Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 8 luglio 2020

SILENZIO SUL REFERENDUM

Franco Astengo



Nel suo quotidiano punto politico Stefano Folli ha affrontato sulle colonne di Repubblica il tema del referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Il titolo dell´articolo è apparso quanto mai significativo, quasi un riassunto della situazione che si sta vivendo "Il referendum del silenzio".

Infatti è´ rimasto sotto silenzio l´accorpamento nel cosiddetto "election day" della data di svolgimento: un atto di perlomeno dubbia costituzionalità per diverse ragioni.

Sono rimasti inascoltati molti appelli di illustri giuristi e costituzionalisti sui rischi che il taglio lineare nel numero dei parlamentari potrebbe comportare sul piano della rappresentatività politica e territoriale nelle istituzioni della repubblica.

Non è ancora decollato il dibattito sui rischi di ulteriore svuotamento di funzione e di ruolo del Parlamento stretto nella camicia di nesso della conversione dei decreti e obbligato ad esprimere voti di fiducia che consentono alla fine di proseguire la vita di un governo e di una legislatura condizionati dalla logica del "salvo intese".

Uno svilimento di compiti e di funzioni che, da qualche parte, viene perseguito per arrivare a un mutamento nella forma di governo in modo da riuscire a formalizzare anche in Costituzione il ruolo del Capo messo direttamente di fronte alle masse, saltando l´intermediazione politica e puntando così a una soluzione presidenzialista di stampo chiaramente autoritario.

Nel suo articolo Folli invita il composito fronte del "NO" a darsi da fare prima che sia troppo tardi.

E´ necessario farlo anche se chi sostiene il NO sembra accusare una sorte di sindrome da minoritarismo.

Una sindrome registrata, almeno in partenza, nonostante che il "SI" sia sostenuto soltanto da una propaganda facilona portata avanti  all´insegna del "taglio della casta", un taglio semplicisticamente indiscriminato.

Intendo invitare anch´io a muoversi chi intende ragionare in profondità ed è contrario a questa operazione di riduzione della democrazia.

Lo faccio con convinzione rivolgendomi a una parte ben precisa dello schieramento favorevole a rifiutare questa operazione antidemocratica.

Mi appello, infatti, alla mobilitazione di quella che vorrei chiamare "sinistra costituzionale": quell´idea di democrazia avanzata che ancora alberga nell´animo di militanti di diversi partiti oppure di compagne e di compagni che hanno abbandonato la militanza diretta, magari si sono perfino astenuti in qualche occasione elettorale, ma che sui temi della democrazia costituzionale sono ancora capaci di mobilitarsi e di farsi sentire.

Svolgo un esempio in questo senso: nel 2016 il referendum promosso dal PD a segretaria Renzi coltivava più o meno le stesse finalità e fu respinto con 20 milioni circa di voti contrari.

Orbene in quei 20 milioni ce n´erano sicuramente tanti orchestrati dalla strumentalizzazione politica condotta dalla destra della Lega e dalla destra del M5S: ma dentro alle elettrici e agli elettori che si erano espressi per il "NO" altrettanto certamente ci stavano 3 o 4 milioni almeno provenienti da sinistra , mossi da un sano spirito di difesa e affermazione della democrazia così come questa è stata indicata e intesa dalla Costituzione Repubblicana.

All´epoca a quelle elettrici ed elettori non fu fornita una risposta politica.

Oggi è il caso di farlo, di provvedere ad una mobilitazione, ad una richiesta di presenza, alla costruzione di una organizzazione.

Occorre un´intesa tra forze politiche, soggetti culturali, sindacati (sia confederali, sia di base), l´ANPI (ANPI che ancora una volta, come nel 2016, può rappresentare un fondamentale soggetto di riferimento).

E´ necessario mettere il referendum al primo punto della nostra agenda, facendo in modo che anche nelle Regioni e nei Comuni dove si vota per il rinnovo delle amministrazioni il tema referendario sia messo all´ordine del giorno con grande evidenza e chiarezza e svolgendo una campagna molto forte laddove sarà consegnata una sola scheda, appunto quella referendaria.

Servono, a mio giudizio, due cose da fare quasi subito:

1) Una mobilitazione a sostegno dei ricorsi preparati dal compagno Besostri e da altri costituzionalisti che, in sede giurisdizionale , affronteranno l´iniquità dell´accorpamento di data. Questa dev´essere la nostra priorità immediata;

2) La convocazione di una manifestazione nazionale d´apertura della campagna in modo da far emergere subito una presenza corposa e determinata a livello centrale sulla base della quale sviluppare una forte territorialità d´iniziativa. La posta in gioco ètroppo alta per definirci battuti in partenza e limitarci a giocare di rimessa: servono presenza sociale e soggettività politica.

La sinistra costituzionale è chiamata a battersi fino in fondo per assolvere a un dovere politico, civico, morale

martedì 7 luglio 2020

Piccola storia di colui che elettrizzò il legno con le corde.

Luciano Granieri






Charlie è in ansiosa attesa.  Ha la  chitarra è appoggiata sulle ginocchia.    Dopo  un continuo girovagare nei locali del Midwest,  vincendo,  a colpi di riff e trucchi dei vecchi chitarristi blues,   da lui metabolizzati e modificati,   infiniti contest con altri musicisti, la pianista Mary Lou Williams non può fare a meno di notarlo e presentarlo al produttore John Hammond. 

John è grande amico di Benny Goodman e vuole fare in modo che Benny ascolti a tutti i costi quel ragazzotto del Texas, trapiantato ad Oklahoma City, cresciuto a pane, blues, swing. E’ uno che, grazie all’applicazione dei primi rudimentali pick up alla chitarra,  aveva  inventato un nuovo modo di suonare lo strumento con delle possibilità espressive mai ascoltate prima. 

Siamo alla fine degli anni ’30.  Charlie è in ansiosa attesa in un localino californiano, con il suo eccessivo cappellone e le sue, più che eccessive,  scarpe a punta. Aspetta  Benny Goodman per mostrargli le sue grandi doti. Goodman si presenta e non ha una bella espressione nel vedere quel ragazzino nero, di cui si diranno pure meraviglie, ma, così conciato, non sembra l’archetipo del bravo orchestrale. Lo sguardo severo del” re dello swing” incenerisce il ragazzo che non riesce neanche ad attaccare la chitarra all’amplificatore. 

Un disastro. Ma non è tutto perduto. La sera stessa al  Victor Hugo di Beverly Hills, dove Goodman è di scena, a Charlie viene consentito, di  salire sul palco. Al re dello swing la cosa non va per niente bene  e, per punire il giovanotto col cappellone e le scarpe a punta attacca, “Rose Room”, un brano talmente vecchio da risultare probabilmente  sconosciuto al giovane Charlie. L’idea è quella di irretire il chitarrista proponendo un brano su cui, secondo Goodman, il “tamarro” non potrà che balbettare qualche nota. 

Nulla di più sbagliato. Charlie prende ogni frase di quel brano, la seziona,  ne cava dei riff velocissimi,  strabilianti, li lega uno  all’altro e proietta quel vecchio pezzo  in una dimensione inaspettata, mai ascoltata prima. Charlie viene assunto all’istante.  Benny Goodman lo prenderà sotto la sua ala protettrice.  E’ un musicista  ideale per lo  swing e sui suoi riff Goodman fra il ’39 e il ’41 costruirà numerosi brani.  

Ma si sa ad uno così un posto in un’orchestra, anche se la migliore di tutte,  finisce per andare  stretto. E a quelle strane cose che stavano avvenendo in certi localini, come il Minton’s, o il Monroe’s Charlie non poteva rimanere insensibile. 

Quelle  diavolerie armonico-melodiche che, dalle  tavole del locale sulla 118° ovest di Harlem,  Monk, Gillespie e Clarke, stavano inventando,  lo avevano preso, coinvolto, tanto da farlo diventare protagonista, come, o forse, più degli altri tre.  Inizia allora  un frenetico tour de force. Di pomeriggio e sera si suona nell’orchestra di Goodman, la notte ad inventare mascheramenti impensabili al Minton’s insieme ai boppers. Evoluzioni musicali dalle quali più di qualche jazzista,  che aveva la malsana idea  di cimentarsi in quelle corse mozzafiato, usciva umiliato.  

Meno male che fra i ragazzi della beat generation, abituali frequentatori di quei locali,  c’è  Jerry Newmann, un benestante amico di Jack Kerouac. Jerry  è sempre presente a quelle infuocate jam session con il suo registratore  a fil di ferro magnetizzato.  Cattura ogni singola nota col suo arnese.    Dobbiamo a lui se le evoluzioni di Charlie riusciranno ad arrivare ai posteri . Bisogna essere grati a Kerouac, oltre  che  per essere diventato il profeta  della beat generation, anche per aver conosciuto il lungimirante Newmann. 

Charlie impazza, sia dai palchi dei teatri, con Goodman, che dalle fumose ambientazioni del Minton’s.  Nel  giugno 1941 sul ragazzo, venuto da Oklahoma City,  si abbatte una grave forma di tubercolosi che ha gioco facile nel devastare un corpo giovane,  ma fiaccato  dal fumo e dall’alcool. Goodman gli garantisce il ricovero in ospedale. La  stanza di Charlie, più che un  luogo di cura, sembra la succursale di un night club,  con whisky che corre a fiumi, signorine che offrono le proprie grazie, marijuana a bizzeffe. Qualche volta gli infermieri non lo trovano nel suo letto, scappato chissà dove, per poi essere trovato e riportato in camera. 

Charlie muore il 2 marzo del 1942 a soli 22 anni. Non riuscirà mai a conoscere l’altro Charlie quel “Bird” Parker che, con il suo sax, porterà a vette elevatissime l’epopea del Be Bop.  Lo   stile che pose fine al jazz come musica da ballo, e sollazzo per i bianchi,  trasformandolo in forma dall’elevatissimo valore musicale.  

Ah dimenticavo. Il Charlie, di cui abbiamo raccontato questa breve storia, è il chitarrista Charlie Christian. Colui che portò una rivoluzione nel modo di suonare la chitarra, elettrizzando con primordiali  pick up, il "legno a corde". Strumento, prima deputato a soli compiti di accompagnamento,  diventato poi, grazie a Charlie Christian,  uno  strumento dalla versatilità creativa inimmaginabile. Dopo Christian, per i chitarristi, nulla sarà come prima.

martedì 30 giugno 2020

Vogliamo rigenerare Frosinone.

Luciano Granieri




Delle salsicce sfrigolano in  una  griglia messa  su  di un banco che offre formaggio verdure, pane, vino, il tutto sormontato da un gazebo. Più in là, un  palco minimale con le tavole coperte da tappeti colorati con motivi etnici. Sopra una batteria, un sax, una chitarra, un basso e diversi amplificatori inermi, ma pronti a sparare ritmi, e riff da combatt-jazz .  Davanti agli strumenti ,da un microfono,  qualcuno parla di  politica rivolto  ad un gruppo di astanti, non numerosi, ma   coinvolti e attenti. Dietro il palco un’attrice,  un attore e un ragazzo  indossano i loro costumi in preparazione dell’esibizione che metteranno  in scena subito dopo l’assemblea.  

E’ uno scenario da festival dell’Unità. Ve li ricordate? Quelli organizzati  da un'entità ormai dissolta quale era il Pci . A dire il vero non solo il Pci si è dissolto ma tutti i partiti. Ve li ricordate i partiti? Quelle organizzazioni che i cittadini possono  liberamente costituire per partecipare alla vita politica del Paese, così dice la Costituzione. 

Quello scenario si è riprodotto venerdì scorso 26 giugno a Frosinone in Piazza Garibaldi. Lo scopo  era informare la cittadinanza di come la città sia avviata verso  un fallimento  a servizi zero,  a causa di politiche predatorie,  europee e nazionali   nei confronti dei comuni,  e comunali nei confronti dei cittadini. 

Dentro un quadro di desolante desertificazione   sociale e culturale,  già esistente,  che il Covid ha semplicemente aggravato,  l’osservazione sorpresa  dell’attore in procinto di esibirsi, sullo straordinario connubio fra arte ( poetica, teatrale e musicale) riflessione politica e, aggiungo io, manifestazione enogastronomica locale , che in quel contesto stava emergendo - e che da tempo immemore la città di Frosinone non aveva più vissuto - era la certificazione netta che qualcosa  di bello e affascinante stava, e sta rinascendo nella nostra arida città. 

E’ stata una manifestazione rivoluzionaria per i tempi in cui siamo precipitati.  Ci  si è parlati in faccia, in un contesto dove si comunica quasi esclusivamente in streaming, o dove al massimo qualcuno blatera e gli altri ascoltano invisibili, impalpabili.   Ci si è recitato in faccia anche attraverso un provocatorio tubo che distanziava gli attori dalle orecchie del pubblico.  Ci si è suonato in faccia anziché dai balconi o dall’ennesimo streaming.  

Mentre a Frosinone alta stava andando in scena una piccola ribellione a tutto l’armamentario pre e post Covid -  fatto di propaganda sottovuoto,  connessioni virtuali,  divisioni fra tifoserie elettorali cammellate -  a Frosinone bassa si perpetrava il preconfezionato rito calcistico a stadio vuoto ordinato dai profitti  delle multinazionali televisive e da ciò che gli gira intorno. Una tristezza infinita senza tifosi ma con la polizia a far guardia ai cameramen.  Polizia che per la prima volta non ha ritenuto pericoloso  il  nostro particolare festival dell’Unità…. d’intenti.  

E’ vero i partiti non ci sono più, dissolti dalle ragioni della  rappresentazione mediatica che mortifica la  rappresentanza,   si è persa l’abitudine alla condivisione e alla socializzazione, smantellata da un individualismo funzionale al “divide et impera”. Ma a  Piazza Garibaldi venerdì scorso è stato piantato il seme di una pianta, oggi rara, ma una volta ben presente nell’organizzazione sociale del Paese, un po’ come il grano Senatore Cappelli.  

Noi vogliamo ripartire da li: dalla condanna di un’economia che strozza il popolo, dalla stigmatizzazione di  un sindaco che accresce in modo intollerante le conseguenze di questa economia,  privando i cittadini  dei  servizi essenziali. Vogliamo ripartire dagli attori che ti recitano le  poesie di Lorenzo Stecchetti e Alda Merini  nelle orecchie e mettono alla berlina i vizi dei potenti,  ma non solo. Vogliamo ripartire da un ragazzo giocoliere che rotea le sue clave al ritmo di una batteria.   Volgiamo ripartire dal jazz, dal blues, da….”Black Lives Matter”. 

E  scoprire che, mentre stai suonando “Estate” ,alzando gli occhi al cielo,  guardando la luna vicino al campanile in uno sfondo blu notte intenso,  Frosinone può essere bellissima.




sabato 27 giugno 2020

Se scuola e sanità fossero banche

Marco Bersani    fonte "il manifesto"



In oltre 60 piazze italiane si è espressa in questi giorni l’indignazione di famiglie, lavoratrici e lavoratori della scuola contro le linee guida del governo in merito alla riapertura delle scuole a settembre, per l’inizio del nuovo anno scolastico. A fronte di una situazione che ha visto pregiudicati per cinque mesi il diritto all’istruzione e alla socialità di otto milioni di minorenni, nessuno si sarebbe aspettato una tale dimostrazione di indifferenza e una totale assenza di soluzione di continuità.
Non è qui in discussione la necessità o meno dei provvedimenti presi dall’inizio di marzo ad oggi (sui quali i pareri sono diversi), ma la costante rimozione dei bisogni dei bambini, dei giovani e delle loro famiglie, conculcati dentro il lockdown e non riconosciuti come priorità neppure ora che la fase critica dell’epidemia appare finalmente superata.
A fronte della messa a disposizione di risorse pubbliche per centinaia di miliardi per il mondo delle imprese, sulla riapertura delle scuole -che vuol dire la riammissione simbolica e materiale dei bambini nella società- si fanno dichiarazioni fantasmagoriche a cui non seguono piani né risorse, personale né assunzioni di responsabilità.
Analogo scenario riguarda la sanità, rispetto alla quale, l’unico passo, fatto dopo decenni di misconoscimento, è stata la distribuzione della patente di eroi a medici e infermieri senza nessuna modifica sostanziale del quadro complessivo del loro lavoro e della salute dei cittadini (d’altronde, avete mai visto Superman o Wonder Woman firmare un contratto di lavoro?)
Al contrario, con l’abbuono alle imprese della rata Irap di giugno, si è fatto un ulteriore passo di definanziamento della sanità per 4 miliardi in piena pandemia!

Più che molti discorsi, basta un semplice passaggio del piano Colao di rilancio del paese per comprendere dove risiedano le priorità: in quel piano si dice che vanno messi a disposizione subito 54 miliardi per nuove autostrade e 113 miliardi per l’alta velocità ferroviaria, mentre per quanto riguarda i fondi alla scuola e alla sanità si propone di procedere ricorrendo ai «social impact bond», come innovativa (?) forma di finanziamento pubblico-privato.
E mentre si attendono miliardi dall’Unione europea – per ora tutti ipotetici, a debito e con condizionalità – piovono soldi sul sistema bancario, che, non più tardi di una settimana fa, ha ricevuto dalla Bce qualcosa come 1.308 miliardi di euro a tasso negativo (!), 178 dei quali finiti a cinque banche italiane (94,3 a Unicredit, 35,8 a Intesa San Paolo, 22 a Banco Bpm, 14 a Bper e 12 a Ubibanca).
Naturalmente, accompagnati dall’auspicio (si sa, alle banche non si danno gli ordini) che questi soldi si riversino nell’economia reale favorendo il credito alle famiglie e alle piccole imprese, nonostante già il Quantitative Easing 2015-2018 abbia dimostrato come questo avvenga solo molto parzialmente (27%), e lo stesso Decreto Rilancio del governo (soldi alle banche per finanziare le famiglie) sia al palo dopo meno di un mese.

La realtà è che, accantonata ogni retorica di unità nazionale e del «siamo tutti sulla stessa barca» dei primi giorni di epidemia, ceti alti, lobby bancarie e finanziarie e grandi imprese stanno utilizzando la crisi per accelerare il drenaggio della ricchezza collettiva e brandiscono il «niente sarà più come prima», non più come speranza collettiva di un futuro diverso, bensì come minaccia per disciplinare compiutamente la società.
Che sia giunto il momento, anche per chi in questi mesi si è fatto irretire da appelli in senso contrario, di disturbare il manovratore, opponendo all’idelogia del profitto individuale la costruzione collettiva di una società della cura?

giovedì 25 giugno 2020

Appello ai consigileri di minoranza del Comune di Frosinone





Alla cortese attenzione degli spett.li  consiglieri:
Christian Bellincampi, Massimo Calicchia, Fabrizio Cristofari, Marco Mastronardi, Angelo Pizzutelli, Stefano Pizzutelli, Daniele Riggi, Alessandra Sardellitti, Vincenzo Savo,  Fabiana Scasseddu, Norberto Venturi, Vittorio Vitali.

Ci rivolgiamo a voi in qualità di membri d’opposizione del consiglio Comunale di Frosinone. Nei prossimi giorni, comunque entro e non oltre  il 31 luglio, sarete chiamati a votare il bilancio consuntivo per l’anno 2019 ed il previsionale per il triennio 2020-2021-2022. L’approvazione dei  documenti finanziari è l’atto politico più importante, perché incide direttamente sulla quotidianità dei cittadini. Ma questa  consultazione riveste una rilevanza oltremodo decisiva e senza appello  sulla tenuta finanziaria dell’ente. Ciò a seguito  della  deliberazione n. 7/2020/PRSP della sezione regionale per il Lazio della Corte dei Conti.

Nel documento, in cui i giudici contabili effettuano la verifica semestrale sul corretto svolgimento  del Piano di Riequilibrio Economico e Finanziario,  concordato dal Comune con la Corte dei Conti   nel  2013, si certifica che  l’entità  debitoria dell’ente nel  2018 è rimasta immutata  rispetto al  2013. Ovvero nonostante i licenziamenti di lavoratori nelle attività  di pubblica utilità, tagli  alla  scuola,  ai servizi sociali in genere, aumenti al massimo  consentito di  tutte le tariffe, cioè nonostante la spoliazione dei diritti dei cittadini, la situazione debitoria del Comune è rimasta inalterata con un aggravio  di passività per  27milioni  emerso  da un errato accertamento dei residui attivi e passivi effettuati nel 2015.

 La Corte dei Conti nella deliberazione sopra richiamata, oltre a contestare  al comune errate modalità di contabilizzazione delle poste di bilancio, certifica un debito di  5.375.000 euro, per il rientro del quale la giunta propone il solito piano di tagli su asili, mobilità scolastica, personale, attività cultuali. Una pianificazione rigettata dalla Corte stessa che reputa inadeguato  il piano per un  ripianamento che non deve contemplare  esclusivamente i  soliti tagli alla spesa sociale  ma ricostruire puntualmente  le dinamiche debitorie e porvi rimedio attraverso una nuova e corretta riqualificazione del debito.  Non solo, i giudici contabili impongono di adottare i giusti correttivi, con interessamento dell’intero consiglio comunale,  entro il 31 luglio , pena l’apertura della procedura di dissesto .

La giunta comunale, attraverso le delibere  118 del 14 maggio, 127 del 20 maggio e 137 del 28 maggio, ottempera alla prescrizione di una corretta redazione del quadro  contabile, a seguito della quale, però,  il debito sale dai 5.375.000 certificati dalla Corte dei Conti a 8.262.618. Lo stesso ente, nelle dichiarate delibere,  propone di distribuire il piano di rientro nel previsionale triennale 2020-2021-2022, anziché porlo a consuntivo nel 2019 come richiesto dalla Corte,  strutturando un ripianamento comprensivo  con i soliti tagli al personale, riduzione delle spese per , citiamo testualmente, “BIBLIOTECA, MUSEO, SCUOLABUS, ECC.” dove spicca per precisione contabile  la voce definita come “ECC.”

 Rispetto alla proposta  di rientro, presentata in risposta al decreto della Corte dei Conti,7/2020   risalta  la voce “RINEGOZIAZIONE DEI MUTUI” per un importo totale di 2.663.868. Un azione che non si sostanzia  nell’abbattimento della quota interessi, ma consiste nel  semplice posticipo delle scadenze dei ratei attuali a valere per gli anni a venire . Dunque si tratta di un semplice spostamento in avanti del debito e non una sua reale diminuzione.

Stante la descritta situazione, voi consiglieri comunali sarete chiamati a votare sul fallimento della città. Un fallimento che si realizza, oltre che per una gestione amministrativa, a dir poco allegra e disattenta,  soprattutto a seguito delle ingenti spese di “RAPPRESENTANZA” per usare  un eufemismo , operate dal sindaco :  la compartecipazione , non richiesta, all’opera di un privato , leggi  stadio, lo spreco di costi del Parco del Matusa, inaugurato, tre o quattro volte, il festival dei conservatori, unica ed esosissima espressione culturale del Comune, oltre ad altre approssimative manifestazioni goliardiche,  le faraoniche rappresentazioni della passione vivente, solo per citare alcune  delle tante perle di questo comune, e, da ultimo, il “rent to buy” del palazzo della Banca d’Italia la cui acquisizione, a seguito  di  un affitto annuale  di 135mila euro è vincolata ad una quota finale di 2milioni di euro da corrispondere fra dieci anni. Condizione, alla luce delle situazioni  contabili emerse, di fatto irrealizzabile. 

Per questo vi invitiamo, anzi riteniamo vostro dovere , richiamandovi   alle responsabilità di consiglieri, a confrontarvi nel merito con la cittadinanza tutta in un’assemblea pubblica che avrà luogo il 26 giugno prossimo a partire dalle ore 18,00 in Piazza Garibaldi. Inoltre è nostra opinione che nel corso della votazione, sia necessario un atto di  coraggio politico: votare in dissenso alle delibere di giunta per il bilancio. Perché le alternative sono: o il prolungamento e l’inasprimento dei piani lacrime e sangue ai danni dei cittadini, o l’altrettanto dolorosa apertura della procedura di dissesto.   Con la differenza che nella seconda ipotesi la rimozione del debito è certa. Con la possibilità ,a medio termine,  di   inaugurare  una nuova stagione politica in cui si potrebbe ripensare la funzione del Comune come ente  democratico di prossimità con ampie aperture alla partecipazione dei cittadini.

Distinti Saluti.
 Comitato Rigenerare Frosinone.