Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 20 aprile 2020

Bloccare la libera circolazione di capitali


Più volte abbiamo invocato una tassa sui patrimoni privarti, (che ammontano a più di 9.000 miliardi) per risolvere la crisi sanitaria e la successiva crisi economica determinata dal Coronavirus. Per rendere realizzabile questo proposito, però è necessario modificare il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea nell’articolo che vieta agli Stati di porre limiti al  trasferimento  di capitali privati. Infatti oggi, grazie alle regole di Maastricht,  con un semplice click si possono trasferire miliardi  dai propri conti bancari verso l’Olanda,il Lussemburgo e altri paradisi fiscali. Le conseguenze sono evidenti.  Ogni volta che il capitalismo italiano sente odore di patrimoniale, svuota le proprie casse e le alloca altrove . Ciò dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come l’Unione Europea sia  un'Istituzione costruita semplicemente per permettere ai mercati finanziari di prosperare e fare affari sulla pelle del popolo. Altro che Europa dei Popoli.

 Di seguito un articolo tratto dal sito coniare rivolta che spiega bene quanto sopra descritto.

La giusta patrimoniale e i suoi nemici


Coniarerivolta.

Siamo ancora nel pieno della tempesta, con l’emergenza sanitaria che continua a mordere. Ma problemi almeno altrettanto drammatici sono all’orizzonte, poiché si apre una fase di crisi economica in cui serviranno tantissime risorse per finanziare le misure di sostegno al reddito, di supporto all’occupazione e di rilancio dell’economia necessarie ad evitare un disastro sociale. Una domanda sorge spontanea: come paghiamo il conto e chi lo deve pagare? Una delle possibilità ventilate è quella di un’imposta patrimoniale. Ma questa opzione è davvero possibile dentro il quadro istituzionale europeo? Cerchiamo di capirci qualcosa.
Un’imposta patrimoniale è una tassa che colpisce non il reddito delle persone, bensì la loro ricchezza accumulata. L’idea è quella di prendere i soldi lì dove stanno, nelle tasche dei ricchi, anziché sbattere il muso sul muro di gomma che le istituzioni europee hanno posto alla possibilità di ricorrere alla leva del debito. La patrimoniale viene dipinta come la soluzione ideale per risolvere una vera e propria emergenza, evitando di scontrarci con i problemi sistemici che ci impongono dall’alto la scarsità delle risorse: sfuggire al ricatto del debito evitando di contrarre debito, e andando a prendere quelle risorse, in tempi brevissimi, direttamente a casa dei ricchi, o meglio sul loro conto in banca. Un’opzione che avrebbe il doppio effetto positivo di supplire al fabbisogno finanziario necessario e, allo stesso tempo, praticare una redistribuzione delle risorse dall’alto al basso: un potente strumento di gettito fiscale immediato e, contemporaneamente, di giustizia sociale.
Purtroppo, i ricchi sono ricchi anche perché non si lasciano prendere così facilmente e, come ci insegna anche la storia recente del nostro Paesele imposte patrimoniali implementate fino ad oggi sono ricadute regolarmente sulla testa della classe lavoratrice. Proveremo a spiegare che ciò avverrebbe verosimilmente anche in questo frangente, e principalmente in virtù della particolare architettura istituzionale dell’Unione Europea. Insomma, come vedremo, l’idea della patrimoniale disegnata per colpire i ricchi si scontra con una cornice istituzionale che è stata costruita esattamente per mettere i ricchi al riparo da qualsiasi rivendicazione: se vogliamo promuovere una giusta patrimoniale, capace di redistribuire risorse dall’alto verso il basso, non possiamo esimerci dal chiamare in causa i massimi sistemi, cioè quei Trattati europei che appaiono oggi, nel dramma dell’epidemia, come una vera e propria camicia di forza imposta al corpo sociale.
Una giusta patrimoniale è un’imposta disegnata in modo da colpire i grandi patrimoni, perché opererebbe una redistribuzione del reddito, sottraendo risorse ai grandi proprietari e restituendole alla collettività attraverso opere e servizi pubblici, a partire dalla sanità.
La ricchezza netta presente in Italia ammonta a 9.300 miliardi di euro, circa quattro volte il debito pubblico del Paese. Questa ricchezza si può suddividere in due categorie principali: la ricchezza finanziaria, consistente in denaro depositato su conti correnti, azioni e obbligazioni, che ammonta a circa 4.300 miliardi di euro; e la ricchezza non finanziaria, essenzialmente patrimonio immobiliare, che rappresenta i restanti 5.000 miliardi. Per immaginare una giusta patrimoniale dobbiamo analizzare la distribuzione di questa ricchezza, perché vogliamo levare ai ricchi per dare ai poveri, e non possiamo permetterci di colpire quel briciolo di ricchezza diffusa tra la classe lavoratrice. Un recente Rapport Oxfam sulle disuguaglianze mette in luce un dato inequivocabile: il 10% più ricco della popolazione detiene più della metà di quella ricchezza. Questo significa che la ricchezza nel nostro Paese è pesantemente concentrata nelle tasche di una classe agiata, e dunque esiste un potenziale, circoscritto bersaglio di una giusta patrimoniale. La base imponibile di tale patrimoniale, cioè il patrimonio di questa classe agiata, ammonterebbe a circa 5.000 miliardi di euro. Concentriamoci, in quanto segue, sulla sola parte finanziaria di questa ricchezza, pari a circa 2.000 miliardi di euro tra denaro e titoli: si tratta di quella quota del patrimonio che è già liquida o è immediatamente liquidabile, e dunque è idonea a fornire una fonte di gettito fiscale immediato e certo. Al contrario, il coinvolgimento del patrimonio immobiliare appare molto più farraginoso, perché il valore degli immobili non è immediatamente aggredibile: non si può pagare l’imposta con il patrimonio stesso, e dunque può essere necessario prima liquidare, cioè vendere quel patrimonio, e questo potrebbe generare una serie di ricadute economiche negative, con la corsa alla svendita da parte dei grandi proprietari, lo scoppio di una bolla immobiliare che danneggerebbe anche i piccoli proprietari di prime case ed infine il rischio di una successiva maggiore concentrazione del patrimonio immobiliare (con le grandi banche pronte, passata la patrimoniale, a fare incetta di immobili svalutati, mentre le famiglie che hanno contratto un mutuo si troverebbero tra le mani una casa dal prezzo sensibilmente inferiore al valore del debito). Dunque, guardiamo a quei 2.000 miliardi di conti correnti e titoli di proprietà del 10% più ricco del Paese, che appaiono immediatamente aggredibili, e chiediamoci: come andarli a prendere?
Nel rispondere a questa domanda, ci renderemo conto che una giusta patrimoniale appare impraticabile dentro all’Unione europea, perché la libertà di movimento dei capitali, uno dei pilastri del processo di integrazione europea, consente alla grande maggioranza di quei patrimoni di sfuggire a qualsiasi tentativo di redistribuzione della ricchezza operato tramite la leva fiscale. L’impalcatura ideologica dell’Unione europea vuole che i capitali siano liberi di muoversi, poiché poggia sull’idea che solo il libero agire delle forze di mercato possa condurre alla migliore allocazione delle risorse, generando crescita e benessere. Dietro questa patina di teoria economica dominante si cela l’interesse del capitale a muoversi liberamente per cercare gli impieghi più profittevoli e fuggire qualsiasi forma di tassazione. Se dunque ci proponessimo di imporre una patrimoniale capace di colpire i più ricchi, saremmo praticamente certi di arrivare ai loro conti quando i buoi sono già usciti, diretti magari non verso località esotiche, ma verso i porti certi dei paradisi fiscali interni all’Unione europea quali il Lussemburgo, l’Olanda o l’Irlanda, Paesi che hanno incentrato il loro equilibrio economico sul continuo afflusso di capitali esteri attratti proprio dal trattamento favorevole garantito alle grandi ricchezze finanziarie.
Viviamo in un’epoca in cui basta un click per spostare milioni di euro da un capo all’altro del pianeta: una persona qualsiasi può, in pochi minuti, aprire un conto corrente in qualsiasi Paese del mondo e trasferirvi il proprio denaro. Tuttavia, ciò non basterebbe ad eludere l’imposta, dal momento che il fisco colpisce chiunque abbia la residenza fiscale in Italia: la persona qualsiasi di cui sopra si sarebbe liberata del malloppo senza modificare la base fiscale, procedura articolata e complessa che impone di fornire prove circa il trasferimento all’estero del proprio baricentro economico o sociale (lavoro, impresa, famiglia). Una strada davvero impervia per una persona qualsiasi, appunto, ma il problema è che noi non stiamo parlando di persone qualsiasi, bensì delle circa 2,5 milioni di famiglie più ricche d’Italia, che hanno – solo per la parte finanziaria, cioè pur escludendo oltre metà del loro patrimonio, costituito da beni immobili – una media di 800.000 euro tra conti correnti e titoli azionari e obbligazionari (dati Banca d’Italia). Bene, a meno di credere che queste persone abbiano vinto tutte la lotteria, o abbiano accumulato pian piano questi risparmi con umili lavoretti – cioè a meno di credere alle favolette borghesi che le classi agiate amano raccontare – è del tutto evidente che stiamo parlando, per la grande maggioranza, di persone radicate nel mondo degli affari, e dunque già abbondantemente inserite in una fitta rete di società estereholdings e altre complesse forme di schermatura del patrimonio che sono l’ecosistema naturale delle grandi ricchezze. Anche assumendo che una piccola parte di queste famiglie danarose sia rappresentata da risparmiatori particolarmente ‘fortunati’ e poco avvezzi a manovre finanziarie, e non quindi da speculatori e squali pronti a sguazzare alla ricerca di paradisi fiscali, non si tratterà in generale di persone qualsiasi. A loro basterà davvero un click per trasferire fondi da uno dei loro conti, aperto in Italia, ad una società lussemburghese a loro collegata. Giusto per fare un esempio, la cassaforte della famiglia Agnelli è una società olandese denominata Giovanni Agnelli BV, una scatola (asset mangement company) che controlla la holding Exor, che a sua volta controlla FCA, Ferrari e decine di altre imprese e fondi di investimento, anch’essi ramificati in nodi societari distribuiti in Europa e nel mondo. Non appena si profilasse all’orizzonte l’ipotesi di un’imposta patrimoniale, pensate che gli Agnelli in persona dovranno mettersi a spostare la loro residenza fiscale altrove? Evidentemente no, gli basterà muovere le loro ricchezze da una scatola societaria all’altra in modo da eludere l’imposizione fiscale.
Insomma, i veri ricchi non hanno bisogno di imbarcarsi su un cargo battente bandiera liberiana per sfuggire al fisco: il loro capitale ha già una rete di conti e società più o meno fittizie su cui muoversi alla velocità di un click per eludere qualsiasi tipo di imposizione patrimoniale. Pertanto, la stragrande maggioranza di quelli che vorremmo raggiungere con la giusta patrimoniale e che si trovano al di sopra della parte più bassa della piramide dei ricchi sono esattamente gli unici ad avere i mezzi necessari a schivare il colpo. La loro ricchezza, cioè proprio l’obiettivo su cui è puntata l’imposta, è essa stessa la chiave per eludere il fisco senza alcun ostacolo. Si tratta di una chiave capace di aprire tutte le porte?
La risposta a questa domanda chiama in causa il contesto entro cui è organizzata la nostra economia. Infatti, la possibilità di eludere l’imposta patrimoniale dipende in maniera cruciale dall’assenza di qualsiasi limite al movimento dei capitali. I ricchi avranno pure la loro rete di conti esteri, ma la possibilità di portare il denaro fuori dall’Italia verso una di quelle destinazioni dipende dalla cornice di libera circolazione dei capitali che è stata definitivamente sancita, nel nostro Paese, con il Trattato di Maastricht (1992), dopo un percorso già definito e avviato all’inizio degli anni ’80.
Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) fornisce la disciplina di dettaglio, e prevede esplicitamente, all’art. 63, il divieto di qualsiasi restrizione alla libera circolazione dei capitali e ai pagamenti internazionali, una regola accompagnata da alcune eccezioni specificate nel successivo art. 65. Proviamo a capire se tali eccezioni forniscono agli stati strumenti utili ad impedire che i grandi patrimoni sfuggano ad un’imposta patrimoniale.
La prima deroga alla libera circolazione dei capitali è prevista al comma 1, lettera a), laddove si consente agli Stati membri “di applicare le pertinenti disposizioni della loro legislazione tributaria in cui si opera una distinzione tra i contribuenti che non si trovano nella medesima situazione per quanto riguarda il loro luogo di residenza o il luogo di collocamento del loro capitale”. Partiamo male, insomma, perché questa norma serve esattamente agli scopi opposti rispetto a quelli che ci interessano: garantisce infatti “agli Stati membri la possibilità di praticare una tassazione agevolata per i non residenti al fine di favorire l’afflusso nei loro territori di capitali provenienti dall’estero”. In pratica, la norma stabilisce la legittimità dei regimi fiscali agevolati per non residenti che hanno garantito a Paesi come il Regno Unito, l’Irlanda e l’Olanda ingenti flussi di capitali esteri.
La seconda deroga è contenuta, sempre al comma 1 dell’art. 65 del TFUE, nella successiva lettera b), e ci dice che sono consentite “tutte le misure necessarie per impedire le violazioni della legislazione e delle regolamentazioni nazionali, in particolare nel settore fiscale e in quello della vigilanza prudenziale sulle istituzioni finanziarie, o di stabilire procedure per la dichiarazione dei movimenti di capitali a scopo di informazione amministrativa o statistica, o di adottare misure giustificate da motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza”. Sono individuate dunque due distinte fattispecie entro cui appare possibile bloccare il movimento dei capitali: i casi di “violazione” di leggi nazionali – e qui si cita esplicitamente il settore fiscale – ed i casi in cui venga compromesso l’ordine pubblico o la pubblica sicurezza.
Il primo caso, nonostante le apparenze, non ci aiuta in alcun modo, perché colpisce solamente quei movimenti di capitale operati per violare la normativa fiscale, cioè per evadere le tasse. Vale qui la pena ricordare quale sia la distinzione tra evasione ed elusione fiscale: sono entrambi metodi per sfuggire al fisco, ma mentre l’evasione passa per la violazione delle leggi, l’elusione si muove sul crinale della legalità, consistendo in tutte quelle manovre che sfruttano le pieghe della legge per sottrarre base imponibile al fisco. Ecco, i Trattati europei ci dicono che possiamo fermare i capitali che stanno fuggendo dopo essere stati dichiarati base imponibile, cioè dopo essere stati oggetto di un’obbligazione a pagare. Ma la stragrande maggioranza dei nostri ricchi, veri gentleman che non vogliono certo sporcarsi la reputazione, si muovono più che agevolmente dentro alle regole, e hanno tutti gli strumenti per spostare il denaro in maniera perfettamente legittima e ben prima che arrivi la cartella del fisco. I grandi patrimoni finanziari tagliano la corda non appena sentono l’odore di una patrimoniale in lontananza. Si pensi che tra il giugno 2011 e il giungo 2012, cioè quando l’Italia fu investita dalla crisi del debito pubblico che portò al Governo tecnico presieduto da Mario Monti, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato un deflusso di capitali dall’Italia pari a circa il 15% del Pil, circa 235 miliardi di euro: non si trattava certo di un governo socialista, ma bastarono un dibattito su una Mini-Patrimoniale pari all’1 per mille della ricchezza finanziaria e sentori di instabilità finanziaria per dare il via alla fuga. Immaginatevi cosa potrebbe accadere se si parlasse dell’1 per cento, o addirittura di un’aliquota più alta, quale quella che ci piacerebbe poter introdurre per operare un po’ di sana redistribuzione dei redditi.
Per questo, i movimenti di capitali che vorremmo bloccare noi non rientrano nella prima fattispecie del comma 1, lettera b) dell’art. 65 del TFUE, ma si muovono agevolmente dentro al quadro normativo europeo, anche perché spesso e volentieri assumono la veste di investimenti diretti esteri (IDE). Questi sono investimenti volti all’acquisizione di partecipazioni ‘durevoli’ (di controllo) in un’impresa estera o alla costituzione di una filiale all’estero, che comporti un certo grado di coinvolgimento dell’investitore nella direzione e nella gestione dell’impresa partecipata o costituita. Nella maggior parte dei casi, gli IDE sono destinati alla costituzione di holding companies nei paradisi fiscali: nessun investimento in una reale attività industriale, ma mere scappatoie per i patrimoni in fuga dal fisco. Prendiamo un dato che vale più di mille parole: le statistiche di Banca d’Italia mostrano come Lussemburgo, Olanda e Regno Unito siano le mete preferite dei capitali in uscita dal nostro Paese. Nel 2018 lo stock di investimenti diretti era pari a 48 miliardi verso il Lussemburgo, 73 miliardi verso l’Olanda contro soltanto 32 miliardi diretti negli Stati Uniti. Pensate forse che il Lussemburgo o l’Olanda abbiano una struttura produttiva capace di attrarre più investimenti produttivi degli Stati Uniti? Ovviamente, dietro agli IDE si celano meri trasferimenti di fondi, tutt’altro che investimenti produttivi: le autostrade create dall’Unione europea per far viaggiare i capitali in libertà hanno molte corsie e non ammettono ostacoli agli interessi dei più ricchi.
Per quanto riguarda l’ultima deroga, si parla dei casi in cui sia compromessa la pubblica sicurezza o l’ordine pubblico. Si tratta di una fattispecie creata per arginare i movimenti di denaro delle organizzazioni terroristiche e criminali, oppure per tutelare la stabilità finanziaria di un Paese (e dunque dell’intera Unione monetaria, in virtù delle forti interconnessioni tra le economie), come è avvenuto nei casi di Grecia e Cipro. Nulla che possa favorire l’applicazione di una giusta patrimoniale.
In sintesi, i capitali in fuga dalla patrimoniale non starebbero violando alcuna legge, né starebbero compromettendo l’ordine pubblico o la sicurezza pubblica, e quindi avrebbero – come sempre è avvenuto – il semaforo verde da parte delle istituzioni europee.
Eccoci giunti alla conclusione che, purtroppo, nessuna patrimoniale giusta, come nessuna forma di sostanziale redistribuzione, è possibile nel contesto di libera circolazione dei capitali imposto dai Trattati europei. Tornando all’oggi, promuovere l’introduzione di un’imposta patrimoniale per raccogliere le risorse necessarie e fronteggiare l’epidemia è un nobile segnale del desiderio di provare ad invertire una tendenza che vede la ricchezza concentrarsi sempre di più nelle mani dei pochi. Rischia, tuttavia, di essere poco più che una lodevole enunciazione di principi, a causa dell’architettura istituzionale dell’Unione europea: se opportunamente disegnata in modo tale da colpire solo i ricchi, l’imposta finirebbe per raccogliere poco o nulla a fronte di una rapida ma ordinata fuga dei capitali. Per questa ragione, è altamente probabile che si opti per una patrimoniale ben diversa da quella che sogniamo, e cioè per la solita patrimoniale che ricade sulla testa dei lavoratori, sulla quota di ricchezza diffusa tra i piccoli e piccolissimi risparmiatori, quelli che non hanno i mezzi per eludere il fisco. Lavoratori e pensionati che pagano il conto della crisi: è la ricetta dei nostri nemici, non ci stupiamo se il PD la mette sul tavolo, ma evitiamo di portare acqua a quel mulino.
La lotta per una patrimoniale giusta è una necessità, un dovere politico. Per poter condurre questa lotta in maniera coerente e non solo testimoniale, siamo però costretti a muoverci oltre i confini del possibile che ci sono imposti dall’Unione europea. Siamo costretti a mettere in discussione i Trattati, la libera circolazione del capitale e tutti i vincoli che impediscono ai lavoratori di ambire ad una vita migliore.

sabato 18 aprile 2020

Coronavirus. L’appello di 100 mila medici a Governo e Regioni: “Pazienti vanno trattati il più presto possibile sul territorio”



 Al Ministro della Salute on. Speranza
Ai Governatori di tutte le Regioni
Al presidente della FNOMCEO dott. Filippo Anelli
Ai Presidenti Federali degli Ordini dei Medici Regionali.


Siamo un gruppo di circa 100.000 Medici, di tutte le specialità e di tutti i servizi territoriali e ospedalieri sparsi per tutta Italia, nato in occasione di questa epidemia, che da quasi 2 mesi ormai, sta scambiando informazioni sull'insorgenza della malattia causata dal Coronavirus, sul come contenerla, sul come fare , a chi rivolgersi, come orientare la terapia, come e quando trattarla, e siamo pressoché giunti alle stesse conclusioni : i pazienti vanno trattati il più presto possibile sul territorio, prima che si instauri la malattia vera e propria, ossia la polmonite interstiziale bilaterale, che quasi sempre porta il paziente in Rianimazione.

Dagli scambi intercorsi e dalla letteratura mondiale, si è arrivati a capire probabilmente la patogenesi di questa polmonite, con una cascata infiammatoria scatenata dal virus attraverso l'iperstimolazione di citochine, che diventano tossiche per l'organismo e che aggrediscono tutti i tessuti anche vascolari, provocando fenomeni trombotici e vasculite dei diversi distretti corporei, che a loro volta sono responsabili del quadro variegato di sintomi descritti.

I vari appelli finora promossi da vari Organismi e Organizzazioni sindacali, che noi abbiamo condiviso appieno, sono stati rivolti a chiedere i tamponi per il personale sanitario, a chiedere i dispositivi di sicurezza per tutti gli operatori, che spesso hanno sacrificato la loro vita, pur di dare una risposta ai pazienti, non si sono tirati indietro, nessuno.

Proprio per non vanificare l'abnegazione di medici e personale sanitario, oltre ai 
1)Dispositivi di Protezione e ai 2) Tamponi, chiediamo di 3)Rafforzare il Territorio , vero punto debole del Servizio Sanitario Nazionale, con la possibilità per squadre speciali, nel decreto ministeriale del 10 Marzo, definite 4)USCA, di essere attivate immediatamente in tutte le Regioni, in maniera omogenea, senza eccessiva burocrazia, avvalendosi dell'esperienza di noi tutti nel trattare precocemente i pazienti, anche con terapie off label, alcune delle quali peraltro già autorizzate dall' AIFA.

Siamo giunti alla conclusione che il trattamento precoce può fermare il decorso dell'infezione verso la malattia conclamata e quindi arginare, fino a sconfiggere l'epidemia.

Il riconoscimento dei primi sintomi , anche con tamponi negativi (come abbiamo avuto modo di constatare nel 30% dei casi) è di pura pertinenza Clinica, e pertanto chiediamo di mettere a frutto le nostre esperienze cliniche, senza ostacoli burocratici nel prescrivere farmaci, tamponi, Rx e/o TC, ecografia polmonare anche a domicilio, emogasanalisi, tutte cose che vanno a supportare la Clinica, ma che non la sostituiscono.

Lo chiediamo, indipendentemente dagli schieramenti politici e/o da posizioni sindacali , lo chiediamo come Medici che desiderano ed esigono di svolgere il proprio ruolo attivamente e al meglio, dando un contributo alla collettività nell'interesse di tutti.

Lo chiediamo perché tutti gli sforzi fatti finora col distanziamento sociale, non vadano perduti, paventando una seconda ondata di ricoveri d'urgenza dei pazienti tenuti in sorveglianza attiva per 10-15 giorni, ma che non sono stati visitati e valutati clinicamente e che ancora sono in attesa di tamponi.

La mappatura di questi pazienti, asintomatici o paucisintomatici, e di tutti i familiari dei casi conclamati è oltremodo indispensabile per non incorrere in un circolo vizioso, con ondate di ritorno dei contagi appena finirà il " lock down".

Medici Italiani gruppo Covid 19

venerdì 17 aprile 2020

Le povertà che ci sono e quelle che verranno


Il quadro di come la popolazione entra nella quarantena economica, quali soluzioni si stanno adottando, e quali povertà realisticamente dopo la crisi.


Luciano Granieri (testo dell'intervento esposto in video-conferenza  nell'ambito del programma di convegni organizzato dall'Associazione Culturalre "Oltre l'Occidente)

per partecipare ai prossimi convegni  cliccare sul seguente link https://meetingsemea5.webex.com/meet/oltreloccidente




Premessa sulla condizione di povertà
La narrazione neo liberista, in particolare quella diffusa da Milton Firedman e dai suoi allievi della scuola di Chicago, sosteneva che il  mercato era l’unico regolatore delle dinamiche sociali. Seguendo le leggi del mercato la povertà non sarebbe mai esistita, perché le grandi ricchezze avrebbero generato ricadute positive anche su tutta la popolazione, consentendo a tutti di vivere decentemente. Il postulato, palesemente falso è stato smentito dalla  grande crisi economica del 2007/2008, durante la quale la quale ci si rese  conto che i poveri esistevano davvero, emersero incontrovertibilmente.  La narrazione sulla bontà regolatrice del mercato non cambiò , ma non potendo più nascondere i poveri, si disse che la loro condizione era causa di una sciagurata condotta di vita, fatta di poca intraprendenza, di incapacità di competere e valorizzare il proprio capitale umano. Insomma essere poveri era ed è  una colpa.  Com’è noto alimentare il senso di colpa verso qualcuno significa tenerlo in proprio potere. Psicologicamente quindi chi non ha le sostanze necessarie per vivere oltre a subire le ingiurie di una vita grama è destinato anche a convivere con un grande senso di colpa.

Situazione economica pre crisi
 Lo stato di salute dell’economia italiana, ma in generale di quella europea era già molto precario prima della pandemia.  Il  2019 presenta un    calo della produzione industriale  dell’1,3% su base annua, un segno meno che non si registrava  dal 2014,  con una crescita del Pil irrisoria, allo 0,2%. Il tasso di povertà assoluta è pari al 6,4%, 1,6 milioni di famiglie non riescono a soddisfare i bisogni primari per vivere. Il tasso di povertà relativa, è pari al 15% 3,5 milioni di famiglie riescono con fatica a soddisfare i bisogni primari.  Al  calo del tasso di disoccupazione, attestato negli ultimi 5 anni, mediamente fra l’11% e il 12% si affianca un aumento degli occupati , dai circa 22milioni del 2014 ai  23,4 milioni a marzo del 2019. Una buona notizia se non fosse che  la crescita degli occupati non incide sul tasso di povertà, che rimane costante e, addirittura, si combina con uno  stato dell’economia comatoso come prima descritto (-1,3% di produzione industriale 0,2% di crescita del Pil) .



Sistema Sanitario
 Fra tagli e definanziamenti  sono stati sottratti al SSN 37 miliardi di euro.  Nel decennio 2010-2019, il finanziamento pubblico del SSN è aumentato complessivamente di € 8,8 miliardi   crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media pari a 1,07%. In altre parole, l’incremento del FSN nell’ultimo decennio non è stato neppure sufficiente a mantenere il potere di acquisto di tutto il sistema.  
Un  rapporto del Censis rileva che nel 2018  circa 20milioni di italiani hanno difficoltà a curarsi per l’impossibilità di pagarsi le prestazioni sanitarie : 12 milioni rinunciano completamente, 8 milioni s’indebitano.  Per farlo  2,8 milioni si vendono la casa.

Mancanza di alloggi.
Secondo un rapporto pubblicato dal Mef, nel 2018, 7 milioni è  il numero di alloggi vuoti  a fronte di  50.724 persone senza dimora. Hai voglia a raccomandare di rimanere a casa.   

Ma ci sono i ricchi
Secondo un rapporto di Banca d’Italia  i patrimoni privati ammontano a 9.743 miliardi di euro per beni e servizi dichiarati, cioè al netto dell’evasione fiscale. Di questi, 4.743 sono nella disponibilità del  solo 10% della popolazione italiana. Da uno studio dei ricercatori Matteo  Gaddi e Nadia Garbellini condotto per la fondazione Claudio Sabattini, che hanno analizzato i  bilanci delle più grandi aziende  italiane, risulta che le imprese del settore metalmeccanico hanno  una disponibilità finanziaria  pari a 99 miliardi (25 dei quali di liquidità immediata) quelle del settore chimico-tessile-gomma-plastica-energia  dispongono di 112 miliardi (32 di liquidità immediata), le imprese del settore cartaceo hanno capacità finanziarie di 7,8 miliardi (2 di liquidità immediata).  Molte di queste come la Brembo, la Persico,  la Tenaris  Dalmine, l’ABB sono situate in Lombardia e sono quelle che non hanno voluto chiudere per evitare il contagio.

Il lavoro non rende liberi ma poveri.
 Il quadro che si ricava da questi dati mostra un Paese in cui il lavoro è talmente sottopagato da non permettere di vivere dignitosamente, non consentendo a molti di curarsi o anche di avere un tetto sopra la testa.  Di contro esiste un èlite di grandi imprenditori e titolari di fondi speculativi  che ha nella propria disponibilità migliaia di miliardi di capitali che si alimentano di ulteriore speculazione finanziaria , ma sono del tutto improduttivi, cioè, non sono  investiti nell’economia reale.



Arriva il Covid-19
In tessuto sociale devastato dalla diseguaglianza s’innesta la pandemia e gli effetti sono devastanti . Secondo una stima di Banca d’Italia in due mesi d’emergenza altre 260mila famiglie sono entrate in povertà e si prevede che tale numero potrà arrivare a 360mila se la crisi perdurerà ancora.  Il tasso di disoccupazione potrebbe raggiungere il 20% a fronte di una perdita per le imprese prevista attorno ai 470 miliardi.  Si prevede una diminuzione del Pil al 9%
I nuovi eroi.

Sono assurte alle cronaca, con l’aurea di nuovi eroi, oltre agli operatori della sanità pubblica, indicati come fannulloni e raccomandati prima del virus, i lavoratori del terzo settore, in particolare quelli operanti nei comparti socio sanitari  (operatori delle RSA e assistenza domiciliare) I lavoratori della grande distribuzione, della filiera farmaceutica e alimentare, della logistica le cui condizioni  precarie non consentono di avere delle retribuzioni decenti , né hanno una disponibilità di DPI sufficiente  rischiando il contagio proprio e degli altri

La classe operaia è viva.
Molto operai nelle fabbriche,  sono in cassa integrazione, oppure sono carne da macello, costretti a recarsi in aziende che non producono beni indispensabili ma colpevolmente tenute aperte,  per il volere di una classe imprenditoriale elitaria dominante politicamente  e famelica di profitto. Grazie agli scioperi spontanei  indetti fin dall’inizio di marzo poi,  ma solo poi, assecondati dal CGIL, CISL E UIL,   gli operai sono riusciti ad ottenere almeno il DPCM del 21 marzo in cui  il governo elencava le aziende che avrebbero dovuto chiudere e quelle che avrebbero potuto proseguire . Nonostante ciò ancora oggi,  sempre secondo lo studio della fondazione Claudio Sabattini,  4,5 milioni di operai vanno a   lavorare con il rischio di contagiarsi e contagiare gli altri  in stabilimenti che non producono beni indispensabili e tutti concentrati per lo più nelle province di Bergamo, Brescia e Lodi.



Gli ammortizzatori sociali.
Coloro i quali rimarranno senza lavoro, in attesa che l’attività riprenda,  potranno ricorrere alla  CIG (ordinaria, straordinaria ed in deroga) . Ma questo  provvedimento riguarda gli addetti  che hanno una costanza nel rapporto di lavoro. In caso di licenziamento intervengono i sussidi di disoccupazione Naspi e Dis-coll a protezione dei  titolari di  un lavoro con continuità contributiva.  Per questi  soggetti . Il Cura Italia  destina una miseria: 1,35 miliardi sulla  cassa integrazione ordinaria; 0,34 miliardi per rimpinguare i soldi già stanziati per la cassa integrazione straordinaria  e 3,3 miliardi per estendere la platea e la durata della cassa integrazione in deroga.  2,86 miliardi determineranno finanzieranno  l’indennità di 600 euro, una tantum, destinata a professionisti ai lavoratori autonomi, ai co-co-co, ai lavoratori stagionali e quelli del turismo. 
Gente in mezzo al guado
La  pandemia ha gettato nel dramma  molte persone rimaste  in mezzo al guado.  Chi aveva gli ammortizzatori in scadenza non avrà né il lavoro che aveva perso, né il rinnovo di Naspi o Dis-coll oppure i tirocinanti, stagisti, le partite iva e i parasubordinati esclusi dal bonus di 600 euro. 

Gli invisibili.
Soprattutto il Covid-19 ha fatto emergere gli invisibili, quelli che compaiono e scompaiono fra un fast job, qualche ritenuta d’acconto, e un lavoro in nero, più  quelli immersi nel sommerso , senza alcun diritto o protezione sociale sempre sottoposti al ricatto del licenziamento.  E’ il “nero” che tiene in piedi l’economia reale, vale 211 miliardi il 12,1% del Pil. I fantasmi che reggono il sistema   saranno destinati al degrado sociale alla povertà assoluta, privi di ogni protezione.  Non dispongono neanche del reddito di cittadinanza   visto che per paura che la loro  precarietà illegale venisse  alla luce   non hanno fatto domanda. Essi  correranno il serio rischio di non poter mantenere la casa in cui abitano  finendo in mezzo alla strada, alla faccia dell’obbligo di restare a casa.

I braccianti nei campi.
Altri invisibili si sono resi visibili grazie alla loro mancanza, mi riferisco agli immigrati sfruttati nei campi, i quali non possono raggiungere i campi  per la chiusura dei flussi dei lavoratori stagionali causa pandemia  e nessuno li vuole sostituire a retribuzioni da sfruttamento.  Si propone di mandare quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza o i cassaintegrati.

Protezioni sociali insufficienti.
Ad amplificare l’aumento della povertà diffusa contribuisce un sistema di protezione sociale del tutto inadeguato. Il welfare attuale   non tiene conto della frammentazione del flusso di reddito dovuto alla precarietà del lavoro. Soprattutto lega  la prestazione sociale solo ed esclusivamente all‟ occupazione. Le  forme indirette di sostegno al reddito , tramite l‟erogazione di servizi pubblici e di pubblica utilità, sono venute meno a seguito dei processi di privatizzazione delle imprese fornitrici dei beni primari (sanità,trasporto, comunicazione, acqua, gas luce ecc). Il nostro sistema di welfare rende l‟Italia uno dei paesi meno attrezzati a far fronte ai problemi sociali. La   la mancanza di un disegno complessivo diretto alla protezione sociale, ha partorito un sistema dualistico composto da soggetti provvisti di coperture assicurative-contributive (insiders) e soggetti per nulla provvisti di tutele assistenziali (outsiders). Il nostro obsoleto welfare è fondato su un insieme di istituti categoriali ( assegni sociali, integrazioni al minimo, pensioni di invalidità , assegni al nucleo familiare) erogati a favore di specifiche tipologie di soggetti. La condizione di povertà da sola non è sufficiente per avere accesso a misure assistenziali. Le tutele disponibili fanno riferimento a casualità ben definite (inabilità al lavoro, anzianità, famiglie numerose).



Gli strumenti insufficienti per uscirne

In Italia
Siamo dunque dentro uno tsunami che potrebbe provocare disordini sociali inimmaginabili se, come è quasi certo, la crisi si prolungherà. Il guaio è che le misure messi in campo rischiano di peggiorare la situazione. Il Cura Italia, già citato,  può arrivare a 25 miliardi in debito.  Sfrutta la temporanea sospensione del patto di stabilità.  Nel cura Italia ci sono tre miliardi per la sanità e altri 10 per il lavoro con le modalità che abbiamo descritto gli strumenti  messo in campo sono temporanei, destinati a soggetti che dopo la crisi rimarranno senza nulla. La Germania ha messo in campo uno stanziamento di 156miliardi di cui un terzo (circa 50 miliardi) sarà destinato alla sanità. Una volta finita l’emergenza quei 25 miliardi provocheranno un peggioramento nel rapporto debito/pil con susseguente ripetizione di programmi di austerity, con grave nocumento per la sanità pubblica. Anche il provvedimento sulla liquidità per le imprese non è altro che l’attivazione di prestiti versi le aziende con garanzie da parte dello Stato. Altro debito che in caso d’insolvenza dei  richiedenti privati diventerà pubblico  l’importo complessivo sarà di 200 miliardi.

In Europa
 I provvedimenti europei sono una presa in giro. Il SURE, una sorta di cassa integrazione europea, prevede di reperire sui  mercati finanziario prestiti per 100miliardi da trasferire ai vari istituti previdenziali,  il programma obbliga  ogni stato a  fornire garanzie per 25 miliardi e può usufruire annualmente solo  del 5% della quota globale, vale a dire 10miliardi l’anno, un’inezia che comunque ci costerà in interressi. I finanziamenti della Banca Europea per gli investimenti   avverranno attraverso un fondo a cui gli stati membri parteciperanno con 25miliardi a garanzia.  Lo scopo  è  reperire sui mercati capitali fino a 200 miliardi   altri prestiti, altri debiti, che in caso d’insolvenza toccherà allo Stato pagare . Sul Mes stendiamo un velo pietoso, ricorrendo ai quei 36 miliardi senza condizionamenti solo per la sanità, comunque si provocherà un aumento del debito pubblico che determinerà nuovi programmi di tagli ai servizi ed in particolare proprio  alla sanità. Ciò è reso chiaro da quanto è scritto nel quadro normativo del Mes: La linea di credito sarà disponibile fino alla fine dell’emergenza, dopo gli Stati restano impegnati a rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con il quadro di sorveglianza fiscale europeo In pratica gli interventi messi in campo per contrastare la crisi, attiveranno altro debito e di conseguenza altra austerità e ulteriore aumento della povertà.


Cosa serve.

600 miliardi di euro subito. 
Da reperire fuori dalla gabbia delle banche e dal mercato finanziario.  Bisognerebbe attingere a quel tesoro di patrimoni privati (9.743 miliardi)  attraverso un prelievo fiscale progressivo  dal 10% al 20%   . Si libererebbero automaticamente 1.500  miliardi di euro, utili per risolvere la crisi, ricostruire il sistema sanitario nazionale pubblico e strutturare uno stato sociale che pesi di più sulla fiscalità generale anziché solo sui redditi da lavoro, in modo da finanziare un reddito universale vero. Pianificare un piano d’investimenti pubblici in settori produttivi innovativi con l’erogazione di salari decenti Oltre che rafforzare il terzo settore con gli enti locali di prossimità, i  Comuni i quali potranno prendersi cura degli anziani, dei poveri, dei senza dimora, secondo le necessità territoriali. Bisogna farlo ora. I soldi ci sono.

sabato 11 aprile 2020

Vertenza car fluff chiusa.




“Vi scrivo per trasmettere in allegato la sentenza pubblicata oggi dal Consiglio di Stato, che pone fine alla nota questione del car fluff, rigettando l’appello della Marangoni e quindi dichiarando la perfetta legittimità del provvedimento della Regione Lazio che negò l’autorizzazione alla trasformazione dell’inceneritore di pneumatici”. 

Con queste parole l'avvocato Alberto Maria Floridi  (Studio Legale Gattamelata e associati) ha comunicato la chiusura della vertenza car fluff Marangoni alle associazioni Anagni Viva, Associazione Diritto alla Salute, Comitato di quartiere Osteria della Fontana. Retuvasa. 

Con la sentenza n.2248/2020 del Consiglio di Stato, come riferito dall'avv. Floridi alle associazioni rappresentate, è stato affermato come fosse corretto negare l’autorizzazione non solamente in base al principio di precauzione, tenuto conto della grave situazione ambientale e sanitaria della zona, ma anche alla luce delle lacune specifiche del progetto, che non consentivano di considerarlo sicuro e affidabile.

Si conclude quindi una vicenda, quella del car fluff, nel corso della quale è cresciuta la consapevolezza dei rischi ambientali ai quali è sottoposto il nostro territorio.

Tale consapevolezza è stata suscitata, oltre che dalle evidenti criticità ambientali, anche dall'azione continua e persistente, in tutti questi anni, delle associazioni che hanno voluto diffondere una corretta informazione su questi argomenti,con costante impegno organizzativo, eccellenti competenze  tecniche e ferma  convinzione di lottare  per difendere il territorio, mobilitando i cittadini e ricorrendo alla giustizia. Tale lavoro, svolto soltanto da volontari, sta dando i suoi frutti e ha evidenziato che, la Valle del Sacco, è stata da anni oggetto di spericolate sperimentazioni.

Sperimentazioni spesso portate avanti, come evidenzia la sentenza,  non da primari istituti di ricerca o sotto la sorveglianza di eccellenti centri di studi, ma da imprenditori che tentano di trarre profitti con i rifiuti, in questo caso anche pericolosi, con minimi investimenti, con superficialità e spesso con sprezzo degli effetti che le loro sperimentazioni possono avere sull'ambiente e sulla salute pubblica.

La collaborazione tra le associazioni ha dunque dato il suo contributo per resistere e vincere la deriva del degrado del nostro territorio, in questo caso con il supporto della Regione Lazio, che non aveva concesso la valutazione di impatto ambientale favorevole.

Da questo risultato, ripartiamo per fare presente sia ai furbetti delle sperimentazioni spericolate, sia ai rappresentanti politici,  che alle istituzioni responsabili dei processi decisori, non sempre così lungimiranti come in questo caso e, soprattutto, ai nostri concittadini, che noi saremo sempre attenti e pronti a respingere qualsiasi ulteriore tentativo di ridurci a cavie silenti di sperimentazioni nocive. 

Chiediamo ai nostri concittadini di seguire ancora le nostre attività e chiediamo alle istituzioni, soprattutto in questa fase, una moratoria assoluta di tutti i procedimenti autorizzativi di produzioni pericolose e nocive per l’ambiente. Per questo ancora una volta  diciamo basta al sacrificio della popolazione di una Valle che nonostante sia stata riconosciuta quale Sito di Interesse Nazionale, a fronte del grave persistente stato di inquinamento, continua ad essere aggredita da iniziative ad alto impatto ambientale, quali inceneritori  tossici e centri di trattamento dei rifiuti, quali discariche, compostaggi, recuperi di ceneri pericolose.

LE ASSOCIAZIONI:  ANAGNI  VIVA, RETUVASA,  COMITATO RESIDENTI  COLLEFERRO, CIRCOLO  LEGAMBIENTE ANAGNI,  RAGGIO VERDE,  ASSOCIAZIONE  DIRITTO ALLA  SALUTE,  COMITATO OSTERIA DELLA  FONTANA, COORDINAMENTO INTERPROVINCIALE AMBIENTE E SALUTE VALLE DEL SACCO E BASSA VALLE DEL LIRI (al quale hanno aderito 32 tra associazioni e comitati), ASSOCIAZIONE QUARTIERE CERERE.

 Per informazioni:  mail:info@dirittoallasalute.com.  telefonare al  n.:  3930723990.
Per aggiornamenti:www.anagniviva.org, www.dirittoallasalute.com, www.retuvasa.org

Covid-19: Una patrimoniale risarcitoria per sottrarsi al ricatto di banche e mercati finanziari

Luciano Granieri





Riassumiamo. Da quando è iniziato  il contagio da coronavirus , con conseguente lock down, le misure economiche pianificate per arginare la crisi sanitaria ed economica sono le seguenti:

Governo Nazionale

Decreto  Cura Italia:  il governo stanzia 25 miliardi di euro complessivi, sfruttando il congelamento delle norme del Patto di Stabilità europeo  che prevedono il divieto di sforare dal rapporto debito/pil concordato. Guarda caso si è intaccato il dogma fondante della UE , solo quando la crisi ha incominciato a minacciare i profitti. Nell'epoca in cui  in Grecia morivano   di fame i bambini,  non solo non si è derogato al rapporto debito/pil, ma addirittura si è imposto il memorandum che ha finito di strozzare gli Ellenici. 

I  25 miliardi  andranno a gravare sul  debito. Quando la deroga al patto di stabilità finirà,  a fronte di uno sforamento inevitabile  (150-170%),  si inaspriranno i programmi di austerity che  si rovesceranno anche sul tanto decantato sistema sanitario nazionale mutilandolo ulteriormente.

Decreto liquidità  per le imprese:  Il governo si farà garante per  prestiti che   le attività produttive   potranno chiedere  alle banche fino ad un ammontare complessivo di 200 miliardi .  In particolare verrà garantito il 90% di un finanziamento richiesto da grandi imprese e il 100% per prestiti accesi da piccole/medie aziende e  lavoratori autonomi. 

Ma c’è un problema di lungaggini.  Infatti  le  banche invitano  i clienti a chiudere eventuali finanziamenti in corso, per riaccendere linee di credito secondo il nuovo decreto. Lo scopo è evidente:  trasferire il rischio d’insolvenza sulle spalle dello Stato. Per questo motivo i banchieri aspettano che la normativa sia pubblicata in gazzetta ufficiale, tenendo sulle spine molti clienti che già hanno fatto richiesta di prestito.  

 In ogni caso i soldi non sono gratis.  Si attiva un debito privato, con interessi che, in caso d’insolvenza, diventa pubblico. Inoltre è previsto l’acquisizione da parte dello Stato di quote azionarie in relazione alle  attività di ordine strategico,ciò per evitare che i mercati finanziari acquisiscano per un pezzo di pane aziende operanti nella farmaceutica, nelle telecomunicazioni , nella distribuzione delle risorse energetiche. Nazionalizzarle direttamente ovviamente è un delitto.

Unione Europea BCE

 Quantitative Easing: Il 19 marzo la BCE s’impegna ad acquistare 750 miliardi di euro in obbligazioni pubbliche e private.  La quota di  titoli italiani ammonterebbero circa a 200 miliardi, secondo le regole del Q.E,  ma   per l’emergenza potranno essere anche di più. I  soldi   andranno ai detentori di questi  titoli, per lo più banche e fondi d’investimento, il che non significa che tale  liquidità verrà riversata verso le imprese, o a sostegno del sistema sanitario, significa solo bloccare eventuali speculazioni da parte del mercato finanziario il quale, volendo  prestare soldi ad un Paese in piena crisi sanitaria,  esigerebbe interessi molto alti: tassi  di molto superiore al circa 2% garantito oggi dai Btp a 10 anni. 

Giova ricordare che la quota dei titoli tedeschi acquistati dalla Bce è a tassi negativi. Cioè non solo la Germania non paga interessi, ma addirittura ci guadagna a depositare i bund presso la Bce. Ecco perché non ha alcuna voglia  di  condividere il debito con gli altri paesi attraverso i Coronabond .

Sure:  Misura pianificata dalla Commissione Europea con  l’obbiettivo di salvaguardare   i lavoratori dell'unione  che hanno perso il posto di lavoro a causa della pandemia e conseguente lock down.  Si tratta dell’emissione di titoli   per   100 miliardi   che la Commissione collocherà sui  mercati azionari. L’Italia dovrà stanziare 25 miliardi a garanzia qualora il pagamento non venisse onorato a fine crisi. Secondo voi i  suddetti mercati azionari compreranno i titoli aggratis? Evidentemente no.  Altro debito dunque!

 BEI: Per  aiutare le imprese la a Banca Europea per gli investimenti  costituisce un fondo cui gli Stati membri parteciperanno con 25 miliardi a garanzia.  Con essi  si punta a raccogliere capitali fino a 200 miliardi a tassi ridotti. I soldi raccolti verranno affidati alle Banche Nazionali (Cassa Depositi e prestiti per l’Italia) che il  trasferiranno  a chi fra le attività produttive ne farà richiesta, applicando interessi  vantaggiosi, altro debito  (privato se le aziende pagheranno, pubblico se, in caso di insolvenza,    si dovesse attivare la clausola di garanzia a carico dello Stato.)

MES: il tanto temuto  Meccanismo Europeo di Stabiltà. E’ attivo  per complessivi 240 miliardi, all’Italia ne toccherebbero  36, senza condizioni, a patto che i soldi richiesti vengano usati per far fronte all’”emergenza sanitaria diretta o indiretta”. 

Nulla è previsto per far ripartire un tessuto economico e sociale annientato  dalla pandemia.  Infatti ,si legge nel comunicato dell’Eurogruppo,: “La linea di credito sarà disponibile fino alla fine dell’emergenza, dopo gli Stati restano impegnati a rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con il quadro di sorveglianza fiscale europeo”

Per cui se si vorrà ricorrere al Mes  presentando probabilmente un rapporto debito/Pil del 150-170% , l’austerity imposta dal possibile memorandum sarà terribile, con la sicura liquidazione della sanità pubblica. Ciò che è accaduto alla Grecia non sarà nulla rispetto alla devastazione che potrà colpire l’Italia.

Conclusioni 

 Cura Italia, decreto liquidità sono le misure italiane.  Il Sure, il fondo della Bei e il Mes sono le misure proposte dall’Eurogruppo per finanziare l’emergenza Covid-19.  Saranno accettate dalla Commissione? E comunque saranno sufficienti per il nostro governo che invocava gli Eurobond? Conte ha   affermano che non firmerà alcun piano che non contenga un meccanismo di condivisione del debito  e  non si avvarrà dei  fondi del Mes . In realtà pare che la possibilità di ricorre al Meccanismo Europeo di Stabilità sia stato inserito  solo per calmare i mercati, sicuri che un condizionamento politico di austerity  possa sconsigliare certi governi a farsi venire strane idee.

Che Fare

Al di là delle beghe di Conte con l’Europa, con la sua maggioranza e con  l’opposizione,  tutti questi interventi  graveranno terribilmente sulla tenuta  sociale del Paese  aumentando diseguaglianza e povertà . A guadagnarci, come al solito, saranno  banche  e mercati finanziari . Ma è possibile reperire soldi senza ingrassare i fondi d’investimento alla Black Rock? No nell’attuale  consolidato sistema ultra  liberista. E se noi finalmente provassimo ad uscire da questa gabbia?  

Cosa si può fare attivando norme insite nei trattati europei  (art. 123 comma 2 del trattato istitutivo dell’Unione Europea ) e internazionali (art.25 della Commissione Onu del diritto internazionale)  è descritto nel bell’articolo di Marco Bersani su Attac Italia che consigliamo di leggere al seguente link   EUROGRUPPO il pasto non è gratis.   

Io propongo di prendere i  soldi li dove sono. Secondo una stima di Banca d’Italia i patrimoni privati ad oggi ammontano a 9.743 miliardi, contando solo i beni e i servizi dichiarati, cioè al netto dell’evasione fiscale. In particolare quasi 5.000 miliardi sono nella disponibilità di pochissimi super ricchi, l’1% della popolazione. Basterebbe tassare del 20% i patrimoni di questo 1% per avere la disponibilità di 1.000 miliardi. 

In realtà la mia proposta è già stata avanzata  da  Potere al Popolo sulla base di un prelievo quantizzato al  solo  10% . Considerato che questi super Paperoni hanno accumulato tali enormi sostanze  anche facendo profitti sulla salute della gente - finanziando la sanità  privata, foraggiando le lobby assicurative, depauperando la tenuta della sanità pubblica, provocando le morti  di infermieri e medici chiamati ad affrontare la pandemia senza le dovute protezioni, nonché causando un numero spropositato di vittime fra i contagiati  - sono di fatto corresponsabile della strage.  Quindi il 20% è il minimo indispensabile per una patrimoniale  risarcitoria. 

1.000 miliardi darebbero la possibilità di pensare un altro servizio sanitario realmente universale,  stanziare finanziamenti pubblici per far partire nuovi modelli di produzione sotto il controllo statale , risanare un territorio dove la normalità è data dai ponti che crollano, e avanzerebbe anche qualcosa per ridurre il rapporto debito/pil. Il tutto senza passare per le fauci degli speculatori e delle loro consorterie politiche esecutive.  

Il Pd ha proposto un emendamento al decreto Cura Italia, in cui si prevede una tassazione progressiva dal 4 all’8% sui redditi al di sopra di 80 mila euro l’anno per aiutare quella popolazione maggiormente colpita dalla crisi determinata dal  Covid-19. Apriti cielo! L’idea è stata subito bocciata dai compagni di governo e dalle opposizioni.

 In effetti stiamo parlando di  elemosina. Ma la vicenda fa riflettere su come si invochi solidarietà dai cattivi paesi del nord Europa, contrari agli eurobond,  senza pretendere la stessa solidarietà dagli Italiani ricchi, componenti di quella classe liberista criminale che non fa prigionieri e andrebbe combattuta imponendo un'altro modello sociale ed economico. 

venerdì 10 aprile 2020

EUROGRUPPO: il pasto non è gratis. Ecco cosa sappiamo ad oggi

Marco Bersani. Attac Italia



Dopo l’accordo all’interno dell’Eurogruppo sulle risorse da mettere in campo per far fronte all’emergenza sanitaria provocata da Covid19 e alla conseguente emergenza economica e sociale, è iniziata la gara mediatica su chi ha vinto e chi ha perso all’interno dell’acceso confronto fra i partner europei.
Ad oggi sappiamo che verranno attivati:
a) il Sure, uno strumento di supporto ai lavoratori sul modello della cassa integrazione italiana, con una dotazione su scala europea di 100 miliardi, messi a disposizione dalla Commissione Europea sui mercati azionari attraverso l’emissione di titoli; si tratta di un prestito, per ottenere il quale l’Italia dovrà mettere 25 miliardi di garanzie, volte a garantire la restituzione ad emergenza conclusa;
b) la Banca europea per gli investimenti (Bei), che costituirà un fondo per le imprese, con una garanzia di 25 miliardi, messi a disposizione degli Stati, per raccogliere capitali fino a 200 miliardi a tassi molto ridotti; i soldi raccolti verranno successivamente prestati a chi ne farà richiesta, attraverso istituti nazionali come Cassa Depositi e Prestiti, a tassi altrettanto vantaggiosi e con scadenze a lungo termine;
c) il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che attiverà complessivamente 240 miliardi (per l’Italia fino a 36 miliardi), senza condizioni solo se i soldi richiesti saranno indirizzati alla spese per far fronte, direttamente o indirettamente, all’emergenza sanitaria.
Per quanto riguarda gli eurobond se ne riparlerà dentro la generica voce “strumenti innovativi di finanziamento” messa in calce all’accordo.
In attesa di vedere nel dettaglio i termini concreti dell’accordo, possiamo già dire che “il pasto non è gratis” e che gli strumenti messi in campo sono tutti interni alla trappola del debito, sul mantenimento della quale i litigiosissimi partner europei non hanno mai avuto alcuno screzio. Cambiano i nomi degli strumenti ma la sostanza rimane: è tutto debito da ripagare.
Si poteva fare altrimenti nel contesto dato? La risposta è sicuramente sì, ma con il pericolosissimo effetto collaterale di mettere a nudo l’ideologia liberista e il suo castello di carte.
Si poteva e doveva pretendere che le risorse fossero messe a disposizione dalla Bce in diverse forme.
La prima delle quali è inserita nell’art. 123, comma 2, del Trattato istitutivo dell’Unione europea, che permette alla Bce di finanziare direttamente istituti creditizi pubblici: cosa impediva di istituire un fondo pubblico europeo di emergenza sanitaria, chiedendo il finanziamento diretto della Banca centrale europea?
Inoltre, invocando le categorie giuridiche dello “stato di necessità”, del “cambiamento fondamentale delle circostanze” e della “causa di forza maggiore” (art. 25 della Commissione Onu del diritto internazionale) si sarebbe potuto chiedere la garanzia della Bce sui debiti pubblici nazionali, sospendendo il pagamento degli interessi (60 miliardi/anno per l’Italia) per i prossimi tre anni.
O, ancora, si poteva pretendere dalla Bce di esercitare, per un periodo di almeno tre anni, il ruolo di banca centrale pubblica, comprando direttamente i titoli di stato emessi dai paesi per far fronte all’emergenza sanitaria, sociale ed economica.
Tutte misure che avrebbero avuto il grande pregio di liberare molte più risorse di quelle, tremendamente insufficienti, oggi messe a disposizione, e soprattutto senza alcun aggravamento dei debiti pubblici degli Stati.
Tutte misure neppure ipotizzate dalle oligarchie europee e nazionali, perché avrebbero avuto il grande pregio di smascherare la trappola ideologica del debito e dei vincoli di Maastricht.
É giunto il momento di riappropriarsi collettivamente dell’economia, per impedirle di continuare ad essere l’econo-loro.