Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 7 aprile 2019

E' possibile un'altra Europa senza il rifiuto dei trattati?



Quando il coordinamento nazionale di Potere al Popolo, su mandato degli iscritti, avviò consultazioni con altre forze  per costruire una  coalizione in vista della  partecipazione alle elezioni europee, il pregiudizio  principale ed insuperabile per un accordo fu  la possibilità di avviare un processo di democratizzazione e uguaglianza sociale   della Ue puntando solo alla modifica dei trattati, senza prevederne l’abolizione. La posizione di Potere al Popolo fu chiara fin dall’inizio: non è pensabile alcuna evoluzione in tema di diritti se non al di fuori degli attuali trattati, i quali, scritti per creare e regolare un grande mercato sovranazionale, non ammettono alcuna opzione sociale. L’esito delle consultazioni come è noto fallì. Ci tacciarono di essere sovranisti di sinistra e antieuropeisti, per cui non si raggiunse alcun accordo. Personalmente, e credo che la mia posizione possa essere condivisa da molti altri compagni, sono più che europeista.  Sono internazionalista prefigurando una comunità  internazionale in cui ad essere globalizzati  siano i diritti umani, sociali e civili,  il cui controllo sia a  carico della collettività attraverso processi di partecipazione  attiva e organizzata. Dunque né sovranisti, né di sinistra - se per sinistra s’intende la galassia dei partiti riformisti europei  strenui difensori  di questa Ue, e di tutte le politiche di austerity che la contraddistinguono, oppure i vari satelliti più o meno radicalmente distinti che, proprio per non escludere un aggancio alla galassia riformista,  non osano prendere una decisa posizione contro i trattati - . La tesi secondo la quale un’altra organizzazione sociale non è   possibile se non si rifiutano totalmente i trattati e l’attuale conformazione  politica della Ue, è supportata anche da autorevoli studiosi come Claudio De Fiores (Professore Ordinario di Diritto Costituzionale componente del collegio del dottorato in “Internazionalizzazione dei sistemi giuridici e diritti fondamentali) e Franco Russo (ex parlamentare, esperto di problemi istituzionali alla luce dei trattati comunitari, esponente di Eurostop). Riporto di seguito il loro contributo. Spero possa essere utile a creare  consapevolezza sulla reale natura della “questione” europea. Spero cioè si capisca  come la Ue non sia altro che un coacervo di trattati concepiti  esclusivamente per salvaguardare i diritti dei grandi potentati finanziari e che tutto ciò non c’entra nulla  con l’Europa che prefigurava Spinelli.

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone

 Il Contributo di
Claudio De Fiores e Franco Russo




Un’Assemblea costituente per una democrazia costituzionale europea

E’possibile riformare i Trattati e avviare un processo di democratizzazione delle istituzioni dell’UE, per giungere a una vera democrazia parlamentare,  nel quadro della normativa UE vigente? Il  processo dovrebbe avvenire nel quadro dell’articolo 48 del TUE, che disciplina i processi di revisione dei Trattati. Senza qui stare a esaminare la procedura ordinaria e semplificata, basta richiamare che in ogni caso sono gli Stati membri che devono approvare le modifiche, rimanendo essi i ‘signori dei Trattati’. Dunque progettare un percorso di democratizzazione, nell’ambito delle attuali istituzioni significa affidarlo agli Stati, che, per definizione, come dimostra la storia dell’integrazione europea, si riservano, e non vogliono perdere, il monopolio della decisione politica, concentrata nel Consiglio europeo, nella Commissione e nelle diverse formazioni del Consiglio, oltre che nella tecnocrazia che trova la sua massima espressione nella BCE. Il ‘potere legislativo’ è di competenza del Consiglio condivisa con il Parlamento europeo, a voler tacere che le materie della politica estera, finanziaria, monetaria sono di esclusivo appannaggio o del Consiglio europeo, o del Consiglio dell’UE (ECOFIN),  o della BCE. Giova ricordare che il Consiglio europeo e il Consiglio dell’UE, nelle sue formazioni, sono composte dai capi di governo e di Stato e da ministri. Nell’UE i governi hanno competenza legislativa ‒ ahi  povero Montesquieu, e addio all’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789!  ‒, deliberano le norme la cui esecuzione è affidata alla Commissione, nominata anch’essa dai governi (con l’assenso del PE). Questi sono fatti noti, che vengono richiamati per porre alcune questioni di fondo, a cui il documento dell’esecutivo sfugge: è possibile un processo di democratizzazione nell’ambito dei Trattati (TUE e TFUE)? È compatibile un processo di democratizzazione con le disposizioni dei Trattati? E a monte di tale questione se ne pone un’altra: è possibile una democrazia senza Costituzione? È immaginabile, cioè, una democrazia fondata sui Trattati, i cui ‘signori’ sono gli Stati, più precisamente i loro governi? Sono compatibili Trattati e Costituzione democratica? A nostro parere no, e di seguito proviamo ad argomentare la nostra posizione.

1. La costruzione europea è guidata dal metodo del funzionalismo con lo scopo di realizzare e ‘governare’ un mercato sovranazionale.
È sufficiente leggere gli scritti di Jean Monnet, o i vecchi quanto lucidi saggi di David Mitrany o direttamente le norme fondamentali dei Trattati come interpretate dalla Corte di Giustizia nelle sue più famose sentenze, per avere chiaro che il fine della costruzione europea è un mercato sovranazionale, da attuare attraverso ‘realizzazioni concrete’, come disse Schuman.
Fu Davide Mitrany a teorizzare l’evoluzione spontanea delle istituzioni comunitarie branch by branch, perché ogni funzione avrebbe generato le altre gradualmente, ed è la stessa idea di Monnet quando elaborò il piano della CECA, che avrebbe dovuto condurre alla federazione politica attraverso l’integrazione successiva dei diversi settori economici. Questo metodo funzionalistico, che implicava successive attribuzioni di competenze per realizzare obiettivi in campi delimitati, ha guidato la costruzione della Comunità europea, e poi dell’Unione economica e monetaria.
Fin dall’inizio fu presente la consapevolezza che questo progetto di unione economica, fondata sul mercato sovranazionale, avrebbe richiesto istituzioni diverse da quelle della democrazia rappresentativa. Fu sempre Mitrany a teorizzare la contrapposizione tra una voting democracy e una working democracy, sostenendo che l’autorità nell’epoca contemporanea si legittima attraverso i risultati che consegue; è questa un’output democracy in quanto dipendente dall’efficienza del funzionamento delle istituzioni, in primo luogo del mercato dove quotidianamente il consumatore ‘vota’ con i piedi scegliendo la merce che soddisfa a più basso prezzo la sua domanda. L’output democracy è una versione aggiornata del ‘dittatore benevolo’, del ‘despota illuminato’.
Le istituzioni comunitarie non hanno mai trovato il fondamento della loro legittimazione nella democrazia rappresentativa, bensì nell’efficienza di un mercato inizialmente parziale con la CECA nel 1951, comune con la CEE nel 1957, ed unico nel 1986  che è sfociato nell’Unione economica e monetaria avviata con il Trattato di Maastricht del 1992. Per realizzare questi fini sono stati attribuiti sempre nuovi poteri alle istituzioni comunitarie (ora UE), le cui norme godono del primato su quelle nazionali e dell’applicabilità diretta (per quanto riguarda i ‘regolamenti’ e le ‘decisioni’). Le quattro libertà di circolazione – beni, servizi, capitali, lavoratori – sono stati i principi-guida delle normative e delle politiche comunitarie, e il rispetto della concorrenza è stato sempre sancito in tutti i Trattati e affidato alla competenza esclusiva della Commissione.
Le vicende pluridecennali dell’unificazione europea hanno mostrato che non si è formata una società dotata di una Costituzione democratica, al contrario si è creata una società di mercato con una costituzione economica che ha ribaltato i principi delle Carte costituzionali del Novecento. La costruzione delle Comunità e ora dell’Unione europea ha istituito il primato del mercato, divenuto l’ordinatore delle relazioni economiche, sociali e istituzionali. Il dominio dell’economia sulla società trova una sua strumentazione specifica negli articoli 101-109 del TFUE, da attuare secondo i principi di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza (articolo 120 TFUE), e nei Protocolli n. 12 e 13 del Trattato di Lisbona, che prescrivono la stabilità dei prezzi, il contenimento della spesa pubblica e le politiche di convergenza.

C’è un tratto originale dell’UE, quello di essere un ordine giuridico del mercato al di là degli Stati nazionali.
Per decenni la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è stata il motore del processo d’integrazione, vigilando sull’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie al fine di costruire il mercato comune sulla base del Trattato di Roma, e in seguito il mercato unico e l’euro (sulla base dell’Atto unico europeo e del Trattato di Maastricht). Grazie alla giurisprudenza della Corte, la CEE si caratterizzò come ‘Comunità di diritto’, e i Trattati vennero posti a suo fondamento ‘costituzionale’.
La Corte di Giustizia è divenuta nel tempo il tribunale supremo per l’interpretazione e l’applicazione del diritto comunitario
La Corte di Giustizia non ha usurpato la fama di forza motrice dell’integrazione economica europea, avendo essa stabilito il primato del diritto comunitario e l’effetto diretto delle sue norme, che essa ha consolidato attraverso una lunga sequenza di conflitti con altre istituzioni – soprattutto con le Corti costituzionali nazionali e in particolare con quella tedesca e italiana – per affermare la sua competenza a essere interprete del diritto comunitario così da garantirne l’effettività e l’uniforme applicazione.
Questo ruolo di promozione, e di garanzia del funzionamento, del mercato unico è stato svolto dalla Corte di Giustizia anche durante la Grande Recessione, quando è avvenuta una ‘mutazione istituzionale’ (ripetutamente legittimata dagli stessi giudici). La BCE, soprattutto sotto la presidenza di Mario Draghi, ha assunto il ruolo di guida, attraverso le misure monetarie ‘convenzionali e non convenzionali’, che sono andate in parallelo con le politiche di austerità messe in atto dall’ECOFIN e dalla Commissione grazie ai meccanismi del Semestre europeo. La Corte di Giustizia ha avallato questo primato della Banca centrale con la sentenza sul caso Pringle e con l’Opinione dell’avvocato generale Villalón sul programma OMT.
Con la sentenza sul caso Pringle (27 novembre 2012), relativa al Trattato istitutivo dell’ESM, la Corte ha giustificato il ricorso degli Stati membri a patti internazionali, estranei quindi alla normativa UE, per istituire meccanismi di stabilità, ciò che comunque ha richiesto la revisione in via semplificata dell’articolo 136 TFUE. Ha confermato, inoltre, che l’assistenza finanziaria debba essere soggetta a ‘stretta condizionalità’, mediante memorandum e controlli esterni così da consentire il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri (punto 69). Per quel che concerne la BCE, la sentenza ha ribadito che essa ha il potere esclusivo di regolare l’offerta di moneta in condizioni di indipendenza e autonomia.
Con la sentenza Pringle è avvenuta la ‘costituzionalizzazione’ delle politiche di austerità, della stabilità finanziaria,  e della ‘stretta condizionalità’ relativa ai piani di assistenza finanziaria. È stata in questo modo ridefinita la ‘costituzione economica’ e con essa si è consolidato il ruolo degli ‘esperti’ cioè della tecnocrazia.

2.La gestione della Grande Recessione ha richiesto una mutazione istituzionale, cioè una trasformazione complessiva dell’UE per salvaguardare il mercato unico, e il suo funzionamento.
Si può anche individuare il punto di svolta di questa mutazione istituzionale – volta all’accentramento delle politiche economiche, fiscali e finanziarie, oltre che di quelle monetarie – nel Consiglio ECOFIN del 7 settembre 2010,  che ha modificato il Codice di condotta per l’attuazione del Patto di stabilità e crescita mediante le procedure del Semestre europeo, avviato nel gennaio 2011. Il Semestre europeo richiede che la discussione e la formulazione dei bilanci degli Stati membri avvenga in sede UE – ECOFIN e Commissione, specificatamente – prima che i Parlamenti li deliberino.
Le nuove procedure di bilancio sono state affinate e rese più stringenti con l’ emanazione del Six Pack, completato con il Two Pack, il tutto accompagnato da due Trattati internazionali: il Fiscal Compact e l’ESM. Questa ristrutturazione dei poteri decisionali, a partire da quelli economico-finanziari, in parallelo alle misure ‘non convenzionali’ della BCE, ha consentito all’UE di gestire la crisi dei mercati finanziari, dei debiti pubblici e dell’euro, e di riorganizzare l’intero tessuto istituzionale.

Il momento costituente, per usare una formula di Bruce Ackerman, si è  presentato negli anni 2004-2005 quando il no al Trattato costituzionale, espresso dai referendum popolari in Francia e in Olanda, aveva aperto la possibilità di contrapporre ai Trattati dei governi un processo costituente dal basso per giungere a varo di una Costituzione attraverso un processo democratico. Quell’occasione, prodotta anche dai movimenti europei del Social Forum, è stata dispersa, e, nelle spire della Grande Recessione, si è invece consolidata l’oligarchia europea.
Allora ben si colse che il Trattato ‘costituzionale’ operava un’irriducibile commistione dei due sostantivi (costituzione e trattato) racchiudendola in un sotterfugio lessicale: la costituzione europea non era una vera costituzione, bensì un Trattato posto in essere dagli Stati e, in quanto tale, soggetto esclusivamente alla loro volontà. Infatti, una cosa è procedere alla stesura di una Costituzione al fine di (ri)fondare l’unità politica di un popolo, o di popoli diversi; altra cosa è, invece, addivenire nelle forme ordinarie a un Trattato, a un’intesa fra più Stati, ciascuno dei quali espressione di una già sottostante unità politica.
L’UE è l’espressione di una ‘Costituzione senza popolo’: una mera astrazione dietro la quale si è tenacemente trincerato il neofunzionalismo europeo, particolarmente attento (per sua stessa natura) a evitare ogni sorta di contatto fra istanze democratiche e processo di integrazione. Costruire, però, un processo costituente al riparo dai popoli non è possibile. Fare una costituzione significa farsi carico delle grandi sfide della storia, rappresentare le aspirazioni di un’epoca, le passioni di un popolo (o di popoli che vogliono federarsi), produrre un testo coeso nei suoi principi e fondamentale in tutte le sue disposizioni. Solo una Costituzione, con la statuizione dei diritti fondamentali, è in grado di fondare una cittadinanza comune, un’appartenenza comune, un idem sentire dei/delle cittadini/e.
Ciò che il Documento dell’esecutivo del CDC non coglie è la netta contrapposizione fra Costituzione e Trattato, che era invece ben presente ad un europeista quale Altiero Spinelli.
Spinelli era ben consapevole della ‘lezione’ di Carl Friedrich, della necessità cioè di dar vita ad un’Assemblea costituente per  giungere a una «costituzione adottata liberamente dal popolo europeo in un referendum su una proposta preparata da un’assemblea costituzionale rappresentativa eletta liberamente dal popolo …» (C. Friedrich). Spinelli, nel 1956, sostenne che «il popolo europeo deve ottenere dagli Stati nazionali che essi convochino un’Assemblea Costituente direttamente eletta da tutti gli Europei e che le riconoscono il compito di redigere la legge fondamentale degli Stati Uniti d’Europa … La costituzione che l’assemblea costituente avrà votato, sarà ugualmente ratificata, non dai parlamenti che sono gli organi di selezione delle volontà politiche nazionali, ma da referendum popolari medianti i quali ciascuna nazione dovrà dire sì o no alla costituzione che sarà preparata dai deputati europei».
Spinelli riteneva che gli Stati avrebbero dovuto convocare un’Assemblea costituente, poi, convintosi che questi non l’avrebbero promossa, divenuto parlamentare europeo, presentò e fece approvare dal PE nel 1984 un progetto di costituzione; oggi, dopo altri decenni in cui gli Stati hanno proseguito nel processo di espropriazione dei poteri dei parlamenti e della loro concentrazione nelle proprie mani attraverso le istituzioni UE, si pone il compito di uscire dal solco dei Trattati e battersi per la convocazione di un’Assemblea costituente.
Perché la mobilitazione per la Costituzione europea non sia solo oggetto di proclami essa va accompagnata con lotte che puntino all’affermazione di taluni fondamentali diritti, che si vogliono stabilire in Costituzione. E la lotta per i diritti può aprire la via per istituire l’assemblea costituente europea. Di queste lotte dovranno essere parte integrante:

·         il principio della pace, contro la NATO e per la soluzione pacifica dei conflitti;
·         il principio di laicità;
·         il  diritto alle differenze;
·         il  diritto del lavoro  contro il suo sovvertimento realizzato con le politiche di workfare;
·         la cittadinanza di residenza, introducendo lo jus soli;
·         uno Statuto dei beni comuni a fondamento di una società ecologicamente sostenibile;
·         il principio della produzione e gestione pubbliche dei servizi a garanzia dei diritti sociali universali.

Sono possibili lotte intorno a principi e diritti capaci di provocare la rottura dei Trattati e di aprire al contempo una prospettiva sovranazionale. È il progetto di Silvio Trentin: ‘liberare e federare’ dal basso i luoghi della produzione e le istituzioni della partecipazione, per una democrazia sovranazionale.

Claudio De Fiores – Franco Russo



sabato 6 aprile 2019

Di Maio e Salvini tra i paparazzi e l’Olocausto


Michele Prospero


Janusz Korwin-Mikke


Dopo la grande guerra delle foto, nel corso della quale il capitano e il capo politico si sono sfidati a colpi di novella fidanzata sbattuta in prima pagina, la politica italiana entra in una nuova dimensione del conflitto: l’olocausto, il negazionismo della nuova destra.

In un’intervista (apparsa sulle colonne del quotidiano Die Welt) Di Maio se la prende con Salvini adducendo nella contesa anche importanti questioni storiche e culturali. “Mi preoccupa questa deriva di ultradestra a livello europeo con forze politiche che faranno parte del gruppo con cui si alleerà la Lega, che addirittura, in alcuni casi, negano l'Olocausto”. Parole sensate, senza dubbio esiste un pericolo di destra in Europa.

Ma il capo politico, forse perché con la testa troppo catturata dagli impulsi degli amorosi sensi, esalta il rigorismo europeo (“ho più volte ribadito che in Italia ci avrebbero fatto bene più politici come la Merkel”), dimentica la storia del M5S e soprattutto rimuove le sue appartenenze di campo. Proprio il suo non-partito, in Europa dal 2014 è nello stesso gruppo (Efdd, Europe of Freedom and Direct Democracy) di uno scomodo polacco, monarchico e di destra radicale, rifiutato persino da Marine Le Pen perché giudicato “troppo estremista”.

Janusz Korwin-Mikke, questo è il suo nome, è un politico celebre per due formidabili produzioni della sua mente eccelsa di statista. La prima prevede che per le donne sono raccomandabili botte a fin di bene (“picchiare la moglie in certi casi la aiuterebbe a tornare con i piedi per terra”). La seconda suggerisce che Hitler in fondo era personalità dalla natura angelica (“non ci sono prove che Hitler fosse a conoscenza dell’Olocausto e se fosse rimasto vivo sarebbe stato difficile provare che lo fosse”).

E’ sempre un bene prendere le distanze dalla destra, ma quando si convive con certi campioni in uno stesso gruppo (a favore dell’alleanza con i nipotini di Farage votò il 78 per cento della piattaforma on line) proclamarsi “lontani da Orban” e contro i soldali del sovranismo di Salvini è solo un affondo strumentale. Alla fine è forse preferibile che il capo politico e il capitano proseguano a suonarsele a colpi di conquiste amorose, che servono ai nuovi governanti per stare nella copertina dei rotocalchi contendendo così le cure dei paparazzi a Belen, Corona. La politica continua ad essere un’altra cosa.

Michele Prospero

mercoledì 3 aprile 2019

Frosinone. Opposizione sociale e opposizione politica insieme contro il programma lacrime e sangue del Comune

Assemblea territoriale Potere al Popolo Frosinone




Il sindaco del Capoluogo  Nicola Ottaviani, vittima dell’odioso programma di rientro del debito, denominato Piano  di Riequilibrio economico e Finanziario, in qualità di uomo di legge e fine statista politico, almeno a livello locale,  dovrebbe essere a conoscenza degli strumenti giuridici che gli consentirebbero di evitare la macelleria sociale  dovuta al taglio del 20% dei servizi al cittadino. Taglio   inserito nel prossimo bilancio previsionale e giustificato dalla pesante contingenza debitoria .  
E’ innegabile che la situazione deficitaria lasciata  dalla giunta di cento sinistra, guidata da Michele Marini  ormai due consiliature fa, sia pesante  ma, ripetiamo, ci sarebbero strade giuridiche per  evitare una devastazione sociale ritenuta ineluttabile dal sindaco Ottaviani. Ad esempio la risoluzione del consiglio dei diritti dell’uomo  del 23 aprile 1999 sancisce che:”l’ esercizio dei diritti fondamentali della popolazione all’alimentazione , all’abitazione, al lavoro, all’educazione, ai servizi sanitari , a un ambiente salubre, non possono essere subordinati all’applicazione di politiche di aggiustamento strutturale e di riforme economiche legate al debito”.  Evidentemente il sindaco Ottaviani non è così ferrato in tema di giurisprudenza internazionale  altrimenti  non avrebbe ceduto , per ragioni di bilancio, gran parte dei servizi comunali a cooperative  private non garantendo il diritto al lavoro dei dipendenti dell’ente messi irrimediabilmente in strada, o, per meglio dire,  dentro una.   
Parimenti la prossima alienazione dell’asilo Pollicino va contro la tutela del diritto all’educazione sancita  nello  stesso consiglio dei diritti dell’uomo.  

  Che dire inoltre della convenzione di Vienna sul diritto ai trattati  del 1969 in cui si determina che la situazione debitoria “non deve essere usata per la realizzazione di progetti non redditizi o dannosi per la popolazione e per l’ambiente” Come non giudicare non redditizio  per la popolazione, e  dannosa per l’ambiente, il dirottamento dei finanziamenti ottenuti da CdP  per il Parco delle Fontanelle verso il  finanziamento  di un progetto privato come lo stadio del Frosinone?  

Ma il fine uomo di legge e  podestà del Capoluogo ignora anche la giurisprudenza sancita dalla Corte Costituzionale italiana.  Questa ,  chiamata ad esprimersi sul mancato concorso di spesa da parte della Regione Abruzzo al  finanziamento del trasporto di studenti disabili del Comune di Pescara per ragioni di bilancio regionale, si è  espressa, nel 2017,  sancendo che i servizi ai disabili sono costituzionalmente riconosciuti   e non possono  essere limitati da esigenze di bilancio. Se nel prossimo documento economico  previsionale il taglio ai servizi per i disabili sarà elevatissimo  risulterà  evidente che Ottaviani ignora il pronunciamento della Consulta nel merito. 

In realtà di appigli giuridici per sconfessare la macelleria sociale ordita da questa giunta neo leghista  ce ne sarebbero molti. Ma evocarli  non gioverebbe a molto se alla base non ci fosse una netta e precisa contrapposizione politica. Perché è inutile girarci intorno, il modo di governare una comunità anche in presenza di limitate risorse finanziarie, è sempre un’opzione politica. Politica è stata la scelta operata da Ottaviani di usare lo stato debitorio dell’ente per devastare i servizi sociali.

 Il rischio di ritrovarsi una città a servizi sociali zero  ha suscitato una decisa reazione di contrasto  da parte del sindacato Usb, dell’associazione Oltre l’Occidente, a cui si sono uniti i partiti Potere al Popolo, Possibile e Rifondazione Comunista.  Da  queste formazioni è partito un appello ai consiglieri d’opposizione affinchè  possano, avvalendosi anche della  collaborazione di movimenti e forze  sociali, difendere in consiglio comunale quel poco di bene pubblico rimasto  . Speriamo che una nuova possibile sinergia fra movimenti e forze politiche d’opposizione possa salvaguardare la città  dall’ennesimo programma  lacrime e  sangue a tutto svantaggio della parte più debole della cittadinanza.

domenica 31 marzo 2019

Per Israele bombardare Gaza è propaganda elettorale

Soraya Misleh


 
I quasi due milioni di palestinesi che vivevano a Gaza, nella Palestina occupata, hanno vissuto un'altra delle loro molteplici notti di terrore. Massicci bombardamenti israeliani sono stati registrati a partire dallo scorso giovedì (14 c.m.) e hanno causato il ferimento di quattro palestinesi. Lo Stato di Israele ha lanciato attacchi aerei su più di cento «bersagli» a sud della stretta striscia.
Come consuetudine, hanno affermato che si è trattato di una rappresaglia per il lancio di due missili da parte di Hamas, che nega, che avrebbero presumibilmente colpito Tel Aviv. Nessuna vittima e nessuna rivendicazione confermata, solo una scusa abituale per promuovere un nuovo massacro in funzione di propaganda elettorale.
Di fronte alla denuncia per corruzione del primo ministro Benjamin Netanyahu, il processo elettorale israeliano è stato anticipato al 9 aprile, lo stesso giorno del genocidio sionista nel villaggio palestinese di Deir Yassin nel 1948, l'anno della Nakba (la catastrofe palestinese da cui nacque lo Stato di Israele attraverso la pulizia etnica).
L'offensiva funge da propaganda elettorale ed è stata approvata anche dal principale concorrente di Netanyahu, Benny Gantz. In vista dei voti da conquistare con il sangue dei palestinesi, si è affrettato ad affermare che Israele doveva agire in modo "severo".
Come c’era da aspettarsi, il governo brasiliano, come gli Stati Uniti, non hanno tardato ad unirsi al coro di condanna del presunto attacco a Israele. Come buon alleato sionista, Bolsonaro premierà l'occupazione con nuovi accordi. È già programmato per fine mese un viaggio a Tel Aviv per incontrare Netanyahu. 
Un segnale che a Bolsonaro non interessano le vite dei palestinesi, cosa che ha un senso per chi si è spesso distinto con affermazioni disgustose. La visita si svolge nel pieno dell’intensificarsi degli attentati a Gaza negli ultimi mesi.
Bombardamenti come questo si sono intensificati a Gaza negli ultimi mesi. Tra l’11 e il 13 di novembre del 2018, Israele ha lanciato una pesante offensiva col falso pretesto di doversi difendere a sua volta. «Difesa» di chi occupa il territorio palestinese. Utilizzando questa spudorata argomentazione, i criminali attacchi aerei a campione sono diventati più frequenti con l’avvicinarsi delle elezioni israeliane, come indicato da diversi analisti.
Ogni settimana vengono lanciate bombe a gas e i cecchini sionisti puntano i loro fucili contro le teste dei palestinesi che protestano contro l'assedio inumano a cui sono sottoposti da quasi 12 anni nella Striscia di Gaza e per il legittimo diritto dei rifugiati di tornare nelle loro terre. Dal 30 marzo 2018, queste manifestazioni si tengono ogni venerdì, come parte della Lunga Marcia del Ritorno. Fino ad oggi si contano 250 morti e 25mila feriti. In via eccezionale questa settimana, le proteste sono state sospese prima  dell'imminenza di un massacro israeliano.
La situazione a Gaza è drammatica. La popolazione affronta una grave crisi umanitaria a causa dell’accerchiamento inumano, crisi aggravata dai massacri e bombardamenti costanti. La resistenza, tuttavia, non si piega. Promette manifestazioni gigantesche il prossimo 30 di marzo: «Giornata della Terra per i palestinesi, in omaggio ai martiri che protestarono in Galilea, nel 1976, contro il sequestro delle loro terre da parte di Israele».
I palestinesi persistono e resistono, grazie alla loro memoria collettiva, attraverso la loro presenza scomoda al colonizzatore, attraverso il coraggio dei bambini che lanciano pietre contro i carri armati e la denuncia dei crimini israeliani. Pietre, poesie, bottiglie incendiarie e altre «armi» improvvisate, nei modi loro possibili.
È urgente sostenere questa eroica resistenza e circondare Gaza con una solidarietà militante incondizionata in tutto il mondo.
 
(* militante palestinese del Pstu, sezione brasiliana della Lit-Quarta Internazionale.
Traduzione di Massimiliano Dancelli dal sito della Lit- www.litci.org)
 

lunedì 25 marzo 2019

Cosa ci dobbiamo aspettare dal piano regionale dei rifiuti?

Movimento "Rifiutiamoli"





Le linee guida sul futuro piano rifiuti prodotte dalla Regione Lazio, e presentante il 31 gennaio scorso, sono del tutto generiche: i dati sull’andamento della gestione dei rifiuti negli anni passati e le intenzioni di orientarsi verso pratiche che appartengono alla economia circolare, non danno indicazioni, neppure di massima, sulla struttura impiantistica in termini di tecnologie e portata dei processi di trattamento.


Risulta quindi ancora più anomala l’indicazione relativa a un compound industriale da realizzare a Colleferro che dovrebbe essere alimentato da 500.000 tonnellate di materiale provenienti dagli impianti TMB, suddivise in diverse filiere di trattamento. Poco importa capire come si sia arrivati alla definizione di quella quantità, su cui in molti hanno elucubrato. Nell’incontro in Regione, organizzato giovedì 7 marzo, dalla consigliera Marta Bonafoni, le dichiarazioni dell’Assessore Valeriani hanno aggiunto, se possibile, ulteriore confusione a quanto scritto nel documento.

Avendo appreso dalle parole dell’Assessore che la pubblicazione delle linee strategiche sarebbe avvenuta dopo l’indicazione del Comune di Roma riguardo le aree idonee per la collocazione degli impianti di stoccaggio e trattamento, si capisce ancora meno perché solo per il comune di Colleferro si sia data una indicazione puntuale sulla dimensione complessiva e sulle filiere di trattamento degli impianti.
In realtà è noto a tutti che la questione sia legata al futuro della società Lazio Ambiente, i cui conti sono tenuti a galla dalle entrate della discarica di Colle Fagiolara, mentre un qualche investimento dovrebbe far quadrare i conti dopo il mancato investimento negli inceneritori di Colle Sughero.

In merito l’assessore è stato quanto meno poco chiaro: quando ha asserito che “gli impianti attuali sono di nostra proprietà”, si riferiva evidentemente agli inceneritori, di cui è stata decretata la chiusura, dopo di che in un’altra parte del suo intervento ha detto che la realizzazione gli impianti verrà messa a gara. In sostanza resta da capire chi fa che cosa, dove e come.
Sembra che quanto detto nel documento serva soprattutto a tacitare la Corte dei Conti.

Purtroppo allo stato si tratta comunque di una dichiarazione troppo puntuale nella sua genericità per essere tralasciata, quindi ci tocca ribadire la nostra contrarietà assoluta a quel tipo di ipotesi,che non può essere presa in considerazione, su cui non è neppure il caso di aprire una discussione o una consultazione.
Tutto procede con il solito gioco delle parti tra amministrazione regionale e capitolina, in assenza di un reale intervento da parte del Ministero, seguendo regole amministrative del tutto inadeguate ad affrontare una situazione sempre sulla soglia della catastrofe, mentre nulla è previsto sul piano della partecipazione delle associazioni e dei comitati.
Il percorso che dalla giunta regionale, attraverso le commissioni dovrebbe portare alla discussione e alla approvazione in consiglio regionale del nuovo piano dei rifiuti, non può avere valore in assenza di una partecipazione reale di quella rete di associazioni e comitati che in questi anni hanno combattuto l’attuale gestione del ciclo dei rifiuti, portando avanti una propria progettualità. Alla approvazione seguirà la procedura di sottomissione del pian alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica) della durata di sei mesi.
La conclusione di questo percorso arriverà a sfiorare la fine dell’anno. Periodo che a Colleferro coinciderà con quello della chiusura della discarica di Colle Fagiolara, su cui – narrano le cronache- pare abbiano ripreso a volare con maggior frequenza i gabbiani.
Riteniamo necessarie un’ elaborazione autonoma, ed una mobilitazione da parte di tutta la rete di associazioni e comitati territoriali della città di Roma e di tutta la Regione, finalizzate ad ipotecare e vincolare l’elaborazione del piano rifiuti, confermando gli obiettivi particolari che ogni territorio si è dato.

Sulla discarica di Colle Fagiolara ribadiamo la necessità di un controllo trasparente sulla sua attuale gestione, sulla qualità e la quantità del materiale che viene conferito, per evitare le conseguenze che i residenti, con gli studenti ed il personale della scuola superiore IPIA hanno dovuto subire a più riprese.

Il fallimento del M5S non è dovuto solo all’incompetenza

Michele Prospero




Soprattutto nei giornali d’area come il Fatto quotidiano, il coinvolgimento del M5S nel malaffare viene spiegato, in modo alquanto riduttivo, con il problema del reclutamento difettoso dei candidati. Si tratterebbe di una pecca comprensibile per un movimento ancora giovane che non riesce a riconoscere la competenza. Ora che il non-partito dell’onestà-onestà sta rivelando il suo volto poco onorevole negli scandali romani, la sinistra deve saper porre la domanda giusta per accompagnarlo al meritato declino (confermato anche dal voto in Basilicata). Quello che non dovrebbe rimarcare, dinanzi al fallimento pentastellato, è proprio il richiamo alla competenza perduta come rimedio da offrire al governo degli incompetenti che blocca tutto. 
Il volto peggiore del grillismo non è infatti l’incompetenza, che pure abbonda nel personale im-politico arruolato in rete tra un esercito di sconosciuti promosso a colpi di clic a funzioni di governo. Il nodo più rilevante da cogliere è che il M5S rappresenta una scheggia del sistema che ha abilmente occupato anche uno spazio della sinistra con simboli di rivolta per ripristinare l’essenza del bel mondo antico fatto di trame affaristiche e spartitorie. 
A una rivolta di sistema che vede l’alto inventare la ribellione del basso con le passioni del risentimento e della rabbia, secondo uno schema che si può cogliere nel solco di certe raffigurazioni di Shakespeare, non si risponde con una nostalgia della competenza. Al ministro Fornero non mancava la competenza, così come a Monti e ad altri titolari del suo dicastero la tecnica non faceva difetto. Però la dimestichezza con i numeri e il galateo delle istituzioni europee non ha risparmiato l’adozione di politiche antisociali che hanno determinato la grave crisi della democrazia.
Il lato del conflitto sociale, con la lotta alle esclusioni e alla precarietà, non la competenza è il centro di una cultura politica della sinistra da riprogettare. Lo chiariva anche un liberale alla Tocqueville. “Importa senza dubbio al bene delle nazioni che i governanti abbiano delle virtù o dei talenti: ma quello che forse importa di più è che i governanti non abbiano interessi contrari alla massa dei governati; poiché, in tal caso, le virtù potranno diventare inutili e i talenti funesti”. Non la tecnica ma gli interessi sociali antagonisti sono alla base dei progetti politici che se perdono questa matrice della loro azione sono condannati ad essere rigettati come occupazione di un ceto separato.
Il fallimento del governo del non-partito non rinvia solo alle pratiche di abituale incompetenza per cui, per archiviare il tempo dell’improvvisazione, occorre ritrovare un professionismo politico esperto e metterlo di nuovo alla prova per risolvere il malessere accumulato. Il problema vero è che il M5S, con le maschere della rivolta, ha giocato un ruolo di conservazione a tutela di un non-partito a direzione aziendale. Non si tratta perciò solo di una difettosa selezione della classe dirigente imputabile alla giovinezza di un movimento che non sa ancora come scegliere la rappresentanza. 
Come non-partito d’azienda il M5S si è inserito in maniera accomodante dentro le “congiunzioni astrali” del sistema che per sopravvivere nelle antiche consuetudini ha agitato la finzione dello tsunami e del “tutti a casa” come ingannevole cambiamento di tutto. Una classica operazione gattopardesca che ha trionfato perché nel frattempo la sinistra, anche per l’adozione della parentesi tecnica che assumeva “interessi contrari” a quelli della propria parte di società, era evaporata come combattivo soggetto dell’autonomia politica del mondo del lavoro.

Michele Prospero

domenica 24 marzo 2019

Zingaretti e la Costituzione

Coordinamento per la Democrazia Costituzionale




Lettera aperta
Al segretario generale del Pd
Nicola Zingaretti

 Abbiamo guardato con interesse al cambiamento di Zingaretti, soprattutto di fronte alla forte partecipazione alle primarie. Purtroppo  siamo rimasti delusi dalle parole di Zingaretti sul referendum costituzionale.
Non solo ha ignorato che se si è arrivati al referendum lo si deve a Renzi, che prima ha imposto la sua modifica della Costituzione e poi ha chiesto la firma ai suoi parlamentari cercando un plebiscito sulla sua persona, infine sconfitto dalla vittoria del No.
E’ inaccettabile l'affermazione che se l'Italia non funziona la colpa sarebbe dei No al referendum: questa affermazione ricorda quelli che quando hanno la febbre rompono l'incolpevole termometro.
L'Italia ha seri problemi di funzionamento, basta guardare alle Provincie. Il governo Renzi ha dato per scontata l'approvazione della modifica costituzionale che cancellava le Provincie. Modifica che invece è stata bocciata e quindi le Provincie hanno perso ruolo, identità e le risorse necessarie per i loro compiti istituzionali: un pasticcio.
Ma soprattutto Zingaretti non ci spiega come gli può piacere il paese che avrebbe voluto Renzi: in cui la sola Camera elettiva (essendo previsto un Senato composto solo da nominati) sarebbe stata consegnata ai voleri del capo di un solo partito attraverso una maggioranza parlamentare artificialmente costruita da un sistema elettorale come l’Italicum, cui la riforma costituzionale strettamente si legava.
Se è questa l'inclusione a cui pensa Zingaretti è destinata all’insuccesso perché a sinistra lo schieramento per il no è stato massiccio, più o meno i voti che ha preso il Pd il 4 marzo scorso. Inoltre l'intenzione manifestata di riaprire questo capitolo non aiuta a ricostruire uno schieramento ampio come sarebbe necessario per contrastare una destra sempre più agguerrita, che per di più in questa fase propone una autonomia differenziata che è nella sostanza la secessione delle regioni più ricche.
Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, erede del Comitato per il No, non ha cambiato opinione ed è pronto a riprendere l'iniziativa anche se l'auspicio è che si tratti solo di una tattica, per quanto discutibile, ad uso interno al partito.

p. la Presidenza
Massimo Villone,  Alfiero Grandi, Silvia Manderino, Domenico Gallo