Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 11 maggio 2014

Il sindacalismo conflittuale a un bivio Contro l'accordo vergogna sulla rappresentanza manca un'adeguata risposta di lotta

Fabiana Stefanoni


 Mentre in senato viene approvato il decreto Poletti, che aggrava la precarietà lavorativa portando a termine lo smantellamento dell'articolo 18 già avviato dalla riforma Fornero; mentre lo stesso ministro Poletti (ex presidente di Legacoop) siede come invitato al congresso della Cgil e contemporaneamente i lavoratori delle cooperative (della logistica e dell'università) portano avanti dure lotte contro lo schiavismo delle cooperative (e di Legacoop in particolare), nella pentola degli attacchi padronali continua a bollire una minestra avvelenata: quella dell'accordo vergogna sulla rappresentanza, giustamente ridefinito dai lavoratori in lotta "accordo bavaglio".
La fine del sindacalismo conflittuale?
Abbiamo già analizzato in altri articoli il carattere antidemocratico di questo accordo, siglato il 10 gennaio da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria e successivamente sottoscritto da altri sindacati gialli, come Ugl, Cisal e perfino dallo Snater (un piccolo sindacato delle telecomunicazioni che fino a poco tempo fa era federato con Usb: patto reciso da Usb proprio all'indomani di questa firma). E' un accordo che azzera la democrazia sindacale nelle aziende private, privando del diritto di rappresentanza tutti i sindacati che non siglano l'accordo stesso: di fatto è l'estensione del "modello Marchionne", già vigente in Fiat, a tutto il mondo del lavoro privato.
La firma dell'accordo stesso equivale, per un sindacato conflittuale, a una resa incondizionata al padrone. Infatti, se un sindacato decide di sottoscrivere l'accordo (al fine di partecipare alle elezioni rsu, nominare rsa e tentare di accedere alla contrattazione collettiva), perde automaticamente il diritto di sciopero e di azione conflittuale: laddove un contratto aziendale fosse sottoscritto dal 50% più uno della rsu, né i sindacati (firmatari del Testo unico) né i delegati sindacali (rsu e rsa) potranno più organizzare iniziative di lotta e di sciopero contro il contratto stesso (lo stesso vale per il periodo delle trattative). In caso contrario, le organizzazioni sindacali subirebbero multe salate e la soppressione dei diritti sindacali.
Volgiamo lo sguardo al sindacalismo di base e conflittuale (quello che, almeno a parole, si è schierato contro questo vergognoso accordo). Per questi settori sindacali, fortemente penalizzati dall'accordo, dovrebbe - il condizionale è d'obbligo, e vedremo perché - essere scontato opporsi fermamente a questo accordo, organizzare iniziative di lotta quanto più estese e unitarie per respingerlo e, soprattutto, non firmarlo. Ma, purtroppo, le cose non stanno così. Le direzioni dei sindacati "contrari all'accordo" (incluse quelle dei sindacati di base) oscillano tra esitazioni, silenzi, settarismi e anche parecchie ambiguità: ne deriva un pericoloso vuoto di azioni di lotta che rischia di regalare ai padroni una fin troppo facile vittoria a tavolino. La classe lavoratrice rischia di subire una sonora sconfitta senza nemmeno essere stata chiamata a lottare. 
L'opposizione all'interno Cgil: è vera opposizione? 
La direzione della Fiom inizialmente aveva approvato gli accordi con Confindustria sulla rappresentanza (presumibilmente nella speranza di essere riammessa al tavolo delle trattative con Finmeccanica). Una presa di posizione molto grave, che ha favorito la propaganda filopadronale della Camusso e della maggioranza Cgil a sostegno di questo accordo antioperaio. Successivamente, Landini, una volta presa visione del testo firmato il 10 gennaio, ha ritirato il suo appoggio all'accordo. E' probabile che questo repentino cambio di posizione sia dovuto a una clausola introdotta successivamente: nel testo del 10 gennaio si precisa, infatti, che potranno accedere alle rsa solo i sindacati che hanno precedentemente partecipato alla negoziazione, e quindi non la Fiom nel settore metalmeccanico (essendo stata fino ad oggi esclusa dalle trattative con Finmeccanica).
Le tardive rimostranze della direzione Fiom hanno portato a scontri, apparentemente duri, all'interno dell'apparato Cgil, con reciproche scomuniche tra la Camusso e Landini: le tensioni sono emerse in particolare in occasione del Congresso Cgil, conclusosi proprio in questi giorni. Ma la "battaglia" di Landini contro l'accordo sulla rappresentanza si è limitata alla richiesta di una consultazione ("referendum") interna alla Cgil stessa (consultazione che, di fatto, è avvenuta nel congresso Cgil stesso e che, anche grazie a scontati brogli, ha visto prevalere la posizione della Camusso). Soprattutto, la richiesta di Landini non è quella di cancellare l'accordo sulla rappresentanza, né, tantomeno, quella di ritirare la firma della Cgil, bensì quella di modificare, in parte, il testo dell'accordo. Del resto, Landini e la direzione della Fiom, nonostante la gravità del momento, hanno appoggiato nel congresso proprio il documento di maggioranza della Camusso, limitandosi ad alzare il livello della polemica solo in occasione dell'elezione degli organismi dirigenti.
All'interno della Cgil, una posizione più netta contro l'accordo vergogna è stata presa dall'area congressuale che fa riferimento a Cremaschi ("La Cgil è un'altra cosa"), che si è assestata su percentuali basse (tra il 2,5 e il 3%: fatto scontato in un congresso truccato), ma che può contare su un buon numero di attivisti sindacali combattivi. L'area di Cremaschi ha preso una posizione contraria all'accordo sulla rappresentanza. Al contempo, ha focalizzato la sua azione esclusivamente sul terreno dei ricorsi in tribunale. Si tratta di un terreno scivoloso: l'esperienza storica dimostra che i padroni, nei momenti critici, sanno sempre volgere le leggi a loro favore. Non sarà certo qualche giudice a respingere l'accordo sulla rappresentanza e, laddove anche fosse dichiarato incostituzionale, i padroni troverebbero comunque il modo di farlo rientrare in qualche modo dalla finestra. Solo le lotte permettono di strappare risultati duraturi: per questo è necessario che la sinistra Cgil (a partire dalla minoranza congressuale e dalle realtà operaie della base della Fiom) rilanci un vero percorso di lotta e di protesta contro l'accordo.
Il sindacalismo di base nell'impasse
Sul fronte del cosiddetto sindacalismo di base le cose non vanno molto diversamente. Molte realtà locali e operaie del sindacalismo di base si sono schierate con forza e nettezza contro l'accordo della rappresentanza: basta pensare, per citare un solo esempio, alla contestazione promossa dai sindacati di base a Bergamo in occasione del Primo Maggio, quando è stato occupato il palco di Cgil, Cisl e Uil per dire no all'accordo vergogna 




Non si può dire altrettanto delle attuali direzioni nazionali dei sindacati di base (i cui apparati presentano, va detto, molti limiti di democrazia sindacale: anche per questo spesso a un reale coinvolgimento della "base" si sostituisce una politica accentrata nelle mani di pochi leader). La direzione nazionale di Usb ha sì preso posizione contro l'accordo della rappresentanza ma, come Cremaschi, si è limitata, essenzialmente, a una politica di ricorsi in tribunale "per incostituzionalità" dell'accordo. La lotta viene di fatto delegata... ai giudici: nessuna proposta di mobilitazione nazionale e di sciopero, nessun tentativo di unità d'azione e di lotta con le altre forze del sindacalismo conflittuale per cercare di respingerlo. La direzione nazionale della Cub (probabilmente il sindacato che risentirà maggiormente degli effetti di questo accordo, vista la presenza prioritaria nel privato), non solo non ha messo in campo una vera mobilitazione contro l'accordo, ma ha prodotto anche un volantino ambiguo che invita a operare "scelte alternative per praticare quelle agibilità che sostanziano un livello accettabile di democrazia"  . Sostanzialmente, la Cub nazionale non ha dato una netta indicazione alle proprie rsu di non firmare l'accordo, le ha invece invitate a praticare "scelte alternative": leggendo tra le righe, si apre alla possibilità di firmare l'accordo (al fine di conservare le rsu) trovando qualche escamotage per proclamare comunque gli scioperi. Le "vie alternative" consisterebbero nel proclamare gli scioperi come gruppi di lavoratori e non come sindacato: seguendo lo stesso ragionamento, ai tempi dell'imposizione del "modello Pomigliano" in Fiat avremmo dovuto suggerire ai sindacati di firmare il contratto (per conservare i delegati sindacali) dicendo poi ai lavoratori di proclamarsi gli scioperi da soli, senza la copertura del sindacato! A questo si aggiunge una pericolosa politica di affidamento ai deputati del Movimento 5 Stelle di Grillo - in questo Cub e Usb paiono concordi   - che inevitabilmente trascina questi sindacati su un terreno interclassista e potenzialmente persino razzista che è quanto di più distante ci sia dalle esigenze attuali della classe lavoratrice. I lavoratori hanno bisogno di unità e indipendenza di classe: quell'unità e quell'indipendenza che vengono esplicitamente negate dal Movimento di Grillo che intende unificare lavoratori e padroni in una comune battaglia contro "l'euro e i politici" e che, soprattutto, divide la classe operaia (nativa e immigrata) con una squallida propaganda razzista. Il discorso è pressoché analogo per la Confederazione Cobas. In questo caso si è arrivati a una situazione paradossale: i Cobas di Comdata (Società di servizi che deve svolgere le elezioni rsu) non solo hanno sottoscritto il Testo unico sulla rappresentanza (seppur introducendo una presunta clausola in cui il sindacato si riserva di promuovere qualsiasi vertenza riterrà utile "per far accertare vizi di nullità e contrarietà alle leggi vigenti e alla Costituzione"), ma hanno persino presentato come un trionfo il fatto che il tribunale di Ivrea abbia accettato il loro ricorso a partecipare a pieno titolo alle elezioni rsu in quanto "firmatari dell'accordo"  . Di fatto, ad una delle prime elezioni rsu che si presentano, il sindacalismo conflittuale rischia di piegarsi all'accordo, sottoscrivendolo magari dietro il paravento di qualche "clausola" o "scelta alternativa". La verità è che si tratta di un cane che si morde la coda (per poi finire per sbranarsi da solo): le direzioni dei sindacati di base e la sinistra Cgil non si attivano per mettere in campo azioni unitarie e di lotta contro l'accordo; subito dopo, proprio perché non ci sono azioni di lotta, arrivano alla conclusione che la firma dell'accordo è inevitabile. E' quella che in tempo di guerra (e quelli odierni sono proprio tempi di guerra sociale!) si chiama disfatta: una resa incondizionata senza quasi combattere. Una vittoria per i padroni, una sconfitta per la classe lavoratrice. 

 La campagna di No Austerity 
 In un quadro di questo tipo, in cui le iniziative di lotta contro l'accordo vengono lasciate di fatto alle realtà locali e di fabbrica del sindacalismo conflittuale, particolare importanza assume la campagna nazionale promossa da No Austerity - Coordinamento delle lotte (5). Le realtà sindacali, di lotta, politiche e di movimento che aderiscono al coordinamento hanno deciso di promuovere una campagna contro l'accordo sulla rappresentanza, facendo appello a tutti i sindacati e a tutte le organizzazioni che si sono pronunciate per il "no" all'accordo a non firmarlo (a nessun livello, né nazionale né territoriale né di fabbrica) e a organizzare iniziative unitarie e di lotta per respingere questo pesante attacco padronale. A nostra volta, come Alternativa Comunista facciamo appello a tutte le realtà politiche della sinistra di classe a sostenere la campagna di No Austerity e a contribuire a creare un fronte unico di lotta per respingere "l'accordo bavaglio", nella consapevolezza che l'unità di lotta delle organizzazioni del movimento operaio è la premessa indispensabile per creare i rapporti di forza necessari per respingere gli attacchi padronali e avviare finalmente una controffensiva dei lavoratori. 

sabato 10 maggio 2014

L'Inchiesta si fa in quattro

Luciano Granieri


Nella mattinata di ieri sabato 10 maggio, presso la Villa Comunale di Frosinone , la Cooperativa editoriale “l’Inchiesta” ha presentato le novità inerenti alla sviluppo dellea piattaforma  web realizzata con la collaborazione dell’agenzia Apiweb. Un azienda che dal 2001 progetta soluzioni per il web in molti campi ma in particolare nel settore dell’editoria. 

Grazie all’impegno e alla passione di Apiweb e della  redazione del giornale, la Cooperativa editoriale l’inchiesta, già nelle edicole con il quotidiano e in rete con il sito www.linchiestaquotidiano.it  potrà offrire una piattaforma multimediale innovativa. Saranno quattro i modi per interagire con la essa:  Due App (una gratuita e una a pagamento) per lo smartphone  e due siti anch’essi uno a consultazione gratuita e l’altro a pagamento. 

La novità sta nel concetto di interazione. Non a caso abbiamo usato la parola interagire  e non consultare descrivendo il modo di prendere  contatto con il sistema.  Con le App  del cellulare  ognuno potrà entrare   per  un giorno nella redazione. Potrà cioè trasmettere la notizia di un fatto di cui è testimone, oppure anche un semplice commento.  La redazione, quella stabile, vaglierà velocemente la notizia trasmessa e la pubblicherà. 

Secondo le ultime ricerche sulle modalità di fruizione delle notizie, in Italia è il cellulare il veicolo più usato per l’accesso all’informazione, inoltre si evidenzia come le persone siano maggiormente interessate alle notizie del  proprio territorio.  Ed in questa direzione si sviluppa il nuovo sistema multimediale de “L’Inchiesta” che potrà avvalersi di ogni singolo cittadino come corrispondente e diffondere un numero notevolmente superiore di notizie in modo veloce. 

Tutto ciò, ovviamente avrà ricadute positive anche sul quotidiano in vendita nelle edicole, che potrà disporre di fonti molto più numerose.  Si realizza  un’ informazione, partecipata e etero diretta non solo dal giornale ai lettori, ma anche dai lettori al giornale.  E Dio sa quanto oggi vi sia bisogno di partecipazione, a tutti i livelli, per scuotere dal torpore dell’indifferenza che attanaglia la società civile. In una democrazia partecipata un’informazione partecipate è fondamentale. Per adesso grazie alla Cooperativa editoriale L’Inchiesta, avremo questo primo tentativo di informazione partecipata, per la democrazia......abbiamo perso le speranze, o forse no? 

Tonando al fatto all’evento editoriale, c’è da aggiungere che in un quadro di crisi dell’editoria con un crollo delle vendite dei quotidiani, nelle edicole e digitali, è necessario essere creativi e progettare sempre nuove soluzioni nelle modalità di acquisizione e diffusione delle notizie.  In quest’ottica la scelta operata dalla Cooperativa editoriale  l’Inchiesta sembra estremamente azzeccata. Non resta che augurare   in bocca al Lupo al direttore responsabile Stefano Di Scanno, a tutta la redazione. Un  in bocca al lupo particolare e  personale va agli amici Giuseppe Antonelli e Alessandro Redirossi.  Buona fortuna a tutti voi ragazzi.
Di seguito i video della presentazione.


"Il degrado della Cgil, le possibilità dell'opposizione". Intervista a Cremaschi

Redazione Contropiano

Il congresso della Cgil più scontato della storia si è concluso con una mezza implosione. Ma non si può dire che si sia trattato di una conclusione inaspettata. La maggioranza “bulgara” del 97,5% con cui Susanna Camusso è salita alla tribuna del palco di Rimini era troppo disomogenea per essere vera e per reggere la prova dei fatti. Tanto che nella votazione individuale per il Direttivo ha raccolto appena il 69%, mentre il documento della maggioranza da lei guidata ha avuto l'80. Una caduta verticale di fiducia che dovrebbe sconsigliarle “azzardi autoritari” a breve termine (come il commissariamento della Fiom, che sembrava cosa fatta fino pochi giorni fa). Ma non è detto.
I “fatti”, tra l'altro, sono tutti di dimensione strategica, non occasionale. Parliamo della rottura palese del legame col Pd, della fine della “concertazione” (dichiarata dal governo per bocca di Renzi, che è anche segretario di quel partito), della crisi economica continua che erode le basi su cui era costruita la Cgil degli ultimi 25 anni: “ruolo politico” prevalente sulla rappresentanza reale degli interessi dei lavoratori, con “mediazioni” sempre più azzardate e distanti rispetto alle condizioni materiali di lavoro, alla dinamica dei salari, alla giungla contrattuale derivante dalla legalizzazione della precarietà a vita.
Giorgio Cremaschi esce da questo congresso quasi “vittorioso”, con una percentuale di voti superiore a quella “concessa” dalla segreteria confederale in seguito a una gestione dei congressi locali che anche Maurizio Landini ha definito sempre “truffaldina”. Contemporaneamente, Cremaschi ha rinunciato a candidarsi nel Direttivo Nazionale, rimanendo a questo punto un “semplice iscritto” che si batte però – come sta facendo con Ross@ - per una prospettiva a più ampio raggio.
Lo abbiamo intervistato stamattina per fare il punto della situazione.

Se dovessi condensare in una frase questo congresso?
È stato il congresso della paura e della rassegnazione. Come diceva Mao, “bisogna guardare alla tendenza e alle controtendenze”, ossia a quello che è avvenuto di positivo pur dentro una situazione di degrado per il mondo del lavoro. In positivo, si è verificata una forte opposizione, molto più ampia di quanto era nelle premesse. Ma è anche stata confermata una linea catastrofica di debolezza, paura e rassegnazione di tutta la Cgil. Condita da una gestione autoritaria e burocratica.
Un congresso che si è concluso con un inno all'impotenza della Cgil e all'unità con Cisl e Uil come unica condizione per la possibile sopravvivenza. Con una difesa dell'accordo del 10 gennaio sulla rappresentanza che è a sua volta un segno di autoritarismo e rinuncia alla contrattazione; perché quell'accordo si limita a recepire il “modello Pomigliano” ed estenderlo a tutti quelli che ci vogliono stare.
Perché dici che è una linea di rassegnazione?
Della relazione conclusiva della Camusso mi ha colpito un passaggio: “bisogna aprire una vertenza sulle pensioni, ma insieme a Cisl e Uil, altrimenti si viene sconfitti come sulla riforma Fornero”. Stava polemizzando direttamente con me, che avevo parlato della necesssità della ripresa di una pratica conflittuale, anche sulle pensioni. Ma perché? Nel caso della “riforma Fornero” non siano andati esattamente insieme a Cisl e Uil (con le famose tre ore di sciopero a fine turno, ndr)? E non siamo stati sconfitti lo stesso? O anche per questo?
Noto insomma una coazione a ripetere, tipica di chi ha paura. È la reazione di una burocrazia che si sente sotto attacco, che soffre la perdita di contatto con il Pd e ha paura di non contare più niente. E quindi reagisce con l'autoritarismo, con la chiamata all'unità intorno al gruppo dirigente, ma senza alcuna proposta. Qual'è la piattaforma della Cgil uscita da questo congresso? Non c'è. C'è un semplice aggrapparsi all'”unità” con Cisl e Uil, e all'accordo del 10 gennaio. Si punta a sopravvivere con questi due elementi. E basta. Alla nascente paura di non contare più niente si reagisce insomma con comportamenti che non ti fanno davvero contare più niente.
Guardiamo a come è stato vissuto il rapporto-scontro con Renzi. Il congresso si è mostrato rabbioso e rancoroso, ma impotente. Per esempio, sulla fine della “concertazione” - dichiarata da Renzi – ha reagito come la volpe con l'uva: “non ce ne importa niente”. Ma un sindacato come la Cgil attuale è stato costruito sulla concertazione, non può farne a meno, è la sua ragion d'essere.
Si è ragionato, nel congresso, sul fatto che a questo punto la Cgil sta perdendo rapidamente il rapporto con coloro che dovrebbe rappresentare (i lavoratori) e contemporaneamente anche il “ruolo politico” fondato sul rapporto col governo e il mondo politico?
La Cgil sta perdendo in basso e in alto. Perde ruolo e potere sia tra la gente (basti pensare al ruolo che aveva all'epoca di Cofferati, “grande casa comune della sinistra”), sia col Pd e il governo. Ma su qeusto non si è affatto ragionato. Ci sono stati molti lamenti, che hanno però solo evidenziato la paura della burocrazia. Non c'è stato nessun riconoscimento della crisi dell'Organizzazione. La Cgil esce dal congresso peggio di come ci era entrata. Con un'accentuazione della crisi.
La “tendenza” al degrado è chiara. Quali sono le “controtendenze”? E fino a che punto sono positive?
Diciamo che siamo soddisfattissimi della battaglia fatta come “Il sindacato è un'altra cosa”. Era stata decisa la nostra cancellazione, e in molti congressi territoriali si è visto di tutto. Ma alla fine hanno dovuto cedere e rinunciare. Abbiamo preso più voti di quanti delegati ci erano stati riconosciuti. Usciamo dunque dal congresso più forti e organizzati di prima. Ma siamo più forti all'interno di un'organizzazione che è invece in grave crisi. Questo cambia anche il nostro modo di stare dentro la Cgil. Non possiamo più pensare di fare soltanto una “corrente”, come si è fatto fin qui, perché tutta l'organizzazione nel suo complesso è in crisi. Quindi dobbiamo essere parte – come area interna – di un fronte molto pià ampio di lotta e unità con tutto il sindacalismo conflittuale, di base, con i movimenti e le lotte sociali in atto.
L'unità si costruisce, per esempio, nella lotta comune contro l'accordo del 10 gennaio. Perché la crisi andrà avanti il congresso non ha risolto alcun problema.

Non siete però più l'unica opposizione a Susanna Camusso...
È stata smentita – ed è positivo – la tesi degli “emendatari” al documento di maggioranza. Landini e Rinaldini avevano cominciato il percorso congressuale insieme a Camusso, spiegandoci che non era più tempo per “mozioni alternative”, ma che bisognava stare dentro la maggioranza per condizionarla e cambiarla.
Questa linea si è dimostrata priva di ogni concretezza. E al congresso di Rimini hanno dovuto anche formalmente passare all'opposizione. È certamente positivo. Ma ora l'opposizione bisogna farla e costruirla sul serio. E non solo al gruppo dirigente della Cgil, come pure bisogna fare, ma al giro di vite nell'austerità che sta uccidendo il paese. Ovvero a Renzi e al governo. Landini su questo punto è stato fin qui assai meno chiaro. Sarebbe un errore pensare che possa esistere un “fronte del rinnovamento”, trasversale, contro un “fronte burocratico”. Prima di tutto bisogna infatti ricostruire il conflitto. Per dirla con il linguaggio di una volta, l'”avversario principale” è il governo, l'Unione Europea, il sistema delle imprese. Come “derivata secondaria”, c'è anche la Camusso e il fronte burocratico, che fin qui è stato complice silenzioso e ora viene scaricato. Ma non è Camusso “il motore” dell'offensiva reazionaria e padronale. Solo un complice. Bisogna insomma sempre avere il senso della “gerarchia delle priorità”, nella lotta politica e sociale. Non si può in nessun modo cedere alle facili suggestioni del “nuovismo”.
Insieme a Landini e Rinaldini abbiamo fatto molte battaglie comuni, nel congresso, ma dobbiamo essere consapevoli che ci troviamo in una situazione di degrado totale per quanto riguarda il mondo del lavoro. Se fai sul serio l'opposizione a Camusso, ti scontri subito anche con Renzi. Non puoi pensare che sia un interlocutore; è un avversario.
Ascoltando alcuni discorsi all'interno del congresso, mi sembra che ci sia il rischio che la Cgil venga alla fine percepita come una specie di “corrente bersaniana” del Pd. Diciamoci la verità: Renzi prende tutti i giorni a ceffoni la Cgil (non Cisl e Uil, che sente ormai come “cosa sua”), indicandola pubblicamente come una “corrente fassiniana” (nel senso di “Stefano Fassina chi?”), di fatto subalterna. Questo pone di nuovo e in ben altri termini la questione dell'autonomia sindacale dalla politica e dai partiti. Lo scontro tra Camusso e Renzi è uno scontro vero, mi sembra, ma l'apparato sindacale che sostiene la prima non è disposto a portarlo avanti sul serio. Non ha la cultura politica e l'autonomia per farlo. Renzi quindi affonda nel burro...

Non ti sei ricandidato per il Direttivo Nazionale e rimani come semplice iscritto. Cosa significa?
Ad un certo punto bisogna farlo, è anche un problema di igiene politica. Penso che bisogna costruire un fronte molto più ampio e conflittuale, come dicevo prima. E cercherò di dare un contributo in questa direzione. C'è una situazione generale terribile, stiamo andando verso una “Grecia con la vaselina”, compreso l'attacco alla democrazia. Ho fatto una scelta per una militanza senza confini. In qualche misura l'ho fatto sempre, nella mia storia di militante. È arrivata l'ora di farlo anche formalmente.

venerdì 9 maggio 2014

Una legge di iniziativa popolare per risanare la Valle del Sacco con i fondi europei

Luciano Granieri


Sulle Valle del Sacco  è stato versato una marea di inchiostro sui giornali, sono stati dedicati servizi ed inchieste televisive.  Denunce e lamentazioni hanno invaso lo scenario informativo. Una tale mole di esposizione mediatica, ha prodotto qualcosa? Oltre che il tentativo di riconvertire a fini commerciali il nome da Valle del Sacco a Valle dei Latini, si è generato il tentativo di attivare un  processo per bonificare e riconvertire la tristemente nota Seveso del centro Italia.  

Sono stati effettuati passaggi  normativi sia di derivazione statale che  regionale.  Disgraziatamente la direzione presa ha creato danno e confusione. Pur essendo stati stanziati già dei fondi europei  , questi non sono stati impiegati per la mancata presentazione di progetti organici, ma soprattutto perché non si può effettuare alcun tipo di bonifica se non si  eliminano  le fonti di inquinamento.  Attualmente  gli agenti inquinanti  sono completamente  attivi.  Lungo tutta la Valle non esiste un depuratore efficiente ,  per cui nel fiume Sacco  continua ad affluire ogni tipo di sostanza  inquinante proveniente dagli scarichi industriali e urbani. 

A causa di questa mancanza assoluta di programmazione  si rischia di perdere la grande occasione di usufruire dei fondi europei per restituire alla collettività una notevole porzione  di territorio dalle  elevate potenzialità di sviluppo economico. Uno sviluppo però che deve percorrere strade totalmente diverse rispetto alla industrializzazione scriteriata che ha ucciso la Valle. 

Il comitato L.I.P. Valle del Sacco, di cui l’Osservatorio Peppino Impastato è membro, è stato il primo ad elaborare un progetto concreto per la bonifica e la riqualificazione del sito. Un progetto che si sostanzia nella redazione di una legge regionale di iniziativa popolare. Solo un dispositivo legislativo può avere i requisiti di autorevolezza necessari per assicurare il pieno ottenimenti degli obbiettivi.

 Il comitato ha redatto un piano di bonifica e sviluppo tenendo conto di progetti già realizzati, secondo le prescrizioni europee, in siti come , Pais de Calais in Francia, o il comprensorio della Ruhr in Germania, ma anche a Valencia  Birmingham e in altri territori europei.  Piani applicati con successo.  

La stesura del progetto prevede fra l’altro la possibilità di accogliere suggerimenti e proposte, da movimenti, associazioni o semplici cittadini,   da  inserire  nello schema delle linee guida adottate. Si attiva in questo modo un processo virtuoso di partecipazione autentica dei cittadini alla determinazione definitiva del dispositivo, il quale, grazie alla collaborazione  e consulenza di giuristi ed esperti attivi nel comitato,  diverrà una proposta di legge popolare, completa delle linee attuative.  

Si tratterà quindi di raccogliere le firme per presentare la proposta all’esame della Regione. Un procedimento fra l’altro che soddisfa completamente la nuova normativa sul partneriato per l’accesso ai fondi europei, in base alla quale  si deve ottenere il coinvolgimento di tutti gli attori,  autorità pubbliche, parti economiche e sociali e organismi che rappresentano la società civile a livello nazionale, regionale e locale,   secondo la pratica della massima partecipazione e trasparenza.

 Partecipazione e controllo dei cittadini, questi  i capisaldi su cui si snoda la nuova direttiva europea, elementi che nella nostra Nazione, soprattutto quando in ballo ci sono ingenti somme, non sono mai bene accetti, anzi si tende a limitare la partecipazione e a espropriare il controllo alla collettività. 

Rispetto a ciò, infatti  è  quanto meno sospetto,  che la  Regione Lazio, incaricata di organizzare il tavolo con tutti gli attori interessati all’accordo di partnerariato per  l’attribuzione dei fondi europei necessari alla realizzazione di progetti sulla Valle del Sacco,  abbia escluso, sia noi dell’Osservatorio  - associazione no profit registrata presso l’ente regionale -, sia il comitato L.I.P.  unitamente ad altre realtà ed  enti locali:  Retuvasa, il Forum per l’Acqua Pubblica, la Consulta Ambiente di Ferentino  e  tutti i comuni situati nella Valle. 

 Il progetto della L.I.P.   pur essendo l’unico dettagliato, pur essendo l’unico  partecipato e di iniziativa popolare, dovrà  dunque superare ostacoli forse insormontabili. Ma noi come membri della L.I.P. siamo convinti  che grazie al pieno rispetto delle normative europee e alla nostra passione, potremo realizzare, anche con l’aiuto di altri che vorranno aderire, e di tutti i cittadini che firmeranno,  qualcosa di importante e utile per il nostro territorio.



Nei video il portavoce della L.I.P., Lorenzo Santovincenzo,  espone il piano.

LA CGIL A CONGRESSO

di Franco Turigliatto. Fonte:http://anticapitalista.org/
La Cgil svolge in questi giorni il congresso nazionale a conclusione di un lungo iter iniziato nei mesi di gennaio e febbraio con le assemblee di base.
Il congresso del più grande sindacato italiano non solo interessa tutte le lavoratrici e i lavoratori, ma costituisce un elemento centrale della vita sociale e politica del paese dopo molti anni di crisi economica e in presenza di una situazione drammatica per le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia e per la stragrande maggioranza della popolazione.
La Cgil resta infatti la più grande organizzazione di massa in Italia con i suoi 5,7 milioni di aderenti, di cui certo la metà sono pensionati, ma ben presente ancora in tutte le categorie dei lavoratori, pubblici e privati. Inoltre su di lei incide il ruolo storico avuto nelle vicende del paese, dandole credibilità e rendendola un punto di riferimento e di speranza per milioni di lavoratrici e lavoratori.
Il contesto sociale è drammatico: più di tre milioni di disoccupati, altri tre milioni di persone che hanno rinunciato a cercare il lavoro, mezzo milione di cassa integrati, il dilagare del lavoro precario, uno sfruttamento della forza lavoro sempre più acuto, le mille forme dei ricatti padronali, salari sempre più inadeguati, l’età pensionabile portata verso i 70 anni, il futuro rubato ai giovani.
Dietro questi dati c’è tutta la realtà del capitalismo, la sua crisi economica, ma anche la volontà del padronato italiano ed europeo di infliggere una sconfitta storica al movimento dei lavoratori e cancellare quelle conquiste realizzate con le lotte e l’organizzazione sindacale nel secondo dopoguerra. Dov’era in questi anni il sindacato il cui compito storico era proprio quello di fronteggiare questo attacco? Dov’era la CGIL e quali lotte ha organizzato quando tutto questo si è prodotto? Dov’era la confederalità che, a ogni piè sospinto, a ogni lotta settoriale che sfugga al controllo dell’apparato, i dirigenti sindacali sventolano, e che avrebbe dovuto invece essere usata per unire i diversi settori? Quando e come è stata organizzata un’azione complessiva rivolta a costruire le condizioni per difendere l’occupazione ed essere soggetto paladino fino in fondo delle condizioni della classe lavoratrice e così essere credibile agli occhi di milioni di giovani, costruendo in questo modo anche la loro politicizzazione e sindacalizzazione?
I dati drammatici della condizione della classe lavoratrice sono anche un pesante atto d’accusa sul fallimento dell’attuale gruppo dirigente della CGIL, della sua incapacità, ma è più giusto dire della sua non volontà, a contrastare l’attacco dell’avversario di classe con tutti i mezzi dell’organizzazione, utilizzando le potenzialità di mobilitazione che ancora esistevano ed esistono nella classe operaia.
La direzione burocratica della CGIL, nel corso degli ultimi venti anni, ha dapprima disperso una parte consistente delle conquiste operaie con la politica della concertazione cioè della collaborazione di classe, subordinandosi sempre più alle politiche liberiste dei governi; ha poi avuto una reazione di fronte all’attacco del secondo governo Berlusconi che poneva in discussione la stessa sopravvivenza del suo apparato, con le grandi mobilitazioni dei primi anni duemila che avevano suscitano grandi speranze, salvo poi sostenere in pieno le politiche del governo Prodi. Negli ultimi anni, di fronte a CISL e UIL, completamente complici dei governi e dei padroni, ha assunto una posizione di inattività, egualmente colpevole perché ha impedito qualsiasi mobilitazione seria contro gli atti dei governi e gli assalti padronali a partire da quello di Marchionne. Era inevitabile che questa passività producesse una ulteriore crisi della CGIL per cui la direzione ha infine scelto di saltare definitivamente il fosso e di porsi sullo stesso piano delle altre due confederazioni firmando l’accordo del 31 maggio 2013 e poi quello del 10 gennaio 2014. Questi accordi segnano la rinuncia a svolgere un reale azione sindacale di classe, ancorché modesta e riformista, tanto che la minoranza interna ha chiamato il documento alternativo per il congresso: “Il sindacato è un’altra cosa” .   
In questo contesto il dibattito congressuale, svoltosi su un orientamento di ulteriore svolta a destra della CGIL nonché segnato da una bassissima partecipazione alle assemblee di base, mascherato da molteplice forme di manipolazione e di alterazione dei dati con lo scopo di penalizzare sia la minoranza del documento alternativo, ma anche le posizioni dei cosiddetti “emendatari” della FIOM, da scontri molto duri tra diversi apparati che pure si riconoscono formalmente nel documento della Camusso, è un congresso di crisi.
Né la relazione introduttiva della segreteria, volta a parare gli attacchi diretti del governo a sindacato stesso, a presentarsi come soggetto ancora capace di una proposta diversa ed indipendente, nonché a recuperare consensi sul piano propagandistico, modifica gli assi sostanziali dell’attuale percorso della Confederazione.
La minoranza di sinistra del precedente congresso che aveva i suoi punti di forza nella FIOM e nella Funzione Publica, ma che non aveva allora ottenuto i risultati sperati, ben presto ha rinunciato a svolgere una funzione alternativa. La FIOM ha retto per qualche tempo nelle sue battaglie di categoria, in particolare contro la Fiat di Marchionne, ma è rimasta infine isolata. Il suo gruppo dirigente ha pensato di uscire dalle difficoltà e sconfitte obiettive subite cercando un rientro in maggioranza, firmando il testo della Camusso ed anche inventandosi qualche giro di valzer con un personaggio come Renzi. Manovre dal fiato corto, perché l’accordo del 10 gennaio ha messo in luce come gli spazi di autonomia lasciati da quell’accordo e dalla direzione centrale della CGIL siano ridotti al lumicino. Di qui gli scontri durissimi in corso nelle ultime settimane e il paradosso, ma è un paradosso solo fin a un certo punto, tra un documento votato a larghissima maggioranza e i forti contrasti tra i suoi diversi sostenitori e protagonisti.
Grave è stata la scelta della direzione FIOM, dato il suo livello di rappresentanza sociale e la sua credibilità politica, di rinunciare a una proposta e a un ruolo di alternativa confederale a tutto campo.
Il compito di difendere il percorso storico stesso della CGIL e soprattutto un orientamento di classe è rimasto così sulle spalle della minoranza del documento alternativo “Il sindacato è un’altra cosa”. Un impegno e una battaglia decisiva, importantissima, che ha visto coinvolte alcune migliaia di quadri e militanti sindacali, una risorsa fondamentale e preziosa per il futuro di un sindacalismo che sappia rispondere alle sfide attuali, che hanno ottenuto, ovunque hanno potuto essere presenti, ampi consensi e partecipazione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori: “Un risultato positivo tenuto conto dei boicottaggi e del falsi generalizzati” come è stato scritto nel comunicato dell’esecutivo nazionale del documento reperibile suhttp://www.rete28aprile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4555:260414-report-esecutivo-23-aprile&catid=26:comunicati-stampa&Itemid=21.
Se per altre forze politiche era “normale” scegliere di stare con la maggioranza della Camusso o sostenere la direzione Fiom, e se non ci stupisce che un giornale come il Manifesto non abbia quasi mai dato voce alla minoranza ed abbia anzi contribuito ad oscurarla, consideriamo molto negativa la scelta di Rifondazione, formazione che si vuole partito di classe ed anche anticapitalista, di non contribuire con le proprie scelte politiche e coi propri militanti, a questa battaglia della minoranza della CGIL, ma di schierarsi con gli “emendatari”, cioè di votare il documento della segretaria. E’ stato un errore capitale che mette in luce le persistenti ambiguità di questa forza politica, con cui pure ricerchiamo l’unità nell’azione ovunque questo sia possibile.
Il congresso della CGIL se, da una parte segna, il punto più basso della traiettoria di questa Confederazione, dall’altra, più che mai, richiama la necessità di un’azione sindacale all’altezza dello scontro sociale e della ricostruzione di un sindacalismo di classe che veda un’azione unitaria più forte dei diversi soggetti, (correnti interne alla confederazione, sindacati di base), strettamente collegata a un nuovo attivismo delle lavoratrici e dei lavoratori.
Il punto di partenza sul piano dei contenuti è il contrasto in toto all’austerità, alle politiche del governo a partire dalle misure sulla ulteriore precarizzazione del lavoro e sul Job act, dal rigetto degli accordi siglati negli ultimi anni partire, in primis quello del 10 gennaio, dalla difesa del ruolo dei contratti nazionali di lavoro contro ogni deroga, per garantire a ciascuno un reddito rivendicando il salario sociale impedendo ogni sorta di ricatto dei padroni sui disoccupati, dall’abrogare la legge Fornero sulle pensioni e rivendicare la riduzione dell’orario di lavoro per creare posti di lavoro. Proporre realmente un piano per il lavoro significa contrastare tutte le politiche di privatizzazione, rivendicando invece un nuovo forte intervento pubblico produttivo e di creazione dei servizi sociali, recuperando le risorse necessarie, là dove i soldi ci sono, tra i capitalisti, la finanza e la speculazione.
Se la CGIL volesse essere il sindacato che ridà speranze alla classe lavoratrice dovrebbe oggi apertamente dire: “abbiamo sbagliato, non abbiamo fatto nulla di quello che dovevamo fare; vogliamo cambiare, vogliamo discutere con tutte la classe lavoratrice, vogliamo fare assemblee in ogni luogo di lavoro, vogliamo costruire tutti insieme una piattaforma di lotta e poi vogliamo ripartire con la mobilitazione fino allo sciopero generale per porre fine alle politiche dell’austerità e vogliamo difendere le condizioni di vita e di lavoro di tutte e tutte”.
Non lo farà la Camusso, non lo farà questo gruppo dirigente burocratico, non lo farà un apparato che ha cominciato a dimenticarsi di come animare e organizzare una lotta.
Questo compito ricade sulle spalle delle e dei militanti sindacali di classe; bisognerà farlo dal basso, ricostruire con tante difficoltà, ma consapevoli che questa è la strada da seguire.

video a cura di Luciano Granieri

Sistema di trattamento dei rifiuti per il compostaggio di Ferentino, continua la mobilitazione dei cittadini!

Rete per la Tutela della Valle del Sacco

Continua la mobilitazione dei cittadini contro l’ipotesi di insediamento dell'impianto di  trattamento di rifiuti per compostaggio da 50 mila tonnellate in zona Stazione di Ferentino.

Dopo  aver protocollato le osservazioni corredate da circa mille firme  agli uffici Ambiente della Regione Lazio e della Provincia di Frosinone , le azioni, contro l’insediamento del suddetto  impianto,  si sono intensificate  non solo nel territorio comunale ma anche nei Comuni limitrofi. Attualmente è in corso una petizione popolare che in pochi giorni ha già superato le duemila firme, numeri che crescono giorno dopo giorno , a dimostrazione della volontà dei cittadini di partecipare ed evitare ulteriori aggravi sul territorio della Valle del Sacco.

Le osservazioni e la petizione in corso si concentrano su aspetti reali che rendono il progetto presentato insostenibile in particolare:

1) La mancata trasparenza  e partecipazione dei cittadini nella procedura in corso.

2) Dubbi sull’ idoneità urbanistica, infatti, il sito è a pochi metri da centri abitati e dalla stazione ferroviaria, luogo “affollato”  da pendolari.

3) Mancata chiarezza sul bacino di utenza dei rifiuti. Vista l’enorme mole si presume che i rifiuti provengano da altri territori esterni dal bacino comunale e provinciale.

4) Preoccupazioni sulle emissioni atmosferiche e sul percolato prodotto.

4) L’area  in oggetto è inserita nel bacino fluviale del Fiume Sacco, già noto alle cronache come una delle aree più inquinate d’ Italia.

5) Un impianto di tali dimensioni rischia di danneggiare il paesaggio  con forti ripercussioni su settori economici  come il turismo .

Al contrario pensiamo necessaria un’azione di monitoraggio e bonifica del nostro territorio che punti alla riconversione degli apparati industriali verso la green economy e al rilancio delle risorse naturali.

Stiamo lavorando in modo continuo sul territorio e nel confronto con l’amministrazione  comunale che ha approvato all’unanimità un ordine del giorno per evitare tale sito industriale per il trattamento dei rifiuti.  Nel frattempo la questione si è diffusa anche sui social network,  come Facebook,  dove è nato   il gruppo  “NO impianto di rifiuti da 50mila t/a a Ferentino” che in 3 giorni ha raggiunto quasi 600 iscritti.

Il coinvolgimento di tanti ci potrà permettere di giungere al risultato desiderato e far annullare un progetto che avrebbe la sola funzione di andare ad aggravare ancora di più le già preoccupanti situazioni socio-ambientali-sanitarie della Valle del Sacco.


Ferentino, 9 maggio 2014

giovedì 8 maggio 2014

Fra lotta e poesia

Luciano Granieri


Trentasei anni fa il 9 maggio 1978, Peppino Impastato veniva trucidato dalla mafia, dagli scagnozzi dello “Zu Tano”, Tano seduto, come lo chiamava Peppino, cioè  il boss Tano Badalamenti. Vorremmo quest’anno ricordare Peppino in modo un po’ diverso dal solito. La storia di Impastato, poco conosciuta prima che Marco Tullio Giordana con il suo FILM “I 100 passi” la rendesse icona della lotta sociale alla mafia, racconta di un ragazzo impegnato nel contrasto  alla criminalità organizzata  fino al sacrificio della propria vita. Un eroe?  Certamente no, Peppino non avrebbe voluto essere definito eroe. Un giovane completamente immerso  nel conflitto  per il raggiungimento di una piena giustizia sociale ? E’  una definizione più coerente al personaggio. Ma Peppino Impastato era soprattutto una persona sensibile, con i sui dubbi, le sue crisi, preso a tenaglia fra la voglia di giustizia sociale -che lo portava a lottare la mafia  considerata causa prima dell’impossibilità di perseguire un modello di società basato sulla solidarietà e sulla condivisione -e la sua famiglia, in particolare suo padre che da quel mondo di violenza soprusi e omertà proveniva.  Dentro quella tenaglia Peppino si dilaniava smembrato fra gli affetti e l’impegno civile. Quelle profonde lotte interiori ci hanno regalato, oltre che il riconosciuto  e irriducibile militante , un poeta profondo e straordinario nel suo lirismo. Sicuramente oggi verrà celebrato, come tutti gli anni, l’impegno civile e il coraggio di Peppino. Noi vogliamo ricordare anche lo straordinario poeta. Nel video che segue, le cui immagini sono tratte dal breve documentario : “Una storia da raccontare” abbiamo combinato la eccellente recitazione di Alfonso Cardamone mentre legge alcune poesie di Peppino, con l’improvvisazione free jazz,  dell’Idea  Trio guidato dal  pianista Gaetano Liguori , sul leggendario brano El pueblo unido jamas serà vencido, degli Inti-Illmani . Un canto di lotta eseguito con un linguaggio musicale creativo e di rottura come il free jazz.  Un miscela assolutamente rivoluzionaria a commento della poetica di Peppino.  Lirismo e lotta. Sono forse le due figure che descrivono meglio ciò che era Peppino Impastato e ciò che ha lasciato. Un messaggio la cui forza incisiva, viene raccolta  oggi da molti giovani, questo ci  fa ben sperare e credere che la sua lotta e il suo sacrificio non sono stati vani.