Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 13 agosto 2020

CHI PAGA IL TEATRO TRA LE PORTE?

 Rigenerare Frosinone


Come avrà fatto il Comune di Frosinone, sull’orlo del fallimento,  a finanziare la rassegna culturale “Teatro tra le porte”? Semplice accedendo al “Fondo di Riserva per Integrazione di Somme”, così come approvato dalla delibera di giunta 201/2020 del 30 luglio. Ma è davvero così semplice? Non proprio.

Andiamo con ordine. Per la realizzazione del progetto l’amministrazione ha chiesto alla Regione Lazio  20.000 euro.  Inoltre sono state attivate le procedure per reperire ulteriori risorse attraverso gli sponsor.  Dal momento che non è certo che la Regione conceda i soldi richiesti, e che gli sponsor abbiano la volontà di contribuire,  l’amministrazione Ottaviani ha deciso di raccattare 15.000 euro dal già citato “fondo di riserva per integrazione di somme” in base all’art.166 comma 2 del T.U. n.267/2000,  che recita : “Il fondo è utilizzato, con deliberazione dell’organo esecutivo da comunicare all’organo consiliare nei tempi stabiliti dal regolamento di contabilità, nei casi in cui si verifichino esigenze straordinarie di bilancio o le dotazioni degli interventi di spesa corrente si rivelino insufficienti” .

In pratica all’interno delle previsioni di spesa si deve accantonare una quota da utilizzare nel caso in cui gli esborsi reali siano maggiori di quelli previsti per cause assolutamente urgenti. Il testo parla di “esigenze straordinarie”.  Resta difficile qualificare  “esigenza straordinaria”una manifestazione teatrale pianificata da tempo.  

Di  quanto deve essere la dotazione di questo fondo? Ce lo spiega il comma 1 dell’art. 166. In base al quale esso  non deve essere inferiore allo 0,30%  e non superiore al 2% del totale delle spese correnti di competenza inizialmente previste in bilancio. In soldoni: considerato che nella delibera 34 del 17/07/2020 approvata dal consiglio comunale le spese correnti previste sono 908.527, e ammettendo che il fondo sia costituito dall’aliquota massima, ossia il 2%, questo ammonterebbe a 18.170. Visto che la cifra impegnata è di 15.000 il Teatro tra  le Porte si succhia quasi tutto il supposto fondo di riserva( ammesso e non concesso che sia composto dal 2% della spesa corrente, perché potrebbe essere anche meno) .  La rimanenza, 3.170 euro dovrebbe essere destinata “alla copertura di eventuali spese non prevedibili la cui mancata effettuazione determina danni certi all’amministrazione” come da   art 166 comma 2 ter.

 Resta comunque il fatto che ai 15.000 euro andrebbero sommate le entrate incerte di 20.000 euro da parte della Regione,  e i finanziamenti degli sponsor più che incerti. In pratica il comune di Frosinone per finanziare l’”Ambaradam” del Teatro tra  le Porte ha impegnato, per certo, 15.000 di un fondo destinato a spese imprevedibili e urgenti, il resto al buon cuore di Zingaretti, non certo ben disposto verso Ottaviani,  e dei commercianti che già hanno dimostrato in passato di non essere molto collaborativi.

Quali conclusioni ne trarrà la Corte dei Conti, anche su questa operazione, non è dato sapere. Resta il fatto che forse aprire la procedura di dissesto per il Comune Di Frosinone  costerà molto in termini sociale , ma almeno ci si libererà di una giunta fallimentare che, proseguendo nella sua politica dissennata  di bilancio non farà altro che prolungare una tragica  agonia, fino al 2022. Dove veramente poi  non ci saranno rimasti neanche gli occhi per piangere.


mercoledì 12 agosto 2020

LA PAROLA A TERRACINI

 

UMBERTO TERRACINI ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE: II SOTTOCOMMISSIONE SEDUTA DEL 18.09.1946 E COMMISSIONE PER LA COSTITUZIONE SEDUTA DEL 27 GENNAIO 1947.


 – «il numero dei componenti un’assemblea deve essere in certo senso proporzionato all’importanza che ha una nazione, sia dal punto di vista demografico, che da un punto di vista internazionale»;

– «la diminuzione del numero dei componenti […] sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni»;

– «se nella Costituzione si stabilisse l’elezione di un Deputato per ogni 150 mila abitanti, ogni cittadino considererebbe quest’atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare»;

– quanto alle spese «ancora oggi non v’è giornale conservatore o reazionario che non tratti questo argomento così debole e facilone. Anche se i rappresentanti eletti nelle varie Camere dovessero costare qualche centinaio di milioni di più, si tenga conto che di fronte ad un bilancio statale che è di centinaia di miliardi, l’inconveniente non sarebbe tale da rinunziare ai vantaggi della rappresentanza»;

– «le argomentazioni contrarie […] in realtà sembra che riflettano certi sentimenti di ostilità, non preconcetta, ma abilmente suscitata fra le masse popolari contro gli organi rappresentativi nel corso delle esperienze che non risalgono soltanto al fascismo, ma assai prima, quando lo scopo fondamentale delle forze anti progressive era la esautorazione degli organi rappresentativi rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni».

venerdì 7 agosto 2020

Musinbanchi per liberare Trisulti

 Luciano Granieri


Dopo due marce ecco la terza manifestazione per liberare la Certosa di Trisulti dall'occupante sovranista Benjamin Harnwell fido scudiero di Steve Bannon. Un pic nic, presso il bosco delle Cappellette,  con esibizione di musicisti e attori che hanno condiviso la necessità di far tornare la Certosa di Trisulti bene collettivo. La Certosa è un sito culturale, dal valore inestimabile, che non può essere gestito da privati perchè, essendo dello Stato, deve rimanere nella disponibilità di tutta la collettività, religiosa e laica. Per la "dabbenaggine" di un ministro, attualmente tornato in carica dopo la parentesi giallo-verde, il bene è stato affidato a chi vuole farne una scuola dove formare i prossimi "Salvini e Meloni" guerrieri della cultura giudaico cristiana, ma anche fascista e razzista. Per liberare il bene da questa occupazione, oltre che appoggiare ogni passaggio legale da parte dell'Avvocatura dello Stato e della magistratura, teso a dimostrare l’illegittimità  di una concessione dai requisiti probabilmente non idonei, si continua a lottare affinchè la Certosa di Trisulti torni ad essere bene collettivo. Una rivendicazione da rafforzare attraverso ulteriori manifestazioni pacifiche ma incisive. Perché in fondo va ricordato che se Benjamin Harnwell occupa ancora la Certosa, e addirittura presenzia all’evento organizzato per mandarlo via, lo si deve alla completa insipienza del ministro attuale che concedendo il bene ai suprematisti bianchi di  DHI quando era a capo del dicastero durante il governo Renzi-Gentiloni, ha mostrato insensibilità istituzionale e ignoranza costituzionale. E ancora oggi la sua azione, e quella del ministero che dirige, non sembra così convinta e incisiva nel voler restituire alla popolazione ciò che ad essa spetta di diritto.


  

domenica 2 agosto 2020

Bologna 1980: strage fascista e imperialista



La strage compiuta alla stazione di Bologna quaranta anni fa, il 2 agosto 1980, fu il culmine della strategia del terrore nel nostro paese, uno dei più gravi massacri terroristi avvenuti in Europa nel secondo dopoguerra.

L’esplosivo di origine militare collocato nella sala d’aspetto della seconda classe, uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. Una vera e propria operazione di guerra, premeditata e annunciata (tre giorni prima vi fu una mancata strage al Comune di Milano).

Le sentenze giudiziarie hanno individuato gli esecutori della strage in una banda di fascisti, tra cui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, oggi entrambi liberi pur essendo colpevoli di 96 omicidi.

Sono stati condannati ufficiali del Sismi, il generale Pietro Musumeci e il ten. colonnello Giuseppe Belmonte, assieme a Licio Gelli e a Francesco Pazienza, per le attività di depistaggio.

Basta osservare questo connubio per comprendere quale apparato ha agito nella strage di Bologna.

L’intoccabile Gelli era il capo della Loggia massonica P2, una sorta di “governo parallelo” direttamente collegato agli USA. Recentemente la procura di Bologna lo ha indicato come l’organizzatore e il finanziatore della strage assieme al suo braccio destro Ortolani, il senatore fascista Tedeschi e il prefetto D’Amato, capo dell’ufficio affari riservati del Viminale.

Il “faccendiere” Pazienza, oltre a essere un collaboratore del Sismi, era in strettissimi rapporti con i repubblicani USA e con il generale Haig, già vice di Kissinger, comandante della NATO in Europa e segretario di Stato USA.

Gli alti ufficiali del Sismi sono sempre stati gestiti dalle strutture atlantiche, in funzione del mantenimento di equilibri funzionali agli USA, della provocazione, della disinformazione e dell’inquinamento delle indagini per non far emergere la verità.

Quanto ai fascisti non si tratta di semplici “manovali del terrore”, ma di elementi inseriti negli apparati dello Stato, killer al soldo della P2, agenti di Gladio (la Stay Behind italiana, struttura segreta composta da militari e civili, dipendente dalla CIA), attivati da queste strutture per compiere attentati, tentativi di golpe, stragi.

Ciò ci consente di trarre una prima conclusione sulla matrice della carneficina.

Nella strage di Bologna si sono attivati come preparatori, esecutori e depistatori dei criminali appartenenti a un network della strategia della tensione e del terrore creato in Italia durante il secondo conflitto mondiale, composto da fascisti, piduisti, apparati dei servizi, delle forze armate e “dell’ordine”, politicanti e alti burocrati reazionari, alte gerarchie ecclesiastiche, massoneria, banchieri, mafia, camorra e altre organizzazioni criminali.

Una struttura illegale, coperta dal segreto di Stato, il cui collante era la P2, la cui direzione e controllo sono sempre stati nelle mani dell’imperialismo USA, attraverso le sue articolazioni: governo federale, Dipartimento di Stato, ambasciate, Pentagono, NATO, CIA e altri servizi segreti militari statunitensi (la “piramide superiore”, mai individuata nei processi).

Questo apparato – occulto ma non “deviato” in quanto svolge fedelmente un compito essenziale per la difesa dell’ordine borghese interno e internazionale - ha ispirato, pianificato, attuato e coperto tutte le stragi avvenute nel nostro paese, che sono legate da unico filo conduttore: destabilizzare per stabilizzare la situazione in modo favorevole ai settori più reazionari della borghesia e agli interessi statunitensi, bloccare sviluppi politici e sociali a favore della classe operaia e delle masse popolari.

La strage di Bologna è il crimine più efferato commesso da quest’apparato di terrore e di guerra, che all’interno della sua strategia perseguiva obiettivi politici specifici, ben inseriti nel contesto politico dell’epoca.

In Italia era in carica il secondo governo presieduto dal “sovraintendente” della Gladio, Francesco Cossiga, sostenuto da DC, PSI e PRI, zeppo di piduisti, allora presenti in ogni ganglio dello Stato, dell’economia, dei media.

Con la strage di Bologna, che ha generato paura, insicurezza e allarme sociale, si creavano condizioni favorevoli alla trasformazione reazionaria dello Stato, in linea con il piano di “Rinascita democratica“ della P2, esplicitato da Gelli due mesi dopo in un’intervista: Repubblica presidenziale, revisione completa della Costituzione e cancellazione dello Statuto dei lavoratori.

Uno Stato autoritario e poliziesco, per spianare la strada ai padroni (pochi mesi dopo la strage ci fu la sconfitta operaia alla Fiat), limitare le stesse libertà democratico-borghesi, mantenere e rafforzare al potere i gruppi oligarchici che erano i beneficiari del piano eversivo della P2, che ancora oggi ispira i politicanti borghesi.

Ma la sola lettura interna non è sufficiente per capire come dietro la strage vi fosse una convergenza di interessi e obiettivi più complessa e vasta.

Nel 1980 la superpotenza americana era impegnata in un’offensiva strategica per vincere la guerra fredda e imporre la sua incontrastata egemonia mondiale.

Si diffondeva nel mondo il neoliberismo, veniva eletto il papa anticomunista Wojtyla per disgregare il blocco dell’est; l’instabilità internazionale e l’escalation militare vedevano un ulteriore aggravamento con lo schieramento - anche in Italia, punto cruciale della guerra fredda - degli euromissili americani puntati contro un’Unione Sovietica che, avviata da tempo sulla strada del revisionismo, si impantanava nella guerra afgana e andava verso la dissoluzione.

L’impegno italiano sugli euromissili era incerto e il consenso politico fragile. La CIA temeva che gli euromissili sarebbero divenuti merce di scambio nei negoziati interni al circo politico italiano per la formazione di un nuovo governo.

Si era inoltre in un momento in cui la diplomazia italiana ed europea, per perseguire i propri interessi durante la seconda crisi petrolifera, invitava al dialogo euro-arabo sui problemi energetici e si mostrava ipocritamente favorevole alla causa palestinese. Nella dichiarazione di Venezia del Consiglio europeo del 13 giugno 1980, nella quale si cercavano di tenere insieme differenti e concorrenti interessi di diverse frazioni della borghesia imperialista, per la prima volta si riconobbe il diritto all'autodeterminazione dei palestinesi.

Tali scelte politiche non erano tollerate né dagli USA, che attaccarono la dichiarazione, né da Israele, che reagì proclamando Gerusalemme capitale “eterna e indivisibile” dello Stato sionista.

Il 27 giugno 1980 avvenne la strage di Ustica. Un DC9 dell’Itavia in volo da Bologna a Palermo fu abbattuto lungo un’aerovia dove vi era un intenso traffico militare: caccia della NATO impegnati in un’operazione contro un “paese ostile” (la Libia di Gheddafi). 81 i morti, “danno collaterale” di un’azione di guerra non dichiarata nel Mediterraneo, regione dove si scaricavano le tensioni internazionali. Una strage nascosta dallo Stato per decenni dietro un cinico muro di gomma.

In questo scenario si colloca la strage di Bologna, che può essere letta come un terribile avvertimento e un feroce condizionamento volti a stroncare qualsiasi gioco su più tavoli, qualsiasi politica contrastante con gli interessi atlantici e ribadire il principale “vincolo esterno” del nostro paese.

Questo anche a costo di un conflitto fra forze e apparati della borghesia italiana che ha comunque sempre seppellito sotto la “doppia lealtà” l’individuazione dei mandanti e dei moventi delle stragi, gettando nel fango l’indipendenza e la sovranità popolare. 

La piena verità e la giustizia su Bologna, come su Ustica e le altre stragi, non potrà arrivare dalla magistratura o da altre istituzioni borghesi. Ciò metterebbe in discussione gli assetti di potere vigenti e la collocazione internazionale dell’Italia, potenza imperialista subordinata agli USA. La sovranità limitata, la stretta sorveglianza e le gravi restrizioni della libertà politica cui è sottoposto il nostro paese, sono sempre state accettate dalla classe dominante come condizioni per proteggere il suo sistema di sfruttamento, opprimere e rapinare i popoli dipendenti.

Mentre continuiamo a lottare per denunciare e smascherare le trame reazionarie e stragiste, squarciare il muro di protezioni, reticenze e omertà politiche che hanno coperto mandanti ed esecutori delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, mentre solidarizziamo con i familiari delle vittime, affermiamo che solo il proletariato, conquistando il potere politico e divenendo forza dirigente nel nostro paese, potrà fare finalmente chiarezza sulle stragi, abolire il segreto di Stato e pubblicare i protocolli segreti, farla finita con gli apparati del terrore e le basi di guerra USA e NATO, che sono costati tanti lutti e tante disgrazie per il nostro popolo.

Coordinamento Comunista Lombardia (CCL) – coordcomunistalombardia@gmail.com

Coordinamento comunista toscano (CCT) – coordcomtosc@gmail.com

Piattaforma Comunista - per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia – teoriaeprassi@yahoo.it


mercoledì 29 luglio 2020

Il jazzista di strada

Luciano Granieri.




Il jazzista di strada dove lo metti suona. Suona nei club, certamente, ma lo puoi trovare nei posti più impensati, soprattutto d’estate. 

Se da una piazza senti le note di” Lady Bird”, girando l’angolo  li trovi li. Sono loro.  I jazzisti di strada. Con  il batterista che swinga su  un malfermo piatto reso instabile dai sanpietrini. 

Se da una via sale  una coinvolgente  improvvisazione su  “Now’s  The Time”, affacciandoti dalla terrazza sovrastante,  ti  accorgi che sono sempre loro, creativi, brillanti, magari alle prese con un’amplificazione non eccellente,  che comunque non ne influenza più di tanto  la performance …..e nessuno se ne accorge. 

Addirittura può capitare di ascoltare “Blue Bossa” provenire dagli alberi di un bosco. Sono ancora  i jazzisti di strada   che diffondono quei fraseggi.  Suonano  sassofoni , bassi, chitarre  usando  altoparlanti a batteria, per non disturbare troppo la natura con generatori  di corrente ed altre diavolerie.

Perché il jazzista da strada dove lo metti suona? Perché ama il jazz. Perché ama condividere con gli altri suoni ed emozioni. Ma anche perché   il jazzista di  strada ha una grande sensibilità umana,  una  precisa coscienza civile e sociale.  Dove  c’è  da suonare per una causa giusta,  lui  suona.  

Questo, e i complimenti di chi ascolta,  lo  ricompensano abbondantemente,  anche se non disdegna,  comunque,   una qualche remunerazione. 

Il più delle volte il compenso    si concretizza  in un piatto di pasta, in  un panino e una bottiglia di vino. In altri casi, pochi, arriva qualche spiccio. Il  jazzista di strada, proprio perché di strada, è puntiglioso, cura ogni particolare del brano, dallo svolgimento  armonico alla ricerca melodica nell’improvvisazione,  alla varietà ritmica.  

Certo il jazzista di  strada sogna un  palco vero  con tanto di service, e quanto serve per la riuscita di un’eccellente performance.  Ma poi, quando suona un blues  al chiarore della luna, e vede la gente in piazza  battere il piede coinvolta e soddisfatta,  sente il cuore riempirsi di gioia.  

mercoledì 22 luglio 2020

RIGENERAZIONE URBANA A FROSINONE, LEGAMBIENTE: IGNORATE LE FINALITA’ AMBIENTALI DELLA LEGGE REGIONALE, IL COMUNE PUNTA ALLA DEREGULATION EDILIZIA



C’è modo e modo di passare dalle parole ai fatti: quello che ha scelto l’Amministrazione Ottaviani nell’attuare la legge regionale 7/2017 sulla rigenerazione urbana è ispirato al mero recepimento delle sole norme che favoriscono gli operatori privati anziché la collettività, con un via libera all’aumento delle cubature e ai cambi di destinazione d’uso improntato al lassez-faire più spinto. Insomma, le belle parole della legge, fra le cui finalità si annoverano (art. 1, comma 1) il miglioramento della qualità ambientale, la limitazione del consumo di suolo, il risparmio energetico e lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la promozione delle tecniche di bioedilizia, lo stimolo alla mobilità sostenibile, la promozione del verde urbano, la realizzazione di interventi per il recupero delle acque piovane, stanno per tradursi in fatti di tutt’altro segno.
Le due proposte di delibera al vaglio del prossimo Consiglio Comunale, infatti, saltando a piè pari i punti qualificanti della legge che si intende attuare, vanno dritte al cuore dei veri desiderata dell’amministrazione: coltivare il consenso elettorale agevolando i privati nella realizzazione di quegli interventi di recupero del patrimonio edilizio che si configurano, nei fatti, come un regalo a chi, grazie anche ai condoni dei decenni passati, ha contribuito a far sì che la città si collocasse al terzo posto nel Lazio in quanto a superficie di suolo consumata (dati ISPRA 2018). Nello specifico, le due delibere riguardano la facoltà, concessa ai Comuni dagli artt. 4 e 5 della legge regionale, di adottare disposizioni che permettono il cambio di destinazione d’uso degli edifici e soprattutto l’ampliamento del 20% della volumetria degli immobili. Come contropartita, viene richiesto ai privati solo il minimo sindacale imposto dalla norma regionale, ovvero un non meglio specificato efficientamento energetico dell’edificio, che potrà verosimilmente tradursi anche solo in un miglioramento minimo della classe energetica, magari con il semplice passaggio dalla G alla F, senza alcun obbligo di installazione di impianti di energia rinnovabile o di creazione di cappotti termici per limitare la dispersione di calore. Solo per le demolizioni e ricostruzioni si dovrà passare alla classe A, ma anche in questo caso non si tratta di una scelta del Comune bensì di un preciso vincolo imposto dalla Regione.
Eppure la L.R. 7/2017 prevedeva altre possibilità per i Comuni, ad esempio quella, illustrata all’art. 2, di adottare programmi organici di rigenerazione urbana con chiare finalità di interesse generale, attraverso un iter caratterizzato dalla partecipazione civica che avrebbe potuto mettere al centro una nuova visione della città e perseguire gli obiettivi di una vera riqualificazione urbana, della sostenibilità ambientale, della riduzione dei consumi idrici ed energetici, della rinaturalizzazione dei suoli e della creazione di aree verdi. Ma tutto ciò evidentemente non avrebbe favorito gli interessi elettorali né le clientele su cui si radicano i consensi delle amministrazioni di vario orientamento politico che si sono succedute nei decenni a Frosinone.
A ben vedere, la scelta amministrativa che il Comune si accinge ad intraprendere non è altro che la seconda gamba su cui si regge la politica urbanistica frusinate: la prima, come abbiamo già denunciato, risiede in uno sfacciato, antistorico e anacronistico via libera alle nuove edificazioni, in una riedizione dell’epoca del mattone selvaggio di cui le gru che oggi svettano nel cielo cittadino ci consegnano un plastico ricordo. Insomma il Comune, sempre a un passo dal dissesto finanziario, non disponendo più di denaro pubblico da dilapidare a fini clientelari, sta decidendo di svendere la più preziosa delle sue risorse, il suolo, bene pubblico finito e non rinnovabile, fonte di quei servizi ecosistemici che sono alla base stessa della vita. A pochi giorni dai tragici allagamenti avvenuti a Palermo, non possiamo non ricordare che il cardine di ogni strategia per limitare i danni causati da eventi meteorici violenti – purtroppo destinati ad intensificarsi con l’aggravarsi della crisi climatica – è proprio la salvaguardia della capacità drenante di ampie porzioni di territorio, possibile solo preservando il più possibile l’integrità dei suoli.
Per queste ragioni, c’è bisogno a nostro avviso di una cesura netta rispetto a politiche urbanistiche che si ostinano a guardare ad un passato che è impossibile riesumare. Pertanto, vogliamo rivolgere un appello ai consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione affinché il tema della rigenerazione urbana, così cruciale in una città cresciuta sotto il segno del caos edilizio, venga discusso con l’approfondimento che merita e con la lungimiranza richiesta a degli amministratori chiamati al difficile compito di traghettare Frosinone verso una sostenibilità che non sia di facciata.

Stefano Ceccarelli
Presidente
Circolo Legambiente “Il Cigno” di Frosinone APS


Recovery Fund: é tutto oro (o tutto loro) quello che luccica?

di Marco Bersani, Attac Italia



Spiace ancora una volta dover smentire la narrazione massmediatica dominante, pronta ad assegnare  il Pallone d’oro 2020 al premier Conte per l’accordo siglato in merito al Recovery Fund, dopo un aspro confronto di quattro giorni nell’Eurogruppo.
Con questo correrò il rischio di suscitare qualche irritazione nei molti che, in totale buona fede, accarezzano da tempo l’immagine di un Paese che finalmente rialza la testa e porta a casa dei risultati per migliorare la loro condizione. E di suscitare accuse di lavorare per il nemico nei pochi, in cattiva fede, per i quali è vietato disturbare il manovratore.
Ma, poiché i fatti non corrispondono al racconto che ne viene tramandato, a questi occorre attenersi e così farò.

I numeri dell’accordo
Il Recovery Fund sarà dotato di 750 miliardi di euro, 390 dei quali messi a disposizione come trasferimenti (erroneamente definiti “a fondo perduto”) e 360 come prestiti. Rispetto alla proposta iniziale, che prevedeva 500 miliardi come trasferimenti e 250 miliardi di prestiti, l’accordo ha dunque modificato la ripartizione.
Di questa somma, l’Italia porterà a casa 81,4 miliardi di trasferimenti e 127,4 di prestiti.
Sono indubbiamente cifre importanti, ma da dove arrivano?
Saranno raccolte sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond da parte della Commissione Europea, che metterà a garanzia il bilancio dell’Unione Europea.
Di conseguenza, il bilancio dell’Unione Europea verrà aumentato, e, poiché, il bilancio dell’Ue è formato dai finanziamenti quota parte di ogni singolo Stato, occorre tener conto della cifra che il nostro Paese dovrà versare, per permettere l’avvio del Recovery Fund.
E qui troviamo un primo dato sorprendente, perché la quota parte aggiuntiva che l’Italia dovrà mettere corrisponde a 96,3 miliardi[1]
Riassumendo: l’Italia verserà 96,3 miliardi per riceverne 81,4 come trasferimenti e 124,7 come prestiti. Quindi, se c’è qualcosa che viene dato “a fondo perduto”, sono i 14,9 miliardi che l’Italia mette in più rispetto a quelli che riceve come “trasferimento”, mentre i soldi reali che ottiene sono tutti a prestito.
A basso tasso di interesse, ma, come chiunque può constatare, Babbo Natale non esiste.

Quando arrivano i soldi
Il Recovery Fund sarà incardinato nel bilancio 2021-2027 dell’Unione Europea. La Commissione potrà quindi effettuare la raccolta sui mercati finanziari a partire dal gennaio 2021. L’accordo prevede che il 70% dei fondi siano erogati nel biennio 2021-2022 e il 30% l’anno successivo. Tornando ai conti italiani, il nostro Paese dovrebbe quindi ricevere 146 miliardi nei prossimi due anni e 63 nel 2023.
La parte dei soldi presa a prestito (che, come abbiamo visto, è l’unica che realmente arriverà all’Italia, dato il saldo negativo del dare-avere sulla parte legata ai trasferimenti) dovrà essere gradualmente rimborsata a partire dal 2027 e fino al 31 dicembre 2058.
E’ previsto dall’accordo un pre-finanziamento pari al 10% -per l’Italia 20,9 miliardi- che dev’essere utilizzato per destinazioni in linea coi programmi generali dell’Unione Europea.
Stiamo di conseguenza parlando di risorse che non saranno disponibili prima della tarda primavera 2021, tempi non certo adatti ad interventi di emergenza.

Le condizionalità dell’accordo
Il pasto non è gratis, tocca ripeterlo. E per ottenere i soldi del Recovery Fund (tutti a prestito, a questo punto credo sia chiaro) il percorso è irto di ostacoli, le famose condizionalità.
Per poter accedere ai fondi Ue l’Italia, così come gli altri Stati membri, deve predisporre un Recovery Plan, un piano triennale (2021-2023), che andrà presentato in autunno. E che, se anche verrà giudicato idoneo, sarà sottoposto a revisione nel 2022, prima della ripartizione della tranche di fondi 2023.
I piani andranno predisposti, tenendo conto che il punteggio più alto di valutazione “deve essere ottenuto per quanto riguarda i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese” (punto A19 dell’Accordo).
Le raccomandazioni cui si fa riferimento sono quelle del 2019, essendo saltate, causa pandemia, quelle del 2020 e, per quanto riguarda l’Italia, sono: riforma del fisco, riforma del lavoro, riforma della giustizia, riduzione del debito cui vanno indirizzate tutte le entrate straordinarie, taglio strutturale della spesa pubblica pari a 0,6% del Pil.
Ovvero, il ritorno in grande spolvero della trappola del debito pubblico e delle politiche di austerità.
Se questa è una vittoria, meglio non pensare a quando arriverà una sconfitta.

Chi giudica e decide
Su indicazione della Commissione Europea, che avrà due mesi di tempo per valutare i piani presentati dagli Stati, sarà il Consiglio Europeo a decidere a maggioranza qualificata (55% dei Paesi pari al 65% della popolazione) se approvare il piano. Il via libera è un atto di esecuzione che il Consiglio adotta entro un mese dalla proposta. Ma bisogna soddisfare i target intermedi e finali. Perciò la Commissione chiederà al Comitato economico e finanziario se questi target vengono conseguiti. Se in questa sede, “in via eccezionale”, qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà interrompere l’erogazione dei finanziamenti, chiedendo di affrontare la specifica questione in una riunione apposita del Consiglio Europeo. E’ il famoso “freno a mano” ottenuto dal ‘paradiso fiscale frugale’ dei Paesi Bassi per dare il via libera.
Un percorso sorvegliato passo dopo passo, che per un Paese come il nostro, che già oggi ha un rapporto debito/pil intorno al 150%, rischia di riservare più di una brutta sorpresa.

Prima considerazione
Se è vero che in Europa si è finalmente aperto uno scontro sul profilo dell’Unione Europea, occorre constatare come tale conflitto sia rimasto totalmente all’interno di una visione liberista della dimensione europea.
Prova ne è il fatto che nessuno abbia posto la necessità di affrontare il nodo principale: il ruolo della Banca Centrale Europea e la sua cosiddetta indipendenza (dall’interesse generale, non da quello dei mercati).
Rivendicare un carattere pubblico della Banca Centrale Europea (analogo a quello di tutte le banche centrali del mondo), avrebbe permesso a tutti gli Stati di dotarsi delle risorse necessarie, senza ulteriori gravami sul debito pubblico e soprattutto senza le famigerate condizionalità.

Seconda considerazione
Se è vero che l’Unione Europa ha evitato il tracollo arrivando a sottoscrivere, dopo quattro giorni, un accordo, occorre constatare come tale risultato ne peggiori il profilo di comunità politico-sociale e le capacità d’intervento strategico sulle grandi sfide di questo tempo
Sotto il profilo politico, basti la concessione ai cosiddetti Paesi di Visegrad (Ungheria e Polonia in primis) di svincolare gli aiuti finanziari dal rispetto dello stato di diritto.
Dal punto di vista della strategia d’intervento, basti pensare che, con la nuova ripartizione fra trasferimenti e prestiti (che abbassa notevolmente i primi e aumenta i secondi), vengono tagliati fondi cruciali ai programmi congiunti europei, a partire da quelli relativi alla transizione eco-sostenibile.
Dal punto di vista decisionale, si riafferma, di fatto, un’Unione europea come mera giustapposizione di Stati, ciascuno interessato al proprio interesse nazionale e in diretta competizione con gli altri.
Contrariamente a quanto racconta la narrazione massmediatica, non siamo di fronte a nessun cambio di paradigma nelle nostre istituzioni europee.
Perché, dopo la pandemia niente sia davvero più come prima, diviene urgente, per il prossimo autunno,  predisporre un Recovery Plan delle mobilitazioni sociali. 
[1]È scritto nero su bianco sulla Table A1 Allocation Key, allegata al “Commission Staff Working Document“, (Brussels 27.5.2020, SWD(2020) 98 final).