"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Le
domande diffuse
sui
media, sui
social, fra la gente e, soprattutto, poste ad autorevoli esperti e
giornalisti nei talk show, riguardano le ragioni di un aumento così
elevato del
carovita.
Le
risposte fornite
dagli
autorevoli esperti di cui sopra, non mi
hanno chiarito granchè,
ma
nonostante
ciò un’idea me la sono fatta.
Secondo
me le cause sono:
1)
Le
leggi del mercato capitalista,
ca
va sans dire. Ad una maggiore domanda di energia e materie prime,
generata dalla ripresa post pandemica, corrisponde l’aumento del
prezzo dell’offerta; dai prodotti energetici, ai semilavorati ai
costi di trasporto marittimi e non solo.
2)
La
speculazione finanziaria.
Il
meccanismo
dei futures energetici, in base alla quale i grandi fondi
d’investimento privati acquistano la produzione di combustibili
fossili, e
derivati,
ad un prezzo prestabilito ad una data specifica. Se prima di tale
data il prezzo aumenterà, rispetto al valore concordatonel
contratto, l’investitore rivenderà ai fornitori la quantità
acquistata,
prima
ancora che venga estratta. E’
evidente che i grandi gruppi finanziari, attraverso la loro manovalanza lobbistico/politica, fanno in modo che ciò accada determinando l’aumento del costo di
gas e petrolio.
3)
Le
regole dell’Unione Europea sul
prezzo marginale dell’energia.
Esse
impongono a tutti coloro che hanno richiesto energia elettrica, o
gas, di pagare il
prezzo
costante “marginale”.
Cioè
quello più alto. Cos’è
il prezzo marginale? E’ il prezzo determinato da oneri di
produzione più elevati che alcune imprese (poche) devono sopportare
per cause contingenti: natura particolare dei siti estrattivi,
difficoltà di trasporto e logistiche. Oneri che giustificano
l’incremento dei costi della fornitura. A
fronte di queste poche imprese (marginali), la maggior parte di
fornitori
sostiene spese produttive molto inferiori, ma vende la propria merce
allo stesso prezzo
di quelle “marginali”realizzando
maggiori profitti.
La
UE sostiene che questa norma è a difesa dei consumatori per
proteggerli da speculazioni. Infatti per evitare aumenti speculativi,
si obbliga i cittadini europei a comprare energia a prezzi già
aumentati. Se qualcuno non ci crede invito a leggere il testo
originale della Commissione Europea inserito nella Communication on
Energy Prices del 13 ottobre 2021.
4)
Le
aste di CO2, per adempiere agli obblighi dell’European Union
Emissions Trading Scheme.
Dal
2013 le imprese energetiche devono pagare un
surplus per
le quote di CO2 impiegate
nel
produrre energia. Meno CO2 si usa, meno costa la produzione. Il fine,
evidentemente, è quello di incentivare l'erogazione di energia limitando l’utilizzo di anidride carbonica
attraverso l’aumento degli oneri a carico di chi utilizza questo
elemento nocivo. Ma se questi oneri, anziché andare ad erodere il
profitto, vengono trasferiti direttamente sulla bolletta, come per
magia la transizione ecologica viene sostenuta totalmente dai soldi
dell’utente finale.
5)
La
crisi ucraina e
l’Atlatismo.
In nome del tanto sbandierato Atlantismo è ancora inattivo il Nord
Stream 2,
la condotta che consente di far arrivare il gas russo in Europa bypassando l’Ucraina, evitando così tutti i problemi legati a
quella crisi,
tra sanzioni e venti di guerra.
La condotta arriva
direttamente in Germania. Perciò
ai tedeschi l’atteggiamento guerrafondaio americano sull’Ucraina
appare indigesto. Se
da un lato il Nord Stream 2 comporterebbe una maggiore dipendenza
energetica dell’Europa dalla Russia, ciò inevitabilmente
produrrebbe un abbattimento dei costi anche in bolletta. Ma si sa.
Noi
siamo atlantisti. Per
il mantenimento della pax atlantica e della democrazia dei ricchi siamo
disposti a tollerare
aumenti energetici in
cui ci
stanno dentro i 70 milioni di euro al giorno che paghiamo alla Nato e
i
costi
per gassificare il gas liquido che siamo costretti a comprare dagli
Usa per ridurre
la nostra dipendenza da Putin. In
merito alla sacrosanta transizione ecologica dai combustibili fossili
alle energie rinnovabili che ci renderebbero autonomi da forniture
estere, stendiamo un velo pietoso. Fino a che ai grandi trust,
converrà vendere energia da combustibili fossili, il green new deal
sarà una grande presa in giro, alla
faccia del PNRR.
6)
Spirale
inflazionistica. Nel
gennaio 2022, l’indice dei prezzi al consumo, a causa di tutto
quanto sopra esposto, ha registrato un aumento del 5,3%. I
salari, in
stagnazione dal 1990,
invece, aumenteranno dell’1%, in base al coefficiente di inflazione
programmata con il quale si
rinnovano i contratti di lavoro. Come
mai? E’ presto detto. Il meccanismo di crescita salariale è basato
sull’indice dei prezzi armonizzato (Ipca), ossia un sistema che
calcola l’aumento dei prezzi al consumo senza tener
conto dei rincari energetici. La CGIL, tramite il sue segretario
Maurizio Landini, ha chiesto di rivedere il processo inserendo anche
il costo dell’energia negli adeguamenti salariali, ma la risposta
del padronato, spalleggiato dal governo, è stata assolutamente
negativa. Bonomi,
il capo degli industriali, è inorridito sostenendo che gli aumenti
salariali vanno concordati nella contrattazione fra lavoratore e
azienda, e non nel contratto nazionale, mentre
il capo dei banchieri italiani,
Visco, ha sostenuto che non è prudente alimentare una spirale
inflattiva aumentando i salari, perché ci troviamo di fronte ad un
fenomeno temporaneo, che durerà qualche mese, dopodichè le
dinamiche di aumento dei prezzi si fermeranno. Tradotto:
ma
come vi permettete di far pagare il carovita a finanzieri ed
imprenditori? Il profitto è sacro. Che
siano i lavoratori e i pensionati ad arrangiarsi. Ci sarà una
diminuzione del salario reale mai vista prima, con
una aumento di povertà e precarietà?
E chissenefrega. I soldi si fanno con i soldi questa è una
legge scritta sulla pietra.
Ripercorrendo
i sei punti, viene fuori che se paghiamo bollette così alte e la
spesa per
il sostentamento costa
sempre di più la colpa è: 1)del
libero mercato, 2)della
speculazione finanziaria, 3)delle
normative europee liberiste, 5)
dell’atlantismo,
4
-6)della difesa del profitto a tutti i costi.
E una domanda sorge
spontanea. Ma perché nessuno si ribella,
a parte qualche timida sollevata
di ciglia
dei sindacati? Perchè anche nel campo delle, così dette, forze di
sinistra nessuno ha nulla da ridire. Si
plaude
a Draghi e Mattarella inossidabili guardiani del
sistema atlantista ed ordoliberista europeo causa
della nostra povertà diffusa.
Non so voi ma io sono stanco di sentirmi dire che tutto ciò è
frutto di un destino cinico e baro e non si può fare nulla, se
non prendersela con chi sta peggio di te. Mi
sento preso in giro e la cosa va
a detrimento della mia dignità. Quella dignità umana faro della
Costituzione antifascista.
Forse
sarò
scemo io, ma a voi tutto ciò sta bene?
Si è svolto domenica 6 febbraio, presso l’associazione culturale Spazio Arte
Rigenesi, di Piazza Garibaldi a Frosinone, il 4° appuntamento della
rassegna :“Metti un disco. Storie dal giradischi di Musica&Jazz”
Sul piatto dello stereo ha girato “The Complete Birth of the Cool”
dell’orchestra di Miles Davis. Più che un’orchestra, un gruppo
di nove elementi con la novità dell’inserimento fra gli ottoni,
del corno francese e della tuba. Un vinile particolare i cui
contenuti musicali, più che determinare la nascita del Cool Jazz,
hanno gettato le basi per quell’evoluzione musicale. L’esito
fortemente innovativo è scaturito da una serie di riflessioni e
confronti fra musicisti, intellettuali e studenti, frequentatori
dell’abitazione (un seminterrato posto dietro una lavanderia
cinese) di Gil Evans, arrangiatore, pianista, protagonista insieme a
Miles Davis e Gerry Mulligan, dell’apertura di quel nuovo corso.
Per i contenuti dell’audizione, invitiamo a leggere le note successive a questa introduzione. Riguardo all'evento di domenica devo ammettere che anche
questo quarto appuntamento, al pari degli altri, ha riservato
moltissime graditissime sorprese e una conferma. La conferma è che
ad ogni audizione si aggiungono persone diverse e per la maggior
parte non appassionate di jazz. La sorpresa è che all’incontro di
ieri hanno partecipato famiglie con bambini al seguito. E’ stato un
piacere osservare queste bimbe e bimbi ballare e divertirsi al suono di “Move” o di “Budo”. Non solo, dopo l’audizione
alcuni di loro sono saliti sul palco di Rigenesi per offrirci un
saggio delle loro abilità vocali, cimentandosi in brani dello
Zecchino D’oro. Dal seminterrato della 55° strada di New York, a
Piazza Garibaldi, la musica è sempre quella straordinaria forma di
comunicazione artistica che travalica tempi e generazione. Dal Be
Bop al Cool, dal Jazz allo Zecchino d’Oro. Ed è esattamente questa
universalità che proviamo a trasmettere nelle nostre audizioni. Al
prossimo appuntamento.
NB non sono presenti
foto dei partecipanti, perché inevitabilmente in ogni scatto
comparivano i bambini. Come si sa non si possono pubblicare foto di
minori.
The Birth Of The Cool.
The Birth of The Cool.
La nascita del Cool. Ma che cos’è esattamente il Cool jazz? E The
Birth of The Cool segna effettivamente la nascita di questo stile?
Alla prima domanda si può rispondere ipotizzando che l’appellativo
“Cool”, serve più che altro, alla caratterizzazione precisa di
una espressione musicale e alla sua collocazione all’interno di un
contesto temporale. In realtà stili e tempi non sono mai così
definiti. E Birth of The Cool ne è una tipica dimostrazione.
Il
materiale sonoro è stato registrato fra il 1949 e il 1950, con scarso
favore di critica. Il disco che lo contiene è uscito sette anni
dopo, nel 1957, mietendo successi e apprezzamenti, tanto da
diventare una pietra miliare della musica afroamericana. Ma
esattamente cosa si vuole indicare con il termine “Cool”? Freddo?
Forse. Il freddo di un fluire musicale meditato, distaccato, in luogo
dell’”hot”, il caldo, il rovente del Be Bop, con le sue sortite
solistiche scintillanti, fiammeggianti. Ma Cool può anche
significare calmo, rilassato, a descrivere una musica senza vibrato,
tenue, basata sulla qualità e la complessità degli arrangiamenti,
in alternativa al Be Bop con il suo incedere frenetico, quasi
completamente in balia delle sortite solistiche di virtuosi
musicisti.
In realtà fra il Be Bop ed il Cool non c’è un distacco
temporale così netto e forse neanche stilistico. Gli studi e le
sperimentazioni musicali che sin dal 1947 si svolgevano in un retro
bottega seminterrato di una lavanderia cinese sulla 55° strada,
partivano dal Bop, erano impregnati dal Bop. Parker era l’ispiratore
principe per tutti. Ma proprio in quella stanza, di proprietà del
pianista arrangiatore Gil Evans,Miles Davis, Gerry
Mulligan, John Lewis, insieme allo stesso Gil, ad un buon
numero di altri musicisti ed intellettuali si misero in testa di
preconizzare nuovi orizzonti non solo musicali.
Di sperimentazione,
di rilassatezza, piuttosto che esuberanza e fame frenetica del
vivere sfrenato, di conoscenza, di filosofia della musica e delle
arti, si disquisiva abbondantemente in quella stanza, diventata vero
e proprio ritrovo di menti in subbuglio. Evans, pianista e
arrangiatore di una strana orchestra da ballo, quella di Claude
Thornill, era affascinato dalle sonorità particolari del corno
francese e della tuba. Strumenti, usati in quell’orchestra,
inusuali per il jazz d’intrattenimento. Lui, ossessionato com’era
dalla particolarità dei suoni, prima che dalle note, immaginava
l’uso degli ottoni come elementi di una nuvola sonora sospesa,
eterea, da realizzarsi in un gruppo piccolo, nove elementi al
massimo, dalle possibilità di arrangiamento più flessibili
rispetto alla rigidezza di una grande orchestra.
Miles Davis,
impegnato fino ad allora con il grande Bird, si sentiva compresso
dentro un linguaggio troppo specifico, il Be Bop, che, secondo lui,
era diventato un clichè. Perché, sosteneva, quando quasi tutti i
musicisti, per molti anni, continuano a suonare un preciso stile
senza cercare di espanderne il linguaggio, quello stile diventa un
clichè. La voglia di svestire gli abiti sgargianti del Bop per
indossare il doppio petto, look musicale che sentiva più suo, lo
portò ad entrare nel progetto di Gil Evans. Il contatto avvenne
quando l’arrangiatore canadese chiese a Miles il permesso di
usare per l’orchestra di Thornill il brano, Donna Lee. Il
trombettista di Alton, da buon borghese, pretese una contro partita.La possibilità di studiare e partecipare alle sperimentazioni
che il pianista e arrangiatore stava effettuando nel proprio piccolo
appartamento. Affascinato da ciò che Evans stava portando avanti
Davis contribuì a quelle alchimie musicali in modo determinante.
L’idea di Gerry Mulligan, che aveva scritto alcuni interessanti
brani per Elliot Lawrence e l’orchestra di Gene Krupa, era di
applicare ad un ensemble più ampio e così particolare, con corno
francese e la tuba, l’agilità delle evoluzioni bop.
Il pianista John Lewis, straordinario cultore ed esecutore di musica
classica (si era già fatto
conoscere
con i brani “Two
Bass Hit” e “Toccata
for trumpet and orchestra”
scritti mentre
era membro dell’orchestra di Dizzy Gillespie),
era convinto
che proprio una formazione di quel tipo potesse essere l’ideale
condizione per applicare il linguaggio classico al jazz.
Ma tutte
queste idee dovevano diventare note, timbri, ritmi, fu così che si
decise di trasferirle in sala prove e di coinvolgere i musicisti
giudicati più idonei al progetto. I prescelti furono Ted Kelly,
trombone; Lee Konitz, sax alto; Mulligan,
sax baritono; Junior Collins, corno francese; Bill Barber,
tuba; Lewis,
pianoforte; Al McKibbon, contrabbasso; Max Roach,
batteria ed il cantante Kenny “Pancho” Hagood, ma ad essi
si aggiunsero altri protagonisti come il pianista Al Haig,Sandy Seigelsen, e Gunther Schuller corno francese,
J.J Johnson e Kay Winding al trombone, Nelson Boyd,
al contrabbasso, Kenny Clarke alla batteria. A dir la verità
Miles avrebbe voluto Sonny Stitt, al sassofono ma siccome era
molto impegnato si decise per Lee Konitz e mai scelta fu così
azzeccata.
Quelle prove, di fatto esperimenti di laboratorio,
rilevarono subito la forza collettiva di quella musica, data da
arrangiamenti precisi, univoci, ma forieri di ampia libertà per i
solisti, tanto che al cambiare dei protagonisti l’eccellenza del
sound rimaneva immutata. Fu così che l’impresario Monte Kay
riuscì a procurare al gruppo un ingaggio di due settimane al Royal
Roost nel settembre del 1948, a supporto dell’orchestra di
Count Basie. Pochi critici e musicisti, compreso lo stesso
Basie, rimasero impressionati, la maggior parte dell’uditorio non
si mostrò del tutto convinto. Nonostante ciò il gruppo ottenne un
altro breve ingaggio al Clique club. Inoltre Davis, grazie
alla sua abilità manageriale si assicurò un contratto per 12
incisioni con la Capitol, etichetta per la quale aveva già
registrato in altre tre diverse sessioni. Le sedute si svolsero a
New York il 21 gennaio, il 22 aprile del 1949 e il 9 marzo del 1950.
Ne vennero tratti dei singoli vinili a 78 giri .
Questa prima
diffusione fu accolta con indifferenza dalla critica e dagli
appassionati di jazz. Si deve a quelle registrazioni la nascita del
Cool? E’ lo stesso Gerry Mulligan a rispondere affermando che:
“Non so se quei brani costituissero la nascita del Cool,
totalmente o in parte, sicuramente influenzarono in
modo preponderante il linguaggio di piccole orchestre, con
arrangiamenti scritti per quattro o
cinque ottoni” .
Resta il fatto che attraverso una geniale
operazione commerciale la Capitol decise, nel 1957, di raccogliere
quei brani in un Lp e intitolarlo: The Birth of The Cool. Quei pezzi, di cui sembrava essersi persa la memoria, divennero una pietra
miliare del jazz. E svelarono che quei giovani musicisti sarebbero
diventati, e di fatto lo diventarono, protagonisti del jazz per i
decenni a venire. Infatti nei sette anni trascorsi fra le
registrazioni e l’uscita del disco quei musicisti avevano
intrapreso una strada completamente nuova, aperta da quei 12 brani.
Konitz, aveva iniziato a collaborare con il pianista Lennie
Tristano, esibendo un jazz molto più che Cool, Mulligan aveva
iniziato a suonare con Chet Baker in una formazione
senza pianoforte, estremizzando quegli intrecci fra ottoni ed ance,
iniziate nelle sedute del 49-50, John Lewis aveva fondato, insieme al
vibrafonista Milton Jackson, il Modern Jazz Quartet, la cui
raffinatezza di arrangiamenti veniva proprio da quelle registrazioni
sperimentali, nate nel seminterrato di Evans. Miles Davis, aveva
raffinato ed evoluto l’essenza delle eteree atmosfere degli ottoni,
incidendo per la Columbia, Miles Ahead, con arrangiamenti
proprio di Gil Evans allargando l’utilizzo degli ottoni,
l’orchestra passò a diciannove elementi, e sperimentando egli
stesso l’utilizzo del Flicorno. Tutto ciò prima che Birth of The
Cool diventasse l’icona della nascita del Cool.
IL DISCO
Già
nel 1954 la Capitol pubblicò un vinile con le registrazioni
effettuate fra il ‘49 e il ‘50. Fu realizzato un disco
di dieci pollici con soli otto brani dal titolo: Classic in Jazz
Miles Davis. Il vero e proprio Lp The Birth of The Cool, vide la
luce, come detto, nel 1957, conteneva 11 brani (mancava il pezzo
vocale Darn That Dream). Solo nel 1971 The Birth of The
Cool uscì nella sua completezza comprendendo anche il brano
escluso nella precedente edizione. Poco più tardi la Capitol
distribuì Cool Boppin’ con le registrazioni del concerto
tenuto dal nonetto nel 1948 al Royal Roost. Nel 1998 Il materiale da
studio e quello dal vivo, completamente rimasterizzato, andarono a
comporre un CD unico dal titolo “The Complete Birth of The Cool.
Nel 2019, in occasione del 70° anniversario delle leggendarie
registrazioni, la Blue Note realizzò una pubblicazione con le
registrazioni da studio e dal vivo del gruppo disponibile in vinile
ed in cd, accompagnata da un libro comprendente contributi di Ashley
Kahn, Phil Schaap, Gerry Mulligan e bellissime foto.
I BRANI*
Seduta del 21 gennaio
1949
BAND:
Davis Tp- Kai Winding Tbn -Junior Collins Fch -Bill Barber Tuba- Lee
Konitz alto- Gerry Mulligan, Baritono – Al Haig Piano -Joe Shulman
basso – Max Roach Batteria
JERU: Composto e arrangiato da Mulligan, rivela alcuni degli
esperimenti formali a cui il gruppo era legato. Alcune misure sono in
terzine , ad esempio, ma questo non fa altro che aumentare
l’efficacia complessiva del brano. Il titolo incidentalmente si
riferisce al soprannome che Gerry aveva affibbiato a Davis.
MOVE: scritto dal batterista Denzil Best, che lo aveva
originariamente intitolato Geneva’s Move. fu arrangiato da
John Lewis. Vividi passaggi d’insieme con abili punteggiature della
tuba, fanno del brano uno dei più estroversi pezzi di tutto il
disco.
GODCHILD, una composizione del pianista Gerorge Wallington
elaborata da un particolare arrangiamento di Mulligan, i suoi punti
salienti sono le voci variegate dei corni che eseguono il tema e
l’eccezionale solo di Davis e di Mulligan.
BUDO, composta da Davis e Bud Powell, fu registrata dal
pianista con il titolo di Hallucinations. Come nelle altre
partiture della band, Lewis dimostra di aver attinto al linguaggio
tradizionale del bop più degli altri suoi compagni musicisti
arrangiatori. Il tema è tipicamente Bop, perfetto l’intervento di
Konitz.
---------------------
Seduta
del 22 aprile 1949 New York
BAND:
Davis, Tp – J.J. Johnson Tbn – Sandy Seigelsein frh – Bill
Barber Tuba- Lee Konitz alto-Gerry Mulligan baritono – John Lewis
Piano- Nelson Boyd – basso – Kenny Clarke batteria
VENUS DE MILO, è indubbiamente uno dei migliori brani che
Mulligan abbia scritto per la band, l’utilizzo altamente
fantasioso delle tecniche strumentali si traduce in una performance
straordinariamente scorrevole.
ROUGE, di John Lewis, inizia con una spiritosa introduzione in
3/4 e si sviluppa in un vigoroso lavoro di gruppo con degli
interessanti assolo di Davis, Konitz (molto parkeriano) e dello
stesso Lewis.
BOPLICITY, è stata composta da Miles Davis e Gil Evans che,
per alcune ragioni inesplicabili usò uno pseudonimo prendendo il
nome della madre di Davis Cleo Henry. Superbamente costruita
ed eseguita, questa partitura di Evans culmina in una deliziosa
interazione fra Davis e delle variazione notevoli di tutto il
gruppo.
ISRAEL, una rilettura altamente originale del blues da parte
del trombettista Johnny Carisi, è un esempio magistrale di
scrittura polifonica. Davis, in particolare si immedesima
magnificamente nelle caratteristiche di una partitura particolarmente
avanzata. Pregevole l’assolo di Konitz.
-------------
Seduta
dal 9 Marzo 1950 New York.
BAND:
Davis tp – J.J, Johnson tmb – Gunther Schuller Frfa- Bill Bauer
Tuba – Lee Konitz alto – Gerry Mulligan Baritono- John Lewis
Piano – Al McKibbon basso – Max Roach batteria – Kenny Hagood
voce.
DECEPTION, una composizione di Miles Davis probabilmente
arrangiata da egli stesso, gli accenti sincopati nel tema sono molto
bene eseguito dall’ensemble, ma non sono gestiti così agevolmente
dai solisti.
ROCKER, è il più noto dei brani di Gerry Mulligan, questa
agile perforamance è un eccellente dimostrazione di ciò che Gerry
voleva intendere quando affermava che il suono della band “era
principalmente nella concezione del protagonista”. Miles guida
il gruppo completamente tutta la natura dell’interpretazione è
assolutamente la sua.
MOON DREAMS, la seconda partitura di Gil Evans in questo album
è descritta da Max Harrison come “uno studio sulle armonie
lente e sottili, cambiamenti di tessitura armonica che hanno una
bellezza rara e austera. L’arrangiamento consiste nel trasformare
questa innocua canzone in una creazione orchestrale completamente
nuova e assolutamente convincente. Una sonorità particolare è presa
dal baritono di Mulligan.
DARN THAT DREAM , non è stata arrangiata da Evans, nonostante
tutti fossero convinti del contrario fin dalla prima uscita della
registrazione nel 1950, ma da Gerry Mullligan. Il cantante Kenny
Hagood aveva per lo più lavorato con l’orchestra Bop di
Gillespie, ma la sua vocalità è più in sintonia con la tradizione
di Billy Eckstine.
Note di Gerry Mulligan **
Sono stato fortunato a
trovarmi nel posto giusto al momento giusto per far parte della band
di Miles Davis. Per un paio di anni avevo girato l’America
suonando in diversi gruppi attivi in quel periodo, ma con
l’incoraggiamento di Gil decisi di rimanere a New York. Immerso
nella grande varietà di band, piccole e grandi, che si esibivano
allora, mi ritrovai in un ambiente musicalmente eccitante. L’intera
attività musicale e di ricerca sembrava gravitare intorno
all’abitazione di Gil frequentata da musicisti e studenti . Tutti
influenzavano tutti e Bird era l’ispiratore n.1 per tutti noi. Gil
abitava in una stanza di un seminterrato sulla 55° strada vicino
alla 5°Avenue. Era situata dietro una lavanderia cinese, ci
passavano tutti i tubi dell’edifico, c’era un letto, un
lavandino, un pianoforte, una piastra per cucinare, ma niente
riscaldamento. Per Gil era una cosa più o meno normale.
Ricordo John
Carisi una testa calda come me. Ma chiunque abbia
le capacità di scrivere un brano come Israel, non può essere del
tutto cattivo giusto? John
Lewis Il nostro inquilino classico. George
Russell il nostro inquilino innovatore. (Aveva scritto un paio
di temi interessanti e accattivanti per la band di Claude Thornill
delle quali, suppongo non sia rimasta traccia oggi)
George
Benson Brooks era il nostro sognatore di sogni impossibili. Dave
Lambert il nostro yankee itinerante dai modi molto pratici Billy
Exiner, batterista di Thornill era il nostro filosofo di casa
con il suo straordinario atteggiamento verso la vita e la musica.
C’era
Joe Shulman, il contrabbassista di Thornill: credeva che
Count Basie avesse una sezione ritmica assolutamente unica. Barry
Galbraith , il Freddy Green della sezione ritmica di Thornill era
assolutamente un bel ragazzo.
Pecs
Goldberg spirito allegro. Un fantastico musicista intuitivo,
aveva difficoltà ad incanalare la sua straripante immaginazione in
un qualsiasi percorso definito andava assolutamente a ruota libera. Sylvia
Goldberg (nessuna parentela) studentessa di pianoforte e
incontenibile ciclone. Blossom
Daerie , blossom is blossom (blossom significa fiore è un gioco
di parole)
E
Miles il leader della band. Egli prese l’iniziativa e trasformò
la teoria in pratica. Organizzò le prove affittò la sala, chiamò i
musicisti e generalmente schioccava la frusta.
Max
Roach, il genio. Non potrei dire altro sul suo modo di suonare
con il gruppo, il suo approccio melodico al mio tema (Jeru ndt) fu
per me una vera rivelazione. Era fantastico e per me il batterista
ideale per la band (Un affermazione non da poco, visto che Miles
Davis ingaggiò Art Blakey e Kenny Clarke per le date successive).
Lee
Konitz, genio anch’egli . Lee si era unito all’orchestra di
Claude a Chicago. Ci aveva spiazzato tutti, compreso bird, per la sua
originalità. Per il resto dell’orchestra: J.J (Johnson) e
Kai (Winding) alternati al trombone.
Non
fu molto facile trovare suonatori di corno francese che avevano
provato a confrontarsi con la fraseologia jazz. Partecipavano alle
nostre prove diversi di loro come Sandy Siegelstein
(dall’orchestra di Thornill) Junior Collins, (in grado di
suonare degli ottimi blues) e probabilmente Jim Buffington. Quindi
Billy Bauer alla tuba. Era solito trascrivere chorus di Lester
Young ed eseguirli sul suo strumento.
Gil
avrebbe voluto anche Danny Polo al clarinetto ma lui era
sempre fuori con l’orchestra di Claude e non trovavano nessuno per
sostituirlo. Non molto tempo dopo Danny morì. Partecipammo insieme
ad alcune jam session. Nel corso di quelle jam capii come il suo
stile moderno nel suonare il clarinetto era il migliore che avessi
mai ascoltato.
Quindi,
come ho detto all’inizio, mi considero fortunato a essermi trovato
li e ringrazio la mie stelle fortunate per avermi fatto frequentare
quell’ambiente. C’era una sorta di perfezione in quelle
registrazioni e mi ha fatto piacere che tutto il materiale sia stato
alla fine realizzato con un unica esecuzione per brano e senza
diavolerie elettroniche. Per parafrasare una innovatrice americana,
la scrittrice Gertrude Stein: una band è una band è una grande
band.
Gerry
Mulligan Maggio 1971.
* il testo dei brani è tratto dalle note di copertina dell'Lp del 1971
** il testo di Gerry Mulligan è tratto dalle note di copertina dell'Lp del 1971
Il prossimo 27 gennaio ricorre il giorno della Memoria. Il giorno in
cui si commemora lo sterminio degli Ebrei, dei Rom, dei Sinti, degli
omosessuali e di tutto il genere umano non conforme al super uomo
ariano, compiuto dai nazifascisti. Può sembrare singolare che una
tale ricorrenza sia stata istituita solo da poco più di vent’anni,
ma la sua determinazione è stata quanto mai opportuna e necessaria.
E’ importante la memoria. E' importante, anche se doloroso e
crudele, sentire quelle testimonianze, vedere quei luoghi in cui si
compiva uno sterminio pianificato scientificamente. E’ importante
come tutte le generazioni del mondo, grazie a queste testimonianze e
alle visita di quei luoghi dell’orrore, possano maturare una
maggiore consapevolezza del degrado infimo in cui può degenerare il
genere umano. Ciò è possibile venendo a conoscenza delle tragiche
storie personali che in quei luoghi si sono consumate. Storie di
bambini, uomini, donne, persone dalla dignità umana negata, andate
incontro ad un destino inimmaginabile, terribile, ignari di come
quel fato fosse scientificamente pianificato. Proprio la memoria
generatrice di un processo emotivo forte, quasi insopportabile,
ammonisce sul fatto che tutto ciò possa ripetersi.
Dunque
istituzione necessaria quella della giornata del 27 gennaio, ma non
sufficiente. Infatti coinvolgendo in modo così potente la sfera
prettamente emotiva, si rischia di sfociare nella retorica. Il
ricorso ipertrofico agli aspetti emozionali mette in pericolo la
forza e l’incontrovertibilità dell’analisi storica. Lo
sterminio è prima di tutto un evento storico, con tutto il portato
dei fatti che lo hanno determinato e le conseguenze poi susseguitesi.
Questo concetto va ribadito con ancora più forza. Si ha
l’impressione che all’emotività della memoria si sottometta la
realtà della storia. Non è un caso che 4 anni dopo l’istituzione
della data del 27 gennaio, come giornata di commemorazione delle
vittime dell’Olocausto, si è aggiunta quella del 10 febbraio in
ricordo delle vittime delle Foibe. Tutto nel nome di una supposta incontrovertibile cattiveria universale dell’uomo sull’uomo che emozionalmente riduce tutto alla perversa e semplice contrapposizione fra vittime e
carnefici.
Vittime sono gli ebrei, carnefici i
nazifascisti. Ma nella dinamica emotiva, vittime sono anche
i 33 soldati tedeschi del battaglione Bozen morti in via Rasella il
23 marzo del ‘44, carnefici i Gappisti che hanno piazzato
la bomba che li ha uccisi. Ugualmente vittime sono i
giustificabili ragazzi di Salò -così definiti, da un presidente
della Camera ex comunista- carnefici i
partigiani che li hanno uccisi. Fino all’aberrazione, raggiunta da
alcuni esponenti di estrema destra di Sora, i quali hanno chiesto al
sindaco Luca di Stefano di concedere la cittadinanza onoraria a
Claretta Petacci definita “figura che rappresenta al meglio lo
spirito delle donne italiane , spirito contraddistinto dal coraggio,
dalla tenacia e dall’amore per i propri ideali, e per i propri
sentimenti”, perché vittima dei barbari carnefici
partigiani.
E’ evidente che giovani vite spezzate di donne e
uomini suscitino orrore e ribrezzo, e dunque una compenetrazione
emotiva comune. Ma passando dalla memoria alla storia, risulta
innegabile come il delirio nazifascista sia drammaticamente provato
ed esistito. Ha inondato l’Europa ed il mondo con il sangue di
persone innocenti, a cui è stata negata, prima la dignità umana e
poi la vita. Dall’Italia alla Spagna, alla Grecia, fino ai Balcani
e all’Africa Orientale, i fascisti, i così definiti, “Italiani
brava gente” hanno trucidato, torturato, gasato, stuprato intere
popolazioni, così come i Tedeschi hanno pianificato e attivato una
efficientissima, quanto crudele, fabbrica dello sterminio e invaso
la stessa Italia con deportazioni, stragi di civili, coadiuvati dai
fascisti.
Ed allora in base alle responsabilità che la storia ci
rimanda, la morte di Claretta Petacci non può essere paragonata a
quella di Evelina Pieri, trucidata nell’eccidio di S.Anna di
Stazzema. La morte di un soldato della brigata Bozen non può
minimamente paragonarsi allo strazio di Ilario Canacci, cameriere
ucciso nella strage delle fosse ardeatine. La scomparsa di un
giovane repubblichino non è minimamente paragonabile, alla tragedia
di Giorgio Grassi, un ragazzo fucilato dai tedeschi, insieme a
Pierluigi Bianchi e Luciano Lavacchini proprio qui a Frosinone il 6
gennaio del 1944.
Memoria e storia dovrebbero procedere
insieme, completarsi a vicenda nella rivelazione di un orrore, quello
si condiviso, che non dovrà mai più ripetersi. Ma nell’anomalia
italiana un revisionismi storico imperante ha tolto lucidità e
autorevolezza alla storia. Il nostro Paese i conti con il fascismo
non li ha mai fatti.
Violenza criminale, abusi, apologia fascista, hanno
continuato ad imperversare, funzionali anche a certe manovre di
potere. Stragi come quelle di Piazza Fontana, Piazza della
Loggia, Stazione di Bologna sono lì a dimostrarlo. Ma imperversano
ancora oggi, basta vedere le condotte violente e apologetiche di
formazioni dichiaratamente fasciste, come CasaPound, o Forza Nuova
che assaltano sedi sindacali, aggrediscono le forze dell’ordine
inviate a sgomberare fabbricati da loro abusivamente occupati,
spargono violenza, odio e razzismo a piene mani, fomentando una
crudele e, ancora funzionale al potere , guerra fra poveri.
Se il
Governo, ad una interrogazione sollecitata il 10 gennaio scorso da
alcuni parlamentari, nella quale si chiedeva lo scioglimento di
tutti i movimenti politici di ispirazione fascista - a seguito di
fatti violenti messi in atto da CasaPound e Forza Nuova - in base a
quanto prescritto dal comma n.3 della legge Scelba, ha risposto che
tale comma non è stato mai applicato in precedenza, e non è
consuetudine farlo, significa che i conti con il passato fascista non
si vogliono ancora fare e forse non si faranno mai . Allora è necessario vigilare affinché
una memoria, non corroborata dalla verità storica, non finisca per
scadere in vuota retorica.
Gianfranco Pagliarulo - presidente nazionale dell'ANPI
(fonte: il manifesto del 22 gennaio 2022)
Nel
corso dello sgombero del circolo di CasaPound a Casal Bertone a Roma
sono avvenuti gravissimi incidenti: sei agenti feriti, di cui uno
grave. Ovvia la piena solidarietà agli agenti e il convinto sostegno
all’azione del sindaco di Roma.
I
militanti di CasaPound, a conoscenza dell’operazione (come mai?),
hanno accolto le forze dell’ordine mascherati, coperti da caschi,
armati di bastoni e/o spranghe, lanciando bombe carta e petardi,
presente il fascista Luca Marsella, già consigliere municipale, che
si è scagliato contro il sindaco, i centri sociali e i migranti,
giustificando e legittimando la risposta paramilitare al sequestro
dell’immobile. Tutto ciò ripropone drammaticamente due questioni:
l’urgenza dello sgombero della sede nazionale di CasaPound,
occupata da 31 dicembre 2003 e su cui registriamo un ritardo a dir
poco scandaloso; lo scioglimento immediato delle organizzazioni
neofasciste.
Il
14 dicembre scorso una delegazione Anpi, Acli, Libera, Cisl, Cgil,
Arci, a nome di un più largo schieramento di forze sociali e
politiche, si è incontrata col capo gabinetto della Presidenza del
Consiglio e del ministero dell’Interno, chiedendo la messa fuori
legge delle organizzazioni neofasciste in base al comma 2 dell’art.
3 della legge Scelba del 1952, che recita: “Nei casi straordinari
di necessità e di urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna
delle ipotesi previste nell’art.1, adotta il provvedimento di
scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto-legge”. La
richiesta, da anni avanzata, era specificamente motivata dall’assalto
neofascista del 9 ottobre 2021 alla sede nazionale della Cgil.
Ci
è stato risposto che non c’erano le condizioni politiche per
procedere allo scioglimento, che tale scioglimento sarebbe avvenuto
dopo una eventuale sentenza della magistratura come disposto dal
primo comma dell’art. 3 della legge Scelba. Allo stato delle cose:
campa cavallo. Abbiamo chiesto quale sia stato l’esito
dell’istruttoria promossa dal governo con un gruppo di giuristi e
accademici in merito allo scioglimento e annunciata sui giornali il
12 ottobre.
Ci
è stato risposto di non essere a conoscenza della questione. Si è
convenuto di rivedersi rapidamente, ma le vicende legate all’elezione
del Presidente della Repubblica hanno di fatto rinviato questo
appuntamento.
Dopo la parata apologetica del fascismo avvenuta
il 7 gennaio 2022 in occasione dell’anniversario dei tragici fatti
di Acca Larenzia, un gruppo di parlamentari ha chiesto al governo in
un’interrogazione del 10 gennaio “lo scioglimento di tutti i
movimenti politici di chiara ispirazione fascista ai sensi delle
leggi attuative della XII disposizione transitoria e finale della
Costituzione”.
Le
violenze di Casal Bertone rinnovano i “casi straordinari di
necessità e di urgenza” – dice la legge Scelba – “sempre che
ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art.1”. L’incipit
dell’art. 1 recita: “Si ha riorganizzazione del disciolto partito
fascista quando una associazione o un movimento persegue finalità
antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando
o usando la violenza quale metodo di lotta politica”. Aggiungo che
la legge Scelba non afferma “può adottare il provvedimento di
scioglimento”, bensì “adotta il provvedimento di scioglimento”,
conferendo a questa opzione – mi pare – un carattere cogente. La
flebile obiezione è che tale comma non è mai stato messo in
pratica. Come se l’elusione sia una virtù.
In
sostanza violenza ed apologia sono le costanti trasversali dei
movimenti neofascisti, da Forza Nuova a Casa Pound. Non basta
sciogliere i nuovi squadristi. Occorre intervenire per ricostruire i
legami sociali, rilegittimare le istituzioni, ricostruire la fiducia
in un sistema politico che mostra la corda, contrastare radicalmente
le diseguaglianze. Ma tutto ciò non può essere un alibi per
l’immobilismo davanti alla crescente cultura e pratica della
violenza. È ora di mettere concretamente a valore la radice
antifascista della Costituzione. Il rischio, come scrive Saramago, è
essere “ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.
Nel nostro paese si sta aprendo una nuova stagione di privatizzazioni nonostante il chiaro insegnamento della pandemia: solo un forte ruolo del pubblico riesce a garantire diritti fondamentali, a partire da quello alla salute.
Evidentemente il Governo Draghi preferisce trascurare questa lezione adoperandosi in vari modi per aprire il settore dei servizi pubblici locali al mercato. La strategia adottata è ben più articolata e subdola rispetto a quella del passato. Consapevoli di aver già subito una sconfitta con i referendum del 2011 oggi si utilizza strumentalmente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e le cosiddette “riforme abilitanti” per aggirare l’esito referendario e raggiungere lo stesso obiettivo.
Il PNRR punta a realizzare una vera e propria “riforma” nel settore idrico fondata sull’allargamento verso Sud, ma non solo, del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che vengono identificate come gestori “efficienti” ma che in realtà risultano tali solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.
Il Disegno di Legge per la Concorrenza, licenziato il 4 novembre dal Consiglio dei Ministri, rientra tra le condizionalità imposte dalla Commissione europea per l’erogazione dei fondi del PNRR e ha finalità esplicite: rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo e amministrativo, all’apertura dei mercati.
L’articolo 6 di questo provvedimento punta a chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi essenziali rendendo residuale la loro gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.
Nel DDL emerge chiaramente la scelta della privatizzazione e risulta ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile.
Inoltre, si prevedonoincentivi per favorire le aggregazioniindicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandisocietà multiservizi quotate in Borsache diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito. Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
E’ eclatante la contraddizione tra la tanto decantata concorrenza e il fatto, noto a tutti, per cui nel servizio idrico questa non esiste configurandosi come un monopolio naturale.
In ultimo, questa norma rischia di restringere fortemente il ruolo degli Enti Locali espropriandoli di una loro funzione fondamentale come la garanzia di servizi essenziali e dei diritti ad essi collegati, per cui da presidi di democrazia di prossimità saranno ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale.
Ed è proprio dal combinato disposto tra PNRR, DDL Concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che si sta provando a mettere una pietra tombale sull’esito referendario del 2011, cancellando la volontà popolare e svilendo gli strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.
Per questo chiediamo:
lo stralcio dell’articolo 6 dal DDL Concorrenza;
l’approvazione da parte dei consigli comunali di atti che chiedono lo stralcio dell’articolo 6;
la ripubblicizzazione del servizio idrico attraverso l’approvazione della proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” (A. C. n. 52) in discussione presso la Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati;
investimenti per la riduzione drastica delle perdite nelle reti idriche;
la salvaguardia del territorio attraverso investimenti contro il dissesto idrogeologico.
Guido Viale attraverso Comitato Democrazia Costituzionale
E’ ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente.
Come se a due anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere – e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri virus.
La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a riorientare tutte le nostre istituzioni.
Innanzitutto, a mettere al centro le future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi.
E poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale; assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento (come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che altro…).
Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto.
Per non parlare delle armi… Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro.
Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze politiche in campo (ecologisti e verdi compresi) e meno che mai da Draghi che, proprio perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale, rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale.
E’ cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto. Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione deldisastro incombente. Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare (anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre