Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 21 agosto 2022

Le ombre del passato sulla Costituzione

 Davide Conti, tratto da "il manifesto" del 21/08/2022

POST-FASCISMO ED ELEZIONI. Per tracciare un profilo storico-identitario dell'estrema destra è necessario fare i conti con il passato. Non solo con quello del regime fascista ma anche con quello che ha drammaticamente attraversato gli anni della Repubblica giungendo ai giorni nostri.



Il 27 gennaio 1995 il congresso di Fiuggi chiudeva la storia dell’ultimo partito della «prima repubblica» rimasto in vita dopo il crollo del muro di Berlino e l’inchiesta giudiziaria «mani pulite».

Si compiva così una parabola iniziata il 26 dicembre 1946 con la fondazione semi-clandestina e terminata con il ritorno al governo del Paese dopo le elezioni del 1994.

Il mezzo secolo di vita del neofascismo nella Repubblica, la sua ascesa al governo (nella veste di Alleanza Nazionale e la sua riemersione dopo la crisi sistemica del 2011 (Fratelli d’Italia nasce l’anno seguente) confermano come nella complessa realtà italiana la destra abbia costituito, in virtù della sostanziale estraneità al moto di rinnovamento antifascista di ampi settori sociali, economici e politici, un’area molto più estesa della rappresentanza parlamentare del Msi.

Per contrastare le istanze regressive di oggi appare importante cogliere i caratteri del fenomeno della destra nostrana che con sbrigative dichiarazioni di opportunità ha cercato goffamente di «consegnare alla storia» i pesanti lasciti del suo passato che informano il suo presente. Così nel messaggio registrato in più lingue da Meloni, la condanna del fascismo si appaia a quella del nazismo e del comunismo nel quadro di una ripetitiva formulazione qualunquistico-retorica tesa all’equiparazione di ciò che la storia ha mostrato essere non accomunabile.

Tuttavia tale espediente non è pratica limitata all’estrema destra. Nel settembre 2019 la risoluzione del Parlamento europeo sulla «importanza della memoria», non a caso proposta dai governi di Ungheria e Polonia fu approvata a larga maggioranza (anche con il voto del Pd) e parificò nazismo e comunismo con crisma «ufficiale».

Su quella linea proseguono in campo «liberale» prese di posizione che attingono a piene mani (con il risultato di sdoganare l’ascesa al governo in Italia i dell’estrema destra) a questa mistificazione della realtà. Così sul Corriere della Sera si legge che fascismo e comunismo rappresentano «un tutto unico» e vengono proposti parallelismi strabici tra la violenza squadrista del 1919, che instaurò la dittatura, e quella praticata nella Resistenza del 1943-45 dai comunisti (insieme a socialisti, cattolici, monarchici, repubblicani, azionisti e liberali) grazie a cui venne fondata la Repubblica democratica.

Per tracciare un profilo storico-identitario dell’estrema destra è necessario fare i conti con il passato. Non solo con quello del regime fascista ma anche con quello che ha drammaticamente attraversato gli anni della Repubblica giungendo ai giorni nostri.

Lungo questa strada si incontrano i presidenti onorari del Msi, Junio Valerio Borghese (a capo della X Mas a Salò; salvato dai servizi segreti Usa; promotore del fallito «golpe» del dicembre 1970) e Rodolfo Graziani (criminale di guerra in Africa; ministro della Guerra della Rsi; oggi omaggiato da un monumento ad Affile).

Con loro il segretario Giorgio Almirante (segretario di redazione de La Difesa della Razza, capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare a Salò; rinviato a giudizio e amnistiato per favoreggiamento nell’inchiesta sulla strage di Peteano del 1972) e Pino Rauti (esponente di Salò e poi fondatore di Ordine Nuovo, gruppo responsabile della strage di Piazza Fontana del 1969).

Le effigi di questi fantasmi del passato campeggiano nelle sedi post-fasciste di oggi. I loro nomi sono orgogliosamente rivendicati nelle piazze e proposti per intitolazioni di strade. Forse per meglio «consegnarli alla storia»

Nel frattempo, in nome delle «radici profonde che non gelano» si propongono: lo stravolgimento della Costituzione tramite il presidenzialismo; una legge fiscale che trasferisce ricchezza alle classi agiate e scarica povertà sui ceti popolari; i blocchi navali contro i migranti; la negazione dei diritti civili; il sostegno alla guerra; il populismo storico che equipara foibe e Shoah. Il tutto in un quadro di «affinità elettive» con Orbàn, Trump, Putin (indicato da Meloni nel suo libro Io sono Giorgia come «difensore dei valori europei») e Kaczynski, i conservatori inglesi fautori della Brexit e i postfranchisti spagnoli di Vox.

Il nodo di fondo da sciogliere, tuttavia, resta quello relativo agli esiti della crisi del paradigma egemonico liberale. L’allineamento ideologico al «liberismo reale», presentato come archetipo unico, irreversibile e totale (accolto come tale dalla sinistra di mercato), si è tradotto da un lato come processo di passivizzazione della società nei confronti di un ordine rappresentato come «naturale» e dall’altro come funzione di mantenimento della pace sociale e ritiro dei cittadini dalla sfera pubblica.

La «democrazia liberale» (diversa da quella costituzionale che prevede la «funzione sociale della proprietà privata») con la sua crisi è stata l’innesco di un sistema reattivo, il sovranismo postfascista, che si pone come negazione e antitesi del principio costituente della sovranità popolare. È questo il vero duplice fronte del conflitto a difesa della Costituzione che riappare dentro questa decisiva scadenza elettorale

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mercoledì 10 agosto 2022

La mancanza di pensiero critico ha invaso tutti i partiti. Una reale speranza rimane l’Unione Popolare

 Professor  Paolo Maddalena



Dalla stampa odierna emerge con sempre maggior ampiezza che l’attuale campagna elettorale si svolge in un’atmosfera di totale povertà di idee.

Tutto mira alla cattura dei voti, per la quale diventa importante fare a gara a chi la spara più grossa, purché abbia la capacità di ingannare i cittadini, facendo passare come vera la più evidente menzogna.

ll caso più evidente è quello della Flat Tax, che viene definita da Berlusconi lo strumento attraverso il quale si assicura “la crescita dei redditi”.

Fatto assolutamente menzognero, poiché la tassazione dei meno abbienti produce una diminuzione della domanda e quindi agisce contro lo sviluppo economico. 

Sul piano generale si può dire che un filo comune, tranne una sola eccezione, di cui presto dirò, che unisce gli accennati  partiti, è quello neoliberista, cioè l’errato convincimento secondo il quale, ai fini del supposto sviluppo economico, la ricchezza deve essere tolta al Popolo e attribuita alle multinazionali e alla finanza internazionale.

Domina cioè un istinto di servaggio che copre quasi tutto l’arco costituzionale da Draghi alla Meloni, sia pur con qualche sfumatura per quanto riguarda la scelta fra l’Atlantismo ferreo di Draghi e la simpatia orbaniana della Meloni. Per il resto, come dicevo, c’è il vuoto più assoluto.

In questa situazione, nella quale pare che i partiti ai quali ho appena fatto cenno, mirano alla distruzione dell’economia del Popolo italiano, e il pericolo maggiore sta nel fatto che, a seguito della diminuzione del numero dei parlamentari è divenuto possibile che le forze di destra, raggiungendo i due terzi dei voti del Parlamento, modifichino l’intera Costituzione della Repubblica italiana senza dover passare per il referendum popolare.

In questo modo la vittoria del neoliberismo sarebbe definitiva. Per fortuna l’integerrimo sindaco di Napoli, già magistrato perseguitato per la sua rettitudine, il dottor Luigi De Magistris, ha istituito il partito: Unione Popolare che, secondo le sue parole, mira a dimostrare che: “il Popolo è più forte dei saltimbanchi della politica”.

In questa tragica situazione è inutile parlare del cosiddetto voto utile, perché i saltimbanchi sono soltanto dannosi, e lo sforzo massimo che si chiede ai votanti è quello di difendere la Costituzione e cioè il Popolo italiano elemento costitutivo, insieme con il territorio e le ricchezze che questo contiene, della nostra Repubblica democratica.

E si tenga presente che i frutti negativi dell’attuale sistema economico predatorio neoliberista cominciano ad esser sentiti a livello europeo. Tant’è vero che, dopo aver sospeso il patto di stabilità, il prossimo 28 settembre il Parlamento europeo voterà per istituire una infrastruttura pubblica comune di ricerca biomedica, al fine di trovare nuovi farmaci, vaccini e tecnologie medicali con il sostegno dei governi dell’Unione europea.

Come al solito i nostri politici, tranne la dovuta eccezione appena riferita, camminano come il gambero , cioè vanno indietro anziché andare avanti.

lunedì 1 agosto 2022

TUTTOMERCATO CALCISTICO/PARTITICO

 Luciano Granieri



Notizie di mercato calcistico/partitico

ROMA: Dopo gli acquisti del terzino Celik, del portiere di riserva Svilar, l’acquisizione del parametro zero Nemanja Matic, centrocampista pupillo di Mourinho, e soprattutto dopo il grande colpo dell’ingaggio di Dybala, la Roma si appresta a chiudere la trattativa per il centrocampista nazionale olandese, in uscita dal Psg, Georginio Wijnaldum. A quanto sembra restano da definire alcuni dettagli prima di completare definitivamente il passaggio del centrocampista Orange alla Roma. A buon punto sembra anche la trattativa per portare alla corte di Josè Mourinho il “Gallo” Belotti, come vice Abraham. Il calciatore, svincolato dal Torino, avrebbe accettato la destinazione giallorossa, ma l’acquisto è legato alla cessione di un attaccante presente nella rosa della Roma. Da questo punto di vista gli accordi per il trasferimento di Shomurodov al Bologna sembrano in positiva via di definizione.

LAZIO: Non pervenuto

CENTRO DESTRA: La squadra è fatta, è  al completo, nonostante qualche defezione eccellente (Gelmini, Carfagna, Brunetta) . Lega, Fratelli D’Italia, e Forza Italia, più qualche elemento fascista svincolato, hanno definito la formazione. Ci sono ancora piccoli problemi legati alla divisione degli ingaggi, ma la probabile cospicua dote di collegi uninominali ottenibili, con il conseguente successo nelle liste proporzionali, non dovrebbe creare ostacoli di sorta. Sono loro i veri favoriti.

PARTITO DEMOCRATICO: Proseguono i contatti serrati con Carlo Calenda. La trattativa, intavolata sulla base della promessa di quattro collegi uninominali sicuri, ha visto un rialzo della posta, da parte del capo di "Azione" dopo l’ingaggio di Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, in uscita da Forza Italia. Calenda ora non è disposto a ragionare se non si parte almeno da sei collegi uninominali sicuri più bonus: cinque o sei candidati in posizione privilegiata nelle liste proporzionali. L’Alleanza "Verdi, Sinistra Italiana", sembra accontentarsi dei tre collegi uninominali sicuri promessi, ma una presunta incompatibilità con il possibile nuovo acquisto Calenda, potrebbe determinarne, anche se l’ipotesi sembra molto difficile, il trasloco verso un fantomatico Terzo Polo. Alcuna possibilità ha Renzi di entrare nella squadra.  La sua richiesta di sei collegi uninominali sicuri è stata pesantemente rigettata dal Pd. Una contropartita ritenuta esagerate e fuori luogo per l’ormai ex presidente del consiglio, caduto in disgrazia dopo anni di guastatore al servizio dei poteri forti. Di Maio, accolto da Tabacci per evitare i play off della raccolta delle firme, ha messo insieme con il nuovo amico centrista il gruppo “Impegno Civico”. Per entrare nell’alleanza guidata dai Dem la contropartita sarebbe esigua, quasi nulla. Qualche bonus nelle liste proporzionali, al massimo un collegio uninominale sicuro. Altri soggetti girano intorno a questa coalizione ma per adesso non si ha notizie di trattative particolari.

TERZO POLO: Dovrebbe nascere attorno allo svincolato di lusso “Movimento 5 Stelle”, il quale, per ora, sembra orientato a comporre la squadra  in solitudine convinto di poter avere una residua dote di collegi uninominali e di buone posizione nelle liste proporzionali. Al soggetto, che non ha rinnovato con il Pd, guidato da Giuseppe Conte e sostenuto dal vecchio mentore Bebbe Grillo, potrebbe provare ad accasarsi la nuova formazione "Unione Popolare", una triade formata da Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e Dema, guidata dall’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris. L’accordo consentirebbe ad e Unione Popolare, di evitare i   play off della raccolta firme, e ai 5 stelle di ottenere in contropartita qualche collegio in più al sud. A questa compagine, potrebbero guardare con favore Verdi e Sinistra Italiana, i quali,  nel caso in cui l’ingaggio di Calenda nella squadra Pd, dovesse intaccare la loro dote di tre seggi uninominali sicuri, potrebbero guardare con favore a questa terza squadra. E’ necessario precisare comunque che le trattative all’interno del terzo polo, non sono neanche state avviate. Lo scenario qui descritto è del tutto ipotetico e ancora lontano dal realizzarsi. 

Un quadro generale più preciso lo potremo avere a fine agosto.



venerdì 29 luglio 2022

Valore politico ed "istituzionale" dell'astensionismo.

 Sergio Bagnasco, tratto dal gruppo mail del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.



Dal 2001 a oggi abbiamo avuto:

- 9 leggi di revisione costituzionale approvate
- 2 respinte con referendum (entrambe non considerabili "revisioni" ma questo è altro tema)

Tutte le riforme approvate - con una sola eccezione - hanno deturpato la Costituzione inserendo nella Costituzione stessa autentiche mine vaganti; penso in particolare alla pessima riforma del Titolo V (2001) e quella del 2012 che introduce il principio del pareggio di bilancio. E l'eccezione? La riforma del 2007 dell'art. 27 che cancella la pena di morte anche dalle leggi militari.
  
Solo in questa legislatura sono state approvate 4 riforme costituzionali e la fine anticipata ha interrotto l'iter di altre 8 proposte di revisione; una proposta è stata respinta (l'elezione diretta del PdR).

Tutto questo lavorio intorno alla Costituzione mai si è svolto  per attuarla,  come dimostra il totale disinteresse per la legge elettorale, il vigente porcus rosatus, che priva i cittadini dei diritti costituzionali di scelta dei propri rappresentanti. 

Da anni il parlamento, con la complicità dei presidenti della repubblica pro tempore, è occupato da usurpatori che non rappresentano il popolo ma solo le imprese partitiche di cui sono al servizio.

Occorre prendere atto che viviamo, dal 1948, in un regime partitocratico di cui tutti i partiti - senza alcuna eccezione - sono responsabili anche se con gradazioni diverse.

Teniamolo presente in vista del 25 settembre, perché il nemico è la partitocrazia.

Per riprendere nelle nostre mani qualche scampolo di sovranità, dovremmo interrogarci su come dare valore politico all'astensione, che non è solo disinteresse ma soprattutto il prodotto della emarginazione politica voluta dai partiti ai quali non frega nulla sa a votare va solo il 50% degli aventi diritto.

Bisogna fare in modo che gliene freghi qualcosa.

Come?

Per esempio assegnando alle liste elettorali una quota di seggi corrispondenti alla quota di voti validi in rapporto agli aventi diritto.

I partiti devono essere premiati in base alla loro capacità di coinvolgere gli elettori e portarli al voto. Se le urne sono sempre più vuote, perché i partiti dovrebbero avere la totalità dei seggi predisposta per rappresentare tutti gli italiani?

Se i voti validi sono solo il 70%, ai partiti sarà distribuito solo il 70% dei seggi.

E il restante 30%?
Sarà distribuito, con criteri statistici e demografici, con sorteggio tra i cittadini che hanno i requisiti di legge e che hanno dato la loro disponibilità iscrivendosi nell'apposito registro pubblico.

Una cosa simile i partiti non la faranno mai, ma noi possiamo ottenerla.

Il 25 settembre si avvicina e sarà opportuno tenere presente che il "non voto" per tanti appare come un comportamento razionale dal momento che votare non porta benefici. Le promesse elettorali non sono mai mantenute, le persone elette fanno quel che vogliono, quel che dicono oggi non vale più domani, le alleanze elettorali sono effimere e utilitaristiche ... 

Perché dedicare tempo a informarsi per decidere chi votare se tanto non so in realtà CHI voto e cosa rappresenta ciò che voto? 

Dal punto di vista di chi decide di "non votare" è irrazionale chi vota, oltre ad apparirgli come un ingenuo, un illuso. 

Non ho mai cavalcato l'astensione, nemmeno negli ultimi referendum, ma capisco molto bene le ragioni di chi non vota e ritengo sia riduttivo e semplicistico ridurre l'astensione all'auto-esclusione quando il mondo dei partiti lavora alacremente da molti anni per scavare un fossato tra cittadini e politica istituzionale. 

L'astensione è soprattutto una forma di emarginazione politica generata dalle forze politiche che sono totalmente disinteressate alla partecipazione dei cittadini perché questa non influisca sul loro potere.
 
L'altra faccia della stessa realtà è che mentre cresce l'astensione si moltiplica il numero dei partiti (più di 70), delle liste civiche e delle associazioni politiche. La politica nella società riscuote quindi molto interesse, ma la politica nelle istituzioni lascia parecchio indifferenti. 

Per tutto ciò, occorre dare rappresentanza politica all'astensione per combattere l'emarginazione.

lunedì 25 luglio 2022

Esiste la voce "Sanità Pubblica" nell'agenda Draghi?

 Luciano Granieri



Stamattina recandomi presso l’ospedale Spaziani di Frosinone ho notato, fuori dalle porte d’ingresso, bandiere della Cgil (funzione pubblica) e della Cisl. Non credo che fossero li per porgere il benvenuto al nuovo direttore generale, architetto…...architetto? Angelo Aliquò, ma sicuramente per protestare a seguito di disservizi sanitari che, a dire il vero, sono da tempo diffusi e gravi. "Finalmente un sussulto per la difesa del diritto alla salute!" Mi dico. Però, poi, mi sono chiesto: si rendono conto queste forze sindacali che la situazione in cui versa la sanità oggi è figlia di quel processo di privatizzazione forzata dei servizi pubblici iniziata da Mario Draghi, con il discorso, quasi un programma politico, che l’allora direttore generale del Tesoro, tenne alla comunità finanziaria il 2 giugno 1992 a bordo dello yacht Britannia? 

Si rendono conto che nel passaggio dal governo Conte due, all’esecutivo Draghi la dotazione di fondi per la sanità inserita nel PNRR è passata da 4 a 2 miliardi (vedi mai che l’obiettivo del definanziamento dei fondi ai danni del sociale, sia stata la ragione della sostituzione dell’avvocato del popolo con il banchiere?), e finalizzata esclusivamente alla costruzione delle case di comunità, precisando peraltro che l’assunzione del personale sanitario necessario per far funzionare queste strutture deve essere effettuato "senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanzia pubblica?"  Così come lo stesso criterio deve essere usato per ingaggiare medici ed infermieri indispensabili a far funzionare le strutture esistenti? 

I sindacati con le bandiere fuori dall’ospedale sono coscienti che i soldi del PNRR in sanità servono solo per le mura, ed infatti il personale sanitario, sottopagato, o emigra all’estero, o verso il privato che lo paga molto di più, o muore per sovraccarico di lavoro nella struttura pubblica come il primario in servizio presso l’ospedale di Manduria, colto da un infarto dopo aver prestato servizio 24 ore di seguito? 

Se ne rendono conto evidentemente, infatti protestano.  Ma perché allora si sono spesi con attestati di stima ed inviti a non dimettersi dalla presidenza del consiglio, proprio verso colui che ha iniziato il processo di spoliazione della sanità pubblica, unico e solo colpevole del disagio del personale medico-infermieristico e della disperazione dei pazienti che vivono il soccorso e la degenza come se fossero finti in un girone infernale? Vai a capirli certi sindacati! 

Per la cronaca mi trovavo lì per accompagnare mia suocera ad una visita di controllo dopo un intervento di disostruzione coronarica. Arrivo  alle 8,00, la visita era programmata per le 8,30, ma  non era presente alcun addetto alla reception, sito incaricato, fra l’altro di fornire le sedie a rotelle necessarie per accompagnare i pazienti non deambulanti o deambulanti a fatica, verso i reparti. 

Niente addetto niente sedia. Non proprio. Uno di questi dispositivi era parcheggiato all’interno dell’ufficio del Tribunale dei Diritti del malato, associazione di cui faccio parte, per cui recuperando le chiavi dell’ufficio, sono riuscito a procurare la sedia. Facendo qualche indagine per venire a capo del disservizio, scopro che la reception è affidata ai ragazzi del servizio civile, molto volonterosi, ma con poca familiarità con le problematiche annesse.  A questo siamo? All’affidamento dei servizi accessori di un ospedale che ambisce alla qualifica di DEA di II livello, al volontariato e al servizio civile? 

Le analisi,  le prestazioni strumentali e i controlli su mia suocera, vengono puntualmente effettuati, ma, nel frattempo, il primario del reparto, nonché presidente provinciale dell’ordine dei medici,   deputato alla lettura dei riscontri diagnostici, con conseguente definizione della prognosi , è convocato dal nuovo direttore generale. La riunione si protrae per più di due ore e i pazienti in attesa di prognosi e terapia, rimangono sospesi in un insopportabile limbo.

 Indignato telefono alla direzione generale facendo presente che i primari dei reparti non possono essere cooptati dal direttore  in orario di servizio, lasciando i pazienti in ansia per la loro condizione,  a seguito di motivi, diciamo così manageriali. Pare che il sollecito abbia ottenuto l’esito sperato, ed infatti il primario si presenta dopo poco, adempie ai suoi obblighi e ci congeda spiegando che la riunione presso la direzione generale verteva sul drammatico problema dell’affollamento del Pronto Soccorso. 

E sai che novità! Il problema è endemico e diffuso in tutta Italia ed in tutta la Regione. Secondo il Tribunale dei diritto del Malato del Lazio mediamente ogni pronto soccorso regionale presenta 786 pazienti lì parcheggiati, in attesa , anche da più giorni, di essere ricoverai perché i reparti che dovrebbero riceverli sono sotto organico. Stamattina i malati in attesa al pronto soccorso di Frosinone erano più di cento. Del resto se mancano nella Regione Lazio 357 medici di Pronto Soccorso e l’insufficienza cronica di personale infermieristico è ormai insostenibile, questi esiti infernali sono inevitabili. 

Nonostante ciò l’agenda Draghi, oltre ad aver provocato i danni già descritti alla sanità pubblica, prevede che la spesa sanitaria diminuirà dal 7% al 6,2% del Pil nei prossimi tre anni, e che le procedure per accreditare le cliniche private presso il sistema sanitario nazionale siano molti più semplificate. Una vera e propria svendita della sanità pubblica ai privati, nonostante la pandemia abbia dimostrato la letalità di queste politiche.  Proprio come in Lombardia. Allora mi domando, c’è molta differenza fra l’agenda Draghi, diventata programma del Pd e il modello di sanità fascio leghista? 

Concludo con una proposta: perché non assumere al posto di medici ed infermieri le ragazze ed i ragazzi della protezione civile. Hanno volontà sono giovani, certo ci sarà qualche decesso in più fra i poveracci che non possono permettersi le cure private, ma sai che risparmio di denaro pubblico e sai quanti affari faranno in più le cliniche private! 

giovedì 21 luglio 2022

Questione di blocco sociale.

 Luciano Granieri



Ciò che mi ha più colpito “dell’affaire” Draghi, non sono stati i tira e molla sulle sue dimissioni. L’arsenale a disposizione del capitale finanziario per scongiurare scenari avversi, è già schierato sul campo di battaglia: mi riferisco all’aumento dello spread, e degli interessi dei titoli di Stato Italiani che oggi, whatever it takes, la Bce promulgherà. Se non sarà un Draghi bis, dopo le elezioni d’autunno, sarà un esecutivo guidato da un presidente del consiglio ventriloquo dell’Ecofin per giunta votato da un Parlamento di “tappetini nominati”. 

 Ciò che ha attirato la mia attenzione è stato il discorso di replica che Draghi ha tenuto in Senato annunciando la sua irrevocabile decisione. Il presidente dimissionario ha rinfacciato, a Lega e Forza Italia, di aver osato contestare norme fiscali, tipo aggiornamento degli estimi catastali sugli immobili, le modalità di affidamento delle concessioni balneari e delle licenze per i taxi iscritte nel decreto concorrenza. Ha accusato i reduci del M5S di essersi messi di traverso per la mancata approvazione del salario minimo e sulla devastazione del reddito di cittadinanza. 

Draghi, cioè, ha rinfacciato ai vertici di  certi suoi schieramenti amici di aver anteposto le ragioni (condivisibili o meno) dei propri rappresentati, agli interessi inalienabili del capitale finanziario. Dunque non è vero che i blocchi sociali non esistono. Se la piccola,  media borghesia accattona, quella dell’evasione ed elusione fiscale, quella moralistica della famiglia tradizionale stile “suburbicon”, rappresentata da forze pur comprese in un governo di unità nazionale, tenta, e addirittura, concorre a provocare una crisi di governo pur di veder accolte le proprie istanze, che ne è dei rappresentanti del blocco sociale che soffre per l’aumento del costo dei servizi indispensabili, dovuto alle obbligatorie privatizzazione scritti nel decreto concorrenza? 

Chi c’è in Parlamento a rappresentare i lavoratori che rischiano la vita ogni giorno e muoiono alimentando una strage senza fine? Vittime sacrificali del decreto semplificazioni, che liberalizza i subappalti, gli affidamenti al massimo ribasso e fornisce mano d’opera non protetta, giovane e gratis, alle imprese, attraverso il programma scuola lavoro. Questo per fare alcuni esempi. In definitiva, chi in Parlamento rappresenta l’80% dei soggetti che tutti insieme non arrivano a guadagnare quanto il 20% di Paperoni presenti in Italia? Non mi pare il Pd, quel partito che, in teoria, per tradizione, dovrebbe avere a cuore, visto le sue origini, le classi subalterne. 

Ma lo sappiamo ormai tutti che queste origini sono state abiurate e rinnegate. Risulta stonato e cacofonico sentire il segretario del partito democratico, intervenuto ieri al festival del Pd di Roma, ancora ignominiosamente e vergognosamente nominato “dell’Unità” (il giornale fondato dal comunista, anticapitalista e antifascista Gramsci, e sfondato dall’impostore Renzi) invocare la permanenza del presidente banchiere. 

Ma è giusto così. Il blocco sociale del Pd è quello dell’alta finanza, dalle banche, dai fondi d’investimento. Però è bene che chiunque voglia arare il devastato campo largo, da sinistra, sia consapevole di tutto ciò, per non incorrere in innamoramenti elettorali impropri, ingiustificabili e letali.

 Un ultima riflessione. Risparmiateci, durante la campagna elettorale che sta per aprirsi, la litania che se vince la destra ci sarà un arretramento nei diritti civili e dunque bisogna unirsi contro la barbarie. A me sembra che le navi delle Ong con a bordo gli immigrati, siano rimasti in balia delle onde per giorni, in attesa di attraccare in un porto sicuro, anche durante il governo Draghi.

 Il problema della cittadinanza agli stranieri da decenni sta sul tavolo del legislatore. Come mai Ius soli e Ius scholae, non sono mai stati approvati, rinviati in ossequio a priorità legislative sempre più impellenti anche all’epoca dei governi di centro sinistra? 

 Lo stesso dicasi per le unioni civili fra persone delle stesso sesso e LGBT+. Che pur essendo state approvate, attraverso la legge Cirinnà, non possono realizzarsi a meno che ad usufruirne non siano Dolce e Gabbana, Turci e Pascale, Matano e Mannino. Infatti la terribile crisi sociale in atto consente solo a chi ha i soldi di acquisire certi diritti. E i diritti o sono disponibili per tutti o sono privilegi.

martedì 19 luglio 2022

Papeete due

 Luciano Granieri



In merito all’annosa vicenda della possibile crisi di governo, mi sorge spontanea una domanda. Perchè un presidente del consiglio si presenta dimissionario dal Capo dello Stato, dopo aver ricevuto la fiducia in Parlamento (sul “Decreto Aiuti”) con una maggioranza dei due terzi? 

Di solito ci si dimette dopo essere andati sotto in aula constatando il venir meno della maggioranza. Per lo meno fino ad oggi è stato così. Mattarella, come da prassi costituzionale, ha rinviato il “dimissionario” al giudizio del Parlamento. 

 La risposta, secondo me, si lega al fatto che il burocrate, ex vice presidente di Goldman Sachs,  agogna ai pieni poteri, così come Salvini li pretese nell’estate del 2019, complici sondaggi elettorali smaccatamente favorevoli e l’effetto alcolico di un mojito. 

Ma la differenza è sostanziale. Mentre il leghista azzardò in modo sciagurato e fallimentare un fantomatico scioglimento delle Camere per un voto che, secondo lui, lo avrebbe incoronato duce in modo plebiscitario, il banchiere sa di avere dalla sua tutti, tranne i risibili, diasporati seguaci di Conte, sempre più esigui, e i Camerati d’Italia della Meloni, che però sotto la faccia truce, non sono poi così oppositivi. 

L’incoronato Re, passato dalla Bce al trono italico, già si era offeso quando qualcuno, fra cui l’irresponsabile Giuseppe Conte, aveva fatto notare che la decisione di inviare le armi in Ucraina doveva passare dal Parlamento. Il banchiere aveva parlato, commentando il fatto, di inaccettabile commissariamento del Governo da parte dell’assise parlamentare, come se Deputati e Senatori non avessero il minimo diritto di intrigarsi in questione così difficili, nonostante la Costituzione dica altro. 

Oggi non tollera neanche la minima defezione nella sua consolidata claque. Come si permettono quattro sciagurati reduci del “vaffa” indottrinati da un comico, ricondotto ormai a più miti consigli e aizzati da un sedicente avvocato del popolo, di pretendere un impegno su faccende tipo, il salario minimo, o la limitazione della devastazione del reddito di cittadinanza? Questo ardire irresponsabile di quattro sciamannati, per altro, è condannato da tutti. E tutti si stanno stracciando le vesti affinchè, Mario nostro, rimanga sul trono. 

Appelli in favore di Draghi si moltiplicano, dai vertici della Ue al presidente Biden, dalla confindustria alla Cgil (a proposito che ne è delle rivendicazioni emerse nella manifestazione con sciopericchio del dicembre scorso quando Landini accusava il governo di prendere in giro i lavoratori? ) 

 Addirittura si registrano appelli dell’Anpi, di sindaci ed amministratori locali, dei veterinari, dei palafranieri e dei venditori de’ nocchie,  perfino della vicepresidente ucraina la quale, fra una bomba e l’altra, ha trovato il tempo tempo di occuparsi delle cose di casa nostra. 

Si organizzano raccolte di firme e manifestazioni di piazza per chiedere che super Mario, whatever it takes, rimanga in sella . “ Draghi resta” questo era il grido di dolore che si alzava ieri dalle piazze, non troppo piene, a dire la verità. Mamma mia!!!! La cosa mi mette brividi. Mi ricorda, anche se con toni meno drammatici, la marcia dei quarantamila colletti bianchi della Fiat, quella marcia che segnò la resa, orchestrata dai sindacati complici, delle classi subalterne nel conflitto sociale. 

Come andrà a finire domani in Parlamento? Lo ignoro. Credo però che Draghi, forte di un grande consenso, che sicuramente farà valere, rimarrà a Palazzo Chigi ma a condizione di avere i “pieni poteri” per l’appunto, ciò che non era riuscito a Salvini nell’estate del 2019. Guai a contrastare le gesta del banchiere conducator, è lesa maestà, è tentativo di golpe. Stiano zitti pure i Fratelli d’Italia! Perchè non si può mettere a rischio il programma di riforme che solo Draghi può portare avanti e che ci assicura i prestiti del PNRR , perché, sia chiaro, sono prestiti onerosi. 

Appunto. Quali sono queste riforme?:  Quella sulla giustizia che consente ai criminali abbienti in grado di permettersi fior di avvocati abili a tirare per le lunghe il processo, di sfangarla perché ad un certo punto interviene l’improcedibilità? Quella sulla delega fiscale che non prevede una progressività sul pagamento dei tributi (è una bestemmia!) ma cambia le aliquote in modo risibile, per poi favorire come al solito, chi percepisce redditi più alti? O quella sulle semplificazioni che apre ai subappalti al massimo ribasso come se le stragi sul lavoro fossero una narrazione fantasiosa? O ancora quella sulla concorrenza, che consegna alle lobby private i servizi pubblici, sanità e acqua compresi? 

Per chi ci si sta stracciando le vesti? Per uno che a fronte di un aumento incontrollato dell’inflazione e della drammatica perdita del potere d’acquisto dei salari, l’unica cosa che riesce a mettere in campo è un’elemosina “una tantum” di 200 euro da elargire anche ai miliardari? Perchè è evidente che la giustizia sociale o è per tutti o non è. 

Siamo contenti e gaudiosi che rimanga un presidente del consiglio il quale dopo la tragedia del Covid ha definanziato la sanità pubblica portando gli investimenti dal 6% al 5,6% del Pil. 

 A questo punto pongo un’altra domanda a tutti i soggetti, politici, sindacali, dell’associazionismo che invocano la lotta contro le diseguaglianze e l’aumento della povertà, e che si appellano affinché Draghi rimanga al comando. Si rendono conto, costoro, che stanno acclamando e pregando un tizio che dalla tolda di Palazzo Chigi tutto fa tranne che diminuire diseguaglianze e povertà? Anzi le aumenta pure?.