"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Nel nostro paese si sta aprendo una nuova stagione di privatizzazioni nonostante il chiaro insegnamento della pandemia: solo un forte ruolo del pubblico riesce a garantire diritti fondamentali, a partire da quello alla salute.
Evidentemente il Governo Draghi preferisce trascurare questa lezione adoperandosi in vari modi per aprire il settore dei servizi pubblici locali al mercato. La strategia adottata è ben più articolata e subdola rispetto a quella del passato. Consapevoli di aver già subito una sconfitta con i referendum del 2011 oggi si utilizza strumentalmente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e le cosiddette “riforme abilitanti” per aggirare l’esito referendario e raggiungere lo stesso obiettivo.
Il PNRR punta a realizzare una vera e propria “riforma” nel settore idrico fondata sull’allargamento verso Sud, ma non solo, del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che vengono identificate come gestori “efficienti” ma che in realtà risultano tali solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.
Il Disegno di Legge per la Concorrenza, licenziato il 4 novembre dal Consiglio dei Ministri, rientra tra le condizionalità imposte dalla Commissione europea per l’erogazione dei fondi del PNRR e ha finalità esplicite: rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo e amministrativo, all’apertura dei mercati.
L’articolo 6 di questo provvedimento punta a chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi essenziali rendendo residuale la loro gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.
Nel DDL emerge chiaramente la scelta della privatizzazione e risulta ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile.
Inoltre, si prevedonoincentivi per favorire le aggregazioniindicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandisocietà multiservizi quotate in Borsache diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito. Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
E’ eclatante la contraddizione tra la tanto decantata concorrenza e il fatto, noto a tutti, per cui nel servizio idrico questa non esiste configurandosi come un monopolio naturale.
In ultimo, questa norma rischia di restringere fortemente il ruolo degli Enti Locali espropriandoli di una loro funzione fondamentale come la garanzia di servizi essenziali e dei diritti ad essi collegati, per cui da presidi di democrazia di prossimità saranno ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale.
Ed è proprio dal combinato disposto tra PNRR, DDL Concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che si sta provando a mettere una pietra tombale sull’esito referendario del 2011, cancellando la volontà popolare e svilendo gli strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.
Per questo chiediamo:
lo stralcio dell’articolo 6 dal DDL Concorrenza;
l’approvazione da parte dei consigli comunali di atti che chiedono lo stralcio dell’articolo 6;
la ripubblicizzazione del servizio idrico attraverso l’approvazione della proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” (A. C. n. 52) in discussione presso la Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati;
investimenti per la riduzione drastica delle perdite nelle reti idriche;
la salvaguardia del territorio attraverso investimenti contro il dissesto idrogeologico.
Guido Viale attraverso Comitato Democrazia Costituzionale
E’ ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente.
Come se a due anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere – e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri virus.
La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a riorientare tutte le nostre istituzioni.
Innanzitutto, a mettere al centro le future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi.
E poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale; assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento (come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che altro…).
Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto.
Per non parlare delle armi… Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro.
Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze politiche in campo (ecologisti e verdi compresi) e meno che mai da Draghi che, proprio perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale, rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale.
E’ cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto. Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione deldisastro incombente. Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare (anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre
L'attivatore di piloti automatici per antonomasia è il Presidente del consiglio Mario Draghi.
Il pilota automatico della UE
La
prima volta che l’ex banchiere fece riferimento al pilota automatico fu nel 2013.
Quando gli fu chiesto, da presidente della BCE, di valutare se il successo alle elezioni del
M5S, partito allora smaccatamente antieuropeista, avrebbe potuto
innescare una maggioranza contraria alle riforme europee, Draghi si
disse certo che l’Italia avrebbe rispettato il cammino tracciato
dalla Bce a prescindere da chi avrebbe guidato la compagine
governativa. Perché a determinare la rotta c’era un pilota
automatico il quale avrebbe scongiurato qualsiasi deviazione dalla
ferrea linea stabilita .
Si riferiva al fatto che, qualora il
programma di austerità avesse preso una china indesiderata, la Bce
avrebbe sospeso il massiccio piano di acquisto titoli pubblici
italiani (quantitative easing) e lasciato il debito del Paese in
balia della speculazione finanziaria, con il conseguente innalzamento
degli interessi a livelli insostenibili. Avete presente la Grecia?
Peggio. Giova ricordare che quelle riforme imposte dalla Bce,
comprese nel patto di stabilità, con il senno di poi, non si sono
rivelate così salutari, visto che la loro attuazione è stata
sospesa perché ritenuta dannosa nella cura della pandemia.
Il pilota automatico nazionale
La figura
del pilota automatico si è riproposta il 22 dicembre scorso quando
Draghi, di fatto, non escludeva, anzi avanzava, la propria candidatura
al Quirinale. “E’ essenziale che la legislatura vada
avanti…...per il rilancio della crescita, l’attuazione del PNRR,
il piano con cui abbiamo creato le condizioni perché l’operato del
governo continui indipendentemente da chi ci sarà”. Queste le
parole del presidentissimo. Non ha citato chiaramente la figura del
pilota automatico, ma il senso è precisamente quello. E come dargli
torto. Per ottenere le 20 tranche dei finanziamenti del PNRR, da
oggi, e fino al 2026, il governo italiano deve assicurare 528
condizioni, pena l’interruzione del flusso di denaro.
Riforme
orientate alla definitiva privatizzazione dei servizi pubblici,
compresa l’erogazione dell’acqua, alla definitiva alienazione di
ogni forma di stato sociale e ad un piano di finanza sostenibile,
ossia rientro dal debito (il patto di stabilità uscito dalla porta
della sospensione europea, rientra dalla finestra del PNRR) . Dunque
chiunque guiderà il governo fino al 2026 avrà già la rotta segnata
e guai a deviare da quel percorso.
Il pilota automatico negli enti locali
E se nessuno ancora se ne fosse
accorto il pilota automatico guiderà anche gli enti locali, Comuni
compresi. Infatti qualora dovesse servire assumere, da parte degli
enti, personale per gestire i piani del PNRR, ciò dovrà avvenire
attraverso contratti a tempo determinato. Ma, soprattutto, i Comuni
dovranno dismettere quel poco di pubblico che ancora hanno nella
propria disponibilità. Nel decreto concorrenza vengono stabilite
tali e tante restrizioni per la gestione pubblica di un servizio, a
fronte dell’estrema semplificazione concessa ai privati, che di
fatto i sindaci vengono costretti a privatizzare tutto. A questo
quadro aggiungiamo che i decreti attuativi approvati per far
funzionare Legge 8/2020, nella quale lo Stato si accolla i debiti
dei Comuni con l’obiettivo di ridurre i tassi d’interesse, cosa
in se buona e giusta, condizionano quest’azione ad un più
stringente piano di avanzi di bilancio, per cui, a tassi
d’interesse più bassi, corrisponde un’ulteriore restrizione dei
servizi ai cittadini. Risulta evidente, quindi, come anche per i
comuni il pilota automatico è bello che innestato.
Il pilota automatico a Frosinone
A proposito della
Legge 8/2020, la richiesta dei decreti attuativi, poi realizzatisi in
modo del tutto contrario allo spirito della norma, era uno dei punti
di un Odg che come Rigenerare Frosinone presentammo al Comune di
Frosinone attraverso l’ex consigliere Daniele Riggi. Testo snobbato
sia dai consiglieri di maggioranza, di centro destra, che da quelli
di minoranza, (centro sinistra + M5S). Nell,Odg, oltre al punto
citato, si chiedeva l’impegno del sindaco a richiedere iniziative
governative volta alla sospensione del patto di stabilità per gli
enti locali, alla possibilità di accedere a prestiti a tasso zero
presso la Cassa Depositi e Prestiti, all’apertura di un Fondo
nazionale di solidarietà per i Comuni. Doveva essere la risposta al
sindaco Ottaviani che lamentava la difficoltà a soddisfare le
condizioni del Piano di Riequilibrio Economico e finanziario proprio
per la continua distrazione di risorse da parte del governo centrale,
dimenticando gli effetti nefasti creati della sua, diciamo così,
finanza creativa. Era un documento politico che avevamo messo a
disposizione delle opposizioni, anche per mettere in difficoltà il
sindaco. Non è stato capito? Non è stato voluto capire? Mistero.
Resta il fatto che a Frosinone il pilota automatico è presente
dal 2013. Dall’anno in cui il sindaco, allora appena insediato,
Nicola Ottaviani ha dovuto concordare con la Corte dei Conti un piano
di rientro di un debito di 14 milioni di euro accumulato dalle
amministrazioni precedenti, per lo più derivato dalla mancata
riscossione degli oneri di urbanizzazione. Ad esso si sono aggiunti
ulteriori 5 milioni di prestito contratti nell’ambito della
definizione del piano stesso. In più aggiungiamo che nell’accertamento
dei residui attivi e passivi elaborato nel 2015 sono usciti altri 27
milioni di debito da ripianare in 30 rate annue da 940 mila euro,
operazione incostituzionale, così come ribadito dalla Consulta in
una sentenza relativa ad altri enti. Nell’ultima verifica
semestrale dei giudici contabili, nella deliberazione 7/2020, risultava
che dal 2013 al 2019 la situazione debitoria rimaneva la stessa .
Anzi, dopo un’ulteriore controllo dell’amministrazione, sono
spuntati altri 8 milioni di debiti. Ciò, nonostante la puntuale
liquidazione da parte della giunta Ottaviani di servizi e proprietà
comunali verso i privati secondo una deriva smaccatamente
antisociale, andando oltre i protocolli del miglior pilota
automatico possibile.
Non sarà stata colpa di quella finanza
creativa già richiamata a cui la cui minoranza ha saputo opporre
solo qualche post sarcastico ma indolore sui social media? A tutto
ciò dobbiamo aggiungere 6milioni e settecento mila euro da
restituire in dieci anni a partire dal 2020 per venire in possesso
del palazzo della ex Banca d’Italia, che lo ribadiamo, non è in
possesso dell’ente e forse non lo sarà mai. Si è in attesa del
pronunciamento definitivo della Corte dei Conti sul risultato del
Piano di riequilibrio economico e finanziario, conseguito dalla
giunta Ottaviani. Non crediamo che in tre anni dal 2019 al 2022 si
siano potuti recuperare 55 milioni e passa di disavanzo, per cui il
giudizio non potrà che essere negativo.
Si rinnoverà dunque il
pilota automatico con effetti quanto mai mefitici per la cittadinanza.
La prossima giunta non potrà far altro che eseguire i diktat dei
giudici contabili, magari sottoscrivendo un ulteriore programma decennale di
devastazione sociale per evitare il dissesto del Comune. Dissesto
che nessuno vuole, non i debitori e men che meno i creditori, ben
felici di usare la trappola del debito come strumento coercitivo per
procedere alla definitiva alienazione di ogni bene o servizio
comunale in favore della speculazione privata . Tutti coloro che oggi si acconciano
ad accomodarsi al tavolo del campo largo del centro sinistra, queste
cose le sapevano, lo avevamo fatto presente, come Rigenerare
Frosinone, a loro come alla cittadinanza, ma nessuno ci ha ascoltati.
Ora c’è poco da fare
programmi, su giustizia sociale, conversione ecologica, ed altro
ancora. Come e quando dovranno essere spesi dei soldi lo deciderà la
Corte dei Conti, non certo il prossimo sindaco, sia esso del Pd, del
Polo Civico, di Art-1, o ancora di destra. A meno che non si faccia
un atto di coraggio e si persegua il bene dei cittadini in spregio
agli interessi dei grandi speculatori finanziari e fondiari. Si
abbia il coraggio di costituire insieme ad altri sindaci un fronte
condiviso per rifiutare le regole del patto di stabilità interna
che stanno strozzando i comuni. Noi, come già detto, avevamo
proposto un Odg che andava in quel senso ignorato da tutti,
maggioranza e opposizione.
Visto che, come direbbe il vecchio
compagno, amico e maestro, Francesco Notarcola “le ciocche so’
chelle” . Chi andrà a guidare la prossima consiliatura cittadina
non potrà fare altro che affidarsi all’ennesimo devastante Pilota
Automatico.
In vista delle prossime elezioni amministrative di Frosinone, il
Collettivo “Rigenerare Frosinone” ritiene opportuno
comunicare alle forze politiche e ai cittadini quanto segue:
1) Indifferenti e
poco appassionati alle dinamiche di stampo elettoralistico, ma
concentrati sui contenuti, siamo
interessati a confrontarci con chiunque voglia prendere in
considerazione il nostro contributo
che, nel corso dell'anno, si è esplicitato nell'affrontare,
operativamente, i temi sensibili della
città: bilancio, rifiuti, ambiente, sanità, cultura.
2) Non ci interessa,
almeno in questa fase, fare accordi con chicchessia. Le eventuali
alleanze avverranno
esclusivamente di fronte a precise proposte programmatiche,
partecipate e condivise, che rispecchino la nostra visione della
città.
3) Nel gennaio 2020
il Collettivo lanciava un appello alle forze politiche e sociali che
si oppongono alla
Giunta attuale, nel quale concludeva << Dobbiamo cambiare
pagina; è necessario mettere
insieme tutti coloro che si battono, senza tornaconti, per ritrovare
l'anima di questa prostrata
città e di coloro che la popolano >>. A questo appello
Rigenerare Frosinone ha fatto seguire le
iniziative politiche, sociali e culturali sui temi già elencati al
punto uno. Al contrario, le forze
politiche, giova dirlo a chiare lettere, non hanno fatto la loro
parte: soltanto qualche sporadica
apparizione di qualche Consigliere dell'opposizione alla quale
nessuna azione di nessun
tipo è seguita!
4) Tutto ciò
considerato, Rigenerare Frosinone fa appello a tutti coloro che
lavorano per una città diversa, politici e
cittadini, per trovare forme di incontro e modi comuni per affrontare
un percorso di reale
cambiamento. Particolare attenzione, infatti, Rigenerare Frosinone
pone sull'associazionismo,
che in questi anni ha svolto un'azione di grande efficacia a sostegno
dei bisogni dei
cittadini. Spesso questo operare è stato ignorato, se non
ostacolato, dalle maggioranze
consiliari che si sono succedute, attente ad altri interessi, alla
guida del capoluogo. E' venuto
il tempo di mettere fine a questo modo di governare, agli accordi di potere e agli uomini
buoni per tutte le stagioni. Il futuro del Capoluogo deve essere
costruito sulla capacità di
realizzare “ il nuovo”, in una rinnovata sintonia di cittadini e
di politici nei quartieri e nelle
contrade. Un centrosinistra come quello attuale, tristemente noto,
portatore quasi esclusivamente di
politiche neoliberiste, non ci interessa affatto.
La principale confederazione sindacale italiana, la Cgil (5 milioni di iscritti) e la Uil (2 milioni di iscritti) pochi giorni fa hanno deciso di proclamare lo sciopero generale per giovedì 16 dicembre. È stato, quindi, annullato lo sciopero dei metalmeccanici della Fiom del 10 dicembre che convergerà sulla giornata del 16. La Cisl, il secondo sindacato per numero di iscritti, ha invece deciso di sfilarsi: il segretario generale Sbarra ha definito la proclamazione dello sciopero una scelta «sbagliata, esasperata e distorta» (sic!): parole che si commentano da sole.
Una proclamazione non scontata Quello del 16 dicembre è uno sciopero proclamato in pochi giorni, senza l’adeguata preparazione che sarebbe necessaria e che, soprattutto, vedrà esclusi molti settori lavorativi: oltre alla scuola (che ha mantenuto lo sciopero il 10 dicembre) e alla sanità, probabilmente – su richiesta della Commissione di garanzia degli scioperi – saranno esclusi anche i trasporti, le poste, le pulizie, alcuni comparti del pubblico impiego. Per ora, il sindacalismo di base non si è pronunciato rispetto allo sciopero: è probabile che solo alcuni settori decideranno di proclamare sciopero lo stesso giorno, mentre altri opteranno per una scelta settaria. Iniziamo col sottolineare gli aspetti positivi di questa proclamazione. Anzitutto, non era affatto scontata. Sempre che le direzioni di Cgil e Uil non decidano di ritirarlo in cambio di qualche vuoto contentino da parte del governo – ipotesi da non escludersi – va evidenziato che hanno fatto di tutto per evitarne la proclamazione. Da mesi è in corso una campagna, animata dalle realtà più combattive del Paese, per chiedere a gran voce la proclamazione dello «sciopero generale e generalizzato» per contrastare gli attacchi del governo Draghi e dei padroni. Per mesi gli appelli sono rimasti inascoltati, anche se, soprattutto nella base della Cgil, la pressione per lo sciopero ha iniziato a crescere e diffondersi, a partire dai metalmeccanici: la Fiom aveva infatti già deciso di proclamare una giornata di sciopero nazionale il 10 dicembre con manifestazioni regionali (sciopero poi ritirato per convergere sul 16 dicembre). Se fino ad oggi Landini ha evitato accuratamente di porre all’ordine del giorno lo sciopero generale il motivo è presto detto: la burocrazia Cgil, per i suoi legami con settori del Pd e della sinistra (Leu) che sostengono il governo, non aveva alcune intenzione di alzare lo scontro con il «governo amico». Poco importa che questo governo stia, da mesi, sferrando attacchi pesantissimi ai lavoratori e ai proletari: dallo sblocco dei licenziamenti (non a caso sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil) all’allentamento delle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro (col pretesto del green pass). Il livello dello scontro lo ha, in realtà, alzato lo stesso Draghi che, annunciando un’ulteriore stretta sulle pensioni, ha deciso di abbandonare il tavolo con i sindacati confederali (tra l’altro più che accondiscendenti a una revisione di quota 100). Ecco, allora, che la necessità di battere un colpo è diventata obbligata. Ma come si proclama uno sciopero generale degno di questo nome?
Azione incisiva o arma spuntata? Ciò che è avvenuto in altri Paesi negli ultimi anni – dalla Francia alla Catalogna al Brasile – ci dimostra che, per costruire un’azione di lotta incisiva contro gli attacchi dei governi, è necessario costruire lo sciopero generale con un’adeguata preparazione. Lo sciopero generale, in Italia, andava messo all’ordine del giorno mesi fa, preparato nei luoghi di lavoro con assemblee, riunioni, appelli all’unità e alla mobilitazione. Non basta segnare sul calendario una data all’ultimo minuto e, voilà, lo sciopero generale è fatto. I lavoratori, in Italia, hanno subito per anni umiliazioni e attacchi violenti. Le loro direzioni – sindacali e politiche – anziché chiamarli alla lotta li hanno, spesso, convinti della necessità di rassegnarsi: gli interessi burocratici e il sostegno ai governi Conte e Draghi sono sempre stati più importanti degli interessi dei proletari (persino della loro necessità di sopravvivere, si pensi ai protocolli sicurezza, una farsa pericolosa). Dopo che gli apparati sindacali hanno spiegato per mesi che «scioperare non serve», disabituando i lavoratori alla lotta, ora li chiamano a mobilitarsi… con una settimana di anticipo! Chiamare allo sciopero generale in questo modo, tra l’altro alla vigilia delle feste, rischia di essere un’arma spuntata. E, probabilmente, è proprio questo l’obiettivo delle burocrazie sindacali di Cgil e Uil: trasformare il 16 dicembre in un’innocua passeggiata romana, magari tra i fiocchi di neve, per giustificare, ancora una volta, l’ennesima capitolazione al governo borghese. È anche improbabile che i segretari di Cgil e Uil non sapessero che le leggi antisciopero – da loro stessi rivendicate – avrebbero impedito a molti settori cosiddetti «essenziali» di scioperare: l’intento delle burocrazie è quello di depotenziare al massimo la giornata del 16 dicembre. Le dichiarazioni dello stesso Landini, del resto, sembrano proprio andare in questo senso: «per quello che ci riguarda il dialogo non è interrotto, si può riprendere a dialogare in ogni momento». Un po’ come prepararsi a una battaglia rassicurando il nemico sul fatto che non si intende procurargli alcun danno. Altrettanto paradossale è il tentativo, da parte del segretario generale della Cgil, di presentare Draghi come un premier «sensibile alle richieste sindacali» ma ostaggio della propria maggioranza che lo costringerebbe a innalzare lo scontro «contro la sua volontà». È inoltre vergognosa la capitolazione delle direzioni di Cgil e Uil ai diktat della Commissione di garanzia degli scioperi: se volessero, Cgil e Uil (che raggruppano milioni di lavoratori e hanno bilanci milionari) avrebbero la forza per ignorare questi diktat e proclamare sciopero anche nei settori sottoposti alle leggi antisciopero (coprendo economicamente eventuali multe che dovessero arrivare ai lavoratori). Va aggiunto che la stessa esclusione consapevole della sanità dallo sciopero – il settore più in sofferenza e che più di tutti avrebbe bisogno di scioperare per contrastare il disastro in corso – rende l’idea di come le direzioni sindacali vogliano dare al governo garanzie di «responsabilità».
Un possibile punto di partenza? Se lo sciopero generale a metà dovesse essere mantenuto, sono due i possibili scenari che si aprono. Il peggiore è che questa giornata si trasformi in un’azione meramente dimostrativa, totalmente controllata dalle direzioni sindacali che mirano a traghettarla verso un nuovo accordo col governo padronale. Ma c’è anche la possibilità che questo sciopero si trasformi nell’inizio di un’azione prolungata di lotta. Tutto dipenderà dalla capacità che avranno le realtà operaie nelle fabbriche più combattive di andare oltre le intenzioni delle loro direzioni sindacali. Gli scioperi operai del marzo 2020 ? così come le più importanti pagine della storia del movimento operaio in Italia ? ci dimostrano che questo è possibile. A tal fine, sarebbe importante che, nonostante tutti i limiti burocratici dello sciopero, anche i sindacati di base e conflittuali, anziché limitarsi a criticare (giustamente) le modalità di proclamazione, decidessero di incrociare le braccia lo stesso giorno con una piattaforma alternativa, provando a dare a questa giornata un significato diverso, cioè conflittuale e di lotta. È quello che fanno i sindacati di base di altri Paesi – da Solidaires in Francia alla Csp-Conlutas in Brasile – che, pur attaccando le direzioni sindacali concertative, non disertano le piazze e gli scioperi proclamati dai sindacati burocratici per costruire un’azione unitaria con la base di tutti i sindacati e innalzare il livello dello scontro di classe. Alternativa comunista non fa sconti alle burocrazie della Cgil e della Uil (né tantomeno a quelle della Cisl): li riteniamo complici del massacro in corso e invitiamo i lavoratori e le lavoratrici a non riporre in loro nessuna fiducia. La stessa piattaforma dello sciopero, assolutamente inadeguata, conferma il ruolo nefasto svolto da questi apparati. Ma il 16 dicembre saremo in sciopero e in piazza al fianco dei lavoratori che incroceranno le braccia: ci batteremo perché lo sciopero diventi l’inizio di un’azione prolungata che arrivi a cacciare il governo Draghi e per porre all’ordine del giorno la costruzione di un governo dei lavoratori che espropri le fabbriche che chiudono e licenziano, aumenti l’assegno pensionistico abbassando l’età pensionabile, dia finalmente dignità e sicurezza al lavoro.
Domenica scorsa, 5 dicembre, si è tenuta da Spazio Arte Rigenesi, in Piazza Garibaldi a Frosinone il
secondo appuntamento della rassegna “Metti un disco, storie dal
giradischi di musica&jazz”. Dopo Oscar Peterson e Stephane
Grappelli, stavolta a girare sul piatto è stato il disco “Jazz
series 4000 FC Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Bud Powell, Charlie
Mingus Max Roach” Il titolo del vinile, edito dalla Fonit Cetra,
non dice nulla. In realtà si tratta dell’edizione italiana, del
più noto “Jazz at Massey Hall, The quintet”.
Parliamo dunque di
una gran “BOTTA” di Be Bop, suonato dai suoi profeti Bird,
Gillespie, Powell, con l’aggiunta di Mingus e Roach. Il bello di
questi incontri è, a mio giudizio, il piacere di condividere una
passione, in questo caso la musica jazz, con tanti altri amici, non
tutti appassionati di jazz, ma sicuramente affascinati dalla bella
musica in generale. Ed è proprio questo uscire dalla casta, un po’
chiusa e autoincensatoria di noi jazzofili, per cui Parker è un
semi Dio, l’elemento più affascinante dell’incontro.
L’apparente trasgressione formale, tipica del Be Bop, l’esuberanza
delle esecuzioni giudicate mere esibizioni di virtuosismo fine a se
stesso, hanno lasciato un po’ perplessi soprattutto colori i quali
nel precedente incontro avevano apprezzato l’accuratezza delle
interpretazioni di Peterson e Grappelli.
Altri invece si sono
lasciati coinvolgere ed ammaliare dal magma sonoro che ci ha
investiti, con tutte quelle note sparate alla velocità della luce.
Ne è sortito un bel confronto che si è allargato a tutta la
musica, fra classica, rock e prog. Comunque per me Charlie “Bird”
Parker è un Dio.
Voglio ringraziare
tutto gli intervenuti, Riccardo e Fabiana che hanno messo a
disposizione “Rigenesi” e …...il giradischi, Maria Lucia che
ha scattato le foto.
L’ALBUM
Il
disco contiene le incisioni del concerto tenutoal
Massey Hall
di Toronto il 15 maggio del 1953 da, Charlie
Parker al Sax alto,
Dizzy Gillespie
alla tromba, Charlie
Mingus al
contrabasso e Max
Roach alla
batteria. La registrazione fu effettuata dalla Toronto
New Jazz Society,
con dei risultati estremamente modesti. Charlie Mingus chiese ed
ottenei nastri. L’obiettivo era quello di utilizzare quel master al
fine di realizzare un disco per la nuova casa discografica che il
contrabbassista aveva appena aperto con Max Roach, la Debut.
Tornati a New York, Mingus e Roach cercarono di migliorare la
qualità del materiale sonoro. Reincisero le linee di basso,
totalmente impercepibili, modificarono l’assolo di contrabbasso in
“All the Thing You
Are”. La prima
produzione Debut era dunque pronta.
Nacque un album doppio, dal
titolo “Jazz at
Massey Hall” in
cui nel primo vinile erano raccolti
i
brani in quintetto, con Parker e Gillespie, nel secondo quelli in
trio solo con Mingus, Powell e Roach . Nella primissima edizione non
figurava il nome di Parker ma di Charlie Chan, pseudonimo scelto da
“Bird” impossibilitato ad usare il suo nome per motivi di diritti
discografici. La scelta fu ispirata ad un famoso personaggio di film
gialli e al nome della moglie di Parker, Chan appunto.
Purtroppo la
Debut, ebbe vita breve. Nel 1957 dovette chiudere i battenti.
L’intero catalogo venne prima acquisito in affitto da un libraio
danese, che ripubblicò i dischi sotto la denominazione Danish
Debut, poi nel 1960
Mingus cedette l’intera produzione al compagno della sua ex moglie
Clelia, Saul Zaentz,
futuro capo della Fantasy
Record . Del
resto i soldi per aprire la Debut provenivano in gran parte dalla
madre di Clelia. Fu proprio la Fantasy ripubblicare il catalogo ex
Debut.
Nel 1973 il materiale sonoro del concerto canadese venne
rilevato dalla Prestige che riprodusse il doppio album. Nel 1978 la
Fonit Cetra
acquisì i diritti per l’Italia proprio dalla Prestige, e distribuì
il primo vinile, quello con il quintetto al completo, nella
Jazz Series 4000 FC,
indicando semplicemente i nomi dei musicisti e il titolo dei brani,
senza note di copertina. Nel 2004 la casa discografica Spagnola
Jazz Factory ha
rimasterizzato tutto il materiale raccolto in due Cd dal titolo
“Complete Jazz at Massey Hall”.
COME
VENNE REALIZZATO
L’esibizione al Massey Hall
ci rivela un Charile Parker illuminato da uno dei suoi ultimi
sprazzi di lucidità creativa. Era un periodo in cui Bird, era ormai
sprofondato quasi definitivamente nel limbo della droga. Ma quando,
come in questo caso, riusciva a emergere dall’abisso della
dipendenza le sue straordinarie doti di strumentista e improvvisatore
eruttavano prepotentemente come da un vulcano che si risvegliava in
modo deflagrante.
In realtà leggenda vuole che durante l’esibizione
canadese, sia Parker che Gillespie fossero completamente ubriachi.
Non solo, ma, e questa è più’
che una ipotesi, Bird ha suonato con un sassofono di plastica scovato all’ultimo minuto in sostituzione del suo Selmer
impegnato per comprarsi la droga. Mingus, aveva cercato di rimediare
a Parker qualche esibizione in un periodo in cui il sassofonista di
Kansas City era sempre più schiavo della droga, forse per
riconoscenza verso colui il quale lo aveva tirato fuori dall’ufficio
postale in cui era finito a lavorare dopo le prime esperienze
musicali negative passate a New York.
Un primo tentativo operato da
Mingus di procurare una scrittura a Parker, accompagnato da Bud
Powell fu per un concerto al Birdland, in cui anch’egli doveva
essere della partita. Bird e Powell entrarono in scena inebetiti,
incapaci di suonare, stravolti dalle sostanze
e Mingus, dovette pubblicamente dissociarsi dalla performance.
Il
successivo tentativo al Massey Hall si rivelo’ invece un successo,
nonostante la sala, fosse mezza vuota (non piu’ di 700 persone)
perchè quella stessa sera l’attenzione popolare era calamitata
dall’incontro di boxe per il titolo mondiale dei pesi massimi fra
Rocky Marciano
e Jersey Joe
Walcott. Inoltre è
da rimarcare che quella fu l’ultima occasione in cui Gillespie,
Parker e Powell suonarono insieme. Il disco, quindi, segna una sorta
di passaggio di testimone dalla generazione Bop
(Parker-Gillespie-Powell) alla generazione Hard Bop con prodromi free
(Mingus-Roach).
LATO 1
Perdido:
E’ un brano scritto nel 1941 da Juan Tizo trombonista e
arrangiatore dell’orchestra di Ellington. Guarda caso proprio a
Tizol si deve l’esperienza fallimentare di Mingus nella formazione
del Duca, ruolo quanto mai desiderato dal contrabbassista cresciuto
in ghetto alla periferia di Los Angeles. Accadde che nel gennaio
1953, Mingus riuscì ad ottenere l’agognata scrittura
nell’orchestra di Ellington dove ad arrangiare i brani era Tizol,
un portoricano con la puzza sotto il naso e diffidente nei confronti
dei musicisti neri. Il trombonista affidò al nuovo arrivato
un assolo scritto da eseguire con l’archetto. Mingus lo traspose
all’ottava superiore per renderlo piu’ cantabile e fare bella
figura. Tizol non gradì e avendolo preso da parte sotto il palco lo
apostrofò asserendo che “non sapeva leggere bene la musica come
il resto dei negri della banda”. Mingus, in un moto di rabbia,
prese a calci il trombonista portoricano fin sopra il palco, quindi
si accomodò nella sua postazione. Ma nel momento in cui Ellington
fece partire la musica, Tizol si avventò su Mingus con un truce
coltellaccio. Questi,
per evitare il colpo, saltò sul pianoforte con tutto il
contrabbasso. Apparve
chiaro che la carriera di un tale ribelle non poteva continuare
nella elegante e rassicurante
orchestra ellingtoniana. L’esecuzione del brano presenta un
Assolo di Parker un po’ controllato, nonostante si senta Gillespie
sollecitarlo con la voce. Dizzy riprende la sequenza melodica
dell’ultimo chorus di Parker, sprigionando dei sovracuti
spaventosi. Preziosa la poliritmia di Roach, affascinante i
contrappunti finali di Parker e Gillespie che introducono l’assolo
di Roach.
SALT
PEANUTS: Classico
del repertorio Be Bop, pezzo, non a caso, scritto da Gillespie e
Kenny Clarke i padroni di casa del Minton’s
dove il Be Bop era
nato.
Salt Peanuts, ovvero, noccioline salate, punta
a prendere in giro i
gestori di locali che offrivano agli avventori noccioline salate, con
lo scopo di fargli venire sete ed indurli a comprare bevande per
lenire l’arsura, in particolare alcolici. L’esecuzione è
al fulmicotone, con il tema sparato in alternanza con le parole
‘’Salt Peanuts’’ gridate da Dizzy. Sontuosi gli assoli di
Powel e quello di Max Roach che con i tamburi imita l’intonazione
vocale della frase “Salt Penauts” .L’uso
della cassa di Roach durante la
sua sortita
anticipa figurazioni
ritmiche che saranno usate , in futuro, da batteristi prog e rock,
come Karl Palmer e Ian Paice.
A
giudicare dai rumori di fondo, il pubblico
sembra divertirsi come non mai.
ALL
THE THINGS YOU ARE . L’esecuzione
del classico composto da Jerome
Kerne
Oscar
Hammerstein,
scritto
nel 1939 per il musical Very
Warm for May, e’
il tipico esempio di come Parker e Gillespie si impegnavano a
stravolgere le linee melodiche, a partire dall’esecuzione del tema
suonata in alternanza. Gli assoli successivi chiariscono meglio il
concetto con arpeggi velocissimi su un giro armonico moderato.
Particolare la performance di Gillespie con la sordina. Particolari
gli scambi, fra Parker e Gillespie, all’unisono, che lanciano
l’assolo di Mingus prima del tema finale. Tema
che
presenta un’inaspettata quanto improvvisa coda velocissima.
LATO
2
WEE:
Scritto da
Gillespie e’ il manifesto del Be Bop, armonizzazioni blues,
improvvisazioni velocissime, se stavano ubriachi nessuno se ne era
accorto.
HOT
HOUSE: Classico Bop
composto dal pianista Tadd
Dameron sfruttando
la struttura armonica dello strandard di
Cole Porter‘’What
is this thing called love”
Degno di attenzione il growl di Parker in assolo. L’accompagnamento
di Roach è
assolutamente
futuristico. L’assolo di Mingus viene un po’ penalizzato da una
registrazione non perfetta, e comunque mette in risalto le
straordinarie
doti del contrabbassista.
A
NIGHT IN TUNISIA:
Composto da Gillespie nel 1941 quando militava nell’orchestra di
Earl Hines. Come
co-autore viene indicato Frank
Paparelli. Ma
Gillespie ha sempre rivendicato la paternita’ totale del pezzo
perche’ Paparelli ne ha solo curato la trascrizione per
l’orchestra. Bellissimo lo stacco nel tema fra la parte in tempo di
rumba, qui Gillespie
è alla
tromba con sordina, e l’esplosione in quattro a piena sonorità.
La struttura
stessa di Night in Tunisia è
assolutamente magnetica.
L’introduzione di Parker senza accompagnamento e bellissima. Così
come la performance di Powell. Se
posso permettermi un rilievo personale, direi che questo è il brano
che preferisco del disco.
Si è tenuto domenica 21 novembre, presso Spazio Arte Rigenesi in Piazza Garibaldi a
Frosinone il primo appuntamento della rassegna “Metti un disco,
storie dal giradischi di Musica & Jazz” L’audizione del
doppio album “Oscar Peterson-Stephane Grappelli quartet” è stata
preceduta dalla presentazione del libro “In viaggio con il mio
violino” tratto dall’autobiografia di Stephane Grappelli, scritto
da Joseph Oldhenove e Jean Marc Bramy, tradotto in italiano da Paola
Rolletta che era presente all’evento.
E’ stato un viaggio
affascinante attraverso la storia e la musica di Stephane Grappelli, violinista, pianista, compagno di avventure del grande Django
Reinhardt, Violinista da strada, Stefano, poi Stephane ha anche frequentato il conservatorio, figlio di Ernesto Grappelli nato da Alatri e da qui partito per Parigi in cerca di fortuna.
L’audizione dell’album doppio con
Grappelli al violino, Oscar Peterson al pianforte, Kenny Clarke alla
batteria, e Niels Henning Orsted Pedersen, al contrabbasso, è stata
un’eccellente occasione per apprezzare del buon jazz e per
confrontarsi sulle origini di questa musica, incardinata su
molteplici culture musicali generatrici, attraverso la loro
contaminazione, di un linguaggio musicale completamente nuovo.
E’
stata un’occasione per entrare, senza tecnicismi, nelle modalità
esecutive dei musicisti e di come le loro origini abbiano
influenzato il loro stile. Insomma una bel pomeriggio di musica e
cultura, per dirla con Peppino Impastato. Un pomeriggio dove
ascoltando “due dischi” si sono condivise emozioni e riflessioni.
Ringraziamo tutti coloro che sono intervenuti. Un grazie particolare
va a Paola Rolletta per aver descritto, attraverso il libro “In
viaggio con il mio violino” l’affascinante mondo di Stephane
Grappelli e il suo rapporto con la terra da cui discende, Alatri.
L'ALBUM
Oscar Peterson-Stephane Grappelli quartet è un doppio album
registrato il 22 e 23 febbraio del 1973 a
Parigi per la Disque
Festival, una etichetta satellite
della francese Musidisc Europe.Nel
1979 esce una nuova
edizione a cura dallaDecca Rercords of
France (la Decca è stata la casa discografica di Grappelli). La veste grafica rimane
la stessa ma con
l’aggiunta di note
di copertina, praticamente assenti nella
pubblicazione precedente.
Nel 2000 il materiale
inciso viene raccolto in due Cd
distinti,
“Jazz in Paris Vol 1, Jazz
in Paris Vol 2”,
pubblicatidalla Universal e
distribuiti anche in Italia. Rispetto
alle incisioni
originarie mancano i
brani: “My
heart stood still” e “Let’s Fall in Love”
COME VENNE REALIZZATO
Siamo agli inizi del 1973. Stephane Grappelli si accingeva a compiere i 50 anni di carriera. Bernard Lion, all’epoca direttore artistico
della ORTF, la TV
francese,aveva
in animo di dedicare al violinista
un programma televisivo celebrativo. L'idea prevedeva il coinvolgimento di
Duke Ellington, Bill Coleman, e
del violinista classicoYehudi Menhuin. Purtroppo
gli impegni di questi musicisti non consentirono di programmare
con certezza le date della trasmissione. Venne in aiuto di Bernard
Lion Oscar Peterson, il quale fu contentissimo di partecipare alla festa per i 50 anni di carrieradell’amico
Stephane. Fra l’altro
Lion aveva sempre sognato di avere il pianista canadese ospite di un
suo spettacolo. Peterson arrivo a Parigi accompagnato dalfido il contrabbassista Niels Henning Orsted Pedersen,fatto venire apposta dalla Danimarca. Per la batteria non ci furono problemi, Kenny Clarke risiedeva in Francia già dal 1965 e fu felicissimo di essere della partita. In tre giorni fu realizzata la trasmissione ed incise le tracce per l'album.
I DISCHI SUL PIATTO
Furono registrati quindici
brani distribuiti nei due vinili. Alcuni di essi sono
reinterpretazioni di canzoni presenti in musical scritti fra la fine degli anni '20 e l'inizio dei '30, come Makin’
Whopee,Thou Swell,Looking at You. Altri sono brani di colonne
sonore: The Folks Who Live on The Hill, ad esempio. Una bellissima ballad
in cui si esibiscono in duo Peterson e Grappelli. Non manca un blues
improvvisato per l’occasione, Blues for Musidisc, a cui si aggiungono degli standard, Autumn Leaves e If I Had You . Molto
particolari sono, l’altra
esecuzione in duo, Flamingo, brano composto da Ted Grouya per
l’orchestra di Duke Ellington, e Il pezzo di apertura, Them There Eyes, un classico del repertorio del Django Reinhardt et le Quintette
du Hot Club de France. Il mitico gruppo di soli strumentisti a corde, fondato dal
chitarrista manooche di origine belga, con l'amico fraterno Stephane, che spopolò in tutto il mondo. Ensemble composto, oltre che da Grappelli, dagli altri due chitarristi Joseph Reinhardt,
fratello di Django, e Roger Chaput, poi
sostituito da Eugène Vèes, e dal contrabbassista Roger Grasset.
L’ascolto
di questi quindici brani sorprende, non tanto per la straordinaria
tecnica emergente nei brani veloci, il fraseggio di Peterson e quello
di Grappelli sono proverbiali in questo senso, ma soprattutto per la coinvolgenre sensibilità armonica e finezza esecutiva delle
ballad. Un chiaro esempio di come Oscar Peterson sia pianista eccelso
non solo negli arpeggi velocissimi e nelle tambureggianti pressioni
ritmiche della mano sinistra, ma anche per le affascinanti
armonizzazioni che riesce ad imbastire nel corso delle sue
improvvisazioni più introspettive. Ugualmente Kenny Clarke, il batterista inventore del
drumming al fulmicotone caratterizzante la ritmica Be Bop, qui mostra
tutta la sua finezza cromatica nell’uso delle spazzole, così
come acquisito in anni di frequentazione dei gruppi cool, dal
nonetto di Miles Davis, con il quale, per l’appunto, ha inciso The Birth
of The Cool, al Modern Jazz Quartet di Milt Jackson e John Lewis.
Grappelli è immenso nelle linee melodiche che riesce ad
intrecciare con Peterson, sia nelle ballad che nei pezzi velocissimi
dove non credo sia esagerato intravedere un precursore del
fraseggio Be Bop di Parker e compagni. Il tutto viene tenuto insieme
dall’incedere swing e metronomico di Niels Pedersen, incisivo, come
sempre anche negli assoli e nei rientri mozzafiato in quattro.
Di seguito pubblichiamo il brano Them There Eyes nella versione del Quintette du Hot Club de France ed in quella che apre il disco di Oscar Peterson e Stephane Grappelli. Vi assicuro che il confronto è molto stimolante.