"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Si
terrà domani, venerdì
27agosto,
alle ore 21.00, a Frosinone,in
Piazza Garibaldi
la presentazione del libro di Diego
Protani "Sunshine
- I colori della musica
" edito da “LFA Publisher”.
Dopo
il buon successo di
Sulle labbra del tempo - Area tra musica gesti e immagini,
scritto con Viviana Vacca per
lo stesso editore
(Vincitore dell' VIII premio nazionale di storia contemporanea Luigi
di Rosa), lo
scrittore, attraverso
quest’ultima pubblicazione,
completa la
descrizione del
variegato, e
stimolante, quadro artistico-musicale di un’epoca storica , gli
anni ‘60 e ‘70, dai forti contrasti sociali e culturali.
Diego
Protani, attraverso
le interviste effettuate a
musicisti di
fama mondiale, codificatori
emozionali di
quei conflitti, rivela,
grazie
alla
loro
testimonianza,
come
il messaggio rivoluzionario
di speranza in un mondo nuovo, presente in
quei dischi ed in quei concerti,
possa
aver coinvolto intere generazioni.
Avremo
l’opportunità
di ascoltare,
dallo
stesso autorel’esperienza
e le riflessioni che ne ha tratto
nel raccogliere
le impressioni di
veri mostri sacri del rock, del
blues, della psichedelia, del progressive,
come,
ad
esempio,John
Sebastian, Al Kooper , Leo Lyons dei Ten Years After
, musicisti
che
suonarono al festival di Woodstock, ma
anche di tanti altri artisti come Captain
Beefhart,
che
ha collaborato con Frank
Zappa.
Il libro è aperto dalla prefazione di Bila
Copellini,
batterista dei Nomadi
di
Augusto
Daolio
dal 1965 al 1969, e
contiene un’intervista a
Mario
Capanna.
Modererà
l’incontro Luciano Granieri e i Doctor
Louis
& theicebreakers
offriranno il
loro
contributo musicale eseguendo brani rock
e blues degli
anni ‘60 e ‘70.
Ve lo ricordate Fernando Tambroni? L’onorevole democristiano che, nel 1960, guidò un esecutivo supportato dai fascisti dell’MSI.
Tambroni, quello che il 7 luglio del 1960, a Reggio Emilia, spinto
dalla furia missina, aizzò le forze dell’ordine contro degli operai
in manifestazione, provocando una strage con cinque civili, tutti
iscritti al Pci, uccisi dalla ferocia della polizia?
I fascisti
ripuliti, in cambio del supporto al governo Tambroni, provarono a
mettere le mani, in modo sciagurato anche all’interno della Rai. Nel
1960 la TV di Stato decise di organizzare La coppa del jazz.
Un concorso riservato ai jazzisti italiani che avrebbe
dovuto decretare, nel corso di diverse trasmissioni, il miglior
gruppo o artista in attività. Il concorso era pensato per dilettanti ma, a
sorpresa, si iscrissero molti professionisti già noti. Fra questi
la Seconda Roman New Orleans Jazz Band, la Riverside
Syncopator Jazz Band, tanti altri gruppi e musicisti anche
di jazz più moderno, fra cui il trio di Enrico Intra, il
quintetto di Torino, il quintetto di Gilberto Cuppini, che vinse la
gara.
La giuria, ovviamente, era composta da musicisti esperti,
giornalisti competenti, e tale Giovanni Attilio Baldi. Chi era costui?
Un musicista? No. Un giornalista di settore? Neanche. Semplicemente
si trattava di un raccomandato da un politico del Msi che mirava a mettere suoi protetti
all’interno della Rai. Costui dal basso della sua ignoranza e
dall’alto della raccomandazione provò a condurre perfino una
trasmissione sul jazz.
Per fare bella figura incaricò alcuni
sedicenti musicologi di trovargli brani rari da
proporre, come vere e proprie chicche, agli ascoltatori. I finti
ricercatori gli giocarono un brutto scherzo. Neiki
Libohova, Eugenio Bombrini, Gigi Martini e Carlo Silij, i sedicenti
esperti, si divertirono a suonare fra di loro utensili di casa:
brocche di terracotta, pettini avvolti nella carta velina, assi per
lavare. Gli strumenti, cioè, utilizzati dalle jug band e
washboard band nere degli anni venti, alcune provenienti da
Tampa in Florida.
Libohova e compagni registrarono la loro casalinga
e goffa esibizione su un disco pronto ascolto e la consegnarono a
Baldi spacciandola per l’unico reperto esistente di una
registrazione rarissima della Tampax Jug Band. Il
raccomandato missino, orgoglioso della sua finta
competenza, annunciò ai
microfoni
lo strano nome di quell’orchestra e i funzionari Rai caddero dalla
sedia.
Non solo il malcapitato non sapeva nulla di jazz, ma neanche
di
certi prodotti utilizzati per le necessità
tipiche femminili.
Nonostante tutto Baldi insistette nel
voler fare carriera.
Provò a scalare la dirigenza del sindacato musicisti per
accaparrarsi l’esclusiva dell’organizzazione dei concerti jazz ma, tale fu la sua incapacità, che neanche questo gli riuscì. Della
serie i fascisti neanche se s’impegnano riescono a fare cose buone.
La
ministra della giustizia Carla
Cartabia, durante la commemorazione delle vittime del crollo del ponte
Morandi a Genova, ha rassicurato i congiunti dei deceduti, per mano
della criminalità neoliberista, che il processo riguardante i
rinviati a giudizio per la strage non cadrà sotto la mannaia
dell’improcedibilità, introdotta dalla nuova riforma della
giustizia approvata alla
Camera e da confermare al Senato. Se l’è presa, la
ministra,
contro chi
ha solo ventilato questa ipotesi, accusandolo, anche giustamente, di
non aver letto bene la legge. In essa infatti è scritto che le nuove
norme sui
reati contro l’incolumità pubblica, si
applicheranno ai
fatti
successivi al 1° gennaio 2020. Essendo la tragedia di Genova occorsa
nel 2018 essa non ricade
nella
nuova norma.
Quindi se il Ponte Morandi fosse crollato il 2 gennaio 2020 tutti gli
indagati, fra cui i manager di Aspi, società a maggioranza azionaria
dei Benetton, avrebbero avuto la certezza di godere dell’impunità,
introdotta dall’improcedibilità, inserita nella nuova legge.
Infatti se proprio vogliamo leggere bene quanto è scritto nel
dispositivo, così come esorta la Cartabia, scopriamo che i
reati contro l’incolumità pubblica non sono inseriti nella lista
dei casi in cui non si applica la prescrizione rapida, come crimini
di mafia e terrorismo. Tutto ciò induce ad una riflessione più
acuta.
Per quanto concerne la riforma del processo penale ciò che dovrebbe
saltare agli occhi non sono soltanto i tempi di prescrizione, ma la
norma che assegna al Parlamento
il giudizio sulla priorità dell’azione penale. Di fatto è il
Parlamento, succube del Governo, succube dei potentati Ue, a decidere
verso chi,
e in quanto
tempo, il Pubblico Ministero può esercitare l’azione penale.
Risulta evidente che tale norma, di
fatto incostituzionale,
è studiata per fare in modo che, in futuro, gli assassini degli
operai della Thyssen Krupp potranno farla franca, così come
avrebbero potuto evitare la tagliola del processo i vertici Benetton
per il Morandi. Per quattro spulciosi soldi che
l’Unione
Europea pomposamente
ci elargisce
(209
miliardi in sei anni -alcuni
a debito, altri al netto dell’esborso per finanziare il fondo di
garanzia europeo -quando
ne sono stati spesi già 120 nell’anno e mezzo di pandemia) si
è messo in atto
un combinato disposto per cui, da un lato viene liberalizzato il
sub-appalto e la gara al massimo ribasso, quindi si autorizzano di
fatto le costruzioni di ponti di sabbia a rischio
elevato di crollo, dall’altro, con la riforma del processo penale, i
criminali che applicheranno queste pratiche, di fatto divenute
legali, in caso di disastro, non andranno mai a processo perché
i vertici liberisti della Ue, a cui per proprietà transitiva è
demandato il potere d’indirizzare l’azione penale, mai andranno a
disturbare i signori delle multinazionali, i quali saranno liberi di
commettere le più truci nefandezze in nome del profitto.
Se a questo
aggiungiamo che le morti sul lavoro contano una media di tre vittime
al giorno, sindacalisti di base vengono
uccisi nei
presidi davanti alle fabbriche,
migliaia sono
lavoratori licenziati per Whatsapp, dopo aver assicurato la
produzione al
tempo in cui la pandemia era fuori controllo,
con
il
rischio
di infettarsi, mentre il conto in banca dei grandi imprenditori,
destinatari della maggior parte dei fondi per ristori e ripartenze,
non è mai lievitato così tanto come in questo anno e mezzo di
pandemia, abbiamo
il bel quadro di come
agisce
il governo Draghi.
Ma di questo non si parla, siamo tutti presi a
discutere sull’ennesimo fenomeno di distrazione di massa: green pass
si green pass no.
Nel 1956 gli Stati Uniti, in piena guerra fredda, tentarono di
innescare contro l’Unione Sovietica l'arma culturale. Il
Dipartimento di Stato Americano decise di reclutare alcuni jazzisti
famosi, in particolare Louis Armstrong, Duke Ellington, Dave
Brubeck, Dizzy Gillespie, per inviarli in tutto il
mondo, in particolare nei paesi dell’est, con l’obbiettivo di
contrastare la propaganda sovietica che accusava l’America di
discriminazione razziale.
Il tentativo non ebbe grande successo perché, soprattutto i musicisti afroamericani, in particolare
Armstrong e Gillespie, si trovarono presto in difficoltà con le
finalità del programma. Come potevano loro, neri d’America,
promuovere all’estero l’integrazione razziale, quando in Patria
erano oggetto di discriminazione e soprusi? Proprio Armstrong si
ritirò dal progetto quando gli arrivò la notizia del governatore
dell’Arkansas Orval E. Faubus, che aveva mobilitato la guardia
nazionale per impedire l’ingresso alla Central High School di
Little Rock di nove studenti neri che invece avrebbero avuto il diritto alla frequenza. A parte Brubeck, che si esibì in
Polonia e nella Germania dell’Est per lungo tempo e con grande
successo, il resto dei musicisti neri abbandonarono l’incarico.
Se
gli ambasciatori del jazz americani sostanzialmente fallirono,
diversa sorte ebbero gli ambasciatori del jazz italiani, che
addirittura arrivarono direttamente in Unione Sovietica.
Nel 1957 si
svolse a Mosca il più grande festival della gioventù organizzato
dal Partito Comunista sovietico . Fra le varie attività era in programma il
Concorso di Jazz. Una gara fra le maggiori orchestre di jazz mondiali. Le più accreditate per la vittoria finale erano, la
formazione inglese, la tedesca e la cecoslovacca. Fra le diciassette
formazioni partecipanti, figurava anche la Seconda Roman
New Orleans Jazz Band di Carlo Loffredo che non esitò ad
iscrivere il gruppo al concorso.
L’impresa cominciò subito in
salita. Il trombettista Paolo Saraceni non partì per problemi
di lavoro, il batterista Roberto Podio, fu costretto a
rinunciare per le paure del padre che già lo vedeva confinato in
Siberia. Ma Loffredo, senza perdersi d’animo, riuscì, a solo otto
giorni dalla partenza, a sostituire i musicisti rinunciatari con il
cornettista torinese Sergio Farinelli ed il batterista
lombardo Sergio Clerici.
Il viaggio fu lungo: Roma-Marsiglia
in treno, imbarco sulla nave sovietica “Pobieda”,
traversata di, Mediterraneo, Bosforo e Mar Nero con arrivo ad Odessa. Da lì in treno, attraverso tutta l’Ucraina, fino a Mosca. In
realtà i sei giorni di traversata servirono a mettere a punto il
repertorio integrando i nuovi arrivati all’organico già presente
fra cui figuravano, Gianni Sanjust al clarinetto, Peppino
De Luca al trombone, il pianista vibrafonista Puccio Sboto,
e lo stesso Loffredo al contrabbasso.
Il giorno stesso dell’arrivo
i musicisti italiani furono invitati ad esibirsi presso il teatro
dell’Opera di Odessa in occasione della serata d’addio della
celebre ballerina Galina Ulianov, ormai giunta all’età di
sessant’anni. Dopo il Lago dei Cigni, che accompagnò le
evoluzioni della ballerina, si esibì la Roman. Essa potè
usufruire della diretta televisiva, preparata per celebrare la
Ulianov, che mandò in onda i jazzisti italiani in tutte le
repubbliche sovietiche. Il concerto fu visto, praticamente in tutta
la Russia. Con questo importante viatico Loffredo e compagni, osannati
e salutati al grido di: “Bolscioi Jazz, Bolscioi!…..carasciò
carasciò!”, guadagnarono
un ottimo viatico per vincere
il concorso. Che
infatti vinsero.
Inizialmente superarono, a fatica, la big band argentina, poi con
qualche difficoltà ebbero ragione dell’orchestra inglese. In
semifinale si scontrarono con l’orchestra svedese composta da diciotto elementi. Questa
s’impantanò negli arrangiamenti complicati dell'orchestra di Stan Kenton. La scelta risultò fatale per gli scandinavi, superati dai sei ragazzi
della Roman, presi dal sacro fuoco dell’improvvisazione molto più
apprezzata dei freddi arzigogolamenti kentoniani,
rigorosamente scritti, proposti dagli svedesi. Ad aspettare i
jazzisti italiani in finale era la formazione cecoslovacca che aveva
avuto ragione dei temutissimi tedeschi.
La
trovata escogitata da Loffredo di far entrare la band dal fondo della
platea suonando When
the Saints Go Marchin’in fu
decisiva per proclamare la vittoria dei nostri eroi. Il successo nel
concorso e la popolarità che ne seguì, procurò alla Roman una
scrittura per un film sul festival diretto dal regista
russo Alexandrov con una paga esorbitante: trecento rubli per ogni
minuto di apparizione sullo schermo. Fu offerta anche l’incisione
di un long playing che vendette trentacinquemila copie in una
settimana.
Non potè, infine, mancare l’invito a suonare al
Cremlino davanti alle più alte autorità del Partito Comunista
Sovietico, fra cui spiccava un tizio “pelato,
e con una bella faccia da salumiere seduto al centro del tavolone a
cui tutti mostravamo ruffiana ammirazione”,
queste le parole di Lofffredo. Dopo
mezz’ora di esibizione un giovane tenente si avvicinò e, in buon
italiano, annunciò che i grandi dirigenti seduti al tavolo avrebbero
gradito ascoltare del jazz italiano. Loffredo spiegò che il jazz era
una forma d’arte americana. Poteva
essere eseguita da musicisti italiani, ma non era musica italiana.
Dopo un po’ il tenente ritornò
e stavolta, con voce perentoria
e minacciosa, ribadì
che quelli volevano
sentire
jazz italiano. Il terrore di una deportazione in Siberia attanagliò
i “nostri” tanto che Loffredo si voltò verso i suoi musicisti e
disse: “A regà,
sonamo Arrivederci Roma e Funiculì Funiculà”.
Fu il trionfo! E a gradire maggiormente l’esibizione fu proprio
l’uomo al centro del tavolo con la faccia da salumiere. Era
Chrusev.
A
proposito dei rubli. Loffredo e i suoi presero a fantasticare su come
spendere quella marea di soldi una volta tornati in Italia. Non ci
avrebbero cavato niente, perché il rublo nulla valeva in occidente.
Tratto dall'articolo di Antonio Bacciocchi su Alias del 7 agosto 2021
“We are black, we are beautiful, we are proud” urla il reverendo
Jesse Jackson durante lo svolgimento del The Harlem Cultural
Festival a Mount Morris Park
(ora Marcus Garvey Park), a Harlem, New York.
Una serie di concerti
che andranno in scenda dal 29 giugno al 24 agosto dal 1969. Un
festival, che svoltosi in contemporanea al ben più rinomato, famoso
e storicizzato Woodstock, venne rinominato, sbrigativamente e
superficialmente “Black Woodstock”.
Parteciparono circa 300 mila
persone al cospetto di nomi come: Stevie
Wonder, Nina Simone, B.B King, Sly & The Family Stone, Chuck
Jackson, Abbey Lincoln & Max Roach, The 5th Dimension, Gladys
Night & The Pips, Mahalia Jackson, Chambers Brothers e
tanti altri, presentati da Tony Lawrence. Il tutto venne
accuratamente filmato e i nastri archiviati in attesa di un
produttore che ne facesse buon uso. Ma il materiale è stato lungo
(mezzo secolo…..) “dimenticato”, abbandonato ogni tentativo di
farne un film probabilmente destinato ad essere rifiutato.
Ahmir
“Questlove” Thompson
(membro
del The Roots) è riuscito finalmente a mettervi mano e a ricavarne
un documento spettacolare, realizzando probabilmente il miglior film
musicale di sempre, Summer
of Soul (or when the revolution could be not televised) il
cui titolo, riassume
alla perfezione contenuto e vicissitudini della pellicola.
Ad
esibizioni mozzafiato (un incredibile Stevie Wonder che si lancia
in un funambolico solo di batteria, Nina Simone, catartica, solenne,
spietata, Sly & The Family Stone che confermano di essere stati
uno dei migliori act dei Sessanta, Gladys
Night & The Pips, con
una versione unica di I
Heard It Through Grapevine, e
quel saluto a pugno chiuso ballando, Mavis
Staple che
duetta con Mahalia Jackson in un gospel da brividi, David Ruffin
che
incanta con My
Girl, Ray Barreto
e Mongo Santamaria
che
portano il latin sound sul palco, mentre Max
Roach porta
il jazz e Mahalia Jackson lo spiritual) si uniscono
interventi di spessore socio politico, interviste alle persone e agli
spettatori, immagini della New York dell’epoca.
PAROLE
CHIARE
Il reverendo Jesse
Jackson parla alla folla,
usa parole chiare, dure, incisive, sui diritti degli afroamericani.
Gli artisti sono sempre elegantissimi, con look impeccabili,
ricercati raffinati. Uno
dei principali protagonisti è però il pubblico, quasi totalmente
nero e locale. Elegante, composto, sorridente, partecipe,
consapevole. Che fossero membri del
Black Panther, o coppie di anziani, famiglie della borghesia nera più
agiata, bambini che giocano, giovani di varia estrazione sociale,
tutti sfoggiano estetiche esuberanti e raffinatissime, pulite,
essenziali, fresche. Ridono, si divertono. La gente è coinvolta ma
rispettosa, non si accalca, applaude, pensa, riflette, ha sguardi e
sorrisi solari. E’ una festa.
Immagini antitetiche al
contemporaneo Woodstock, tra giovani presi in un utopico edonismo
escapista, droghe, fango e finto ribellismo. Un vuoto che, alla luce
di quanto poi si è verificato, appare oggi sconsolatamente evidente.
Ad Harlem c’era invece consapevolezza, sguardo al futuro, necessità
di cambiamento. Uno dei momenti topici, che riassume la divergenza
tra il significato di Woodstock e dell’Harlem Festival, è quando
Sly Stone alza il pugno gridando il refrain “I Want Take
you Higher”. “Higher!. Il
pubblico nero di Harlem risponde con il pugno, “Higher!”
simboleggiando la speranza di
riuscire ad innalzarsi dalla precarietà e dalla diseguaglianza.
Quando Sly lo urla a Woodstock la platea bianca lo prende come un
invito a “volare alto”, grazie alle droghe. Stessi giorni, stessi
luoghi, più o meno.
Forse c’è un motivo di fondo per
cui per tanto tempo è stato in qualche modo snobbato il contenuto
culturalmente eversivo di questi filmati. Gli afroamericani che nel
1964, proprio ad Harlem, avevano incominciato devastanti e sanguinose
rivolte per acquisire diritti ed equità sociale, si mostrano in
queste immagini molto più “civili”, rispettosi e avanti rispetto
a chi, nello stesso momento, mandava a morire migliaia dei suoi
giovani in Vietnam o reprimeva le più che legittime istanze di
parità. Lo stesso regista Questlove
sintetizza bene il concetto: “Non volevo confrontare e contrastare
Woodstock, ma è stato solo facendo questo film che ho pensato: Ohhh,
ho capito. Woodstock in sé non è stato l’evento che ha cambiato
la vita. L’evento che ha cambiato la vita è stato il film di
Woodstock.
Ciò che ha reso grande Woodstock è stato il fatto che è
stato detto che Woodstock era fantastico”. Forse sarebbe stato lo
stesso con il “Black Woodstock” se avessimo potuto vederlo ai
tempi.
Un tema che sta particolarmente a cuore alle classi dominanti di ogni epoca è quello della sofferenza. Per i poveri, s’intende.
Dopo un incessante e continuo lavorio del Governo Draghi su varie tematiche (vedasi, tra le altre, alla voce sblocco dei licenziamenti), sembra ora essere diventato fertile il terreno per uno dei prossimi passi: il progressivo abbattimento del reddito di cittadinanza. E chi poteva incaricarsi di aprire le danze, se non uno dei massimi alfieri della lotta non alla povertà, ma ai poveri, ergo Italia Viva capitanata da Matteo Renzi? Nell’ultimo mese il prode di Rignano si è infatti reso protagonista di una escalation continua di dichiarazioni contro il reddito di cittadinanza. Dopo aver attaccato il provvedimento del fu Governo giallo-verde accusandolo di essere diseducativo e clientelare, il nostro torna alla carica affermando ancora più esplicitamente: “Io voglio mandare a casa il reddito di cittadinanza perché voglio riaffermare l’idea che la gente deve soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela, se non ce la fai ti diamo una mano, ma bisogna sudare ragazzi”. Su questo tipo di attacco hanno subito fatto trapelare il loro malcelato consenso esponenti di varie fazioni, tra cui (immancabilmente) Salvini, Meloni e Calenda.
Non è ovviamente difficile mettere in luce il portato d’odio ferocemente diretto alle fasce più deboli della popolazione che tale operazione politica contiene. Basta infatti riportare alcuni dei dati che il rapporto INPS ha segnalato con specifico riferimento all’applicazione del reddito di cittadinanza. La platea dei tre milioni e settecentomila soggetti che fino ad ora hanno percepito il sussidio beneficiari è infatti composta da un fiume di persone disoccupate di lungo periodo, scoraggiate, disabili e minori. In media l’importo percepito è stato di 583 euro. Questo tipo di intervento sarebbe quindi per Renzi diseducativo. Sì, ma per chi? Ci troviamo qui infatti di fronte a un caso da manuale di avversione dei ceti dominanti nei riguardi di quelle misure che possano in qualche modo costituire un seppur minimo trasferimento di risorse alle classi meno abbienti volto a, minimissimamente, alleviarne la povertà e ridurne la ricattabilità. In tale ottica, sembra chiaro come Renzi si faccia portavoce del desiderio di andare a fare uno screening certosino ad ogni tipo di contributo che possa anche solo pallidamente allontanare le grandi masse di poveri e disgraziati da quella che, in maniera altrettanto candida, Padoa Schioppa definì a suo tempo la “durezza del vivere”. E allora perché non lasciare che proprio l’ex Ministro del fu Governo Prodi ci spieghi per filo e per segno qual è il (neanche tanto) retro pensiero che anima oggigiorno Renzi?
“Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.” In maniera esplicita, Padoa Schioppa afferma ciò che Renzi solo accenna: un distillato dell’odio delle classi dominanti, messo nero su bianco.
Eppure, oltre a questo c’è anche un ulteriore dato politico da sottolineare. Il reddito di cittadinanza, insieme a Quota 100, ha rappresentato una novità introdotta dal Governo giallo-verde rispetto al corso generale delle politiche economiche degli ultimi decenni. Ad oggi possiamo però vedere, su un orizzonte più ampio di quello dei mesi immediatamente successivi all’approvazione di queste misure, quale fosse il reale portato politico di quegli interventi. M5S e Lega non avevano infatti altro in mente se non un contentino necessario a dar seguito all’incredibile ondata anti-euro e fintamente anti-sistema che aveva sospinto entrambi i partiti verso percentuali fino ad allora impensabili. Tuttavia, tali contentini non sono stati accompagnati da una adeguata lotta ai vincoli europei, senza la quale, dal punto di vista strettamente economico, il mantenimento di qualsivoglia forma di tutela sociale viene posto immediatamente sotto pressione. In più, dal punto di vista politico, entrambi i partiti si sono immediatamente convertiti all’appoggio all’attuale Governo Draghi, vero alfiere delle ‘riforme strutturali’ che metteranno ulteriormente alle strette lo Stato sociale nostrano.
Quel timidissimo e subito rimangiato passo in una direzione differente può quindi ora essere messo sotto attacco, in modo da potersi riprendere anche qualche briciola inopinatamente caduta dal tavolo dei ricchi verso terra. E’ allora qui il caso di ricordare come, se implementato a regime, il reddito di cittadinanza possa per vari canali non essere quella panacea di tutti i mali che i suoi sostenitori della prima ora credono possa rappresentare. Tuttavia, le critiche ad una misura di questo tipo volte a metterne in luce criticità e punti deboli nulla debbono avere a che vedere con un ignominioso rigurgito atto a togliere il pane a chi più ne ha bisogno, che in quanto tale va respinto con forza al mittente.
Il grido di dolore di Enrico Preziosi, il padrone di Giochi Preziosi, ha commosso tutti: i regali di Natale dei nostri bambini sono a rischio, bloccati nei porti cinesi dalla richiesta di un balzello che il povero imprenditore proprio non si aspettava. Scorrendo l’intervista, sorge però qualche dubbio circa la buona fede del nostro Babbo Natale incagliato in Cina: già, cosa ci fanno in Cina i prodotti di un’azienda italianissima? E perché questo accorato appello rivolto al nostro Governo?
Nella stessa intervista, Preziosi ci informa che il 95% della sua produzione è delocalizzata in Cina. Come la gran parte delle aziende italiane medie e grandi, anche Giochi Preziosi ha dunque delocalizzato la quasi totalità della produzione in un Paese che offriva grandi opportunità di profitto: un costo del lavoro molto basso, tasse e tributi contenuti da una politica di apertura portata avanti dalla Cina in alcune zone del Paese esposte al commercio internazionale, e la garanzia della totale libertà di circolazione delle merci, che consente ai vari Preziosi di tornare poi in Italia, e in Europa tutta, a vendere le proprie merci prodotte altrove. Il fenomeno delle delocalizzazioni è un mondo meraviglioso, per gli imprenditori. L’altra faccia di questo fenomeno, il costo delle delocalizzazioni, la pagano i lavoratori italiani – che perdono i posti di lavoro spostati in Cina – e l’Italia tutta, che oltre a sperimentare una progressiva desertificazione industriale vede erodere anche la base fiscale di questi colossi industriali il cui baricentro produttivo fuoriesce dal Paese. L’affare delle delocalizzazioni, dunque, lo ha fatto Preziosi, attratto dalle condizioni offerte (in questo caso) dalla Cina, mentre lo Stato italiano ed i lavoratori del nostro Paese ne hanno pagato il costo.
Cosa ha rotto le uova nel paniere di Preziosi? Fondamentalmente due fenomeni relativamente recenti. Da un lato la Cina sta sperimentando un progressivo aumento dei salari medi che non si è arrestato neanche con la pandemia: l’impronta socialista che caratterizza l’organizzazione economica di quel Paese ha garantito, pur con molteplici contraddizioni che non possiamo qui affrontare in maniera esaustiva, un inesorabile miglioramento nelle condizioni di vita della popolazione. Se migliorano le condizioni di vita del popolo cinese, peggiorano le condizioni di profitto delle imprese straniere (come Giochi Preziosi) che proprio sui bassi salari cinesi puntavano, quando hanno delocalizzato. Ecco il paradosso generato dalle delocalizzazioni in un Paese socialista: mentre, anche per effetto della desertificazione industriale e delle politiche neoliberiste imposte negli ultimi trent’anni, i salari italiani (da cui Preziosi e compagnia rifuggivano) si stanno abbassando progressivamente verso ‘livelli cinesi’, si sarebbe detto un tempo, i salari dei cinesi crescono erodendo quote di profitto delle multinazionali.
Come se non bastasse, un ulteriore fattore compromette la profittabilità delle multinazionali estere impiantante in Cina: i costi di trasporto dei container dalla Cina è aumentato di circa sei volte per il combinato disposto di maggiori tasse imposte dal Governo cinese e maggiori tariffe richieste dai grandi gestori, spesso pubblici, dei porti cinesi. In altre parole, il Governo cinese – dopo aver attratto molte multinazionali estere con condizioni favorevoli – inizia a chiedergli il conto: quello che ogni cittadino vorrebbe veder fare al proprio Stato. Apriti cielo: il povero Preziosi, che in Cina aveva trasferito la produzione proprio per via dei bassi costi, ora è in crisi. E la sua reazione merita una riflessione politica.
Preziosi, infatti, rivolge il suo accorato appello al Governo italiano, chiedendogli di favorire il cosiddetto reshoring, una parola complicata per un concetto molto semplice: ora che i lavoratori italiani sono ridotti alla fame, cioè sono tornati ad essere competitivi a livello internazionale, il dinamico imprenditore vorrebbe riportare la produzione in Italia. Potrebbe farlo in ogni momento, ovviamente, ma lui pretende un aiutino dal Governo. Lui, che ha incassato tutti i profitti della delocalizzazione imponendo all’Italia i costi economici, fiscali e sociali della sua scelta, adesso vorrebbe essere pagato (già, questo chiede: decontribuzioni e sconti fiscali in patria) per tornare a produrre in Italia. L’idea che i padroni possano delocalizzare a piacere la produzione per inseguire il profitto – un’idea che è alla base dell’architettura istituzionale dell’Unione europea, fondata sulla libertà di circolazione di merci e capitali – è già di per sé vergognosa, ma pensare che lo Stato debba non solo lasciarli fare ma anche incentivarli, magari tagliando imposte e diritti dei lavoratori, rendendo sostanzialmente le condizioni dei lavoratori italiani peggiori di quelle cinesi, è grottescamente mostruoso, ma è il vero volto dell’imprenditoria, quello reale e concreto che scandisce la vita economica del Paese. In altri termini, dopo aver delocalizzato la produzione all’estero, i capitalisti come Preziosi vogliono ora ricattare lo Stato chiedendo sgravi fiscali e aiuti di vario genere per tornare a sfruttare il lavoro italiano, reso povero anche dalle loro scelte industriali.
L’appello di Preziosi, che non è certo un caso isolato ma ben rappresenta una parte consistente del capitalismo italiano, ci impone dunque una riflessione politica di carattere generale. Gli sfruttatori non hanno confini: non li hanno quando delocalizzano, e non li hanno quando decidono di tornare in patria a sfruttare il lavoro povero che le loro delocalizzazioni hanno contribuito a creare. I confini, dunque, quegli stessi confini che l’Italia e l’Europa usa contro i lavoratori migranti per costringerli ad entrare come schiavi nella nostra economia, possono essere usati – al contrario – contro quegli sfruttatori. Possono essere usati imponendo, in Italia, un salario minimo che garantisca una vita dignitosa – per evitare che le imprese di tutto il mondo inizino a delocalizzare per sfruttare il nostro lavoro povero ma qualificato; possono essere usati per favorire le imprese pubbliche in settori strategici, creando occupazione e favorendo lo sviluppo industriale del Paese; possono essere usati per limitare la circolazione delle merci e dunque impedire il ricatto al Preziosi di turno, che produce in Cina i giocattoli venduti in Italia. I confini, insomma, sono uno strumento politico: gli sfruttatori li usano per piegare i lavoratori, gli sfruttati possono usarli come argine alla sete di profitto delle multinazionali.