"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Una dichiarazione di guerra all’acqua e ai beni comuni
Era il 5 Agosto 2011 quando l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, scrisse la famigerata lettera al Presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie e ineludibili"privatizzazioni su larga scala" in particolare della "fornitura di servizi pubblici locali".
Uno schiaffo ai 26 milioni di italianə che poco più di un mese prima avevano votato ai referendum indicando una strada diametralmente opposta, ossia lo stop alle privatizzazioni e alla mercificazione dell’acqua.
Oggi Draghi, da Premier con pieni poteri, ripropone in maniera esplicita e chiara quella stessa ricetta mediante il DDL Concorrenza approvato dal Consiglio dei Ministri giovedì scorso.
La logica che muove l'intero disegno di legge, oltremodo evidenziata nell'art.6, è quella di chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali.
Un provvedimento ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui lasupremazia del mercatodiviene dogma inconfutabile nonostante la realtà dei fatti dimostri il fallimento della gestione privatistica, soprattutto nel servizio idrico: aumento delle tariffe, investimenti insufficienti, aumento delle perdite delle reti, aumento dei consumi e dei prelievi, carenza di depurazione, diminuzione dell’occupazione, diminuzione della qualità del servizio, mancanza di democrazia.
Questa norma, di fatto, punta a rendere residuale la forma di gestione del cosiddetto “in house providing”, ossia l’autoproduzione del servizio compresa la vera e propria gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.
Nel DDL emerge chiaramente la scelta della privatizzazione. Gli Enti Locali che intendano discostarsi da quell'indirizzo dovranno dimostrare anticipatamente e successivamente periodicamente il perchè di altra scelta, sottoponendola al giudizio dell’Antitrust, oltre a prevedere sistemi di monitoraggio dei costi".
Mentre i privati avranno solo l’onere di produrre una relazione sulla qualità del servizio e sugli investimenti effettuati.
Inoltre, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito. Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Ed è proprio dal combinato disposto tra PNRR, DDL sulla concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che il Governo intende mettere una pietra tombale sull’esito referendario provando così a chiudere una partita che Draghi ha iniziato a giocare ben 10 anni fa dimostrando, oggi come allora, di fare solo gli interessi delle grandi lobby finanziarie e svilendo strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.
L’art. 6 è un proditorio attacco alla sovranità comunale: i comuni da presidii di democrazia di prossimità ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale.
E’ il punto di demarcazione tra due diverse culture, quella che considera un dovere il rispetto e la garanzia dei diritti fondamentali e quella che trasforma ogni cosa, anche le persone, in strumenti economici e merci.
Noi continueremo a batterci per la difesa dell’acqua, dei beni comuni e dei diritti ad essi associati e della volontà popolare.
A questo scopo, nelle prossime settimane, a partire dalla manifestazione nazionale in programma il 20 novembre a Napoli in cui chiederemo con forza anche lo stop alla privatizzazione delle partecipate della città partenopea (tra le quali l'azienda pubblica “Acqua Bene Comune”) paventate in questi giorni, metteremo in campo una rinnovata attivazione per ottenere il ritiro di questo provvedimento al pari del DDL Concorrenza e dei famigerati intendimenti in esso contenuti.
Facciamo appello alla mobilitazione generale, rivolgendoci alle tante realtà e organizzazioni sociali che in questi anni hanno saputo coltivare e arricchire un dibattito e una mobilitazione sui servizi pubblici locali e sui beni comuni per ribadire insieme che essi sono un valore fondante delle comunità e della società senza i quali ogni legame sociale diviene contratto privatistico e la solitudine competitiva l’unico orizzonte individuale.
Operatore
volontario Cittadinanzattiva
Tribunale per la Difesa dei diritti del Malato
Alla
direzione generale della Asl di Frosinone
Al
Sindaco di Frosinone
Al
procuratore della Repubblica di Frosinone
Epc
Agli
organi d’informazione
Il
26 ottobre 2021 ho accompagnato mia madre di 89 anni alla visita
nefrologica di controllo, come da terapia necessaria al trattamento
di una insufficienza renale cronica, presso l’ambulatorio
specialistico della asl di Frosinone (palazzina Q). Il piano
diagnostico-terapeutico prevede una visita nefrologica a cadenza
trimestrale, con rinnovo del piano terapeutico per il farmaco
Aranesp,
se necessario, la pianificazione della successiva visita di
controllo e prescrizione di nuove analisi.
Mia
madre si muove con il deambulatore perché ha difficolta a camminare
ed , in particolare, i giorni precedenti la visita, la malattia la
rende particolarmente debole. L’ambulatorio è al quarto piano e
l’ascensore
era rotto.
Si utilizzava una sorta di monta-carichi, di solito in uso al
personale di servizio che però, considerato il sovrautilizzo
determinato dalla rottura dell’ascensore normale, non era mai
disponibile. Quando lo era, bisognava fare in modo di entrare in
pochi, massimo due o tre persone, per non creare assembramento.
Passata circa mezz’ora d’attesa, con tutti i disagi del caso,
abbiamo intercettato la corsa giusta. Dopo un’ora la visita. A
conclusione del controllo la dottoressa ci informava , desolata, che
non risultavano al computer i codici esenzione: visita,
analisi e farmaco, avrebbero dovuti essere pagati.
La specialista trascriveva le prescrizioni sulla ricetta bianca
personale, e ci consigliava di far riportare il tutto sulle ricette
dematerializzate dal Medico di Base, sospettando che la mancanza dei
codici fosse un problema del sistema informatico della Asl . Mia
madre andava nel panico temendo di dover
pagare prestazioni oltremodo costose.
Ho cercato di rassicurarla. Di fatto la mancanza della ricetta
dematerializzata, non mi consentiva di prenotare la visita in
mattinata.
Avevo
già potuto constatare, entrando nella palazzina Q, come la zona
del Cup fosse molto affollata, determinando un pericoloso
assembramento, in barba alle norme anticovid. Mi ricordai, anche,
che la stessa deprecabile situazione sussisteva già del 31 agosto
scorso quando prenotai la visita nefrologica del 26 ottobre. Mi
domandai perché era così difficile, come noi del Tribunale dei
diritti del Malato abbiamo da sempre proposto, pianificare che la
prenotazione delle seconde visite avvenisse direttamente dal computer
dello specialista senza l’inutile passaggio al Cup.
Nel
pomeriggio mi sono recato presso l’ambulatorio del medico
curante il quale mi confermava che le esenzioni erano a posto, e mi
spiegava che ogni tre mesi il computer di ogni soggetto
prescrittore deve essere aggiornato, altrimenti i codici esenzioni si
perdono. Evidentemente l’ambulatorio di nefrologia non aveva il
computer aggiornato. La prenotazione della visita slittava al giorno
dopo, così
come la somministrazione delle iniezioni slittava a due giorni dopo,
dovendo queste essere ordinate, e ciò era molto grave, considerando
che mia madre ne aveva bisogno subito.
Con
le ricette dematerializzate il 27 ottobre mi recavo al Cup. Andai
nel primo pomeriggio, in un orario in apparenza decongestionato, per
evitare di aspettare molto tempo. Invano.
Ritiravo il numeretto alle 14,54. Lo sportello mi chiamava alle
17,03 dopo
più due ore.
Dovevo anche discutere con l’operatrice la quale mi diceva che
non poteva confermare la data della visita della nefrologa perché’
la ricetta era stata emessa dal medico generico. Raccontavo
tutta la storia dei codici di esenzione senza convincere la solerte
sportellista, fino a quando un’altra operatrice, presumo la
responsabile, autorizzava a confermare la data prescritta perché’
da alcuni giorni si registrava confusione nella gestione delle
esenzioni. Ad onor del vero sia sul display dei numeri di
prenotazione e su cartelli affissi alle pareti, si leggeva un avviso
nella quale la Asl si scusava con i pazienti per possibili
disservizi dovuti a lavori necessari a migliorare il ReCup. Disagi
persistenti, per quanto ho potuto verificare, almeno dal 31 agosto.
Mi sono quindi chiesto quali siano i criteri di scelta delle società
private che si occupano di manutenzione e aggiornamento delle
strutture, ma soprattutto, chi controlla lo svolgimento del lavori,
perché una operazione di miglioramento del servizio non può
provocare disagi per così lungo tempo.
Morale
della favola, per una semplice visita di controllo, da evadere al
massimo in una mattinata, mi sono trovato a dover sottrarre due
giorni al mio lavoro .
Maria
Lucia ed
io non
possiamo negarlo, Siamo affascinati dal Parco Nazionale d’Abruzzo.
Cipiace
addentrarci in boschi da
favola
i cui colori, soprattutto d’autunno, diventano surreali
e fanno volare
la fantasia verso lidi fantastici,
inimmaginabili. Ci piace anche camminare per le vie di Pescasseroli,
un paese dove caratteristici vicoli tipici di un borgo, si
connettono con un tessuto urbano discreto ma razionale.
LA RICERCA
Proprio
all’ultima nostra visita nella
capitale storica del Parco Nazionale d’Abruzzo
si riferisce la storia che voglio raccontare. Dopo una mattinata
passata
fra i boschi di Forca d’Acero e della Val
Fondillo decidiamo di mangiare un boccone proprio a Pescasseroli
e aspettare
la sera
passeggiando per quei vicoli così belli e ordinati. Eravamo anche
alla ricerca di un negozietto di saponi e creme cosmetiche,
realizzati con latte di capra, che avevamo scoperto nella nostra
ultima visita fatta
nel borgo.
Non
ricordavamo dove fosse,
e dopo aver piacevolmente cercato,
girovagando
in
un atmosfera surreale fra silenzi d’altri tempi, balconi agghindati
con i fiori, intravedendo
tende intessute a tombolo far capolino dalle finestre, decidiamo
che forse è meglio chiedere indicazioni
circa
la posizione del
negozietto
di saponi.
LA NOSTRA GUIDA PERSONALE
In un fresco e assolato primo pomeriggio d’autunno di un
giorno feriale trovare qualcuno a cui chiedere non
sembrava impresa semplice. Inun
vicolo ci appare una signora intenta a spazzare meticolosamente
l’ingresso della stradina. Chiediamo con una certa timidezza,
temendo di disturbare, se
conoscesse l'ubicazione del negozio.
La signora, riponendo
la scopa, non
mostrando alcun fastidio,
con molta cortesia e
giovialità
ci indica la strada. A
quel punto chiediamo anche se, per
caso,
conoscesse
anche
l’orario di apertura. La risposta è stata
veramente inaspettata. Non
lo sa esattamente,
ma si offre di accompagnarci presso l’abitazione della padrona del
negozio, che è li vicino, in modo da ottenere una
giusta informazione.
Sopraffatti da tanta gentilezza Maria Lucia ed io la
seguiamo.
Giunta
sull’uscio
la gentile signora prima
suona il campanello, poi non ricevendo risposta, bussa in modo
energico sul legno del portone.
CONSULTAZIONE DI QUARTIERE
Si avvicina un
anziano, molto cortese, da
cui apprendiamo
che la padrona del negozio è fuori. Non c’è problema, la nostra
gentile
guida suona
il campanello della porta accanto chiedendo alla vicina se ha il numero di cellulare della persona che stiamo cercando. La vicina, non solo ha il numero,
ma si offre di chiamare lei stessa. Dall’altra parte del telefono la gestrice del negozio risponde confermando che aprirà di lì ad
un’oretta. Io e Maria Lucia ci guardiamo stupiti perché non eravamo
più abituati a vedere delle persone, mai conosciute, adoperarsi in
modo così cortese e solerte con noi che,
fra l’altro venivamo da fuori.
Roba di altri tempi e di altri luoghi. Ringraziamo tutti per la loro
cortesia e decidiamo di avviarci verso il negozio, che è anche il
laboratorio dove vengono prodotti i saponi, per verificare
esattamente dove sia, in modo di tornarci, all’ora indicata dopo
aver passeggiato ancora un po’.
LA SIGNORA DEI SAPONI AL LATTE DI CAPRA
Arrivati davanti al laboratorio, la
porta è aperta e la signora dei saponi era già li ad attenderci.
Dopo
averci illustrato le proprietà dei suoi prodotti ed averci
consegnato ciò che avevamo chiesto, ci invita a rimanere ancora un
po’ .”Tanto
è
presto” dice.
Ci
racconta
quasi
tutta la sua vita. Ci dice dei figli, del marito, di come è nata
l’idea di produrre saponi e creme con il latte di capra. Rimaniamo
a conversare amabilmente e
piacevolmente di
tanti argomenti
almeno per un’altra oretta fino
a quando fa capolino una cliente. A
questo punto ci
sembra corretto non rubare altro tempo alla gentile signora dei
saponi. Lasciamo il negozio, diciamolo pure, contenti, sollevati di
sapere che una
diversa convivenza sociale è
possibile.
MORALE
Spesso discettiamo sulla
rovina a cui sta portando
un’ acredine
diffusa che rende le persone particolarmente astiose, diffidenti
verso gli altri, quando non ostili. Assistiamo
impotenti all’estremizzazione
di un individualismo imposto dal
vecchio adagio “divide et impera” ,
che obbliga ad una vita precaria, schiava di un tempo
contratto e di un ansia per la difesa di non si sa bene cosa (forse
un diritto scambiato per privilegio) e non si sa bene da chi,
(l’immigrato, il vicino, chiunque sia “altro” da noi). Ebbene
il prodigarsi senza scopi reconditi, l’attenzione
regalataa
persone sconosciute,
che semplicemente necessitano di un’informazione, mostrate
da
quelle cittadine di Pescasseroli, ci restituisce la
speranza che non tutto è perduto e che quando parliamo di
condivisione sociale, abbiamo ancora qualche punto di riferimento
preciso.
Sta
a noi non far deflagrare tutto, tenendo ben presente certi esempi
virtuosi
e porli alle fondamenta di una società fondata su condivisione e
solidarietà sempre auspicata ma mai praticata.
E' morto stamattina il chitarrista Franco Cerri . Aveva 95 anni. Ne ha dato notizia il pianista Enrico Intra che con Cerri ha condiviso mezzo secolo di Jazz in Italia e nel mondo. Da Django Reinhardt a Charlie Christian, Franco Cerri ha percorso tutte le strade della chitarra jazz ed oltre, suonando con tutti i migliori jazzisti mondiali da Billie Holiday a Dizzi Gillespie, a Chet Baker, oltre a tutti i jazzisti italiani da Kramer a Rava. Lo vogliamo ricordare riproponendo alcune sue riflessioni su partner musicale di sempre, Enrico Intra e sulla evoluzione stilistica del jazz.
Che la terra ti sia lieve Franco. ci mancherai.
Racconta
Franco Cerri...
«Eravamo
e siamo rimasti diversi» racconta Cerri parlando di Intra, «io sono
tonale. Già il be-bop, al primo incontro, mi aveva un po’
frastornato. Figuriamoci il free, un altro mondo. C’era stato un
concerto al Lirico, il gruppo di Miles Davis con John Coltrane al
sassofono e gli appassionati milanesi si erano divisi. Alcuni ne
erano usciti entusiasti, altri poco convinti. Io capivo che si
trattava di musica di altissima qualità ma facevo fatica a
digerirla, avevo bisogno di tempo. Enrico, invece, assorbiva tutto,
si sentiva a suo agio in tutto ciò che ci arrivava di nuovo, come
accadeva ad Enrico Rava, a Massimo Urbani, a Giorgio Gaslini e ad
altri ancora. Io faccio musica come se scrivessi un racconto, ho
bisogno di seguire una certa logica, il free spezza ogni cosa,
sconvolge i temi, li disperde in tante schegge; un’operazione molto
intellettuale, nella quale non mi ritrovavo. Ciononostante, o forse
proprio per questo, le nostre due nature riuscivano a conciliarsi.
Sentivo che Enrico a volte doveva tenere a freno la fantasia, così
come io cercavo di adeguarmi, mi sentivo demodé e volevo allargare
il mio panorama. Eppure le nostre due nature finivano per
conciliarsi. E più avanti nel tempo avevamo formato un Quartetto,
con Azzolini al basso e Gilberto Cuppini alla batteria, che dura
ancora, sia pure cambiando a volte basso e batteria, Lucio Terzano e
poi Marco Vaggi, Paolo Pellegatti e Tony Arco. Una sera Cuppini non
era arrivato a Lecce. Avevamo pensato di far saltare l’esibizione,
poi Enrico aveva detto: suoniamo in Trio, come Art Tatum, come Oscar
Peterson e ci eravamo resi conto che anche così la musica funzionava"
Sono entrato nel mondo “Mobius Strip” in una serata estiva del
2020. Li ho ascoltati in un concerto tenutosi a Fontana Liri. Ne sono
rimasto folgorato ( vedi il resoconto qui). Quattro giovani musicisti talentuosi, dalla
straordinaria carica emotiva. Lorenzo Cellupica- tastiere,
Nicola Fabrizi- sax alto e tenore, Eros Capoccitti-basso, Davide
Rufo-batteria, provenienti da Sora, sciorinarono in quel concerto un
effluvio musicale fatto di jazz e fusion, straordinariamente
coinvolgente e dalla qualità esecutiva eccellente. In quel frangente
scoprii anche che avevano accompagnato, nel corso di una tournee
negli Stati Uniti, la storica icona della fusion mondiale, i Soft
Machine. Avevano inoltre già inciso un Cd dal titolo “Mobius Strip”
per la casa discografica francese Musea Record. Quest’ultima
notizia mi indispettì non poco, perché non mi capacitavo del fatto
che musicisti così talentuosi dovessero registrare per una etichetta
straniera. Nemo profeta in Patria, ma in questo caso la Patria si
dimostrava quantomeno sorda. Fortunatamente, come vedremo, tale
vulnus è stato sanato.
Non nascondo che da quella serata ho iniziato
a seguire assiduamente i quattro musicisti ciociari. Inevitabilmente il Covid ha
prolungato l’attesa per un altro concerto, un nuovo Cd. Ma
finalmente tanta paziente attesa è stata ripagata. Il 12 luglio
scorso, Lorenzo Cellupica, Nicola Fabrizi, Eros Capoccitti, e Davide
Rufo uscivano dagli studi di registrazione dando alla luce il loro
secondo album (scusate mi piace chiamarlo così) Time Lag, per una
etichetta indipendente vivaddio italiana: la Ma.Ra.Cash Record che
pubblica grandi artisti del panorama jazz-fusion-progressive
italiano; Osanna,Arti&Mestieri, Mariano Deidda, per citarne solo
alcuni .
Time Lag si compone di sei brani: Chand Baori, Iblis Hybris,
Mateka’s Speech, Old Tapestry, Mobius Cube, A Theme for the End.
Sorpresa e curiosità ha destato il fatto che Cellupica, Fabrizi,
Capoccitti e Rufo, si sono avvalsi della collaborazione di altri
valenti musicisti, quali: il trombettista Fabio Gelli, che suona in Iblis Hybris e Mateka’s Speech - in quest’ultimo
brano si ascolta anche il trombonista Romeo Venditti. Simone
Marcelli e Massimo Izzizzari suonano la chitarra rispettivamente in:
Mobius Cube, e A Theme for the End, questo brano vede la
partecipazione anche delle voci di Debora Camilli, Caterina
Sebastiano, Andrea Martini, dello stesso Cellupica e dalla tromba di
Giacomo Serino.
Ma veniamo al Cd. Time Lag è un disco aperto, ricco
di colori, sfumature timbriche, anche se non viene mai meno la
ricercatezza ritmica. Tracce piene di suoni ma, nello stesso tempo, ariose. Ogni brano è una piccola suite dove ogni movimento è
prezioso, sorprendente, ma, indubbiamente, inserito perfettamente
nell’architettura armonico-ritmica.
Ottimi gli arrangiamenti dei
fiati e gli incroci vocali dei musicisti ospiti che danno una idea di
coralità senza confini. Il brano che mi ha colpito di più è Old
Tapestry. E’ uno dei pezzi, oltre a quello di apertura, in cui si ascoltano solo i quattro Mobius. Ebbene Old Tapestry sembra
costruito su una struttura che ricorda addirittura i primi Emerson
Lake and Palmer, quelli di Tarkus per intenderci. Struttura dalla
quale i musicisti partono per volare alto sulle ali del loro ormai
personalissimo stile e della loro grande tecnica strumentale che,
se è possibile è ulteriormente migliorata rispetto al primo Cd.
Time Lag è un viaggio nuovo, affascinate, pieno di incontri
sorprendenti, ma sempre nel solco dell'inconfondibile stile Mobius Strib.
Complimenti, veramente complimenti a Lorenzo, Nico, Eros e
Davide. Non vedo l’ora di riascoltarli dal vivo, per una nuova
stimolante esperienza di emozioni in musica.
Dichiarazione del costituzionalista Massimo Villone, a nome della presidenza
del Comitato per la democrazia costituzionale
La condanna ad oltre tredici anni di carcere inflitta dal Tribunale di Locri all’ex sindaco di Riace Domenico Lucano rappresenta una pagina nera nella storia della Repubblica.
Con questa condanna, che inasprisce persino le richieste del Pubblico Ministero, viene criminalizzata un’esperienza di solidarietà umana, di accoglienza, di integrazione culturale che ha costituito un esempio ed un modello apprezzato in tutto il mondo.
Il Tribunale ha obiettivamente trasformato eventuali irregolarità amministrative e contabili in una condotta criminale e lucrativa, quando è a tutti evidente la finalizzazione a favore degli ultimi di ogni attività del sindaco Lucano e la finalità altruistica del suo agire.
In questo modo, attraverso un percorso tortuoso è stato introdotto nell’ordinamento un inconcepibile reato di solidarietà. La solidarietà è uno dei fondamenti della Repubblica e non può essere criminalizzata, tantomeno dai giudici che sono i guardiani della Costituzione.
Esprimiamo la nostra più sincera solidarietà umana e politica a Domenico Lucano, confidando che la macchina giudiziaria saprà correggere i suoi errori.
“Credo
di aver suonato con i due musicisti più logorroici di tutta la
musica jazz". Questo soleva dire Miles Davis, riferendosi a Charlie
Parker e John
Coltrane. Ed
era vero. Due
personalità geniali, debordanti e
rivoluzionari. Ma, per
certi versi, contrastanti con la poetica di Miles. Una
poetica, forse ancora
più geniale, basata
sulla magneticità del fraseggio, fatto di note taglienti, o soffuse
dalla sordina Harmon. Una genialità che travalicava i flussi
melodici per andare oltre, indirizzando
la ricerca verso
nuove soluzioni nel
campo armonico,
ritmico.
Ma, a fronte di un approccio melodico misurato, Miles Davis è stato
logorroico a modo suo, vulcanico,
per meglio dire,
nell’inventare, nel
rivoluzionare forme e stilemi. Impareggiabile nello scoprire
nuovi talenti dalle doti straordinarie inizialmente incomprese, il già citato
Coltrane ne è un esempio. Un iperattività creativa ed innovativa
che non ha eguali.
Volendo intraprendere un viaggio in trent’anni dall’attività di Miles, a partire dalla
collaborazione con Parker, si possono apprezzare: una
nuova variazione nel
fraseggio bop, più riflessiva
rispetto a quella
di Gillespie, si
ascoltino le registrazione del 1948; l’invenzione di un nuovo
stile basato sulla creazione
di melodie ed armonie
meno frenetiche, piùricercate,
improvvisazioni meditate, intime.
Parliamo ovviamente della nascita del Cool
Jazz, dove “cool”
non sta per “freddo”, ma per “calmo”. “The
Birth of the Cool”,
col nonetto diretto da
Gil Evans,
è il disco manifesto di questo nuovo stile, che avrà uno sviluppo
nel jazz della West Coast. Non
a caso, insieme con Miles suonavano Gerry Mulligan e
Lee Konitz,
icone della corrente bianca sviluppatasi negli anni ‘50 a Los
Angeles e dintorni.
Non finisce qui. Nel passare in rassegna i
protagonisti della rivincita nera dell’hard bop newyorkese, come
non aggiungere, ad
Horace Silver, i
Messanger di Art
Blakey, Sonny
Rollins, la nuova
vena creativa di Davis? Rinnovato
sia nel morale che nel fisico, dopo
essere uscito dalla tossicodipendenza, Miles
sfoderò una serie di dischi fenomenali per la casa discografica
Prestige,
con un quintetto destinato ad entrare nella storia. Coltrane al
Sax tenore, Red
Garland al
pianoforte, Paul
Chambers al
contrabbasso e Philly
Joe Jones alla
batteria. Relaxin’
with the Miles Davis quintet, Steamin’with the Miles Davi quintet,
Workin’ with Miles Davis quintet, Cookin’ with the Miles Davis
quintet furono
album straordinari registrati tutto d’un fiato necessari per
assolvere gli impegni
con la Prestige prima
di passare alla casa
discografica Columbia,
anche in questo caso stabilendo un record, quello di essere il primo
jazzista a registrare per una grande etichetta dal fatturato
milionario il cui
catalogo era composto da dischi di sicuro successo in ambito
commerciale.
Non
bastava. Da
qui iniziò la sperimentazione per la nuova rivoluzione. Quella
dell’armonizzazione modale basata
su scale e non su
accordi. Preannunciato
dalle musiche per il film “Ascensore
per il patibolo”
di Louis Malle,irruppe nello scenario
discografico quello che
ad oggi viene considerato l’album di jazz più bello in
assoluto, “Kind
of Blue”, con
Coltrane, Julian Cannonbal Adderley, al sax alto, Jimmy Cobb alla batteria Paul Chambers al contrabbasso e il nuovo astro nascente del pianoforte Bill
Evans, oltre a Wynton Kelly.
L’evoluzione
del modale contraddistinse tutti gli anni ‘60 con un altro
quintetto storico: Wayne
Shorter al sax
tenore e soprano, Herbie
Hancock al
pianoforte, Ron
Carter al
contrabbasso e
Tony Williams
alla batteria. Fu il
gruppo che mosse i primi passi verso la rivoluzione elettrica.
Infatti
l’irrequietezza di Miles spinse il
trombettista verso
altri orizzonti: la contaminazioni con sonorità elettrificate,
frutto
dell’apprezzamento verso il
re di Woodstock
Jimi Hendrix.
In a Silent Way
e, soprattutto, il capolavoro Bitches
Brew, costituirono
l’ennesima rivoluzione: la musica Fusion. I protagonisti saranno destinati a diventare
le
nuove stelle
nel firmamento musicale: Chick
Corea, Jack
De Johnette, Keith Jarrett, Joe Zawinul, John
McLaughling e molti
altri . Bitches Brew segna un altro record è il primo disco di jazz
ad entrare nelle classifiche degli album più venduti.
Sono passati
più o meno trent’anni dall’inizio del nostro viaggio.
L’attività di Miles continuerà ancora con altre scoperte e
sperimentazioni, magari
non tutte riuscite. Ma
il confronto di quei trent’anni mette in risalto il sordo silenzio
dell’oggi. Il silenzio creativo
di altri trent’anni passati senza Miles che veniva
a mancare il 28
settembre del 1991. Poco
prima di morire egli
aveva in animo di riproporre, con
arrangiamenti nuovi,
proprie esecuzioni degli anni ‘50-’60. Forse
il fisico, minato da una salute precaria, aveva fiaccato il musicista
dell’Illinois, e lo aveva convinto che il tempo delle rivoluzioni
era finito, era il momento di guardarsi indietro.
Non fece in tempo. A Miles Davis, non era concesso di fermare il suo
impulso rivoluzionario.