Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 1 maggio 2014

Frosinone 1° maggio funerale del lavoro

Marisa Cianfrano 


Oggi 1 maggio .. funerale del lavoro ... funerale della democrazia ......i cittadini e ex lavoratori Multiservizi hanno assistito sgomenti ad una manifestazione di ARROGANZA DI MANCATA APPLICAZIONE DEMOCRATICA ....DI MINACCE ......CI AUGURIAMO CHE LA CITTADINANZA TUTTA DI FROSINONE NE PRENDA ATTO.  NON SONO I QUATTRO FIORELLIN DISTRIBUITI QUA E LA. NOI VOGLIAMO UNA CITTA' DOVE REGNI L 'UGUAGLIANZA LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI. E' IMPORTANTE PER LA COSTRUZIONE DI UNA CITTA 'VIVIBILE NON SI PUO' TOLLERARE L'IMPOSIZIONE : "FATE SILENZIO ALTRIMENTI ME NE VADO" ;NON SI PUO' ASSISTERE ALLA BORIA DEL PIACENTINI NON SI PUO' SENTRE UN SINDACO CHE OFFENDE I LAVORATORI CITTADINI LICENZIATI APOSTROFANDOLI .."MALEDUCATI" ...NON SI POSSONO SENTIRE VERSIONI DI INCONTRI DI TAVOLI ISTITUZIONALI REGISTRATI VERBALIZZATI E PORTATI IN CONSIGLIO DISTORTI SMONTATI DALLE VERITA' E SVENTOLATI COME "BANDIERE AL VENTO" E VERITIERI ..

Disquisizioni sul lavoro  che non c'è con Marisa Cianfrano, ex dipendente Multiservizi alias "GRANDE SORELLA"

mercoledì 30 aprile 2014

Il sindaco podestà e la rabbia dei lavoratori

Luciano Granieri

In un incontro con Roberto Salvatori autore del bel libro “Guerra e resistenza a sud di Roma. Monti Prenestini e alta Valle del Sacco” edito da Annales edizioni, si conversava sulla resistenza e sugli eventi dell’immediato dopo guerra nelle nostre zone.  Salvatori raccontava  la singolare circostanza per cui  in quel periodo in alcuni paesi dell’alta Valle del Sacco e dei Monti Prenestini come Bellegra e Gallicano nel Lazio , a guidare i comuni liberati dai nazifascisti erano ancora i vecchi podestà fascisti . 

Cioè gli stessi sindaci in carica durane il fascismo continuarono a governare anche sotto la repubblica. A Frosinone il primo sindaco a guidare la giunta comunale costituita il 1° giugno 1941 fu il comunista Domenico Marzi (Marzi padre per capirci) ma la tradizione del sindaco podestà non si è estinta è rimasta a covare sotto la cenere, fino a riproporsi  nell’ultima consiliatura con il sindaco podestà Nicola Ottaviani.  Non vi sono dubbi il piglio, la risolutezza, ma anche una provocatoria  scaltrezza tipiche dell’efficiente podestà di regime mostrate dal primo cittadino erano note,  ma si sono rese ancora più evidenti nel consiglio comunale di ieri 30 aprile. 

In calendario la discussione sulla annosa vicenda della Multiservizi, arrivata ormai alle ultime battute.  La società partecipata dalla Regione Lazio dalla Provincia di Frosinone, dal comune di Alatri e dal Comune di Frosinone, già in liquidazione, è prossima a dichiarare il fallimento  lasciando sul campo circa 8 milioni di debiti e a casa centinaia di lavoratori. In realtà una soluzione alternativa e meno onerosa sia per gli enti che per i lavoratori esiste, ed è quella di costituire una nuova società in grado  di riassorbire gli addetti  e rideterminare la situazione debitoria.  

La Regione Lazio, grazie al nuovo corso Zingaretti ha deliberato di farsi carico dei debiti a lei spettanti e, dopo aver preso visione di piani industriali proposti dagli enti soci (Provincia e Comune di Frosinone, Comune di Alatri), di rendersi  disponibile a finanziare una parte di una nuova società   con l'obbiettivo  di riassorbire  i lavoratori della  Multiservizi.  

Il Comune di Frosinone più volte sollecitato alla presentazione del piano industriale, non ha mai elaborato nulla e all’incontro con le istituzioni regionali  si è sempre presentato a mani vuote. Fra l’altro degli incontri svoltisi  in Regione il sindaco Ottaviani non ha mai avuto la cortesia di riferire in consiglio comunale o ai cittadini interessati.  Giova ricordare che spesso molte decisioni prese dal sindaco podestà non sono passate per il consiglio, che per il camerata Ottaviani non esiste,  ma al massimo dalla "CONSULTA MUNICIPALE".  

Lo scopo principale del consiglio comunale di ieri era proprio quello di capire se ci fosse la volontà politica del sindaco, alla luce delle nuove favorevoli opportunità aperte dalla Regione, di non portare la vicenda all’esito ultimo del fallimento.  O per meglio dire, accertato che non c’è questa volontà, considerato che le attività svolte dalla Multiservizi sono state affidate in appalto a società cooperative e private con procedure che spesso hanno creato problemi,  si voleva capire dal primo cittadini le ragioni di questo perentorio rifiuto. 

Le motivazioni in realtà sono note, ma non istituzionalmente riferibili. La posizione della Regione , la situazione debitoria pesante a seguito del fallimento della Multiservizi, non hanno potuto esimere il podestà Ottaviani a indire il consiglio Comunale in questione. Fra l’altro l’intenzione originaria era quella di organizzare un consiglio aperto anche agli interventi dei consiglieri regionali che hanno seguito la vertenza, Daniela Bianchi e Mauro Buschini, presidente della commissione bilancio della Regione Lazio, ma la cosa sarebbe stata di molto indigesta per il sindaco podestà. Cosi i due consiglieri regionali si sono accomodati in tribuna affianco dei lavoratori esasperati,  i quali evidentemente sono riusciti ad inchiodare il podestà Ottaviani alle sue responsabilità grazie ad una dura e lunga  lotta. 

La strategia della CONSULTA MUNICIPALE dei neo gerarchi, in mancanza di argomenti da opporre, era evidente. Per usare una metafora calcistica, parcheggiare il bus davanti all’area di rigore al fine di  evitare tiri in porta e se necessario buttare la palla in tribuna. E’ la stessa tattica usata dal Chelsea nella semifinale di Champions League contro l’Atletico Madrid, in questo caso drammaticamente fallita. Zero a zero a Madrid, ma 1 a  3 a Stamford Bridge , bus distrutto e Chelsea a casa. 

A tirare la prima castagna è stata il consigliere di minoranza, già   assessore al bilancio nella precedente consiliatura Marini,   Stefania Martini, la quale spiegava come le condizioni per evitare il licenziamento dei lavoratori e nel contempo limitare i danni sul fronte debitorio fossero assolutamente favorevoli e chiedeva conto del perché non si avesse intenzione di percorrere questa strada. 

Prima palla buttata in tribuna dal podestà, il quale si riservava di prendere la parola dopo che consiglieri di maggioranza e minoranza avessero proposto delle proprie soluzioni tecniche. Ma la soluzione , e il sindaco lo sa bene, è quella proposta dalla Regione Lazio. Dunque il consigliere Francesco Raffa proponeva di dare la parola ai consiglieri regionali, Buschini e Bianchi, per spiegarla finalmente questa soluzione, per renderla nota ufficialmente dopo che qualcosa si era appreso dai giornali.  

Si sarebbe reso necessario,  però, porre ai voti l’interruzione dei lavori per consentire gli interventi dei due consiglieri regionali. Niente di meglio per iniziare la melina. Il podestà camerata Ottaviani, incurante dello strappo democratico che la mancata concessione della parola a Buschini e Bianchi avrebbe prodotto e della negazione del diritto dei cittadini e dei lavoratori presenti a conoscere con esattezza la situazione,  ha votato contro sostenendo che  in tempi di elezioni,  non si poteva concedere a due esponenti della parte avversa, di farsi campagna elettorale, poi il consiglio comunale era chiuso e tale doveva rimanere.  Trascurava  il fatto, il camerata sindaco,  che né Buschini, né la Bianchi sono candidati e che la loro funzione in quel frangente era di esponenti delle istituzioni informate sui fatti  portatrici di proposte . 

Altro è stato il discorso del consigliere di maggioranza Magliocchetti, il quale sosteneva che ai consiglieri regionali  non poteva essere concessa la parola, perché in assenza degli altri enti azionisti (Provincia di Frosinone e Comune di Alatri) l’intervento della sola Regione non era opportuno. Dai banchi dell’opposizione  lo sconcerto era notevole. Chi ricordava che in altre occasioni erano stati sospesi i lavori per far intervenire esponenti di altre istituzioni, vedi parlamentari europei, chi denunciava il fatto che negando l’intervento dei consiglieri regionali, si negava il diritto al consiglio e ai cittadini di conoscere con precisione le proposte della Regione, visto che il sindaco non si era mai degnato di renderle note. 

Significativo l’intervento del consigliere Vittorio Vitali, il quale, uscendo dalla veste di consigliere e ponendosi in quella di semplice osservatore e cittadino, avrebbe notevolmente gradito di  conoscere il più esaurientemente possibile una questione fondamentale per i servizi della città e dunque l’intervento dei consiglieri regionali sarebbe stato più che auspicabile. 

Ma al sindaco podestà camerata Ottaviani, della democrazia, dei diritti dei cittadini ad essere informati, dei diritti dei lavoratori a non essere licenziati, del rispetto della dialettica che deve regnare sovrana in un consiglio comunale non interessa un fico secco.  Avanti con la votazione che con il contributo dei suoi camerati ha determinato il divieto di parola a Bianchi e Buschini.  

L’atteggiamento provocatorio dell''andamento della  votazione ha esasperato ancora di più gli animi dei lavoratori presenti, che vistisi presi in giro per l’ennesima volta hanno iniziato ad inveire contro il podestà e i suoi camerati, urlando e tentando un contatto fisico prontamente evitato dalle forze dell’ordine. Questi  non avevano valutato purtroppo che tale  atteggiamento forniva  al sindaco podestà una magnifica via d’uscita. 

Ottaviani  ne ha approfittato per  lasciare la seduta e, constatata l’impossibilità di continuare i lavori per le intemperanze del pubblico,  il  presidente del consiglio Lunghi ha prontamente sospeso il consiglio, alimentando la rabbia dei lavoratori. Nel momento in cui scrivo queste note non so se poi i lavori siano ripresi.  Certamente i consiglieri Bianchi e Buschini hanno lasciato l’aula e il sindaco podestà Nicola Ottaviani ha fornito l’ennesima prova di dispotico assolutismo regalando ai lavoratori della Multiservizi e tutti i cittadini 1° maggio di delusione e rabbia. Eia eia alalà.


Buon 1° maggio

Luciano Granieri



Primo Maggio festa del lavoratori. L’Italia è una repubblica democratica fondata sui lavoratori. Questo pare fosse l’articolo 1 della Costituzione nella prima redazione. Il testo, come è noto, è stato modificato nell’enunciazione attuale con la parola “lavoro” in luogo di “lavoratori”. Si disse che la prima versione era troppo divisiva perché richiamava la lotta di classe. Quella fu la prima avvisaglia della resa. 

 Da allora ad oggi i lavoratori, pur garantiti della Carta, come nell'art.4, hanno sempre subito la sudditanza ad un lavoro quantitativamente e qualitativamente insufficiente. Tanto da mettere  in discussione il pur edulcorato enunciato dell’articolo 1 in base al quale il lavoro è la base su cui si fonda la nostra repubblica democratica. In verità oggi stanno venendo meno anche il concetto di democrazia e si sta tentando perfino di destituire la forma statuale di Repubblica. 

Tranne una breve stagione iniziata nella metà degli anni ’60 e conclusasi drammaticamente alla fine del decennio successivo, il processo di destabilizzazione del lavoro come valore identificativo del diritto di cittadinanza e di appartenenza alla comunità, si è evoluto in modo inesorabile. Anzi ha subito un’accelerazione dagli inizi degli anni ’80 proprio per riaffermare il fattore "lavoro" come elemento di controllo sociale, con l’inasprimento di dinamiche che assicurassero una stabile quota di disoccupazione. Un elemento  necessario a ricattare la popolazione disposta a sacrificare parte della propria dignità umana per accedere ad un minimo di reddito vitale. 

 Cosa c’è dunque da festeggiare il 1° Maggio con una disoccupazione ormai attestatasi al 12% che arriva al 41% fra i giovani? Di cosa rallegrarsi in un contesto legislativo che attraverso il Jobs Act continua nell’opera di precarizzazione del lavoro e quindi della vita? La segretaria della CGIL Susanna Camusso ha oggi dichiarato che sarebbe più opportuno parlare di festa della disoccupazione. 

Non ha tutti i torti, ma andrebbe ricordato che i sindacati poco hanno fatto, soprattutto nell’ultimo trentennio,  per fermare la deriva di degenerazione totale del diritto al lavoro e anzi i recenti accordi sulla rappresentanza sindacale non sono altro che una totale resa ai “PADRONI” . Badate il concetto di padroni non è un residuato bellico della lotta di classe. Ma assume oggi un valore più totalizzante. I padroni, nell’era delle lotte sociali, erano i proprietari dei mezzi di produzione, oggi sono i proprietari di tutto. Dei mezzi di produzione, dei capitali, dei beni vitali  come, acqua , terra, aria. Posseggono la vita delle persone disponendo della loro salute e della loro patrimonio artistico e culturale . 

 C’è poco da festeggiare sicuramente, ma si può trarre occasione dalle riflessioni che pone la ricorrenza del 1° maggio per volgere lo sguardo al passato. In quel passato in cui ci sono stati esempi di aspre lotte che hanno visto uniti i lavoratori e  le altre classi sociali, gli studenti in primo luogo. Conflitti che hanno segnato importanti vittorie. 

 Guardando a quelle storie ci si rende conto che “SI PUO’ FARE”. Battaglie come quella dei lavoratori della tipografia Apollon di Roma , che fra il 1966 e il 1969 si sono misurati, prima con un capitalismo aziendalistico-familiare e poi con il vero e proprio capitalismo finanziario, ne sono un fulgido esempio. La loro capacità di organizzazione e di condivisione con il resto della popolazione operaia e studentesca dovrebbero indicare la strada. Una strada oggi forse impossibile, utopica, ma che varrebbe la pena percorrere . Basta essere fermamente convinti però che l’Italia è una Repubblica Democratica non fondata sul lavoro, ma “SUI LAVORATORI”.

Il video sopra pubblicato è un estratto del documentario che è possibile visionare cliccando sul titolo  Apollon, una fabbrica occupata 1969

I cani senza museruola fedeli servitori dello Stato

Luciano Granieri




In una riunione di un  sindacato dei fedeli servitori  dello Stato, sono stati applauditi tre di questi eroi, perché pur avendo compiuto il loro dovere     uccidendo a calci e pugni un disagiato  sociale, sono stati condannati dalla giustizia dei loro stessi padroni.  

C’è da comprenderli . Un fedele e solerte servitore non capisce il motivo per cui viene condannato nell’assolvimento del suo  compito e dunque mostra il proprio dissenso applaudendo gli autori dell’atto eroico.  

Questi sono i fedeli servitori dello Stato il quale è fedele servitore di un’oligarchia transnazionale che, per soddisfare i suoi illimitati appetiti di accumulazione finanziaria e di ricchezza, produce diseguaglianza e sterminata povertà  con l’effetto collaterale  di creare conflitto  sociale e disagio sociale. 

E’ compito quindi dello Stato servitore reprimere sia il disagio che il conflitto. Ed è la mano violenta e implacabile del servitore dello Stato ad effettuare il lavoro sporco . Ecco perché il solerte  poliziotto impegnato a reprimere il conflitto sociale pigiando, come l’uva in un tino, il ventre di una ragazza inerme,   non capisce il risentimento e la condanna di chi gli ha commissionato il servizio. 

Così come quei servitori dello Stato che hanno compiuto il loro dovere contro il disagio sociale massacrando di botte fino ad uccidere ragazzi che soffrivano di profondi disagi e che erroneamente chiedevano loro aiuto,  si ribellano ai propri mandanti che addirittura li condannano penalmente. 

Che colpa hanno questi servitori dello Stato? Forse sarebbe meglio prendersela con l’ipocrisia del mandante  (lo Stato)  e dell’oligarchia che lo tiene in pugno.  I cani da guardia, magari resi rabbiosi da un disagio sociale che per altri versi include anche loro,  mordono  e a volte ringhiano anche contro il proprio padrone quando questo li sgrida  senza  motivo.  E per chetare   questi cani rabbiosi , la museruole spesso è insufficiente.

Odifreddi: “Ecco i 6 miracoli di San Giovanni Paolo II”

fonte: http://www.controcopertina.com/

La Chiesa cattolica ha appena proclamato santo Giovanni Paolo II, pontefice dal 1978 al 2005. Ma quali i miracoli che hanno fatto guadagnare al polacco l’ambito titolo? Il matematico Piergiorgio Odifreddi, dal suo blog, ne elenca 6:
4 marzo 1983. “All’aeroporto di Managua in Nicaragua Giovanni Paolo II svillaneggia pubblicamente il ministro della Cultura padre Ernesto Cardenal, inginocchiato di fronte a lui in segno di rispetto, per aver accettato di partecipare al governo sandinista. In seguito, in combutta con il cardinal Joseph Ratzinger, combatterà duramente la teologia della liberazione, di cui Cardenal era uno dei principali esponenti, riducendola al silenzio”.
20 febbraio 1987. “L’arcivescovo Paul Marcinkus, presidente dello IOR, riceve un mandato di cattura dal tribunale di Milano per il coinvolgimento della banca vaticana nello scandalo del Banco Ambrosiano: lo stesso che porterà alla morte dei bancarottieri Michele Sindona e Roberto Calvi. Il papa fa quadrato attorno al “banchiere di Dio”, noto per aver dichiarato che “non si dirige una banca con le Ave Maria”, e lo lascerà al suo posto fino al pensionamento per i raggiunti limiti di età nel 1997″.
3 aprile 1987. “A Santiago del Cile Giovanni Paolo II si affaccia sorridente a salutare la folla dal balcone del Palazzo Presidenziale in compagnia del dittatore Augusto Pinochet, e prega con lui nella cappella del Palazzo: lo stesso in cui nel 1973 era stato assassinato da Pinochet il presidente democraticamente eletto Salvador Allende. In seguito, nel 1993, impartirà al dittatore cileno una benedizione apostolica speciale in occasione delle sue nozze d’oro. E nel 1999, quando Pinochet sarà arrestato in Inghilterra per crimini contro l’umanità, gli manderà un messaggio di solidarietà”.
6 ottobre 2002. “Giovanni Paolo II canonizza, dopo averlo già beatificato il 17 maggio 1992, il prete franchista Josemaria Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei. Paga così il debito nei onfronti della Prelatura della Santa Croce, i cui membri e simpatizzanti l’avevano dapprima eletto al soglio pontificio, e avevano poi sanato i debiti dello IOR, dissanguato dai finanziamenti a Solidarnosc”.
24 marzo 2003. “Giovanni Paolo II ricorda con affetto il cardinal Hans Hermann Groer, dimessosi da primate d’Austria nel 1998 per aver abusato sessualmente di circa duemila ragazzi”.
30 novembre 2004. “Giovanni Paolo II abbraccia pubblicamente padre Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Dio, nella fastosa e festosa celebrazione dei suoi sessant’anni di sacerdozio, e lo omaggia per “un ministero sacerdotale colmo dei doni dello Spirito Santo”. Dimentica di dire che per mezzo secolo il prete ha sistematicamente violentato seminaristi e fedeli, e ha convissuto regolarmente e contemporaneamente con quattro donne, da cui ha avuto cinque figli, che ha sia violentato che portato in udienza dal Papa”.
Oggi milioni di fedeli esultano per la santificazione di Karol Wojtyla ma, per Odifreddi, c’è da sperare che il nuovo santo” non interceda per noi”.

martedì 29 aprile 2014

AREA VASTA: QUALE?

di Giuseppina Bonaviri


Non sarà facile la costruzione di una strategia di area vasta. Dovremo abituarci a considerare delle opzioni, non mutualmente esclusive quali ridisegnare e modernizzare i servizi urbani per i residenti e gli utilizzatori delle città; sviluppare pratiche e progettazione per l’inclusione sociale per i segmenti di popolazione più fragili e per aree e quartieri disagiati; rafforzare la capacità delle città di potenziare segmenti locali pregiati di filiere produttive globali. Questi i primi suggerimenti consigliati dall’ Europa che dovremo adottare per stare a passo con i tempi. Aprire le porte alle energie innovative, specie dove oggi predominano rendita e inutile conservazione sarà il nostro obiettivo prioritario perché possa  promuoversi una visione culturale diversa sulla qualità di vita che, ai nostri territori provinciali, la politica deve assicurare. Per la costruzione di una strategia visionaria sarà necessario lavorare ad una “mappa di larga massima”  che tenga conto dei tratti naturali delle periferie, della dispersione abitativa, dell’ accessibilità e della adeguatezza dei servizi fondamentali quali scuola e salute. Un quadro che misura tendenze e ragiona predeterminando dove intervenire.
Ci dicono che contro un progetto tanto straordinario saranno coloro che dalle aree interne estraggono oggi risorse anzicché apportarle come tutti coloro che da sempre sostengono la cultura del “comunitarismo chiuso” che vede nel ripiegamento su “mono-identità locali”e chiuse all'apporto esterno e al confronto col diverso la forza del non cambiamento. A favore invece troviamo gli innovatori che abbiano idee robuste e chiare sull'uso del territorio, pronti a confrontarle in modo concorrenziale con altri, interni o esterni al comprensorio territoriale.
Welfare oppressivo, debito gigantesco, burocrazia invecchiata. L’Italia pare un ospizio senza rilevanza economica e politica, oggi. Bisogna lavorare di più e meglio non dimenticando che le migliori biotecnologie sono transitate in Cina, India, Usa e non sono in Italia. L’azione pubblica dovrebbe mirare a creare per tutti i cittadini opportunità di vita, lavoro e impresa destabilizzando le trappole del non-sviluppo, evitando di continuare a mettere fondi e potere nelle mani di chi è responsabile dell’arretratezza.
A tutto ciò dovrà corrispondere una governance che dia un ruolo di maggiore responsabilità alle città stesse, con l’urgenza di rilanciare sviluppo e coesione
del Paese e che contribuisca alla ripresa della produttività in tutti i territori interni.
Dare slancio alle aree interne del paese oggi dette “area vasta” affetta da calo e invecchiamento demografico, promuovendo policentrismo, sicurezza degli abitanti e del territorio concorrerà allo sviluppo sia di crescita che di inclusione sociale.
Noi, della Rete indipendente la Fenice, stiamo lavorando ad un percorso di idee robuste ad uso del territorio pronti al confronto, al metodo partenariale aperto.
L’innovazione principale consiste nel fatto che, per aspirare a trasformare la realtà attraverso l’azione pubblica di una cittadinanza attiva, è necessario che i risultati cui si intende pervenire siano definiti in modo percepibile al fine di dare vita a una vera e propria valutazione pubblica aperta.  Chiediamo, da ora, agli eletti della nostra provincia una seria politica di sviluppo rivolta ai luoghi e non alla fantapolitica.
Basta con gli equilibrismi e le arretratezza, blocco alla produttività, che però permangono quali scelte consapevoli delle classi dirigenti, dettate dalla consapevolezza di ricavare benefici dalla immobilità. Meglio sarebbe competere ad un beneficio incerto in un contesto innovativo e in crescita dove i giovani sono competenti, l’accessibilità buona,  l’ambiente tutelato. E, allora, lavoriamo insieme per dare vita ad processo di co-progettazione collettiva dei territori -attorno a temi chiave- e non per continuare a gareggiare tra progetti di lobbyng o alleanze spurie controproducenti al progresso della nostra nazione.

lunedì 28 aprile 2014

MULTISERVIZI: CALA LA NEBBIA

Comitato di Lotta Frosinone

Nonostante le 24 persone presenti alla riunione oggi in Regione presso l’Assessorato al Lavoro sulla vicenda Frosinone Multiservizi, dove si riunivano finalmente i sindaci di Alatri e Frosinone e il Commissario della Provincia, spiccavano le assenze importanti come quelle dell’Assessore al Lavoro Regionale, i consiglieri regionali locali – la Bianchi sarebbe arrivata la termine della discussione-, Sviluppo Lazio e il liquidatore della Frosinone Multiservizi (invero non invitato).
L’incontro, fortemente voluto dai lavoratori che continuano a presidiare il comune di Frosinone da 22 giorni, deciso dopo l’ultima Assemblea dei Soci nella quale i liquidatori della società accettavano un nuovo rinvio ad un tavolo politico la vicenda spinosa degli alti debiti della Multiservizi, racchiudeva con sé tutto una serie di aspetti già trattati ma non risolti, - la newco e il suo piano industriale, gli esuberi, gli interventi regionali ecc. – ad alcuni nuovi come l’esposizione debitoria dei singoli enti e la deliberazione della Regione Lazio sulla quota parte di debito vincolandola al versamento contestuale degli altri soci.
Un tavolo articolato dunque attraverso il quale i lavoratori speravano che gli enti, in primis Frosinone, si presentassero con la bozza di piano industriale su cui fare un confronto. Purtroppo ancora una volta gli enti si sono presentati a mani vuote accampando scuse un po’ datate sulle motivazioni che impedivano tale redazione: il fatto che la Regione non assicura formalmente l’impegno quinquennale sulla viabilità da affidare all’ente Provincia. Il rappresentante della Regione Caligiuri rispondeva prontamente che ciò verrò definito formalmente quanto prima…
Un confronto aspro nasceva invece sulla vicenda dei debiti della società e delle soluzioni per addivenire ad una liquidazione effettiva della stessa. La Regione ribadiva la propria posizione chiarita con la delibera del 13 marzo nella quale si prevede il ripiano della propria parte debitoria a fronte di un contestuale intervento degli altri enti, chiarendo che la Regione non è intenzionata a far crescere ulteriormente il debito.
Alatri, a bocca del sindaco Morini, lamentandosi degli aspetti debitori troppo onerosi per gli enti, sottolineando la mancanza del liquidatore Lombardi con il quale ci si sarebbe potuti confrontare, ha comunque chiuso che la questione dei debiti si può unire alle vertenze dei lavoratori e fare un discorso complessivo nella direzione dei lavoratori e nel ridare loro un futuro lavorativo in una società pubblica.
Frosinone interveniva con Piacentini – il Sindaco sarebbe arrivato 1 ora dopo – opponendosi alla delibera regionale che non avrebbe un fondamento giuridico poiché non si possono porre condizioni agli altri enti; che il governo sta ulteriormente riducendo trasferimenti ponendo in difficoltà gli enti; che in bilancio il Comune non ha previsto alcuna quota per andare incontro ai debiti Multiservizi e quindi ci sono forti difficoltà per ripianare le perdite.
La Provincia attraverso la segretaria generale poneva, a suo parere, il mancato obbligo da parte degli enti di ripianare i debiti della Frosinone Multiservizi. - Patrizi arrivato ancor più tardi di Ottaviani difendeva l’operato in generale del Governo sul rigore, dimenticando evidentemente gli effetti sui lavoratori
La Regione constatato, il muro di indisponibilità nell’affrontare costruttivamente la questione del debito della società al cui interno c’è il TFR dei lavoratori, alzava i toni e cercava di affrontare la discussione da un altro versante quello che una parte consistente di debito è costituito dalle vertenze dei lavoratori i quali potrebbero essere disposti a rinunciarvi a fronte di una valida e riconosciuta proposta lavorativa.
La riunione terminava con una riconvocazione a breve invitando anche il Commissario liquidatore della Frosinone Multiservizi.
Tutto rimane in sospeso. I lavoratori attendevano un tavolo con un confronto più serrato ma la completa disorganizzazione della giornata dove alle assenze di attori importanti della Regione si sommavano ritardi cronici degli enti, ha prodotto un ennesimo rinvio.
I lavoratori ritengono invece che i pezzi del puzzle vi sono tutti, che la loro ricomposizione è possibile, economicamente vantaggiosa per gli enti e utile a ricostituire centinaia di posti di lavoro. Si registra una mancanza di volontà da parte di Frosinone, e questo tutti se l’aspettavano, ma anche un dilettantismo politico regionale che nonostante l’impegno profuso anche con cognizione di causa della segreteria dell’ass.to al lavoro non riesce a far pesare la propria importante parte sulle questioni in essere.