Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 14 gennaio 2022

STOP al DDL Concorrenza, NO alle privatizzazioni. Per l'acqua pubblica e i beni comuni

 Forum Italiano per i movimenti per l'acqua





Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua - www​.​acquabenecomune​.​org ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a Mario Draghi (Presidente del Consiglio dei Ministri)

Nel nostro paese si sta aprendo una nuova stagione di privatizzazioni nonostante il chiaro insegnamento della pandemia: solo un forte ruolo del pubblico riesce a garantire diritti fondamentali, a partire da quello alla salute.

Evidentemente il Governo Draghi preferisce trascurare questa lezione adoperandosi in vari modi per aprire il settore dei servizi pubblici locali al mercato. La strategia adottata è ben più articolata e subdola rispetto a quella del passato. Consapevoli di aver già subito una sconfitta con i referendum del 2011 oggi si utilizza strumentalmente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e le cosiddette “riforme abilitanti” per aggirare l’esito referendario e raggiungere lo stesso obiettivo. 

Il PNRR punta a realizzare una vera e propria “riforma” nel settore idrico fondata sull’allargamento verso Sud, ma non solo, del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che vengono identificate come gestori “efficienti” ma che in realtà risultano tali solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.

Il Disegno di Legge per la Concorrenza, licenziato il 4 novembre dal Consiglio dei Ministri, rientra tra le condizionalità imposte dalla Commissione europea per l’erogazione dei fondi del PNRR e ha finalità esplicite: rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo e amministrativo, all’apertura dei mercati. 

L’articolo 6 di questo provvedimento punta a chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi essenziali rendendo residuale la loro gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.

Nel DDL emerge chiaramente la scelta della privatizzazione e risulta ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile.

Inoltre, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito. Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
E’ eclatante la contraddizione tra la tanto decantata concorrenza e il fatto, noto a tutti, per cui nel servizio idrico questa non esiste configurandosi come un monopolio naturale. 

In ultimo, questa norma rischia di restringere fortemente il ruolo degli Enti Locali espropriandoli di una loro funzione fondamentale come la garanzia di servizi essenziali e dei diritti ad essi collegati, per cui da presidi di democrazia di prossimità saranno ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale.

Ed è proprio dal combinato disposto tra PNRR, DDL Concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che si sta provando a mettere una pietra tombale sull’esito referendario del 2011, cancellando la volontà popolare e svilendo gli strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.

Per questo chiediamo:

  • lo stralcio dell’articolo 6 dal DDL Concorrenza;
  • l’approvazione da parte dei consigli comunali di atti che chiedono lo stralcio dell’articolo 6;
  • la ripubblicizzazione del servizio idrico attraverso l’approvazione della proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” (A. C. n. 52) in discussione presso la Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati;
  • investimenti per la riduzione drastica delle perdite nelle reti idriche;
  • la salvaguardia del territorio attraverso investimenti contro il dissesto idrogeologico.

giovedì 13 gennaio 2022

Covid, una prova generale sprecata

 Guido Viale attraverso Comitato Democrazia Costituzionale



E’ ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente. 

Come se a due anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere – e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri virus. 

La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a riorientare tutte le nostre istituzioni. 

Innanzitutto, a mettere al centro le future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi. 

E poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale; assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento (come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che altro…). 

Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto. 

Per non parlare delle armi… Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro. 

Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze politiche in campo (ecologisti e verdi compresi) e meno che mai da Draghi che, proprio perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale, rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale. 

E’ cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto. Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione del disastro incombente. Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare (anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre 

giovedì 30 dicembre 2021

Piloti automatici

Luciano Granieri



L'attivatore di piloti automatici per antonomasia  è il  Presidente del consiglio Mario Draghi. 

Il pilota automatico della UE

La prima volta che l’ex banchiere  fece riferimento  al pilota automatico fu nel 2013. Quando gli fu chiesto, da presidente della BCE,  di valutare se il successo alle elezioni del M5S, partito allora smaccatamente antieuropeista, avrebbe potuto innescare una maggioranza contraria alle riforme europee, Draghi si disse certo che l’Italia avrebbe rispettato il cammino tracciato dalla Bce a prescindere da chi avrebbe guidato la compagine governativa. Perché a determinare la rotta c’era un pilota automatico il quale avrebbe scongiurato qualsiasi deviazione dalla ferrea linea stabilita . 

Si riferiva al fatto che, qualora il programma di austerità avesse preso una china indesiderata, la Bce avrebbe sospeso il massiccio piano di acquisto titoli pubblici italiani (quantitative easing) e lasciato il debito del Paese in balia della speculazione finanziaria, con il conseguente innalzamento degli interessi a livelli insostenibili. Avete presente la Grecia? Peggio. Giova ricordare che quelle riforme imposte dalla Bce, comprese nel patto di stabilità, con il senno di poi, non si sono rivelate così salutari, visto che la loro attuazione è stata sospesa perché ritenuta dannosa nella cura della pandemia.

Il pilota automatico nazionale

 La figura del pilota automatico si è riproposta il 22 dicembre scorso quando Draghi, di fatto, non escludeva, anzi avanzava,  la propria candidatura al Quirinale. “E’ essenziale che la legislatura vada avanti…...per il rilancio della crescita, l’attuazione del PNRR, il piano con cui abbiamo creato le condizioni perché l’operato del governo continui indipendentemente da chi ci sarà”. Queste le parole del presidentissimo. Non ha citato chiaramente la figura del pilota automatico, ma il senso è precisamente quello. E come dargli torto. Per ottenere le 20 tranche dei finanziamenti del PNRR, da oggi, e fino al 2026, il governo italiano deve assicurare 528 condizioni, pena l’interruzione del flusso di denaro. 

Riforme orientate alla definitiva privatizzazione dei servizi pubblici, compresa l’erogazione dell’acqua, alla definitiva alienazione di ogni forma di stato sociale e ad un piano di finanza sostenibile, ossia rientro dal debito (il patto di stabilità uscito dalla porta della sospensione europea, rientra dalla finestra del PNRR) . Dunque chiunque guiderà il governo fino al 2026 avrà già la rotta segnata e guai a deviare da quel percorso. 

Il pilota automatico negli enti locali

E se nessuno ancora se ne fosse accorto il pilota automatico guiderà anche gli enti locali, Comuni compresi. Infatti qualora dovesse servire assumere, da parte degli enti,  personale per gestire i piani del PNRR, ciò dovrà avvenire attraverso contratti a tempo determinato. Ma, soprattutto, i Comuni dovranno dismettere quel poco di pubblico che ancora hanno nella propria disponibilità. Nel decreto concorrenza vengono stabilite tali e tante restrizioni per la gestione pubblica di un servizio, a fronte dell’estrema semplificazione concessa ai privati, che di fatto i sindaci vengono costretti a privatizzare tutto. A questo quadro aggiungiamo che i decreti attuativi approvati per far funzionare Legge 8/2020, nella quale lo Stato si accolla i debiti dei Comuni con l’obiettivo di ridurre i tassi d’interesse, cosa in se buona e giusta, condizionano quest’azione ad un più stringente piano di avanzi di bilancio, per cui, a tassi d’interesse più bassi, corrisponde un’ulteriore restrizione dei servizi ai cittadini. Risulta evidente, quindi, come anche per i comuni il pilota automatico è bello che innestato. 



Il pilota automatico a Frosinone

A proposito della Legge 8/2020, la richiesta dei decreti attuativi, poi realizzatisi in modo del tutto contrario allo spirito della norma, era uno dei punti di un Odg che come Rigenerare Frosinone presentammo al Comune di Frosinone attraverso l’ex consigliere Daniele Riggi. Testo snobbato sia dai consiglieri di maggioranza, di centro destra, che da quelli di minoranza, (centro sinistra + M5S). Nell,Odg, oltre al punto citato, si chiedeva l’impegno del sindaco a richiedere iniziative governative volta alla sospensione del patto di stabilità per gli enti locali, alla possibilità di accedere a prestiti a tasso zero presso la Cassa Depositi e Prestiti, all’apertura di un Fondo nazionale di solidarietà per i Comuni. Doveva essere la risposta al sindaco Ottaviani che lamentava la difficoltà a soddisfare le condizioni del Piano di Riequilibrio Economico e finanziario proprio per la continua distrazione di risorse da parte del governo centrale, dimenticando gli effetti nefasti creati della sua, diciamo così, finanza creativa. Era un documento politico che avevamo messo a disposizione delle opposizioni, anche per mettere in difficoltà il sindaco.  Non è stato capito? Non è stato voluto capire? Mistero. 

Resta il fatto che a Frosinone il pilota automatico è presente dal 2013. Dall’anno in cui il sindaco, allora appena insediato, Nicola Ottaviani ha dovuto concordare con la Corte dei Conti un piano di rientro di un debito di 14 milioni di euro accumulato dalle amministrazioni precedenti, per lo più derivato dalla mancata riscossione degli oneri di urbanizzazione. Ad esso si sono aggiunti ulteriori 5 milioni di prestito contratti nell’ambito della definizione del piano  stesso. In più aggiungiamo che nell’accertamento dei residui attivi e passivi elaborato nel 2015 sono usciti altri 27 milioni di debito da ripianare in 30 rate annue da 940 mila euro, operazione incostituzionale, così come ribadito dalla Consulta in una sentenza relativa ad altri enti. Nell’ultima verifica semestrale dei giudici contabili, nella  deliberazione 7/2020, risultava che dal 2013 al 2019 la situazione debitoria rimaneva la stessa . Anzi,  dopo un’ulteriore controllo dell’amministrazione, sono spuntati altri 8 milioni di debiti. Ciò, nonostante la puntuale liquidazione da parte della giunta Ottaviani di servizi e proprietà comunali verso i privati secondo una deriva smaccatamente antisociale, andando oltre i protocolli del miglior pilota automatico possibile. 

Non sarà stata colpa di quella finanza creativa già richiamata a cui la cui minoranza ha saputo opporre solo qualche post sarcastico ma indolore sui social media? A tutto ciò dobbiamo aggiungere 6milioni e settecento mila euro da restituire in dieci anni a partire dal 2020 per venire in possesso del palazzo della ex Banca d’Italia, che lo ribadiamo,  non è in possesso dell’ente e forse non lo sarà mai. Si è in attesa del pronunciamento definitivo della Corte dei Conti sul risultato del Piano di riequilibrio economico e finanziario, conseguito dalla giunta Ottaviani. Non crediamo che in tre anni dal 2019 al 2022 si siano potuti recuperare 55 milioni e passa di disavanzo, per cui il giudizio non potrà che essere negativo. 

Si rinnoverà dunque il pilota automatico con effetti quanto mai mefitici per la cittadinanza. La prossima giunta non potrà far altro che eseguire i diktat dei giudici contabili, magari sottoscrivendo un ulteriore programma decennale  di devastazione sociale per evitare il dissesto del Comune. Dissesto che nessuno vuole, non i debitori e men che meno i creditori, ben felici di usare la trappola del debito come strumento coercitivo per procedere alla definitiva alienazione di ogni bene o servizio comunale in favore della speculazione privata . Tutti coloro che oggi si acconciano ad accomodarsi al tavolo del campo largo del centro sinistra, queste cose le sapevano, lo avevamo fatto presente,  come Rigenerare Frosinone, a loro come alla cittadinanza, ma nessuno ci ha ascoltati. 

Ora c’è poco da fare programmi, su giustizia sociale, conversione ecologica, ed altro ancora. Come e quando dovranno essere spesi dei soldi lo deciderà la Corte dei Conti, non certo il prossimo sindaco, sia esso del Pd, del Polo Civico, di Art-1, o ancora di destra. A meno che non si faccia un atto di coraggio e si persegua il bene dei cittadini in spregio agli interessi dei grandi speculatori finanziari e fondiari. Si abbia il coraggio di costituire insieme ad altri sindaci un fronte condiviso per rifiutare le regole del patto di stabilità interna che stanno strozzando i comuni. Noi, come già detto, avevamo proposto un Odg che andava in quel senso ignorato da tutti, maggioranza e opposizione.

 Visto che, come direbbe il vecchio compagno, amico e maestro, Francesco Notarcola “le ciocche so’ chelle” . Chi andrà a guidare la prossima consiliatura cittadina non potrà fare altro che affidarsi all’ennesimo devastante Pilota Automatico.

venerdì 17 dicembre 2021

COMUNICATO STAMPA DEL COLLETTIVO RIGENERARE FROSINONE

 


In vista delle prossime elezioni amministrative di Frosinone, il Collettivo “Rigenerare Frosinone” ritiene opportuno comunicare alle forze politiche e ai cittadini quanto segue:

1) Indifferenti e poco appassionati alle dinamiche di stampo elettoralistico, ma concentrati sui contenuti, siamo interessati a confrontarci con chiunque voglia prendere in considerazione il nostro contributo che, nel corso dell'anno, si è esplicitato nell'affrontare, operativamente, i temi sensibili della città: bilancio, rifiuti, ambiente, sanità, cultura.

2) Non ci interessa, almeno in questa fase, fare accordi con chicchessia. Le eventuali alleanze avverranno esclusivamente di fronte a precise proposte programmatiche, partecipate e condivise, che rispecchino la nostra visione della città.

3) Nel gennaio 2020 il Collettivo lanciava un appello alle forze politiche e sociali che si oppongono alla Giunta attuale, nel quale concludeva << Dobbiamo cambiare pagina; è necessario mettere insieme tutti coloro che si battono, senza tornaconti, per ritrovare l'anima di questa prostrata città e di coloro che la popolano >>. A questo appello Rigenerare Frosinone ha fatto seguire le iniziative politiche, sociali e culturali sui temi già elencati al punto uno. Al contrario, le forze politiche, giova dirlo a chiare lettere, non hanno fatto la loro parte: soltanto qualche sporadica apparizione di qualche Consigliere dell'opposizione alla quale nessuna azione di nessun tipo è seguita!

4) Tutto ciò considerato, Rigenerare Frosinone fa appello a tutti coloro che lavorano per una città diversa, politici e cittadini, per trovare forme di incontro e modi comuni per affrontare un percorso di reale cambiamento. Particolare attenzione, infatti, Rigenerare Frosinone pone sull'associazionismo, che in questi anni ha svolto un'azione di grande efficacia a sostegno dei bisogni dei cittadini. Spesso questo operare è stato ignorato, se non ostacolato, dalle maggioranze consiliari che si sono succedute, attente ad altri interessi, alla guida del capoluogo. E' venuto il tempo di mettere fine a questo modo di governare, agli accordi di potere e agli uomini buoni per tutte le stagioni. Il futuro del Capoluogo deve essere costruito sulla capacità di realizzare “ il nuovo”, in una rinnovata sintonia di cittadini e di politici nei quartieri e nelle contrade. Un centrosinistra come quello attuale, tristemente noto, portatore quasi esclusivamente di politiche neoliberiste, non ci interessa affatto.


lunedì 13 dicembre 2021

Sciopero generale: sì, ma come?

 Dichiarazione del Comitato centrale del Pdac



La principale confederazione sindacale italiana, la Cgil (5 milioni di iscritti) e la Uil (2 milioni di iscritti) pochi giorni fa hanno deciso di proclamare lo sciopero generale per giovedì 16 dicembre. È stato, quindi, annullato lo sciopero dei metalmeccanici della Fiom del 10 dicembre che convergerà sulla giornata del 16. La Cisl, il secondo sindacato per numero di iscritti, ha invece deciso di sfilarsi: il segretario generale Sbarra ha definito la proclamazione dello sciopero una scelta «sbagliata, esasperata e distorta» (sic!): parole che si commentano da sole.

Una proclamazione non scontata
Quello del 16 dicembre è uno sciopero proclamato in pochi giorni, senza l’adeguata preparazione che sarebbe necessaria e che, soprattutto, vedrà esclusi molti settori lavorativi: oltre alla scuola (che ha mantenuto lo sciopero il 10 dicembre) e alla sanità, probabilmente – su richiesta della Commissione di garanzia degli scioperi – saranno esclusi anche i trasporti, le poste, le pulizie, alcuni comparti del pubblico impiego. Per ora, il sindacalismo di base non si è pronunciato rispetto allo sciopero: è probabile che solo alcuni settori decideranno di proclamare sciopero lo stesso giorno, mentre altri opteranno per una scelta settaria.
Iniziamo col sottolineare gli aspetti positivi di questa proclamazione. Anzitutto, non era affatto scontata. Sempre che le direzioni di Cgil e Uil non decidano di ritirarlo in cambio di qualche vuoto contentino da parte del governo – ipotesi da non escludersi – va evidenziato che hanno fatto di tutto per evitarne la proclamazione. Da mesi è in corso una campagna, animata dalle realtà più combattive del Paese, per chiedere a gran voce la proclamazione dello «sciopero generale e generalizzato» per contrastare gli attacchi del governo Draghi e dei padroni. Per mesi gli appelli sono rimasti inascoltati, anche se, soprattutto nella base della Cgil, la pressione per lo sciopero ha iniziato a crescere e diffondersi, a partire dai metalmeccanici: la Fiom aveva infatti già deciso di proclamare una giornata di sciopero nazionale il 10 dicembre con manifestazioni regionali (sciopero poi ritirato per convergere sul 16 dicembre).
Se fino ad oggi Landini ha evitato accuratamente di porre all’ordine del giorno lo sciopero generale il motivo è presto detto: la burocrazia Cgil, per i suoi legami con settori del Pd e della sinistra (Leu) che sostengono il governo, non aveva alcune intenzione di alzare lo scontro con il «governo amico». Poco importa che questo governo stia, da mesi, sferrando attacchi pesantissimi ai lavoratori e ai proletari: dallo sblocco dei licenziamenti (non a caso sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil) all’allentamento delle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro (col pretesto del green pass).
Il livello dello scontro lo ha, in realtà, alzato lo stesso Draghi che, annunciando un’ulteriore stretta sulle pensioni, ha deciso di abbandonare il tavolo con i sindacati confederali (tra l’altro più che accondiscendenti a una revisione di quota 100). Ecco, allora, che la necessità di battere un colpo è diventata obbligata. Ma come si proclama uno sciopero generale degno di questo nome?

Azione incisiva o arma spuntata?
Ciò che è avvenuto in altri Paesi negli ultimi anni – dalla Francia alla Catalogna al Brasile – ci dimostra che, per costruire un’azione di lotta incisiva contro gli attacchi dei governi, è necessario costruire lo sciopero generale con un’adeguata preparazione. Lo sciopero generale, in Italia, andava messo all’ordine del giorno mesi fa, preparato nei luoghi di lavoro con assemblee, riunioni, appelli all’unità e alla mobilitazione. Non basta segnare sul calendario una data all’ultimo minuto e, voilà, lo sciopero generale è fatto. I lavoratori, in Italia, hanno subito per anni umiliazioni e attacchi violenti. Le loro direzioni – sindacali e politiche – anziché chiamarli alla lotta li hanno, spesso, convinti della necessità di rassegnarsi: gli interessi burocratici e il sostegno ai governi Conte e Draghi sono sempre stati più importanti degli interessi dei proletari (persino della loro necessità di sopravvivere, si pensi ai protocolli sicurezza, una farsa pericolosa).
Dopo che gli apparati sindacali hanno spiegato per mesi che «scioperare non serve», disabituando i lavoratori alla lotta, ora li chiamano a mobilitarsi… con una settimana di anticipo! Chiamare allo sciopero generale in questo modo, tra l’altro alla vigilia delle feste, rischia di essere un’arma spuntata. E, probabilmente, è proprio questo l’obiettivo delle burocrazie sindacali di Cgil e Uil: trasformare il 16 dicembre in un’innocua passeggiata romana, magari tra i fiocchi di neve, per giustificare, ancora una volta, l’ennesima capitolazione al governo borghese. È anche improbabile che i segretari di Cgil e Uil non sapessero che le leggi antisciopero – da loro stessi rivendicate – avrebbero impedito a molti settori cosiddetti «essenziali» di scioperare: l’intento delle burocrazie è quello di depotenziare al massimo la giornata del 16 dicembre. Le dichiarazioni dello stesso Landini, del resto, sembrano proprio andare in questo senso: «per quello che ci riguarda il dialogo non è interrotto, si può riprendere a dialogare in ogni momento». Un po’ come prepararsi a una battaglia rassicurando il nemico sul fatto che non si intende procurargli alcun danno. Altrettanto paradossale è il tentativo, da parte del segretario generale della Cgil, di presentare Draghi come un premier «sensibile alle richieste sindacali» ma ostaggio della propria maggioranza che lo costringerebbe a innalzare lo scontro «contro la sua volontà».
È inoltre vergognosa la capitolazione delle direzioni di Cgil e Uil ai diktat della Commissione di garanzia degli scioperi: se volessero, Cgil e Uil (che raggruppano milioni di lavoratori e hanno bilanci milionari) avrebbero la forza per ignorare questi diktat e proclamare sciopero anche nei settori sottoposti alle leggi antisciopero (coprendo economicamente eventuali multe che dovessero arrivare ai lavoratori). Va aggiunto che la stessa esclusione consapevole della sanità dallo sciopero – il settore più in sofferenza e che più di tutti avrebbe bisogno di scioperare per contrastare il disastro in corso – rende l’idea di come le direzioni sindacali vogliano dare al governo garanzie di «responsabilità».

Un possibile punto di partenza?
Se lo sciopero generale a metà dovesse essere mantenuto, sono due i possibili scenari che si aprono. Il peggiore è che questa giornata si trasformi in un’azione meramente dimostrativa, totalmente controllata dalle direzioni sindacali che mirano a traghettarla verso un nuovo accordo col governo padronale. Ma c’è anche la possibilità che questo sciopero si trasformi nell’inizio di un’azione prolungata di lotta. Tutto dipenderà dalla capacità che avranno le realtà operaie nelle fabbriche più combattive di andare oltre le intenzioni delle loro direzioni sindacali. Gli scioperi operai del marzo 2020 ? così come le più importanti pagine della storia del movimento operaio in Italia ? ci dimostrano che questo è possibile. A tal fine, sarebbe importante che, nonostante tutti i limiti burocratici dello sciopero, anche i sindacati di base e conflittuali, anziché limitarsi a criticare (giustamente) le modalità di proclamazione, decidessero di incrociare le braccia lo stesso giorno con una piattaforma alternativa, provando a dare a questa giornata un significato diverso, cioè conflittuale e di lotta. È quello che fanno i sindacati di base di altri Paesi – da Solidaires in Francia alla Csp-Conlutas in Brasile – che, pur attaccando le direzioni sindacali concertative, non disertano le piazze e gli scioperi proclamati dai sindacati burocratici per costruire un’azione unitaria con la base di tutti i sindacati e innalzare il livello dello scontro di classe.  
Alternativa comunista non fa sconti alle burocrazie della Cgil e della Uil (né tantomeno a quelle della Cisl): li riteniamo complici del massacro in corso e invitiamo i lavoratori e le lavoratrici a non riporre in loro nessuna fiducia. La stessa piattaforma dello sciopero, assolutamente inadeguata, conferma il ruolo nefasto svolto da questi apparati. Ma il 16 dicembre saremo in sciopero e in piazza al fianco dei lavoratori che incroceranno le braccia: ci batteremo perché lo sciopero diventi l’inizio di un’azione prolungata che arrivi a cacciare il governo Draghi e per porre all’ordine del giorno la costruzione di un governo dei lavoratori che espropri le fabbriche che chiudono e licenziano, aumenti l’assegno pensionistico abbassando l’età pensionabile, dia finalmente dignità e sicurezza al lavoro.

 

giovedì 9 dicembre 2021

A night in Tunisia e una serata con "Bird" a Piazza Garibaldi

 Luciano Granieri


Domenica scorsa, 5 dicembre, si è tenuta da Spazio Arte Rigenesi, in Piazza Garibaldi a Frosinone il secondo appuntamento della rassegna “
Metti un disco, storie dal giradischi di musica&jazz”. Dopo Oscar Peterson e Stephane Grappelli, stavolta a girare sul piatto è stato il disco “Jazz series 4000 FC Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Bud Powell, Charlie Mingus Max Roach” Il titolo del vinile, edito dalla Fonit Cetra, non dice nulla. In realtà si tratta dell’edizione italiana, del più noto “Jazz at Massey Hall, The quintet”

 Parliamo dunque di una gran “BOTTA” di Be Bop, suonato dai suoi profeti Bird, Gillespie, Powell, con l’aggiunta di Mingus e Roach. Il bello di questi incontri è, a mio giudizio, il piacere di condividere una passione, in questo caso la musica jazz, con tanti altri amici, non tutti appassionati di jazz, ma sicuramente affascinati dalla bella musica in generale. Ed è proprio questo uscire dalla casta, un po’ chiusa e autoincensatoria di noi jazzofili, per cui Parker è un semi Dio, l’elemento più affascinante dell’incontro. 

L’apparente trasgressione formale, tipica del Be Bop, l’esuberanza delle esecuzioni giudicate mere esibizioni di virtuosismo fine a se stesso, hanno lasciato un po’ perplessi soprattutto colori i quali nel precedente incontro avevano apprezzato l’accuratezza delle interpretazioni di Peterson e Grappelli. 

 Altri invece si sono lasciati coinvolgere ed ammaliare dal magma sonoro che ci ha investiti, con tutte quelle note sparate alla velocità della luce. Ne è sortito un bel confronto che si è allargato a tutta la musica, fra classica, rock e prog. Comunque per me Charlie “Bird” Parker è un Dio.

Voglio ringraziare tutto gli intervenuti, Riccardo e Fabiana che hanno messo a disposizione “Rigenesi” e …...il giradischi, Maria Lucia che ha scattato le foto.

L’ALBUM

Il disco contiene le incisioni del concerto tenuto al Massey Hall di Toronto il 15 maggio del 1953 da,  Charlie Parker al Sax alto, Dizzy Gillespie alla tromba, Charlie Mingus al contrabasso e Max Roach alla batteria. La registrazione fu effettuata dalla Toronto New Jazz Society, con dei risultati estremamente modesti. Charlie Mingus chiese ed ottenei nastri. L’obiettivo era quello di utilizzare quel master al fine di realizzare un disco per la nuova casa discografica che il contrabbassista aveva appena aperto con Max Roach, la Debut. Tornati a New York, Mingus e Roach cercarono di migliorare la qualità del materiale sonoro. Reincisero le linee di basso, totalmente impercepibili, modificarono l’assolo di contrabbasso in “All the Thing You Are”. La prima produzione Debut era dunque pronta. 

Nacque un album doppio, dal titolo “Jazz at Massey Hall” in cui nel primo vinile erano raccolti i brani in quintetto, con Parker e Gillespie, nel secondo quelli in trio solo con Mingus, Powell e Roach . Nella primissima edizione non figurava il nome di Parker ma di Charlie Chan, pseudonimo scelto da “Bird” impossibilitato ad usare il suo nome per motivi di diritti discografici. La scelta fu ispirata ad un famoso personaggio di film gialli e al nome della moglie di Parker, Chan appunto. 

Purtroppo la Debut, ebbe vita breve. Nel 1957 dovette chiudere i battenti. L’intero catalogo venne prima acquisito in affitto da un libraio danese, che ripubblicò i dischi sotto la denominazione Danish Debut, poi nel 1960 Mingus cedette l’intera produzione al compagno della sua ex moglie Clelia, Saul Zaentz, futuro capo della Fantasy Record . Del resto i soldi per aprire la Debut provenivano in gran parte dalla madre di Clelia. Fu proprio la Fantasy ripubblicare il catalogo ex Debut. 

 Nel 1973 il materiale sonoro del concerto canadese venne rilevato dalla Prestige che riprodusse il doppio album. Nel 1978 la Fonit Cetra acquisì i diritti per l’Italia proprio dalla Prestige, e distribuì il primo vinile, quello con il quintetto al completo, nella Jazz Series 4000 FC, indicando semplicemente i nomi dei musicisti e il titolo dei brani, senza note di copertina. Nel 2004 la casa discografica Spagnola Jazz Factory ha rimasterizzato tutto il materiale raccolto in due Cd dal titolo “Complete Jazz at Massey Hall”.

COME VENNE REALIZZATO

L’esibizione al Massey Hall ci rivela un Charile Parker illuminato da uno dei suoi ultimi sprazzi di lucidità creativa. Era un periodo in cui Bird, era ormai sprofondato quasi definitivamente nel limbo della droga. Ma quando, come in questo caso, riusciva a emergere dall’abisso della dipendenza le sue straordinarie doti di strumentista e improvvisatore eruttavano prepotentemente come da un vulcano che si risvegliava in modo deflagrante. 

In realtà leggenda vuole che durante l’esibizione canadese, sia Parker che Gillespie fossero completamente ubriachi. Non solo, ma, e questa è più’ che una ipotesi, Bird ha suonato con un sassofono di plastica scovato all’ultimo minuto in sostituzione del suo Selmer impegnato per comprarsi la droga. Mingus, aveva cercato di rimediare a Parker qualche esibizione in un periodo in cui il sassofonista di Kansas City era sempre più schiavo della droga, forse per riconoscenza verso colui il quale lo aveva tirato fuori dall’ufficio postale in cui era finito a lavorare dopo le prime esperienze musicali negative passate a New York. 

 Un primo tentativo operato da Mingus di procurare una scrittura a Parker, accompagnato da Bud Powell fu per un concerto al Birdland, in cui anch’egli doveva essere della partita. Bird e Powell entrarono in scena inebetiti, incapaci di suonare, stravolti dalle sostanze e Mingus, dovette pubblicamente dissociarsi dalla performance. 

Il successivo tentativo al Massey Hall si rivelo’ invece un successo, nonostante la sala, fosse mezza vuota (non piu’ di 700 persone) perchè quella stessa sera l’attenzione popolare era calamitata dall’incontro di boxe per il titolo mondiale dei pesi massimi fra Rocky Marciano e Jersey Joe Walcott. Inoltre è da rimarcare che quella fu l’ultima occasione in cui Gillespie, Parker e Powell suonarono insieme. Il disco, quindi, segna una sorta di passaggio di testimone dalla generazione Bop (Parker-Gillespie-Powell) alla generazione Hard Bop con prodromi free (Mingus-Roach).



LATO 1

Perdido: E’ un brano scritto nel 1941 da Juan Tizo trombonista e arrangiatore dell’orchestra di Ellington. Guarda caso proprio a Tizol si deve l’esperienza fallimentare di Mingus nella formazione del Duca, ruolo quanto mai desiderato dal contrabbassista cresciuto in ghetto alla periferia di Los Angeles. Accadde che nel gennaio 1953, Mingus riuscì ad ottenere l’agognata scrittura nell’orchestra di Ellington dove ad arrangiare i brani era Tizol, un portoricano con la puzza sotto il naso e diffidente nei confronti dei musicisti neri. Il trombonista affidò al nuovo arrivato un assolo scritto da eseguire con l’archetto. Mingus lo traspose all’ottava superiore per renderlo piu’ cantabile e fare bella figura. Tizol non gradì e avendolo preso da parte sotto il palco lo apostrofò asserendo che “non sapeva leggere bene la musica come il resto dei negri della banda”. Mingus, in un moto di rabbia, prese a calci il trombonista portoricano fin sopra il palco, quindi si accomodò nella sua postazione. Ma nel momento in cui Ellington fece partire la musica, Tizol si avventò su Mingus con un truce coltellaccio. Questi, per evitare il colpo, saltò sul pianoforte con tutto il contrabbasso. Apparve chiaro che la carriera di un tale ribelle non poteva continuare nella elegante e rassicurante orchestra ellingtoniana. L’esecuzione del brano presenta un Assolo di Parker un po’ controllato, nonostante si senta Gillespie sollecitarlo con la voce. Dizzy riprende la sequenza melodica dell’ultimo chorus di Parker, sprigionando dei sovracuti spaventosi. Preziosa la poliritmia di Roach, affascinante i contrappunti finali di Parker e Gillespie che introducono l’assolo di Roach.

SALT PEANUTS: Classico del repertorio Be Bop, pezzo, non a caso, scritto da Gillespie e Kenny Clarke i padroni di casa del Minton’s dove il Be Bop era nato. Salt Peanuts, ovvero, noccioline salate, punta a prendere in giro i gestori di locali che offrivano agli avventori noccioline salate, con lo scopo di fargli venire sete ed indurli a comprare bevande per lenire l’arsura, in particolare alcolici. L’esecuzione è al fulmicotone, con il tema sparato in alternanza con le parole ‘’Salt Peanuts’’ gridate da Dizzy. Sontuosi gli assoli di Powel e quello di Max Roach che con i tamburi imita l’intonazione vocale della frase “Salt Penauts” .L’uso della cassa di Roach durante la sua sortita anticipa figurazioni ritmiche che saranno usate , in futuro, da batteristi prog e rock, come Karl Palmer e Ian Paice. A giudicare dai rumori di fondo, il pubblico sembra divertirsi come non mai.

ALL THE THINGS YOU ARE . L’esecuzione del classico composto da Jerome Kern e Oscar Hammerstein, scritto nel 1939 per il musical Very Warm for May, e’ il tipico esempio di come Parker e Gillespie si impegnavano  a stravolgere le linee melodiche, a partire dall’esecuzione del tema suonata in alternanza. Gli assoli successivi chiariscono meglio il concetto con arpeggi velocissimi su un giro armonico moderato. Particolare la performance di Gillespie con la sordina. Particolari gli scambi, fra Parker e Gillespie, all’unisono, che lanciano l’assolo di Mingus prima del tema finale. Tema che presenta un’inaspettata quanto improvvisa coda velocissima.

LATO 2

WEE: Scritto da Gillespie e’ il manifesto del Be Bop, armonizzazioni blues, improvvisazioni velocissime, se stavano ubriachi nessuno se ne era accorto.

HOT HOUSE: Classico Bop composto dal pianista Tadd Dameron sfruttando la struttura armonica dello strandard di Cole Porter ‘’What is this thing called love” Degno di attenzione il growl di Parker in assolo. L’accompagnamento di Roach è assolutamente futuristico. L’assolo di Mingus viene un po’ penalizzato da una registrazione non perfetta, e comunque mette in risalto le straordinarie doti del contrabbassista.

A NIGHT IN TUNISIA: Composto da Gillespie nel 1941 quando militava nell’orchestra di Earl Hines. Come co-autore viene indicato Frank Paparelli. Ma Gillespie ha sempre rivendicato la paternita’ totale del pezzo perche’ Paparelli ne ha solo curato la trascrizione per l’orchestra. Bellissimo lo stacco nel tema fra la parte in tempo di rumba, qui Gillespie è alla tromba con sordina, e l’esplosione in quattro a piena sonorità. La struttura stessa di Night in Tunisia è assolutamente magnetica. L’introduzione di Parker senza accompagnamento e bellissima. Così come la performance di Powell. Se posso permettermi un rilievo personale, direi che questo è il brano che preferisco del disco.

Di seguito HOT HOUSE


lunedì 22 novembre 2021

Metti un pomeriggio in compagnia di Stephane Grappelli e Oscar Peterson

 Luciano Granieri



Si è tenuto domenica 21 novembre,  presso Spazio Arte Rigenesi in Piazza Garibaldi a Frosinone il primo appuntamento della rassegna “Metti un disco, storie dal giradischi di Musica & Jazz” L’audizione del doppio album “Oscar Peterson-Stephane Grappelli quartet” è stata preceduta dalla presentazione del libro “In viaggio con il mio violino” tratto dall’autobiografia di Stephane Grappelli, scritto da Joseph Oldhenove e Jean Marc Bramy, tradotto in italiano da Paola Rolletta che era presente all’evento. 

E’ stato un viaggio affascinante attraverso la storia e la musica di Stephane Grappelli, violinista, pianista, compagno di avventure del grande Django Reinhardt, Violinista da strada, Stefano, poi Stephane  ha anche frequentato  il conservatorio, figlio di Ernesto Grappelli nato da Alatri  e da qui partito  per Parigi in cerca di fortuna. 

L’audizione dell’album doppio con Grappelli al violino, Oscar Peterson al pianforte, Kenny Clarke alla batteria, e Niels Henning Orsted Pedersen, al contrabbasso, è stata un’eccellente occasione per apprezzare del buon jazz e per confrontarsi sulle origini di questa musica, incardinata su molteplici culture musicali generatrici, attraverso la loro contaminazione, di un linguaggio musicale completamente nuovo.

 E’ stata un’occasione per entrare, senza tecnicismi, nelle modalità esecutive dei musicisti e di come le loro origini abbiano influenzato il loro stile. Insomma una bel pomeriggio di musica e cultura, per dirla con Peppino Impastato. Un pomeriggio dove ascoltando “due dischi” si sono condivise emozioni e riflessioni. 

Ringraziamo tutti coloro che sono intervenuti. Un grazie particolare va a Paola Rolletta per aver descritto, attraverso il libro “In viaggio con il mio violino” l’affascinante mondo di Stephane Grappelli e il suo rapporto con la terra da cui discende, Alatri.

L'ALBUM

Oscar Peterson-Stephane Grappelli quartet è un doppio album registrato il 22 e 23 febbraio del 1973 a Parigi per la Disque Festival, una etichetta satellite della francese Musidisc Europe. Nel 1979 esce una nuova edizione a cura dalla Decca Rercords of France (la Decca è stata la casa discografica di Grappelli). La veste grafica rimane la stessa ma con l’aggiunta di note di copertina, praticamente assenti nella pubblicazione precedente. Nel 2000 il materiale inciso viene raccolto in due Cd distinti,Jazz in Paris Vol 1, Jazz in Paris Vol 2”, pubblicati dalla Universal e distribuiti anche in Italia. Rispetto alle incisioni originarie mancano i brani: “My heart stood still” e “Let’s Fall in Love”

COME VENNE REALIZZATO 

Siamo agli inizi del 1973.  Stephane Grappelli si accingeva a compiere  i 50 anni di carriera. Bernard Lion, all’epoca direttore artistico della ORTF, la TV francese, aveva in animo di dedicare al violinista un programma televisivo celebrativo. L'idea  prevedeva il coinvolgimento  di Duke Ellington, Bill Coleman, e del violinista classico Yehudi Menhuin. Purtroppo gli impegni di questi musicisti non consentirono  di programmare con certezza le date della trasmissione. Venne in aiuto di Bernard Lion Oscar Peterson, il quale fu contentissimo di partecipare alla festa per i 50 anni di carriera dell’amico Stephane. Fra l’altro Lion aveva sempre sognato di avere il pianista canadese ospite di un suo spettacolo. Peterson arrivo a Parigi accompagnato dal fido il contrabbassista Niels Henning Orsted Pedersen, fatto venire apposta  dalla  Danimarca.  Per la batteria non ci furono problemi,  Kenny Clarke risiedeva in Francia già dal 1965  e fu felicissimo di essere della partita. In tre giorni fu realizzata la trasmissione ed incise le tracce per l'album.

I DISCHI SUL PIATTO

Furono registrati quindici brani distribuiti nei due vinili. Alcuni di essi sono reinterpretazioni di canzoni presenti in musical scritti fra la fine degli anni '20 e l'inizio dei '30,  come Makin’ Whopee, Thou Swell, Looking at You.  Altri sono brani di colonne sonore:  The Folks Who Live on The Hill, ad esempio. Una bellissima ballad in cui si esibiscono in duo Peterson e Grappelli. Non manca un blues improvvisato per l’occasione, Blues for Musidisc, a cui si aggiungono degli standard,  Autumn Leaves e If I Had You . Molto particolari sono,  l’altra esecuzione in duo, Flamingo,  brano composto da Ted Grouya per l’orchestra di Duke Ellington, e Il pezzo di apertura, Them There Eyes, un classico del repertorio del  Django Reinhardt et le Quintette du Hot Club de France. Il mitico gruppo di soli strumentisti a corde, fondato dal chitarrista manooche di origine belga, con l'amico  fraterno  Stephane,  che spopolò in tutto il mondo. Ensemble  composto,  oltre che da Grappelli, dagli  altri due chitarristi Joseph Reinhardt, fratello di Django, e Roger Chaput, poi sostituito da Eugène Vèes,  e dal contrabbassista Roger Grasset.

L’ascolto di questi quindici brani sorprende, non tanto per la straordinaria tecnica emergente nei brani veloci, il fraseggio di Peterson e quello di Grappelli sono proverbiali in questo senso, ma soprattutto per la coinvolgenre sensibilità armonica e finezza esecutiva delle ballad. Un chiaro esempio di come Oscar Peterson sia pianista eccelso non solo negli arpeggi velocissimi e nelle tambureggianti pressioni ritmiche della mano sinistra, ma anche per le affascinanti armonizzazioni che riesce ad imbastire nel corso delle sue improvvisazioni più introspettive.  Ugualmente Kenny Clarke, il batterista inventore del drumming al fulmicotone caratterizzante la ritmica Be Bop, qui mostra tutta la sua finezza  cromatica nell’uso delle spazzole, così come acquisito  in anni di frequentazione dei gruppi cool, dal nonetto di Miles Davis, con il quale, per l’appunto, ha inciso  The Birth of The Cool, al Modern Jazz Quartet di Milt Jackson e John Lewis. Grappelli  è immenso  nelle linee melodiche che riesce ad intrecciare con Peterson,  sia nelle ballad che nei pezzi velocissimi dove non credo sia esagerato intravedere un precursore del fraseggio Be Bop di Parker e compagni. Il tutto viene tenuto insieme dall’incedere swing e metronomico di Niels Pedersen, incisivo, come sempre anche negli assoli e nei rientri mozzafiato in quattro.  

Di seguito pubblichiamo il brano  Them There Eyes nella versione  del Quintette du Hot Club de France ed in quella che apre il disco di Oscar Peterson e Stephane Grappelli. Vi assicuro che il confronto è molto stimolante.

Buon ascolto.