Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 6 aprile 2022

Come la funzione pubblica e sociale dei Comuni é stata erosa e come riprendersi il Comune

 Intervento di Marco Bersani Presso l'Università Attac di Palermo




1. Cos’è il Comune?

Il Comune è l’ente locale che rappresenta la comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo e la coesione sociale. Per le sue caratteristiche di centro abitativo nel quale si svolge la vita pubblica dei suoi abitanti, viene definito come il luogo della democrazia di prossimità.

Il termine “Comune” ha origine dalle omonime istituzioni post-feudali (XI – XIII secolo) ma affonda le radici nella polis,la città-stato dell’antica Grecia.

Questa è la definizione ricorrente nei dizionari, nei quali peraltro si sottolinea come la parola “comune” definisca il contrario di quello che è “privato”.

La Costituzione italiana riconosce questo ruolo ai Comuni, stabilendo all’art. 118 che “le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città Metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione, adeguatezza”.

I Comuni hanno sempre esercitato un ruolo fondamentale, al punto che, per un lungo periodo a cavallo fra l’ultimo decennio del XIX secolo e i primi due decenni del XX secolo, nel nostro Paese si afferma il “socialismo municipale”, attraverso l’acquisizione da parte dei Comuni di prerogative di governo del territorio organizzate in vere e proprie aziende pubbliche, le famose “municipalizzate”.

Dentro queste esperienze, l’esercizio diretto dei servizi si collega alla realizzazione di istanze più generali, legate ai bisogni crescenti che si affermano tra i cittadini degli strati sociali più bassi, ai quali, dentro un’ottica egualitaria e redistributiva, si risponde attraverso l’avvio di una politica di spesa sociale sostenuta anche dagli utili creati dalle imprese municipalizzate.

Un ruolo e un protagonismo dei Comuni che, non a caso, verrà indicato come nemico giurato quando, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, si afferma la dottrina liberista e si apre la stagione delle privatizzazioni.

Da quel momento, ruolo e funzione dei Comuni vengono messi in discussione e trasformati profondamente.



2. Strangolare il pubblico per poter dire che non funziona

2.a Il Patto di stabilità e crescita

Nel 1999 entra in vigore il Patto di Stabilità e Crescita interno, ovvero le diverse misure, annualmente stabilite, per far concorrere gli enti locali agli obiettivi di stabilità finanziaria, definiti dallo Stato in accordo con l’Unione Europea, in seguito all’approvazione del Trattato di Maastricht (1992) e del Trattato di Amsterdam (1997).

Siamo nel pieno della stagione liberista e la stabilità finanziaria definita dai vincoli di Maastricht diviene il dogma cui tutto può e deve essere sacrificato.

Il patto di stabilità, nella prima fase, ha inciso soprattutto sulla riduzione del personale provocando nel decennio 2000-2010 la perdita di oltre 50mila occupati nel solo settore degli enti locali; nella seconda fase ha preso di mira le capacità d’investimento degli enti locali, fino al loro totale azzeramento nel triennio 2008-2010; nella terza fase, il combinato disposto dei drastici tagli ai trasferimenti da parte dello Stato (‘spending review’) e della contrazione della spesa corrente, hanno ridotto le capacità d’intervento dei Comuni ai minimi termini.

Fino al paradosso finale: nonostante la quota parte di debito pubblico attribuibile ai Comuni corrisponda solo all’1,6%, il contributo richiesto agli stessi -tra tagli ai trasferimenti e patto di stabilità- è passato dai 1,65 mld del 2009 ai 16,655 mld del 2015[1] .

2.b L’indebitamento

Entrate tutte finalizzate alla stabilità dei conti e spese ridotte all’osso sia sul fronte dei servizi sia sul fronte degli investimenti: ecco come è stato reso concreto il luogo comune “il pubblico non funziona”.

Senza neppure conseguire la famosa stabilità finanziaria, come si evince dalla situazione dell’indebitamento, che rappresenta un ulteriore paradosso: nonostante l’esiguità del debito in capo agli enti locali, quel debito, per quanto basso in valori assoluti, sta letteralmente strangolando, grazie ad interessi da usura, moltissimi enti locali, in particolare i più piccoli.

In media, l’onere complessivo del debito raggiunge il 10% delle spese correnti comunali. Considerando gli enti fino a 10 mila abitanti ed escludendo i territori delle Regioni a statuto autonomo del Nord, circa 2.130 Comuni (30%) registrano un onere complessivo del debito superiore al 12% della spesa corrente; di questi, 727 enti (10%) superano un’incidenza del 18% sulle rispettive spese correnti.

2.c La penetrazione del privato

Grazie al Patto di Stabilità e Crescita, ora sostituito dal pareggio di bilancio, e alla costruzione artificiale della trappola del debito, si è dissodato e arato il terreno, finanziario e culturale, per seminare la stagione delle privatizzazioni.

E il raccolto è stato più che fruttuoso, con una costante penetrazione del privato nella gestione dei servizi comunali, attraverso le forme del Partenariato Pubblico-Privato (PPP).

Secondo il rapporto IFEL 2020[2], nel nostro Paese, si passa da 330 bandi di PPP e un importo di 1,3 miliardi del 2002 a 3.794 bandi e un importo di 17 miliardi nel 2019.

In tale mercato l’81,1% dei bandi è in capo ai Comuni, a cui corrisponde un valore pari al 38,3% degli importi complessivi. Nel periodo considerato, il 73% dei Comuni italiani ha avviato progetti di PPP, cifra che raggiunge quasi il 100% se consideriamo i Comuni con più di 10mila abitanti.

3. La Cassa sottratta

In questo processo, ha giocato un ruolo di primo piano la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti, l’ex-ente di diritto pubblico che gestisce il risparmio postale -280 miliardi- di oltre 20 milioni di cittadini.

Dalla sua istituzione, nel 1850, e per oltre un secolo e mezzo, Cassa Depositi e Prestiti ha avuto un unico compito di enorme utilità sociale: raccogliere e tutelare i risparmi dei cittadini e utilizzare questa enorme massa di denaro per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti locali.

Fino al 1990 questa era l’unica ed esclusiva modalità di finanziamento cui i Comuni potevano accedere.

L’avvento delle politiche liberiste investe in primo luogo tutto il sistema del credito e in breve tempo l’intero sistema bancario del Paese viene privatizzato. A quel punto le banche private premono sui governi per poter entrare dentro un enorme mercato da cui erano escluse: gli investimenti degli enti locali.

E’ così che, a partire dal 1990, si apre la possibilità ai Comuni di accedere al mercato per potersi finanziare, per arrivare, nel 2003 alla trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in Spa, modificandone profondamente natura e missione.

Da quel momento, Cassa Depositi e Prestiti dismette i panni di soggetto pubblico al servizio dei Comuni e diviene un soggetto di mercato che compete con le banche.

I finanziamenti degli investimenti degli enti locali diventano normali operazioni con tassi di interesse stabiliti dal mercato -ancora oggi i Comuni sono gravati da mutui accesi due-tre decenni fa, con tassi di interesse divenuti da “usura”- e, quando parte la stagione della dismissione della ricchezza collettiva in mano ai Comuni, Cassa Depositi e Prestiti si trasforma in partner dei Comuni nella “valorizzazione” del patrimonio pubblico in vendita e in leva finanziaria per la privatizzazione dei servizi pubblici locali favorendo i processi di aggregazione e accentramento nelle multiutility collocate in Borsa.

4. C’è chi dice si e chi resiste

Il combinato disposto dei processi sopra descritti ha portato i Comuni verso il collasso finanziario: già nel 2019, ben 1083 Comuni su un totale di 7904 (uno su sette) erano in condizione di dissesto o pre-dissesto finanziario. La pandemia ha fatto il resto, moltiplicando le spese che i Comuni hanno dovuto affrontare per poterla contrastare e riducendo drasticamente le entrate, in seguito alla sospensione della riscossione di molte delle imposte locali.

Il buco nelle casse comunali si è così accresciuto di altri 22,8 miliardi di euro.

Alle condizioni oggettive della situazione finanziaria dei Comuni sopra descritte, vanno aggiunte anche le condizioni soggettive degli amministratori locali che, nel tempo si sono profondamente trasformate: le generazioni di sindaci, assessori e consiglieri comunali cresciuti nei decenni della narrazione neoliberale hanno in grandissima parte interiorizzato la cultura delle privatizzazioni, per cui la loro capacità di resistenza a questi processi si è quasi azzerata, e la grande maggioranza di loro si è trasformata in entusiasti fautori del “nuovo” corso.

Ma la resistenza è arrivata dagli abitanti e dai territori e, nel pieno della stagione liberista, un fortissimo movimento per la ripubblicizzazione dell’acqua, poi costituitosi in Forum italiano dei movimenti per l’acqua, non solo nel 2017 è riuscito a raccogliere oltre 400.000 firme in calce ad una legge d’iniziativa popolare, ma nel 2011 ha portato a casa uno straordinario risultato, vincendo un referendum contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali e per una loro gestione, a partire dall’acqua, fuori dalle logiche del mercato e del profitto.

5. Privatizzazioni obbligatorie

Con la vittoria referendaria dei movimenti per l’acqua, la narrazione liberista scopre di non poter più fare affidamento sul consenso e deve quindi riaprire la stagione delle privatizzazioni attraverso l’imposizione autoritaria: nasce da qui lo shock del debito pubblico, agitato solo due mesi dopo la vittoria referendaria con la famosa lettera che, nell’agosto 2011, l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e l’allora Presidente della Banca Centrale Europea Jean Claude Trichet scrissero al governo italiano e nella quale, al proposito, lanciarono il diktat: “(..) E’ necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforma, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala”

E’ lo stesso Mario Draghi che, divenuto Presidente del Consiglio di un governo tecnocratico con un Parlamento quasi completamente arruolato nel sostegno allo stesso, tenta l’affondo finale con il Ddl Concorrenza, approvato dal Consiglio dei Ministri il 4 novembre 2021 ed ora all’esame del Parlamento.

E’ una delle cosiddette “riforme abilitanti”, attraverso le quali il governo italiano potrà accedere ai fondi europei del Next Generation Eu e necessita di una sua approvazione, con tanto di decreti attuativi, entro il dicembre 2022.

E’ un disegno di legge che, ben oltre le stesse linee culturali imposte dall’Unione Europea, prova a portare l’affondo finale delle privatizzazioni, affermando che la modalità ordinaria di gestione dei servizi pubblici locali da parte di un Comune dev’essere il ricorso al mercato e, laddove un Comune opti per l’autoproduzione del servizio in questione, deve sottostare ad una procedura vincolante, producendo una dettagliata relazione delle motivazioni, inviandola all’Antitrust, e impegnandosi periodicamente a rimettere in discussione la scelta fatta.

I servizi oggetto del Ddl Concorrenza sono tutti i servizi pubblici locali, siano essi a “rilevanza economica” –acqua, energia, rifiuti e trasporto- siano essi “privi di rilevanza economica” –servizi sociali, culturali, sportivi.

Si tratta, com’è evidente, di dare il via ad una nuova stagione di privatizzazioni e di rendere reale la definitiva trasformazione del ruolo dei Comuni: da luoghi della democrazia di prossimità e garanti dei diritti universali attraverso l’erogazione di servizi pubblici, in enti il cui unico compito è quello di mettere sul mercato beni comuni, servizi pubblici, patrimonio pubblico, territorio e ricchezza collettiva.

6. Riprendiamoci il Comune

Uno dei tanti insegnamenti messi in evidenza dalla pandemia è la necessità di una nuova centralità degli enti locali come fulcro di un diverso modello di società, socialmente ed ecologicamente orientata.

Abbiamo davanti a noi importanti sfide dettate dall’enorme diseguaglianza sociale e dalla drammatica crisi climatica in corso. La pandemia ci ha dato una certezza, oltre ogni ragionevole dubbio: il mercato non funziona, non protegge, separa persone e comunità.

E’ ora di aprire una nuova stagione ribelle.

Una stagione dentro la quale le comunità locali mettano in campo una lotta senza quartiere per la riappropriazione sociale di tutto quello che appartiene alla collettività e va sottratto al mercato.

Una stagione che non è data automaticamente, ma necessita di una nuova alfabetizzazione popolare sul significato di comunità, beni comuni, democrazia di prossimità.

Una stagione che rimetta insieme le persone e faccia comprendere la necessità di superare la solitudine competitiva come orizzonte voluto dal mercato e le faccia approdare alla cooperazione solidale e alla rivoluzione della cura, di sé, degli altri e delle altre, dei beni comuni.

7. Una campagna e due leggi d’iniziativa popolare

Il primo passo per aprire una nuova stagione ribelle è fermare il Ddl Concorrenza.

Su questo tema è già avviata una campagna nazionale che si muove intorno a tre assi:

  1. mobilitare gli enti locali chiedendo loro di approvare ordini del giorno che chiedono lo stralcio dell’art. 6 dal Ddl Concorrenza;

  2. mobilitare il mondo del lavoro pubblico e privato per rivendicare diritti e reddito che con le privatizzazioni sarebbero inevitabilmente erosi e per salvaguardare il sapere pubblico del lavoro nei servizi come patrimonio collettivo delle comunità locali;

  3. mobilitare le comunità locali contro l’ennesima espropriazione di beni comuni e diritti.



Il secondo passo consiste nell’apertura di una campagna (avvio nell’autunno 2022) di proposta di due leggi d’iniziativa popolare, che invertano radicalmente la rotta e permettano alle comunità locali di avere enti di prossimità in grado esercitare la propria funzione storica pubblica e sociale.

Sono due proposte di legge complementari, che ridisegnano il ruolo dei Comuni e il protagonismo delle comunità locali.

La prima proposta di legge riforma la finanza locale, contrapponendo al pareggio di bilancio finanziario l’obiettivo per i Comuni di raggiungere il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere. Afferma la necessità dell’equilibrio finanziario, ma si oppone all’ossessione del pareggio di bilancio, cui tutto deve essere sacrificato, a partire dalla svendita del patrimonio pubblico, dei beni comuni e dei servizi pubblici. Prevede la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte fondamentali dei Comuni e all’utilizzo ecologico, sociale, culturale e ricreativo dei beni pubblici. Trova le risorse necessarie fuori dai mercati finanziari e dentro Cassa Depositi e Prestiti, ente a cui vengono conferiti i risparmi (280 miliardi) di oltre 20 milioni di abitanti.

La seconda proposta di legge chiede la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, Prevede che le scelte di destinazione dei risparmi dei cittadini siano fatte attraverso la partecipazione degli stessi.

Due proposte di legge che, intervenendo su due contraddizioni sistemiche dell’attuale situazione dei Comuni, provano a rispondere a due domande fondamentali: quali devono essere gli obiettivi e le modalità decisionali di un Comune? Attraverso quali risorse e con quali modalità un Comune si può finanziare?

Due proposte di legge che propongono una visione radicalmente alternativa alla solitudine competitiva del modello liberista.

Immaginiamola attraverso un esempio. Una comunità territoriale, grazie al bilancio partecipativo, sceglie democraticamente le priorità d’intervento tra le opere da realizzare nel proprio territorio.

Le opere scelte -un asilo nido, un parco, la messa a norma degli edifici scolastici, la sistemazione idrogeologica del territorio, la ristrutturazione della rete idrica etc- vengono finanziate attraverso il risparmio dei cittadini, depositato in libretti postali e buoni fruttiferi e consegnato alla Cassa Depositi e Prestiti territoriale. Poiché questi risparmi hanno un rendimento minimo, la Cassa Depositi e Prestiti territoriale potrà finanziare gli interventi con un tasso altrettanto minimo.

La comunità territoriale, proprio perché ha partecipato direttamente alle scelte sulle priorità d’intervento e le ha finanziate con il risparmio dei propri membri, avrà una naturale propensione a controllare che tempi e qualità delle opere realizzate siano le migliori possibili, evitando di per sé sprechi e corruttele.

Avremmo così ottenuto: un aumento della partecipazione e della democrazia basata sull’autogoverno; la realizzazione di opere che abbiano come finalità l’interesse generale; la possibilità di finanziarne la realizzazione fuori dal circuito speculativo del mondo bancario e finanziario; l’aumento del controllo democratico sulle procedure e i lavori di realizzazione, con la conseguente diminuzione di corruzione e sprechi; un’aumentata coesione sociale.

Riprendersi il Comune è possibile. Occorre farlo tutte e tutti insieme.

Note:

[1] Fondazione ANCI – IFEL (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale), La finanza comunale in sintesi, confronto fra Rapporto 2010 e Rapporto 2016.

[2] Fondazione ANCI–IFEL (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale), I Comuni e il Partenariato Pubblico Privato,2020

Documentazione Campagna contro Ddl Concorrenza:

Qui è possibile trovare l’appello della campagna contro il Ddl Concorrenza (con le adesioni in continuo aggiornamento) https://www.acquabenecomune.org/notizie/nazionali/4209-appello-per-una-campagna-comune-fermare-il-ddl-concorrenza-difendere-acqua-beni-comuni-diritti-e-democrazia

Qui è possibile trovare l’odg da proporre ai Consigli Comunali contro il ddl Concorrenza https://www.acquabenecomune.org/attachments/article/4191/Odg_DDL_Concorrenza_servizi_pubblici_novembre_2021_sintesi.pdf

Qui è possibile trovare l’elenco 8in continuo aggiornamento) dei Comuni che hanno approvato l’odg contro il ddl Concorrenza https://www.acquabenecomune.org/notizie/nazionali/4206-gli-enti-locali-che-hanno-approvato-atti-volti-al-contrasto-dell-art-6-del-ddl-concorrenza

Documentazione Campagna per due leggi d’iniziativa popolare:

Qui è possibile trovare il testo della proposta di legge per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti https://www.attac-italia.org/wp-content/uploads/2021/01/proposta-di-legge-socializzazione-cdp.pdf e qui la proposta in pillole https://www.attac-italia.org/wp-content/uploads/2021/01/legge-cdp-in-pillole.pdf

Qui è possibile trovare il testo della proposta di legge per la riforma della finanza locale https://www.attac-italia.org/wp-content/uploads/2021/01/proposta-di-legge-riforma-della-finanza-pubblica-locale.pdf e qui la proposta in pillole https://www.attac-italia.org/wp-content/uploads/2021/01/legge-riforma-finanza-locale-in-pillole.pdf



mercoledì 30 marzo 2022

Proposta di un'azione politica forte all'attuale consiglio comunale e ai candidati sindaci di Frosinone

  Luciano Granieri Collettivo Politico Rigenerare Frosinone 

Nel bailamme di tavoli, controtavoli e primarie farlocche,  agitatori di una tempesta pre-elettorale tesa a definire schieramenti e posizionamenti, secondo una logica che da 50 anni caratterizza il cursus delle elezioni amministrative di Frosinone, non è mai emerso uno straccio di proposta politica. Non mi riferisco all’ enunciazioni di ipotetici programmi basati sempre sulle stesse problematiche che, se ricorrono uguali a se stesse, significa che nessuna consiliatura è stata mai capace di risolvere. A dire il vero la visione programmatica è pure passata di moda  succube del giuramento di fedeltà al candidato sindaco sia quel che sia.  Per proposta politica intendo una visione più ampia che travalichi la contrattazione con il potere forte di turno, ma definisca un perimetro generale  nella quale discutere e determinare orientamenti che, decisi a livelli globale, inevitabilmente condizionano pesantemente la dimensione locale. 

Una tale dinamica ricorre nel disegno di legge in materia di concorrenza e mercato  approvato dal Governo. Nel dispositivo si dispone la definitiva privatizzazione dei servizi indispensabili, nella finalità dichiarata di “rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo e amministrativo, all’apertura dei mercati”.  La privatizzazione dei servizi ha provocato e provoca tremendi disagi alla popolazione frusinate, le vicende della tariffa idrica e quella sui rifiuti, determinate in modo abnorme, per la quale sono in corso procedimenti giudiziari, sta a dimostrare come il profitto privato sui beni indispensabili sia  nemico del benessere della collettività. 

Quindi  proprio l’impegno da parte del Comune a chiedere il ritiro del decreto concorrenza può essere una delle proposte politiche sopra ventilate. Perchè è evidente che tale deliberazione riduce il sindaco a commissario liquidatore dei beni dei cittadini, togliendo ogni prerogativa di un’ipotetica   progettualiltà per la città. 

Giova ricordare che ciò in parte già avviene e qualche sindaco si trova bene nei panni del liquidatore, magari trattenendo qualche aggio per se, ma è possibile, mi chiedo, che ogni primo cittadino si acconci a cedere la città alle lobby private? 

 A tale scopo il collettivo politico Rigenerare Frosinone propone ai consiglieri comunali il seguente ordine del giorno da sottoporre al sindaco per impegnarlo ad attivarsi e chiedere il ritiro  del decreto concorrenza , teso a mettere nelle mani dei grandi interessi privati, il benessere dei cittadini. Il consiglio comunale di Frosinone lo presenterà? 

E i futuri candidati sindaci sceglieranno di fare questa lotta politica non accontentandosi di sedersi al tavolo con i grandi speculatori immobiliari per trattare contropartite in cambio dell’alienazione di quel poco di comune che è rimasto nella città? 



COMUNE di FROSINONE



Proposta di Deliberazione per il Consiglio Comunale

APPRESO:

Che il 4 novembre us il Governo ha approvato il disegno di legge in materia di concorrenza e mercato 2021

Che all’articolo 1 – finalità – si legge, fra l’altro che “La presente legge reca disposizioni per la tutela della concorrenza (…) finalizzate, in particolare,:

a) promuovere lo sviluppo della concorrenza, anche al fine di garantire l’accesso ai mercati di imprese di minori dimensioni, tenendo in adeguata considerazione gli obiettivi di politica sociale connessi alla tutela dell’occupazione, nel quadro dei principi dell’Unione europea, nonché di contribuire al rafforzamento della giustizia sociale, di migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici e di potenziare la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini;

b) rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo e amministrativo, all’apertura dei mercati”

Che nella parte III° e in particolare all’articolo 6 si parla della delega introdotta dal suddetto disegno di legge in materia di servizi pubblici locali, con l’indicazione di una revisione completa della normativa in questione entro sei mesi

SOTTOLINEATO IN PARTICOLARE:

Che il disegno di legge, per la prima volta nella storia repubblicana, pone come finalità lo  sviluppo della concorrenza e quindi l'apertura totale al mercato di tutti i servizi pubblici locali senza alcuna distinzione, sia per quanto riguarda quelli a rilevanza economica (e all’interno di essi tutti i servizi) che non

Che si dispone un rafforzato ruolo delle autorità di regolazione, in particolare di Arera, che certo non ha avuto un ruolo positivo nella definizione delle modalità – e relativa determinazione – di individuazione di tasse e tariffe relative ai servizi pubblici di competenza, in particolare nel rapporto con gli enti locali e nel peso sostenuto dai cittadini

Che per giustificare l’esclusiva competenza statale nel normare in questa dizione si richiama nelle finalità la lettera E dell’articolo 117 Cost., in sostanza la tutela della concorrenza, mentre all’articolo 6 lettera A viene richiamato l’art 117 lettera E, cioè le funzioni fondamentali degli enti locali.

Che alla lettera B del medesimo articolo 6 si procede ad una netta distinzione fra attività regolatoria e gestionale a livello locale

Che alla lettera C si rafforza l’indirizzo di privatizzazione e apertura al mercato di tutti i servizi pubblici locali con l’indicazione del “superamento dei regimi di esclusiva non conformi con tali principi” (cioè le presunte normative europee) “e, comunque, non indispensabili per assicurare la qualità e l’efficienza del servizio”

Che alla lettera D si va oltre alla semplice apertura al mercato ma anzi si indica un obbligo (de facto) alla creazione di dimensionamenti larghi tramite aggregazione per quanto riguarda soggetti relativi ai servizi pubblici locali, cioè si indica la necessità di creare le cosiddette multi utility

Che alla lettere E scrivendo “razionalizzazione della disciplina concernente le modalità di affidamento e di gestione dei servizi pubblici, nonché la durata dei relativi rapporti contrattuali, nel rispetto dei principi dell’ordinamento europeo e dei principi di proporzionalità e ragionevolezza;” si spinge ad una revisione che – eludendo invece completamente il principio di sussidiarietà – porti a mega gestori e preferibilmente di natura privatistica

Che nelle successive lettere si precisa meglio la sproporzione fra gli obblighi del privato affidatario del servizio pubblico e il malaugurato ente locale che non si pieghi alla privatizzazione del servizio pubblico di qualunque genere. Il privato affidatario dovrà stilare semplicemente una relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, l’ente locale dovrà addurre “una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato” (lettera. F); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (lettera.G); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (lettera. I); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione, con l indicazione che questi obblighi sono a tutela innanzitutto della “concorrenza”. Alla lettera M e N si precisa l’estensione di tali indirizzi anche al trasporto pubblico locale e – con la formula della necessità di un adeguato coordinamento – a quello dei rifiuti e del servizio idrico, così da ribadire meglio l’apertura privatrizzatrice e alla concorrenza di tutti i servizi pubblici locali,

Che non ultima per importanza la lettera Q, con la quale si indica la volontà di “ revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione della proprietà pubblica, nonché un’adeguata tutela del gestore uscente” cioè si procede ad una delega sostanzialmente in bianco per la revisione dei regimi non solo di gestione ma anche di proprietà delle reti, con una indicazione di massima ma molto eloquente nella direzione di una dismissione del pubblico ove si richiama l’”adeguata valorizzazione della proprietà pubblica”

Che alla lettera V del succitato art 6 viene indicata come possibile l’applicazione dell’articolo 120 Cost,cioè il potere sostitutivo dello Stato, ove non si addivenisse alla privatizzazione dei servizi pubblici come indicato nel DDL, ben evidenziando “a tutela della Concorrenza”

Che nell’articolato del ddl non si escludono dall’apertura assai rilevante anche i comparti sanitari e socio sanitari, in quanto si favorisce l’accesso all’accreditamento delle strutture sanitarie private e si introduce criteri dinamici per la verifica delle strutture private in convenzione.

SOTTOLINEATO:

Come l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani non abbia ancora espresso nessuna valutazione su un provvedimento come questo che cambia in maniera radicale il ruolo degli enti locali prevedendo di fatto una totale dismissione del ruolo dei medesimi sulla regolazione, gestione e anche in parte proprietà pubblica

Come questo provvedimento sia in palese contrasto con i risultati del referendum del 2011 quando il popolo italiano si espresse nettamente per la proprietà e gestione pubblica dei servizi e beni pubblici essenziali

Come il provvedimento in questione risulti essere la più radicale indicazione di privatizzazione dei servizi pubblici essenziali e primari che sia mai stata messa nero su bianco da un esecutivo nazionale, sia per quanto riguarda l’ampiezza dell’ambito di competenza sia per quanto riguarda la spinta normativa all’affidamento al mercato dei medesimi

Come emergano forti dubbi di costituzionalità in merito al disegno di legge in questione, in quanto : il richiamo alla tutela della concorrenza come giustificazione della esclusiva competenza legislativa statale sulle materie in questione è stato sì oggetto di sentenze della Corte costituzionale, ma da una parte essa ha anche colpito provvedimenti governativi che nel tempo tendevano ad eludere il responso del sopra richiamato referendum 2011, dall’altra non ha stabilito – limitandosi ad interventi cassativi – che ogni aspetto relativo ai servizi pubblici locali sia di esclusiva competenza del legislatore nazionale, o peggio ancora che esso possa con la propria legislazione definire ogni aspetto de facto della proprietà, affidamento e gestione dei medesimi

Come il richiamo alla lettera non solo E ma anche P dell’articolo 117 Costituzione in materia di competenza esclusiva statale, cioè “organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane”, evidentemente richiamato nell’articolato del disegno di legge per giustificare una normativa di questa ampiezza e portata, sia in evidente contrasto con la definizione giurisprudenziale e legislativa delle funzioni fondamentali medesime, a tal punto da mettere in discussione l’autonomia stessa dell’ente locale non solo dal Parlamento ma addirittura dall’organo esecutivo nazionale. Contrasto per altro evidenziato dal successivo art 118 Costituzione – non a caso non citato nel disegno di legge sulla concorrenza – che recita “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.” Esercizio unitario che per definizione non può riguardare nel dettaglio ogni aspetto dei servizi pubblici locali presenti sul territorio nazionale, e che comunque deve essere ispirato al quel principio di sussidiarietà – cd inversione – che vede nell’ente locale di norma l’organo di prossimità a cui affidare le pubbliche funzioni, salvo specificità che impongano la di delegare allo Stato o alle Regioni.

SOTTOLINEATO ALTRESI’:

Che non vi sia ad oggi una normativa europea che imponga una cessione in toto al mercato di tutta la partita dei servizi pubblici locali, anche per quanto riguarda la gestione, come invece vorrebbe indicare il disegno di legge in questione fra le motivazioni della sua adozione e successiva approvazione, ma che anzi è principio cardine della legislazione europea, anche primaria, quello della sussidiarietà così come sopra spiegato, palesemente violato dal disegno di legge in questione.

Che invece si indichi questa come una delle cosiddette “condizionalità” imposte dalla UE - segnatamente però gli organi esecutivi della medesima e non certo quelli parlamentari e rappresentativi - per l’accesso effettivo ai fondi Next Generation Eu tradotti nel PNRR, i cui contenuti nel dettaglio non sono conosciuti e la cui contrattazione e accettazione non sono stati oggetto di un coinvolgimento effettivo del Parlamento né tanto meno del sistema istituzionale del paese nel suo complesso, a cominciare dagli enti locali.

Che questo provvedimento metterà – oltre a colpire radicalmente la funzione di perequazione sociale che servizi effettivamente pubblici e indirizzati e gestiti effettivamente dall’ente di prossimità permetterebbero - ancora più in crisi gli equilibri di bilancio dell’ente locale, spingendolo comunque ad ulteriori privatizzazioni e ricorso al mercato, senza dimenticare che dichiarazioni di esponenti del Governo italiano e della UE indicano come certa la reintroduzione del patto di stabilità fin dal 2022 o al massimo 2023

EVIDENZIATO ALTRESI’:

Che la crisi economica gravissima che stiamo vivendo richiederebbe un rafforzamento del ruolo del pubblico sia nella proprietà e gestione dei servizi pubblici locali, adottando quindi un corpus normativo che inverta la rotta rispetto alla privatizzazione dei medesimi, attraverso forme di gestione che ri diano centralità in primis agli enti locali, a forme di controllo effettivo dei cittadini, e quindi indirizzandosi verso forme di gestione diretta o comunque di diritto pubblico per quanto riguarda le forme giuridiche dei soggetti gestori dei servizi stessi

Che la pandemia avrebbe dovuto insegnare quanto il ruolo del pubblico e servizi sanitari (e in generale servizi pubblici) adeguati dal punto di vista delle risorse e della pieno controllo e proprietà è l’unica strada da seguire, invertendo la rotta di privatizzazioni e affidamento al mercato seguita negli ultimi decenni.

Che la necessità – in primis – di un servizio sanitario nazionale forte capillare e universalistico, emersa con chiarezza dalla vicenda della pandemia, e le inefficienze legate alla disarmonicità di azione programmazione regionale in tale ambito non hanno mai fatto optare il governo nazionale per l’applicazione dell’articolo 120 Cost. cioè il potere sostitutivo dello Stato, mentre oggi esso viene evocato in caso di inadempienza degli enti locali a procedere alla privatizzazione dei servizi pubblici locali come da DDL in questione

Che è ormai acclarato quanto la privatizzazione ove già effettuata di servizi pubbici locali ( o comunque di forme privatistiche di gestione) abbia aumentato considerevolmente le tariffe (in ossequio anche alla remunerazione del capitale investito, dal privato, mai definitivamente cancellata nonostante la pronuncia referendaria del 2011), ridotto gli investimenti, la qualità e la capillarità del servizio pubblico locale nei suoi varii ambiti, si pensi al TPL o al servizio idrico.

Che con questo disegno di legge – per altro molto ampio nella delega al Governo, riducendo quindi il parlamento a un mero esecutore della delega affidata all’esecutivo -  si drenano risorse da investire nel welfare, che ha invece una funzione di perequazione sociale e di salario indiretto per dirottarle nei profitti delle imprese private, che potranno continuare a competere su un mercato protetto dalla garanzia dello Stato.

SOTTOLINEATO INFINE:

Che un provvedimento del genere renda lampanti i referenti politici e sociali di questo esecutivo, che non possono certo dirsi i ceti popolari più colpiti dalla crisi, coloro che hanno a cuore la tutela e l’effettiva fruizione dei servizi pubblici essenziali per la generalità dei cittadini, il ruolo delle aule parlamentari e degli enti locali

Che questo provvedimento si va ad incardinare in una visione ultra liberista e di totale concessione al mercato di ogni attività anche regolatoria della società, nonché in forme di “darwinismo sociale e istituzionale” come il generale sblocco dei licenziamenti a fronte di una mancata riforma e rafforzamento degli ammortizzatori sociali, l’accelerazione del cosiddetto regionalismo differenziato con l’introduzione del medesimo fra i collegati al DEF e quindi – quanto è dato di capire – alla legge di bilancio, nessun intervento strutturale degno di rilievo nel campo energetico che coniughi ambiente e giustizia sociale, non ultima la vicenda del parzialissimo e temporaneo intervento sul costo delle bollette energetiche, la quasi totale mancanza di solo per citare alcuni esempi

INVITA

L’Anci a prendere finalmente una posizione nettamente contraria alle modalità e contenuti del disegno di legge in questione, così come gli enti locali in sede di Conferenza Unificata

Il Governo a ritirare il provvedimento medesimo e a chiedere che su partite essenziali alla perequazione sociale e lotta alla crisi pandemica e economico sociale come queste non si pongano condizionalità dalla UE per l’accesso ai fondi europei del Next Generation Eu tradotti nel PNRR e affini

Il Parlamento a ritirare il provvedimento medesimo e a pretendere un ruolo effettivo nella definizione normativa sulle materie dei servizi pubblici locali, evitando quindi deleghe in bianco all’esecutivo

Il parlamento a legiferare – e per quanto di competenza le Regioni – al fine di dare piena attuazione al referendum 2011 e comunque a favorire una effettiva ripubblicizzazione dei servizi pubblici, a cominciare dall’affidamento – ove non sussista la gestione in economia – a forme gestionali espressione del diritto pubblico, nonché dell’effettiva proprietà di reti e gestioni in mano pubblica

IMPEGNA L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI FROSINONE

A sostenere i contenuti del presente ordine del giorno, e quindi il ritiro del disegno di legge in questione, in ogni sede.

A dare adeguata pubblicità ai contenuti del presente ordine del giorno nei confronti della cittadinanza.

lunedì 28 marzo 2022

L’art. 6 del disegno di legge sulla concorrenza, i servizi pubblici locali e la Costituzione

 di Alessandra Algostino (professoressa ordinaria di diritto costituzionale, Università degli Studi di Torino)



L’articolo 6 del disegno di legge sulla concorrenza (A.S. 2469, Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021), recante “Delega in materia di servizi pubblici locali”, si propone, come si legge nella Relazione che accompagna il disegno, di «armonizzare la normativa nazionale con i principi dell’ordinamento UE, di un’abrogazione referendaria, nonché di una consistente attività ermeneutica da parte della giurisprudenza, anche costituzionale», riordinando un quadro normativo definito «disaggregato e complesso».

Sempre nella Relazione si afferma che il disegno di legge «intende ribadire, in primo luogo, il doppio fine della tutela e della promozione della concorrenza menzionato nel PNRR: quello dell’efficienza economica e quello della giustizia sociale».

Scorrendo i principi e i criteri direttivi del futuro decreto legislativo, nel comma 2 dell’art. 6, tuttavia, a dominare è la concorrenza, come obiettivo autoreferenziale. La prospettiva, in coerenza con quella del Piano nazionale di ripresa e resilienza, di cui il disegno di legge sulla concorrenza costituisce una riforma “abilitante”, è ordoliberale: innanzitutto viene il privato, l’impresa, gli investimenti. È dall’economia di mercato che possono discendere eventuali benefici sociali: il soggetto e l’oggetto sono l’impresa. “Impresa” al plurale ricorre 177 volte nel Piano, mentre il termine Costituzione non c’è. Non c’è in senso formale, così come non c’è in senso sostanziale: il Piano, che si propone di configurare il futuro dei prossimi anni, pone al centro l’impresa e ad essa affida l’eventuale rimozione di diseguaglianze (di genere, territorio e generazione… non di classe).

L’art. 6 (c. 2, lett. a) si premura in primo luogo di precisare che l’individuazione delle «attività di interesse generale», necessarie per «assicurare la soddisfazione delle esigenze delle comunità locali», è «da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza».

Ora, il Testo unico delle leggi sugli ordinamenti locali (D. lgs. n. 267 del 2000), dopo aver proclamato che «il comune è l’ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo» (art. 1, c. 1), stabilisce che «spettano al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed il territorio comunale», in particolare nei «servizi alla persona e alla comunità», nell’«assetto ed utilizzazione del territorio e dello sviluppo economico» (art. 13 TU).

L’autonomia locale è inserita tra i principi fondamentali della Costituzione (art. 5), a sottolineare la connessione che esiste tra essa e principi quali democrazia, sovranità popolare, uguaglianza, solidarietà. È un’autonomia che esprime un’idea di territorio come luogo vissuto, spazio di riconoscimento della pari dignità sociale, di esercizio dei diritti, di soddisfazione dei bisogni. Attraverso l’autonomia passano il pluralismo, la sovranità come appartenente al popolo e intrinsecamente plurale, la valorizzazione della partecipazione. La prossimità è vista come garanzia, attraverso la vicinanza e l’effettività, di concretizzazione dei diritti, in armonia e al servizio del progetto costituzionale di uguaglianza sostanziale (art. 3, c. 2, Cost.). I servizi pubblici locali sono strumento per la tutela della persona, della sua dignità, della sua emancipazione, dei suoi diritti: a questo sono finalizzati e a questo devono tendere, non al profitto, all’efficienza economica “what ever it takes” (fermo restando, peraltro, il rigetto della vulgata del “pubblico inefficiente”).

È un quadro in linea anche con quanto si legge nella Carta europea dell’autonomia locale (Strasburgo, 15 ottobre 1985, ratificata ed eseguita con legge n. 439 del 1989): «per autonomia locale, s’intende il diritto e la capacità effettiva, per le collettività locali, di regolamentare ed amministrare… a favore delle popolazioni, una parte importante di affari pubblici» (art. 3). «A favore delle popolazioni», ovvero in stretta connessione con la centralità della persona, l’uguaglianza, la solidarietà, nella prospettiva dei diritti; e, per inciso, lontano da pulsioni territoriali egoistiche (il pensiero è all’autonomia differenziata).

L’articolo 6 del disegno di legge sulla concorrenza si inserisce in opposizione, in distonia, rispetto a questo quadro. In esso emerge come centrale, non l’idea di servizio a tutela dei diritti (per tutti, il «diritto umano all’acqua», come è definito nella Risoluzione GA/19067 delle Nazioni Unite), ma il rispetto della tutela della concorrenza. La concorrenza è presentata come elemento prioritario, come se solo da essa potessero derivare coesione sociale e territoriale, scordando come essa rappresenti strutturalmente una modalità competitiva che tende a creare disuguaglianza. La Costituzione, che ha il cuore in un progetto di eguaglianza, ne è consapevole e all’art. 41, dopo aver riconosciuto la libertà di iniziativa economica e privata, prevede limitazioni, controlli e programmazione per «fini sociali» (e ambientali).

Dal complesso delle varie disposizioni dell’articolo 6, si evince molto chiaramente un processo di privatizzazione che ha la sua apoteosi nella lettera f) del comma 2, dove si prevede l’obbligo per l’ente locale di una «motivazione anticipata e qualificata per la scelta o la conferma del modello dell’autoproduzione». È palese come il pubblico venga configurato come recessivo: per esistere deve giustificarsi. La norma è il mercato, è il privato, è la concorrenza. Il testo è chiaro: «oltre la motivazione anticipata e qualificata», in caso di opzione per l’autoproduzione, si richiede che la relativa decisione sia trasmessa «tempestivamente» all’Autorità garante della concorrenza e del mercato e si prevede che sia soggetta a «sistemi di monitoraggio dei costi» (art, 6, c. 2, lett. g) e h).

Attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici locali, si svuota l’autonomia territoriale e si indebolisce il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli, il cuore stesso del progetto costituzionale.

La lotta per lo stralcio dell’art. 6 del disegno di legge sulla concorrenza si manifesta come parte dello scontro tra due visioni del mondo: da un lato, la cultura egemonica che mira alla massimizzazione del profitto e che assume a proprio fondamento la competitività, ovvero, l’immagine dell’uomo imprenditore di se stesso, l’orizzonte autoreferenziale del neoliberismo che cerca sempre nuovi spazi da mercificare; dall’altro lato, la prospettiva, che ha la sua trascrizione giuridica nella Costituzione, che pone al centro la persona inserita in una rete di relazioni, la dignità, i diritti, la partecipazione, la solidarietà.

L’articolo 6 del ddl concorrenza esprime l’arroganza di chi nega perfino l’esistenza del conflitto e pretende di “stracciare” l’esito del referendum del 2011 (sul punto si veda anche la sentenza della Corte costituzionale, n. 199 del 2012), ed insieme ad esso la prospettiva costituzionale.

L’articolo 6 interviene “come se la Costituzione non esistesse” ed assume, invece, come paradigma la nota lettera della BCE, a firma di Draghi e Trichet, inviata al “Primo ministro” il 5 agosto del 2011, in cui si afferma testualmente: «è necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali».

Il conflitto fra le due visioni oggi si configura come una «lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere» (Luciano Gallino); dal basso, occorre far sentire la voce di chi è dalla parte degli oppressi, dei diritti, della dignità della persona, la voce, non ultima, della Costituzione.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 49 di Marzo-Aprile 2022: “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazione

Elezioni a Frosinone resoconto del Collettivo Politico Rigenerare Frosinone


 

Domenica scorsa, 20 marzo, con l’assemblea generale convocata dal nostro collettivo Rigenerare Frosinone, tenutasi presso Spazio Arte, riteniamo di aver concluso il giro di consultazioni con partiti, movimenti, e associazioni, allo scopo di verificare l’opportunità di aggregare ed aggregarci in vista delle prossime elezioni amministrative di Frosinone. Ciò per sondare la praticabilità di un percorso decisionale, quanto più condiviso e paritario, antitetico a dinamiche predeterminate da imposizioni verticistiche da qualsivoglia segreteria, gruppo dirigente o gruppo d’interessi.

Un percorso volto a promuovere l’etica politica intesa come agibilità partecipata, costituente di un nuovo sistema teso a selezionare i candidati all’agone elettorale, compresa l’investitura del sindaco. Giova precisare che proprio il rilancio della partecipazione cittadina alla sorti decisionali della città è stata sempre alla base del collettivo politico Rigenerare Frosinone, sin dalla sua nascita nell’autunno 2019, secondo un percorso che inserisse lo stesso momento elettorale, all’interno di una più vasta azione politica consapevole e condivisa. Già allora la nostra proposta fu scarsamente accolta da partiti e movimenti.

Nell’assemblea tutti gli schieramenti da noi convocati, già dalla metà di febbraio -un periodo in cui le coalizioni non erano ancora ben definite -ci hanno rimandato la conferma che la possibilità di una conduzione politico elettorale alternativa al decisionismo imposto dai gruppi di potere e segreterie varie - colpevole del disgregamento dei processi democratici e del fallimento della città, da 50 anni a questa parte - non è capita, anzi non è proprio contemplata, come se stessimo parlando un’altra lingua .

In risposta ci è stato proposto di aderire a liste già predeterminate al seguito di un candidato sindaco già deciso da altri, o ci è stato promesso di recepire le nostre istanze di associazione in un futuro programma per il governo della città, quando associazione non siamo, ma ci riteniamo attore politico a tutti gli effetti.

In conclusione non abbiamo intenzione di condividere alcuna forma di partecipazione con attori già protagonisti del vecchio sistema, e impegnati a perpetuarlo. Continueremo nel nostro impegno convinti della necessità di una nuova azione politica per la definizione di una nuova idea di città, ma lo faremo secondo le nostre modalità.

Collettivo Rigenerare Frosinone

venerdì 25 marzo 2022

Altro Record per Frosinone. I cittadini pagano la bolletta più alta d'Italia.

 Cittadinanzattiva



                                 
544 euro la spesa media nel Lazio nel 2021.

Dispersione idrica al 70% a Latina. Frosinone in testa alla classifica dei Capolughi più esosi

I nuovi dati dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe di Cittadinanzattiva


544: questa la cifra spesa nel 2021 da una famiglia laziale per la bolletta idrica (460 la media nazionale), con un aumento del 2,3% rispetto al 2020.

Frosinone resta in testa alla classifica dei capoluoghi di provincia più cari con una spesa media a famiglia di 847€, mentre Milano conquista la palma di capoluogo più economico con 162€, seguita da Trento con 163€. Gli incrementi più elevati si registrano a Savona, Matera e Potenza: per tutte e tre le città la variazione all’insù è del 13,5%.

La regione in cui si rileva la spesa media più bassa è il Molise (183), quella con la spesa più elevata è la Toscana ( 729, +2,7%.).

Notevoli spesso le differenze tariffarie anche fra i singoli capoluoghi di provincia della stessa regione: nel Lazio, a parte Frosinone che detiene il primato nazionale della tariffa più cara, si va dai 547€ di Viterbo ai 368€ di Rieti.

La fotografia emerge dall’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, realizzato nell'ambito del progetto "RE-USER: usa meglio, consuma meno", finanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico (Legge 388/2000 – ANNO 2021). Le tariffe sono indicate rispetto ad una famiglia tipo di tre componenti ed un consumo annuo di 192 metri cubi.

Con un uso più consapevole e razionale di acqua, che abbiamo quantizzato in 150mc invece di 192mc l’anno, una famiglia laziale risparmierebbe 137€ l’anno.

I DATI SULLA DISPERSIONE IDRICA

In riferimento ai soli capoluoghi di provincia italiani, emerge che a livello nazionale va dispersa il 36% dell'acqua immessa, con evidenti differenze fra le singole regioni e anche fra i singoli capoluoghi della stessa Regione. Nel Lazio, ad esempio, si passa dal 70% di Latina al 33% circa di Roma.


CAPOLUOGHI


Ipotesi A (192 mc)


Ipotesi B (150 mc)


Risparmio (A-B)

Spesa SII 2021

Var. % sul 2020

Spesa SII 2021

Var. % sul 2020

In

In %

Frosinone

847

0,3%

600

0,3%

247

29,2%

Viterbo

547

0,0%

417

0,0%

130

23,8%

Latina

545

4,7%

434

4,7%

111

20,4%

Rieti

368

3,8%

267

3,5%

101

27,4%

Roma

411

5,5%

317

5,4%

94

22,9%

MEDIA

544

2,3%

407

2,3%

137

25,2%

Fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio Prezzi&Tariffe, marzo 2022


Città capoluogo

Perdite idriche 2020

Acqua per uso civile domestico fatturata nel 2020

(Litri/abitante/giorno)

Frosinone

53,6%

187

Viterbo

34,4%

128

Latina

70,1%

126

Rieti

62,7%

147

Roma

32,9%

186

Fonte: Cittadinanzattiva su dati Istat, marzo 2022

Il Dossier e le infografiche, con i dati nazionali e regionali, sono disponibili su www.cittadinanzattiva.it. Tali informazioni sono disponibili anche su INFORMAP, www.cittadinanzattiva.it/informap, la cartina navigabile che rende fruibili, per ogni capoluogo di provincia, informazioni e approfondimenti su tariffe e agevolazioni, qualità, tutele e altri riferimenti utili.


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