Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 29 novembre 2013

Intervista a Christine Lagarde F.M.I. L'Italia sta ar "baaaratro"

Luciano Granieri


Nonostante alcuni esponenti del governo ci provino a ipotizzare l’inizio di una seppur modesta ripresa economica a medio termine, la situazione economica dell’Italia è al baratro.  Gli investitori comprano titoli italiani  nonostante i tassi siano bassi. Ciò è sintomo del fatto che questi non credono ad una ripresa dell’’inflazione,  fenomeno che accompagna   la  ripresa, ma scommettono senza indugio sulla deflazione,  il processo contrario che contraddistingue un economia in recessione.  Del resto non sono i membri del governo i più indicati ad esprimersi sui destini economici dell’Italia. Molto più autorevoli di loro sono i tecnici incaricati dal Fondo Monetario Internazionale, le cui cure verso il nostro Paese in un prossimo futuro saranno inevitabili. Commissario  per la Spending Review, ossia la persona incaricata di monitorare i nostri conti, per tenere i bilanci in ordine e raggiungere  gli obbiettivi richiesti dall’Europa nei prossimi tre anni, è un funzionario che è già è stato a libro paga del Fondo  Monetario Internazionale. Carlo Cottarelli, questo è li suo nome, ha già dichiarato di voler imporre una riduzione della spesa pubblica per un importo di 40 miliardi di euro circa. A questo salasso dovrà aggiungersi un ulteriore esborso per altri 40 miliardi di euro  necessari a  rispettare il Fiscal Compact. Un meccanismo che obbliga l’Italia a riportare in 20 anni il rapporto debito Pil dal 133% attuale al 60%. La rata del fiscal compact dovrà essere pagata ogni anni fino a che non si raggiungerà  l’obbiettivo. Risulta evidente che nessuna manovra di tagli alle spese pubbliche, sociali e di vendita di beni dello Stato ai privati, potrà consentire   di sborsare, più o meno 40 miliardi l’anno. E’ quindi   prevedibile, anzi i scontato,   il ricorso alle cure del Fondo Monetario Internazionale, il quale in cambio di prestiti e aiuti,  ci imporrà un programma ancora più drastico di tagli e tasse.  La Grecia sarà ancora più vicina. Questa analisi non sono frutto di una  visone iperpessimistaica della situazione, ma è la conclusone che si determinerà a seguito di eventi  ben precisi.  Nell’intervista,  che proponiamo di seguito, perfino l’autorevole presidente del Fondo Monetario Internazionale, madame Christine Lagarde, ex capa di Cottarelli, prefigura per l’Italia scenari drammatici….da baaaratro!!!!!

mercoledì 27 novembre 2013

Berlusconi decade. Cosa cambia?

Luciano Granieri

Silvio Berlusconi non è più Senatore della Repubblica. Da stasera è  diventato  un cittadino comune e lo resterà per almeno altri sei anni. L’evento è sicuramente suggestivo, ma non  lo considero un fatto così epocale e storico. Considerare l’espulsione dal Senato di un parlamentare condannato, con  sentenza passata in giudicato,  per evasione fiscale fraudolenta ,  un accadimento storico è un insulto per la storia. A meno che non si vogliano  confondere gli eventi storici con il degrado sociale istituzionale e culturale determinatosi dalla contaminazione delle squallide vicende personali del cavaliere, - compreso tutto l’armamentario di lacchè, dame di compagnia, badanti pornografiche, politicuzzi falliti e riciclati -con la  vita politico istituzionale del nostro Paese.  Semmai è scandaloso che si   sia concessa l’occupazione abusiva di carica pubblica per venti anni ad un tale giannizzero.  

Credo inoltre, al contrario di quanto emerge dai giudizi dei media, che  non cambierà granchè  per le sorti del governo e dei partiti. Berlusconi o non Berlusconi, l’esecutivo italiano è guidato da un emissario del Fondo Monetario Internazionale, il dott. Carlo Cottarelli, commissario alla Spending Review,  il quale ha già dettato la sua agenda che prevede tagli alle specie sociali , nei  prossimi tre anni,  per una quarantina di miliardi, a cui si andrà ad aggiungere una  più o meno equivalente spesa per il 2015 a copertura della prima tranche di recupero debito/pil determinata dal fiscal compact.  

Il governo Letta, parallelamente,  proseguirà nella sua opera di devastazione della  Costituzione,  per distruggerne i capisaldi principali e renderla permeabile alle incursioni presidenzialiste, letali  per i dispositivi di difesa dei diritti dei cittadini in essa inscritti. 

Per quanto concerne le attività dei partiti, o meglio dei comitati elettorali presenti in parlamento, qualcosa potrebbe cambiare ma non certamente in meglio. Da un lato si  assisterà alla corsa al riciclaggio delle vedove berlusconiane, con o senza la protezione del cavaliere decaduto, e all’incerta operazione della diversificazione dell’offerta elettorale fra destra light (di governo)  e destra fideista (d’opposizione) . Dall’altro lato,  l’avvento della new age renziana strattonerà il Pd verso lidi sempre più ultra liberisti. Le mire del sindaco di Firenze sono chiare rispetto al futuro orientamento del suo programma di direzione del partito. Oltre ai rapporti pericolosi con  gli speculatori finanziari alla Serra e con gli arrampicatori sociali alla Briatore,  l’obbiettivo dichiarato di cercare voti anche nell’area post berlusconiana, la dice lunga su quale potrà essere la scelta del futuro Pd fra capitale finanziario e lavoro.  

A completare il quadro, rimane  la platea grillina che, fra rigurgiti xenofobi   certi ,e posizioni anti-euro un po’ meno certe, è pronta a sparigliare le carte ma con incerte possibilità di accrescere il consenso pur importante già acquisito. In conto c’è da mettere il rischio che la contiguità di posizioni anti europee con Forza Italia possano nuocere ai successi penta stallati.  

Sullo sfondo rimangono le macerie culturali e sociali del  berlusconismo  destinate a sopravvivere a Berlusconi, così come il fascismo è sopravvissuto a Mussolini.  Anzi , per essere precisi,  il berlusconismo  può considerarsi l’evoluzione del fascismo.  L’individualismo sfrenato, la poca o nulla idea di condivisione e bene della collettività,  l’esaltazione dell’appartenenza ad un’etnia ma anche  a cerchie sociali sfruttatrici, l’insofferenza per il diverso, straniero,   gay  o donna considerata esclusivamente come strumento di piacere e serva del maschio,  la voglia di affermazione anche a dispetto delle regole di convivenza civile, sono caratteri propri del fascismo che Berlusconi ha riportato in vita, attraverso un’accurata opera di riciclaggio e sdoganamento.  

La dipendenza dall’uomo forte   è un male atavico dell’Italiano borghese   dalla pigra predisposizione al servilismo e dalla "peciona"  tendenza al parassitismo verso il potente di turno, fosse anche l’usciere  del comune.  L’Italiano borghese non ha mai identificato   chi lo ha governato come colpevole della propria precarietà, ma se l’è presa sempre con il vicino più debole,  percepito  come pericoloso concorrente per l’accaparramento di diritti   fatti sembrare   privilegi.

Questi sono imprinting culturali difficili da rimuovere. Si poteva farlo prima, subito dopo la fine della II guerra mondiale, chiudendo i conti definitivamente con il fascismo, finendo il lavoro, magari anche in modo sporco,  che i partigiani avevano iniziato, estirpando la mala pianta fascista che già con l’eccidio di Portella della Ginestra  ricacciò fuori la testa e continuò ad essere usata dai governi variamente democristiani come braccio violento e  repressivo contro la rivolta sociale. 

Oggi le macerie capitalistico-fasciste-berlusconiane rimangono quasi indelebili ad incrostare le coscienze democratiche. Altro che decadenza di Berlusconi,  ciò che serve è un lungo e complicato processo di educazione alla convivenza civile. Purtroppo non si intravede all’orizzonte nessun organismo in grado di educare alla cultura della solidarietà e del rispetto dei diritti altrui. 

Forse l’associazionismo, i movimenti di cittadini potrebbero giocare un ruolo, piccolo ma importante nel  diffondere l’idea roussoniana  della sovranità dei cittadini. Un concetto  che si  sostanzia  nella rinuncia alla propria libertà individuale illimitata per l’ottenimento della libertà civile  che è limitata, ma anche salvaguardata dalla volontà generale della legge voluta da tutti. 

E la sovranità si esplica proprio nel concorso collettivo alla definizione della legge come mezzo per salvaguardare la libertà e i  diritti di tutti. Nel nostro piccolo con le attività dell’Osservatorio Peppino Impastato, ci stiamo provando. E’ possibile che saranno i nostri pronipoti a riuscire nell’impresa, ma come si dice, la speranza è l’ultima a morire.

A noi piace ricordarlo così

Luciano Granieri.

Aut Frosinone, intende ricordare la figura del grande statista Silvio Berlusconi  ripercorrendo alcuni momenti della sua fulgida carriera politica. Queste clip dovranno indurre ad una seria e profonda  riflessione sul golpe che i comunisti hanno ordito usando il braccio armato delle 
toghe rosse.

  

Ceccano Seminario sulla Costituzione

Comitato in difesa della Costituzione di Ceccano




Il giorno Giovedì 28 Novembre presso il Castello dei Conti di Ceccano alle 17:30 si terrà il secondo seminario ad opera e cura del Comitato per la difesa della Costituzione di Ceccano.Il programma del seminario prevede l'intervento di Marco Levantini in relazione al disegno di legge n.853 più famoso con il nome di "delega ai saggi" attraverso il quale si è istituito un meccanismo alternativo a quello costituzionalmente stabilito nell'art.138 della carta.L'intervento di Arianna Colonna si svilupperà sull'art.13 Cost. inerente alla tutela della libertà personale, con annessa trattazione del tema della carcerazione preventiva e delle possibili soluzioni per combattere il sovraffolamento delle carceri in collegamento alla recente sentenza della Corte di Strasburgo.Sofia Ferracci invece tratterà degli artt.33-34 che fissano i principi fondamentali ed inviolabili del diritto allo studio.A partire dall'assunto che lo Stato deve garantire ai meritevoli l'accesso ai livelli più alti di studio analizzerà come lo stesso sia attuato o meno ai giorni nostri.Il Comitato ringrazia i relatori per il loro impegno e dedizione per un tema così importante e invita la cittadinanza tutta a non perdere questo evento volto alla massima partecipazione e al miglior dibattito.Ricordiamo che questa iniziativa nasce dal sostegno che gli amici della Costituzione vogliono dare all’appello lanciato da Stefano Rodotà, Maurizio Landini, don Luigi Ciotti, Lorenza Carlassare e Gustavo Zagrebelskhy e dalla necessità di contrastare la deroga all’articolo 138, filtro per ogni modifica agli articoli della Costituzione.

martedì 26 novembre 2013

Dieci problemi con i mercati

   Mitchell Szczepanczyk – 25 novembre 2013  fonte:http://znetitaly.altervista.org/

In un periodo in cui nulla pare tabù e in cui tutto è permesso e tutto è suscettibile di riconsiderazione, c’è un catechismo quasi intoccatile e tabù al giorno d’oggi: i mercati (termine con il quale mi riferisco all’istituzione economica formale dei mercati) sono fantastici. I mercati sono efficienti. I mercati non possono sbagliare. I mercati sono il sistema economico migliore che gli esseri umani abbiano creato e che mai creeranno. I mercati sono la cosa migliore dopo la scoperta della ruota e gli orgasmi multipli.
E tuttavia, semplicemente con un po’ di sforzo di lettura qua e là, ho scoperto che questa mitologia del mercato è grossolanamente errata. Nel mio tempo “libero” nel corso degli anni, ho esaminato la letteratura dissidente a proposito dell’economia e ho scoperto quelli che sembrano problemi considerevoli con i mercati come istituzione formale e un motivo per cui i mercati – l’istituzione che comprende acquirenti e venditori in conflitto d’interessi – sono carichi di problemi. Posso addirittura proporre una lista di dieci problemi con i mercati.
“L’economia politica dell’economia partecipativa”, un libro di Michael Albert e Robin Hahnel, elenca alcuni dei problemi dei mercati. Includo i motivi esposti nel loro libro come i primi cinque nella mia lista:
1. Feticismo della merce: Permettetemi di citare la definizione fornita da Alber e Hahnel:
All’esterno di ogni azienda, i rapporti tra persone e cose o tra le cose e le cose rimangono evidenti, ma i rapporti tra le persone e le persone sono oscurati. Ciò, naturalmente, è stato chiamato “feticismo della merce” e i suoi mali corrosivi sono indipendenti dai rapporti di proprietà. Perché i lavoratori possano valutare appieno il loro lavoro dovrebbero conoscere i fattori umani e sociali, oltre a quelli materiali, che entrano nelle risorse che utilizzano e le conseguenze umane e sociali che quanto producono rendono possibili. Ma le sole informazioni che i mercati forniscono, con o senza la proprietà privata, sono i prezzi delle merci che la gente scambia.
…
L’assenza di informazioni sugli effetti concreti  sugli altri delle mie attività non mi lascia altra scelta che basarmi esclusivamente sulla mia situazione personale. Ma l’individualismo cui ciò conduce impedirà la solidarietà e l’efficienza.
2. Ruoli antagonistici: i compratori competono con i venditori riguardo al potere negoziale. I venditori competono con altri acquirenti per la quota di mercato. I compratori competono contro altri compratori per le merci rivali (solo uno di noi può avere quella macchina sportiva). Per di più, quelli che sul mercato agiscono correttamente sono fatti fuori da quelli che non hanno alcuna remora (“nessuna buona azione resta impunita”), non necessariamente per una qualche patologia degli avversari, ma perché i mercati disincentivano la solidarietà. Come dice il cartello di protesta: “Non incolpare la vittima, incolpa il sistema”.
3. I mercati alimentano la gerarchia: Come? Vi aspettate che le società siano internamente non competitive quando hanno una perpetua competizione da combattere all’esterno? Lungi da ciò. Se si permette quella pressione competitiva esterna alle aziende, tale pressione penetrerà al loro interno. Se quello che c’è dentro le aziende sono mansioni e influenza, allora quella pressione per la competizione plasmerà l’operatività interna delle aziende. Le mansioni sono organizzate gerarchicamente secondo la competenza, e le mansioni che danno potere e sono desiderabili sono monopolizzate da un numero relativamente limitato di persone, mentre quelle che danno meno potere e sono meno desiderabili sono più comuni. Il risultato di una rigida gerarchia delle linee di comando e controllo: gli ordini scendono dall’alto, l’obbedienza sale dal basso.
4. Pregiudizi antisociali. Citando di nuovo Albert e Hahnel:
“[I mercati] … sono prevenuti contro il fornire merci con effetti positivi esterni superiori alla media. Il fatto che i mercati sovraccaricano sistematicamente il prezzo per gli utenti delle merci con effetti esterni positivi e praticano agli utenti prezzi inferiori per merci con effetti esterni negativi è ben noto agli economisti tradizionali. Ma ciò che non è facilmente ammesso è che gli effetti esterni sono la regola, non l’eccezione, poiché ciò implica che i prezzi di mercato in generale valutano in maniera errata i costi e i benefici sociali e i mercati in generale allocano in modo inappropriato le risorse. Mettere insieme queste prevenzioni e la comprensione che i consumatori alla fine riservano le proprie preferenze a offerte relativamente meno costose ed evitano le offerte relativamente più costose contribuisce a spiegare perché i mercati producono inesorabilmente comportamenti e risultati antisociali.”
5. I mercati e il coordinatorismo. C’è una critica di sinistra all’economia di sinistra che dice così: il modello di classe dell’economia predominante nella storia della sinistra presuppone due classi, una classe elitaria di proprietari e una classe più vasta di privi di diritti (o, per citare il personaggio dei Simpson, Krusty il Clown: “Lavoratori e parassiti”). Uno dei problemi principali di questo modello è che trascura una terza classe di lavoratori intellettuali, che finiscono per diventare la nuova élite lasciando i rapporti di classe pressoché intatti. Queste stessa critica “coordinatorista” si applica anche ai mercati, poiché le allocazioni dei mercati (citando di nuovo da Albert e Hahnel) “privano di potere i lavoratori esecutivi e danno potere ai lavoratori intellettuali. Che ciò porti all’apatia popolare, a personalità egocentriche e a una nuova classe di coordinatori è chiaro. E nulla nell’esperienza storica della Jugoslavia [l’esempio più citato di mercati e coordinatorismo] suggerisce il contrario.”
In aggiunto a questi motivi, posso elencare altri cinque problemi dei mercati.
6. I mercati presuppongono condizioni di conoscenza irrealistiche:  I presupposti che i mercati formulano a propositi di una forma ideale sono al limite della farsa. Ad esempio, gli attori del mercato hanno informazioni perfette sempre e su tutte le situazioni e i prezzi sono immediatamente corretti quando le circostanze lo impongono. In realtà l’asimmetria informativa è la situazione normale, piuttosto che l’eccezione. Il processo di creazione dell’asimmetria informativa ha persino un nome: screening. E nel mondo reale l’asimmetria informativa a favore delle imprese e di altre potenti entità del mercato è razionalizzata sotto il nome di “segreti commerciali”, ma gli effetti di tale asimmetria sono tutt’altro che segreti.
7. I mercati ignorano i beni pubblici. Il passaggio migliore al riguardo si trova nel libro di Robin Hahnel  “The ABC of Political Economy” [L’ABC dell’economia politica]. In un brano sui beni pubblici egli scrive:
Quando le persone acquistano beni pubblici in un libero mercato non hanno incentivi, nel decidere quanto comprare, a tener conto dei benefici che altri ne ricavano. In conseguenza c’è una “domanda” molto inferiore a quella che sarebbe socialmente efficiente, se mai c’è. Insomma la domanda dei mercati sottostimerà grossolanamente il beneficio sociale marginale dei beni pubblici.
Alcuni aspettano che siano altri a comprare il bene pubblico, del quale possono beneficiare senza dover pagare di persona, determinando così una specie di “dilemma del prigioniero” riguardo ai beni pubblici. Il fenomeno ha persino un nome, il “dilemma del profittatore”.
8. I mercati ignorano le esternalità. I mercati tengono conto soltanto degli effetti immediati della transazione tra acquirente e venditore. Qualsiasi altro effetto derivi dalla transazione è considerato “esterno” e ignorato nel costo di mercato. Di cui il nome “esternalità” dato a tali effetti. E’ un grosso problema, per due motivi. Primo motivo: le esternalità, come dice Michael Albert nel suo libro “Parecon: Life After Capitalism” [Economia partecipativa: la vita dopo il capitalismo] “sono la regola piuttosto che l’eccezione” ed egli cita l’economista E.K.Hunt che dice “la maggior parte dei milioni di atti di produzione e consumo in cui siamo coinvolti quotidianamente comporta esternalità”. Secondo motivo: pur essendo ignorate, le esternalità distorcono il costo di mercato, determinando così effetti a valanga che potrebbe non essere tanto facile ignorare (dico a te, cambiamento climatico antropogenico). Alcuni riformatori hanno lanciato un appello per una reale valutazione di tali esternalità, a parte il fatto che tali costi sono notoriamente ardui da valutare in un mercato.
9. I mercati tendono al monopolio. Permettetemi di citare un breve brano dall’eccellente libro di Robert McChesney “Digital Disconnect” [Sconnessione (o disfunzione) digitale], in una sezione in cui tratta dei monopoli: “Lo scenario da sogno [per un capitalista] e di recarsi al mercato e scoprire di essere l’unico a vendere un prodotto di cui c’è domanda. Allora può fissare lui il prezzo, non lasciare che sia determinato da altre forze. Ciò riduce enormemente il rischio e accresce i profitti. E’ per questo che così tante delle grandi fortune sono state costruite sulla base di semi-monopoli.” Al tempo stesso “i monopoli puri … non esistono quasi mai. Il capitalismo, invece, tende a svilupparsi in quelli che sono chiamati … oligopoli”.” In una recente intervista a Bob McChesney in un programma radio che io produco, chiestogli se era in grado di proporre degli esempi di mercati che non tendono al monopolio, l’esempio da lui citato è stato: “La vendita di hot dog presso uno stadio di calcio” dove la barriera all’ingresso è bassa e i profitti sono modesti. Ma per le industrie su vasta scala con livelli di profitto immensi, la tendenza al monopolio permane.
10. I mercati producono le mega-imprese [traduco così l’originale ‘corporations’, che letteralmente significherebbe ‘società per azioni’ e che altrove traducono semplicemente con ‘imprese’ o ‘industrie’ dove il contesto chiarisce – n.d.t.] . Permettetemi di citare un brano di una mia conferenza:
“Ai nostri fini, pongo l’accento sulla natura competitiva dei mercati nel contesto di questa definizione dei mercati: un’istituzione di acquirenti e venditori in cui acquirenti e venditori sono opposti gli uni agli altri in ungioco a somma zero; cioè qualcuno guadagna a spese di qualcun altro, e viceversa. Certo, è possibile guadagnare denaro e potere nei mercati senza farlo a spese di altri o con un guadagno di entrambe le parti, ma chiaramente è anche possibile (e normale) aver successo nei mercati rubando la metaforica al metaforico bambino.
Poiché vincere è indubbiamente meglio che perdere e poiché nei mercati si può guadagnare a spese di altri, è sensato comportarsi in maniera brutale nel mercato, comportarsi sempre in modo da approfittare degli altri. Nel mercato è razionale, cioè, diventare un mostro ed esibire un comportamento da mostro. Una reazione razionale a ciò è combattere il fuoco con il fuoco e diventare dei mostri per reazione. Allora diventa una faccenda di mostri contro mostri. E quanto più il mostro è grande, tante maggiori sono le sue probabilità di vincere.
Ed è qui che entrano in gioco le mega-imprese. Una mega-impresa può essere vista come l’equivalente di un mostro in un’economia di mercato e nel contesto competitivo è sensato diventare un mostro per sconfiggere i concorrenti. (Questo, penso, spiega anche perché i mercati tendono agli accorpamenti: nella competizione i partecipanti sono eliminati mediante acquisizioni o logoramento, o entrambe le cose, cosicché nella partita restano meno giocatori e i mercati, in conseguenza, finiscono per concentrarsi).
Poiché i mercati servono da terreno di coltura e da fonte di potenza per le mega-imprese, le proposte che, nella loro ottica, includono i mercati penso siano inevitabilmente viziate. Si possono mettere in atto prescrizioni per mitigare gli effetti negativi sul mercato, proprio come vediamo nei tentativi di oggi di opporsi alle mega-imprese, ma le mega-imprese hanno un potente incentivo a contrattaccare e ne hanno anche la forza, grazie alla predilezione a somma zero dei mercati per vincere molte delle loro battaglie.
Perciò io affermo che se ci si oppone alle mega-imprese, ci si deve opporre ai mercati. Se si vogliono abolire le mega-imprese vanno aboliti i mercati.”

lunedì 25 novembre 2013

Attraversando Rafah

Silvia Todeschini   fonte:http://libera-palestina.blogspot.it/

Dopo dieci giorni ininterrotti di chiusura, il valico di Rafah è aperto per 3 giorni. Negli ultimi mesi è stato tenuto spesso chiuso dal governo egiziano, “per motivi di sicurezza” dicevano. Dal momento che il valico di Erez è inaccessibile ai più, Rafah è il passaggio principale presente tra il milione e settecentomila abitanti dellaStriscia di Gaza, sotto assedio oramai da 7 anni, e il resto del mondo. Un altro possibile passaggio – dedicato quasi esclusivamente alle merci – erano i tunnel sotterranei, ma anch'essi sono stati distrutti.
Arrivando dal Cairo, prima di passare il valico di Rafah, c'è da attraversare il Sinai. Sinai inizia con il canale di Suez. Nel canale di Suez c'era un ponte carrabile, ma è stato chiuso. Il canale si attraversa con delle chiatte, passando attraverso una coda lunghissima prima di potervi accedere. Dopo Suez, il deserto: sabbia, qualche cespuglio, e qualche palma; si procede fino ad Arish. Dopodiché, l'autista sceglie di deviare il percorso per alcuni passaggi sterrati, in mezzo alle case. Dice “esercito” in arabo, e mostra con dei gesti delle mani delle esplosioni, in inglese ci dice “all street close”; ci fa capire che, vista la situazione, il confine potrebbe essere di nuovo chiuso. Se ci sono problemi nel Sinai chi ne fa le spese è chi deve attraversare il valico, e ne vanno di mezzo come al solito i Palestinesi: i ricongiungimenti familiari, gli studenti che vorrebbero non perdere la borsa di studio, i malati in cerca di cure.
Mi sarebbe piaciuto fare interviste al confine, ma non ci sono riuscita, e non ci sono riuscita per due ragioni.
La prima è che in realtà sono stati gli egiziani ad interrogarci: avevamo delle foto nella macchinetta fotografica, e per almeno un'ora abbiamo dovuto fare la spola tra i diversi uffici, con polizia, funzionari e incaricati vari: ogni volta chiedevano dove le avevamo scattate e perché, poi dicevano che non c'era problema e che eravamo benvenuti. Salvo mandarci in un altro ufficio, perché un altro ufficiale vedesse le foto. Erano foto che avevamo fatto dalle finestre dell'ostello, non erano compromettenti per nessuno: a detta loro è una procedura standard quella di interrogare chiunque abbia macchine fotografiche o computer con dati, e questo la dice lunga su come la censura funzioni in Egitto, soprattutto per chi va verso Gaza. Nelle loro paranoie sono arrivati a chiedere “da Gaza vi hanno chiesto di portare queste foto?” come se, in quel caso, non le avessimo spedite via internet.
La seconda ragione è che, rispetto alle altre volte in cui ho passato il valico, esso era francamente deserto. Tra i vari sbirri che hanno esaminato le foto presenti nelle nostre macchinette, alcuni si trovavano dal lato opposto, quello che deve attraversare chi da Gaza si reca in Egitto. Anche da quel lato, l'atrio d'attesa era praticamente deserto. Evidentemente, dopo 10 giorni di chiusura, pur dichiarando che il valico era aperto, solo pochi erano autorizzati a passarlo.
L'assedio imposto sulla striscia di Gaza è illegale secondo la legislazione internazionale. Esso viola, infatti, gli articoli 55 e 56 della quarta convenzione di Ginevra, che sanciscono che la potenza occupante deve garantire i rifornimenti agli ospedali e il loro funzionamento; oltre che la dichiarazione dei diritti dell'uomo, che all'articolo 13 dice che ciascun individuo deve potersi muovere liberamente all'interno di uno Stato e poter lasciare il proprio Paese e tornarvi.
Ma prima di essere illegale, questo assedio è inumano.
Negli ospedali della Striscia, oltre a mancare i dispositivi medici e alcune medicine, ora manca anche la corrente, perchè dall'Egitto non è più possibile importare il carburante per la centrale elettrica: questo è un danno principalmente per chi si trova in cura intensiva, per chi è sotto dialisi e per chi deve subire operazioni. Amigliaia cercano di andare in Egitto per avere cure mediche che non possono ricevere a Gaza, e si trovano l'ingresso negato.
Ci sono studenti che hanno perso la borsa di studio all'estero, perché, bloccati a Rafah, non sono arrivati in tempo per poter accedere. Alcuni non hanno potuto partecipare a conferenze per cui era pianificato un loro intervento.
Numerose famiglie non hanno potuto ricongiungersi, lavoratori hanno perso il loro lavoro all'estero.
La mancanza di corrente arriva a compromettere il funzionamento della pompa dell'impianto fognario. Non è solo orribile – per tutti, a qualsiasi latitudine – camminare nell'acqua fognaria: rappresenta anche un rischio sanitario.
Anche l'Arca di Gaza, progetto della coalizione freedom flotilla che prevede la costruzione di una barca che rompa l'assedio di Gaza viaggiando dal porto di Gaza verso l'esterno, ha dovuto ritardare la sua partenza perché, a causa del blocco, non è stato possibile portare dentro la Striscia il materiale necessario a completare la costruzione della barca.
I tunnel tra il Sinai e Gaza sono stati per la maggior parte distrutti dall'esercito egiziano. Essi portavano dentro la Striscia generi di prima necessità, cibo, sigarette, e anche petrolio: è notizia del 9 novembre che 3000 litri di disel e 30 tonnellate di gas siano state intercettate prima del loro ingresso a Gaza attraverso i tunnel, e quindi non abbiano mai raggiunto la popolazione di Gaza. Dal canto suo, il governo egiziano ha dichiarato che la decisione di chiudere i tunnel è irreversibile.
Per concludere, vorrei raccontarvi la storia di Tamer, figlio di un'amica che vive a Gaza. Mi ha contattata chiedendo aiuto per arrivare in Europa. Ha studiato in Tunisia, è ingegnere aerospaziale: l'Egitto non gli da il visto per passare e tornare a Gaza, e nel frattempo, poiché ha finito gli studi, gli sta per scadere il visto tunisino.
Non so come poterlo aiutare: se avete qualche idea scrivetemi in privato (todessil at gmail.com). Chissà quante ce n'è di storie così.
Tutti i confini sono orribili, tutti rappresentano limitazioni al movimento che gli esseri umani non meritano. Ma questo confine, riesce addirittura ad essere più brutto di tanti altri.

Riaprire l'ospedale di Anagni è un dovere civile

IL COMITATO SALVIAMO L’OSPEDALE DI ANAGNI

Ad un anno esatto dalla chiusura, provvisoria, dei reparti di degenza dell’Ospedale Civile di Anagni è necessario fare il punto della situazione. Una situazione che, come i cittadini ben sanno, è sotto gli occhi di tutti, specialmente dei poveri sventurati che hanno necessità di rivolgersi ai servizi sanitari della ASL di Frosinone. I cittadini della zona nord della provincia di Frosinone sono completamente privi di assistenza sanitaria soprattutto per le urgenze, con una precaria copertura del servizio di ambulanza. Due ambulanze infatti dovrebbero essere sempre disponibili nel cortile dell’Ospedale di Anagni per le urgenze, ma nessuna delle due è medicalizzata, cioè con medico a bordo. Sovente le due  ambulanze sono impegnate, contemporaneamente, in altre zone della provincia e chi ha bisogno del trasporto deve sperare in qualche mezzo di fortuna, come raccontano le cronache di questi giorni. Il paziente che giunge al Pronto soccorso dell’Ospedale Spaziani di Frosinone, attende per ore di essere visitato e sistemato  in reparto. L’attesa, è ormai cronaca quotidiana,  avviene in ambienti e corridoi promiscui, dove malati di ogni genere ed età attendono su una lettiga il loro destino, curandosi, alimentandosi e cercando di soddisfare in qualche modo i loro bisogni fisiologici  più o meno aiutati dal sempre più affannato personale sanitario e, i più fortunati, da qualche familiare. La spiegazione che viene data di questo girone infernale da parte dei dirigenti Asl è la carenza di personale. E’ una spiegazione ormai standard che veniva data prima dell’entrata in funzione del nuovo Ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone e prima dei decreti Polverini di chiusura di ben sette ospedali nella provincia di Frosinone. Questa spiegazione viene data ancora oggi, dopo la chiusura di ben sette ospedali e il trasferimento di gran parte del personale all’Ospedale di Frosinone. E’ una spiegazione che però non regge più, alla luce di quel che succede effettivamente a molte persone che sono costrette a sostare per giorni nei corridoi del Pronto soccorso di Frosinone, in attesa di un posto letto in reparto. Il nuovo Ospedale di Frosinone, infatti, è stato progettato negli anni ’70 quando i decreti Polverini erano di là  da venire e sarebbero stati comunque impensabili. Dopo la chiusura di sette ospedali e ad un anno di distanza dalla chiusura, provvisoria, dell’Ospedale di Anagni,  si dimostra in maniera tragica l’inadeguatezza dell’Ospedale nuovo di Frosinone che, oltre al caos organizzativo aziendale, sconta l’insufficiente dimensionamento degli spazi che dovrebbero ospitare un’utenza moltiplicata per sette, proveniente dall’intera provincia, ma in maniera preponderante dalla zona nord di Anagni e del comprensorio dei monti Ernici.
Questa situazione è stata dettagliatamente descritta ai vertici Asl e ai funzionari della  cabina di regia dell’Ufficio commissariale della Regione Lazio, dai rappresentanti del Comitato. A questi dirigenti e funzionari è stato sottolineato più volte anche che l’Ospedale di Anagni non poteva essere chiuso in quanto tutelato dall’ordinanza del Consiglio di Stato dell’Agosto 2011. 
Non è il caso dunque di attendere, come dichiarato da qualche politico ciociaro o da qualche manager pro tempore asl, la sentenza del Tar  per decidere  di riaprire l’Ospedale di Anagni. Non possono essere i tribunali amministrativi a decidere sulla salute dei cittadini. E’ invece necessario e urgente riaprire l’Ospedale di Anagni, puntando sul potenziamento del Pronto soccorso e la disponibilità di posti letto a servizio del reparto di medicina e dei reparti chirurgici. Rivogliamo subito i nostri medici e i nostri infermieri per ripristinare la legalità e un minimo di diritti per i cittadini della zona nord della  Ciociaria. E’ necessario che il Commissario regionale Zingaretti prenda atto di questa situazione di sofferenza delle popolazioni ciociare e, dando seguito alle promesse elettorali, disponga immediatamente la riapertura dell’Ospedale di Anagni, per consentire l’alleggerimento della pressione sull’Ospedale di Frosinone e, in particolare sul suo Pronto Soccorso.
Il Comitato salviamo l’Ospedale di Anagni convocherà a breve un’assemblea pubblica per chiedere alle forze politiche cittadine e a tutti i sindaci della zona nord, mediante consigli comunali straordinari aperti, di pretendere la riapertura del nostro Ospedale. Inoltre di sollecitare interrogazioni dei rappresentanti regionali a Zingaretti e di chiedere allo stesso Zingaretti un incontro con i sindaci e rappresentanti dei comitati della zona nord.

mail: info@dirittoallasalute.com. 
Per info telefonare al  n.:  3930723990.


Per aggiornamenti:

www.anagniviva.org
www.dirittoallasalute.com
http://anagniscuolafutura.blogspot.it/