Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 19 agosto 2020

Una serata con Steve Grossman

 Luciano Granieri


Nel luglio del 1984 il tempo sulla Riviera Adriatica si mostrava abbastanza incerto.  In  particolare, durante la rassegna “Pescara Jazz”, i  concerti di giovedì 19 si tennero a singhiozzo per il continuo susseguirsi di temporali . Il set di Chick Corea, ad esempio,  fu spostato, dal sito usuale del Parco le Naiadi, ad un locale di Pescara di  cui non ricordo il nome. 

Ricordo che si poteva entrare  gratuitamente  solo  se si era in possesso dell'abbonamento per l’intera rassegna  pescarese, ed  era obbligatoria la consumazione, ovviamente a pagamento.  Un piatto di penne all’arrabbiata, arrabbiate solo nel prezzo. Il set di Corea, in piano solo, fu molto bello.  Ma l’impressione fu come se il pianista si risparmiasse, probabilmente contrariato dal fatto di aver dovuto cambiare all’improvviso  l’ambientazione del concerto.  Preferì esaurire il suo, pur stimolante e straordinario  compito,  nel più breve tempo possibile, per poi dedicarsi ai fan e firmare autografi (uno lo conservo anch’io).

 Il  bello  sarebbe venuto  dopo. Finita la sbornia “Coreana” ecco presentarsi sul palco il trio del tenor-sassofonista Steve Grossman. Un formazione  particolare: con lo stesso Grossman, il potente contrabbassista Juni Booth e lo swingante batterista  Joe Chambers. Il set iniziò senza tante presentazioni ed il trio cominciò a sciorinare una serie di standard la cui esecuzione lasciò esterrefatti:   da “Four” a “Star Eyes”, da “Body and Soul” a “Out of Nowhere” , ed altri ancora. 

Tutti brani caratterizzati da una solida impalcatura armonico-melodica, veramente difficili da rendere senza strumenti armonicamente importanti  come il pianoforte o la chitarra. Di solito certe evasioni  da una griglia armonicamente  rigida  partono da forme  in cui l’armonia si basa su pochi accordi, due al massimo tre, vedi ad esempio  “So What” di Miles Davis, oppure   è soppiantata dalla preminenza di  melodie incrociate, contrappuntistiche,  è il caso dei quartetti di Gerry Mulligan, con Chet Baker prima, e con il trombonista Bob Brookmeyer poi, (una formazione con due fiati, contrabbasso e batteria), o ancora essa è contraddistinta da una sequenza di scale e non di accordi. 

Tutti  gli standard, eseguiti da Steve in quel concerto,  hanno  una solida struttura armonica basata su una successione di accordi definita  che  il sassofonista, quella sera,  utilizzò in modo mirabile e originale,  non facendo rimpiangere la mancanza di uno strumento,  come il piano o la chitarra, fondamentali  proprio per suonare quegli accordi.  

Da un lato, grazie alla sapiente collaborazione di Booth e Chambers, la connessione con l’armonia non veniva  mai meno, dall’altro la struttura melodica dell’improvvisazione risultava più libera, piena di fughe in avanti e sperimentazioni inaspettate. Si ebbe la sensazione, quella sera, di trovarsi davanti all’inizio di una nuova era per l’esecuzioni senza pianoforte. Una sperimentazione sviluppata da un vero e proprio capo scuola come  è da ritenersi Steve Grossman.  

Parte di quel materiale finì su due dischi incisi alla fine di luglio dello stesso anno negli studi milanesi  “Studio 7”per la  Red Record. Si tratta di  “Way out East” vol.1 e vol.2 . Acquistai subito il vol. 1 non appena uscì,  impressionato dai ricordi di quel concerto. 

Oggi, a pochi giorni dalla morte di Steve Grossman, l’ho ritirato fuori dalla pila dei miei dischi di jazz l'ho  rigirato fra le mani emozionato, profondamente triste per la morte di un caposcuola, di un musicista dall’immensa orginalità, che, per due ore, o poco più,  catturò  direttamente la mia sfera emotiva ed estetica coinvolgendola totalmente. Grazie Steve e che la terra ti sia lieve.

P.S. Di seguito una definizione di “Jazz” data da Steve Grossman in una intervista realizzata dal mensile “Musica Jazz”, una definizione in cui mi riconosco  pienamente:

Cos’è il jazz per Steve Grossman? Uno stile, un modo di suonare più spontaneo di altri…
"Jazz è una definizione data al tipo di musica che mi piace suonare. È un termine che molti non gradiscono, viene associato al periodo della segregazione e dei bordelli, e alcuni preferiscono chiamarlo musica afroamericana. Io sono ormai a contatto con questa musica da così tanto tempo che mi viene naturale parlare di jazz. Non lo considero uno stile e non faccio caso alle definizioni che la gente usa, in particolare i critici. È la mia vita, il mio modo di comunicare agli altri ciò che sento e mi basta pensare che attraverso quello che faccio trasmetto le mie emozioni a tutti coloro che mi ascoltano."

Quella serata del luglio 1984 Steve ci riuscì pienamente.

Di seguito "Four" tratto da Way Out East vol.1


giovedì 13 agosto 2020

Da un Parlamento di nominati ad un Parlamento di servi

 Luciano Granieri


Perché mai  degli amministratori locali che hanno richiesto il bonus Inps per le partite Iva si sa tutto, nomi cognomi e malefatte, mentre si fa così fatica a conoscere le generalità dei deputati che hanno inoltrato la stessa richiesta?  

La scusa sul rispetto della privacy, avanzata  dal presidente dell’Inps Tridico, già consigliere di Di Maio, messo lì in nome del vecchio e consolidato  “spoils system”  - alla faccia del grillesco  “rivoltiamo il sistema” -  non regge, anzi. Il garante per la protezione dei dati personali, avendo autorizzato la pubblicazione dei nomi,  ha confermato che nel caso in cui sono  coinvolte persone destinatarie di  cariche pubbliche importanti, non solo non si applica la difesa della privacy, ma deve essere trasparente ogni notizia riferita ai redditi e situazioni patrimoniali. Lo  stesso garante ha inviato una richiesta d’informazione all’Inps, aprendo una istruttoria sulla metodologia, a dir poco, sospetta  seguita dall’istituto previdenziale rispetto alla diffusione  dei dati dei beneficiari del bonus. 

A seguito di questi accadimenti, quindi, il capo dell’Inps non poteva fare altro che cedere rendendosi disponibile a rivelare i nomi, qualora il Presidente della Camera Fico ne facesse richiesta.  Una situazione a dir poco kafkiana che sa tanto di tentativo maldestro e fallito di voler screditare l’intero Parlamento, e non i singoli membri così come fatto per le amministrazioni locali, allo scopo di supportare le ragioni del SI al referendum costituzionale sulla diminuzione dei parlamentari. 

Il postulato è: visto che il Parlamento è formato da gaglioffi senza scrupoli, diminuendo il loro numero si limitano le malefatte ai danni della collettività, e si risparmiano soldi. Sicuramente  non tutti i parlamentari sono gaglioffi, ma  resta il fatto che una buona parte di essi è quantomeno incapace, non in grado di portare avanti il mandato che i cittadini gli hanno conferito. Ciò non  dipende dal loro numero ma dal fatto che  non sono stati scelti dai cittadini.  Sono stati "investiti", invece, dai  capibastone di turno, i quali, grazie a leggi elettorali in cui non è prevista la preferenza  (neanche per il Brescellum che andrà in discussione dopo il referendum)  ma liste bloccate formate dalle segreterie, scelgono chi far eleggere in base al grado di fedeltà al padrone, formando così un Parlamento di nominati. 

Con la riduzione del numero dei posti disponibili e senza una legge elettorale che preveda le preferenze, il grado di fedeltà al capo dovrà essere ancora maggiore. Si passerebbe così da un Parlamento di nominati ad un Parlamento di servi, pronti a tutto pur di massimizzare il profitto di un seggio ottenuto  a prezzo finanche dell’umiliazione davanti al padrone, con la conseguente  totale delega del potere legislativo al governo. E allora non ci sarebbero più remore né scrupoli ad approfittare, senza vergogna, di certe odiose prerogative. Altro che richiesta del bonus Inps!

Dal momento che questa, e altre motivazioni, fra le quali lo schieramento sempre più ampio per il NO di personalità istituzionali ed esponenti del Pd -resisi conto, tardivamente ahimè,  della grande corbelleria compiuta nel barattare le sorti di un governo con una riforma costituzionale - stanno disgregando le ragioni del SI,  partito con un favore quasi plebiscitario, ora  ci si attacca ad  operazioni di bassa lega  tipo quella del bonus partite Iva. 

Operazioni misere come furono quelle messe in campo da Renzi all’epoca del referendum costituzionale del 2016. Ve lo ricordate il modo a dir poco fuorviante, se non truffaldino, in cui furono scritti i quesiti referendari, dove si sottintendevano tutti i vantaggi del votare SI? Oppure il coinvolgimento usurpato dei Partigiani veri  (quelli deceduti) e di Enrico Berlinguer che avrebbero votato SI? 

Escamotage da quattro soldi  che alla fine non hanno pagato.   Evidentemente gli Italiani non hanno l’anello al naso e capiscono quando si tenta di imbrogliare perché la forza delle motivazioni è debole ed insostenibile.  A Renzi andò male. A Di Maio e soci? Speriamo pure. Quindi votiamo decisamente NO.

CHI PAGA IL TEATRO TRA LE PORTE?

 Rigenerare Frosinone


Come avrà fatto il Comune di Frosinone, sull’orlo del fallimento,  a finanziare la rassegna culturale “Teatro tra le porte”? Semplice accedendo al “Fondo di Riserva per Integrazione di Somme”, così come approvato dalla delibera di giunta 201/2020 del 30 luglio. Ma è davvero così semplice? Non proprio.

Andiamo con ordine. Per la realizzazione del progetto l’amministrazione ha chiesto alla Regione Lazio  20.000 euro.  Inoltre sono state attivate le procedure per reperire ulteriori risorse attraverso gli sponsor.  Dal momento che non è certo che la Regione conceda i soldi richiesti, e che gli sponsor abbiano la volontà di contribuire,  l’amministrazione Ottaviani ha deciso di raccattare 15.000 euro dal già citato “fondo di riserva per integrazione di somme” in base all’art.166 comma 2 del T.U. n.267/2000,  che recita : “Il fondo è utilizzato, con deliberazione dell’organo esecutivo da comunicare all’organo consiliare nei tempi stabiliti dal regolamento di contabilità, nei casi in cui si verifichino esigenze straordinarie di bilancio o le dotazioni degli interventi di spesa corrente si rivelino insufficienti” .

In pratica all’interno delle previsioni di spesa si deve accantonare una quota da utilizzare nel caso in cui gli esborsi reali siano maggiori di quelli previsti per cause assolutamente urgenti. Il testo parla di “esigenze straordinarie”.  Resta difficile qualificare  “esigenza straordinaria”una manifestazione teatrale pianificata da tempo.  

Di  quanto deve essere la dotazione di questo fondo? Ce lo spiega il comma 1 dell’art. 166. In base al quale esso  non deve essere inferiore allo 0,30%  e non superiore al 2% del totale delle spese correnti di competenza inizialmente previste in bilancio. In soldoni: considerato che nella delibera 34 del 17/07/2020 approvata dal consiglio comunale le spese correnti previste sono 908.527, e ammettendo che il fondo sia costituito dall’aliquota massima, ossia il 2%, questo ammonterebbe a 18.170. Visto che la cifra impegnata è di 15.000 il Teatro tra  le Porte si succhia quasi tutto il supposto fondo di riserva( ammesso e non concesso che sia composto dal 2% della spesa corrente, perché potrebbe essere anche meno) .  La rimanenza, 3.170 euro dovrebbe essere destinata “alla copertura di eventuali spese non prevedibili la cui mancata effettuazione determina danni certi all’amministrazione” come da   art 166 comma 2 ter.

 Resta comunque il fatto che ai 15.000 euro andrebbero sommate le entrate incerte di 20.000 euro da parte della Regione,  e i finanziamenti degli sponsor più che incerti. In pratica il comune di Frosinone per finanziare l’”Ambaradam” del Teatro tra  le Porte ha impegnato, per certo, 15.000 di un fondo destinato a spese imprevedibili e urgenti, il resto al buon cuore di Zingaretti, non certo ben disposto verso Ottaviani,  e dei commercianti che già hanno dimostrato in passato di non essere molto collaborativi.

Quali conclusioni ne trarrà la Corte dei Conti, anche su questa operazione, non è dato sapere. Resta il fatto che forse aprire la procedura di dissesto per il Comune Di Frosinone  costerà molto in termini sociale , ma almeno ci si libererà di una giunta fallimentare che, proseguendo nella sua politica dissennata  di bilancio non farà altro che prolungare una tragica  agonia, fino al 2022. Dove veramente poi  non ci saranno rimasti neanche gli occhi per piangere.


mercoledì 12 agosto 2020

LA PAROLA A TERRACINI

 

UMBERTO TERRACINI ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE: II SOTTOCOMMISSIONE SEDUTA DEL 18.09.1946 E COMMISSIONE PER LA COSTITUZIONE SEDUTA DEL 27 GENNAIO 1947.


 – «il numero dei componenti un’assemblea deve essere in certo senso proporzionato all’importanza che ha una nazione, sia dal punto di vista demografico, che da un punto di vista internazionale»;

– «la diminuzione del numero dei componenti […] sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni»;

– «se nella Costituzione si stabilisse l’elezione di un Deputato per ogni 150 mila abitanti, ogni cittadino considererebbe quest’atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare»;

– quanto alle spese «ancora oggi non v’è giornale conservatore o reazionario che non tratti questo argomento così debole e facilone. Anche se i rappresentanti eletti nelle varie Camere dovessero costare qualche centinaio di milioni di più, si tenga conto che di fronte ad un bilancio statale che è di centinaia di miliardi, l’inconveniente non sarebbe tale da rinunziare ai vantaggi della rappresentanza»;

– «le argomentazioni contrarie […] in realtà sembra che riflettano certi sentimenti di ostilità, non preconcetta, ma abilmente suscitata fra le masse popolari contro gli organi rappresentativi nel corso delle esperienze che non risalgono soltanto al fascismo, ma assai prima, quando lo scopo fondamentale delle forze anti progressive era la esautorazione degli organi rappresentativi rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni».

venerdì 7 agosto 2020

Musinbanchi per liberare Trisulti

 Luciano Granieri


Dopo due marce ecco la terza manifestazione per liberare la Certosa di Trisulti dall'occupante sovranista Benjamin Harnwell fido scudiero di Steve Bannon. Un pic nic, presso il bosco delle Cappellette,  con esibizione di musicisti e attori che hanno condiviso la necessità di far tornare la Certosa di Trisulti bene collettivo. La Certosa è un sito culturale, dal valore inestimabile, che non può essere gestito da privati perchè, essendo dello Stato, deve rimanere nella disponibilità di tutta la collettività, religiosa e laica. Per la "dabbenaggine" di un ministro, attualmente tornato in carica dopo la parentesi giallo-verde, il bene è stato affidato a chi vuole farne una scuola dove formare i prossimi "Salvini e Meloni" guerrieri della cultura giudaico cristiana, ma anche fascista e razzista. Per liberare il bene da questa occupazione, oltre che appoggiare ogni passaggio legale da parte dell'Avvocatura dello Stato e della magistratura, teso a dimostrare l’illegittimità  di una concessione dai requisiti probabilmente non idonei, si continua a lottare affinchè la Certosa di Trisulti torni ad essere bene collettivo. Una rivendicazione da rafforzare attraverso ulteriori manifestazioni pacifiche ma incisive. Perché in fondo va ricordato che se Benjamin Harnwell occupa ancora la Certosa, e addirittura presenzia all’evento organizzato per mandarlo via, lo si deve alla completa insipienza del ministro attuale che concedendo il bene ai suprematisti bianchi di  DHI quando era a capo del dicastero durante il governo Renzi-Gentiloni, ha mostrato insensibilità istituzionale e ignoranza costituzionale. E ancora oggi la sua azione, e quella del ministero che dirige, non sembra così convinta e incisiva nel voler restituire alla popolazione ciò che ad essa spetta di diritto.


  

domenica 2 agosto 2020

Bologna 1980: strage fascista e imperialista



La strage compiuta alla stazione di Bologna quaranta anni fa, il 2 agosto 1980, fu il culmine della strategia del terrore nel nostro paese, uno dei più gravi massacri terroristi avvenuti in Europa nel secondo dopoguerra.

L’esplosivo di origine militare collocato nella sala d’aspetto della seconda classe, uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. Una vera e propria operazione di guerra, premeditata e annunciata (tre giorni prima vi fu una mancata strage al Comune di Milano).

Le sentenze giudiziarie hanno individuato gli esecutori della strage in una banda di fascisti, tra cui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, oggi entrambi liberi pur essendo colpevoli di 96 omicidi.

Sono stati condannati ufficiali del Sismi, il generale Pietro Musumeci e il ten. colonnello Giuseppe Belmonte, assieme a Licio Gelli e a Francesco Pazienza, per le attività di depistaggio.

Basta osservare questo connubio per comprendere quale apparato ha agito nella strage di Bologna.

L’intoccabile Gelli era il capo della Loggia massonica P2, una sorta di “governo parallelo” direttamente collegato agli USA. Recentemente la procura di Bologna lo ha indicato come l’organizzatore e il finanziatore della strage assieme al suo braccio destro Ortolani, il senatore fascista Tedeschi e il prefetto D’Amato, capo dell’ufficio affari riservati del Viminale.

Il “faccendiere” Pazienza, oltre a essere un collaboratore del Sismi, era in strettissimi rapporti con i repubblicani USA e con il generale Haig, già vice di Kissinger, comandante della NATO in Europa e segretario di Stato USA.

Gli alti ufficiali del Sismi sono sempre stati gestiti dalle strutture atlantiche, in funzione del mantenimento di equilibri funzionali agli USA, della provocazione, della disinformazione e dell’inquinamento delle indagini per non far emergere la verità.

Quanto ai fascisti non si tratta di semplici “manovali del terrore”, ma di elementi inseriti negli apparati dello Stato, killer al soldo della P2, agenti di Gladio (la Stay Behind italiana, struttura segreta composta da militari e civili, dipendente dalla CIA), attivati da queste strutture per compiere attentati, tentativi di golpe, stragi.

Ciò ci consente di trarre una prima conclusione sulla matrice della carneficina.

Nella strage di Bologna si sono attivati come preparatori, esecutori e depistatori dei criminali appartenenti a un network della strategia della tensione e del terrore creato in Italia durante il secondo conflitto mondiale, composto da fascisti, piduisti, apparati dei servizi, delle forze armate e “dell’ordine”, politicanti e alti burocrati reazionari, alte gerarchie ecclesiastiche, massoneria, banchieri, mafia, camorra e altre organizzazioni criminali.

Una struttura illegale, coperta dal segreto di Stato, il cui collante era la P2, la cui direzione e controllo sono sempre stati nelle mani dell’imperialismo USA, attraverso le sue articolazioni: governo federale, Dipartimento di Stato, ambasciate, Pentagono, NATO, CIA e altri servizi segreti militari statunitensi (la “piramide superiore”, mai individuata nei processi).

Questo apparato – occulto ma non “deviato” in quanto svolge fedelmente un compito essenziale per la difesa dell’ordine borghese interno e internazionale - ha ispirato, pianificato, attuato e coperto tutte le stragi avvenute nel nostro paese, che sono legate da unico filo conduttore: destabilizzare per stabilizzare la situazione in modo favorevole ai settori più reazionari della borghesia e agli interessi statunitensi, bloccare sviluppi politici e sociali a favore della classe operaia e delle masse popolari.

La strage di Bologna è il crimine più efferato commesso da quest’apparato di terrore e di guerra, che all’interno della sua strategia perseguiva obiettivi politici specifici, ben inseriti nel contesto politico dell’epoca.

In Italia era in carica il secondo governo presieduto dal “sovraintendente” della Gladio, Francesco Cossiga, sostenuto da DC, PSI e PRI, zeppo di piduisti, allora presenti in ogni ganglio dello Stato, dell’economia, dei media.

Con la strage di Bologna, che ha generato paura, insicurezza e allarme sociale, si creavano condizioni favorevoli alla trasformazione reazionaria dello Stato, in linea con il piano di “Rinascita democratica“ della P2, esplicitato da Gelli due mesi dopo in un’intervista: Repubblica presidenziale, revisione completa della Costituzione e cancellazione dello Statuto dei lavoratori.

Uno Stato autoritario e poliziesco, per spianare la strada ai padroni (pochi mesi dopo la strage ci fu la sconfitta operaia alla Fiat), limitare le stesse libertà democratico-borghesi, mantenere e rafforzare al potere i gruppi oligarchici che erano i beneficiari del piano eversivo della P2, che ancora oggi ispira i politicanti borghesi.

Ma la sola lettura interna non è sufficiente per capire come dietro la strage vi fosse una convergenza di interessi e obiettivi più complessa e vasta.

Nel 1980 la superpotenza americana era impegnata in un’offensiva strategica per vincere la guerra fredda e imporre la sua incontrastata egemonia mondiale.

Si diffondeva nel mondo il neoliberismo, veniva eletto il papa anticomunista Wojtyla per disgregare il blocco dell’est; l’instabilità internazionale e l’escalation militare vedevano un ulteriore aggravamento con lo schieramento - anche in Italia, punto cruciale della guerra fredda - degli euromissili americani puntati contro un’Unione Sovietica che, avviata da tempo sulla strada del revisionismo, si impantanava nella guerra afgana e andava verso la dissoluzione.

L’impegno italiano sugli euromissili era incerto e il consenso politico fragile. La CIA temeva che gli euromissili sarebbero divenuti merce di scambio nei negoziati interni al circo politico italiano per la formazione di un nuovo governo.

Si era inoltre in un momento in cui la diplomazia italiana ed europea, per perseguire i propri interessi durante la seconda crisi petrolifera, invitava al dialogo euro-arabo sui problemi energetici e si mostrava ipocritamente favorevole alla causa palestinese. Nella dichiarazione di Venezia del Consiglio europeo del 13 giugno 1980, nella quale si cercavano di tenere insieme differenti e concorrenti interessi di diverse frazioni della borghesia imperialista, per la prima volta si riconobbe il diritto all'autodeterminazione dei palestinesi.

Tali scelte politiche non erano tollerate né dagli USA, che attaccarono la dichiarazione, né da Israele, che reagì proclamando Gerusalemme capitale “eterna e indivisibile” dello Stato sionista.

Il 27 giugno 1980 avvenne la strage di Ustica. Un DC9 dell’Itavia in volo da Bologna a Palermo fu abbattuto lungo un’aerovia dove vi era un intenso traffico militare: caccia della NATO impegnati in un’operazione contro un “paese ostile” (la Libia di Gheddafi). 81 i morti, “danno collaterale” di un’azione di guerra non dichiarata nel Mediterraneo, regione dove si scaricavano le tensioni internazionali. Una strage nascosta dallo Stato per decenni dietro un cinico muro di gomma.

In questo scenario si colloca la strage di Bologna, che può essere letta come un terribile avvertimento e un feroce condizionamento volti a stroncare qualsiasi gioco su più tavoli, qualsiasi politica contrastante con gli interessi atlantici e ribadire il principale “vincolo esterno” del nostro paese.

Questo anche a costo di un conflitto fra forze e apparati della borghesia italiana che ha comunque sempre seppellito sotto la “doppia lealtà” l’individuazione dei mandanti e dei moventi delle stragi, gettando nel fango l’indipendenza e la sovranità popolare. 

La piena verità e la giustizia su Bologna, come su Ustica e le altre stragi, non potrà arrivare dalla magistratura o da altre istituzioni borghesi. Ciò metterebbe in discussione gli assetti di potere vigenti e la collocazione internazionale dell’Italia, potenza imperialista subordinata agli USA. La sovranità limitata, la stretta sorveglianza e le gravi restrizioni della libertà politica cui è sottoposto il nostro paese, sono sempre state accettate dalla classe dominante come condizioni per proteggere il suo sistema di sfruttamento, opprimere e rapinare i popoli dipendenti.

Mentre continuiamo a lottare per denunciare e smascherare le trame reazionarie e stragiste, squarciare il muro di protezioni, reticenze e omertà politiche che hanno coperto mandanti ed esecutori delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, mentre solidarizziamo con i familiari delle vittime, affermiamo che solo il proletariato, conquistando il potere politico e divenendo forza dirigente nel nostro paese, potrà fare finalmente chiarezza sulle stragi, abolire il segreto di Stato e pubblicare i protocolli segreti, farla finita con gli apparati del terrore e le basi di guerra USA e NATO, che sono costati tanti lutti e tante disgrazie per il nostro popolo.

Coordinamento Comunista Lombardia (CCL) – coordcomunistalombardia@gmail.com

Coordinamento comunista toscano (CCT) – coordcomtosc@gmail.com

Piattaforma Comunista - per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia – teoriaeprassi@yahoo.it


mercoledì 29 luglio 2020

Il jazzista di strada

Luciano Granieri.




Il jazzista di strada dove lo metti suona. Suona nei club, certamente, ma lo puoi trovare nei posti più impensati, soprattutto d’estate. 

Se da una piazza senti le note di” Lady Bird”, girando l’angolo  li trovi li. Sono loro.  I jazzisti di strada. Con  il batterista che swinga su  un malfermo piatto reso instabile dai sanpietrini. 

Se da una via sale  una coinvolgente  improvvisazione su  “Now’s  The Time”, affacciandoti dalla terrazza sovrastante,  ti  accorgi che sono sempre loro, creativi, brillanti, magari alle prese con un’amplificazione non eccellente,  che comunque non ne influenza più di tanto  la performance …..e nessuno se ne accorge. 

Addirittura può capitare di ascoltare “Blue Bossa” provenire dagli alberi di un bosco. Sono ancora  i jazzisti di strada   che diffondono quei fraseggi.  Suonano  sassofoni , bassi, chitarre  usando  altoparlanti a batteria, per non disturbare troppo la natura con generatori  di corrente ed altre diavolerie.

Perché il jazzista da strada dove lo metti suona? Perché ama il jazz. Perché ama condividere con gli altri suoni ed emozioni. Ma anche perché   il jazzista di  strada ha una grande sensibilità umana,  una  precisa coscienza civile e sociale.  Dove  c’è  da suonare per una causa giusta,  lui  suona.  

Questo, e i complimenti di chi ascolta,  lo  ricompensano abbondantemente,  anche se non disdegna,  comunque,   una qualche remunerazione. 

Il più delle volte il compenso    si concretizza  in un piatto di pasta, in  un panino e una bottiglia di vino. In altri casi, pochi, arriva qualche spiccio. Il  jazzista di strada, proprio perché di strada, è puntiglioso, cura ogni particolare del brano, dallo svolgimento  armonico alla ricerca melodica nell’improvvisazione,  alla varietà ritmica.  

Certo il jazzista di  strada sogna un  palco vero  con tanto di service, e quanto serve per la riuscita di un’eccellente performance.  Ma poi, quando suona un blues  al chiarore della luna, e vede la gente in piazza  battere il piede coinvolta e soddisfatta,  sente il cuore riempirsi di gioia.