Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 12 novembre 2019

Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari è molto probabile, prepariamoci

Alfiero Grandi 



I senatori che hanno firmato per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari sono ormai 50. I promotori sono convinti di arrivare alla soglia minima di 64. Comunque hanno tempo fino al 12 gennaio, termine dei 3 mesi previsti per raccogliere le firme necessarie. È ragionevole ritenere che questo traguardo verrà raggiunto e come conseguenza si terrà il referendum costituzionale previsto dall’articolo 138. Sui tempi di effettuazione la situazione è più incerta. La legge consente al governo di differire entro un massimo di sei mesi la convocazione del referendum se vi sono altre modifiche della Costituzione in corso per riunire il voto in un giorno solo. In effetti ci sono altre modifiche costituzionali in arrivo perché è la stessa maggioranza che le promuove dopo che, con una piroetta politica di 180°, il Pd e Leu hanno deciso di votare a favore del taglio dei parlamentari, mentre nelle precedenti tre votazioni avevano votato contro. Probabilmente agli occhi di chi ha condotto la trattativa per il Pd con il M5Stelle la modifica costituzionale del taglio dei parlamentari è sembrato un prezzo accettabile per formare il nuovo governo.
La Costituzione non dovrebbe entrare tra gli argomenti per costituire maggioranze di governo, non fosse altro perché la temporalità delle due materie è diversa. La costituzione di un governo e la formazione di una maggioranza sono iniziative che hanno come prospettiva al massimo una legislatura, mentre la modifica della Costituzione dovrebbe guardare ad un periodo molto più lungo. Aggiungo che la nostra Costituzione meriterebbe maggiore rispetto, non solo perché ha svolto bene i suoi compiti per oltre 70 anni ma soprattutto perché, come è noto, è nel mirino da tempo di centri finanziari e di potere internazionali che hanno messo nel mirino le Costituzioni mediterranee, a partire da quella italiana. La nostra Costituzione ha principi derivanti dalla vittoria sul nazifascismo e dalla Resistenza, quindi è stata scritta con il contributo anche delle forze di sinistra. Prima di aprire la strada alle modifiche bisognerebbe sempre preoccuparsi del rischio di sfondamenti e ribaltamenti dell’asse costituzionali. Quando un governo decide di (tentare di) cambiare la Costituzione compie un gesto spesso improprio e strumentale perché la sede propria per discutere della necessità di questo percorso dovrebbe essere il parlamento, in cui sono rappresentate anche le componenti che non sono parte della maggioranza. Da tempo purtroppo non è così perché da qualche tempo i governi appena insediati sembrano pervasi dalla mania di modificare la Costituzione.
La ragione non sta, come qualcuno ha detto, nel cercare di entrare nel pantheon dei padri della patria, ma più banalmente nel cercare di trovare giustificazioni altrove per le proprie incapacità di governo (se la Costituzione è da cambiare la colpa non è nostra…) o per imporre vincoli, come è accaduto con la modifica dell’articolo 81 che ha incorporato il pareggio di bilancio. Le ulteriori modifiche della Costituzione per cercare di compensare l’errore di votare il taglio dei parlamentari sono una scelta francamente incomprensibile. Se proprio il taglio dei parlamentari doveva entrare nel programma della nuova maggioranza si poteva cercare di prendere impegni temporali per concludere tutto il percorso ma con l’impegno a ridiscutere almeno le modalità sul taglio dei parlamentari, tenendo conto che per tanti anziché due camere azzoppate nel numero sarebbe preferibile averne almeno una in grado di rappresentare effettivamente i cittadini, i territori e le opinioni politiche nel modo migliore.
Le modifiche che dovrebbero riequilibrare il taglio dei parlamentari in realtà c’entrano ben poco, tranne l’inevitabile riduzione dei rappresentanti delle regioni nel collegio per eleggere il Presidente della Repubblica. Anzi la parificazione delle modalità per eleggere ed essere eletti al Senato ha l’effetto di rendere ancora più uguali i rami del parlamento e quindi meno comprensibile la scelta. Il buco nero è la legge elettorale. La legge con cui abbiamo votato il 4 marzo 2018 (rosatellum) è sbagliata, non permette agli elettori di scegliere chi votare e ha una potenziale distorsione maggioritaria. La Lega invece sostiene il rosatellum da quando ha capito che con queste modalità elettorali potrebbe avere un risultato parlamentare formidabile e prenotare non solo la vittoria politica della destra ma ottenere una maggioranza talmente ampia da arrivare ad imporre altre ben più impegnative modifiche costituzionali. Per questo la Lega, in testa Calderoli, ha già fatto approvare dalla precedente maggioranza una legge elettorale che sconta il taglio dei parlamentari e che entrerà in vigore automaticamente se il parlamento non sarà in grado di approvare una nuova legge proporzionale prima delle prossime elezioni. Quindi la tenaglia è composta dalla riduzione dei parlamentari già approvata e dalla legge elettorale che piace alla Lega già approvata. Chi ha condotto la trattativa per il programma del governo non sembra essere stato molto lucido.
Con la babele di lingue esistenti nella maggioranza e anche nel Pd il parlamento attuale potrebbe non riuscire ad approvare una nuova legge elettorale. Invece la Lega ha già messo in cantiere una proposta di referendum per togliere tutta la proporzionalità esistente come deterrente per evitare che si arrivi ad una nuova legge elettorale proporzionale. È vero che la Lega ha proposto un referendum cervellotico che probabilmente non passerà l’esame della Corte, questa almeno è l’opinione prevalente tra i costituzionalisti, tuttavia in questo modo la Lega ha chiarito il suo obiettivo che è semplice: ottenere ad ogni costo una maggioranza blindata attraverso una legge elettorale che consente a Salvini di scegliere direttamente i parlamentari. Ha imparato da Renzi e ora rischia di superare il maestro. Perché ci si sia infilati in questo pasticcio è difficile da capire, tuttavia il punto che conta è che occorre scongiurare ad ogni costo che la Lega ottenga una maggioranza parlamentare fuori controllo e per ottenere questo risultato ci sono solo due mosse possibili.
La prima è il referendum costituzionale, ormai quasi certo. Per essere chiari: affrontando la campagna elettorale con una chiara posizione per il No. Il referendum costituzionale è anche una forte spinta per arrivare ad una nuova legge elettorale proporzionale, che sarebbe una scelta importante se garantirà ai cittadini di poter scegliere direttamente la persona che li deve rappresentare, iniziando la ricostruzione di un rapporto di fiducia tra elettore ed eletto. Per questo, pieno appoggio ai senatori che firmano la richiesta di referendum, augurio che altri vogliano farlo e impegno a prepararsi nel modo migliore alla campagna referendaria. Per quanto mi riguarda scegliendo il no. Battaglia persa? Vedremo, può accadere, ma vale la pena di combatterla perché costringerà tutti a pronunciarsi e non sarebbe la prima volta che si scopre che ciò che veniva dato per scontato così scontato poi non è. È troppo evidente che il tentativo è di scaricare solo sul parlamento tutte le responsabilità di una crisi di credibilità istituzionale, che certo esiste, ma che gli elettori potrebbero giudicare come un maldestro tentativo di scaricare sul parlamento responsabilità che sono in realtà dei governi che tentano di sopraffare il suo ruolo, dei partiti e della loro dirigenza, dei loro difetti.
Il parlamento oggi è nel mirino, ma i cittadini potrebbero decidere che è meglio tenersi questa Costituzione, con i suoi limiti, piuttosto che affidarsi ad un’avventura che potrebbe portare ben altri dolori. Perfino chi ha condiviso il taglio dei parlamentari potrebbe essere convinto a ripensarci e in ogni caso è una battaglia politica che va fatta perché prima di ogni altra cosa viene l’esigenza di fare decidere i cittadini e l’augurio a tutti noi è che ci sia l’occasione per farlo.
coordinamentodemocraziacostituzionale.it

domenica 10 novembre 2019

GRETA SI E’ FERMATA A TARANTO

Marco Bersani


Ogni volta che Greta parla in sede pubblica, leader politici di ogni estrazione culturale si sbracciano per tributarne la saggezza, per applaudirne le dichiarazioni o, più pragmaticamente, anche solo per fare un selfie che male non fa. Salvo poi rimuoverne totalmente tanto il messaggio quanto l’indignazione non appena le contraddizioni s’inverino in carne e ossa e diventino realtà.

La realtà di Taranto e dell’impianto siderurgico più grande d’Europa.

Eccoli allora di nuovo tutti inginocchiati al sacro altare del Pil, che decresce da cinquant’anni ma guai a farsene una ragione; eccoli di nuovo a riscoprire, soprattutto a sinistra e dentro comode sedi con l’aria condizionata, il mito prometeico dell’operaio che sfida l’altoforno; eccoli di nuovo proni al profittatore di turno travestito da imprenditore.

Nessuno che trovi neanche un barlume di coraggio per dire alcune sacrosante verità.

L’Ilva è un mostro climatico. Nelle statistiche della Commissione Europea, occupa il 42esimo posto  in Europa -e il quarto in Italia- nella classifica delle principali fonti di emissione di CO2 (4.700.000/tonn/anno). Ma, se consideriamo anche le due centrali termoelettriche CET2 e CET3 asservite al suo ciclo siderurgico, le tonnellate/anno diventano 10.688.650 e l’Ilva balza al primo posto in Italia ed entra nella top ten continentale.

L’Ilva uccide. Sono almeno 90 all’anno i morti direttamente attribuibili all’inquinamento prodotto dall’impianto siderurgico. Il paradosso è che molti di questi sono in primo luogo i lavoratori dell’azienda, che si ammalano tanto dentro la fabbrica, quanto dentro le proprie case nei quartieri a ridosso dell’impianto. E muoiono i bambini, in percentuali superiori del 54% rispetto alla media.

L’Ilva non garantisce occupazione. In un contesto di sovrapproduzione mondiale dell’acciaio, ArcelorMittal l’ha comprata solo per garantirsi il profitto dettato dal vantaggio competitivo derivante dal cosiddetto “scudo” -ora finalmente rimesso in discussione- che permetteva all’azienda di gestire uno stabilimento senza fare alcun investimento per la riconversione tecnologica e chiamandosi fuori da ogni obbligo su sicurezza ed inquinamento.

Questi dati sono tanto incontrovertibili quanto rimossi nella discussione pubblica, dove tutto pare incentrato sulla necessità della riconferma dello status quo di un modello che ha da tempo fatto cortocircuito.

E’ una rimozione non priva di fondamento. Perché prendere atto delle verità sopra descritte obbligherebbe tutti gli attori politici e sindacali a dover fare i conti con un altro nodo di fondo: la trappola del debito e la gabbia di Maastricht.

Cosa servirebbe infatti oggi a Taranto? Il coraggio di dire che l’Ilva non è sostenibile da nessun punto di vista, che va portata alla chiusura in sicurezza e che l’intera area deve essere coinvolta in un progetto di bonifica e di riconversione produttiva, in grado di garantire occupazione e reddito a tutti gli attuali lavoratori.

Ma chi può finanziare un progetto di tale dimensione? Naturalmente solo lo Stato. Ma, per poterlo fare, deve prendere di petto la trappola del debito che ogni anno ci obbliga a pagare 60 miliardi di interessi, quando ne basterebbero tre per ridare un futuro ai bambini di Taranto; e deve ribaltare le regole di Maastricht, che impediscono al pubblico di perseguire l’interesse generale, costringendolo a fare il vigile urbano degli interessi finanziari privati e multinazionali.

Da qualsiasi parte la si prenda, ogni contraddizione che attraversa il paese rimanda sempre allo stesso nodo: possiamo continuare a sacrificare vita, salute, diritti e futuro sull’altare dei sacerdoti del Pil e dei fanatici del pareggio di bilancio?

Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” diceva Robert Kennedy. E’ già passato più di mezzo secolo.



Pubblicato su Il Manifesto del 9.11.2019

venerdì 8 novembre 2019

"Humanify" torniamo ad essere umani è il messaggio in musica dei Bravo Baboon

Luciano Granieri





Il regista Gianni Amelio una volta disse che se dopo aver visto un film esci dal cinema riflettendo profondamente  sui temi che pellicola ha proposto  allora vuol dire che hai visto un bel film. Lo stesso concetto secondo me può essere riferito ai dischi. Ed è ciò che accade ascoltando   Humanify”,  il nuovo  disco del gruppo “Bravo Baboon” registrato per la Auand Record,  finanziato da Puglia Sounds. Un progetto guidato dalla Regione Puglia e realizzato grazie all’accesso ai fondi europei per lo sviluppo e la coesione.  Un’evidenza che dimostra come un’Unione Europea scorporata dalla sua vocazione liberista e mercantilista, ogni tanto serve. 

Esaurite  le formalità burocratiche veniamo alla musica. “Bravo Baboon”.   Chi sono  costoro? Semplicemente si tratta di  tre amici, solidi e virtuosi musicisti,  che si sono ritrovati a Roma per formarsi alla  Saint Louis College of Music. Un posto dove si  studia tutto: dal jazz, al blues, al latin, pop, rock, fusion,funk , soul, big band.  

Si parla di   Dario Giacovelli 29 anni da Martina Franca, suona basso e contrabbasso.  Dal 2008 è a Roma dove vive la sua attività artistica ottenendo diversi riconoscimenti -ad Umbria jazz e al Fara Music, fra gli altri -  e suonando in modo costante nella scena jazz nazionale, ma anche in collaborazione con molti musicisti rock. 

Insieme a Dario c’è  Gianluca  Massetti, anch’egli ventinovenne, di San Benedetto del Tronto, pianista compositore, trasferitosi pure lui a Roma.  Ha registrato diverse colonne sonore per la Rai, collabora con molti artisti della musica pop italiana  accompagnandoli in giro per l’Europa. 

Infine il trentaquattrenne  Moreno Maugliani, batterista e percussionista. Ha  perfezionato gli studi in batteria jazz e tamburo rudimentale, alterna l’attività con il trio ad un  denso impegno di turnista essendo richiesto da molti cantanti e artisti della musica leggera. 

 I tre amici decidono nel 2013 di unire le proprie forze  per  proporre una musica che raccoglie e convoglia, in una espressione artistica innovativa  e  unitaria, i loro studi, le loro esperienze, la loro concezione della vita e dell’arte.  Nel 2015 registrano il loro primo EP live all’Auditorium Parco della Musica di Roma  con ospiti d’eccezione come Rosario Giuiani e Javier Girotto

 Dopo le presentazioni torniamo al disco. Perché Humanify? Lo spiegano gli stessi Bravo Baboon: “ Come artisti abbiamo l’obbligo di non restare in silenzio”, si tratta di utilizzare la musica come mezzo potentissimo per raccontare storie ed opporsi  : “a qualsiasi forma di sopruso, razzismo, abuso e mancanza di rispetto verso i nostri simili e versi il pianeta che ci ospita”. Quindi il fine dei Bravo Baboon è quello di prendere posizione attraverso la musica : “In un’epoca come la nostra abbiamo deciso di raccontare storie con la nostra musica e provare a sottolineare quanto importante sia ritrovare il senso di umanità.  Il nome Bravo Baboon – sottolinea Dario Giacovelli  - è un modo ironico per apostrofare l’essere umano di oggi con un “Bravo Scemo” dato che , anziché evolverci , stiamo tornando indietro”.   

Humanify” è un viaggio fatto di tante storie.  Il titolo del brano di apertura “Overseas” (oltremare) e quello di chiusura “A Casa “ danno proprio l’idea di una percorso che comincia attraverso rotte perigliose ed impervie per concludersi nell’auspicabile accoglienza di una casa. Ogni pezzo è una storia che si dipana attraverso momenti melodici molto diversi fra di loro, come quadri narrativi, apparentemente scollegati,  ma che alla fine conducono  alla rassicurante sequenza tematica di un approdo sicuro. Anche quando  la struttura melodica è ripetuta  è trattata secondo prospettive ritmiche molto diverse fra loro, è il caso di “Under the Bridge”. 

 Dario Giacovelli spiega come  hanno preso vita gli 11 brani del CD .  Alla base di tutto c’è «un lavoro di ricerca e studio della musica contemporanea che abbraccia più stili. Successivamente c’è stata una parte compositiva e di pre-produzione a 4 mani con Massetti. E infine una fase in post produzione che ha aggiunto la componente elettronica. Alcuni brani sono stati concepiti come una storia in divenire, con una struttura aperta e momenti dinamici molto diversi all’interno anche dello stesso brano. Altri hanno caratteristiche strutturali che appartengono al mondo del jazz. Altri ancora sono basati su un flusso musicale dettato dal groove e dal senso di loop appartenente al mondo dell’hip hop».  

Al progetto hanno partecipato altri amici del trio come Simone Alessandrini al sax alto e Francesco Fratini alla tromba. Si possono ascoltare in “Na Ballad” un pezzo molto sofisticato in cui eccelle la performance di Fratini e in “Afrodanish” dove l’estetica free mette in risalto l’agilità e la brillantezza di fraseggio di Alessandrini.  Humanify” ,il brano che da il titolo al CD, vede la partecipazione della voce di Carolina Bubbico.: “«È il pezzo più ibrido di tutto il disco – spiega Giacovelli – c’è il jazz, il pop, il groove. Ci rappresenta al 100%”. 

In effetti l’insieme delle 11 tracce è un caleidoscopio di suggestioni armonico-melodico-ritmiche, in cui l’abilità e il grande bagaglio tecnico dei tre strumentisti emergono in modo lampante.  Funky ed Hip Hop si mischiano con una ricerca della sonorità particolare una sperimentazione provata già   negli anni ’70 , ad esempio, dal Perigeo, ovviamente con strumenti di codificazione degli impasti sonori non paragonabili a ciò che la tecnologia ha messo  a disposizione di Bravo Baboon. “Forget to be present” e “I Heard You” sono  chiaro ed affascinante esempio di questa sperimentazione in chiave post-post moderna. 

Non manca neanche la rabbia, espressa con una ritmica pressante e sonorità elettroniche aggressive,  tipica di certi pezzi degli  Area anche questo un celebrato gruppo degli anni ’70 con alla guida l’immenso Demetrio Stratos.  Redwood e Space Donut  evocano le atmosfere del gruppo di “Gioia e Rivoluzione”con delle alchimie  elettroniche che ricordano le diavolerie inventate allora  da Paolo Tofani. 

Insomma “Humanify” è una  storia raccontata in musica da tre artisti che non voglio arrendersi alla barberie e usano tutti i quasi illimitati mezzi a disposizione del loro linguaggio artistico per sottolineare che per restare umani bisogna tornare ad essere umani.

martedì 5 novembre 2019

Nazionalizziamo l'Ilva per la tutela del lavoro, della salute e dell'ambiente

Paolo Maddalena



Il caso Ilva, che si aggiunge a quello di Whirlpool e di Alitalia, dimostra che ormai il nostro paese è nelle mani avide e ciniche delle multinazionali.
ArcelorMittal, chiedendo l’immunità penale e la riapertura dell’altoforno 2, per continuare nell’affitto e poi nel conseguente acquisto dell’Ilva, dimostra per tabulas che essa non vuole assolutamente seguire le prescrizioni del piano ambientale e non ha nessuno scrupolo di lucrare sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto.
È evidente che per l’Ilva economia e salute sono entità inconciliabili. E che per Lei ha valore solo il suo personale guadagno. Essa specula sull’eroismo dei lavoratori che, pur di portare a casa un misero salario, non esitano a rischiare la propria salute e la propria vita.
L’errore sta a monte. Il nostro governo e il nostro Parlamento non avrebbero mai dovuto privatizzare le fonti di produzione di ricchezza nazionale e, in particolare, le acciaierie di Taranto, Piombino e Genova, eliminando così la possibilità, nei casi di cicli economici sfavorevoli, di trasferire in parte gli operai da una fabbrica all’altra e, se del caso, anche dal settore siderurgico ad altri settori produttivi.
Ingannevole e deplorevole è stato l’atteggiamento della televisione, della stampa e di buona parte dei politici, i quali, assecondando le intenzioni di ArcelorMittal, hanno fatto apparire come una “mazzata” la minaccia della chiusura della fabbrica, addossandone la colpa alla forza politica che aveva tolto, con legge, l’immunità penale. Quasi che la vita dei lavoratori e dei tarantini non avesse nessun valore nei confronti dell’attività della fabbrica stessa.
A questo punto l’Italia è davvero a un bivio: o si capisce che dobbiamo sottrarci al potere cinico e intransigente delle multinazionali, o non abbiamo più alcuna possibilità di salvare, non solo l’ambiente, ma addirittura la salute e la vita dei nostri concittadini.
È arrivato il momento che gli italiani si sveglino e escano dal loro torpore, evitando di farsi ingannare dalle menzogne di tutti quei politici, nel caso di specie Salvini e Renzi in testa, che ancora vedono nella nostra subordinazione alle multinazionali l’unica via d’uscita.
Senza pensare che questa via d’uscita conduce direttamente alla povertà, alla schiavitù e alla morte.
È assurdo che si faccia di tutto per pregare, senza un minimo di dignità, le multinazionali straniere a restare in Italia, donando loro i profitti che spetterebbero agli italiani.
Il territorio, dove ha sede questa industria, è italiano, e in virtù dell’articolo 42, comma 2, della Costituzione, l’abbandono di questo sito da parte della multinazionale in questione comporta il venir meno di qualsiasi diritto da parte di essa, nonché il ritorno della fabbrica nella piena disponibilità dello Stato italiano, il quale non deve pagare assolutamente nulla alla società che specula in modo tanto palese sui nostri beni e sulla salute dei nostri cittadini e deve anzi chiedere il risarcimento dei danni conseguenti al chiusura dell’azienda.
Il problema è stabilire quanta produzione di acciaio occorre nel momento attuale, e ridimensionare l’azienda nei limiti del dovuto. Tutto il resto, come avvenuto nella Rhur deve essere riconvertito in altre attività che producono egualmente reddito senza danneggiare l’ambiente e la salute, occupando nel contempo tutti i lavoratori.
Occorrono oggi decisioni coraggiose e limpide. E soprattutto è necessario uscire dalla china pericolosa nella quale si è ficcato il governo, mostrando la sua debolezza nei confronti delle prepotenze delle multinazionali straniere.
La soluzione è soltanto una: nazionalizzare le imprese per tutelare la salute, il lavoro e l’ambiente.
Le risorse economiche finora sono state impiegate per finalità inutili e soltanto per rendersi graditi alla pancia degli elettori.
Adesso le risorse vanno trovate, anche mediante una richiesta di un prestito nazionale, per riportare in campo lavorativo l’utilità sociale, la libertà, la sicurezza e la dignità umana. Lo impongono gli articoli 41 e 42 della Costituzione Italiana Repubblicana e Democratica.

domenica 3 novembre 2019

Il sindaco Ottaviani e i dati oggettivi

Luciano Granieri



Il 10 Ottobre scorso, come esponente del Tribunale per i diritti del malato sono stato invitato dalla Asl di Frosinone alla “Giornata della Salute nei distretti sanitari”. Un evento focalizzato sul tema “Lo stato di Salute della popolazione e gli effetti delle cure erogate”. Nello specifico il nuovo direttore generale della Asl il Dott.Stefano Lorusso, oltre ad incontrare  i coordinatori del sistema socio sanitario di distretto,  i membri della associazioni dedicate, nonché il sindaco, ha illustrato il sito “Open Salute Lazio”, nel  quale sono raccolti i dati sull’incidenza  delle malattie, le cause di ricovero, insomma tutto quanto è  necessario per fornire un quadro esatto sulle condizioni di salute della popolazione nel territorio. 

In quel frangente    Ottaviani,   oltre a celiare con le solite amenità di colui  che si crede spiritoso, ha focalizzato il suo intervento sulla veridicità e  la corretta lettura dei dati. Si  è scagliato  contro  chi, attraverso una lettura faziosa di certi riscontri, ricava  narrazioni  completamente fuorvianti per di più usate per attaccare amministratori e  amministrazioni. 

Lo stesso ammonimento fu rivolto alle associazioni da lui convocate dopo l’incendio della Mecoris a cui personalmente ho partecipato. Anche in quel caso  non era ammissibile un’interpretazione diversa da ciò che i dati sulla qualità dell’aria rilevate dalle diverse centraline sancivano, e cioè che tutto andava bene madama ma la marchesa. 

Però, a seguito  delle valutazioni trionfalistiche  che lo stesso sindaco aveva profuso in pompa magna sui media locali, in relazione ai risultati sull’inquinamento diffusi  dalla stessa Legambiente nel rapporto “Mal’aria di città 2019”,per esaltare il proprio operato in termini di tutela ambientale, il movimento ecologista ammoniva il primo cittadino  ad evitare toni enfatici, a seguito di una sua  lettura parziale  e fuori contesto dei dati presenti nel rapporto. 

Dunque il bue dice cornuto all’asino.  Ovvero colui il quale  ha ammonito  in più frangenti a non usare una lettura di parte di dati oggettivi per agitarli come strumento di propaganda, è il primo a percorrere questo fallace e fastidioso sentiero e, cosa grave, costui è il sindaco del capoluogo, non un semplice “solarolo da tastiera”. 

In particolare   i  riscontri    messi  in evidenza  sono positivi se valutati singolarmente ma del tutto insignificanti se inseriti in un contesto che vede la nostra città in piena crisi ambientale. Ad  esempio vengono citati dal sindaco  solo gli anni 2016 -2017 come indice di perdita di posizioni sulle città più inquinate. Viene omesso il 2018  in cui Frosinone schizza al secondo posto  per poi tornare al 13 nel 2019 anno prontamente esaltato. Ciò a significare, come sostiene Legambiente, che per sancire un definitivo miglioramento della qualità dell’aria bisogna realizzare un trend positivo di più anni. 

Sui dati del consumo di suolo, in cui il cemento si sta mangiando la città in modo irrefrenabile e devastante per l’inquinamento, il sindaco non proferisce parola, eppure in questo campo  l’amministrazione comunale può incidere  in modo decisivo. Del resto, in base a quanto  ancora sostiene Legambiente,  non si vede come le irrisorie misure messe in campo da Ottaviani, possano poter cambiare qualcosa sulla pesante condizione ambientale della città. 

Sicuramente nulla può il “grande polmone verde” del Matusa, così lo definisce il sindaco . Se il prato spelacchiato  dell’ex campo sportivo contornato da quattro alberelli incastrati fra i palazzoni di Piazza Caduti di Via Fani  è un polmone verde, la Villa Comunale è la foresta amazzonica prima che fosse devastata dagli incendi. Ma, come è noto, la Villa Comunale è stata fatta da altri, quindi non risulta  proprio nella  personale google map dell’amministrazione attuale. Anzi è in atto un vero e proprio smantellamento  del sito come centro di divulgazione culturale. 

Personalmente mi sento preso in giro da questo sindaco e dai suoi fedelissimi sostenitori. Fino a quando la popolazione di Frosinone riuscirà a non sentirsi anch’essa presa in giro? 

A proposito proprio ieri un’altra azienda è  andata  fuoco sull’asse attrezzato, e ha  infestato  di fumi mefitici l’aria. Adesso ricomincerà il rosario di proteste, di interrogazioni, verremo inondati da dati sulla qualità dell’aria che, volete scommetterci?  Non saranno preoccupanti. 

La gente s’indigna e s’impegna e poi getta la spugna con dignità”  canta De Andrè. Ecco visto come sono andate le cose  con la Mecoris, con la schiuma nel Sacco, stavolta non voglio neanche fare la fatica d’indignarmi e d’impegnarmi, getto fin da ora la spugna con dignità. Ciò per non confondermi con certi esponenti di  associazioni che fanno solo  finta di impegnarsi  gridano strepitano e  poi gettano ugualmente la spugna,  ma senza dignità perché non sono altro che  attori di un gioco delle parti  utile solo a  quel potere che nulla può o vuole fare per risolvere il problema dell’inquinamento.  

Di seguito pubblichiamo il comunicato di Legambiente.



ECOSISTEMA URBANO 2019, FROSINONE ANCORA AI BASSIFONDI.

LEGAMBIENTE RISPONDE AL SINDACO OTTAVIANI
In tutta sincerità, l'entusiasmo con il quale il Sindaco Ottaviani ha commentato i dati del rapporto Ecosistema Urbano di Legambiente ci ha colto di sorpresa. Consigliamo al Sindaco maggiore prudenza e lo invitiamo a una lettura più attenta dei dati che riguardano Frosinone. Gioire per una promozione dal 101esimo al 92esimo posto nella graduatoria dei capoluoghi di provincia ci sembra francamente eccessivo e fuori luogo. Un tale atteggiamento non solo tende a far dimenticare i gravi problemi irrisolti della città su cui il ritardo rispetto alle realtà più virtuose del nostro Paese sembra ormai incolmabile, ma rischia di far abbassare la guardia rispetto a battaglie che sono ben lungi dall’essere vinte.
Partiamo dalla qualità dell’aria.
Il Sindaco ha richiamato i risultati dell'edizione speciale di Mal'aria di città 2019, rapporto curato sempre da Legambiente, e segnatamente la discesa al 13mo posto nella classifica del numero di superamenti delle soglie limite delle PM10 sulla base delle misurazioni dalla centralina dello Scalo fino a settembre. A nostro parere, questo dato estrapolato dal contesto non giustifica affatto la soddisfazione del primo cittadino. Per poter affermare che siamo davvero in presenza di un trend di miglioramento della qualità dell'aria non possiamo limitarci al dato di soli nove mesi ma dobbiamo guardare ad un arco temporale più lungo, tanto più che nella stessa classifica relativa al 2018 Frosinone era ancora al secondo posto, circostanza questa omessa nella nota diffusa dall’amministrazione. Variazioni anche sensibili dei livelli di inquinamento da un anno all’altro possono spiegarsi con l'andamento dei parametri meteoclimatici locali, mentre suona davvero poco credibile che interventi sporadici e residuali di limitazione del traffico veicolare o l'introduzione di un numero irrisorio di automezzi del trasporto pubblico alimentati a metano possa aver apportato miglioramenti significativi della qualità dell'aria. Peraltro, ad incidere sui livelli di inquinanti atmosferici c’è una molteplicità di fattori, il cui ruolo non è ancora del tutto definito, che sono completamente al di fuori del controllo dell’amministrazione del capoluogo.
C'è poi molto altro che emerge dalla lettura di Ecosistema Urbano e che il Sindaco si guarda bene dal commentare:
-ad esempio il poco invidiabile primato nazionale di Frosinone in termini di numero di auto circolanti per 100 abitanti (ben 77 - a riprova di uno stato di vera e propria tossicodipendenza dei cittadini nei confronti del mezzo privato e della perdurante assenza di una vera politica per lo sviluppo della ecomobilità), o del livello ridicolo di potenza installata di impianti di energie rinnovabili su edifici pubblici (solo 2,75 kW per 1000 abitanti).
Ma soprattutto il primo cittadino tace accuratamente sul peggioramento dell'indice di consumo di suolo per numero di residenti, che passa in un anno da 5,50 a 6,00: dato, peraltro, verosimilmente destinato ad aggravarsi alla luce del numero di permessi a costruire rilasciati di recente dall'amministrazione nella parte bassa, del tutto privi di senso in una città che avrebbe un gran bisogno di riqualificare il patrimonio edilizio esistente nella direzione del risparmio energetico. E ciò in un contesto nazionale ed europeo nel quale sempre più spesso si procede alla rinaturalizzazione di spazi edificati o asfaltati.
Bene fa, invece, il sindaco a sottolineare, finalmente, il dato forse più scandaloso ribadito anche quest’anno dal rapporto,
ovvero il livello mostruoso, inaccettabile di dispersione idrica.
Ma l'auspicio di un miglioramento della situazione sulla base degli investimenti previsti dal gestore non può bastare: il comune capoluogo ha infatti il dovere di tallonare Acea per pretendere che venga reso pubblico un cronoprogramma con tempi certi di rifacimento delle condutture, fissando obiettivi vincolanti di riduzione della dispersione.
Quanto ai rifiuti,
la collaborazione attiva dei cittadini e l’ovvio incremento avvenuto nella percentuale di raccolta delle frazioni differenziate a seguito dell’introduzione della raccolta porta a porta rischia di essere vano se il Comune non fa la sua parte per chiudere il ciclo dei rifiuti ed evitare che si ripetano sciagure come l’incendio Mecoris.
Il nostro Circolo intende insomma mettere in guardia da facili trionfalismi ed auspica un più attivo coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni sul versante della vivibilità di Frosinone, su cui sarebbe necessario un impegno attivo di tutti e l’adozione di politiche decisamente più ambiziose di quelle perseguite fino ad ora.

Il Presidente del Circolo
Stefano Ceccarelli

mercoledì 30 ottobre 2019

Art Blakey, cent'anni di "Drummitudine"

Luciano Granieri





Ottobre è il mese del vino, o almeno una volta lo era, oggi in nome del Dio mercato  il succo d’uva fermentato si fa  tutto l’anno. Ma forse per la particolare vena di follia che porta il nettare di bacco, è fuori dubbio che  nel mese in cui l’inverno comincia a bussare alle porte   nascano dei geni creativi. 

Non è un caso che proprio in ottobre 100 anni fa nasceva uno dei più grandi musicisti  della storia del jazz. Era l’11 ottobre del 1919 quando a Pittsburgh Pennsylvania veniva alla luce  Art Blakey  uno dei più grandi batteristi,  e band leader della storia del jazz. 

Una vita tormenta, non conobbe mai il suo vero padre e perse la madre a soli 5 mesi, fu allevato da una cugina materna molto religiosa appartenete ad una famiglia avventista del settimo giorno. Operaio adolescente nelle acciaierie Carnagie di Pittspburgh, vittima, come tutti i suoi compagni neri dei più violenti episodi di razzismo. Nel 1942 un poliziotto gli sfonda a manganellate un’arcata sopraccigliare, sostituita dai medici con una piastra metallica. Unica colpa quella di aver reagito all’arresto perché sorpreso in macchina a chiacchierare con un bianco  musicista   suo compagno  nell’orchestra di Fletcher Henderson, formazione in cui allora militava. E si sa un nero se si mette  a parlare nella macchina di un bianco commette  un reato.  

Svezzato come operaio in fabbrica, maturato sotto le manganellate della polizia, non c’è che dire un eccellente back ground sociale , preciso per suonare jazz che è forse l’unica espressione culturale mondiale  nata dagli sfruttati. Blakey cresce a pianoforte e bibbia per poi dedicarsi interamente a  pelli e piatti.  

Se il jazz è patrimonio culturale dell’Unesco, Art Blakey è patrimonio incommensurabile del jazz. In mezzo secolo di carriera con i suoi Jazz Massengers, ha  percorso in lungo ed il largo la vie della musica afroamericana, cresciuto nel mito di batteristi come  Sidney Catlett e soprattutto di Chuck Web, swinga  mirabilmente nell’orchestra di Fletcher Henderson, uno che aveva tenuto a battesimo nei locali di New York, un’imberbe  Louis Armostrong. 

All’inizio degli anni ‘40 è in gestazione il fragore del Be Bop. I ragazzi usciti dall’orchestra del cantante Bill Eckstine, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, oltre che Sarha Vaughan, Dexter Gordon, Kenny Dorham, stanno mettendo a punto i loro voli pindarici dentro il Minton’s . Non è un caso che il batterista dell’orchestra di Eckstine sia proprio Art Blakey.

 Con Partker, Gillespie, Miles Davis, anima in "combo" le serate del Birdland.  Ma  è nel 1947 che con otto  transfughi dell’orchestra di Eckstine, entra in sala d’incisione per incidere il primo disco a nome "Art Blake’s Messangers", non un gran che invero, ma da allora la leggenda di Blakey e dei suoi Messangeri del Jazz entra nella storia, soprattutto quando nel 1952 incontra Horace Silver, un pianista il cui stile si sposa bene con le idee del batterista di Pittsburgh. 

E’ un periodo,quello dei ’50, in cui il Be Bop sta perdendo il suo smalto. Uno stile frenetico in cui nel breve arco di 3 -4 minuti un musicista deve esprimere tutta la sua vena creativa non è precisamente il massimo per l’industria discografica . 

Il nuovo stile “Hard Bop” di  cui Blakey è uno degli inventori , dilata temporalmente le esecuzioni, i pezzi diventano più lunghi, il blues torna, calmierando, per certi versi,  i bollenti spiriti delle infuocate improvvisazioni Be Bop. Ne scaturisce    una musica che, pur non prescindendo dalle corse sfrenate, rilascia  suggestioni emotive dall’elevata intesità. 

Ancora roba per grandi musicisti e dai Messengers di Blakey  ne sono passati tanti nel corso di decenni.   Dai trombettisti Kenny Dorham, Lee Morgan, Freddie Hubbard, fino agli ultimi Wynton Marsalis, Wallece Rooney, ad una pletora di sassofonisti, Jackie Mc Lean, Johnny Griffin, Wayne Shorter,  Branford Marsalis, e ancora pianisti del calibro di Bobby Timmons, Cedar Walton, Keith Jarret, l’elenco è sterminato, non vado oltre, fatto sta che   grazie alla perizia   nello scovare talenti  il contributo di Blakey è andato oltre l’apporto prettamente musicale   del grande batterista,  contribuendo ad arricchire  la  scena jazzistica  di  grandi musicisti. 

La massima dedizione ha sempre contraddistinto la sua vita artistica, non si risparmiava mai, era capace di suonare per ore con le sue bombe alla Philly Jo Jones che scaturivano da un drumming coinvolgente, affascinante, che spingeva anche chi non era addentro alla cose ritmiche a battere il piede.  

Ne rimasi impressionato quando verso la metà degli anni 80’ (era l’83 o l’84)  andai a vederlo in un concerto al Music Inn di Roma. Dovevano esibirsi con lui i fratelli Marsalis:  Wyton , tromba e Branford Sax, musicisti di cui allora si dicevano mirabilie. In realtà  apprezzammo altri giovani talentuosi musicisti che nel frattempo li avevano sostituiti . Erano Terence Blanchard alla tromba,  Billie Pierce al tenore, con loro  Donald Harrison al sax alto,  Johnny O’Neal al piano e Charles Fambrough al basso. Il set fu straordinario.  Dopo quasi tre ore di musica  i giovani jazzisti  che lo accompagnavano erano esausti, lui ,Blakey dall’alto del suo armamentario di pelli e cimbali continuava a deliziarci con una potenza ritmica inusitata. 

E’ proprio vero, ottobre è il mese degli effluvi  creativi  un po’ folli, e uno come Blakey non poteva che nascere in una giornata di ottobre di cento anni fa.

lunedì 28 ottobre 2019

Valle del Sacco e Frosinone le facce del degrado fra analisi e provocazioni.

Luciano Granieri


Domenica scorsa 27 ottobre 2019 si è svolto presso Piazza Garibaldi l’incontro dibattito  "Giornata per la Vita Terre Avvelenate”. Un evento, organizzato dall’associazione “Spazio Arte Rigenesi” di Fabiana Fattori e Riccardo Spaziani, in si è ragionato  sul degrado della Valle del Sacco e della città di Frosinone in particolare. Oltre ai relatori, appartenenti ad associazioni che si occupano delle problematiche socio-ambientali del territorio,  hanno fornito il loro decisivo, dissacrante e ironico contributo gli attori del teatro di strada Guglielmo Bartoli, Milena Frantellizzi, e il giovane maestro di giocoleria Elia Bartoli. A tutti loro va un grande ringraziamento, perché il grave problema dell’inquinamento nel nostro territorio va affrontato in modo sistematico. Svegliarsi  solo quando va a fuoco un’azienda di stoccaggio e smaltimento rifiuti, o quando compare la schiuma nel fiume Sacco o in concomitanza di mefitici  miasmi provenienti dalle discariche, per poi dimenticarsi del problema è riduttivo e nocivo . Di seguito il  contenuto  del mio intervento al dibattito al quale ho avuto l’onore di partecipare grazie all’invito di Riccardo  e Fabiana che ringrazio ancora.

L'attrice Milena Frantellizzi (alias Marianicola) insieme al moderatore Francesco Notarcola


Trasparenza e Competenza

La  piaga della Valle del Sacco, il  degrado globale della nostra provincia, in termini d’inquinamento, tutela della salute, qualità della vita   puntualmente, condannano  il nostro territorio   ad occupare i primi posti fra i luoghi in cui si vive peggio. Periodicamente il tema assurge all’onore delle cronache a seguito di qualche evento particolare, poi si ritorna nel limbo. C’è l’incendio della Mecoris? Per un po’ di tempo si parla delle emissioni nocive nell’aria della nostra città, poi tutto passa in cavalleria. Compare la schiuma nel fiume Sacco? S’intensificano le ricerche dell’untore della acque per non vedere che l’inquinamento dell’asta fluviale è cronico, sedimentato nel tempo, e  non basta perseguire, per quanto sia giusto, il lavagista che ha sversato sapone nell’acqua per risolvere il problema. Arrivano  i rifiuti da Roma,  odori mefitici di diffondono nell’aria? Per qualche settimana le pagine dei giornali e i  social media si riempiono del più che giustificato rifiuto del territorio  a diventare la discarica d’Italia, ma la possibilità di una diversa gestione della raccolta e dello smaltimento dell’immondizia  viene considerata in modo sommario.  

Un argomento che   viene poco affrontato, ma secondo me è di fondamentale importanza riguarda  l’urbanizzazione selvaggia.  Osserviamo attentamente  la nostra città. Frosinone è invasa da colate di cemento in continua espansione.  Nell’ultimo rapporto  Ispra, si rileva che nel 2018 a fronte di un consumo di suolo provinciale del 7%  e regionale dell, 8,1%   Frosinone spicca per un clamoroso e devastante 29%. Per consumo di suolo s’intende la concentrazione di insediamenti abitativi, di attività industriali,  produttive in aree definite. L’abnorme cessione di spazi verdi al cemento comporta l’aumento della velocità di scorrimento delle acque verso i fiumi,  l’annullamento dell’effetto filtro del terreno sugli inquinanti, la drastica diminuzione dell’effetto di assorbimento del particolato da parte degli alberi . Per contro   si genera un  incremento dei reflui nocivi, l’immissione in atmosfera di aria inquinata generata dagli scarichi delle autovetture, degli impianti di riscaldamento , dalle industrie , il tutto amplificato  se in queste aree gli  impianti di depurazione idrica e controllo delle emissioni sono insufficienti  e non si applicano le direttive di sicurezza sulle emissioni degli insediamenti industriali ad alto impatto ambientale. Il risultato di questo scempio si deve alla completa cessione della pianificazione urbanistica pubblica  agli interessi dei fondi di speculazione immobiliare  e all’urbanistica contrattata. 

Vi invito a fare un giro per la città.  Andate  a De Matthaeis  in Via Tiburtina.  Di  fronte all’ufficio postale è in costruzione una lottizzazione  di due stabili con offerta di appartamenti e locali adibiti a utilizzo commerciale. Se vi  girate dall’altro lato della strada  ci sono negozi che stanno chiudendo palazzi in cui su   quasi ogni balcone si legge la scritta “Vendesi o Affittasi” . Viene dunque da chiedersi che vantaggio c’è ad asfaltare   spazi verdi  per costruire alloggi e negozi quando la città si sta spopolando e  le attività commerciali stanno chiudendo?  Nessuno per i cittadini, ma ciò arreca molti vantaggi  per i detentori di patrimoni  nei fondi immobiliari i quali speculano sul fluttuare del valore degli immobili, sulle modificazioni delle destinazioni d’uso.  Per non parlare dell’edilizia contrattata per cui un Comune, impossibilitato a causa del  patto di stabilità interna, ad investire in opere utili alla cittadinanza. Per provvedere alla sistemazione di una piazza deve interessare l’edilizia privata  che, in cambio del lavoro, potrà disporre di  ampie parti di città dove costruire  palazzoni e mega strutture. 

La morale, come diceva una pubblicità di un tempo, è sempre quella. Quando l’interesse della speculazione privata prevale sul bene pubblico, i cittadini vanno inevitabilmente  incontro crollo della qualità della vita. Per tornare alle città, come Frosinone, ma anche gli altri insediamenti urbani della Valle del Sacco,  bisogna ricordare come rimanga critica la depurazione delle acque reflue. 58 Sono i depuratori mal funzionanti o per nulla funzionanti, guarda caso gestiti tutti da Acea che preferisce elargire dividendi milionari ai propri azionisti, anziché sistemare i depuratori urbani  ed impedire che gli scarichi fognari vadano direttamente nei fiumi. 

Quali le soluzioni? Restituire la città ai loro veri padroni, i cittadini. Eliminare il patto di stabilità interna, odiosa conseguenza del fiscal compact, velenoso lascito dei trattati imposti dalla Ue, in modo che ogni  Municipio possa disporre di  finanze  proprie o, al limite, ricorrere a finanziamenti  da banche pubbliche d’investimento – altra istituzione che manca e Dio sa quanto sarebbe benedetta -per gestire direttamente i servizi alla città in primis quelli destinati alla tutela ambientale.  La quota    dei Comuni sul debito pubblico, che è ormai arrivato a 2400 miliardi, è pari all 1,8% e allora perché questi devono subire tagli draconiani per  ammanchi che non hanno prodotto, se non in minima parte?  

Inoltre  i soldi gestiti dalle amministrazioni comunali , in collaborazione  con associazioni di cittadini, aggiungo io,  sarebbero anche spesi meglio.  Riporto un esempio del  clamoroso spreco di denaro pubblico  stanziato a favore dell’incremento di energia verde.  Per la diffusione delle energie rinnovabili   lo Stato Italiano stanziò  degli incentivi a favore di  chi avesse voluto installare un sistema fotovoltaico. Il “conto energia” così si chiamava l’agevolazione partita nel 2006 e interrotta  nel 2013.  Prevedeva una quota di contributo   per ogni kw di energia prodotta con sistemi fotovoltaici, per la  durata  del  ciclo di vita di un impianto, che mediamente è di  25 anni. Di fatto gli  ultimi utenti che hanno usufruito di questi incentivi , installando impianti nel 2013, acquisiranno il bonus fino al 2038.  Il problema vero è che essendo l’agevolazione legata  all’energia prodotta, più grande era l’impianto, più alta era la somma ricevuta,  hanno usufruito quindi di questi sgravi,  solo banche e grandi aziende, le prime perché hanno finanziato importanti  strutture in cambio della cessione dell’incentivo, le  seconde perché hanno costruito vere e proprie centrali, talmente imponenti , da consentire di vendere l’energia prodotta ricavandone profitto, ed avere un rendimento finanziario sicuro per 25 anni. Il tutto dal 2006 ad oggi, ed anche in futuro, ha   e avrà un costo per  le finanze pubbliche di 6,7 miliardi l’anno. 

Se da allora e fino alla scadenza degli incentivi  quei 6,7 miliardi l’anno fossero stati dati ai Comuni  , si sarebbero potuti  pianificare programmi di riqualificazione energetica urbana   pubblica  attraverso il finanziamento totale o parziale (da definire in base al reddito)  di impianti fotovoltaici a favore degli alloggi residenziali ,  o edifici di proprietà comunale, le scuole ad esempio. Oppure si sarebbero potuti finanziare piani di riconversione elettrica della mobilità urbana. 

Ecco perché, tornando alla Valle del Sacco, mi preoccupa  il destino di quei 53 milioni destinati alla bonifica, visto che la loro gestione, affidata alla Regione  Lazio, vedrà incarichi importanti di coordinamento attribuiti  ad   enti esterni ed  aziende private, come la Pricewaterhouse Cooper Advisor Spa, o la Ecoter Srl  per carenza di personale regionale  dedicato, queste le motivazioni dell’ente. 

Non vi è stato  alcun  coinvolgimento del Coordinamento dei Sindaci della Valle del Sacco ,  del resto questo organismo, creato ad hoc, si è disgregato visto che ad alcuni sindaci non interessa granchè della salute dei propri cittadini a cominciare da quello di Frosinone . Fortunatamente il commissario incaricato all’attuazione delle azioni di bonifica ha convocato le associazioni di cittadini  come Retuvasa, che da tempo si occupano  della Valle del Sacco, per coinvolgerle ed informarle sui piani di azione.  

Visti i precedenti   sembra una discreta apertura. Allora facciamo appello a loro e a tutti i cittadini , affinchè controllino scrupolosamente il destino   di questi  53 milioni di euro.  E’ fondamentale perché   troppe volte soldi investiti per  la collettività hanno finito per arricchire qualcuno, peggiorando, anziché migliorarle,  le condizioni di vita dei cittadini. E noi cittadini della Valle del Sacco saremmo anche stanchi di subire il  degrado della nostra salute e dalla qualità della vita in genere, dopo aver visto passare milioni e milioni di euro sprecati o spesi per ingrassare i soliti potentati politico-finanziari.