanan Gissin ha assicurato che erano solo "dichiarazioni politiche che non hanno avuto conseguenze operative".
"L'ennesimo episodio del feuilleton di Suha"
Al momento della pubblicazione del rapporto svizzero, mercoledì, da parte di Al Jazeera, il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, ha negato la responsabilità di Israele nella morte di Arafat. "Questo è l'ennesimo episodio del feuilleton di Suha (Suha Arafat, vedova del leader palestinese) contro i successori di Arafat", ha ironizzato. Danny Yatom, ex capo del Mossad, l'intelligence israeliana, ha detto che "tutta la faccenda (è) molto strana". "Per svelare il mistero, è sufficiente interrogare i medici francesi che lo hanno curato", ha detto Danny Yatom alla radio pubblica. "Non so se Suha Arafat sta semplicemente difendendo la memoria o il denaro del suo defunto marito".
L'ex capo del Mossad (1996-1998) ha detto che il cibo consumato da Yasser Arafat quando era circondato dall'esercito israeliano nella Mukata'ah a Ramallah dal 2002 era preventivamente testato da assaggiatori. Alla domanda sull'episodio che potrebbe costituire un precedente, cioè il tentativo da parte del Mossad di assassinare, il 5 settembre 1997 ad Amman, Khaled Meshaal, allora membro della leadership di Hamas di cui è diventato leader nel 2004, Danny Yatom ha risposto semplicemente che "Noi non usiamo materiali radioattivi". Cinque agenti israeliani che si facevano passare per turisti canadesi avevano cercato di uccidere Khaled Meshaal iniettandogli una sostanza tossica. Sotto pressione, Israele allora aveva dovuto fornire un antidoto. Un portavoce di Hamas, al potere a Gaza, Sami Abu Zuhri, ha ricordato mercoledì che "Khaled Meshaal è stato il primo a credere che la morte di Arafat sia stata causata da avvelenamento imputabile all'occupante".


sabato 9 novembre 2013

Le locomotive d’Europa e la zavorra del mondo

Agenor. fonte : http://www.sbilanciamoci.info/

Il surplus tedesco è stato foraggiato negli anni dai consumatori portoghesi, irlandesi, greci e spagnoli. Mentre a livello globale l’eurozona è diventata più un peso che un fattore di crescita. Ecco perchè il Tesoro americano ha accusato apertamente la Germania.

La vera locomotiva d’Europa nei primi dieci anni di vita dell’unione monetaria sono stati i Pigs, ovvero i consumatori portoghesi, irlandesi, greci, e spagnoli. I consumi di questi paesi, “drogati” dal credito facile, da un flusso senza precedenti di capitali dai paesi con eccesso di risparmio e difetto di consumi, e da livelli esagerati di debito privato, sono stati il vero motore che ha sostenuto paesi come la Germania, in cui la domanda interna veniva repressa e quella estera rimaneva l’unica possibile fonte di crescita.
In un regime di cambi flessibili, questo processo avrebbe rapidamente portato ad un apprezzamento della moneta maggiormente richiesta (quella dei paesi esportatori) ed un deprezzamento della moneta meno richiesta (dei paesi importatori), riequilibrando la situazione. In un regime di cambi fissi, la cui versione estrema è l’unione monetaria, questo ovviamente non è stato possibile.
Il risultato sono i famosi squilibri commerciali interni alla zona euro che adesso si cerca di correggere. Un misto di impotenza politica e di propaganda moralistica, però, impedisce che ciò avvenga. La terminologia usata è importante: chi cresce sulle spalle degli altri, comprimendo la propria domanda e appoggiandosi su quella degli altri, genera un “surplus”, il che ha una connotazione positiva. Ma il mio “surplus” richiede un “deficit” altrui per esistere, soprattutto in un’area valutaria comune in sostanziale pareggio commerciale col resto del mondo.
Da un punto di vista politico, poi, la vera forza dei paesi in “surplus” è di evitare di contribuire al riequilibrio: le nuove regole imposta da Bruxelles sulla sorveglianza macroeconomica prevedono che un deficit commerciale del 4% sul Pil sia un campanello d’allarme, ma nel caso di un surplus non c’è problema se si arriva fino al 6%. Questo era appunto il livello del surplus tedesco secondo le stime per il 2012. I dati reali, invece, ci parlano di un surplus commerciale tedesco del 7%, che in termini assoluti è più alto persino di quello della Cina.
Qual è quindi il deficit corrispondente che finanzia il più grande surplus del mondo? Come detto, dall’inizio dell’unione monetaria la Germania passava gradualmente da una situazione di deficit ad una di surplus, ma visto che la zona euro era in sostanziale pareggio con il resto del mondo, il vero motore che sosteneva questo enorme surplus commerciale diventavano gli altri paesi all’interno dell’area monetaria. I quali, infatti, registravano deficit sempre maggiori. Persino l’Italia, tradizionalmente paese esportatore, dal 2002 va in deficit commerciale.
Da quando le politiche di austerità hanno spento quei motori, l’eurozona ha ripiegato sull’estero: il crollo della domanda interna ha fatto sì che l’unica fonte possibile di crescita diventasse la domanda estera. Da qui la necessità di un surplus commerciale verso il resto del mondo, che si aggira oggi intorno all’1,9% del Pil complessivo dell’eurozona e che secondo il Fmi sarà del 3,3% nei prossimi anni.
Ma cosa vuol dire tutto questo? Semplicemente che a livello globale l’eurozona si appoggia sugli altri, date le sue dimensioni diventa più un peso che un fattore di crescita, esporta prodotti ma anche disoccupazione e drena risorse dalle altre regioni. Non è un caso che il Tesoro americano abbia apertamente accusato la Germania di essere un peso che impedisce la ripresa in Europa e nel mondo intero. Se la zona euro prosegue con la sua politica deflazionista, tenderà ad importare meno, quindi a richiedere meno moneta estera di quanto l’estero domandi euro. Ma siccome il mondo non è un’unione monetaria, i cambi flessibili fanno sì che il valore dell’euro aumenti.
Tutto questo non fa altro che aggravare la situazione dei paesi periferici dell’eurozona. Questi paesi sono stati costretti a politiche deflazioniste per ridurre i salari e diventare più “competitivi”. La mancanza di politiche espansive negli altri paesi dell’eurozona li priva del simmetrico aggiustamento che sarebbe naturale all’interno di un blocco di paesi “amici”, anziché “nemici”. Il valore conseguentemente alto della moneta unica sul mercato internazionale vanifica tutti gli sforzi per essere più competitivi. A cosa serve comprimere di un 15%-20% rispetto all’inizio della crisi i salari reali in Grecia attraverso manovre di lacrime e sangue se poi il valore della moneta greca si apprezza del 20% nei confronti del resto del mondo?
Le speranze sono ben poche, perché è ben poco quello che i singoli governi possono fare, privi di politica monetaria e ormai quasi anche di politica fiscale. Non sembrano quindi esserci segnali che la spirale deflazionistica possa arrestarsi. La Bce cerca di fare il possibile abbassando i tassi allo 0,25%, ma dopo di che c’è solo lo 0%! Siamo in piena trappola della liquidità, una trappola nella quale ci siamo infilati lentamente e per pura decisione politica.

giovedì 7 novembre 2013

Partecipazione democratica o guerra fra clan?

Luciano Graneri

Che peccato! L’unico partito in Parlamento che ancora usa  pratiche democratiche interne ,come i congressi locali e le primarie, per scegliere il proprio segretario vede inficiare un tale mirabile  esercizio di partecipazione dallo sporco affare del tesseramento. Questo è il lamento che si leva alto da osservatori e stampa riformista.  Ci credono veramente?  

E’ possibile che ancora non risulti chiaro quale sia la natura del Pd dopo la sua metamorfosi di dissolvenza iniziata dalla Bolognina, ma forse anche prima? Nel percorrere le infauste tappe che dal Pci, attraverso i Ds il Pds hanno condotto alla situazione odierna, gli ex comunisti si sono allontanati inesorabilmente dall’ideologia leninista, senza però approdare ad una prospettiva  alternativa. 

Dietro un riformismo europeista di facciata,  oltre ad  una deriva ultraliberista acquisita quasi per default,  c’era e c’è il nulla. Insieme con  l’identità ideologica è svaporata l’essenza stessa non solo del partito di massa, ma del semplice movimento rappresentativo di un determinato blocco sociale. In questo strano contenitore vuoto hanno trovato rifugio schegge di classi politiche vittime della diaspora democristiana e socialista determinata da tangentopoli,  gente che non si è  fidata  della nuova sirena berlusconiana e ha valutato  come  approdo più sicuro la  casa degli ex comunisti, ex diessini, ex piddiessini.   L’unica ragione sociale di questo strano ogm politico era l’antiberlusconismo. 

Ecco perché   Berlusconi, sempre osteggiato e combattuto a parole, nei fatti non è stato mai contrastato veramente. Non solo, ma quando sono maturate le circostanze per rovesciare il cavaliere, i neo riformisti hanno trovato il modo di rimetterlo in sella. Infatti caduto Berlusconi sarebbe venuto meno anche l’antiberlusconismo, l’unico collante a tenere insieme le diverse anime dannate all’interno del Pd.  

Così del partito inesorabilmente inaridito in luogo di  principi, ideali,  rappresentatività, è rimasta un elefantiaca  organizzazione  da comitato elettorale,  dal quale i militanti si sono progressivamente allontanati.  Questa situazione si è riverberata a livello locale. Favorita anche dalla legge elettorale per le consultazioni amministrative, in cui si vota la persona, il sindaco e i consiglieri, i circoli si sono trasformati da luogo di condivisione, confronto, in piccoli feudi del notabile aspirante sindaco o consigliere di turno,  pronto a tutto pur di non cedere in millimetro delle sue prerogative di potere.  

Leggendolo   con questa lente di ingrandimento il pasticcio delle tessere  si spiega chiaramente.  E’ una lotta interna fra piccoli clan che pur di  imporsi, non esitano a ricorrere al mercimonio delle tessere.  Disgraziatamente all’interno di questi clan esistono ancora i militanti, quelli che ci credono veramente, i giovani di Occupy Pd ad esempio .  

E nei congressi locali si ripete più o meno lo stesso scenario, mentre  dentro le sedi pochi militanti discutono del  partito che vorrebbero, fuori, nel gazebo posto davanti la sede, sfilano le truppe cammellate a far strame di tessere. Una legione spesso straniera visto che al suo interno militano albanesi e rumeni.  Ecco perché  è improprio  lamentarsi del  fatto che nel partito il sistema democratico e partecipativo  deputato all’elezioni del segretario, ma anche degli apparati locali, sia guastato dallo compravendita di tessere. Intanto perché non esiste il partito, ma soprattutto perché alla partecipazione democratica si sostituisce la guerra per bande     ramificata nelle diverse realtà locali.


PRIMO PASSO NON SUFFICIENTE!!! IL 13 NOVEMBRE TUTTI DAVANTI LA PREFETTURA.

Il segretario provinciale PdCI

Oreste Della Posta.

La proclamazione dello sciopero generale di 4 ore indetto da CGIL-CISL-UIL  per il 13 di novembre per cambiare la legge di stabilità proposta dal Governo è un primo passo nettamente insufficiente a far cambiare rotta alle scelte prese da Letta. In questo quadro i comunisti aderiscono a questo sciopero e invitano tutti a partecipare al sit-in che si terrà nel pomeriggio del 13 novembre davanti la Prefettura di Frosinone.

Per noi questo primo passo non è sufficiente perché gli interessi che muove questo Governo non sono quelli dei lavoratori , dei pensionati e dei disoccupati ma bensì quelli dei grandi gruppi finanziari che sono i diretti responsabili della crisi mondiale che ci attanaglia dal 2008. Il Governo Letta è espressione di questi poteri forti che stanno riducendo il popolo alla fame. Occorre una svolta radicale della politica per uscire dalla recessione e tornare a crescere. Tutti gli economisti concordano con il fatto che bisogna ridurre le tasse sui salari, sulle pensioni e sulle imprese che creano posti di lavoro a tempo indeterminato.

Le risorse si possono trovare tassando del 20% le rendite finanziare come avviene nel resto dell’Europa, potenziare la lotta all’evasione fiscale, tagliare tutti gli enti strumentali che gli enti locali hanno creato sperperando enormi capitali pubblici, tagliando le spese militari rinunciando all’acquisto degli F35, sospendere i lavori della TAV e introdurre una seria lotta alla corruzione che è stimata intorno ai 60 miliardi di euro. L’elenco potrebbe essere molto più lungo e le risorse ci sono è soltanto la volontà politica che manca.

Secondo i comunisti occorre dare un segnale molto forte con uno sciopero generale di 8 ore che paralizzi  tutta l’Italia e che apra una trattativa serie per la legge di stabilità.
I comunisti si batteranno su questo fronte senza se e senza ma invocando un cambiamento delle politiche europee impressionate dalla Merkel che sta portando al collasso e alla fame tutti i cittadini più indigesti.

In sostanza i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.