Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 7 settembre 2020

Referendum all'osteria

 Luciano Granieri



Tacci loro  corrotti e venduti tutti dentro  ar  parlamento!  Meno male che hanno deciso di diminuilli  sti’ zozzoni, e stanno pure a perde  tempo a fa’  e'referendum! Io voterò Si , contro la Casta e contro la corruzione di questi disonesti che ce se sta’ a magna’”.

A Matte’ – Matteo  è il nome dell’avventore che sta inveendo contro la casta- ma allora perché tutti i parlamentari , gli zozzoni che tu dici,  pe’ la maggior parte votano Si? Che so’ tutti scemi votano contro se stessi? “ Risponde  un certo Carlo scostandosi dal bancone

Matteo: “E che ne so’, madonna stai sempre a sottilizzà!  Perché sanno che tutti votano Si e anche loro, pe’ fasse belli, dicono che so’ d’accordo, ma sotto sotto voteranno No.

Carlo:Ma nun sarà che, se so’ tutti zozzoni,   come dici,   meno so’,   più se possono vende mejo  e meno costa compralli ai  coruttori birbaccioni? Perché si ce stà er  corotto ce starà pure er coruttore o no?”

Matteo: “E vabbe’ io stavo a di’ cosi’… mo quarcuno de onesto ce pure starà la in mezzo! ……”

Carlo:Ecco appunto.  E secondo te se i posti so’ de meno chi c’ha più possibilità d’entrà? Chi se vende e se raccomanna meglio, o l’omo onesto?”

Matteo: “Ma che me stai a cojona’ ? Mo  i posti meno li vonno gli zozzoni pe’ caccià gli onesti?”

Carlo: “Nun lo so’ sta storia degli zozzoni l’hai messa in mezzo tu, io na’  cosa so’, che meno so certi posti de responsabilità e de cuccagna  e più sordi ce vonno  pe’ arivacce. A Mattè la morale è sempre la stessa a rimettece semo sempre noi poracci.”

Matteo: “Ma che stai a di!, Tu co’ sta storia che noi poracci semo sempre de più e i signori sempre de meno ce sei andato in fissa.  La  verità è che se nun ce fossero sti zozzi neri a rubbacce er lavoro staremmo tutti mejo........

Carlo:Certo che pure tu ce  sta in fissa co’ sti neri che ce vengono a rubbà er lavoro……”

Matteo:Vabbè tornamo ar referendum. Come sarebbe che noi poracci ce dovemo rimette?”

Carlo:Meno so’ i posti in parlamento e più euri  ce vonno pe’ fa la campagna elettorale e allora si che quarche sordo da li signori coruttori te lo devo pijà e te devi fa pecorone pe’ fatte candidà dar lupo che commanna ner partito. E se pure ce fosse quarcuno disposto a andà lì pe’ difende i diritti dei poracci, come ce potrebbe anna’ senza chiede i sordi ai quelli che i poracci nun li ponno poprio vede’?”

Matteo:Mo nun ce sto’ a capì più niente…….me sa' che a votà nun ce vado.”

Carlo: “Noooo  ce devi anna’!!!!  e devi votà No.  Perché armeno in mezzo agli zozzoni quarche omo bono che difende noi poracci in parlamento ce potrà anna’, così anche noi poracci potremmo dì de avè potuto  sceje ”

Matteo: “Nun lo so’ famose un quarto e na’gazzosa, ce penso….. me sa’ che  e alla fina   vado a votà No.”

Carlo: “Ecco bravo famose sto’ quartino e a morte i tirannie  e gli zozzoni, vabbene mo?”

giovedì 3 settembre 2020

Ladies and gentleman ecco a voi i Mobius Strip

 Luciano Granieri



E’ una calda serata in quel di Fontana Liri.  Sul  palco, ricavato da una piazzetta rialzata  antistante il Municipio, stazionano una serie di strumenti  poco illuminati dai riflettori visto che all’inizio del concerto manca  più di mezz’ora. Sapete com’è in tempi di Covid, uno cerca di arrivare prima. 

L’attrazione è il concerto del Ialsax quartet. Un gruppo di quattro sax capitanato da Gianni Oddi al soprano (remember Saxes Machine), Filiberto Palermini all’alto, (deus ex machina di tutto ciò che è sassofono nella provincia di Frosinone e oltre), il bravissimo (melodicamente, armonicamente e ritmicamente) Alessandro Tomei al tenore, e Marco Guidolotti al baritono (straordinario arrangiatore oltre che finissimo esecutore). 

Ma torniamo agli strumenti sul palco destinati  al  gruppo che si esibirà prima dei quattro maestri del sassofono. In penombra, scusate l’immagine contrastante,  spicca una batteria che per conformazione di piatti e tamburi  mi sembra di aver già visto da qualche parte, anche la marca è la stessa. All’inizio non ci faccio molto caso, ma poi torno a riguardare quell’agglomerato di pelli e cimbali, e mi convinco ancora di più  che la sua immagine non mi è nuova.  Del resto un batterista, anche se dilettante (molto dilettante) come il sottoscritto, squadra sempre le batterie che si trova davanti. 

Infine ecco l’illuminazione!. Quella sembra proprio la batteria  di Will Kennedy, lo straordinario batterista che - insieme allo straripante bassista  Dane Alderson, Russell Ferrante alla tastiere e il condottiero assoluto Bob Mintzer ai  sax, da vita al gruppo fusion jazz rock Yellowjackets, uno dei miei preferiti. Ma che suonano gli Yellow? Eccitato riguardo la locandina del concerto. 

Il gruppo che precede i sassofonisti si chiama Mobius  Strip. Chi dovrebbe sedere dietro quei tamburi è Davide Rufo accompagnato da Eros Capoccitti al basso, Nico Fabrizi ai sax, Lorenzo Cellupica alle tastiere. La conduttrice ci informa che i quattro ragazzi, si tratta di musicisti  sorani molto giovani, presentano un repertorio jazz-rock e fusion, ricco di contaminazioni con altri stili. Hanno già un Cd all’attivo, intitolato con il loro nome –Mobius Strip per l’appunto- inciso per la Musea Record, un’erichetta francese (francese?) e che hanno accompagnato nel corso di una tournee negli Stati Uniti i “la rinnovata premiata ditta ”Soft Machine, un’icona della fusion rock jazz. Caspita che curriculum!

 I quattro salgono sul palco e cominciano a sciorinare una musica  quantomeno sorprendente, almeno per me che non li conoscevo. Deja Vu il brano che apre il concerto, presenta indubbiamente gli schemi compositivi degli Yellowjackets, con lo stesso rigore negli arrangiamenti,  ma è di fatto una espressione originale, così come gli altri brani che si susseguono uno dopo l’altro facendo crescere il climax emotivo,  con intense  suggestioni ritmiche, pluriritmiche , armoniche,  e soluzioni melodiche  spettacolari che ti coinvolgono totalmente. 

Una dimostrazione  di come  si possa  partire da schemi consolidati per poi sviluppare un discorso assolutamente nuovo. Un viaggio che passa per i Soft Machine, Spyro Gyra, Steps Ahead,   finanche il Perigeo degli anni ’70, ma approda ad una costruzione creativa originale, dove la maestria tecnica, immensa per quattro ragazzi così giovani, si estrinseca in modo corale, senza sortite solistiche di maniera o ridondanti. 

Virtuosismi al servizio della collettività e di un risultato assolutamente straordinario. Dietro quella batteria non siede Will Kennedy, ma il giovane Davide Rufo. Con tutta sincerità non me ne sono accorto, anzi me ne sono proprio scordato,  così come tutto il gruppo ha fatto dimenticare ogni riferimento ad altre band. Non erano gli Yellows Jacket, né i Soft Machine né  i molteplici figli di Bitches Brew, erano i Mobius Strip in tutto il loro splendore di tecnica e sensibilità musicale. 

Non si capisce perché talenti del genere abbiano dovuto incidere per un’etichetta francese. Ma i nostri discografici  ne capiscono di musica? Forse mostrano più attenzione alle visualizzazioni su Youtube, ma la musica, quella buona, si fa da altre parti. Grazie ai Mobius Strip per la bellissima e stimolante serata di musica che ci hanno regalato.




domenica 23 agosto 2020

Trisulti: l'incriminazione di Bannon aggrava le responsabilità di Franceschini.

Luciano Granieri


Impazza su stampa,  media e social media, la soddisfazione per l’arresto  di Steve Bannon  da parte di associazioni e movimenti impegnati nella lotta per liberare la Certosa di Trisulti dalla presenza della DHI, (Dignitatis Humanae  Institute). Associazione religiosa di ultra destra finanziata dallo stesso ex stratega  di Donald Trump. 

Ricordando che il capo dell’alt right è già fuori,  avendo pagato una cauzione di 5 milioni di dollari, la notizia di una possibile truffa ordita da Steve Bannon ai danni di sprovveduti sovranisti  che hanno creduto di affidare all’amico americano di Salvini e Meloni i denari necessari ad  edificare il muro ai confini con il Messico per impedire l’ingresso degli immigrarti - soldi usati invece per finalità del tutto personali -non mi sorprende. E’ un  modo di fare di tali  personaggi, turlupinare i propri elettori e fan, estorcendo soldi in nome della lotta contro l’immigrato e la difesa del maschio bianco, giudaico cristiano, per poi, con quei denari ,  coltivare le proprie consorterie e speculazioni .  

A seguito dell’incriminazione di Bannon, si sono rinnovate le attenzioni verso Benjamin Harnwell. L’uomo della DHI posto a guardia della Certosa di Trisulti,  luogo deputato all’insediamento della scuola dei gladiatori  giudaico cristiani. 

La logica del discorso è la seguente. Il fatto che sia in corso un procedimento per la revoca della gestione della Certosa,  mosso dal Mibact attraverso l’avvocatura dello Stato,  per non conformità al bando dei requisiti  della   DHI (anche se nel 2017 proprio il   Mibact guidato dal ministro Franceschini  accolse quei requisiti),  il fatto che ad esso si  sia aggiunta  un’inchiesta penale sulla concessione condotta dal pm  Carlo Villani, e la sezione regionale  della Corte dei Conti abbia citato  in giudizio la DHI per morosità a seguito del mancato pagamento  del canone d’affitto 2018, unito all’arresto di Bannon,  dovrebbe dimostrare la natura non proprio irreprensibile della DHI, e dunque accelerarne la cacciata da Trisulti. 

Tutto giusto se non fosse che se Harnwell è ancora lì,  nonostante tutto,  non fa altro che esercitare un diritto concessogli dallo Stato ancora pienamente valido. Sta ora alle istituzioni dimostrare che tutta la procedura è  stata illegale. 

Mettiamo in fila gli accadimenti. Nel giugno 2017 il Mibact, guidato dal ministro Franceschini, concede la certosa alla DHI, validando i requisiti presentati.  Durante il governo giallo-verde il nuovo inquilino del ministero, Alberto Bonisoli,  M5S , forse per una sorta di rivalsa contro lo strapotere della Lega, che in quel periodo stava mettendo  all’angolo i compagni d’avventura governativa  penta stellati, e sotto la pressione di associazioni e movimenti, i quali agirono per via giudiziaria in autotutela, si accorge che i requisiti della DHI non sono conformi al bando e avvia la procedura di revoca, siamo nel maggio 2019. 

Dopo l’ubriacatura del Papeete torna al timone del Mibact il ministro Franceschini, lo stesso che per sua ammissione nel 2017 aveva concesso la Certosa, in base a” valutazioni superficiali”. Franceschini prosegue l’iter di revoca, annullando il decreto di affidamento alla DHI del 16 giugno 2017 emesso quando alla guida del Ministero c'era lo stesso esponente Dem. Cioè il ministro agisce contro se stesso e questa è una delle motivazioni  per cui il Tar di Latina accoglie l’impugnazione  della DHI contro il provvedimento di revoca, oltre a non riconoscere gli interventi oppositivi delle associazioni locali in appoggio al Mibact, proprio perché non considerate dal Mibact stesso. 

Ora la pratica è al Consiglio di Stato, ma la superficialità di Franceschini, a quanto pare, è reiterata e si estende  anche alle  procedure di revoca. Inoltre in recenti interviste Benjamin Harnwell afferma che aveva contattato i funzionari del ministero nove mesi prima la redazione del bando chiedendo se la DHI avesse i requisiti per partecipare,  ricevendone riscontro positivo. Domanda: come fa il ministero ad assicurare un concorrente privato sulla bontà dei propri requisiti  per partecipare ad una gara pubblica quando i termini del bando  medesimo ancora non sono stati redatti? 

Se quanto affermato da Harnwell fosse vero, si prefigurerebbe il reato di turbativa d’asta, e se non fosse vero, concorrerebbero le condizioni per denunciare Benjamin per diffamazione e il Mibact, nel caso,  dovrebbe farlo. Non sappiamo se Franceschini denuncerà Harnwell, in ogni caso la vicenda mette in evidenza come le responsabilità maggiori siano proprio del ministro Dem che ha mostrato superficialità nel concedere il bene, superficialità presso l’Avvocatura dello Stato nel proseguire l’iter di revoca. 

La notizia dell’incriminazione di Bannon non fa altro che aggravare queste responsabilità. Ecco perché dopo due marce e un “pic nic Woodstock”  a Trisulti , il prossimo passo dovrebbe essere una gita a Roma sotto il Ministero per i Beni le Attività Culturali ed il Turismo per chiedere decisamente le dimissioni di Dario Franceschini.


mercoledì 19 agosto 2020

Una serata con Steve Grossman

 Luciano Granieri


Nel luglio del 1984 il tempo sulla Riviera Adriatica si mostrava abbastanza incerto.  In  particolare, durante la rassegna “Pescara Jazz”, i  concerti di giovedì 19 si tennero a singhiozzo per il continuo susseguirsi di temporali . Il set di Chick Corea, ad esempio,  fu spostato, dal sito usuale del Parco le Naiadi, ad un locale di Pescara di  cui non ricordo il nome. 

Ricordo che si poteva entrare  gratuitamente  solo  se si era in possesso dell'abbonamento per l’intera rassegna  pescarese, ed  era obbligatoria la consumazione, ovviamente a pagamento.  Un piatto di penne all’arrabbiata, arrabbiate solo nel prezzo. Il set di Corea, in piano solo, fu molto bello.  Ma l’impressione fu come se il pianista si risparmiasse, probabilmente contrariato dal fatto di aver dovuto cambiare all’improvviso  l’ambientazione del concerto.  Preferì esaurire il suo, pur stimolante e straordinario  compito,  nel più breve tempo possibile, per poi dedicarsi ai fan e firmare autografi (uno lo conservo anch’io).

 Il  bello  sarebbe venuto  dopo. Finita la sbornia “Coreana” ecco presentarsi sul palco il trio del tenor-sassofonista Steve Grossman. Un formazione  particolare: con lo stesso Grossman, il potente contrabbassista Juni Booth e lo swingante batterista  Joe Chambers. Il set iniziò senza tante presentazioni ed il trio cominciò a sciorinare una serie di standard la cui esecuzione lasciò esterrefatti:   da “Four” a “Star Eyes”, da “Body and Soul” a “Out of Nowhere” , ed altri ancora. 

Tutti brani caratterizzati da una solida impalcatura armonico-melodica, veramente difficili da rendere senza strumenti armonicamente importanti  come il pianoforte o la chitarra. Di solito certe evasioni  da una griglia armonicamente  rigida  partono da forme  in cui l’armonia si basa su pochi accordi, due al massimo tre, vedi ad esempio  “So What” di Miles Davis, oppure   è soppiantata dalla preminenza di  melodie incrociate, contrappuntistiche,  è il caso dei quartetti di Gerry Mulligan, con Chet Baker prima, e con il trombonista Bob Brookmeyer poi, (una formazione con due fiati, contrabbasso e batteria), o ancora essa è contraddistinta da una sequenza di scale e non di accordi. 

Tutti  gli standard, eseguiti da Steve in quel concerto,  hanno  una solida struttura armonica basata su una successione di accordi definita  che  il sassofonista, quella sera,  utilizzò in modo mirabile e originale,  non facendo rimpiangere la mancanza di uno strumento,  come il piano o la chitarra, fondamentali  proprio per suonare quegli accordi.  

Da un lato, grazie alla sapiente collaborazione di Booth e Chambers, la connessione con l’armonia non veniva  mai meno, dall’altro la struttura melodica dell’improvvisazione risultava più libera, piena di fughe in avanti e sperimentazioni inaspettate. Si ebbe la sensazione, quella sera, di trovarsi davanti all’inizio di una nuova era per l’esecuzioni senza pianoforte. Una sperimentazione sviluppata da un vero e proprio capo scuola come  è da ritenersi Steve Grossman.  

Parte di quel materiale finì su due dischi incisi alla fine di luglio dello stesso anno negli studi milanesi  “Studio 7”per la  Red Record. Si tratta di  “Way out East” vol.1 e vol.2 . Acquistai subito il vol. 1 non appena uscì,  impressionato dai ricordi di quel concerto. 

Oggi, a pochi giorni dalla morte di Steve Grossman, l’ho ritirato fuori dalla pila dei miei dischi di jazz l'ho  rigirato fra le mani emozionato, profondamente triste per la morte di un caposcuola, di un musicista dall’immensa orginalità, che, per due ore, o poco più,  catturò  direttamente la mia sfera emotiva ed estetica coinvolgendola totalmente. Grazie Steve e che la terra ti sia lieve.

P.S. Di seguito una definizione di “Jazz” data da Steve Grossman in una intervista realizzata dal mensile “Musica Jazz”, una definizione in cui mi riconosco  pienamente:

Cos’è il jazz per Steve Grossman? Uno stile, un modo di suonare più spontaneo di altri…
"Jazz è una definizione data al tipo di musica che mi piace suonare. È un termine che molti non gradiscono, viene associato al periodo della segregazione e dei bordelli, e alcuni preferiscono chiamarlo musica afroamericana. Io sono ormai a contatto con questa musica da così tanto tempo che mi viene naturale parlare di jazz. Non lo considero uno stile e non faccio caso alle definizioni che la gente usa, in particolare i critici. È la mia vita, il mio modo di comunicare agli altri ciò che sento e mi basta pensare che attraverso quello che faccio trasmetto le mie emozioni a tutti coloro che mi ascoltano."

Quella serata del luglio 1984 Steve ci riuscì pienamente.

Di seguito "Four" tratto da Way Out East vol.1


giovedì 13 agosto 2020

Da un Parlamento di nominati ad un Parlamento di servi

 Luciano Granieri


Perché mai  degli amministratori locali che hanno richiesto il bonus Inps per le partite Iva si sa tutto, nomi cognomi e malefatte, mentre si fa così fatica a conoscere le generalità dei deputati che hanno inoltrato la stessa richiesta?  

La scusa sul rispetto della privacy, avanzata  dal presidente dell’Inps Tridico, già consigliere di Di Maio, messo lì in nome del vecchio e consolidato  “spoils system”  - alla faccia del grillesco  “rivoltiamo il sistema” -  non regge, anzi. Il garante per la protezione dei dati personali, avendo autorizzato la pubblicazione dei nomi,  ha confermato che nel caso in cui sono  coinvolte persone destinatarie di  cariche pubbliche importanti, non solo non si applica la difesa della privacy, ma deve essere trasparente ogni notizia riferita ai redditi e situazioni patrimoniali. Lo  stesso garante ha inviato una richiesta d’informazione all’Inps, aprendo una istruttoria sulla metodologia, a dir poco, sospetta  seguita dall’istituto previdenziale rispetto alla diffusione  dei dati dei beneficiari del bonus. 

A seguito di questi accadimenti, quindi, il capo dell’Inps non poteva fare altro che cedere rendendosi disponibile a rivelare i nomi, qualora il Presidente della Camera Fico ne facesse richiesta.  Una situazione a dir poco kafkiana che sa tanto di tentativo maldestro e fallito di voler screditare l’intero Parlamento, e non i singoli membri così come fatto per le amministrazioni locali, allo scopo di supportare le ragioni del SI al referendum costituzionale sulla diminuzione dei parlamentari. 

Il postulato è: visto che il Parlamento è formato da gaglioffi senza scrupoli, diminuendo il loro numero si limitano le malefatte ai danni della collettività, e si risparmiano soldi. Sicuramente  non tutti i parlamentari sono gaglioffi, ma  resta il fatto che una buona parte di essi è quantomeno incapace, non in grado di portare avanti il mandato che i cittadini gli hanno conferito. Ciò non  dipende dal loro numero ma dal fatto che  non sono stati scelti dai cittadini.  Sono stati "investiti", invece, dai  capibastone di turno, i quali, grazie a leggi elettorali in cui non è prevista la preferenza  (neanche per il Brescellum che andrà in discussione dopo il referendum)  ma liste bloccate formate dalle segreterie, scelgono chi far eleggere in base al grado di fedeltà al padrone, formando così un Parlamento di nominati. 

Con la riduzione del numero dei posti disponibili e senza una legge elettorale che preveda le preferenze, il grado di fedeltà al capo dovrà essere ancora maggiore. Si passerebbe così da un Parlamento di nominati ad un Parlamento di servi, pronti a tutto pur di massimizzare il profitto di un seggio ottenuto  a prezzo finanche dell’umiliazione davanti al padrone, con la conseguente  totale delega del potere legislativo al governo. E allora non ci sarebbero più remore né scrupoli ad approfittare, senza vergogna, di certe odiose prerogative. Altro che richiesta del bonus Inps!

Dal momento che questa, e altre motivazioni, fra le quali lo schieramento sempre più ampio per il NO di personalità istituzionali ed esponenti del Pd -resisi conto, tardivamente ahimè,  della grande corbelleria compiuta nel barattare le sorti di un governo con una riforma costituzionale - stanno disgregando le ragioni del SI,  partito con un favore quasi plebiscitario, ora  ci si attacca ad  operazioni di bassa lega  tipo quella del bonus partite Iva. 

Operazioni misere come furono quelle messe in campo da Renzi all’epoca del referendum costituzionale del 2016. Ve lo ricordate il modo a dir poco fuorviante, se non truffaldino, in cui furono scritti i quesiti referendari, dove si sottintendevano tutti i vantaggi del votare SI? Oppure il coinvolgimento usurpato dei Partigiani veri  (quelli deceduti) e di Enrico Berlinguer che avrebbero votato SI? 

Escamotage da quattro soldi  che alla fine non hanno pagato.   Evidentemente gli Italiani non hanno l’anello al naso e capiscono quando si tenta di imbrogliare perché la forza delle motivazioni è debole ed insostenibile.  A Renzi andò male. A Di Maio e soci? Speriamo pure. Quindi votiamo decisamente NO.

CHI PAGA IL TEATRO TRA LE PORTE?

 Rigenerare Frosinone


Come avrà fatto il Comune di Frosinone, sull’orlo del fallimento,  a finanziare la rassegna culturale “Teatro tra le porte”? Semplice accedendo al “Fondo di Riserva per Integrazione di Somme”, così come approvato dalla delibera di giunta 201/2020 del 30 luglio. Ma è davvero così semplice? Non proprio.

Andiamo con ordine. Per la realizzazione del progetto l’amministrazione ha chiesto alla Regione Lazio  20.000 euro.  Inoltre sono state attivate le procedure per reperire ulteriori risorse attraverso gli sponsor.  Dal momento che non è certo che la Regione conceda i soldi richiesti, e che gli sponsor abbiano la volontà di contribuire,  l’amministrazione Ottaviani ha deciso di raccattare 15.000 euro dal già citato “fondo di riserva per integrazione di somme” in base all’art.166 comma 2 del T.U. n.267/2000,  che recita : “Il fondo è utilizzato, con deliberazione dell’organo esecutivo da comunicare all’organo consiliare nei tempi stabiliti dal regolamento di contabilità, nei casi in cui si verifichino esigenze straordinarie di bilancio o le dotazioni degli interventi di spesa corrente si rivelino insufficienti” .

In pratica all’interno delle previsioni di spesa si deve accantonare una quota da utilizzare nel caso in cui gli esborsi reali siano maggiori di quelli previsti per cause assolutamente urgenti. Il testo parla di “esigenze straordinarie”.  Resta difficile qualificare  “esigenza straordinaria”una manifestazione teatrale pianificata da tempo.  

Di  quanto deve essere la dotazione di questo fondo? Ce lo spiega il comma 1 dell’art. 166. In base al quale esso  non deve essere inferiore allo 0,30%  e non superiore al 2% del totale delle spese correnti di competenza inizialmente previste in bilancio. In soldoni: considerato che nella delibera 34 del 17/07/2020 approvata dal consiglio comunale le spese correnti previste sono 908.527, e ammettendo che il fondo sia costituito dall’aliquota massima, ossia il 2%, questo ammonterebbe a 18.170. Visto che la cifra impegnata è di 15.000 il Teatro tra  le Porte si succhia quasi tutto il supposto fondo di riserva( ammesso e non concesso che sia composto dal 2% della spesa corrente, perché potrebbe essere anche meno) .  La rimanenza, 3.170 euro dovrebbe essere destinata “alla copertura di eventuali spese non prevedibili la cui mancata effettuazione determina danni certi all’amministrazione” come da   art 166 comma 2 ter.

 Resta comunque il fatto che ai 15.000 euro andrebbero sommate le entrate incerte di 20.000 euro da parte della Regione,  e i finanziamenti degli sponsor più che incerti. In pratica il comune di Frosinone per finanziare l’”Ambaradam” del Teatro tra  le Porte ha impegnato, per certo, 15.000 di un fondo destinato a spese imprevedibili e urgenti, il resto al buon cuore di Zingaretti, non certo ben disposto verso Ottaviani,  e dei commercianti che già hanno dimostrato in passato di non essere molto collaborativi.

Quali conclusioni ne trarrà la Corte dei Conti, anche su questa operazione, non è dato sapere. Resta il fatto che forse aprire la procedura di dissesto per il Comune Di Frosinone  costerà molto in termini sociale , ma almeno ci si libererà di una giunta fallimentare che, proseguendo nella sua politica dissennata  di bilancio non farà altro che prolungare una tragica  agonia, fino al 2022. Dove veramente poi  non ci saranno rimasti neanche gli occhi per piangere.


mercoledì 12 agosto 2020

LA PAROLA A TERRACINI

 

UMBERTO TERRACINI ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE: II SOTTOCOMMISSIONE SEDUTA DEL 18.09.1946 E COMMISSIONE PER LA COSTITUZIONE SEDUTA DEL 27 GENNAIO 1947.


 – «il numero dei componenti un’assemblea deve essere in certo senso proporzionato all’importanza che ha una nazione, sia dal punto di vista demografico, che da un punto di vista internazionale»;

– «la diminuzione del numero dei componenti […] sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni»;

– «se nella Costituzione si stabilisse l’elezione di un Deputato per ogni 150 mila abitanti, ogni cittadino considererebbe quest’atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare»;

– quanto alle spese «ancora oggi non v’è giornale conservatore o reazionario che non tratti questo argomento così debole e facilone. Anche se i rappresentanti eletti nelle varie Camere dovessero costare qualche centinaio di milioni di più, si tenga conto che di fronte ad un bilancio statale che è di centinaia di miliardi, l’inconveniente non sarebbe tale da rinunziare ai vantaggi della rappresentanza»;

– «le argomentazioni contrarie […] in realtà sembra che riflettano certi sentimenti di ostilità, non preconcetta, ma abilmente suscitata fra le masse popolari contro gli organi rappresentativi nel corso delle esperienze che non risalgono soltanto al fascismo, ma assai prima, quando lo scopo fondamentale delle forze anti progressive era la esautorazione degli organi rappresentativi rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni».