Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 20 ottobre 2021

Storia non conforme con morale

 Luciano Granieri


Maria Lucia ed io non possiamo negarlo, Siamo affascinati dal Parco Nazionale d’Abruzzo. Ci piace addentrarci in boschi da favola i cui colori, soprattutto d’autunno, diventano surreali e fanno volare la fantasia verso lidi fantastici, inimmaginabili. Ci piace anche camminare per le vie di Pescasseroli, un paese dove caratteristici vicoli tipici di un borgo, si connettono con un tessuto urbano discreto ma razionale. 

LA RICERCA

Proprio all’ultima nostra visita nella capitale storica del Parco Nazionale d’Abruzzo si riferisce la storia che voglio raccontare. Dopo una mattinata passata fra i boschi di Forca d’Acero e della Val Fondillo decidiamo di mangiare un boccone proprio a Pescasseroli e aspettare la sera passeggiando per quei vicoli così belli e ordinati. Eravamo anche alla ricerca di un negozietto di saponi e creme cosmetiche, realizzati con latte di capra, che avevamo scoperto nella nostra ultima visita fatta nel borgo. Non ricordavamo dove fosse, e dopo aver piacevolmente cercato, girovagando in un atmosfera surreale fra silenzi d’altri tempi, balconi agghindati con i fiori, intravedendo tende intessute a tombolo far capolino dalle finestre, decidiamo che forse è meglio chiedere indicazioni circa la posizione del negozietto di saponi. 

LA NOSTRA GUIDA PERSONALE

In un fresco e assolato primo pomeriggio d’autunno di un giorno feriale trovare qualcuno a cui chiedere non sembrava impresa semplice. In un vicolo ci appare una signora intenta a spazzare meticolosamente l’ingresso della stradina. Chiediamo con una certa timidezza, temendo di disturbare, se conoscesse l'ubicazione  del negozio. La signora, riponendo la scopa, non mostrando alcun fastidio, con molta cortesia e giovialità ci indica la strada. A quel punto chiediamo anche se, per caso, conoscesse anche l’orario di apertura. La risposta è stata veramente inaspettata. Non lo sa esattamente, ma si offre di accompagnarci presso l’abitazione della padrona del negozio, che è li vicino, in modo da ottenere una giusta informazione. Sopraffatti da tanta gentilezza Maria Lucia ed io la seguiamo. Giunta sull’uscio la gentile signora prima suona il campanello, poi non ricevendo risposta, bussa in modo energico sul legno del portone.

CONSULTAZIONE DI QUARTIERE

 Si avvicina un anziano, molto cortese, da cui apprendiamo che la padrona del negozio è fuori. Non c’è problema, la nostra gentile guida suona il campanello della  porta accanto chiedendo alla vicina se ha il numero di cellulare  della persona che stiamo cercando. La vicina, non solo ha il numero, ma si offre di chiamare lei stessa. Dall’altra parte del telefono  la gestrice del negozio risponde confermando che aprirà di lì ad un’oretta. Io e Maria Lucia ci guardiamo stupiti perché non eravamo più abituati a vedere delle persone, mai conosciute, adoperarsi in modo così cortese e solerte con noi che, fra l’altro venivamo da fuori. Roba di altri tempi e di altri luoghi. Ringraziamo tutti per la loro cortesia e decidiamo di avviarci verso il negozio, che è anche il laboratorio dove vengono prodotti i saponi, per verificare esattamente dove sia, in modo di tornarci, all’ora indicata dopo aver passeggiato ancora un po’. 

LA SIGNORA DEI SAPONI AL LATTE DI CAPRA

Arrivati davanti al laboratorio, la porta è aperta e la signora dei saponi era già li ad attenderci. Dopo averci illustrato le proprietà dei suoi prodotti ed averci consegnato ciò che avevamo chiesto, ci invita a rimanere ancora un po’ .”Tanto è presto” dice. Ci racconta quasi tutta la sua vita. Ci dice dei figli, del marito, di come è nata l’idea di produrre saponi e creme con il latte di capra. Rimaniamo a conversare amabilmente e piacevolmente di tanti argomenti almeno per un’altra oretta fino a quando fa capolino una cliente. A questo punto ci sembra corretto non rubare altro tempo alla gentile signora dei saponi. Lasciamo il negozio, diciamolo pure, contenti, sollevati di sapere che una diversa convivenza sociale è possibile. 

MORALE

Spesso discettiamo sulla rovina a cui sta portando un’ acredine diffusa che rende le persone particolarmente astiose, diffidenti verso gli altri, quando non ostili. Assistiamo impotenti all’estremizzazione di un individualismo imposto dal vecchio adagio “divide et impera” , che obbliga ad una vita precaria, schiava di un tempo contratto e di un ansia per la difesa di non si sa bene cosa (forse un diritto scambiato per privilegio) e non si sa bene da chi, (l’immigrato, il vicino, chiunque sia “altro” da noi). Ebbene il prodigarsi senza scopi reconditi, l’attenzione regalata a persone sconosciute, che semplicemente necessitano di un’informazione, mostrate da quelle cittadine di Pescasseroli, ci restituisce la speranza che non tutto è perduto e che quando parliamo di condivisione sociale, abbiamo ancora qualche punto di riferimento preciso. Sta a noi non far deflagrare tutto, tenendo ben presente certi esempi virtuosi e porli alle fondamenta di una società fondata su condivisione e solidarietà sempre auspicata ma mai praticata.

lunedì 18 ottobre 2021

E' scomparso Franco Cerri una leggenda del jazz mondiale

 Luciano Granieri

E' morto stamattina il chitarrista Franco Cerri . Aveva 95 anni. Ne ha dato notizia il pianista  Enrico Intra che con   Cerri  ha condiviso  mezzo secolo di Jazz in Italia e nel mondo. Da Django Reinhardt a Charlie Christian, Franco Cerri  ha percorso tutte le strade della chitarra jazz ed oltre, suonando con tutti i migliori jazzisti mondiali da Billie Holiday a Dizzi Gillespie, a Chet Baker, oltre a tutti i jazzisti italiani da Kramer a Rava. Lo vogliamo ricordare riproponendo alcune sue riflessioni su  partner musicale di sempre, Enrico Intra e sulla evoluzione stilistica del jazz. 

Che la terra ti sia lieve Franco. ci mancherai.



Racconta Franco Cerri...

«Eravamo e siamo rimasti diversi» racconta Cerri parlando di Intra, «io sono tonale. Già il be-bop, al primo incontro, mi aveva un po’ frastornato. Figuriamoci il free, un altro mondo. C’era stato un concerto al Lirico, il gruppo di Miles Davis con John Coltrane al sassofono e gli appassionati milanesi si erano divisi. Alcuni ne erano usciti entusiasti, altri poco convinti. Io capivo che si trattava di musica di altissima qualità ma facevo fatica a digerirla, avevo bisogno di tempo. Enrico, invece, assorbiva tutto, si sentiva a suo agio in tutto ciò che ci arrivava di nuovo, come accadeva ad Enrico Rava, a Massimo Urbani, a Giorgio Gaslini e ad altri ancora. Io faccio musica come se scrivessi un racconto, ho bisogno di seguire una certa logica, il free spezza ogni cosa, sconvolge i temi, li disperde in tante schegge; un’operazione molto intellettuale, nella quale non mi ritrovavo. Ciononostante, o forse proprio per questo, le nostre due nature riuscivano a conciliarsi. Sentivo che Enrico a volte doveva tenere a freno la fantasia, così come io cercavo di adeguarmi, mi sentivo demodé e volevo allargare il mio panorama. Eppure le nostre due nature finivano per conciliarsi. E più avanti nel tempo avevamo formato un Quartetto, con Azzolini al basso e Gilberto Cuppini alla batteria, che dura ancora, sia pure cambiando a volte basso e batteria, Lucio Terzano e poi Marco Vaggi, Paolo Pellegatti e Tony Arco. Una sera Cuppini non era arrivato a Lecce. Avevamo pensato di far saltare l’esibizione, poi Enrico aveva detto: suoniamo in Trio, come Art Tatum, come Oscar Peterson e ci eravamo resi conto che anche così la musica funzionava"


   


 


lunedì 11 ottobre 2021

L'affascinante viaggio in Time Lag, il nuovo album dei dei Mobius Strip

 Luciano Granieri



  Sono entrato nel mondo “Mobius Strip” in una serata estiva del 2020. Li ho ascoltati in un concerto tenutosi a Fontana Liri. Ne sono rimasto folgorato ( vedi il resoconto qui). Quattro giovani musicisti talentuosi, dalla straordinaria carica  emotiva. Lorenzo Cellupica- tastiere, Nicola Fabrizi- sax alto e tenore, Eros Capoccitti-basso, Davide Rufo-batteria, provenienti da Sora, sciorinarono in quel concerto un effluvio musicale fatto di jazz e fusion, straordinariamente coinvolgente e dalla qualità esecutiva eccellente. In quel frangente scoprii anche che avevano accompagnato, nel corso di una tournee negli Stati Uniti, la storica icona della fusion mondiale, i Soft Machine.  Avevano inoltre già inciso  un Cd dal titolo “Mobius Strip” per la casa discografica francese Musea Record. Quest’ultima notizia mi indispettì non poco, perché non mi capacitavo del fatto che musicisti così talentuosi dovessero registrare per una etichetta straniera. Nemo profeta in Patria, ma in questo caso la Patria si dimostrava quantomeno sorda. Fortunatamente, come vedremo, tale vulnus è stato sanato. 

Non nascondo che da quella serata ho iniziato a seguire assiduamente  i quattro musicisti ciociari. Inevitabilmente il Covid ha prolungato l’attesa per un altro concerto, un nuovo Cd. Ma finalmente tanta paziente attesa è stata ripagata. Il 12 luglio scorso, Lorenzo Cellupica, Nicola Fabrizi, Eros Capoccitti, e Davide Rufo uscivano dagli studi di registrazione dando alla luce il loro secondo album (scusate mi piace chiamarlo così) Time Lag, per una etichetta indipendente vivaddio italiana: la Ma.Ra.Cash Record che pubblica  grandi artisti del panorama   jazz-fusion-progressive italiano; Osanna, Arti&Mestieri, Mariano Deidda, per citarne solo alcuni . 

Time Lag si compone di sei brani: Chand Baori, Iblis Hybris, Mateka’s Speech, Old Tapestry, Mobius Cube, A Theme for the End. Sorpresa e curiosità ha destato il fatto che Cellupica, Fabrizi, Capoccitti e Rufo, si sono avvalsi della collaborazione di altri valenti musicisti, quali: il trombettista Fabio Gelli, che suona in Iblis Hybris e Mateka’s Speech - in quest’ultimo brano si ascolta anche il trombonista Romeo Venditti. Simone Marcelli e Massimo Izzizzari suonano la chitarra rispettivamente in: Mobius Cube, e A Theme for the End, questo brano vede la partecipazione anche delle voci di Debora Camilli, Caterina Sebastiano, Andrea Martini, dello stesso Cellupica e dalla tromba di Giacomo Serino. 

Ma veniamo al Cd. Time Lag è un disco aperto, ricco di colori, sfumature timbriche, anche se non viene mai meno la ricercatezza ritmica. Tracce piene di suoni ma, nello stesso tempo, ariose. Ogni brano è una piccola suite dove ogni movimento è prezioso, sorprendente, ma, indubbiamente, inserito perfettamente nell’architettura armonico-ritmica. 

Ottimi gli arrangiamenti dei fiati e gli incroci vocali dei musicisti ospiti che danno una idea di coralità senza confini. Il brano che mi ha colpito di più è Old Tapestry. E’ uno dei pezzi, oltre a quello di apertura,  in cui  si ascoltano solo i quattro Mobius. Ebbene Old Tapestry sembra costruito su una struttura che ricorda addirittura i primi Emerson Lake and Palmer, quelli di Tarkus per intenderci. Struttura dalla quale i musicisti partono per volare alto sulle ali del loro ormai personalissimo stile e della loro grande tecnica strumentale che, se è possibile è ulteriormente migliorata rispetto al primo Cd. 

Time Lag è un viaggio nuovo, affascinate, pieno di incontri sorprendenti, ma sempre nel solco dell'inconfondibile stile Mobius Strib. Complimenti, veramente complimenti a Lorenzo, Nico, Eros e Davide. Non vedo l’ora di riascoltarli dal vivo, per una nuova stimolante esperienza di emozioni in musica. 


giovedì 30 settembre 2021

La solidarietà non può essere criminalizzata

 Dichiarazione del costituzionalista Massimo Villone, a nome della presidenza

del Comitato per la democrazia costituzionale




La condanna ad oltre tredici anni di carcere inflitta dal Tribunale di Locri all’ex sindaco di Riace Domenico Lucano rappresenta una pagina nera nella storia della Repubblica.

 Con questa condanna, che inasprisce persino le richieste del Pubblico Ministero, viene criminalizzata un’esperienza di solidarietà umana, di accoglienza, di integrazione culturale che ha costituito un esempio ed un modello apprezzato in tutto il mondo.

 Il Tribunale ha obiettivamente trasformato eventuali irregolarità amministrative e contabili in una condotta criminale e lucrativa, quando è a tutti evidente la finalizzazione a favore degli ultimi di ogni attività del sindaco Lucano e la finalità altruistica del suo agire.

 In questo modo, attraverso un percorso tortuoso è stato introdotto nell’ordinamento un inconcepibile reato di solidarietà. La solidarietà è uno dei fondamenti della Repubblica e non può essere criminalizzata, tantomeno dai giudici che sono i guardiani della Costituzione.

Esprimiamo la nostra più sincera solidarietà umana e politica a Domenico Lucano, confidando che la macchina giudiziaria saprà correggere i suoi errori.

Roma, 30 settembre 2021


martedì 28 settembre 2021

Un insopportabile "Silent Way" che dura da trent'anni

 Luciano Granieri



“Credo di aver suonato con i due musicisti più logorroici di tutta la musica jazz". Questo soleva dire Miles Davis, riferendosi a Charlie Parker e John Coltrane. Ed era vero. Due personalità geniali, debordanti e rivoluzionari.  Ma,  per certi versi, contrastanti con la poetica di Miles. Una poetica, forse ancora più geniale,  basata sulla magneticità del fraseggio, fatto di note taglienti, o soffuse dalla sordina Harmon. Una genialità che  travalicava i flussi melodici per andare oltre, indirizzando la ricerca verso nuove soluzioni nel campo armonico, ritmico.

Ma, a fronte di un approccio melodico misurato, Miles Davis è stato logorroico a modo suo, vulcanico, per meglio dire, nell’inventare, nel rivoluzionare forme e stilemi. Impareggiabile nello  scoprire nuovi talenti dalle doti straordinarie inizialmente incomprese, il già citato Coltrane ne è un esempio. Un iperattività creativa ed innovativa che non ha eguali. 

Volendo intraprendere un viaggio in  trent’anni dall’attività di Miles, a partire dalla collaborazione con Parker, si possono apprezzare: una nuova variazione nel fraseggio bop, più riflessiva rispetto a quella di Gillespie, si ascoltino le registrazione del 1948; l’invenzione di un nuovo stile basato sulla creazione di melodie ed armonie meno frenetiche, più ricercate, improvvisazioni meditate, intime. Parliamo ovviamente della nascita del Cool Jazz, dove “cool” non sta per “freddo”, ma per “calmo”. “The Birth of the Cool”, col nonetto diretto da Gil Evans, è il disco manifesto di questo nuovo stile, che avrà uno sviluppo nel jazz della West Coast. Non a caso, insieme con Miles suonavano Gerry Mulligan e Lee Konitz, icone della corrente bianca sviluppatasi negli anni ‘50 a Los Angeles e dintorni. 

Non finisce qui. Nel passare in rassegna i protagonisti della rivincita nera dell’hard bop newyorkese, come non aggiungere,  ad Horace Silver, i Messanger di Art Blakey, Sonny Rollins, la nuova vena creativa di Davis? Rinnovato sia nel morale che nel fisico, dopo essere uscito dalla tossicodipendenza, Miles sfoderò una serie di dischi fenomenali per la casa discografica Prestige, con un  quintetto destinato ad entrare nella storia. Coltrane al Sax tenore, Red Garland al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria. Relaxin’ with the Miles Davis quintet, Steamin’with the Miles Davi quintet, Workin’ with Miles Davis quintet, Cookin’ with the Miles Davis quintet furono album straordinari registrati tutto d’un fiato necessari per assolvere gli impegni con la Prestige prima di passare alla casa discografica Columbia, anche in questo caso stabilendo un record, quello di essere il primo jazzista a registrare per una grande etichetta dal fatturato milionario il cui catalogo era composto da dischi di sicuro successo in ambito commerciale. 

Non bastava. Da qui iniziò la sperimentazione per la nuova rivoluzione. Quella dell’armonizzazione modale basata su scale e non su accordi. Preannunciato dalle musiche per il film “Ascensore per il patibolo” di Louis Malle, irruppe nello scenario discografico quello che ad oggi viene considerato l’album di jazz più bello in assoluto, “Kind of Blue”, con Coltrane, Julian Cannonbal Adderley, al sax alto, Jimmy Cobb alla batteria Paul Chambers al contrabbasso  e il nuovo astro nascente del pianoforte Bill Evans, oltre a Wynton Kelly.

L’evoluzione del modale contraddistinse tutti gli anni ‘60 con un altro quintetto storico: Wayne Shorter al sax tenore e soprano, Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria. Fu il gruppo che mosse i primi passi verso la rivoluzione elettrica. Infatti l’irrequietezza di Miles spinse il trombettista verso altri orizzonti: la contaminazioni con sonorità elettrificate, frutto dell’apprezzamento verso il re di Woodstock Jimi Hendrix .

In a Silent Way e, soprattutto, il capolavoro Bitches Brew, costituirono l’ennesima rivoluzione: la musica Fusion. I protagonisti saranno  destinati a diventare le nuove stelle nel firmamento musicale: Chick Corea, Jack De Johnette, Keith Jarrett, Joe Zawinul, John McLaughling e molti altri . Bitches Brew segna un altro record è il primo disco di jazz ad entrare nelle classifiche degli album più venduti. 

 Sono passati più o meno trent’anni dall’inizio del nostro viaggio. L’attività di Miles continuerà ancora con altre scoperte e sperimentazioni, magari non tutte riuscite. Ma il confronto di quei trent’anni mette in risalto il sordo silenzio dell’oggi. Il silenzio creativo di altri trent’anni passati senza Miles che veniva a mancare il 28 settembre del 1991. Poco prima di morire egli aveva in animo di riproporre, con arrangiamenti nuovi, proprie esecuzioni degli anni ‘50-’60. Forse il fisico, minato da una salute precaria, aveva fiaccato il musicista dell’Illinois, e lo aveva convinto che il tempo delle rivoluzioni era finito, era il momento di guardarsi indietro. 

Non fece in tempo. A Miles Davis, non era concesso di fermare il suo impulso rivoluzionario.


lunedì 20 settembre 2021

Gkn. I click della Melrose innescano una nuova modalità di conflitto

 Luciano Granieri



Quando il fondo d’investimento inglese Melrose, licenziò a mezzo WhatsApp, i 422 addetti della Gkn di Campi Bisenzio, azienda controllata dallo stesso fondo, membri autorevoli del Governo  si mostrarono sdegnati, nonostante qualche giorno prima avessero accontentato i loro capi confindustriali, eliminando il blocco dei licenziamenti post-Covid. L’indignazione in realtà non derivava tanto dal fatto che 422 operai di un’azienda altamente produttiva e in attivo venissero licenziati per un crudele gioco di speculazione finanziaria, ma perché la comunicazione era arrivata tramite WhatsApp. Cosa c’è da meravigliarsi?

A comandare il fondo Melrose (fra i cui maggiori azionisti figurano: la Select Equity group, società finanziaria che vanta un portafoglio di 30 mld di dollari, Vanguard Group e Black Rock, due dei più grandi fondi speculativi al mondo oltre alla Capital Research & Management che fa parte della Capital Group, un agglomerato finanziario di 67 aziende ) sono il Ceo Simon Packman, che nel 2014 guadagnava 2000 volte più del salario minimo inglese, ed il vice presiednte Chtistopher Miller. 

Costoro, pochi mesi prima di decretare i licenziamenti con un semplice click sulla tastiera hanno incassato rispettivamente, 7 e 15 milioni di sterline, vendendo azioni e titoli in previsione dell'azione speculativa che stavano per attivare contro gli addetti Gkn. Cioè con una semplice operazione al computer di pochi attimi, si sono messi in tasca il costo annuo dell’intero personale licenziato. 

E’ quindi una prassi consolidata fare profitti digitando su device alla moda e di ultima generazione anche quando si tratta di inviare dei WhatsApp per licenziare operai della cui sorte non interessa nulla, basta acquisire quei profitti che tali associazione a delinquere realizzano attraverso il loro licenziamento. Questi squali si arricchiscono, non attraverso il processo produttivo,   ma grazie alle speculazioni di borsa, per cui  si comprano le aziende a un prezzo irrisorio, si ristrutturano, delocalizzando e licenziando, poi si rivendono ad una quota molto più alta, realizzando profitti miliardari, senza curarsi della devastazione sociale che lasciano sul campo. 

Mr Packman e Mr. Miller, in realtà, convinti che l’establishment politico internazionale svolgesse appieno il proprio compito di sterilizzazione del  conflitto sociale, non si aspettavano che ai click contro gli addetti Gkn, rispondesse la grande mobilitazione dei lavoratori della fabbrica , che sabato scorso, sono scesi in piazza a Firenze, accompagnati da altre 25.000 persone. Infatti ,a fianco del collettivo di e alla Rsu della Gkn, si sono mobilitati, i lavoratori di tutte le altre migliaia vertenze aperte al Mise, dalla Whirpool, all’Embraco, fino all’Alitalia, oltre che movimenti, associazioni, perfino i sindacati, confederali, pezzi di partiti più o meno riformisti. 

Hanno sfilato per le vie fiorentine l’Anpi Oltrearno e di Campi Bisenzio, protagonisti della liberazione della città dal nazifascismo nel 1944, a dimostrare che la lotta per la democrazia, passa per la lotta al diritto al lavoro. A seguire Cgil, Cisl, Uil, Fiom Cobas, Usb, Sinistra Italiana, Rifondazione, Potere al Popolo e perfino qualche esponente del Pd. 

Forse Mr. Packman e Mr. Miller lo ignorano, ma può darsi che il loro WhatsApp abbia innescato consapevolezze nuove in chi combatte per la difesa del proprio posto di lavoro. 

Innanzitutto il collettivo degli operai della Gkn ha messo alla base della propria vertenza il concetto per cui nessuno si salva da solo: la lotta della fabbrica toscana ha aggregato tutte le lotte delle altre crisi aziendali in corso, non solo, ma punta ad allargare il conflitto, ai precari ai disoccupati, al mondo della scuola, della sanità, che ha come unica controparte il sistema della accumulazione finanziaria che crea povertà e precarietà diffusa. 

In secondo luogo si è reso evidente che il padrone, non esiste più. Ma c’è un intero sistema da combattere, quello che basa il profitto sui capitali e il management a scapito dell’attività produttiva, del lavoro.

 Questa vicenda conflittuale pone, quindi, un’ulteriore riflessione. Quando si sente dire che è necessario attrarre gli investitori privati attraverso agevolazioni fiscali, allentamento dei controlli sull’impatto ambientale e sul rispetto delle tutele sulla salute dei lavoratori, per creare nuovo lavoro, forse vale la pena porre un domanda.  Tali agevolazioni favoriscono veramente la creazione di occupazione oppure sono funzionali alla cuccagna di chi prende i soldi e scappa lasciando sul territorio povertà e devastazione ambientale?

venerdì 17 settembre 2021

Obbligo vaccinale "me ne frego" contro "mi interessa, ho cura"

Luciano Granieri




Dal 15 ottobre, fino al 31 dicembre, tutti i lavoratori del settore privato, dovranno esibire il Green Pass per svolgere la propria attività. La decisione è stata presa dopo il confronto con le parti sociali (Confindustria - per cui improvvisamene la carta verde è diventata fondamentale, dopo che durante la prima crisi Covid, hanno strepitato per non chiudere le fabbriche, concorrendo a provocare i centinaia di morti nel centro produttivo della Bergamasca e della Brianza – i sindacati confederali i quali, pur dicendosi favorevoli all’obbligo vaccinale hanno accettato, come al solito, il compromesso al ribasso – per i lavoratori- sull’obbligatorietà del Green Pass.) 

La notizia è nota ma, leggendo dichiarazioni ed interviste,  emergono grande incoerenza ed enormi ipocrisie. In un di queste, pubblicata su “Repubblica” di oggi, condotta da Stefano Cappellini al Ministro del Lavoro Andrea Orlando, risulta che la richiesta di Landini  in merito alla gratuità dei tamponi, necessari ai lavoratori non vaccinati per ottenere il Green Pass obbligatorio, è stata rifiutata, con la lapalissiana obiezione che se un lavoratore vuole la carta verde gratuitamente non ha che da vaccinarsi. In un altra parte del testo, il Ministro ammette che il lascia passare anti Covid è stato adottato per convincere i resistenti alla vaccinazione ad effettuarla. 

Ma allora come richiesto dai sindacati, perché non porre l’obbligo vaccinale? La risposta del ministro è stata: “Abbiamo spiegato che in questo momento preferiamo evitare una polarizzazione delle posizioni sul vaccino che sarebbe dannosa e controproducente” Già ma per chi? Il Green Pass, è una certificazione attestante, o la presenza di anticorpi (vaccino-guarigione dalla malattia) o la temporanea assenza del virus (tampone). Quest’ultima certezza può venir meno anche il giorno stesso dell’effettuazione dell'esame che non rileva  un’infezione eventualmente contratta prima delle 48 ore necessarie al test successivo. 

 Per chi è, dunque,  controproducente? 

 Per chi non vuole trovarsi a condividere luoghi con i contagiati,? Il tampone non assicura, come detto la certificazione dell’assenza della malattia, (come affermato dagli scienziati, checchè ne dica Salvini). 

E’ controproducente per chi frequenta tutti quei luoghi, in cui il Green Pass non è obbligatorio, supermercati, mezzi pubblici locali, e per cui non è certificabile, la presenza, o meno fra gli utenti di una persona infetta?

 E’ controproducente per gli operai succubi di un’ulteriore forma di ricatto in mano ai padroni?

E'  controproducente per le aziende farmaceutiche che confezionano i tamponi?

 E’ controproducente per questo Esecutivo che non può essere più di tanto disturbato, dalla frenesia no-vax del Salvini di lotta e di governo, nel salvaguardare le inattaccabili ed incontestabili ragioni del profitto, e dunque un contentino al bolso padano deve pur concederlo?

In poche parole è controproducente per la tutela della salute, e dalla convivenza sociale. 

Si preferisce  fare appello alla responsabilità dei singoli cittadini, affinché si vaccinino, anziché imporre la norma dell’obbligo vaccinale, indispensabile per evitare la circolazione del virus. Si invoca una sensibilità al rispetto delle ragioni collettive, pur sacrificando qualche libertà individuale, fiduciosi che con l’introduzione, di una semplice certificazione si possa muovere la popolazione ad una così alta percezione del principio di convivenza civile. 

 Ma cosa credono queste anime belle, che dopo decenni d’imposizione liberista della competitività spinta come valore assoluto, basata sull'individualismo sfrenato, non riemergesse il “Me ne frego” fascista? Non solo è riemerso, ma si è radicato fortemente nei gangli peggiori della società. 

Il “me ne frego della libertà degli altri, conta solo la mia libertà di fare quello che mi pare” è ormai una regola quasi inderogabile e ad essa deve sacrificarsi anche l’obbligo vaccinale. Dunque si ha un bel convincere i No Vax, o anche solo gli indecisi e poco convinti a vaccinarsi, con l’onere dell’esibizione di una certificazione. 

Bisogna imporsi. Imporre l’obbligo vaccinale, perché la libertà di non volersi vaccinare (una libertà stupida, di fatto significa libertà di stare male), deve piegarsi alla libertà della collettività di rimanere in salute diminuendo i rischi di contagio. Se il “me ne frego” fascista non soccombe a colpi di moral suasion, al civile “mi interessa, ho cura degli altri, perché solo  la cura degli altri rafforza la mia libertà e dignità”, allora bisogna farlo soccombere d’imperio. 

La convinzione che le ragioni della collettività sono superiore alle ragioni individuali, a questo punto, deve essere imposta. Poi si potrà anche mettere in piede, anzi si deve, un processo culturale di rieducazione al valore della comunità. Ma per il vaccino non c’è tempo. Lo si imponga. 

Qualcuno potrà obiettare che è una posizione stalinista? Forse. Ma faccio notare che anche l’articolo 32 della Costituzione al secondo comma prevede che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” dunque si faccia la legge.  Non sarebbe la prima volta: nel 1963 è stata imposta la vaccinazione antitetanica, nel 1966, quella antipoliomelitica e nel 1991 contro l’epatite B. 

E’ il green pass che non ha una vera e propria legittimazione costituzionale, perché non è né un diritto né un dovere. Non è una misura sanitaria ne’ un certificato abilitante, non si sa cosa sia.