Benvenuti
nel Paese degli effetti speciali. Se qualche anno addietro per eliminare
l’inquinamento dalla Valle del Sacco si pensò di costruire un Aeroporto, perché
non organizzare una rally in città al
fine di purificare l’aria con i gas di
scarico delle macchine da corsa? Frosinone
è la città più inquinata d’Italia perché le automobili procedono troppo
lentamente. Si fermano spesso. Con questo passo da lumaca, e gli scarichi che
sputano ininterrottamente veleno ad automobili bloccate, è normale che i
livelli di nocività nell’aria aumentino notevolmente. Bisogna percorrere le
strade più rapidamente , si deve essere svelti al volante, perché più si corre
prima si arriva e meno si inquina. Il rally serve proprio a questo. A mostrare
agli automobilisti frusinati come si guida
velocemente per inquinare meno. Solo i soliti incompetenti rompiscatole
ambientalisti non vedono l’utilità sociale di un’iniziativa che insegna il
giusto modo di affumicare l’aria . Certo gli effetti collaterali non mancano.
Ad esempio non è che il pronto soccorso sia molto recettivo nel caso in cui
qualche automobilista ansioso di mettere in pratica la lezione si vada ad
impastare contro un albero di via Roma. Ma la salvezza dell’ambiente val bene
una gamba rotta! Se basta.
Le rovine
"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Buenaventura Durruti
giovedì 15 gennaio 2015
martedì 13 gennaio 2015
Riparte la lotta di "Quelli del Parco al Matusa".
Luciano Granieri
Sabato scorso 10 gennaio, “Quelli del parco al Matusa” si
sono ritrovati - dieci anno dopo la battaglia combattuta per sottrarre alla
bocca vorace della cementificazione l’area dello stadio Matusa di Frosinone- presso
l’auditorium Colapietro di Via Grappelli. Un evento organizzato per celebrare
un momento forse unico e irripetibile nella storia di Frosinone.
Dieci anni prima, il 9 e il 10
gennaio del 2005, infatti la cittadinanza veniva chiamata a decidere,
attraverso un referendum, sul tipo di destinazione urbana da conferire all’area dello stadio Matusa. In particolare
si chiedeva, a chi ogni giorno viveva e vive la città, di esprimersi sull’opportunità
di trasformare la zona in un grande parco vede pubblico. 8.000 persone
si espressero e 7.596 votarono per il
parco al Matusa, per un’ ampia zona
verde adiacente al fiume Cosa. Una posizione ideale per arricchire il tanto
desiderato parco da realizzare lungo gli argini del fiume.
Il referendum,
evidentemente, aveva semplicemente valore consuntivo e non raggiunse li quorum,
ma senza dubbio, la raccolta delle firme per indire la consultazione e lo
svolgimento della stessa segnarono un
momento di partecipazione straordinario, e forse
irripetibile, dei cittadini, ai quali fu consentito di esprimere la propria idea di città.
Il
fatto è ancora più straordinario se si pensa che a Frosinone, neanche i sindaci
decidono dell’urbanistica cittadina. Questa è solidamente in mano alla casta di
grandi muratori che di generazione in generazione, sin dal dopoguerra, si sono
impossessati degli spazi della città, traendone enormi profitti ai danni delle
vite delle persone, che oggi vivono e si muovono in un ambiente intasato dal
cemento e dall’inquinamento.
La longa manu di questo club esclusivo di
affaristi è arrivata perfino ad occultare un piano regolatore le cui modifiche
imposte dal Ministero del lavori pubblici, negli anni ’60, non erano consone al
pieno dispiegarsi del manto affaristico cementizio. Lo strapotere dei grandi
muratori è arrivato ad imporre un modello urbanistico fuori dalla realtà,
commisurato ad un numero di abitanti (120.000) impensabile per le dimensioni
della città. Infatti oggi nuovi quartieri fantasmi rendono Frosinone ipertrofica di cemento vuoto e privo di vita .
Lo stadio Matusa, da sempre nelle mire
delle grandi famiglie edili cittadine, è stato al centro di una estenuante trattativa,
le cui prime fasi portarono “Quelli del Parco Matusa” ad indire il Referendum.
L’allora giunta cittadina guidata dal sindaco Marzi , si accordò per regalare ai grandi costruttori l’area del Matusa in cambio dell’impegno di questi
a costruire a proprie spese il nuovo
stadio Casaleno.
Sulla zona ceduta in pasto alla speculazione
fondiario-finanziaria si sarebbe
riversata una colata di 115.000 metri cubi di cemento (case e centri
commerciali) a saturare in maniera
soffocante lo spazio vitale del quartiere Campo Sportivo. La trattativa,
proseguita anche con la giunta successiva del sindaco Marini, non si è
concretizzò , per le incontentabili aspirazioni degli imprenditori privati, i
quali non erano disposti a spendersi più
di tanto nella costruzione del nuovo impianto sportivo.
Ma la storia dello
stadio Matusa è infinita e oggi, con la giunta Ottaviani, si ripropone più letale
che mai. Infatti i nuovi accordi prevedono la totale calata di braghe del primo
cittadino. Il quale, a fronte di una riduzione della cubatura che andrebbe a
seppellire l’area del Matusa, toglie l’incombenza al suo burattinaio di costruire il nuovo stadio. L’arena dove i
Canarini dovranno sgambettare nei prossimi anni non graverà sui grandi costruttori privati ma sarà a totale carico dei cittadini
i quali si vedranno togliere servizi e aumentare tributi per pagare il nuovo
campo da gioco.
Eppure Ottaviani stesso, all’epoca del project financing
approntato da Marzi, si dichiarò contrario all’operazione. Oggi ne capiamo le
vere ragioni. All’attuale primo cittadino evidentemente, sarà sembrato un insulto chiedere ad un privato di
contribuire all’edificazione di un opera
pubblica in cambio di un’area su cui accumulare profitto e speculazione.
Dunque fra vecchie e
nuove speculazioni “Quelli del Parco al Matusa” continuano indefessi nella
propria battaglia in difesa di una città vivibile a misura di bambino, di donna
e di uomo. Contro c’è la lobby locale del cemento che manipola sindaci e
amministratori. Ma dall’incontro di sabato scorso è emersa ancora maggiore la
voglia di lottare anche in memoria di che non c’è più, come Dante D’Aguanno e
Luigi Di Santo, due protagonisti indiscussi di quella lotta. A loro infatti era
dedicato l’evento svoltosi il 10 gennaio. Ed è anche in loro nome che bisogna continuare
ad impegnarsi per difendere il diritto ad abitare in una città sana e vivibile.
L'ultima nuova storia di Julio Monteiro Martins,
Franca Dumano
"Il mondo ha bisogno di nuove storie. Mai ne ha avuto
bisogno come oggi, soprattutto perché in un'era di grandi cambiamenti, in parte
realizzati e in parte subiti dalle nostre generazioni, le nostre storie
dovranno saper raccontare le cose che non vogliamo più, e se possibile definire
quelle che vogliamo per i nostri figli in una ipotesi accettabile di futuro".
Julio Monteiro Martins
Con profondo rammarico annuncio
ai naviganti di AUT la scomparsa di Julio Monteiro Martins, intellettuale brasiliano che viveva a Lucca
dal 1995. Ci ha lasciato il 24 dicembre scorso, dopo una breve e letale
malattia.
Molti gli interessi in comune
tra Julio e i lettori di AUT: il tema complesso delle migrazioni (sul quale infatti il blog aveva pubblicato
un suo TESTO LETTERARIO) l'impegno culturale e politico, la denuncia delle
ingiustizie e delle complicità, la pluralità di chiavi di lettura della realtà.
E' difficile riassumere in
poche frasi la vita di uno scrittore, meglio ricorrere alla magia e alla
potenza delle sue stesse parole .“59 anni
di passione per la scrittura”- così li aveva definiti a novembre nella
recensione dell' articolo di Ruffato Luiz su El pais “Una vita a due tempi”.
Ruffato ripercorre infatti il tempo della scrittura brasiliana di Julio Cesar
Monteiro Martins, con le pubblicazioni in portoghese[1] e il ”secondo” tempo di
Julio Monteiro Martins (aveva abbandonato Cesar) con l'insegnamento all'Università
di Pisa di lingua portoghese e
letteratura brasiliana e le pubblicazioni in italiano [2], la
scuola di scrittura creativa sagarana e l'omonima rivista on line.
Fra questi due tempi, la cesura di un esilio, definito come “una sorta
di suicidio amministrato” ; un esilio splendidamente ritratto nei versi
“esilio/vino versato sul vassoio d'argento mentre le tazze /restano vuote.
Esilio, gabbia senza sbarre/protetta dalla distanza /invalicabile/delle nostre
angosce. Esilio/falena lanciata in mare/dallo scirocco/insieme alla sabbia /del
deserto”.
Un esilio fecondo, nel nostro Paese, che avrebbe meritato dalla critica
letteraria e dalla stampa un'accoglienza o quantomeno un congedo più attenti.
Ma Monteiro non ha mai cercato facili consensi, è sempre stato per sua scelta
uno scrittore “anti-marketing” e ha chiarito più volte in interventi, articoli
e interviste il significato di una scrittura profonda, impegnata, critica,
stimolante.
Un esilio prolifico in tutti i campi della scrittura: oltre a romanzi e racconti, è altresì autore
di opere teatrali (L'isteria del marmo, Hitler e Chaplin, Per motivi di forza
maggiore, Aula magna) e di sceneggiature
cinematografiche pluri premiate quali Garganta (tratta dal libro As Forcas desarmadas) e Referentia (tratta da Sabe quem dançou?).
L'impegno politico e il ruolo della letteratura sono centrali
nell'opera e nella vita di Monteiro; in Brasile è stato cofondatore del partito
verde, avvocato dei diritti umani e garante dell'incolumità di gruppi di
bambini di strada a seguito della terribile strage di Candelaria del 1993, in
cui minori inermi furono uccisi dalla polizia mentre dormivano in strada . Nel
raccontare questa agghiacciante storia Julio diceva che la cosa che lo aveva colpito di più era la noncuranza
della morte (e della vita) di questi bambini su cui doveva vigilare con altre
persone fino al processo e alla loro testimonianza. Sprezzanti del pericolo o
assuefatti ad esso, facevano “giochi”
pericolosissimi come camminare
sul bordo di alti edifici senza parapetto, praticarsi dei tagli non sempre superficiali sugli arti.
Ha contribuito inoltre in maniera significativa alla diffusione dei
nuovi autori e nuovi contenuti in Brasile con la fondazione nel 1983 della casa
editrice “Anima”. Anche in questo caso rimando alle parole di Julio, al
racconto “Cingoli, ciclostili e profumo di tè. Il boom letterario brasiliano 30
anni dopo”[3], che descrive l'amore per
la politica e la letteratura, ricordando a distanza di tempo l'esperienza della generazione “ciclostile “(chi non è
giovanissimo-come me- ha impresso nella memoria il ciclostile con cui si facevano
una volta i volantini) fino alla
disillusione della politica possibile e non sognata. Anni in cui scrittori
giovanissimi, al di sotto dei 25 anni, scrivevano su fogli sparsi, lasciavano
fotocopie nelle librerie, nelle spiagge, nelle fiere, nelle cassette della
posta, per sfuggire ai controlli di polizia, dopo la dura esperienza della
dittatura e della repressione politica. Anni di reading e dibattiti nelle librerie e nelle università con
ascoltatori attenti e assorti. Gli anni della cosidetta leteratura
marginal che con mezzi economici molto limitati è riuscita a compiere “il più
radicale e profondo rinnovamento della
letteratura brasiliana dai tempi del Movimento de Arte Moderna del
1922, del Movimento Antropofágico”.[4]Gli
anni del volo esistenziale della poetessa Ana Cristina Cesar, del libro “Ai
tuoi piedi” e del suo suicidio a 20 anni.
Oppostosi giovanissimo alla
dittatura e costretto a fuggire a Parigi, dopo vari viaggi e esperienze di
insegnamento di scrittura creativa nel Vermont, in Portogallo, nello Iowa,
Monteiro è approdato nel nostro Paese per amore.
In Italia, nella splendida cornice della città di Lucca,scriveva in italiano, studiando e promuovendo il fenomeno degli
scrittori migranti che scrivono in una lingua diversa dalla madrelingua, con
convegni, articoli e saggi. Era diventato un punto di riferimento sulla
letteratura migrante per critici, lettori , studenti e scrittori.
Fra i suoi numerosi
contributi e stimoli di Julio alla riflessione politica e culturale evidenzio
la sua partecipazione all'antologia “Non siamo in vendita. Voci contro il
regime, ed Arcana", 2006. Dal 2000 dirigeva con passione la rivista letteraria
trimestrale on line sagarana (cioè la storia delle storie, la storia infinita,
parola inventata come titolo del suo primo libro da Joăo Guimăraes Rosa ) che pubblicava testi
inediti, traduzioni di autori stranieri, saggi, poesie, racconti, testi di
esordienti e testi del direttore [5]Comunicativo
e disponibile, gestiva altresì l'omonima scuola di scrittura creativa con sede
dapprima a Lucca (ove ho avuto la fortuna di incontrarlo) e dal 2007 a Pistoia.
“Cronista dal limbo” si era così definito più volte, uno scrittore che
racconta un Brasile fuori dagli
stereotipi delle spiagge e della spensieratezza, della povertà e della delinquenza; un paese enorme con
contraddizioni ed evoluzioni da analizzare e superare con consapevolezza.
Un Brasile, anzi tutto un mondo, magistralmente ritratto nei suoi
racconti brevi, spesso brevissimi, genere amato da Julio, “ in sintonia con la
sensibilità frammentaria del nostro tempo”.
Racconti da costruire e inventare per esplorarne le capacità espressive:
Monteiro esultò di gioia per il Nobel a Alice Munro, un riconoscimento anche al
genere letterario di cui era indiscussa maestra.
Il ruolo della letteratura e la sua stretta compenetrazione con la vita
è sintetizzato in “Uova di cigno, uova di tartaruga” [6], in cui lo straordinario Afrânio Coutinho, anziano bibliofilo che come
Peter Kien, il sinologo di Canetti, per amore dei libri ha rinunciato anche
alla casa, tenendo per sé solo lo spazio di un letto , ha creato nella sua abitazione, accanto ad
una fornitissima biblioteca, uno spazio culturale, l'Officina Letteraria. La
prima esperienza del genere in Brasile, alla quale ha collaborato anche un
giovane Monteiro che, delegato dall'anziano erudito a rispondere alla
domanda “A che serve la narrativa?” replica:
È come chiedersi a che serviamo noi esseri umani, giacché ci confondiamo
con l'atto narrativo, fondatore dell'umanità, e che, come noi, è fine a se
stesso, non solo mezzo o strumento. La necessità di narrare è un organo vitale
della nostra biologia. Di fatto, non esiste popolo che non abbia la sua
letteratura”.
La riflessione di Julio sul senso autentico della scrittura era
continuata anche nell'opera che uscirà
a breve per l'editore Besa “La macchina sognante” : una raccolta di
citazioni, detti, aforismi di scrittori celebri , costruita su un “gioco” di
domande di Milva Maria Cappellini e “risposte “di Julio Monteiro.
Potrei
scrivere ancora a lungo dell'opera, della poetica e del pensiero di questo
intellettuale coraggioso, con toni
sempre entusiastici, non per retorica dovuta alla sua scomparsa, ma per vera
ammirazione. (tra l'altro, avevo già scritto su AUT una recensione di un testo
di commento all'opera di Monteiro ” UN MARE COSI' AMPIO” ). Rimando tuttavia i
lettori al sito www.sagarana.it per
spunti e approfondimenti e- spero vivamente - futuri dibattiti. Ho attinto in maniera consistente alle parole di Julio,
autorevoli e dignitose, perché sono troppo preziose per non essere divulgate e
perché confido ancora nella loro straordinaria comunicatività.
[1] Torpalium, racconti, ed.
Attica, 1977; SABE QUEM DANCOU?
Racconti, ed. Codecri, Rio, 1978; Arterias e becos, romanzo. Ed Summus, San Paolo, 1978; Barbara, romanzo, ed Codecri. Rio, 1979, A OESTE DE NADA, racconti, ed . Civilizaçao Brasileira , Rio, 1981, AS FORCAS
DESARMADAS, RACCONTI, ed. Anima, Rio, 1983; O LIVRO DAS DIRETAS , saggi, ed Anima, Rio, 1984, MUAMBA,
racconti, ed. Anima, Rio, 1985, O ESPACO IMAGINARIO, Rio,
1987. Importante
la sua partecipazione alla leggendaria antologia (30000 copie vendute in pochissimo tempo ) Histórias de um novo tempo con scrittori del
calibro di Abreu e de Andrade, all'epoca esordienti.
[2]
Il percorso dell’idea, Bandecchi e Vivaldi,
Pontedera, 1998 (poesie), Racconti italiani, Nardò, Besa, 2000
(racconti); La passione del vuoto, Nardò, Besa, 2003
(racconti); madrelingua, Nardò, Besa, 2005 (romanzo); L’amore scritto,
Nardò, Besa, 2007(racconti); La grazia di casa mia, Milano, Rediviva,
2013.
[3] www.sagarana.it,
il direttore, biografia, “Cingoli, ciclostili e profumo di tè”.
[4] op.
cit.
[5] Segnalo
fra itanti, Magia e Domino in www.sagarana.it
[6] www.sagarana.it, il
direttore, biografia, “uova di cigno, uova di tartaruga”
lunedì 12 gennaio 2015
Je suis
Vedo che ultimamente in politica internazionale anche qui in Italia va di moda il francese: e allora anche io voglio esprimere un mio pensiero sulla situazione dell'Europa, naturalmente cimentandomi nella lingua di Hollande. Il titolo del pezzo è: "Je suis":
JE SUIS
Je suis ,
vous êtes ,
il/elle est ,
nous sommes ,
vous êtes ,
ils sont .
Andrea Cristofaro
Jobs Art
Luciano Granieri
“Voglia di lavorare, voci dal disagio della disoccupazione e
della precarietà” E’ il titolo di un’iniziativa organizzata dal blog Unoetre.
Una no stop di 10 ore (dalle 10 alle 20)
in cui si sono succedute testimonianze sulla disoccupazione e la precarietà che flagella la nostra Provincia. Hanno partecipato
donne e uomini della Provincia di
Frosinone che hanno dovuto misurarsi con la perdita del lavoro.
All’incontro, svoltosi domenica 11 gennaio presso la saletta delle arti di Corso della Repubblica , hanno
anche presenziato esponenti sindacali, politici eletti nel nostro territorio e
amministratori per lo più di provenienza Pd. Fra un
dibattito e l’altro si sono alternati esibizioni artistiche, musicali, teatrali
e pittoriche.
Sull’evento artistico vogliamo focalizzare in primis la nostra attenzione. Come
è noto la Ciociaria è stato un territorio ad alta vocazione agricola.
Attitudine naturale smembrata dall’avvento della grande industria che ha
invaso le campagne , grazie ai
finanziamenti pubblici resi disponibili dalla Cassa del Mezzogiorno negli anni
’60. Una sorta di colonizzazione industriale che ha divorato pezzi importanti di territorio. Uno sciame di grandi
aziende ha riempito il cielo, la terra e le acque di putrido inquinamento,
fornendo un benessere volatile e limitato nel tempo. Imprese che sono poi scappate
con le tasche sature di soldi pubblici elargiti a piene mani, anche in
epoche successive agli anni del boom, dagli enti locali, e hanno lasciato vuoto
e devastazione.
Campagne annientate e disoccupazione dilagante questo è
l’epilogo della stagione delle grandi industrializzazioni. Le opere pittoriche che Livio Antonucci e Paolo D’Amata
hanno creato proprio sotto i nostri occhi, hanno reso in modo esauriente, con
la loro espressività artistica, la
storia del lavoro in Ciociaria. Nel quadro di Paolo D’Amata è rappresentata l’attività dei campi, un’opera dai colori sgargianti con una contadina intenta a lavorare la
terra. L’Opera di Livio Antonucci ritraeva uno scorcio del centro storico di Frosinone animato da un corteo di protesta di
lavoratori. Il soggetto era tratto da una fotografia scattata durante una manifestazione svoltasi negli anni ’70. Sul
palco della sala, i discorsi, le
variegate descrizioni dello stato dell’arte dell’occupazione nel nostro
territorio, le promesse, e gli impegni presi, non sono state così potenti come
l’espressività di questi due artisti.
Ma veniamo a quanto è emerso dagli
interventi succedutisi nel corso della mattinata. Per verità di cronaca è
necessario sottolineare che queste note si riferiscono esclusivamente a quanto accaduto la mattina di domenica, in quanto non mi è stato possibile partecipare
all’evento pomeridiano. Gli ex dipendenti presi nella morsa del licenziamento
dalle crisi aziendali succedutesi nella
nostra Provincia, hanno fornito un quadro desolante, ma significativo, su cosa
significhi rimanere senza lavoro. Ma nella difficoltà di una vita in cui è
difficile intravedere un’ipotesi di futuro, queste persone hanno conservato un
briciolo di fiducia nei riguardi di chi li rappresenta in Parlamento, nelle
istituzioni locali, nei sindacati.
E’ fiducia ben riposta? Personalmente avrei
qualche dubbio. Mi riferisco a quanto affermato con estrema sincerità dalla
Senatrice Spilabotte in relazione all’Accordo di Programma messo a punto dal
Ministero della Attività produttive in collaborazione con la Regione Lazio relativo al comprensorio industriale di
Anagni-Frosinone e al polo turistico di Fiuggi. Come si è appreso dalla
Senatrice, membro, fra l’altro, della Commissione lavoro a Palazzo Madama,
questo programma, affidato nella fase operativa ad Invitalia spa, prevede un
contributo di 40 milioni di euro, suddivisi in 30 milioni a carico del
Ministero e 10 milioni a carico della Regione Lazio. Per accedere a tali
finanziamenti però è richiesto un contributo minimo delle entità interessate compreso fra i 7 e i 20 milioni di euro. Una
precondizione che solo grandi aziende possono soddisfare e che non si confà alle
esigenze produttive del nostro territorio composto da piccole e medie imprese. Infatti
al bando hanno risposto solo due aziende.
Dunque, o questo accordo è stato
pensato senza tener in minimo conto il tessuto produttivo a cui andava applicato, o è l’ennesimo regalo
alla grande imprenditoria. Sia nell' uno, che nell’altro caso, la risposta
politica al grave problema della disoccupazione è stata più che insufficiente
addirittura deleteria. In verità la senatrice Spilabotte è impegnata anche sul
fronte della possibile integrazione di 300 ex lavoratori VDC nel programma di
accompagnamento alla pensione determinato dalla legge di salvaguardia per gli
esodati approvata nell’ottobre scorso. Ma come precisato dalla stessa Senatrice
la proposta è stata avanzata direttamente dai lavoratori. In buona sostanza le uniche proposte che
hanno una possibilità di successo non sono state promosse della politica ma dai
lavoratori stessi. Come sempre più spesso mi capita di constatare, a curare gli
interessi dei lavoratori devono pensarci i lavoratori medesimi .
In realtà sullo sfondo di questa interessante kermesse
aleggiava un convitato di pietra che, pur presente, nessuno, almeno nella
mattinata, ha avuto il coraggio di evocare. Ed è il macigno del jobs act. Avrei
avuto il piacere di sottoporre alla senatrice, nonché membro della commissione
lavoro al Senato, il seguente quesito: Quale sviluppo avrebbero avuto
determinate vertenze locali importanti, inerenti a licenziamenti collettivi, se fosse stato in
vigore il jobs act, che annulla gli effetti a tutela dei lavoratori in caso di licenziamento senza giusta causa anche ai contratti
collettivi?
Sollevati dall’obbligo del
reintegro i datori di lavoro non si sarebbero minimamente degnati di intavolare
trattative, a partecipare a tavoli di contrattazione. Avrebbero scucito quei
quattro soldi di indennizzo e risolto il problema senza curarsi del dramma in
cui avrebbero gettato migliaia di famiglie. Plaudiamo comunque all’iniziativa dei colleghi
di Unoetre che ha avuto il merito di portare all’attenzione di media e
collettività la drammatica situazione occupazionale nella nostra Provincia, ma
forse alla pur necessaria visibilità mediatica avrebbe dovuto essere associato un discorso
più realistico scevro da derive auto celebrative da parte del politico o
amministratore di turno.
Multiservizi Volano gli stracci, ma colpiscono sempre in faccia ai lavoratori
Comitato di Lotta Frosinone
Cosa la Regione vorrà significare con questi citazioni in giudizio? Da tempo si sta giocando sulle responsabilità di quello e quell’altro sui debito della Frosinone Multiservizi, senza che però alcuno tragga da ciò giustificazione per il problema centrale di questa vicenda: l’esclusione dal lavoro di 304 persone e la esternalizzazione “alla ciociara” dei servizi pubblici, alcuni essenziali.
La Regione a guida Polverini, centrodestra, aveva da tempo abbandonato, incautamente, il tavolo della Frosinone Multiservizi – con delibera del 20 maggio 2011- facendo mancare per un lunghissimo periodo il proprio decisivo peso sulle scelte aziendali. Gli enti rimasti avevano continuato a chiedere che i servizi fossero espletati confermandolo sempre in assemblea dei soci mentre i lavoratori fornivano la propria forza lavoro con redditi di ca. €.800,00, in piena flessibilità.
Durante le tante assenze la Regione (attraverso Sviluppo Lazio) mancò l’occasione dell’azione di responsabilità proposta dal socio Provincia per l’operato inerente proprio la vicenda del licenziamento degli 84, respinta da Frosinone e Alatri, allora maggioranza in assemblea. Dov’era allora “quella” Regione?
Fu valutato positivamente quando “questa” Regione deliberò la propria disponibilità a ripianare il debito per la propria quota parte con delibera GR 122 del 13/3/14 sui debiti accertati della Multiservizi: furono gli enti allora a negare la loro parte di debiti, nonostante li avessero contratti. “Questa” Regione, oggi, tirata per la giacchetta, anche dai lavoratori all’interno di un disegno che dovrebbe vedere la ricollocazione della maggior parte di essi con la costituzione di una nuova società, si preoccupa, come in tante altre situazioni ad es. la sanità, purtroppo, solo i parametrici economici che le interessano e i tagli da effettuare. Cosa ci sia dietro tutto ciò, cioè migliaia di persone e servizi pubblici, quelli no, proprio non li vede…
La responsabilità ascrivibile ai liquidatori è quella di aver seguito pedissequamente e le indicazioni degli enti nonostante non vi fosse una chiara copertura degli appalti? No. Anzi quella era assumersi una responsabilità davanti a centinaia di famiglie che stavano lavorando e davanti alle rassicurazioni degli enti che avrebbero dovuto pagare ma non lo facevano per tempo facendo lievitare i debiti con l’erario, sanzionati pesantemente. La reale responsabilità dei liquidatori è nel non aver ottemperato in alcun modo alla difesa degli interessi della società e dei lavoratori quando Frosinone esternalizzava con le cooperative, imponendo quasi ai lavoratori di andare verso le cooperative mentre gli appalti erano ancora gestiti dalla società!
La situazione economica e finanziaria della società rileva una situazione debitoria come da documento del collegio dei liquidatori di febbraio 2014. In tale contesto vengono elencati i debiti e i crediti e ne deriva schematicamente:
| ||
A. Debito da ripagare
|
€ 3.026.787,81
|
37,04 %
|
B.Debito derivante da TFR e indennità
|
€ 1.169.842,98
|
14,32 %
|
C.Rischi derivanti da ricorsi giudiziari
|
€ 3.534.403,87
|
43,26 %
|
D.Altri rischi dai ricorsi giudiziari
|
€ 440.000,00
|
5,38 %
|
€ 8.171.034,66
| ||
La responsabilità degli enti e degli esponenti di maggioranza e spesso di minoranza non sono solo di carattere economico, sono soprattutto di natura sociale e morale.
Come si può definire l’operato della giunta Iannarilli quando per disperate valutazioni partitiche interruppe i servizi e fece scomparire prima 84 e poi 22 posti di lavoro, minando, come poi purtroppo avvenne, le fondamenta della società tutta?
Come si può definire l’operato della giunta Marini che banchettava incoscientemente mentre la società pubblica andava al disastro?
Come si può definire l’operato della giunta Ottaviani che ha regalato servizi pubblici alle cooperative sociali e mandato a casa centinaia di persone dopo 17 anni, che oggi si erge a moralizzatore: lo “stipendificio” è responsabilità della stragrande maggioranza dei partiti di potere locali che si sono divisi sotto gli occhi di tutti i posti a “stipendio facile” della direzione aziendale. E quale trasparenza c’è stata nella distribuzione dei posti liberati dagli ex-lavoratori che non sono rientrati nelle cooperative che gestiscono oggi i servizi, tuttora, molti di essi in proroga?
Gli enti hanno per tredici anni usufruito di manodopera gratuita ed hanno utilizzato la dote di €.20 mila a lavoratore prevista dalla legge per la stabilizzazione nella Multiservizi di 214 persone. I lavoratori quindi per 10 anni hanno lavorato senza contributi e hanno perso, all’atto della chiusura della società, il posto di lavoro e il loro iniziale investimento, allegramente gestito dalle cooperative sociali.
Provincia Frosinone ed Alatri continuano ancora oggi a giocare a nascondino, non solo tentando di tenere lontano le responsabilità debitorie, ma soprattutto nei confronti del futuro dei lavoratori da loro e per loro impegnati per lunghi 17 anni.
Eppure, lo si ripete da tempo, la strada indicata dai lavoratori sarebbe l’unica perseguibile proprio per evitare il disastro economico e quello sociale. La ricollocazione dei lavoratori darebbe modo di aprire transazioni con i lavoratori creditori che volessero essere riassunti; metterebbe la parola fine alle centinaia di cause contro le cooperative e l’ente comune di Frosinone tuttora in corso.
Inoltre ad oggi ancora non è chiara la situazione del fallimento della società: se per qualche remoto – e giusto - motivo il tribunale fallimentare non ne dovesse riconoscere la fallibilità allora ne vedremo delle belle, poiché allora gli enti dovranno realmente ripianare i debiti.
I lavoratori si troveranno in assemblea per martedì 13 gennaio in provincia alle ore 16.
domenica 11 gennaio 2015
Parcheggi per Suv
Luciano Granieri
Quella specie di grosse piattaforme -che neanche il ponte
sul fiume Kwai o l’ormai noto cavalcone militare che si poserà sul viadotto
Biondi - distribuite in tutte le strade di Frosinone, a che servono? Non c’è via che non presenti queste grosse
piazze di gomma. Attraversamenti pedonali? E’ vero le imponenti strutture
presentano una colorazione a strisce bianco nere, ma se un pedone precipita
dalla pedana rischia di frantumarsi le ossa. Sono forse dissuasori di velocità?
Può darsi, ma anche cercando di scalare l’invalicabile
dosso a 10 all’’ora si rischia la rottura delle sospensioni, a meno che non si sia il
fortunato possessore di un suv ( a Frosinone, per altro, tali mezzi sono molto
numerosi oltre che ingombranti). Già i suv…come
non pensarci prima! Ecco a cosa servono ste’ montagnole di gomma, a mantenere
in asse le sospensioni di un eventuale
suv, in sosta, con il marciapiede adiacente. Ruote posteriori sul dissuasore, ruote
anteriori sul marciapiede e le pesanti vetture rimangono perfettamente in linea
senza stressare molle e ammortizzatori, pazienza se i pedoni, e ancor peggio, i disabili si
trovano il marciapiede bloccato dai pesanti mezzi, le loro lamentele sono mosse
esclusivamente da invidia sociale. Finalmente abbiamo capito a che serve questa
diavoleria introdotta dal nostro amato sindaco è un parcheggio per i suv. Del
resto i possessori di questi mezzi costituiscono il grande bacino elettorale del
nostro primo cittadino , quindi perché scontentarli?
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