Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 18 febbraio 2015

Newco, verde pubblico e detenuti

Comitato di Lotta per il lavoro

a) L’Amministrazione Comunale di Frosinone, come in tutte le volte che si è dovuta sedere al tavolo di un confronto sulla Multiservizi o sulla newco, si presenta sempre con atti nuovi, anticipati all’uopo, proprio per marcare, se qualcuno non volesse capire, la propria “autonomia” e il “far da me” a prescindere da chiunque altro.
Venerdì 13 c’è stato un importante confronto alla Regione Lazio con gli enti, per esplorare lo stato delle cose faticosamente condiviso in queste ultime settimane: il protocollo d’intesa degli enti (avvenuto il 12 dicembre), il piano industriale, la proposta della nuova società per la costituzione della newco.
Frosinone ha preso parte a quel tavolo con un atto che smentisce ancora gli accordi, le promesse, gli impegni: non solo ha già affidato due servizi per anni 5 e che escono dal piano industriale, ma pubblica un Bando di gara (Direttiva 2004/18/CE) per L’APPALTO DEI SERVIZI INERENTI LA MANUTENZIONE ORDINARIA DELLE AREE DESTINATE A VERDE PUBBLICO ANNI 2015-2017. Dunque anche il servizio del verde pubblico sta per uscire dal piano della eventuale newco, dall’ambito pubblico, e viene messo sul mercato come qualsiasi prodotto di consumo.
 Alla fine del tavolo in un improvvisato summit con i lavoratori l’assessore all’ambiente Trina con molta autorevolezza e decisione ha dichiarato di aver inviato al proprio dirigente una nota per l’annullamento del bando per mancanza di copertura finanziaria. Ad oggi alcunché ancora si legge sull’albo pretorio e la scadenza del bando del 16 marzo è vicina. (CLICCA E VEDI LA NOTA DI RICHIESTA CHIARIMENTI ALL'ASSESSORE)

 I lavoratori che lottano per una soluzione unica e pubblica per la ricostituzione di un rapporto di lavoro durato 17 anni rimangono, pur oramai abituati, sbigottiti davanti all’atteggiamento dell’Amministrazione, che ha visto il vicesindaco dare manforte alla costituzione della newco e contemporaneamente altri emissari del Sindaco tentare tutte le vie per opporvisi.
 b) L’Amministrazione si muove per costruire occasioni, cavalcare situazioni, indirizzare eventi, gestire interessi per creare quella “nuova” rete di relazioni e contatti che serve a ridefinire un progetto di potere aggiornato rispetto al precedente, sedimentato e quindi riproducibile. Se poi questa ricostruzione non fa gli interessi della cittadinanza, quella socialmente più debole soprattutto -che è la maggioranza-, ma anzi la espone al ripianamento di un debito che i ricchi e i loro sodali politici hanno contratto; e poi si impiglia, ad esempio, nelle maglie della magistratura su più fronti, allora pazienza, ma non ci si perde d’animo, si cercherà di deviare con maggior forza con la sfacciataggine o con l’indifferenza a seconda dei casi.
 Le modalità che portano all’appalto del verde va in questa precisa direzione. Viene tolto un servizio pubblico gestito e controllato dall’ente e/o da una propria società in house e viene affidato con indirizzate procedure amministrative a soggetti privati locali.
L’affidamento attraverso una procedura ad evidenza pubblica si tramuta in affidamento continuato alla stessa società con proroghe fino ai due anni (circa euro 500 mila). Con motivazioni alquanto inconsuete contenute nella deliberazione DGC n.384 del 2013 si stralcia l’allora ipotesi di appalto prevista dalla DGC 374, per far diventare perpetuo ciò che sarebbe momentaneo.
Si legga parte delle premesse della determina dirigenziale 2327/ 2013 in data 24-09-2013: “con la medesima deliberazione di G.C. 384/2013 è stata stralciata la parte relativa alla previsione di affidamento del servizio di verde pubblico, manutenzione parchi e giardini, attraverso il ricorso a gara d’appalto disponendo l’affidamento del servizio di che trattasi in forma diretta a cooperativa sociale di cui all’art. 1, comma 1, lett. b della L. n. 381 del 1991, per anni 1 (uno) e per un importo di€ 240.000,00 comprensivo di IVA e costi di sicurezza, ai sensi dell’art. 5 L. 381/91”; e ancora “l’attuale gestore di tale servizio si è resa disponibile al proseguimento delle attività agli stessi patti e condizioni per un ulteriore anno, conseguendo la continuità e la stabilità del personale attualmente impegnato sui servizi ed effettuando una miglioria d’asta di circa il 3 % sul prezzo del servizio”.
Dunque, se la strada dell’affidamento diretto è stata ampiamente battuta perché ora ci si indirizza per il bando di gara? Il diritto amministrativo pur bistrattato rischia di attirare troppe attenzioni e fastidi se si utilizzano infinite proroghe soprattutto non giustificate appropriatamente?
 Il DISCIPLINARE DI GARA ora adottato PROCEDURA APERTA PER L’APPALTO DEI SERVIZI INERENTI LA MANUTENZIONE ORDINARIA DELLE AREE DESTINATE A VERDE PUBBLICO ANNI 2015-2017 , al comma i) dei Requisiti di partecipazione dice: “avere eseguito almeno un servizio analogo a quelli oggetto di gara, con buon esito, negli anni 2012-2013-2014, per un importo, non inferiore a € 193.800,00 (I.V.A. esclusa) riportando l’oggetto del servizio, il soggetto committente, il periodo di riferimento e l’importo”.
 c) Insomma i lavoratori diventano solo spettatori di una elargizione ai privati di soldi pubblici. Ma alla fine della giostra quanti soldi pubblici sono stati impegnati negli anni 2013 e 2014 per Servizio di manutenzione parchi e giardini - Cura del Verde Pubblico e soprattutto a chi vengono dati i soldi?
All’affidamento diretto si devono aggiungere, non previsti in quello stanziamento, le spese “straordinarie”: per i fiori; per la potatura, per i materiali manutentivi e per tutti gli altri interventi di altri privati che potrebbero aggirarsi in diverse decine di migliaia di euro all’anno. Ancora. Si aggiungono le diverse migliaia di euro per l’inserimento lavorativo di due detenuti con la cooperativa sociale affidataria del servizio, di cui, tra l’altro,  non si comprende come sono state selezionati.
A ciò vanno aggiunti gli impegni di spesa per i progetti per i detenuti della casa circondariale di Frosinone a cui l’ente ha stanziato ad esempio €.7000 di pasti, servizio dato a sua volta all’esterno. 
 La gestione del verde pubblico, modello Ottaviani, nel coinvolgimento di detenuti e “di detenuti un po’ più uguali degli altri”, ha toccato situazioni particolarmente delicate e sentite nell’opinione pubblica dell’intera penisola: a Frosinone sono state spianate le porte (per meglio dire “aperte”) a condannati per reati gravissimi (Luigi Ciavardini) che non sono semplici esecutori di attività di reintegrazione sociale attraverso il lavoro, ma sono coinvolti nella gestione di alcuni servizi in accordo con l’Associazione Gruppo Idee, la coop. Essegi, la coop. Agro Romano, accordi presi con l’Amministrazione e con la Casa circondariale.
Fermo restando i dubbi su come possano essere eletti animatori culturali e sportivi per bambini – a Frosinone gli è stato concesso anche questo purtroppo! (http://www.frosinoneweb.net/2013/11/17/fatti-di-sport-tante-le-discipline-sportive-alla-villa-comunale/http://www.scuolacalciofrosinone.com/home/?p=683), – quale prospettiva politica ha l’ente su questo versante? Inoltre con quali appalti e a quali costi si hanno tali rapporti?
 La vicenda merita trasparenza e rigore, come rispetto meriterebbero coloro che sono stati immolati alla causa del lavoro… altrui. 

Vi presento "Matrimoni e Funerali"!!

Il ritorno di Stefano “Cisco” Bellotti!

A tre anni da Fuori i secondi, un album intimo e allo stesso tempo capace di riportare in vita personaggi dimenticati troppo in fretta, è arrivato per il cantautore carpigiano il momento di rimettersi in marcia!
Non che si sia annoiato, per carità, restare fermo non è nella indole di Cisco che dal 2012 al 2015 è riuscito a sfornare il richiestissimo album live Dal Vivo Volume 2 , l’interminabile tour di “Indietro Popolo dove Cisco festeggiava i suoi vent’anni di carriera con oltre 150 date i n tutta Italia e Oh Belli Ciao, la fortunata biografia (ormai prossima alla seconda edizione) che ripercorre i suoi turbolenti anni nei Modena City Ramblers.
Il titolo del nuovo album? Tutto un programma, Matrimoni e Funerali!
Un concept sulla vita? Definizione che potrebbe ingabbiare il nostro Cisco, semplicemente un lavoro tanto lucido quanto dissacrante su quello che incontriamo, tocchiamo e conosciamo durante la nostra esistenza, un album che viaggia più veloce di un auto senza freni, lontano dai soliti slogan, con testi che presentano una rinnovata capacità di scrittura da parte di Cisco, divertito a tirare il sasso senza nascondere la mano.
Collaborazioni dal leccarsi i baffi: Pierpaolo Capovilla, Massimo Zamboni, Angela Baraldi, Le Mondine di Novi e il Piotta che duettano con la corposa voce del cantautore. Un album scirtto insieme all’amico Ex-Ramblers, Giovanni Rubbiani e al sempreverde Kaba Arcangelo Cavazzuti, che lo vede anche impegnato nella produzi one artistica del disco.
Come agnelli in mezzo ai lupi prende vita dolcemente e apre la strada a Sangue sudore e merda, un graffio, un urlo che descrive la nostra società malata sempre pronta a inchinarsi davanti al nuovo guru mediatico incantatore di folle, mentre Chiagni e Fotti è una “carezza” terribilmente attuale, dedicata a chi si asciuga le lacrime con la mano sinistra per poi rubare con quella destra, che dire poi del Girarrosto, dove a farla da padrone sono il coro delle Mondine di Novi, destinata a diventare un tormentone live?
Basterebbero questi quattro pezzi per giustificare l’ascolto dell’album ma il bello deve ancora arrivare!
La rockeggiante Supermarket è un inno al consumismo, cantata insieme a Pierpaolo Capovilla, una presa di coscienza di quello che stiamo diventando: individui posseduti dalle cose che comprano, lobotomizzati con dei buoni sconto applicati alla materia grigia, mentre la velocità rullante di Marasma non fa altro che con fermare la bontà del lavoro, ma è con la title track che si raggiungono vette ancora più alte, Cisco e Angela Baraldi creano un intreccio di voci e parole semplicemente perfetto, consegnando un pezzo che ci fa capire quanto l’uomo sia schiavo dei sentimenti, poco incline al cambiamento e destinato a un solo percorso, quello di nascere, crescere, ripopolare il pianeta, innamorarsi per diventare poi cibo per i vermi! Per te soltanto è un autentica gemma, un piccolo capolavoro del nostro songwriter che ironizza ancora una volta su quanto la religione sia diventato oppio per i popoli, mentre Piedi Stanchi è una pellicola sonora che genera disincanto e memoria.
I fuochi d’artificio sono riservati per il finale! Hip hop in un album di Cisco? Eccovi serviti!
Il tuo altare (feat con Piotta) è un insieme di rime e domande che mettono in imbarazzo l’uomo di oggi, la resa è notevole e le parole sono precise come frecce di una faretra, preludio dell’ultimo capitolo, la preziosa Cenere alla cenere, arricchita dalla chitarra dell’immarcescibile Massimo Zamboni.
Tutto inizia e tutto ha una fine, il sipario della vita può calare all’improvviso, tirato da una mano democratica, capace di lavare via tutte le ingiustizie…la morte.
Matrimoni è Funerali si appresta a diventare uno dei migliori album alternativi del 2015.
In mezzo a talent show, a band che durano venti minuti e altre che vivono di ricordi ecco una ventata di novità, portata da chi, in barba a qualche capello grigio, ha ancora qualcosa da dire.
Cisco Bellotti, un milione di copie vendute, concerti in ogni dove, canzoni diventate inni e tanta coerenza.

Vai sul sito e ascolta il primo brano del disco "Sangue sudore e merda"

martedì 17 febbraio 2015

Il governo Renzi e le lotte degli anni '60-'70

Fabiana Stefanoni


Come il padronato si sta riprendendo
le conquiste della classe operaia
E' impossibile capire fino in fondo quello che sta avvenendo in questi mesi in Italia se non si volge lo sguardo al passato, a poco più di quarant'anni fa, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta. Solo così possiamo comprendere il significato storico dell'azione del governo Renzi: la grande borghesia italiana si sta riprendendo tutto quello che era stata costretta a concedere su pressione delle lotte operaie di quegli anni. E lo fa in un contesto economico e sociale - europeo e internazionale - che non lascia spazio a nuovi compromessi di classe. 
Dallo Statuto dei lavoratori al Jobs Act di Renzi (passando per Marchionne)
Da Landini alla Camusso fino ai vari Vendola e Civati: non c'è dibattito televisivo in cui i rappresentanti della sinistra riformista, sindacale e politica, non ricordino, gridando allo scandalo, che il Jobs Act sta distruggendo lo Statuto dei lavoratori. Eppure nessuno di loro - ed è proprio penoso constatarlo - ricorda che la Legge 300 del 10 maggio 1970, meglio nota come Statuto dei lavoratori, è stata il frutto di due anni di scioperi ininterrotti alla Fiat Mirafiori, allora la più grande fabbrica d'Europa. Non saremmo qui a discutere dell'articolo 18 - perché non sarebbe mai esistito - se, in quei due anni, dal primo semestre del '68 al dicembre del '69, gli operai di Mirafiori non avessero dato vita ad un'ondata di scioperi prolungati che fece perdere alla principale industria del Paese alcuni milioni di ore di lavoro. Una conflittualità che non si fermò nel '69, ma proseguì con rinnovata forza negli anni successivi.
E' solo in virtù di quelle lotte che nacque lo Statuto dei lavoratori. Non si trattò, come qualcuno vuole farci credere - in un coro pressoché unanime, a destra come a sinistra, di distorsioni storiche - del frutto spontaneo del sistema capitalistico in un contesto di crescita economica: fu il risultato di due anni di durissimo scontro di classe, in cui gli attivisti politici dell'estrema sinistra, formatisi nelle mobilitazioni del Sessantotto, giocarono un ruolo centrale di direzione. La grande borghesia, nonostante le rimostranze di alcuni settori - che, piuttosto che cedere al "ricatto" operaio, avrebbero preferito una svolta autoritaria, come dimostra il tentativo di golpe Borghese proprio nel 1970 - accettò di fare alcune concessioni al nemico di classe in cambio della conservazione del proprio potere politico ed economico. Quelle concessioni che si sta a poco a poco riprendendo.
L'accordo sulla rappresentanza: un altro tassello dell'attacco
Qualcosa di simile sta avvenendo sul versante più strettamente sindacale. Il famigerato Testo unico sulla rappresentanza, siglato il 10 gennaio del 2014 da Cgil, Cisl e Uil (e, successivamente, persino da alcuni settori del sindacalismo "di base") - accordo contro cui il coordinamento No Austerity ha promosso un'importante campagna che ha visto confluire settori di diversi sindacati in un comune percorso - rappresenta il tentativo della classe padronale di smantellare, di concerto con le burocrazie sindacali, ogni residuo di democrazia nei luoghi di lavoro.
E' un accordo (presumibilmente destinato a tramutarsi in legge se non verrà respinto con la mobilitazione) che espelle dalla rappresentanza sindacale e dalla contrattazione tutti i sindacati che non ne accettano i contenuti, e cancella la libertà di sciopero per chi invece lo firma. Lo scopo è quello di indebolire il sindacato conflittuale nelle fabbriche, trasformare i sindacati in meri erogatori di servizi, al fine di favorire l'imposizione di misure di austerity funzionali ad aumentare i profitti dei capitalisti.
Anche qui, è interessante fare un passo indietro di qualche decennio, se non altro per rendersi conto che i precedenti tentativi di congelare tramite accordi siglati a tavolino il conflitto di classe sono miseramente falliti, restando delle scatole vuote. I padroni e le burocrazie ci provarono già nel '61 a imporre, di concerto tra loro, pesanti restrizioni al diritto di sciopero ("clausole di tregua"). La proposta, allora, prevedeva qualcosa di simile ai recenti accordi: si introducevano norme restrittive della possibilità di azione sindacale dopo la firma dei contratti. Un accordo che la base dei sindacati si rifiutò di applicare e che fu letteralmente spazzato via con le mobilitazioni della fine degli anni Sessanta, quando i lavoratori in lotta si diedero le proprie forme di rappresentanza (dai consigli operai alle assemblee autoconvocate), riuscendo, almeno in parte, a imporne il riconoscimento nei contratti collettivi.
Oggi l'accordo della vergogna rappresenta l'ultima tappa di un percorso che, passando per la legge 146 del '90 (che ha ridotto drasticamente il diritto di sciopero nel Pubblico impiego e nei cosiddetti "servizi essenziali") e gli accordi di luglio '93 (che hanno dato un duro colpo alla rappresentanza dei sindacati di base nel privato), ha progressivamente permesso al padronato di riprendersi tutto quello che era stato costretto a concedere. E, non casualmente, la reconquista è iniziata in Fiat: là dove le lotte operaie, prima che altrove, avevano imposto il riconoscimento dei delegati di reparto e dei consigli di fabbrica; là dove, dal Sessantotto alla metà degli anni Settanta, gli operai, riuniti in assemblee, si erano fatti beffe degli accordi siglati dai loro dirigenti sindacali, rilanciando ogni volta azioni di sciopero, di lotta, occupazioni.
La mossa di Marchionne assume un valore simbolico importante per il padronato: proprio alla Fiat, che era stata l'avanguardia delle lotte operaie per quasi un decennio, la classe è stata schiacciata e obbligata a ingoiare, prima di tutti gli altri, il boccone amaro della reazione. Quasi a voler punire chi per primo aveva osato alzare la testa, come nei riti espiatori.
Il ruolo delle direzioni sindacali
Ma cosa è cambiato rispetto a qualche decennio fa? la classe operaia è forse morta, come cercano di spiegarci gli economisti e i filosofi da salotto televisivo? oppure, come ci vuole dimostrare qualcuno, anche a sinistra (si pensi alle recenti teorizzazioni di Toni Negri), la classe ha abdicato al ruolo di "soggetto rivoluzionario"?
Noi non pensiamo che sia così, e le numerose lotte di cui la classe lavoratrice è stata protagonista in questi ultimi anni ce lo dimostrano. Nonostante il contesto economico e sociale sia molto differente da quello di quarant'anni fa, con una crisi economica di dimensioni enormi, paragonabile solo a quella del '29, la classe operaia non ha perso la sua combattività. Quando è stata chiamata allo sciopero e alla lotta lo ha fatto con determinazione. I picchetti degli operai immigrati della logistica, che discutono in assemblee autoconvocate le iniziative di lotta, hanno la stessa radicalità dei picchetti operai degli anni Settanta.
Ciò che è diverso da allora - pur essendo un sottoprodotto proprio di quella straordinaria stagione di lotte, che non ha paragoni quanto a intensità e durata in altri Paesi d'Europa (1) - è la capacità di controllo da parte degli apparati sindacali (Cgil e Fiom in primis) della classe lavoratrice. Quando gli operai sono stati chiamati dalla Camusso e da Landini alla lotta contro il Jobs Act non hanno mancato di far sentire la loro presenza massiccia nelle piazze: ne è un esempio l'oceanica manifestazione del 25 ottobre a Roma. Eppure, la direzione della Cgil e della Fiom non hanno nessuna intenzione di portare alle ovvie conseguenze quella lotta: proseguirla e intensificarla fino a respingere l'attacco. Oggi quel potenziale conflittuale è stato rimandato a cuccia, senza nemmeno un piccolo contentino da offrire in pasto al cane bastonato.
Quello che succede in questi giorni
Il 18 febbraio il ministro Poletti ha convocato Cgil, Cisl e Uil per discutere dei decreti attuativi del Jobs Act e i dirigenti sindacali si siederanno a quel tavolo, come se niente fosse: chi con entusiasmo (come la neosegretaria della Cisl Furlan, emozionata di sedersi al tavolo dove si discuterà di come cavare meglio il sangue alle nuove generazioni operaie), chi con qualche borbottio (come la Camusso, che spera comunque in una "discussione vera" e proficua con il ministro ex presidente di Legacoop...), tutti saranno lì, a discutere dei decreti attuativi del Jobs Act, decreto simbolo della più feroce reazione padronale.
Tutto ciò avviene mentre stanno per essere sfornati il decreto sulla "Buona scuola", che intende smantellare definitivamente quel poco che ancora sopravviveva di scuola pubblica, e il decreto Madia sul Pubblico impiego, che inasprirà ulteriormente la condizione dei lavoratori statali, introducendo i licenziamenti facili e un pesante sistema disciplinare. E' inoltre sempre più probabile un intervento militare in Libia - con la scusa dell'Isis e con l'obiettivo del petrolio - in ossequio agli interessi dell'Eni.
Ma quel potenziale di lotta che ha animato, nel corso dell'autunno, le piazze sia del sindacalismo di base e della Fiom (come in occasione dello sciopero del 14 novembre) che della Cgil (dal 25 ottobre al 12 dicembre) non si è dissolto. E' ancora lì, pronto a esplodere da un momento all'altro, e forse a rompere, a breve, la camicia di forza del controllo burocratico dei sindacati concertativi. E il governo mostra di sapere bene che sta camminando su una polveriera: non è un caso che, con la scusa dell'antiterrorismo, sia stato varato un decreto che rafforza la presenza dei militari nelle principali città con oltre 1800 soldati in più, 600 solo per l'Expo a Milano! E' facile prevedere che ci ritroveremo i militari a presidiare i quartieri delle grandi metropoli, dove l'emergenza casa - soprattutto dopo il decreto Lupi e la stretta sugli sfratti - ha già innescato una miccia in grado di scatenare l'incendio.
Quello che servirebbe
Oggi più che mai è necessario rafforzare un fronte della classe lavoratrice che possa unire le esperienze di lotta più avanzate al fine di respingere gli attacchi della classe padronale e del governo Renzi e ottenere nuove vittorie. E' anche importante fare tesoro delle esperienze dei decenni scorsi, che si possono condensare in una sola massima: nessuna battaglia vinta all'interno del sistema capitalistico significa la vittoria della guerra. I padroni si riprendono, prima o poi, tutto quello che sono costretti a concedere.
Non solo: il nuovo contesto economico e sociale, caratterizzato da una profonda crisi economica, non lascia spazi a nuove ipotesi di compromesso: la guerra di classe è destinata a inasprirsi, ci possono solo essere vittorie definitive o clamorose sconfitte. Qui sta la necessità di costruire una direzione politica alle lotte, quella direzione rivoluzionaria internazionale che possa garantire al proletariato, questa volta, la vittoria definitiva, cioè l'imposizione per via rivoluzionaria del suo potere. E' il processo a cui il Pdac, sezione italiana della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale, cerca di portare il proprio contributo.
Note
(1) Il controllo che in particolare la Fiom e la Cgil oggi esercitano sulla classe operaia in Italia, che fu protagonisti di lotte durissime (con i metalmeccanici in testa) negli anni Sessanta e Settanta, è dialetticamente connesso proprio a quella stagione di lotte, che, sull'onda di una sconfitta sostanziale dovuta alla mancanza di un partito rivoluzionario e internazionalista con influenza di massa, ha permesso al sindacato riformista di consolidare il proprio controllo sulla classe. Non è questo il luogo per approfondire questi argomenti, rimandiamo agli articoli sull'argomento pubblicati sulla nostra rivista teorica Trotskismo oggi.

lunedì 16 febbraio 2015

A che serve veramente la casa della salute di Pontecorvo

Comunicato n.1 - CASA DELLA SALUTE di PONTECORVO

Il Coordinamento provinciale è venuto a conoscenza, da un articolo pubblicato dalla stampa locale il  5 febbraio 2015, che la ASL di Frosinone  ha costituito un gruppo di lavoro aziendale per il trasferimento dei pazienti dal pronto soccorso di Cassino alla Casa della salute di Pontecorvo, nell’unità di degenza infermieristica. Inoltre, si è reso noto  che si è tenuta una riunione per acquisire la disponibilità delle cliniche private convenzionate.
Ma ci pensate?!? Dopo aver chiuso una struttura pubblica ospedaliera adesso dobbiamo cercare cliniche convenzionate, cioè private, per allocare i pazienti di Cassino.
Che meravigliosa riorganizzazione e rilancio della sanità frusinate! Più di così non si può. In effetti era assolutamente banale capire che  un ospedale distrettuale già esistente, e funzionante, tanto da riuscire a ricoverare e curare in proprio i pazienti andava sostenuto e potenziato. No! Non andava bene! Bisognava chiuderlo per dover, poi ricorrere alle strutture private!
Dovete infatti sapere che,  già in data 25 aprile 2014 lo SNAMI,  in una nota indirizzata alla Direzione generale della ASL  relativa all’allora istituendo protocollo della Casa della salute di Pontecorvo, metteva in guardia sui pericoli su cui si andava incontro: “… la ipotizzata modifica dell’IDI come paventata nel protocollo non metterebbe più in grado, per estrema leggerezza del target clinico delle patologie e dei pazienti, di supportare le incombenze degli ospedali per acuti; e non si potrebbe più decongestionarli sia in entrata che in uscita come è stato possibile fin ora….”.
Non ci sembra che si trattasse di mistico spirito di preveggenza ma di semplice buonsenso, tenuto conto che il modello in questione dell’ospedale distrettuale di Pontecorvo era ben collaudato e funzionante da circa due anni, e permetteva di decongestionare gli ospedali di Cassino principalmente, come anche quello di Frosinone. Ampie erano le soddisfazioni e i gradimenti degli utenti e degli stessi operatori.
Per essere chiari è stata dismessa e annientata l’unica struttura che, in tutto il Lazio, aveva dimostrato come concretamente – e non a chiacchiere – si potessero decongestionare i pronti soccorsi degli ospedali e i reparti per acuti, favorendo così il recupero dei posti letto indispensabili. Le fotografie quotidiane dei nostro pronti soccorsi con mucchi di pazienti barellati, parenti disperati e operatori sanitari sottoposti ad uno stress disumano sono ragione e prova di quanto abbiamo fin qui scritto. 
Da ultimo, non riusciamo nemmeno ad entusiasmarci di fronte ai dati che ci vengono propinati, dalla ASL stessa, in merito ai pazienti cosiddetti “arruolati” nei percorsi terapeutici della famosa Casa della salute che ha sostituito l’ospedale distrettuale. Pensate: - per i diabetici: 362 pazienti in 6 mesi, cioè = 60,3/mese, cioè=2,0/giorno;- per TAO (Terapia Anticoagulante Orale) e NAO: 73 pazienti in 3 mesi cioè = 24,3/mese, cioè = 0,8/giorno;- per la BPCO (Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva): 26 in un mese, cioè = 0,8/giorno.Ma di che parliamo ?!? sono numeri di gran lunga inferiori a quelli  di un qualsiasi ambulatorio di un medico di famiglia.
E per questi numeri miserevoli il contribuente cittadino spende milioni di euro!
Frosinone 16.02.2015 Coordinamento Provinciale Sanità


video di Luciano Granieri


Storia della REMS di Ceccano. Storie di ordinaria follia....veramente

Anita Mancini

REMS è acronimo di Residenza per l’Esecuzione di Misure di Sicurezza Sanitarie
I fatti:

                dopo alcuni articoli apparsi sulla stampa locale il Commissario Prefettizio di Ceccano scrive alla ASL per chiedere chiarimenti ed accedere agli atti amministrativi, avendo ricevuto una “comunicazione edilizia” per trasformare in REMS provvisoria una struttura già sede della comunità “Romolo Priori”, a Ceccano, una “comunità psichiatrica ad elevata intensità terapeutica”.


Il commissario prefettizio, dunque, si rammarica per il fatto che tale “novità” di grande portata per la popolazione non sia stata concordata ed anzi ne abbia dovuto apprendere dalla stampa.
In seguito un articolo di Denise Compagnone, sul Messaggero chiarisce:
La Rems di Ceccano? Nascerà in viale Fabrateria Vetus, lì dove fa bella mostra di sé quello scheletro che negli anni ‘70 doveva diventare il nuovo ospedale. La precisazione è arrivata ieri dalla Asl di Frosinone, tramite il dirigente del Dipartimento disagio, devianza e dipendenze Fernando Ferrauti. Parliamo delle Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza che dal 31 marzo sostituiranno gli ospedali psichiatrici giudiziari, chiusi per legge. Una di queste Rems, come anticipato dal Messaggero, sarà proprio a Ceccano, non nell’ala Mosconi, bensì in viale Fabrateria Vetus. Quello scheletro - ruderi oggi in preda al degrado e all’incuria - verrà abbattuto e al suo posto sorgerà la Rems: due reparti da 20 posti letto ognuno che si estenderanno su 3.000 mq complessivi e 2.000 di giardino. La notizia, tirata fuori qualche giorno fa dall’ex consigliere comunale Angelino Stella, ha determinato molto sconcerto in città, soprattutto perché in molti parlavano con allarme carcere psichiatrico e di manicomio criminale. A far chiarezza su questo, ieri è intervenuto il dottor Ferrauti. Cosa sono esattamente le Rems? “Una via di mezzo tra gli ex Spdc (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura ndr)  e le comunità terapeutiche attualmente esistenti. Non sono carceri, non ci sono camminamenti, non ci sono grate, né Polizia penitenziaria”. I pazienti sono detenuti? “No, sono pazienti, persone che devono effettuare un percorso di cura prima di essere reintegrati nella società. Quelli che arriveranno a Ceccano sono ex detenuti, quelli che una nostra equipe tecnica ha già visitato più volte e dichiarato dimissibili. Ne curiamo tantissimi già da anni in provincia di Frosinone. La sola differenza è che dal 31 marzo avranno una struttura dedicata”. Chi sono questi pazienti? “Una trentina sono, perché vale il principio della prossimità delle cure”. E coloro che sono dichiarati non dimissibili? “Saranno trasferiti nelle carceri di Rebibbia, Civitavecchia, Regina Coeli e Velletri, in aree a loro dedicate”. Perché è stata scelta Ceccano? “Per due motivi: per eliminare lo scempio urbanistico che esiste da decenni in viale Fabrateria Vetus e per la decennale storia di grande accoglienza sul territorio nei confronti delle malattie psichiatriche”. Questa sarà la Rems definitiva, che verrà realizzata entro 18 mesi dal prossimo 31 marzo. Ma il 31 marzo che succede? A Ceccano e Pontecorvo verranno realizzate due Rems provvisorie che ospiteranno rispettivamente 20 uomini e 11 donne (a Ceccano nell’attuale comunità terapeutica Priori che nel frattempo sarà trasferita a Frosinone e a Pontecorvo nell’ex Spdc). Quali vantaggi? “Tre: aumenta la nostra offerta di cura, e Frosinone ha già la migliore assistenza sanitaria per la salute mentale del Lazio; creiamo circa 120 posti di lavoro e riqualifichiamo il territorio creando un indotto virtuoso per l’economia locale”. Per questi scopi lo Stato ha destinato alla Asl di Frosinone 9 milioni di euro (di cui 1,5 per le strutture provvisorie). E l’Ala Mosconi, il rudere dietro l’ex ospedale Santa Maria della Pietà? “Anche quella - conclude Ferrauti - sarà ristrutturata con un apposito finanziamento e ospiterà la futura Casa della Salute, in particolare l’assistenza infermieristica”.

La sanità ciociara, che ha chiuso reparti ed ospedali,  potrà contare su 9 milioni di euro per realizzare queste “nuove” strutture, (in due comuni commissariati, oltretutto) è giusto?
Noi crediamo proprio di no.  L’indotto virtuoso per l’economia è tutto da dimostrare ed oltretutto, a Ceccano, questa nuova struttura si trova a pochi metri da una scuola, il Liceo Scientifico Statale. Nessuno si è posto questo problema?  Un’altra assurdità è il fatto di dover realizzare prima una REMS provvisoria  (per rispettare la scadenza del 31 marzo? E non potevano pensarci prima? Certo con lavori d’urgenza lievitano costi e parcelle…) e poi una REMS definitiva. E’ uno sperpero di denaro che non ha alcuna giustificazione, così come è inaudito che si proceda a cementificare di nuovo su Via Fabrateria Vetus.  Non è così che si elimina uno scempio: così se ne fa uno nuovo. Si proceda alla realizzazione di una sola REMS, definitiva, nell’area del vecchio ospedale Santa Maria della Pietà, che di metri cubi ne ha a iosa, si demolisca la struttura di Fabrateria Vetus usando i materiali come sottofondo per nuove costruzioni e si faccia tornare “verde” quel sito, piuttosto.

Crediamo che questo progetto sia stato concepito senza alcun riguardo per il territorio né considerazione per la popolazione di Ceccano ma soprattutto gridi vendetta il fatto di dare luogo ad uno sperpero di pubblici danari, mentre il sistema sanitario è stato ridotto all’osso.














La dura condanna dell’astensione italiana sulla risoluzione ONU contro la glorificazione del nazi-fascismo

Anpi     Sezione "Martiri di Mirano"

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato lo scorso 22 novembre una mozione presentata dalla Russia che condanna i tentativi di glorificazione dell’ideologia del nazismo e la conseguente negazione dei crimini di guerra commessi dalla Germania nazista.
La Risoluzione esprime “profonda preoccupazione per la glorificazione in qualsiasi forma del movimento nazista, neo-nazista e degli ex membri dell’organizzazione “Waffen SS”, anche attraverso la costruzione di monumenti e memoriali e l’organizzazione di manifestazioni pubbliche”.
Il documento rileva anche l’aumento del numero di attacchi razzisti in tutto il mondo.
Una iniziativa giusta, si dirà, visti i continui rigurgiti fascisti e nazisti ai quali si assiste sempre più spesso in diversi quadranti del mondo.
E invece no. Perché solo 115 dei Paesi rappresentati alle Nazioni Unite hanno votato a favore della mozione, mentre in passato il numero dei sì era stato assai più consistente, ad esempio 130 due anni fa. Incredibilmente ben 55 delegati, tra i quali il Governo italiano, si sono astenuti e 3 rappresentanti – quelli degli Stati Uniti, Canada e Ucraina – hanno addirittura votato contro.
La Vicepresidente nazionale dell’ANPI, Carla Nespolo ha inviato il seguente comunicato stampa, condiviso dall’ANPI Provinciale di Alessandria.
” L’astensione del Governo Italiano sulla risoluzione dell’ ONU, approvata a maggioranza, che sancisce il rifiuto del neonazismo nel mondo e respinge “ogni forma di negazione dei crimini nazisti”, è un atto grave e inaccettabile.
L’Italia è il Paese in cui la Resistenza al fascismo e al nazismo è stata tra le più forti ed estese d’Europa.
La Costituzione Italiana è, per specifica decisione dei Padri Costituenti, una Costituzione Antifascista.
Tanti partigiani, tanti giovani e tante donne, hanno lottato, sofferto e in molti casi hanno lasciato la vita, per sconfiggere nazismo e fascismo.
Vergognosa è l’astensione dell’Italia!
Il fatto che tanti altri Paesi Europei si siano astenuti, rappresenta una svolta pericolosa e regressiva nella stessa politica estera europea, ma non giustifica in alcun modo la scelta del Governo Italiano che ancora una volta ha rinunciato ad un ruolo di protagonista in Europa.
La decisione degli Stati Uniti d’America, del Canada e dell’Ucraina, di votare contro tale risoluzione, se mai, dimostra un’inaccettabile subalternità europea ed italiana, alla volontà americana.
Né vale a giustificare tale scelta, il fatto che tale risoluzione sia stata proposta dalla Russia.
Tra l’altro si tratta di un documento molto simile ad altri, presentati nel 2011 e nel 2012, e sempre votati all’unanimità o quasi, dall’Assemblea dell’ONU.
Persino Israele, Paese notoriamente amico degli Stati Uniti, ha votato a favore del rifiuto dell’ideologia fascista e nazista.
L’Italia si è astenuta! E questo è inaccettabile e deplorevole.
L’ANPI eleva alta e forte la propria voce, contro tale voto, che umilia la nostra storia democratica e offende la Resistenza, i suoi protagonisti e i suoi valori.”

domenica 15 febbraio 2015

Il calcio è un business? E ci voleva Lotito per scoprirlo!

Luciano Granieri

Un Frosinone-Roma in amichevole di qualche anno
fa si riconosce Francesco Totti
Quando mi accingo  a discettare di calcio devo prima chiarire a  me stesso se le dita sulla tastiera saranno mosse dalla razionalità politica o dalla passione calcistica. E’ notorio che le sorti della AS Roma mi stanno  molto a cuore, forse troppo. Allora diciamo che quanto segue prova ad essere ispirato dalla razionalità. L’oggetto della riflessione riguarda le maldestre uscite di  Lotito,  presidente della “lazzie”….ops scusate una botta di passione,  ma anche padre padrone del calcio italiano,  sulla opportunità che le squadre di provincia, come Carpi e Frosinone, quelle citate assieme al Latina nell’intercettazione telefonica con il presidente dell’Avellino calcio Pino Iodce, possano partecipare al massimo campionato di serie A. 

  La preoccupazione riguarda   l’interesse delle TV per  le sorti di queste compagini.  Con Frosinone e Carpi  in serie A le televisioni potrebbero rivedere al ribasso la quota di acquisto dei diritti di trasmissione. Una importo  che oggi si aggira attorno al miliardo e 200mila euro  per tre anni da dividersi fra  le società . Una bella torta  che i grandi club non vorrebbero veder decurtata dalla partecipazione al campionato delle squadrette di provincia. 

L’intercettazioni e le seguenti dichiarazioni del presidente "lazziale", unite all’impresentabilità del personaggio, hanno suscitato veementi reazioni in tutto il mondo del calcio. Giornalisti, allenatori, calciatori, si sono scagliati contro le esternazioni del fine latinista,  denunciando  il massacro  dell’etica sportiva, il  danno d’immagine che tutto il movimento calcistico avrebbe subito da queste esternazioni.  

Quante anime belle animano il carrozzone calcistico! Ma veramente gli illuminati giornalisti che popolano  le varie domeniche sportive  credono  che il calcio sia ancora ascrivibile alla categoria sport?  Sul serio ci vogliono far credere di cadere dalle nuvole ed indignarsi nell’apprendere ciò che è pura verità?  Non scherziamo!!!  Non prendeteci in giro!!!  Vi do una notizia sconvolgente , il calcio è  un business e la disputa sui diritti televisivi è solo una parte  del  volume d’affari che interessano alcune  lobby finanziarie le quali  hanno cominciato a mettere le mani sui profitti dello sport speculando sulla passione  dei tifosi e non solo.  

Un esempio ?  Prendiamo la Roma, si proprio la squadra per cui tifo (dio quando mi costa sul piano passionale  scrivere queste cose). L’attuale presidente americano  della  Roma  James Pallotta ha acquisito a la società, attraverso operazioni che non sto qui a spiegare, e la gestisce servendosi dell’ Asr Td Spv Llc e Neep Roma Holding due società che fanno capo allo stesso  finanziere americano.  Il primo business messo in preventivo, non sono i diritti televisivi (quisquilie), ma un’enorme speculazione finanziaria legata al nuovo stadio.

 Il nuovo impianto che, verrà costruito nella zona di Tor di Valle,  sarà di proprietà della AS Roma Td Spv Llc e soci e della Euronova Srl di Luca Parnasi, la società del costruttore proprietario del terreno e incaricato di  svolgere i lavori. Satrwood Capital group, un gruppo che gestisce asset  per 33 miliardi di dollari, ed ha quote in alberghi, palazzi per uffici, complessi residenziali e centri commerciali,  ha acquistato una quota di minoranza dell’ AS Roma Td Spv Llc proprio in funzione della costruzione dello stadio. 

Già ma che c’entrano gli alberghi?  L’area destinata allo stadio non è che il 14, 20% delle  cubature previste per questa mega speculazione immobiliare,   il restante 80, 86% è destinato al Business Park un area di 318.702 mq dove sorgeranno  tre grattacieli, alti cento metri ciascuno,  con uffici e attività commerciali la cui vendita frutterà qualcosa come 1.725.100.400,00 di euro, più 15.200 mq destinati ad albergo per un valore di 251.748.000,00 euro,  totale : 1.976.848.400,00 euro.  Al netto delle spese di realizzazione  (911.354.460 di euro)  che prevedono anche i servizi urbanistici di compensazione all’edificazione (prolungamento della metro B, un ponte con parco sul Tevere e potenziamento  della Via Ostiense con l’allaccio alla Roma-Fiumicino) il profitto netto dell’operazione sarebbe di oltre 1milioni di euro.  Questo ricavo attiene solo sul Business Park, Totti e compagni  non c’entrano nulla. 

E veniamo allo stadio vero e proprio: La Nike contribuirà   con finanziamenti su base annua di 4/5 milioni  di  euro, in più la multinazionale americana corrisponderà all’As Roma il 50% dei proventi netti sulla vendita della maglie.  Sono previste altre sponsorizzazioni per i settori dello stadio, la Walt Disney è interessata  per una cifra milionaria  e  alla Etihad, la compagnia aerea  di  Abu Dhabi proprietaria di Alitalia, è stato offerta la possibilità di dare il nome allo stadio, vista la vicinanza con Fiumicino, e di comparire come main sponsor sulle maglie giallorosse per un importo di 30 milioni all’anno. 

Tutto questo è stato pianificato  secondo un piano finanziario predisposto da Pallotta e Goldman Sachs  che punta  a toccare una quota di fatturato per il 2016 di 200milioni solo per la sponsorizzazione araba.  Vi pare poco? E noi stiamo qui ad indignarci per le esternazioni di Lotito, che al di là della forma non rivelano nient’altro che una verità.  

I rigori, dati e non dati, i fuorigioco non visti, le dispute sugli "aiutini", sulle formazioni, sulla tattica, non sono altro che il paravento, lo zuccherino dato in pasto alla stordita popolazione dei tifosi.  Dietro tutto ciò c’è la solita spietata dittatura del mercato che diventa ancora più urticante quando coinvolge le passioni.  E  come al solito ad essere esclusi tendono ad essere  i più deboli, Frosinone, Carpi etc. etc.  

Allora non vediamo più le partite?  Non ci occupiamo più di calcio? Sarebbe cosa buona e giusta, ma io non ci riesco. L’incazzatura per il misero pareggio della Roma con il Parma di oggi  mi rode dentro,   solo in parte mitigata dall’impresa del Cesena che ha fermato la Juve che  ha sbagliato pure un rigore.  Il calcio è un imbroglio capitalistico-borghese, ne sono consapevole ma in questo caso la mia passione prevale, per cui quando la domenica  vinciamo, anche se so che è un’imbroglio, il lunedì mi sveglio con un altro piglio.