Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 6 febbraio 2021

"Draghi" a Frosinone

 Luciano Granieri, Rigenerare Frosinone




Il possibile, quanto probabile, insediamento del governo Draghi, avvallato da quasi tutte le forze politiche in un assembramento indegno, elemosinante briciole del Recovery Fund, cambierà qualcosa per Frosinone? Nonostante la questione nazionale possa sembrare scollegata dalle vicende cittadine, non lo è.
Qualcuno ricorderà come nell’estate scorsa Rigenerare Frosinone, con tutte le restrizioni del Covid, diede vita ad una campagna sul bilancio del Comune frusinate , bocciato sonoramente dalla Corte dei Conti, parte in causa a seguito dell’adesione dell’Ente al piano di riequilibrio economico e finanziario, proprio perchè la pianificazione di rientro era troppo sbilanciata su politiche di taglio alla spesa sociale.
Nel corso di quella campagna, oltre ad illustrare le clamorose inadempienze formali e sostanziali, compiute dal Comune, evidenziammo come, in senso più generale, gli enti locali dovessero sottostare al patto di stabilità interno, ovvero la realizzazione di avanzi di bilancio e l’impossibilità di pianificare politiche sociali a debito, nonostante la stessa norma fosse stata sospesa a livello europeo per consentire, a fronte della crisi pandemica, le spese necessarie al rafforzamento della coesione sociale e dei sistemi sanitari, precedentemente definanziati proprio per rispondere alle politiche di austerity imposte dall’Unione.
A tal proposito predisponemmo - anche per togliere l’alibi al sindaco di un’irreparabile definanziamento da parte centrale, riconosciuto, se si trattava di tagliare servizi sociali essenziali, inesistente, se bisognava finanziare azioni propagandistiche - una proposta di deliberazione, il cui testo trovate QUI, da presentare in consiglio comunale, attraverso alcuni consiglieri d’opposizione, nella quale, fra i punti tesi a liberare i Comuni dagli oneri di un debito mai contratto, si impegnava il sindaco a :” richiedere, in analogia con l'avvenuta sospensione del Patto di Stabilità per gli Stati, la deroga della Legge n. 243 del 2012, con particolare riferimento alle disposizioni di cui ai capi II, III, IV, V e VI, riguardanti le regole del pareggio di bilancio degli Enti locali, sanitari, regionali e statali” ovvero ad adottare lo stesso indirizzo europeo anche per i Comuni.

La proposta di deliberazione non è stata mai calendarizzata, forse perchè non era interesse di nessun membro, nè del consiglio, nè della giunta, farla giungere in aula. Ma se una piccola e flebile speranza che la richiesta potesse essere recepita dal governo - anche perchè la stessa deliberazione fu adottata da Comuni importanti, come quello di Roma e Torino-oggi con la probabile salita a palazzo Chigi di Mario Draghi i giochi saranno definitivamente chiusi.
Infatti nella famosa lettera inviata nel 2011 al governo italiano dalla Banca Centrale Europea, e dal Governatore della Banca d’Italia di allora , Mario Draghi per l’appunto, al punto 3 si pretendeva : “l’anticipo sul conseguimento del pareggio di bilancio “principalmente attraverso tagli di spesa”, in particolare sulle pensioni e sul pubblico impiego, se necessario riducendo gli stipendi; l’introduzione di una “clausola di riduzione automatica del deficit”; la messa “sotto stretto controllo” dell’indebitamento delle Regioni e degli enti locali anche con “una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”.
Come è noto il tutto fu realizzato con l’immissione del pareggio di bilancio in Costituzione. A questo punto la domanda sorge spontanea: come si fa a chiedere la sospensione del patto di stabilità interna ad un governo presieduto da chi quel patto ha fortemente imposto agli enti locali? Ecco dunque che, alla quasi totale ritrosia comunale a recepire certe istanze necessarie al benessere dei cittadini, si aggiunge la perentoria chiusura dell’esecutivo centrale, guidato dal fautore, ed estensore più convinto, delle politiche incardinate sul pareggio di bilancio da ottenersi attraverso tagli alla spesa sociale e privatizzazioni dei servizi essenziali per la cittadinanza.
Cari cittadini di Frosinone, evidentemente per vivere decentemente in questa città, oltre a mobilitarsi contro una giunta comunale antisociale, bisognerà scendere in piazza contro un’esecutivo altrettanto antisociale.
E’ quanto mai necessario prendere una posizione di contrasto se si vuole difendere almeno quel poco di diritto alla sopravvivenza che ci è rimasto.

mercoledì 3 febbraio 2021

Draghi Presidente, ce lo spiega l’Unione Europea

     Coniare Rivolta



La crisi politica che si svolge sotto i nostri occhi appare difficile da decifrare se ci limitiamo alle dinamiche partitiche e personali. Sicuramente c’è stato un duello tra Conte e Renzi, sicuramente Italia Viva vorrebbe avere più peso nel governo e, soprattutto, nella spartizione delle risorse pubbliche che sarà definita nel Recovery Plan. Eppure, ci sembra impossibile comprendere quello che sta succedendo se non si allarga lo sguardo al contesto economico e sociale entro cui si svolge il teatrino dei tavoli di trattativa, del toto-ministri e delle conferenze stampa. Il contesto è quel piano inclinato che determina le tendenze di fondo, ovvero le dinamiche principali, più importanti, che trascinano dietro di sé tutti gli altri eventi, le carriere politiche dei singoli, le fortune dei partiti.

La più efficace fotografia del contesto ce la offre, su un piatto d’argento, una figura chiave dell’establishment europeo, Marco Buti, il capo di gabinetto (ruolo tecnico-politico) del Commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari Paolo Gentiloni. In una lectio magistralis all’Università di Firenze del 29 gennaio, Buti sintetizza i possibili scenari che aspettano l’Italia dietro l’angolo della crisi politica, attraverso l’immagine di una “trilogia impossibile”. Lo scenario A, per Buti indubbiamente il migliore, è quello che vede un popolo italiano coscienzioso scegliere una guida illuminata che provveda immediatamente – cioè mentre la società corre verso i 100.000 morti per Covid e la crisi economica inizia a bruciare – a varare quelle importanti riforme che “servono” al Paese: taglio delle pensioni e dello stato sociale, stop al reddito di cittadinanza, sblocco dei licenziamenti, liberalizzazioni, privatizzazioni e tutto l’armamentario di misure lacrime e sangue che da trent’anni è usato contro i lavoratori per piegarli e costringerli alla povertà e alla precarietà, a salvaguardia del profitto di pochi. Secondo Buti, dunque, nello scenario A un governo saggio dovrebbe sfruttare il Recovery Plan per varare queste riforme: ogni euro prestato dall’Europa porterebbe con sé un carico di sacrifici che però, ci dice Buti, sono resi necessari dai peccati originali e dai mali strutturali che affliggerebbero l’Italia da decenni. Una cura dura ma necessaria! La convocazione di Mario Draghi al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un governo sarebbe, in questo senso, il sogno di Buti che si realizza.

Ma, ci dice Buti, c’è anche uno scenario B: si continua a tamponare la crisi con “bonus e piccoli progetti a pioggia” senza affrontare il nodo – impopolare – delle riforme strutturali. Notiamo subito che questo scenario rappresenta bene l’azione, fino ad oggi, del governo cosiddetto “giallorosso”, che nel 2020 – tra cassa integrazione straordinaria, bonus vari, ristori e l’esplosione del reddito di cittadinanza – ha provato a mitigare gli effetti sociali della pandemia aumentando il deficit pubblico di oltre 100 miliardi in pochi mesi. Ciò che Buti ci sta dicendo è: avete speso e spanso nei mesi più duri, per carità, avete fatto bene. Ora però serve il cambio di passo, perché la pazienza dell’establishment europeo nei confronti di questa maniera tutta italiana di affrontare la crisi sta per finire. Il tempo dei bonus a pioggia deve finire e lasciare il campo all’azione della cosiddetta distruzione creatrice, ben rappresentata dal recente report del Gruppo dei 30 redatto sotto la supervisione di Mario Draghi: un approccio alla gestione della crisi che dovrebbe sfruttare la violenza della pandemia per far cadere i rami morti, le cosiddette “imprese zombie”, e lasciar fiorire solo quei settori dell’economia che sono in grado di competere sui mercati internazionali, facendo leva sulla crescente fragilità dei lavoratori, spaventati dalla crescente disoccupazione e dunque sempre più disposti ad accettare strette salariali e un generale peggioramento delle condizioni di lavoro. Sotto ogni evidenza, l’approccio del governo Conte bis è stato assolutamente insufficiente ad affrontare l’emergenza pandemica, come abbiamo messo in luce in più occasioni. La critica sottesa alla narrazione di Buti, tuttavia, è diametralmente opposta alla nostra. Per noi servirebbe un governo capace di varare misure strutturali di sostegno al lavoro e all’intervento pubblico in economia, per Buti serve invece un governo capace di imporre ulteriori e definitivi tagli allo stato sociale e alle retribuzioni. Questo dato è il primo tassello utile a comprendere l’attuale crisi politica: l’azione del governo ormai uscente è insufficiente agli occhi dell’establishment europeo. Mentre preparano il prestito del Recovery Plan, le istituzioni europee pretendono un interlocutore capace di imporre all’Italia quell’ulteriore svolta neoliberista, quella stretta di austerità che serve a chiudere i conti con il modello sociale europeo novecentesco. Ecco emergere il contesto politico: il contesto naturale della pandemia rappresenta solo una preziosa occasione per la classe dirigente, la possibilità di rompere i ponti con una organizzazione sociale basata sul compromesso tra Stato e mercato. 

Ma la parte più interessante della lezione di Buti è la sua conclusione, quella che lui chiama “soluzione C”. Già, perché Buti ci avverte che l’opzione B non è affatto stabile, bensì appare precaria e temporanea. Fuori dalla retorica della lectio magistralis, uno scenario B di continuità con le misure tampone non sarebbe consentito a lungo. Ed è lo stesso Buti a dirci chiaramente quali sarebbero le forze che, qualora ci rifiutassimo di abbracciare l’opzione A, ci richiamerebbero all’ordine e ci porterebbero a varare le fatidiche riforme strutturali, che nello scenario C verrebbero “imposte dai mercati finanziari”. È il ricatto dello spread, che Buti ci propone con l’innocenza di un bambino: “fino ad ora il potenziale effetto negativo del debito pubblico è stato neutralizzato dagli interventi dell’UE e, soprattutto, della BCE – ma sarebbe un errore fondamentale pensare che il vincolo di finanza pubblica non esista più…”. Più chiaro di così si muore: Buti ammette apertamente che è la BCE a governare gli spread, e dunque la minaccia dei mercati finanziari non è altro che la minaccia delle istituzioni europee a qualsiasi governo che si dimostri incapace di sfruttare la pandemia per distruggere gli ultimi residui di stato sociale sopravvissuti in Europa. 

Questo è il contesto politico ed economico che spiega i movimenti di fondo che agitano la politica nostrana. Una volta compresi, ci consentono, a prescindere da chi si intesterà la vittoria politica di questa crisi, di trarre una conclusione: il piano inclinato della crisi conduce inevitabilmente a una stretta dell’austerità imposta dalle istituzioni europee. Il cerchio tracciato Buti nella sua lezione si chiude oggi con Draghi che sale al Quirinale: dopo aver piegato il Paese sotto il ricatto dello spread attraverso le leve della politica monetaria che manovrava da Presidente della BCE, ora Draghi fa il suo ingresso trionfante sulla scena politica italiana dalla porta principale. Contro questa nuova ondata di austerità occorre iniziare ad organizzare una resistenza, e contro quelle istituzioni una strategia di ampio respiro mirata a ricomporre la società intorno alla centralità del lavoro e fuori dalle logiche del profitto.

sabato 30 gennaio 2021

FRANCO CERRI'S B-DAY PER I SUOI 95 ANNI



 Racconta Franco Cerri...

«Eravamo e siamo rimasti diversi» racconta Cerri parlando di Intra, «io sono tonale. Già il be-bop, al primo incontro, mi aveva un po’ frastornato. Figuriamoci il free, un altro mondo. C’era stato un concerto al Lirico, il gruppo di Miles Davis con John Coltrane al sassofono e gli appassionati milanesi si erano divisi. Alcuni ne erano usciti entusiasti, altri poco convinti. Io capivo che si trattava di musica di altissima qualità ma facevo fatica a digerirla, avevo bisogno di tempo. Enrico, invece, assorbiva tutto, si sentiva a suo agio in tutto ciò che ci arrivava di nuovo, come accadeva ad Enrico Rava, a Massimo Urbani, a Giorgio Gaslini e ad altri ancora. Io faccio musica come se scrivessi un racconto, ho bisogno di seguire una certa logica, il free spezza ogni cosa, sconvolge i temi, li disperde in tante schegge; un’operazione molto intellettuale, nella quale non mi ritrovavo. Ciononostante, o forse proprio per questo, le nostre due nature riuscivano a conciliarsi. Sentivo che Enrico a volte doveva tenere a freno la fantasia, così come io cercavo di adeguarmi, mi sentivo demodé e volevo allargare il mio panorama. Eppure le nostre due nature finivano per conciliarsi. E più avanti nel tempo avevamo formato un Quartetto, con Azzolini al basso e Gilberto Cuppini alla batteria, che dura ancora, sia pure cambiando a volte basso e batteria, Lucio Terzano e poi Marco Vaggi, Paolo Pellegatti e Tony Arco. Una sera Cuppini non era arrivato a Lecce. Avevamo pensato di far saltare l’esibizione, poi Enrico aveva detto: suoniamo in Trio, come Art Tatum, come Oscar Peterson e ci eravamo resi conto che anche così la musica funzionava»

TANTI AUGURI AD UN GRANDE DELLA MUSICA JAZZ


giovedì 28 gennaio 2021

Pratiche e atti inqualificabili sul piano politico, morale e storico, si stanno moltiplicando da parte di alte cariche istituzionali cittadine.

 

Frosinone, 28/01/2021



L’ANPI di Frosinone esprime la propria profonda indignazione per il ripetersi di atti, esternazioni e comportamenti da parte di personaggi con alte responsabilità politiche ed amministrative in merito ad argomenti che meriterebbero la più seria considerazione.

Da tempo si susseguono dichiarazioni e fatti concreti che spiegano molto chiaramente quale sia la concezione di questi soggetti del ruolo che ricoprono. Una idea arrogante, padronale del potere che li porta a sbeffeggiare non solo i loro oppositori ma addirittura la storia e le sofferenze di coloro che subirono la ferocia dei carnefici nazisti e fascisti.

Solo negli ultimi giorni, e solo per parlare degli Amministratori di Frosinone, abbiamo assistito a multe indegne comminate a volontari ambientalisti per “affissione abusiva” (mentre non si perde occasione per riempirsi la bocca di ecologismo di maniera, tanto per sembrare alla moda), a spiritosi tentativi di accostamento della pandemia con il concentrazionismo e la “soluzione finale”, all’uso di sedi istituzionali per propaganda di partito (naturalmente neofascista, perché per gli altri vige il regolamento che vieta tutto e le numerose istanze che presentano rimangono inevase al protocollo per anni) fino alla carnevalata del tatuaggio che scimmiotta il dramma dei deportati dei lager. Cos’altro ci aspetta? I cittadini che ci chiamano (perché non tutti si divertono a queste indegne manifestazioni di cinismo) vorrebbero capire. Ma è difficile prevedere fino a che punto il potere possa infischiarsene delle regole e dei valori fondanti una democrazia sostanziale e non solo formale, nell’intento di acquisire consensi a buon mercato.

Siamo convinti che il sindaco di Frosinone, così come il consigliere autore del post infamante e delle successive scuse forse peggiori del post stesso, non avessero l’intenzione di ridicolizzare l vittime dell’Olocausto, ebree o no; anche perché le loro espressioni fanno ritenere che non abbiano nemmeno troppo chiaro di cosa si tratti, visto che ne parlano come si parlerebbe di una scampagnata. Tuttavia il ruolo che ricoprono richiede la massima consapevolezza, la massima serietà, quella “disciplina e onore” scritti nero su bianco nella Costituzione (art. 54, ma il sindaco lo sa). E prendere come un giochino la memoria di ciò che è stato fatto nella civilissima Europa, farsi i numerini sul braccio (o sulla mano, dove si vedono meglio) può aiutare nella degenerazione mediatica della politica, non certo nella consapevolezza del terrore, così ridotto a barzelletta. Sarebbe invece ora, se davvero volessero dimostrare e non solo dichiarare in occasioni rituali, di aderire alla Repubblica che rappresentano ed amministrano, a partire dalla Costituzione sulla quale giurano e dalla Storia che l’ha prodotta, di liberarsi e liberare l’Amministrazione della Città da ingombranti presenze di nostalgici dichiarati che operano indisturbati coltivando nella società l’odio e nelle Istituzioni l’arroganza e l’autoritarismo.

Il Sindaco sa bene che i primi, se non gli unici, a pagare le conseguenze dell’odio razziale e sociale sono i più deboli, i più poveri, quelli che a chiacchiere e genericamente tutti dicono di voler difendere ma che immancabilmente si trovano soli e indifesi di fronte ad ogni genere di difficoltà. Per questo, per l’importanza che ha il ruolo che ricopre, per le aspettative di tutti i cittadini ad essere rappresentati, più che imbrattarsi il polso sarebbe utile a commemorare degnamente le vittime dello sterminio che il Sindaco avviasse serie e concrete politiche di contrasto al razzismo, alla xenofobia, al negazionismo o al riduzionismo, all’esclusione sotto qualsiasi forma e da chiunque praticati. E ci risparmiasse scene disgustose e preoccupanti di sottovalutazione di drammi di cui ancora alcuni sembrano non riuscire ad avere piena coscienza.

L’ANPI non entra nel confronto elettorale e non sponsorizza partiti o coalizioni, fedele al suo ruolo sociale di promozione dei principi costituzionali e della conoscenza della storia che li ha determinati; pertanto per noi non si tratta di questioni di schieramento, se non sui fondamenti democratici e sul rispetto della storia, delle conquiste e delle legittime opinioni. Le nostre preoccupazioni investono fatti e comportamenti che, ripetuti su tutto il territorio della Penisola, stanno producendo un progressivo smottamento verso il degrado civile e di conseguenza sociale. Vorremmo poter confidare nella consapevolezza dei delegati del popolo nella loro decisiva funzione per impedirlo; ma temiamo che l’affezione al potere possa continuare a sottomettere ogni questione di rilevanza etica e ogni progetto di lungo respiro.

A.N.P.I. Sezione Cittadina di Frosinone Il Presidente (Simone Campioni)

martedì 26 gennaio 2021

Alla Bolognina si è chiusa la Repubblica

 Michele Prospero fonte "Profondo Rosso" supplemento del quotidiano "il manifesto"

La generazione dei quadri post ’68 non ha assorbito il nucleo del togliattismo, ha tenuto il realismo politico e ha rinunciato alla strategia di cambiamento. La svolta ha alzato un’onda che alla lunga ha lesionato le stesse istituzioni.



Prima ancora che i pezzi di muro lo graffiassero, il Pci aveva già subito una mutazione. L’inizio anagrafico del partito risale al gennaio del ’21. E al mito dell’ottobre è connessa la formazione del suo primo gruppo dirigente, per tanti versi eroico. Ma la nascita, per così dire, logica del soggetto politico è databile solo 1944. Il congresso di Lione e altre fantasiose ricostruzioni di oggi, suggerite pigramente dal Gramsci, c’entrano ben poco. Un partito clandestino in dottrina non è infatti considerato un vero partito, o lo è in un senso molto sui generis. Un organismo deve partecipare al voto competitivo, svolgere attività pubblica per essere una forma-partito.

È quindi il ’44, ovvero la lotta armata contro il nazifascismo e la ricostruzione dello Stato in virtù del moderno Principe, che segna la genesi reale del Pci da avanguardia combattente a partito con vocazione maggioritaria. Le categorie politiche del nuovo partito sono quelle messe a punto da Togliatti: rinnovato mito sovietico, che si proietta dalla epica trincea di Stalingrado all’armata rossa liberatrice che alza la bandiera con la falce e martello sopra Berlino, partito di massa, democrazia rappresentativa, elementi di socialismo graduali. Il realismo politico e il radicamento nella società, l’insediamento nella cultura alta e in quella di massa: questi sono gli ingredienti della giraffa. Capace di pubblicare Rinascita e Vie nuove, Società e il Calendario del popolo, il Pci sapeva come calibrare alto e basso, élite e massa, propaganda e pensiero.

Questo modello di partito, ideato nel ’44 per saldare classe dirigente e popolo, ha retto per quarant’anni e ha espresso un ceto politico di prim’ordine. La assorbente sintesi togliattiana, entro cui si distinguevano sensibilità plurali con differenziazioni anche accentuate come quelle sorte tra Ingrao e Amendola, che si affrontavano sul piano dell’analisi e però lo facevano nella condivisione dei pilastri di una stessa enciclopedia teorica, esplode negli anni Ottanta. Più che con la morte di Berlinguer è con l’elezione di Occhetto alla segreteria che il Pci subisce una irreversibile alterazione del marchio identitario delle origini.

Di recente Occhetto ha dichiarato che egli apparteneva, per cultura politica, a un filone molto eccentrico, eterodosso rispetto al ceppo togliattiano. E, in effetti, come leader ha rivoltato per intero il paradigma togliattiano, cercandone un altro. Da Togliatti a Flores, dal partito di integrazione alla cosa-carovana, dalle sezioni ai club, dalla democrazia che si organizza alla società civile che invia fax: ha tentato, da leader della discontinuità, una metamorfosi che va oltre la riarticolazione degli scopi, evoca una sostituzione dei fini, un altro sistema di credenze.

Quando Veltroni ha asserito che non è mai stato comunista in effetti, sia pure con il ricorso all’assurdo sotto il profilo della certificazione dell’itinerario biografico, diceva a suo modo una verità. Toccava anche a lui celebrare i sessant’anni dell’Ottobre al teatro Adriano o mostrare quanto meno di condividere gli altri riti dell’ortodossia rossa che andavano rappresentati in pubblico. Ma la generazione politica dei quadri del dopo ’68 non ha mai compreso o assorbito il nucleo del togliattismo, che poi è l’anima autentica del Pci. Il canone del realismo politico, secondo una retorica della svolta di Salerno concepita sempre più come un accomodamento furbesco, è stato recepito ma esso, depurato dalla strategia togliattiana di un cambiamento radicale della società, si riduce a semplice ambizione di carriera, a gioco tattico per alimentare incentivi di status.

Con la conquista del comando a Botteghe Oscure, questo nuovo gruppo dirigente non ha cambiato soltanto simbolo, nome, organizzazione. Ha destrutturato anche le «cose» che il Pci ha edificato lungo la storia repubblicana. Quando Occhetto ha inaugurato la «fuoriuscita dal sistema politico» ha intrecciato la rinuncia all’orizzonte del comunismo con la critica alla democrazia «consociativa» togliattiana in una miscela di elementi rivelatasi da subito, con il trionfo annunciato di Berlusconi, micidiale.

La Bolognina non ha soltanto spezzato il mito salvifico del grande salto, per cui ai militanti spaesati, e senza più la meta ultima promessa a chi viene da lontano e va lontano, tocca percepire che sanza speme vivemo in disio. La svolta ha avviato un’onda lunga che ha lesionato le strutture dell’organizzazione statale. A compimento della sua impresa Occhetto non a caso invocò la necessaria «rivolta profonda contro la società politica». Con la sua candidatura a dirigere «una alternativa al regime, non solo alla Dc» aveva appiccato la miccia per far deflagrare ogni cosa.

Lo scioglimento del Pci, unito alla decapitazione giudiziaria e referendaria dei partiti storici, è stato l’elemento più traumatico dell’Italia repubblicana che ha finito per travolgere l’ordinamento, le culture, la società civile. Senza Partito, è ovvio, niente democrazia dei partiti, puro conteggio delle schede. E quindi, a conclusione della nefasta parabola discendente, da un sistema di partito in cui nei tempi migliori la sinistra alle elezioni aveva il volto di Berlinguer, De Martino, Magri e il centro moderato contava su Zaccagnini, La Malfa, Saragat, Zanone, oggi tocca scegliere tra Conte, Renzi, Salvini, Meloni. Una tragedia che affonda le radici anche nel sacrificio del Pci ordinato in nome della rimozione della democrazia bloccata.

Più che la nostalgia di ciò che è venuto a mancare, il sentimento di oggi dovrebbe essere ispirato a un senso di vergogna, nella accezione marxiana del concetto. «La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. Chi si vergogna realmente è come il leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso». Per ricominciare un giorno a spiccare il balzo serve ritrarsi in un principio di vergogna per ciò che la chiusura del Pci ha provocato in una repubblica senza più una striscia di rosso e perciò sfregiata e irriconoscibile.


lunedì 25 gennaio 2021

Boom della speculazione edilizia a Frosinone

 Luciano Granieri




Boom nell’edilizia e gru nei quartieri” 

è il mirabolante messaggio che deborda dalla pagina Facebook del comune di Frosinone, nella quale si magnifica la lungimiranza dello Zar Ottaviani (evviva la rivoluzione russa, anche quella liberale, guarda un po’) nello sbloccare, in tempo di crisi per l’edilizia, 45 milioni di euro a favore delle solite lobby private del mattone. Già ma in cambio il munifico sindaco avrà opere compensative in modo da rendere possibile la“ricucitura e la riqualificazione del contesto urbano e sociale delle aree, oggetto d’intervento” testuale.  Ovvero concediamo pezzi di città al privato, in cambio questo ci sistema il tessuto urbano a favore della cittadinanza. 

Ma sarà proprio così? Facendo un rapido conto sulle cubature, si rileva che sui nove progetti in cui esse sono quantificate si cede al privato la bellezza di 104.491,51 metri cubi di città, in cambio di opere compensative per 13.355,46. Al netto regaliamo ai signori del mattone ben 91.136,05 metri cubi di cemento, in un contesto urbano che prolifica di case vuote,  preda di uno spopolamento irrefrenabile, con i giovani che, privi di prospettive, scappano da Frosinone. Un’operazione che cela, dietro la solita propaganda , una molto più concreta e devastante, speculazione urbanistica. In cui si privilegia l’interesse privato e lobbistico al benessere dei cittadini. 

Giova ricordare che di questa ulteriore colata di cemento la nostra città non ne ha bisogno, in quanto dal rapporto Ispra risulta che Frosinone ha realizzato un incremento del 29% dal 2018 ad oggi, di insediamenti abitativi e industriali, per area definita, rispetto alla media provinciale che è del 7%. E’ il cosiddetto consumo di suolo quattro volte superiore in città rispetto allo sfruttamento del territorio disponibile in tutta la Provincia. 

Una sciagura che comporta l’annullamento dell’effetto filtro del terreno sugli inquinanti, la drastica diminuzione dell’effetto di assorbimento del particolato da parte degli alberi. Una ferita enorme per l’equilibrio ambientale della città, che nessuna scala mobile, nessun ascensore inclinato, nessuna pista ciclabile potrà risanare. E pensare che con i 45 milioni sbloccati si sarebbe potuta pianificare una grande operazione di riqualificazione urbanistica basata sulla valorizzazione di siti ad alto interesse culturale e paesaggistico,  di aumento degli spazi di condivisione sociale, di salvaguardia dell’equilibrio idrogeologico della città, oggi notevolmente compromesso. 

Una pianificazione benefica per la cittadinanza, ma inaccettabile per l’industria del mattone. Infatti se andiamo ad analizzare la natura delle opere compensative che i privati dovrebbero realizzare in favore dei cittadini, ci rendiamo conto che molte di esse sono funzionali alla fruizione logistica del manufatto privato. Si tratta di strade di accesso e parcheggi utili ai futuri ipotetici inquilini degli immobili in costruzione. 

In relazione all’aumento di posti di lavoro connessi a questa ennesima colata di cemento, sappiamo bene come l’occupazione di questo comparto si basi su lavoro in subappalto, sullo sfruttamento degli addetti, senza garanzie e con paghe da fame. Ma mettiamo pure il caso, e non lo è, che una tale mole di  lottizzazioni sia indispensabile. Perché non richiedere, in cambio di inutili ed insufficienti opere compensative , un bel po’ di quattrini per oneri concessori? 

Ah dimenticavo! Mai parlare di oneri di urbanizzazione a Frosinone, è come parlare di corda in casa dell’impiccato.



venerdì 22 gennaio 2021

1921 – 2021, a cento anni dalla nascita del Pcd'I Un partito per la conquista del potere operaio

 

di Francesco Ricci




Cento anni fa, in gennaio, si svolgeva nel teatro Goldoni a Livorno il 17° Congresso del Partito socialista italiano.
Nei palchi di destra sedevano i delegati dell'ala guidata da Filippo Turati, sostenitori di posizioni revisioniste che vedevano il socialismo come un orizzonte storico, non attuale, da realizzarsi attraverso una lenta marcia di conquista elettorale dello Stato borghese, che passava se possibile per un un sostegno ai governi borghesi. Per Turati l'Internazionale comunista, costituitasi nel 1919 sulle fondamenta del bolscevismo, era solo «un miraggio» destinato a un rapido fallimento.
Nei palchi opposti del teatro, a sinistra, stavano i delegati della Frazione comunista capeggiata da Amadeo Bordiga.
Nella platea di mezzo, la maggioranza del Psi, i «massimalisti» guidati da Giacinto M. Serrati e Costantino Lazzari: come la Frazione comunista sostenitori dell'Internazionale comunista e del suo programma di dittatura del proletariato; ma, a differenza della Frazione, intenzionati a mantenere il Psi unito e dunque a non applicare una delle famose «21 condizioni» per essere ammessi nell'Internazionale guidata da Lenin e Trotsky.
Le tre anime del partito si erano spartite i voti dei militanti nei congressi locali. Ai «comunisti unitari» (così si chiamava il centro di Serrati) erano andati 98.028 voti, la maggioranza. La Frazione diretta da Bordiga aveva raccolto 58.783 voti. I restanti 14.495 voti erano andati ai riformisti di Turati.

I comunisti organizzati da Bordiga
La Frazione comunista di Bordiga si era costituita nei mesi precedenti in una serie di assemblee e col Convegno tenuto a Imola alla fine di novembre del 1920, in una Camera del lavoro difesa da eventuali attacchi fascisti da giovani operai armati.
A Imola la Frazione si era dotata di una piattaforma programmatica e di una direzione che raccoglieva settori di diversa provenienza: la componente guidata da Bordiga, da tempo dotata di una propria struttura organizzata attorno alla rivista Il Soviet; poi un corposo settore di «massimalisti» di sinistra; quindi i cosiddetti «milanesi» (in quanto maggioritari nella Federazione lombarda) guidati da Fortichiari, con posizioni simili a quelle di Bordiga ma, a differenza di quest'ultimo, non astensionisti; infine il gruppo torinese guidato da Gramsci che editava l'Ordine Nuovo, e che apporterà al Congresso solo una piccola parte di quei 58 mila e rotti voti della Frazione: circa 4500.
La Frazione sosteneva l'applicazione delle 21 condizioni della Terza Internazionale e dunque voleva la rottura coi riformisti del Psi. Questo era però solo uno dei motivi di contrapposizione alla maggioranza di Serrati, che chiedeva all'Internazionale una applicazione «flessibile» delle 21 condizioni, intesa come un mantenimento del Psi unito, riformisti inclusi. Al fondo della costituzione della Frazione c'era soprattutto un bilancio giustamente impietoso del ruolo svolto dal Psi nel «biennio rosso» del 1919-1920, quando grandi lotte rivoluzionarie avevano infiammato le fabbriche e le campagne del Paese con lo slogan «fare come in Russia».
Il bilancio del «biennio rosso» che veniva condiviso dai partecipanti al Convegno di Imola era lo stesso fatto nell'Internazionale e che è perfettamente riassunto nelle parole pronunciate (un anno dopo) da Trotsky: «(...) Nel settembre del 1920 la classe operaia italiana aveva assunto il controllo dello Stato, della società, delle fabbriche, degli impianti, delle imprese. Che cosa mancava? Mancava un’inezia, mancava un partito che, poggiando sul proletariato rivoluzionario, ingaggiasse una lotta aperta con la borghesia per distruggere i residui delle forze materiali ancora nelle mani di quest’ultima, prendere il potere e arrivare alla vittoria della classe operaia. In realtà, la classe operaia aveva conquistato, o virtualmente conquistato il potere, ma non c'era alcuna organizzazione capace di consolidare definitivamente la vittoria e così la classe operaia venne ricacciata indietro».(1)

La necessità di un partito rivoluzionario
Nel 1920-1921 non erano certo mancate in Italia lotte rivoluzionarie, culminate col grandioso movimento di occupazione delle fabbriche del settembre 1920, a cui fa riferimento Trotsky nella citazione riportata qui sopra. Ciò che era mancato era un partito rivoluzionario in grado di portare queste lotte alla loro logica conclusione: la rottura rivoluzionaria dello Stato borghese, la conquista del potere e l'instaurazione, anche in Italia, come già avevano fatto i bolscevichi in Russia nell'Ottobre 1917, di una dittatura del proletariato, cioè di un dominio dei lavoratori, primo passo nella costruzione di una società liberata dallo sfruttamento, dal lavoro salariato e, in prospettiva, dall'esistenza delle classi.
Questo era l'obiettivo del nuovo partito: un obiettivo incompatibile con la coabitazione coi riformisti di Turati; un obiettivo che non poteva realizzarsi senza una correzione delle oscillazioni centriste di Serrati che avevano paralizzato il Psi a un passo dalla conquista del potere.
Per questo, il 21 gennaio del 1921, i delegati della Frazione comunista guidati da Bordiga, al canto dell'Internazionale, lasciarono il teatro Goldoni per andare a celebrare nel teatro San Marco, un chilometro più in là, la fondazione del Partito comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale comunista.

Al teatro San Marco
Il San Marco era un teatro in disuso, per anni era servito come deposito di munizioni. Pioveva dal tetto costringendo i delegati a coprirsi con gli ombrelli.
Il Congresso di fondazione fu breve. Si trattava di votare i principi statutari e la direzione. In essa erano largamente maggioritari i bordighisti o i settori più vicini a Bordiga, come i «milanesi». Le posizioni di Bordiga erano peraltro condivise anche dai settori provenienti dal massimalismo di sinistra. Quanto all'Ordine Nuovo, di Gramsci, si discostava dal bordighismo solo per la non condivisione dell'astensionismo e per l'originale elaborazione teorica e pratica dei Consigli di fabbrica, che aveva ricevuto l'apprezzamento di Lenin.

Il nuovo partito
Nella ricostruzione storiografica fatta dallo stalinismo fin dagli anni Trenta, a Livorno sarebbe nato il «partito di Gramsci e Togliatti». Ma, a parte i numeri minoritari del gruppo dell'Ordine Nuovo, in realtà Togliatti non era nemmeno presente a Livorno e Gramsci c'era ma non intervenne. Nell'Esecutivo di cinque membri eletto al San Marco c'erano, a fianco di Bordiga, dirigenti politicamente a lui molto vicini: Grieco, Repossi e Fortichiari; per l'Ordine Nuovo c'era Terracini, che tuttavia era, di questo gruppo, il più vicino alle posizioni di Bordiga.
Il nuovo partito aveva una forte composizione operaia (oltre il 90% dei militanti) e per questo aveva le sue roccaforti nel nord operaio: a Torino e in Piemonte (dove erano circa un quarto dei militanti), a Milano, Genova, Emilia (dalla Toscana in giù i numeri si abbassavano). Ed era un partito guidato e composto da giovani: la quasi totalità dell'organizzazione giovanile del Psi aveva seguito gli scissionisti.

Il contesto in cui nasce il Pcd'I
Il contesto in cui nasceva il Pcd'I era segnato da sei elementi che possiamo qui solo elencare: primo, la fine recente della guerra imperialista; secondo, la vittoria dei bolscevichi in Russia; terzo, il soffocamento ad opera dei riformisti della rivoluzione del 1918-1919 in Germania, guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (assassinati dal governo borghese «di sinistra» che avevano cercato di rovesciare); quarto, la costituzione nel marzo 1919 dell'Internazionale comunista e di sue sezioni nei diversi Paesi, in rottura (con scissioni spesso maggioritarie) delle sezioni della Seconda Internazionale che aveva capitolato ai governi borghesi allo scoppio della guerra; quinto, il fallimento della rivoluzione italiana nel «biennio rosso»; sesto, l'inizio del «biennio nero» in cui si affermava il movimento fascista di Mussolini, che iniziava ad attaccare con una violenza organizzata le organizzazioni del movimento operaio.

Una scissione minoritaria
Come si è visto dai numeri, la scissione avveniva in Italia (a differenza ad esempio di quella francese di Tours dell'anno prima) come rottura minoritaria, per quanto di una minoranza consistente.
La maggioranza dei militanti restava nel Psi. Un Psi che, ricordiamolo, non era su posizioni riformiste. Al di là delle oscillazioni centriste del suo gruppo dirigente, e delle conseguenti esitazioni in momenti cruciali, il Psi era un partito maggioritariamente composto da comunisti che si riconoscevano nell'Ottobre, nel programma della dittatura del proletariato e nell'Internazionale di Lenin e Trotsky. All'Internazionale il Psi aveva aderito e ne verrà espulso solo al III Congresso, nell'estate seguente ai congressi di Livorno, quando verrà riconosciuto il Pcd'I come sezione. Ma anche una volta espulso, all'Internazionale continuerà a rivolgersi, partecipando come invitato al successivo Congresso internazionale del 1922, quando finalmente Serrati si decise a rompere coi turatiani (che costituiranno un altro partito: il Ps unitario con Matteotti segretario).
Da parte sua, il gruppo dirigente dell'Internazionale non aveva rinunciato a cercare di guadagnare la maggioranza del Psi, appunto perché non voleva rinunciare a quella fetta larga di lavoratori che continuavano a restare nelle sue file. Come dimostrano alcuni numeri: al Congresso della Cgl del febbraio 1921, le posizioni espresse dal Psi raccolsero 1,4 milioni di sostenitori, quelle del Pcd'I 430 mila; alle elezioni del maggio 1921 i comunisti raccolsero 300 mila voti, contro il milione e 600 mila del Psi.
Gli sforzi dell'Internazionale per recuperare la parte migliore del Psi avranno esito positivo alla fine del 1923, quando Serrati (2), rimasto in minoranza nel Psi (ora diretto da Nenni), deciderà infine di uscire dal partito per fondersi, nel 1924, con il Pcd'I insieme ai «terzini».

Un partito ammalato di settarismo
Dunque il Pcd'I nacque come partito diretto da Bordiga. E questo comportò, come ebbe a dire in varie occasioni Trotsky, che la tattica del partito era ammalata di «tutte le malattie infantili» del comunismo. Cioè imbevuta di quelle posizioni contro cui Lenin e Trotsky diedero battaglia nei primi congressi dell'Internazionale. In sintesi: una concezione «illuminista» (la definizione è sempre di Trotsky), la convinzione cioè che fosse sufficiente proclamare le verità del comunismo, rifiutando ogni tattica per guadagnare a queste verità ampi settori del proletariato. Il tutto combinato con una forte impronta che nella Seconda Internazionale aveva accomunato, seppure con orizzonti opposti, riformisti e rivoluzionari: una concezione meccanicistica del marxismo, un oggettivismo anti-dialettico, positivista, che riduceva il marxismo a un dogma (da abbandonare per i riformisti, da contemplare per i rivoluzionari). Fu appunto Bordiga a parlare di «invarianza del marxismo» trasformandolo così da «guida per l'azione» (Lenin) in un insieme di «leggi» da applicare, una «filosofia della storia», ancella di un socialismo «inevitabile» in una Storia con la «s» maiuscola che, all'opposto di quanto teorizzato da Marx, si fa da sé determinando in senso meccanico l'azione delle classi.
Su queste basi si comprende il rifiuto bordighista di utilizzare un programma di tipo transitorio (rifiuto delle parole d'ordine democratiche) per guadagnare ampi settori proletari, l'anti-parlamentarismo, l'incomprensione della tattica di «fronte unico» per la distruzione politica del riformismo, eccetera.

Perché rivendichiamo la scissione di Livorno
La stampa borghese ha iniziato in queste settimane a dedicare pagine intere ai cento anni della scissione di Livorno. Gli argomenti sono riassunti dall'immancabile libro di Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica che da qualche tempo si è riscoperto storico del comunismo (alla sua penna dobbiamo, si fa per dire, anche un libro sui cento anni dell'Ottobre 1917, raro concentrato di banalità). Il titolo del nuovo libro di Mauro è tutto un programma: «La dannazione. 1921, la sinistra divisa all'alba del fascismo». Tutti i quotidiani borghesi stanno pubblicando articoli imperniati su questo stesso canovaccio: «la scissione fu il peccato originale della "sinistra" italiana che aprì le porte al fascismo; fu un atto sciagurato, ispirato dal bolscevismo; a Livorno la ragione stava dalla parte di Turati».
Partendo da un punto di vista opposto a quello di Mauro (quello del proletariato), il nostro giudizio è evidentemente ben diverso. La scissione di Livorno fu un atto necessario per dotare la classe operaia italiana del partito che era mancato nel «biennio rosso». Certo, il partito che nacque a Livorno nacque da una scissione minoritaria e, certo, aveva molte deviazioni settarie. Ma è bene ricordare almeno quattro cose a questi «storici» che deformano la storia per asservirla, guarda caso, agli interessi dei padroni che li stipendiano.
Primo, come ripeteva Lenin, la scissione fu minoritaria principalmente per l'errore (corretto tardivamente) di Serrati di voler rimanere nello stesso partito coi riformisti di Turati da cui invece, giustamente, Bordiga e l'Internazionale si separarono.
Secondo, attribuire alle deviazioni settarie di Bordiga l'onda nera fascista, significa non comprendere cosa fu il fascismo: prodotto del combinarsi della crisi del capitalismo e della radicalizzazione a destra di una piccola-borghesia inferocita, sullo sfondo della sconfitta del «biennio rosso» e con un proletariato che non aveva potuto (proprio per il tradimento dei riformisti) egemonizzare questa semi-classe, sottraendola all'egemonia della grande borghesia.
Terzo, ciò che impedì una evoluzione positiva del nuovo partito (liberandolo dal settarismo) fu il combinarsi della repressione fascista e dell'affermarsi nella metà degli anni Venti nell'Internazionale dello stalinismo e della sua linea di collaborazione di classe con la borghesia. Stalinismo che negli anni Trenta uccise decine dei migliori quadri rivoluzionari, anche italiani, accusandoli di presunti complotti «trotsko-bordighisti al servizio dei fascisti». Tra i fondatori del Pcd'I colpiti dalla repressione stalinista che soffocò il partito, lasciando la classe operaia priva di una direzione anche nella successiva ondata rivoluzionaria del 1943-1948, ricordiamo qui almeno i nomi di Pietro Tresso (fondatore del trotskismo italiano, fatto uccidere da Togliatti in Francia durante la Resistenza), Antonio Gramsci (di fatto espulso dal partito e lasciato morire nel carcere fascista, in quanto in dissenso con la linea di Togliatti e Stalin) e Amadeo Bordiga (espulso dal partito nel 1930 per essersi schierato a difesa di Trotsky e della rivoluzione internazionale).
Quarto, giova ricordare, a chi fa ricadere sulla scissione le responsabilità del Ventennio fascista, che furono gli scissionisti del 1921 i principali oppositori del regime mussoliniano e coloro che, anche col sacrificio della vita, lo rovesciarono poi con la Resistenza. A disarmarli e a fermarli a metà dell'opera pensò invece quel Togliatti, braccio destro di Stalin, che tradì anche questa rivoluzione e con essa la scissione di Livorno: e lo fece appunto riportando nel movimento operaio la collaborazione di classe e di governo con la borghesia che già aveva predicato e praticato Turati. Quel Turati che oggi ci vorrebbero indicare come il più «realista» tra i protagonisti di Livorno, colui che avrebbe compreso, a differenza dei comunisti, l'impossibilità di fare rivoluzioni.
In conclusione, l'eredità di quei giovani operai rivoluzionari che nel gennaio 1921 fondarono il Pcd'I appartiene ai lavoratori e ai giovani che oggi, cento anni dopo, portano avanti la stessa lotta, l'unica davvero realistica se non si vuole che l'umanità resti prigioniera della barbarie di questo sistema: costruire un partito rivoluzionario per rovesciare il capitalismo.
È questa una eredità che sapremo difendere dal fango della borghesia e dei suoi pennivendoli.

Note
(1) L. Trotsky, "Settembre 1920: la rivoluzione mancata" in Scritti sull'Italia (Massari editore, 1990). Per un approfondimento sul tema del «biennio rosso» rimandiamo all'eccellente "Il Biennio rosso (1919-1920): la rivoluzione italiana tradita dai riformisti" di Salvo de Lorenzo, su Trotskismo oggi n. 16.
(2) Alla fusione col Pcd'I non partecipò Lazzari, che restò nel Psi. Serrati morirà nel 1927, dopo aver partecipato al Congresso di Lione del Pcd'I in cui Gramsci guadagnò, anche col suo sostegno, e con misure non democratiche, una ampia maggioranza contro le tesi di Bordiga. Su Gramsci rimandiamo al nostro "Gramsci tradito. Ottant'anni di falsificazioni di stalinisti, riformisti e liberali"